Archivio | giugno 2, 2007

L’Italia è UNA Repubblica…


L’Italia è UNA Repubblica…








Così recita l’inizio dell’articolo 1 della Costituzione. Ma sarà poi vero?

L’idea di farci un post m’è venuta tempo fa, quando un amico – Pino – raccontava delle peripezie di sua figlia per pagare le tasse universitarie che, a quanto ho capito, variano a seconda della regione e non solo della facoltà.

Ho fatto un’indagine: ho raccolto dei dati (pochissimi: un po’ per pigrizia e un po’ – molto – per la vostra scarsa collaborazione), ma poiché quello che mi interessa non è stilare statistiche attendibili (detesto la “scienza statistica” almeno quanto la fisica) ma fare un discorso con un minimo di senso, per i miei fini sono più che sufficienti.

Partiamo da una tabella:

ARTICOLO

CITTA’

FG prov.

MI

GE prov.

PV prov.

RM

latte fresco 1lt.

1,36

1,40

1-1,40

1,30

1,25

pane comune 1kg.

0,80

2,25-2,50

1,30

3,10

1,83

zucchero 1kg.

0,85

0,80-1,15

0,89

1,40

0,85

manzo (bistecche) 1 kg.

10,00

13,39

18-20

15,00

11,0-14

prosciutto cotto 1h.

1,50

1,50

1,90

1,90

1,49

caffè al bar

0,70

0,80

0,80

0,90

0,70

In grassetto nero i prezzi più bassi, rosso quelli più alti.

Da un semplice esame si evince che un abitante della provincia di Pavia (come dire dove abito io) spende, per un chilo di pane quotidiano, 54.9 euro mensili (trenta giorni) più di un abitante di Roma (ho volutamente preso un prezzo intermedio e non il più basso), che in un anno diventano 457.2 euro. Certo, si può sempre passare ai grissini… o mangiarne di meno. Per le bistecche siamo messi meglio: la differenza tra un chilo di manzo a settimana, in un anno, tra Genova provincia e Milano è di 239.72 euro risparmiati dai milanesi. Gli altri confronti fateli voi… a me è già venuta la tristezza da sindrome della casalinga.

Ma finisce qui? No, certo. Nel “tema” seguente vado a spanne (ho provato a consultare le tabelle pubblicate dai sindacati, ma mi ci sono persa quasi subito… troppi livelli, troppe differenze… e di numeri ne do abbastanza da sola, grazie!)

Parliamo di stipendi – discorso strampalato, non tanto perché estremamente limitato, ma perché prende in considerazione periodi diversi e qualifiche… pure.

Diciamo che parlo di me: fino al 2004 facevo la segretaria commerciale/office manager nel settore commercio e prendevo uno stipendio netto intorno ai 1400 euro mensili (più tredicesima e quattordicesima, più rimborso spese, più ticket e vari altri benefits), tutto perché il mio stipendio era calcolato part-time come office manager (che prendono meno) e part-time come commerciale.

Ora faccio praticamente lo stesso lavoro, ma ho il contratto dell’artigianato e lavoro part-time. So che non è esattamente così che si fanno i conti, ma passatemelo: lo stipendio attuale è di 525 euro/mese, quindi, se lavorassi a tempo pieno, sarebbero 1050 euro. Sorvoliamo sui ticket, visto che mangio a casa. Ma siamo nel 2007 e la vita – parlando di cose banali come il pane ed il latte appunto – è aumentata. Non per i dipendenti di dittarelle piccole, evidentemente.

E veniamo ai dipendenti pubblici: hanno appena ottenuto il rinnovo del contratto: 101 euro al mese, con decorrenza da febbraio 2007, riscuotibili dal gennaio 2008 (ho ricevuto una comunicazione dal PdAC in merito) e non sono soddisfatti.

Hanno ragione! Anche perché a gennaio si troveranno gli arretrati, che gli verranno ferocemente tassati, quindi diciamo che i possibili benefici ci saranno da febbraio 2008 (e zitti per tre anni). Come dire una bella presa in giro.

Ma…adesso so che mi tirerò addosso ire furibonde da più parti, però lo dico lo stesso – anzi, lo scrivo.

Visto che 100 euro tra sei mesi non cambiano la vita di nessuno di loro, e visto che il loro attuale stipendio (parliamo di minimi, e se c’è qualcuno in grado di smentirmi ben venga!) si aggira sugli 800 euro, visto che tra precari contati e non siamo una cifra (e qui si parla di 400/500 euro mese… quando va bene!), perché il sindacato non ha proposto di devolvere quei “ridicoli” 100 euro ai poveri cristi precari, co.co.co., co.co.pro, soci di cooperative, stipendiati artigiani etc? O magari il sindacato l’ha fatto e loro hanno rifiutato… come successe con uno degli ultimi contratti dei bancari.

Il problema è sempre lo stesso. Siamo tutti pronti a parlare di solidarietà, a criticare gli sprechi e le ingiustizie… ma quando ci toccano sul nostro, allora che cominciassero gli altri!

Lo so, parlo bene io che non ho nulla da perdere. E farebbero meglio i deputati/dirigenti pubblici/assessori/consiglieri/confindustriali/calciatori/velini e chi più ne ha più ne metta a rinunciare a parte dei loro proventi per attuare un po’ di giustizia sociale.

Forse ho preso un po’ troppo alla lettera le parole di una canzone che cantavo anni fa… sapete, quella che fa “avanti siamo ribelli / fieri vendicator / di un mondo di fratelli / di pace e di lavor (senza il padron)”. Ma la solidarietà, la fratellanza, non sono mai venute dall’alto, dai ricchi appunto. Infatti, San Francesco ha donato tutto ai poveri…

Ma a parte questa divagazione: io mi aspetterei che un sindacato si sbattesse perché i lavoratori venissero trattati con giustizia, tutti, e non a seconda della tipologia di contratto sotto il quale lavorano… un operaio metalmeccanico mangia come uno che lavora nell’artigianato… e quando va a fare la spesa, nessuno gli fa pagare sovrapprezzi perché fa parte di una categoria forte… così come nessuno fa sconti al povero dipendente artigiano perché invece, lui, è debole.

Ebbene sì: questa era la vostra dose di utopia quotidiana.

elena

………

LODE AL COMUNISMO

E’ ragionevole, chiunque lo capisce:
è facile.
Non sei uno sfruttatore,
lo puoi intendere.
Va bene per te, informatene.
Gli idioti lo chiamano idiota,
e i sudici sudicio.
E’ contro il sudiciume
e contro l’idiozia.
Gli sfruttatori lo chiamano delitto.
Ma noi sappiamo:
è la fine dei delitti.
Non è follia ma invece

fine della follia.
Non è il caos ma
l’ordine invece.
E’ la semplicità
che è difficile a farsi.

Bertold Brecht

FASCISMI DI IERI E FASCISMI DI OGGI

Un bell’intervento di Vauro che, nonostante i quattro anni passati, è più che mai di attualità. Mentre altri si dedicano alle patrie parate autocelebranti noi continuiamo sulla strada della riflessione.. mauro

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FASCISMI DI IERI E FASCISMI DI OGGI

Atti del Convegno “Fascismi di ieri e di oggi” tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Vauro *

Voi sapete che non amo molto la cultura “quizzarola” della nostra televisione, la cultura dei quiz e dei concorsi a premi. Utilizzarla mi imbarazza un po’, ma mi serve cominciare proponendovi un quiz. Non stiamo in uno studio televisivo e non vi chiederò di rispondere, anche perché non si vince nulla, non ci sono gettoni d’oro né altro in palio. Il quiz che vi propongo è quello di cercare di capire chi è l’autore della frase che vi propongo: “Colui che di propria iniziativa si distacca dalle regole di condotta di questa guerra umanitaria non può aspettarsi da noi null’altro che un ugual trattamento. Condurrò questa battaglia contro chiunque, fino a quando i diritti non saranno garantiti”.


Sono sicuro che molti di voi stanno pensando a Bush, a Blair, qualcuno più malizioso al D’Alema del Kosovo, e invece questa frase è del signor Adolf Hitler ed è stata pronunciata il 1° settembre 1939 alle ore 10, poche ore dopo l’invasione dei Sudeti.
Ho iniziato con un gioco po’ macabro e non voglio fare facili analogismi. Ci mancherebbe! Siamo già troppo accusati di antiamericanismo per paragonare in modo strumentale e meccanico il signor Bush o il signor Blair al signor Hitler.

Il nome di Berlusconi non è venuto in mente a nessuno perché la frase è troppo corta per essere stata pronunciata da lui.
Si tratta di Adolf Hitler. Il parallelo con Bush e Blair potrebbe risultare antistorico, però se è vero, come è vero, che le parole sono veicolo di contenuti e di idee, di un’idea del mondo e di un’idea dei rapporti sociali e civili che dovrebbero guidare il mondo, allora è anche vero che ci sono analogie veramente inquietanti.


Quando ho trovato questa frase non sapevo, per esempio, che la parola “guerra umanitaria” che sembra – ed oggi purtroppo è – una parola di stringente attualità, fosse stata usata in un tragico passato. La “guerra umanitaria” è entrata nel dibattito politico del mondo nella quale viviamo, mentre nella parte del mondo dove le “guerre umanitarie” si svolgono essa si mostra in tutta la sua menzognera realtà: è grottesco pensare che una guerra, che è la negazione dell’umanità e dell’essere umano, possa essere “umanitaria”. L’altra inquietante analogia è il collegare la guerra alla difesa dei diritti. La guerra come strumento di difesa dei diritti.


Vorrei collocare il problema dei fascismi – giustamente il titolo di questo convegno non recita “fascismo di ieri e fascismo di oggi” ma “fascismi”, perché ci sono diverse forme di fascismi e diversi elementi fascistizzanti – nel panorama mondiale e parlerei di fascismi globali, visto che questa parola, globali, oggi ha un senso. Vorrei collocarla in questo contesto anche per arrivare ai nostri fascismi – le due cose sono strettamente connesse, strettamente collegate – perché viviamo in un panorama mondiale dove la guerra è ideologizzata, la guerra diviene ideologia, questo e nient’altro può significare la teorizzazione di Bush sulla guerra “preventiva”.
Viene data alla guerra una forte connotazione ideologica, una forte connotazione di modernità – non dimentichiamo che i nostri alpini sono arrivati oggi in Afghanistan sotto comando americano – fino ad arrivare ad una vera e propria “cultura” della guerra rappresentata benissimo dalla didascalia “guerra preventiva”.


Che cosa significa “guerra preventiva“? Significa innanzitutto la morte, la negazione del diritto. Sia dei diritti umani, come è ovvio, sia di quella costruzione difficile, articolata – che trova il suo fondamento e le sue radici in esperienze storiche drammatiche come la 2a Guerra Mondiale – che ha dato frutti come, ad esempio, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Un altro di questi frutti fu la creazione delle Nazioni Unite, poi trasformate nell’Onu.
L’umanità intera, all’indomani di una guerra tremenda, ebbe un impatto spaventoso con l’orrore dell’arma nucleare, sto pensando a Hiroshima, a Nagasaki. La guerra già aveva il potenziale tremendo per mettere in discussione l’esistenza dell’umanità globalmente. Modernissima, in quel senso, perché è la stessa modernità che viviamo noi oggi.


All’indomani di quegli olocausti, quello nazista e quello nucleare, l’umanità sentì la necessità, l’urgenza di dotarsi di strumenti sovranazionali come le Nazioni Unite, perché la guerra scomparisse dal futuro. Come sappiamo, questo non è avvenuto, ma la teorizzazione della guerra preventiva nega alla base le ragioni fondanti e fondative di qualsiasi etica morale e politica del diritto internazionale, e qui si possono vedere forti analogie con il fascismo: un unico diritto, il diritto del più forte. Il diritto del più forte militarmente, il diritto del più forte economicamente e finanziariamente. In nome di che cosa? In nome di che cosa si vuol far diventare questa forza, di cui usufruisce soltanto una piccola parte dell’umanità, un diritto universale? In nome di un modello economico che vede il 20% della popolazione di questo pianeta consumare e sprecare le risorse globali condannando il resto dell’umanità al sottosviluppo e alla fame. Allora si capisce perché qualcuno ha il coraggio di chiamare “civiltà” questo modello.


Ricordo bene che alcuni giorni dopo la tragedia dell’11 settembre Berlusconi parlò di una guerra nel nome di una civiltà superiore, la nostra: una caricatura grottesca.
Eccoli gli elementi di fascismo, ecco la cultura fascista che permea le parole, i contenuti, gli atti di chi governa a livello nazionale ed internazionale. Questo modello esprime un pensiero unico. Le guerre servono a reprimere e cancellare ogni possibile obiezione, ogni possibile contraddizione rispetto al pensiero unico dell’imperatore, dell’impero, che difende, che non vuole esportare, non vuole allargare, perché il modello si basa su un trend di vita, quello statunitense, che non va toccato. E allora si difende con le armi, con le guerre, con i golpe. Anche con uno sforzo militare fortissimo per avere il controllo totale delle fonti energetiche.

Siamo purtroppo alle soglie della prossima guerra con l’Iraq ed è evidente ad ogni persona di buon senso, al di là della collocazione politica, la ridicola escalation dei ritrovamenti strani degli ispettori dell’Onu, che pure in qualche modo cercano almeno di rallentare la macchina americana. E’ notizia di ieri il ritrovamento di testate vuote. Pensate un po’ che arma di distruzione di massa sono le testate quando sono vuote. E’ difficile da capire. Se mi puntassero qualcosa contro, vorrei che si trattasse di una testata vuota. Sono altre le testate belle piene.
Qui va sottolineato un collegamento forte con il Venezuela. Non a caso prima ho parlato di golpe. Il Venezuela è il paese serbatoio del petrolio degli Stati Uniti, il maggior fornitore, e un Venezuela che con Chavez tenta la via democratica, la costruzione di un minimo di stato sociale, visto che l’80% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà, diventa “comunista”, diventa il nemico. E allora l’impero si organizza collegandosi alle forze più retrive del latifondo e della confindustria venezuelana: un golpe di stampo cileno. A tutti viene in mente l’analogia drammatica fra quello che oggi sta accadendo in Venezuela e quello che ieri è accaduto in Cile. Qui siamo già entrati nel campo dei fascismi propriamente detti, perché Pinochet è stato un fascista così come lo era Videla.


Poi ci sono altri fascismi o elementi forti di fascismo a livello internazionale. Permettetemi di dirvi il disagio tremendo che provo quando vedo, quelle poche volte che lo fanno vedere in televisione, il muro che Israele sta costruendo intorno a quelli che suppone o che pretende siano i propri confini. E’ il disagio di un europeo che conserva la memoria storica di ebrei che hanno subito uno spaventoso martirio e vede che quel muro viene costruito da quegli stessi ebrei: un carcere che sarà una prigione per i palestinesi, ma sarà soprattutto la fine della memoria storica di una componente importante del popolo ebraico rispetto alla propria stessa storia. Non si spiegherebbe come è potuto avvenire che siano cadute tutte le preclusioni verso gli eredi del fascismo, verso gli eredi di quelli che in Italia hanno fatto le leggi razziali. Non si spiegherebbe l’apertura, l’accoglienza addirittura festosa che Sharon ha tributato a Gianfranco Fini che non è andato a scusarsi per il fascismo, si è invece scusato vergognosamente “per il popolo italiano”. Qui ci sono molti combattenti partigiani, incluso Armando Cossutta. Questo è il popolo italiano, quello che ha battuto il fascismo. Come può Fini chiedere scusa a nome del popolo italiano riconoscendolo quindi responsabile del fascismo?


Io credo che in questo quadro anche le cosiddette “anomalie nazionali“, di cui gli interventi che mi hanno preceduto hanno approfonditamente parlato, si capiscono forse più a fondo. C’è un esempio che mi sembra abbastanza rappresentativo di come le pulsioni globali di fascismo poi si traducono nelle varie realtà nazionali in elementi di vero e proprio fascismo, ovviamente collocandosi e sviluppandosi a seconda del contesto. Uno degli esempi più eclatanti è la libertà di informazione, che non significa soltanto la presenza di alcuni giornalisti o la garanzia ad alcuni giornalisti di esprimere liberamente la propria opinione. Significa garantire ai cittadini la libertà di essere informati. Negare il diritto fondamentale di ciascuno di noi ad essere informato, significa negare il diritto di sviluppare una propria idea e una propria capacità critica rispetto agli avvenimenti così gravi che si susseguono nel mondo. La proprietà unica dei mezzi di informazione da parte di Berlusconi, il loro uso privato, è un elemento aggravante di un processo già molto avanzato di monopolizzazione dell’informazione a livello mondiale.


Non ho niente contro le nuove tecnologie, ma qualcosa contro i proprietari di queste nuove costosissime tecnologie sì. Enfatizzano il fatto che con le nuove tecnologie informatiche le notizie arrivino in tempo reale. Dietro l’enfatizzazione del tempo reale, c’è un’omissione di informazione perché vengono totalmente nascoste verità importanti che possono determinare e spostare il consenso a livello mondiale. L’informazione diventa un’arma da guerra. Io uso fare un esempio molto semplice e quindi coglietelo come tale: quando si sente parlare di innovazione tecnologica e delle meraviglie che ha portato, si pensa subito e solo a due cose: all’informazione e, guarda caso, alle armi. C’è un’immagine che fra la sintesi fra le due cose, l’avrete vista nei telegiornali e purtroppo la vedrete ancora: è quella telecamera montata sulla testata del missile intelligente che ci dà l’informazione in tempo così reale da farci seguire il missile in tutta la sua traiettoria fino a che non esplode sull’obiettivo. Con lui esplode anche la telecamera e finisce anche l’informazione in tempo reale. Quello che quel missile ha provocato nella carne delle persone non lo saprete mai. Quanti feriti, quanti morti, quanto dolore. Anche questi sono elementi forti di fascismo che permeano l’informazione e vengono resi più forti dal contesto, dal panorama di guerra in cui viviamo e servono a determinare il consenso o quantomeno ad avere un consenso passivo.


Vorrei concludere con un piccolo passo indietro della memoria.
Come tutti sapete, la nostra Costituzione recita all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie fra i popoli“.
Non mi stanco mai di sottolineare il valore morale ed etico di chi ha scritto quella Costituzione. Gli uomini e le donne che uscivano da quell’esperienza eroica, ma anche tragica e terrificante, che è stata la Resistenza italiana, hanno sentito l’urgenza di una carta fondativa che utilizzasse il termine “ripudia” in uno stretto collegamento etico e politico. Quella Costituzione si permea, si fonda, si connota sull’antifascismo. Fa dell’antifascismo un valore etico oltre che politico. E allora io credo che oggi la questione importante sia collegare molto strettamente, perché sono due aspetti della stessa questione, il ripudio della guerra con il ripudio del fascismo.

* giornalista e vignettista

fonte: http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=465


Carducci celebra il Tricolore a Reggio Emilia

UN PO’ DI STORIA PATRIA
………

Discorso tenuto da Giosue Carducci il 7 gennaio 1897 a Reggio Emilia per
celebrare il 1° centenario della nascita del Tricolore

……..

PER IL TRICOLORE

Popolo di Reggio, Cittadini d’Italia!

Ciò che noi facciamo ora, ciò che da cotesta lapide si commemora, è più che una festa, è più che un fatto. Noi celebriamo, o fratelli, il natale della Patria.

Se la patria fosse anche a noi quello che era ai magnanimi antichi, cioè la suprema religione del cuore, dell’intelletto, della volontà, qui, come nella solennità di Atene e di Olimpia, qui, come nelle ferie laziali, starebbe, vampeggiante di purissimo fuoco, l’altare della patria; e un Pindaro nuovo vi condurrebbe intorno i candidi cori dei giovani e delle fanciulle cantanti le origini, e davanti sorgerebbe un altro Erodoto leggendo al popolo radunato le istorie, e il feciale chiamerebbe a gran voce i nomi delle città sorelle e giurate. Chiamerebbe te, o umbra ed etrusca Bologna, madre del diritto; e te Modena romana, madre della storia; e te epica Ferrara, ultima nata di connubii veneti e celti e longobardi su la mitica riviera del Po. E alle venienti aprirebbe le braccia Reggio animosa e leggiadra, questa figlia del console M. Emilio Lepido e madre a Ludovico Ariosto, tutta lieta della sua lode moderna; che “città animatrice d’Italia” la salutò Ugo Foscolo, e dal seno di lei cantava il poeta della Mascheroniana – La favilla scoppiò donne primiero Di nostra libertà corse il baleno. Ma i tempi sono oggimai sconsolati di bellezza e d’idealità; direbbesi che manchi nelle generazioni crescenti la coscienza, da poi che troppo i reggitori hanno mostrato di non curare la nazionale educazione. I volghi affollantisi intorno ai baccani e agli scandali, dirò così, officiali, dimenticano, anzi ignorano, i giorni delle glorie; nomi e fatti dimenticano della grande istoria recente, mercé dei quali essi divennero, o dovevano divenire, un popolo; ignora il popolo e trascura, e solo se ne ricordano per loro interesse i partiti. Tanto più siano grazie a te, o nobile Reggio, che nell’oblio d’Italia commemori come nella sala di questo palazzo di città, or son cent’anni, il 7 gennaio del 1797, fu decretato nazionale lo stendardo dei tre colori. Risuonano ancora nell’austerità della storia a vostro onore, o cittadini, le parole che di poi due giorni il Congresso Cispadano mandava da queste mura al popolo di Reggio: “Il vostro zelo per la causa della libertà fu eguale al vostro amore per il buon ordine. Sapranno i popoli di Modena di Ferrara di Bologna qual sia il popolo di Reggio, giusto, energico, generoso; e si animeranno ad emularvi nella carriera della gloria e della virtù. L’epoca della nostra Repubblica ebbe il principio fra queste mura; e quest’epoca luminosa sarà uno de’ più bei momenti della città di Reggio”.

Il presidente del Congresso Cispadano dicea vero. L’assemblea costituente delle quattro città segnò il primo passo da un confuso vagheggiamento di confederazioni al proposito dell’unità statuale, che fu il nocciolo dell’unità nazionale. Quelle città che fin allora s’erano riscontrate solo su’ campi di battaglia con la spada calante a ferire, con l’ira scoppiante a maledire; che fino in una dissonanza d’accento tra’ fraterni dialetti cercavano la barriera immortale della divisione e dell’odio; che fino inventarono un modo nuovo di poesia per oltraggiarsi; quelle città si erano pur una volta trovate a gittarsi l’una nelle braccia dell’altra, acclamando la repubblica una e indivisibile quale spirito di Dio scese dunque in cotesta sala a illuminare le menti, a rivelare tutta insieme la visione del passato e dell’avvenire, Roma che fu la grande, Italia che sarà la buona? Certo l’antico ed eterno spirito di nostra gente, che dalla fusione confluito delle varie italiche stirpi fu accolto e dato in custodia della Vesta romana dal cuore di Gracco e dal genio di Cesare, ora commosso dall’aura de’ tempi nuovi scendeva in fiamme d’amore su i capi dei deputati cispadani, e di essi usciti di recente dalle anticamere e dalle segreterie de’ legati e dei duchi faceva uomini pratici del reggimento libero, cittadini osservanti del giusto e dell’equo, legislatori prudenti per il presente, divinatori dell’avvenire.

E già a Roma, a Roma, si come a termine fisso del movimento iniziato , era volata nei discorsi e nei canti la fantasia patriottica; ma il senno ed il cuore mirò da presso il nemico eterno nel falso impero romano germanico, instrumento d’informe dispotismo alle mani di casa d’Austria; sicché prima a quei giorni risuonò in Reggio la non mai fin allora cantata in Italia reminiscenza della lega lombarda e di Legnano; sicché impaziente ormai d’opere la gioventù affrettò in Montechiarugolo le prove d’una vendetta di Gavinana. Per ciò tutto, Reggio fu degna che da queste mura si elevasse e prima sventolasse in questa piazza, segnacolo dell’unico stato e dell’innovata libertà, la bella la pura la santa bandiera dei tre colori.

Sii benedetta! benedetta nell’immacolata origine, benedetta nelle via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e sì augusta; il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà; ond’è che ella, come la dice la scritta, Piena di fati mosse alla gloria del Campidoglio.

Noi che l’adorammo ascendente in Campidoglio, noi negli anni della fanciullezza avevamo imparato ad amarla ed aspettarla dai grandi cuori degli avi e dei padri che ci narravano le cose oscure ed alte preparate, tentate, patite, su le quali tu splendevi in idea, più che speranza, più che promessa, come un’aureola di cielo a’ morienti e a’ morituri, o santo tricolore. E quando tu in effetto ricomparisti a balenare su la tempesta del portentoso Quarantotto i nostri cuori alla tua vista balzarono di vita novella; ti riconoscemmo, eri l’iride mandata da Dio a segnare la sua pace co’l popolo che discendeva da Roma, a segnare la fine del lungo obbrobrio e del triste servaggio d’Italia. Ora la generazione che sta per isparire dal combattuto e trionfato campo del Risorgimento, la generazione che fece l’Unità, te, o sacro segno di gloria, o bandiera di Mazzini di Garibaldi di Vittorio Emanuele, te commette alla generazione che l’unità deve compiere, che deve coronare d’idee e di forza la patria risorta.

O giovani, contemplaste mai con la visione dell’anima questa bandiera, quando ella dal Campidoglio riguarda i colli e il piano fatale onde Roma discese e lanciossi alla vittoria e all’incivilimento del mondo? o quando dalle antenne di San Marco spazia su’l mare che fu nostro e par che spii nell’oriente i regni della commerciante e guerreggiante Venezia? o quando dal Palazzo de’ Priori saluta i clivi a cui Dante saliva poetando, da cui Michelangelo scendeva creando, su cui Galileo sancì la conquista dei cieli? Se una favilla vi resti ancora nel sangue dei vostri padri del Quarantotto e del Sessanta, non vi pare che su i monumenti della gloria vetusta questo vessillo della patria esulti più bello e diffonda più lieto i colori della sua gioventù? Si direbbe che gli spiriti antichi raccoltigli intorno lo empiano ed inanimino dei loro sospiri, rallegrando ne’ suoi colori e ritemperando in nuovi sensi di vita e di speranza l’austerità della morte e la maestà delle memorie. O giovani, l’Italia non può e non vuole essere l’impero di Roma, se bene l’età della violenza non è finita pe’ validi; oh quale orgoglio umano oserebbe mirare tant’alto? Ma né anche ha da essere la nazione cortigiana del rinascimento, alla mercé di tutti; quale viltà comporterebbe di dar sollazzo delle nostre ciance agli stranieri per ricambio di battiture e di stragi? Se l’Italia avesse a durar tuttavia come un museo o un conservatorio di musica o una villeggiatura per l’Europa oziosa, o al più aspirasse a divenire un mercato dove i fortunati vendessero dieci ciò che hanno arraffato per tre; oh per Dio non importava far le cinque giornate e ripigliare a baionetta in canna sette volte la vetta di San Martino, e meglio era non turbare la sacra quiete delle ruine di Roma con la tromba di Garibaldi sul Gianicolo o con la cannonata del re a Porta Pia. L’ Italia è risorta nel mondo per sé e per il mondo, ella, per vivere, deve avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla coscienza de’ padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il voto il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la patria; l’Italia avanti tutto! L’Italia sopra tutto!

7 gennaio 1897

GIOSUE CARDUCCI


fonte: http://www.radiomarconi.com/marconi/carducci/carducci2.html

Origini, storia e significato del Tricolore: http://www.radiomarconi.com/marconi/carducci/bandiera.html