Archivio | maggio 27, 2007

Armi segrete e complotti

Immaginate un’arma laser che colpisce alla velocità della luce provocando istantaneamente un dolore atroce senza causare la morte della vittima né alcuna ferita o bruciatura, nessuna prova fisica della inaudita violenza subita. Pensate questo raggio rivolto su un kamikaze, su un insorto armato, su un soldato nemico messo semplicemente in fuga piuttosto che ucciso. Pensatelo poi diretto su una folla in sciopero, su una protesta politica, su un gruppo di insubordinati. Schiacci un bottone e tutta una folla, tutta una via, tutto un villaggio cade a terra contorcendosi di dolore; e tutto senza lasciare una prova.
Luci e ombre del “pain ray”, il “Raggio del dolore”, uno degli ultimi ritrovati dell’industria bellica statunitense. Che promette, per voce dei produttori, di aumentare la sicurezza dei militari risparmiando la vita a molti potenziali obiettivi, messi in fuga piuttosto che uccisi. Ma che si propone anche come l’inquietante arma del futuro, in grado di garantire il controllo totale e fisico sulle folle senza lasciare nemmeno una traccia ma soltanto il ricordo traumatico ma impalpabile di un dolore atroce. Le organizzazioni dei diritti umani e numerosi scienziati sono già sul piede di guerra …
… contro queste armi che non darebbero nemmeno garanzie dal punto di vista scientifico e che sono progettate per essere utilizzate sulle folle e, quindi, sui civili.

http://www.nexusitalia.com/nexus_new/index.php?option=com_content&task=view&id=733&Itemid=100

E’ sempre maggiore, la schiera di chi si pone in modo critico davanti alle notizie ufficiali. Infatti in un cortometraggio-documentario al festival di Cannes, il regista avvalla la tesi (che condivido), dove molti attacchi terroristici sono simulati dalle nazioni più potenti per i loro scopi. Da una parte la Russia (della quale il colonello Litvinenko sembrava dovesse denunciare la cosa) simula attentati con vere esplosioni in Cecenia, mentre dall’altro canto gli U.S.A. simulano “altrove” con le stesse modalità.
A ragione di ciò, non crediate che i terroristi colpiscano come bimbi dispettosi, ma se devono farlo, colpiscono con strategia senza crearsi attorno “terra bruciata”, sarebbero dei cretini non credete?

Lettera aperta a Diliberto e Giordano












Cari compagni Diliberto e Giordano (in ordine alfabetico…).

Ho ricevuto l’allegato volantino dal PdAC – Partito di Alternativa Comunista: leggetelo, per favore, e poi… mi piacerebbe tanto avere una vostra risposta.

Gli interrogativi che mi pongo non sono miei personali: toccano una grossa fetta di compagni, più o meno allo sbando anche se resistono tenacemente a tentazioni di… rivolta.

Come si può dar torto al PdAC, quando è sotto gli occhi di tutti quello che, in un anno, il governo di centro sinistra non ha fatto?

Come possiamo, noi che facciamo fatica a stare nelle spese con lo stipendio che abbiamo, credere ancora nella volontà di riforma e di risanamento di questo governo, di cui fate (facciamo) parte, ma sempre sotto il giogo di poteri più forti?

Mastella impazza. Leggi che impongono il silenzio stampa sui casi giudiziari, no ai diritti civili, rifinanziamento delle missioni DI GUERRA (ma quale pace…) all’estero… e, in cambio? Niente legge sul conflitto di interessi, niente legge che riformi la famigerata 30, finanziaria approvata con fiducia – così non sono ovviamente passati, chessò, gli emendamenti di Salvi per ridurre gli stipendi dei manager pubblici (che anzi sono aumentati), e oltretutto, detto fuori dai denti, sono ulteriormente diminuiti gli stipendi nostri. Saranno pure diminuite le tasse statali, ma sono aumentate quelle locali – ed il risultato, cedolino alla mano, dà ragione a me.

Cosa sta facendo, in concreto, questo governo di diverso da quanto avrebbe fatto il centro destra? Un po’ meno male? Sicuramente non bene.

Le privatizzazioni… non sono un’economista e ci capisco poco – capisco però che i miei amici direttamente coinvolti (penso ad un tassista, ad esempio, che è comunista dalla nascita) non ne sono soddisfatti.

Non nego che qualcuno si muova, che proposte vengano portate avanti (riduzione degli sprechi e vittime dell’uranio impoverito, per esempio). Ma di risultati non se ne vedono.

I governi di “sinistra” fanno più danni di quelli di destra, viene da pensare… vi ricordate della contingenza? L’hanno tolta Craxi ed Amato… che va bene, non erano/sono comunisti… ma Amato fa tuttora parte della coalizione di centrosinistra – anzi, fa pure figuracce alla commemorazione del quindicennale della strage di Capaci.

Report domenica scorsa ha illustrato alcune situazioni di mala amministrazione (dipendenti assenteisti e/o condannati, comunque non licenziabili, anzi promossi!), la scuola non funziona (mia figlia, che l’anno prossimo frequenterà la terza media, avrà la terza insegnante di matematica PRECARIA!; mancano fondi vuoi per la fotocopiatrice, o per la carta, o per gli essenziali strumenti didattici… e noi genitori della florida Lombardia ci autotassiamo perché i nostri figli godano di un diritto che è tale solo sulla carta, o per i ricchi), la sanità fa acqua (a proposito di acqua: perché continuiamo a pagare quella del Vaticano???), l’ambiente è gestito in modo poliziesco (vedi Serre), anche i sindacati sono allineati alla non-politica governativa… devo continuare?

No.

Lo so che al governo non ci siete solo voi (meglio, non ci siamo solo noi). E so anche che ho messo troppa carne al fuoco (ma ci sarebbe anche molto altro!).

Ma, dopo un anno di “svolta”, siamo in tanti a domandarci che senso abbia continuare così.

Vediamo come vanno queste amministrative – ma dubito fortemente che ci dicano qualcosa di buono.

Ma se dovesse tornare Berlusconi – o se Montezemolo scende in campo – che ci può succedere di peggio? Già siamo alla fame…

Purtroppo Montanelli si sbagliava: il vaccino anti-Berlusconi non ha funzionato lasciandolo governare per cinque anni. Temo però che funzionerà molto bene l’anti-Prodi… e trascinerà nel fango anche noi, cosiddetta sinistra radicale. Anche se è sempre la corrente più destrorsa a tentare di far cadere il governo, alla gente (sobillata anche dalla maggior parte dei media, schieratissimi… e noi li lasciamo fare) non importa un bel nulla. Quello che passa è che “la sinistra” non porta ripresa (a parte il ripianamento dei conti pubblici) né sorrisi, quindi…

Dateci un segno! Va bene rimanere comunisti ed orgogliosi di esserlo, ma perché non possiamo esserlo fino in fondo? Perché accettare mediazioni e compromessi, in cambio di che? Dell’Ombrello americano?

elena

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ALLEGATO: volantino del PdAC

UNA GRANDE MANIFESTAZIONE UNITARIA IL 9 GIUGNO
CONTRO L’IMPERIALISMO DI USA E ITALIA
PER L’OPPOSIZIONE ALLE GUERRE SOCIALI E MILITARI
DEL GOVERNO PRODI


PER UN RILANCIO DEL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA

La manifestazione del 9 giugno, in occasione della visita di Bush, è una occasione per rilanciare il movimento contro la guerra che -dopo la straordinaria manifestazione di febbraio a Vicenza- segna il passo. Ciò avviene nonostante l’intensificarsi delle azioni belliche con cui l’imperialismo cerca di scongiurare in Afghanistan e in Irak una sconfitta che -grazie alla coraggiosa resistenza delle masse popolari nei due Paesi occupati- si fa ogni giorno più probabile.
Lo stallo del movimento in Italia non è casuale. Vi lavorano attivamente le burocrazie sindacali e della sinistra ministeriale che svolgono il ruolo di pacificatori del conflitto sociale per favorire l’azione del governo Prodi. E’ grazie all’intervento dei gruppi dirigenti di Cgil, Prc, Sinistra Democratica e Pdci se ancora scarsa e limitata è la risposta all’attacco pesantissimo del governo.
Un attacco fatto di un misto di guerra sociale in patria (pensioni, Tfr, privatizzazione della Scuola, legge Ferrero-Amato che mantiene i Cpt e risponde alle esigenze di mano d’opera a basso costo dei padroni, ecc.) e di sviluppo della guerra militare all’estero (è di questi giorni il rinforzo in truppe e armamenti della missione in Afghanistan; e segue l’invio di Caschi blu in Libano a difesa dell’avamposto imperialista Israele). Sono i Giordano, i Mussi e gli Epifani a ignorare la richiesta di uno sciopero generale per difendere le pensioni che viene da tante fabbriche in cui sono iniziati scioperi spontanei.


CONTRO L’IMPERIALISMO DI CASA NOSTRA

Il ruolo di strumento delle politiche del governo confindustriale svolto dalla sinistra di governo (ecco cosa c’è dietro l'”unità” nel “cantiere” di Mussi e Bertinotti) risulta chiaro anche in vista del 9 giugno. Il Prc promuove una manifestazione esclusivamente “anti-Bush” che cerca di stornare l’attenzione dalla politica del governo Prodi -che come gli altri imperialismi europei agisce in collaborazione e competizione (altro che “subalternità “!) con quello Usa, a tutela degli interessi del capitalismo italiano.


NON SERVE “CRITICARE” IL GOVERNO: BISOGNA COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE

La crescita del movimento non è ostacolata soltanto dalla sinistra di governo. Non meno pericolose sono le posizioni di chi si propone come “pontiere” tra la sinistra di governo e le lotte, teorizzando un sostegno critico o “alternato” al governo. E’ quanto fa Rinaldini della Fiom che, al di là delle parole, non indica un percorso concreto di costruzione dello sciopero generale. E’ quanto fa Sinistra Critica di Turigliatto, che dopo aver votato la Finanziaria di guerra e i 12 punti di guerra di Prodi si propone di fornire un “sostegno esterno” al governo, misto ad una innocua “critica” e a qualche voto differenziato in parlamento.
Giorgio Cremaschi ha dichiarato che il 9 “E’ assolutamente da evitare una contrapposizione tra sinistra governativa e anti-governativa, bisogna trovare il modo di conciliare le iniziative.” (Repubblica, 16 maggio). Ma in realtà la divisione della piazza la sceglie chi sta con il governo di guerra: non c’è “unità” possibile tra le politiche imperialiste di Prodi (e di chi le sostiene attivamente) e le ragioni dei movimenti di lotta. L’unità che davvero serve è un’altra. E’ l’unità dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, attorno a un programma di opposizione di classe per fermare l’imperialismo, cioè concretamente per opporsi a Prodi: limitarsi ad accentuare la gradazione critica verso il governo non fermerà certo l’attacco più brutale che la borghesia ha sferrato negli ultimi decenni.


PER UNA STRUTTURAZIONE DEMOCRATICA E UNITARIA DEL COMITATO NO WAR

Il rilancio del movimento contro la guerra -che troverà nella manifestazione del 9 giugno un momento importante- necessita di un confronto al suo interno sulla natura della guerra, dei governi che la promuovono e su come si possa contrastare l’una e gli altri.
Per sviluppare la lotta sottraendola ai tentativi “pacificatori” della sinistra di governo è necessario estendere il movimento costituendo comitati contro la guerra in ogni città e dare vita a un coordinamento nazionale democraticamente rappresentativo di tutte le realtà e delle differenti posizioni, superando l’attuale strutturazione del Comitato No War basato su “coordinatori” autodesignati che prendono scelte importanti (come la piattaforma della manifestazione) in riunioni semi-segrete. Atteggiamenti leaderistici o escludenti non favoriscono la necessaria crescita unitaria del movimento.

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ACQUA SANTA! (che paghiamo noi)








A partire dal 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, lo stato italiano si fa carico della dotazione di acqua per lo Stato Vaticano, in virtù dell’articolo n. 6, che al primo comma dice che “L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati alla Città del Vaticano un’adeguata dotazione d’acqua in proprietà”.

L’Italia si fa carico da allora dei 5 milioni di metri cubi d’acqua consumati in media dallo Stato Pontificio. Per le acque di scarico, Città del Vaticano si allaccia all’Acea, ma non paga le bollette, perché non riconosce la tassazione imposta da enti appartenenti a stati terzi. In soldoni, non riconosce Acea perché è “straniera”.

Quando Acea si quota in borsa nel 1999, chiede un intervento al governo italiano, che ripiana i 44 miliardi di lire di debiti relativi alla fornitura delle acque vaticane. Da quel momento, la Chiesa avrebbe dovuto farsi carico di una spesa di 4 miliardi di lire annui, ma non è andata così. Tutti i salmi finiscono in gloria, e lo Stato italiano si trova di nuovo nel 2004 a pagare il conto: tocca alla finanziaria 2005 stanziare 25 milioni di euro subito e quattro dal 2005 per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprie.

Nel 2001 il Governo Berlusconi istituisce una commissione bilaterale per provare a dirimere la questione delle acque bendette, ma pare che ci sia poco da fare per i debiti che ACEA lamenta, il Vaticano è disponibile a pagare solo una quota di 1.100 euro, per realizzare un depuratore. STOP.

La commissione ha assicurato allo stato pontificio la dotazione d’acqua richiesta (1059 once all’anno) sempre con carattere di gratuità, come disposto dai patti lateranensi, per far fronte alle esigenze sia all’interno delle mura Leonine, che all’esterno, a beneficio delle sedi di dicasteri ed enti centrali della Chiesa, indicati dalla Santa Sede con apposito elenco, che viene aggiornato in via diplomatica. Quali e quanti siano è da scoprire. Il Vaticano comunque corrisponderà un contributo periodico in riconoscimento degli oneri connessi al trasporto dell’acqua.

By Franca Rame at 2007-05-21 16:29

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Si tratta, tanto per cambiare, dell’ennesimo risvolto scandaloso. frutto dei Patti Lateranensi. Le finanze vaticane piangono, a detta loro: hanno avuto il crack dello IOR, la potente banca vaticana, e i fedeli non danno più oboli come una volta.. e tuttavia, ancora oggi, questa banca paga ai suoi privilegiati investitori (enti vaticani, ordini religiosi, fondazioni, alcuni privati) più del 12% annui di interesse netto. Un vero miracolo. Estraggo da: http://www.atei.it/finanze_di_dio.htm

“Quindi lo Ior investe bene. Secondo un rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha 298milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49milioni in bond societari, 36milioni in emissioni delle agenzie governative e 17milioni in titoli governativi) più 1milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. E l’advisor inglese The Guthrie Group nei suoi tabulati segnala una joint venture da 273,6milioni di euro tra Ior e partner Usa. Di più è impossibile sapere. Soprattutto sulle società partecipate all’estero dall’istituto presieduto da Caloia.

Basta un esempio per capire dove i segreti vengono conservati: le Isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, spiritualmente guidato dal cardinale Adam Joseph Maida che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello Ior. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano.” Andate a leggervi l’articolo, è lungo ma istruttivo.
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Mario Guarino
I MERCANTI DEL VATICANO

Pagg. 265 – € 14,46 – ISBN 88-7953-072-0

Un viaggio negli affarismi della Chiesa a partire dagli anni Cinquanta. La banca del papa e i banchieri di Dio, capitali off-shore e bancarottieri massoni, paradisi di beni immobili e paradisi fiscali, business della Divina provvidenza e nuovi mercanti del Tempio, industria delle anime e Giubileo del Duemila. La “modernità” di Santa Romana Chiesa fra business e malaffare. 2ª edizione.

altri libri sugli scandali vaticani

Giovanni Ardizzone e i 13 giorni che sconvolsero il mondo

Chi era Giovanni Ardizzone



Da una scheda a cura di Gianfranco Ginestri


Milano 27 ottobre 1962. – Giovanni Ardizzone nacque nel 1941 a Castano Primo, a nord di Milano; era figlio unico di una famiglia titolare di una farmacia. Quando fu ucciso aveva 21 anni, era iscritto al secondo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano, e frequentava il collegio universitario Fulvio Testi, alle porte della città operaia di Sesto San Giovanni, alla periferia nord di Milano.

Nell’ambiente studentesco e proletario apprese a conoscere e condividere gli ideali del movimento operaio ed arrivò ad essere un attivo militante comunista. Come in tante altre città italiane, sabato 27 ottobre 1962, in piena “crisi dei missili”, la Camera del Lavoro di Milano organizzò una grande manifestazione pacifista e di protesta contro l’aggressione imperialista degli Stati Uniti a Cuba. Dopo il discorso del segretario della CGIL, si formò un corteo che sfilò nelle vie del centro storico milanese. I manifestanti alzavano cartelli e striscioni, scandivano parole d’ordine e canzoni politiche: “Indipendenza per Cuba”, “Cuba sì, yankee no”, “Pace, Pace”, “Disarmo”, “Fuori le basi nordamericane”… Dopo l’arrivo del corteo in piazza del Duomo, il Comando della Polizia dette l’ordine di disperdere i manifestanti pacifisti.

Il Terzo Battaglione della Celere, corpo speciale di intervento anti-manifestazioni, giunto appositamente da Padova, iniziò i caroselli con le jeep. Le camionette cariche di poliziotti si gettarono deliberatamente contro la testa del corteo, investendo lo studente Giovanni Ardizzone (davanti alla Antica Loggia dei Mercanti, di fronte al Duomo di Milano) e poco dopo altri due manifestanti: il muratore Nicola Giardino di 38 anni, e l’operaio Luigi Scalmana, di 57 anni.

Giovanni Ardizzone morì nello stesso pomeriggio in ospedale; gli altri due feriti restarono in fin di vita per alcuni giorni, poi si salvarono. La popolazione milanese reagì all’aggressione poliziesca con lanci di pietre e bastoni, obbligando varie volte le jeep a ritirarsi. Durante gli scontri e specialmente nella caccia all’uomo attuata dalla polizia nelle vie adiacenti, ci furono altri feriti e arrestati.

Nella notte tra il sabato e la domenica, gruppi di manifestanti giunsero alla spicciolata nel luogo dove era stato ucciso Giovanni Ardizzone, e dettero vita a un sit-in non-stop. Domenica 28 ottobre 1962 una moltitudine sempre più impressionante di persone si concentrò in Piazza Duomo e dintorni, depositando fiori e cartelli che denunciavano gli autori dell’assassinio. Assurdamente, il ministero dell’interno e la stampa governativa e padronale cercarono di nascondere e mistificare l’assassinio, facendolo passare come “banale incidente stradale”.

Lunedì 29 ottobre 1962 gli operai delle fabbriche milanesi entrarono in sciopero e furono sospese le lezioni nelle università e nelle scuole superiori al fine di potere partecipare alla protesta collettiva contro l’assassinio di Giovanni Ardizzone. Nella notte tra lunedì e martedì una immensa manifestazione collocò il ritratto del giovane caduto e molte corone di fiori nel vicino Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza, dove continuò il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda. Una grande partecipazione vi fu pure al funerale di Giovanni Ardizzone, nel suo paese natale, Castano Primo, dove giunsero per l’estremo saluto oltre 5 mila persone. Anche in molte altre città italiane, dove nei giorni precedenti furono realizzate manifestazioni contro l’aggressione imperialista Usa a Cuba, ci furono scioperi nelle scuole superiori e nei posti di lavoro, e il popolo italiano scese ancora per le strade protestando contro l’assassinio dello studente di medicina ucciso a soli 21 anni per la libertà di Cuba e della Rivoluzione Cubana…

***

Nel 1963 il cantautore Ivan Della Mea dedicò una canzone a Giovanni Ardizzone: “Ballata per l’Ardizzone”

M’han dit che incö la pulisia
a l’ha cupà un giuvin ne la via;
sarà stà, m’han dit, vers i sett ur
a un cumisi dei lauradur.
Giovanni Ardizzone l’era el so nom,
de mesté stüdent üniversitari,
comunista, amis dei proletari:
a l’han cupà visin al noster Domm.
E i giurnai de tüta la tera
diseven: Castro, Kennedy e Krusciòv;
e lü ‘l vusava: «Si alla pace e no alla guerra!»
e cun la pace in buca a l’è mort.
In via Grossi i pulé cui manganell,
vegnü da Padova, specialisà in dimustrasiun,
han tacà cunt i gipp un carusel
e cunt i röd han schiscià l’Ardissun.
A la gent gh’è andà inséma la vista,
per la mort del giuvin stüdent
e pien de rabia: «Pulé fascista –
vusaven – mascalsun e delinquent».
E i giurnai de l’ultima edisiun
a disen tücc: «Un giovane studente,
e incö una gran dimustrasiun,
è morto per fatale incidente,
è morto per fatale incidente,
è morto per fatale incidente».

TRADUZIONE:

M’hanno detto che oggi la polizia
ha ammazzato un giovane per la via;
sarà stato, m’han detto, verso le sette,
a un comizio di lavoratori.
Giovanni Ardizzone, era il suo nome,
di mestiere studente universitario,
comunista, amico dei proletari:
L’hanno ammazzato vicino al nostro Duomo.
E i giornali di tutta la terra
dicevano: Castro, Kennedy e Kruscev;
e lui gridava: Si alla pace e no alla guerra;
e con la pace in bocca è morto.
In via Grossi i poliziotti coi manganelli,
venuti da Padova specializzati in dimostrazioni,
hanno attaccato, con le jeep, un carosello
e con le ruote han schiacciato l’Ardizzone.
La gente ha cominciato a non vederci più
dalla rabbia per la morte del giovane studente
e, rabbiosa: Polizia Fascista – gridava,
mascalzoni, delinquenti!
I giornali dell’ultima edizione
dicono tutti: «Un giovane studente,
oggi, durante una grande manifestazione,
è morto per un fatale incidente,
è morto per un fatale incidente
è morto per un fatale incidente».

fonte: http://www.reti-invisibili.net/giovanniardizzone/


Oggi a Cuba, precisamente all’Isola della Gioventù, dove hanno studiato gratuitamente decine di migliaia di giovani ragazzi venuti dal Terzo Mondo, c’è una scuola per infermieri che porta il nome di Giovanni Ardizzone.

Recentemente, a metà degli anni ’90, il Comune di Castano Primo ha voluto intitolare la grande piazza del paese, dove ogni settimana si tiene il mercato, alla memoria del suo cittadino. Anche i Circoli lombardi della nostra Associazione, gemellati con la Provincia di Las Tunas, hanno voluto dare il nome di Giovanni Ardizzone alla piccola brigata di lavoro volontario* che ogni anno si reca in quella provincia cubana.
E’ giusto che Giovanni sia stato ricordato in questi diversi modi. E’ ancora meglio se tutti noi lo ricordiamo attraverso un nostro maggiore impegno per rendere concreti gli ideali per i quali è caduto perché, dopotutto, sono anche i nostri.


Sergio Marinoni
leggi tutto..


*vedi: la brigata di lavoro volontario “giovanni ardizzone”

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Tredici giorni che sconvolsero il mondo



Nel 1919 il giornalista, poeta e saggista statunitense John Reed scrisse un bellissimo e appassionante libro dal titolo “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”, sugli avvenimenti che tra ottobre e novembre di due anni prima portarono alla caduta dello zar e al trionfo della Rivoluzione russa.
Ora, parafrasando quel titolo, potremmo dire che nell’ottobre del 1962 i giorni che “sconvolsero” il mondo furono addirittura tredici. L’intero pianeta visse quell’arco di tempo riportando la mente agli orrori di Hiroshima e di Nagasaki con la differenza che, rispetto all’olocausto nucleare della fine della Seconda Guerra Mondiale, erano passati diciassette anni e pertanto le armi di distruzione avrebbero avuto un effetto ancora più devastante.

Cuba rappresentava un elemento nuovo nel confronto della guerra fredda tra le due super-potenze dell’epoca. La Rivoluzione cubana aveva già resistito a diversi tipi di aggressione, orchestrati sia dall’Amministrazione repubblicana di Dwight Eisenhower sia da quella democratica di John Fitzgerald Kennedy.

Neppure la cocente sconfitta alla Baia dei Porci aveva fatto cambiare mentalità ai governanti statunitensi che, come i mafiosi, i gangster e i biscazzieri di Miami, pensavano sempre che avrebbero “festeggiato il prossimo Natale a La Habana”, ritornello ripetuto poi, ogni anno, per altri quarant’anni.

Ma intanto, in quel periodo, erano allo studio nuovi piani di intervento diretto contro Cuba.

L’Unione Sovietica – con Kruscev come Primo Ministro e come Segretario del PCUS – acquistando i prodotti cubani e fornendo in cambio petrolio e macchinari, aveva permesso all’economia cubana di far fronte a un blocco che ogni volta veniva reso sempre più duro.

Oltretutto, un paio di giorni prima dell’attacco alla Baia dei Porci, Cuba aveva proclamato il carattere socialista della propria Rivoluzione.
In questo contesto, gli interessi cubani di difendere la propria Rivoluzione dagli attacchi provenienti dal nord e gli interessi dell’Unione Sovietica di giocare una carta pesante nella partita con gli Stati Uniti, trovarono il loro punto di unione nell’approntamento a Cuba di basi per missili a media e a lunga gittata.

Naturalmente questo avvenimento scatenò le ire degli Stati Uniti che, dopo avere scoperto i lavori di approntamento per mezzo di aerei-spia che volavano ad alta quota, presentarono all’Assemblea delle Nazioni Unite le fotografie delle basi e dichiararono che non avrebbero mai accettato una tale situazione.

Dal 16 al 28 ottobre 1962 – in un’altalena di avvenimenti, tra ripetuti scambi di messaggi tra le due super-potenze, definizioni degli armamenti che i sovietici qualificavano “difensivi” mentre gli statunitensi li giudicavano “offensivi”, convogli di navi russe cariche di missili in viaggio nell’Atlantico verso Cuba, un blocco navale dell’Isola da parte degli Stati Uniti eufemisticamente chiamato “quarantena”, un aereo-spia U-2 statunitense abbattuto su Cuba da un missile sovietico SAM, contrapposizioni tra “falchi” e “colombe” all’interno del Comitato Esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti sul fatto di bombardare Cuba con ordigni nucleari – tutto il mondo visse questi incalzanti eventi con il fiato sospeso e tra grandi manifestazioni che chiedevano la pace.

Mai si era andati così vicini a quello che avrebbe potuto diventare il terzo conflitto mondiale e che, forse, nessuno avrebbe mai potuto raccontare.
Alla fine il buon senso prevalse e la storia finì con il ritiro dei missili da parte sovietica in cambio di un impegno non formale degli Stati Uniti a non invadere Cuba.

Non brillarono, gli Stati Uniti, perché dimostrarono ancora una volta la loro arroganza e la loro doppiezza, tramutandosi da aggressori in aggrediti. Adlai Stevenson, in quegli anni Ambasciatore permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, durante una riunione del suddetto Comitato Esecutivo disse: “La gente si chiederà certamente perché è giusto per gli Stati Uniti avere basi in Turchia, ma sbagliato per i russi avere basi a Cuba”, e per avere affermato questo concetto venne bollato come traditore dai “falchi” della Casa Bianca.

Poco tempo dopo la fine della Crisi, anche i missili in Turchia vennero rimossi, sia perché ormai ritenuti superati sia perché il futuro di questo tipo di armamenti avrebbe in seguito preso la strada dei vettori intercontinentali e dei sommergibili atomici. C’è anche da aggiungere che forse gli Stati Uniti non avrebbero mai osato utilizzare ordigni atomici su Cuba, poiché l’Isola è troppo vicina alle loro coste e questo fatto avrebbe comportato notevoli problemi ambientali per la ricaduta di particelle nucleari nelle zone meridionali degli Stati Uniti.

Non brillò neppure l’Unione Sovietica, partita in quarta e costretta poi a fare un’imbarazzante marcia indietro. E’ vero, l’obiettivo di bloccare un’invasione diretta a Cuba venne raggiunto, ma il fatto di avere ritirato i missili da Cuba senza previamente avere consultato Fidel Castro lasciò ai cubani non solo l’amaro in bocca, ma anche la sensazione di essere stati usati Per come si concluse, rimase anche il dubbio che tutta quanta l’operazione venne orchestrata per raggiungere lo scopo di fare ritirare i missili statunitensi dalla Turchia, piccolo risultato in rapporto alla grandezza del rischio che si corse: le guerre si sa quando cominciano, ma non si sa quando finiscono.

Brillò, invece, il popolo di Cuba che in questo frangente si mobilitò totalmente e dimostrò una grande dignità e una grande compattezza, rivendicando il pieno diritto al possesso di qualsiasi arma per scoraggiare i ripetuti propositi di invasione da parte di un nemico potente e prepotente. Fidel Castro, a dimostrazione della fermezza dei principi cubani, negò perfino l’accesso a Cuba agli ispettori delle Nazioni Unite incaricati di verificare sul posto, come da accordi tra Stati Uniti e Unione Sovietica, l’avvenuto smantellamento delle basi. “Cuba non è il Congo”, fu la sua sprezzante risposta.

Anche il Che, nella sua famosa lettera di addio a Fidel, scrisse al riguardo: “Ho vissuto magnifici giorni e ho provato al tuo fianco l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della Crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista brillò tanto alto ….”.

Sono trascorsi quarant’anni e gli Stati Uniti non hanno più tentato di far cadere la Rivoluzione cubana attraverso un intervento diretto. Per cercare di abbatterla, durante tutto questo periodo di tempo, hanno usato altri sistemi, meno appariscenti ma certamente più insidiosi e subdoli. Se finora non hanno raggiunto il loro obiettivo è perché di fronte a loro hanno trovato un popolo compatto e ben guidato dai propri dirigenti.

Durante una celebrazione del ‘26 Luglio’, nel 1995 a Guantánamo, Fidel ha affermato: “La Rivoluzione cubana non la si può distruggere né dal di dentro né dal di fuori”. Vorrà dire che a Cuba potranno recarsi a festeggiare tutti i ‘prossimi Natali’ solamente le persone che la amano e che la rispettano.

fonte: http://www.italia-cuba.it/cuba/approfondimenti_storici/Crisi dei missili.htm

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