Archivio | giugno 6, 2007

You are not free / tu non sei libero


Esiste dal 1952. Ne fanno parte un centinaio di persone: esponenti dell’alta finanza, dei governi, dei giornali economici. Si chiama “Gruppo Bilderberg”. Si riunisce ogni anno in un albergo protetto dalla Cia. I nomi dei suoi membri sono noti. Chi ne fa parte è tenuto all’obbligo del silenzio. Nulla esce sulla stampa. Quello che decidono, di cui discutono, può cambiare le sorti del pianeta. E’ un club semisegreto di cui non si sa nulla. Dal 31 maggio al 3 giugno si è riunito a Istanbul. Secondo fonti ufficiose il Gruppo ha esaminato possibili operazioni contro l’Iran, lo sviluppo dell’energia e l’ingresso della Turchia in Europa.
A questi Gelli può solo portare la valigia.
Nel Gruppo ci sono alcuni italiani. Faccio subito i nomi: Mario Monti (Bocconi), John Elkann (Fiat), Franco Bernabè (Rothschild), Tommaso Padoa Schioppa (Ministro delle Finanze) e Giulio Tremonti (vice presidente Camera).
Nessun estraneo ha assistito all’incontro. Quindi possiamo solo presumere. E allora presumiamo.
Presumiamo che SchioppaTremonti agiscano come una sola persona. Si mandano a quel paese in televisione per trascorrere un week end di passione sul Bosforo. Presumiamo che un’organizzazione non eletta da nessuno influenzi i Governi. Presumiamo che cento persone controllino l’informazione economica finanziaria mondiale. Presumiamo che quando si incontrano siano sempre protetti dal Governo americano.
Dopo tutto questo presumere vorrei chiedere ai due dipendenti Schioppa e Tremonti. Siete stati a Istanbul? Portavate il cappuccio? Avete partecipato a incontri precedenti del Bilderberg mentre ricoprivate incarichi pubblici? Se eravate presenti riferite subito agli italiani scopo e contenuti degli incontri, altrimenti dimettetevi dal Governo e dalla Camera. Funzionari dello Stato non possono avere segreti. E’ contro la democrazia.
Si è scritto del pericolo di una nuova P2 in cui potrebbero essere coinvolte, come al solito, alte cariche dello Stato. Il giudice Woodcock ha denunciato la presenza in Italia di “logge massoniche in seno alle quali venivano svolte attività dirette a interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche di enti pubblici anche economici nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”.
Bilderberghisti, loggisti, massoni, criptospie, decisori occulti, servizi deviati, funzionari infedeli, addetti alla sicurezza Telecom, mi state facendo venire l’orchite.
Che la luce del sole vi trafigga e, soprattutto, se mi leggete, andatevene a fanc..o.

Postato da Beppe Grillo il 05.06.07

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Il Gruppo Bilderberg

Il Gruppo Bilderberg nasce nel 1952, ma prende questo nome solo nel 1954 quando il 29 maggio viene indetto il primo incontro presso l’Hotel Bilderberg di Oosterbeek in Olanda. Da allora le riunioni sono state ripetute 1 o 2 volte all’anno. All’inizio solo in Paesi Europei, ma dagli inizi degli anni ’60 anche in Nord America. Tra i promotori del gruppo bisogna menzionare almeno due personaggi: sua Maestà il Principe Bernardo de Lippe di Olanda (ex ufficiale delle SS), che ne è rimasto presidente fino a quando nel 1976 ha dovuto dare le dimissioni per lo scandalo “Lockheed” e Joseph Retinger un “faccendiere” Polacco che si era costruito una fitta rete di relazioni tra personaggi della Politica e dell’Esercito a livello Mondiale. Retinger viene descritto come l’investigatore del gruppo, la sua visione era costruire un’Europa Unita per arrivare ad un Mondo unito in pace, dove potenti Organizzazioni Sovranazionali avrebbero garantito con l’applicazione delle loro ideologie, più stabilità dei singoli governi nazionali. Fin dalla prima riunione furono invitati banchieri, politici, universitari, funzionari internazionali degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa Occidentale per un totale all’incirca di un centinaio di personaggi, tra questi sembra anche Alcide De Gasperi. Ai tempi della costituzione l’obiettivo dichiarato ufficialmente era quello di creare l’unità Occidentale per contrastare l’espansione Sovietica

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approfondimenti:

articolo completo vedi i Signori del Mondo

riunioni dei Bilderberg dal 1993-2005, Lista elenco

BBC NEWS | Magazine | Bilderberg: The ultimate conspiracy theory

Prison Planet Archive – Bilderberg

Le Groupe de Bilderberg

TP: Keine Angst vor den globalen Eliten

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Il governo cambia la legge Biagi

di LUISA GRION

ROMA – Toppi precari, troppi giovani e meno giovani che non riescono a scrollarsi di dosso le ansie e le incertezze legate ad un lavoro che oggi c’è e domani non si sa. “Metteremo dei limiti” aveva promesso Prodi alla platea di famiglie convocate dal ministro Rosy Bindi a Firenze. L’ora dovrebbe essere arrivata: per invogliare le aziende a passare da assunzioni a tempo determinato a contratti fissi il governo mette in moto una strategia che parte dalla revisione della legge Biagi. Il piano, nonostante le polemiche dell’opposizione che si è detta pronta “alle barricate” pur di difendere quell’impianto di norme sul lavoro entrate in vigore dall’ottobre del 2003, è quasi definito. Secondo un’anticipazione dell’Agi potrebbe decollare a fine giugno, assieme ai provvedimenti sul welfare da finanziare con quella parte di tesoretto (per ora 2,5 miliardi, ma probabilmente 5) non impegnata nel risanamento dei conti pubblici.

“Non ci sarà nessun stravolgimento – precisano i tecnici dei ministeri interessati – pensiamo piuttosto ad un ammodernamento”. Che qualcosa della legge Biagi fosse destinata a cambiare era d’altra parte previsto già nel programma elettorale dell’Ulivo. Precisamente cosa? Sotto esame, prima di tutto, c’è la durata dei contratti a termine: l’idea è di porre un limite di durata – si parla di tre anni – al di sopra del quale l’azienda sarà fortemente incentivata ad assumere il dipendente a tempo fisso. E gli “intervalli” fra un rinnovo e l’altro saranno sottoposti a maggiore controllo.

Molto probabilmente due punti della legge Biagi, il “job on call” e lo “staff leasing” spariranno. La prima formula, detta anche “lavoro a chiamata” è sempre stata al centro di numerose polemiche perché prevede che il lavoratore resti sempre a disposizione dell’azienda e che il datore di lavoro lo convochi a suo piacere per far fronte a particolari necessità di ordine tecnico, o per provvedere ad esigenze produttive improvvise e non prevedibili. Lo “staff leasing”, altra norma destinata a scomparire o a essere fortemente modificata, prevede invece che un individuo possa risultare come dipendente di una società, ma lavorare poi presso un’altra azienda.

Quanto all’indennità di disoccupazione l’intervento cui il governo sta pensando riguarda un aumento dall’attuale 50 al 60 per cento dell’ultima retribuzione, a condizione che l’assegno sia legato a iniziative di formazione o reimpiego.

Ritocchi, questi alla legge Biagi, cui andrebbe a unirsi la partita sui contributi. Un innalzamento delle aliquote dei lavoratori parasubordinati è già stata inserita nell’ultima Finanziaria, ma la prospettiva è quella di elevarle ulteriormente fino a raggiungere il tetto del 33 per cento: i contratti a progetto (co. co. pro) quindi resteranno, ma costeranno di più. Sarà consentito il riscatto della laurea a cifre accettabili; ai lavoratori flessibili sarà consentito di unire gratis i vari spezzoni contributivi versati ai diversi enti di previdenza (anche oggi è possibile, ma c’è il limite dei sei anni al di sotto del quale i contributi si perdono). Si tratta della cosiddetta “totalizzazione” cui il ministro del Lavoro Cesare Damiano si è detto tante volte favorevole.

Per coprire i “buchi assicurativi”, ovvero i periodi in cui i giovani non lavorano e quindi non versano nulla, verranno poi introdotti i contributi figurativi. E alle aziende piccole, quelle sotto i 15 dipendenti, sarà concessa la possibilità di utilizzare la cassa integrazione purché autofinanziata (comunque sia la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria verranno uniformate).

Il governo insiste nel considerare le modifiche alla legge Biagi dei semplici ritocchi, l’opposizione vede in questi interventi un attacco frontale al suo impianto. “Va bene – ha detto l’ex ministro leghista Roberto Maroni – e mi auguro che non venga cancellata dalla furia ideologica di qualche politico nostalgico di altri sistemi”.

Negli ultimi tre anni e mezzo, da quando le nuove norme sono diventate operative, l’occupazione è sicuramente aumentata. Ma se i posti fissi sono cresciuti del 2,8 per cento appena quelli a tempo determinato sono lievitati del 15 per cento.


(6 giugno 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/economia/precari-proposta/biagi-cambia/biagi-cambia.html

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A Genova scomparvero le molotov della polizia… a Roma il verbale dei carabinieri di Focene



Roma
Le sparizioni e le omissioni in questo paese cominciano ad essere troppe. Prima le molotov del processo alla Diaz di Genova, poi molte notizie sull’omicidio di Federico Aldovrandi, oggi sparisce il verbale dell’interrogatorio di Renato che i carabinieri avevano redatto prima che morisse .

Il 7 maggio 2007, c’è stata la prima udienza preliminare degli assassini di Renato Biagetti, ucciso la notte del 27 agosto con 8 coltellate dopo una festa reggae sulla spiaggia di Focene a Roma, da due giovani simpatizzanti neofascisti. Per ore di fronte all’aula B del tribunale di Civitavecchia, insieme alla famiglia agli amici e ai compagni di Renato, si è atteso che terminasse la prima udienza preliminare del processo.La difesa ha cominciato a fare le prime mosse: chiedendo la semi infermità mentale. Non possiamo che palesare la consapevolezza che questa strategia della difesa poggi su esili basi, in quanto una perizia condotta in carcere, quindi in una situazione di per se “viziata”
emotivamente e psicologicamente, vale poco.
E soprattutto in quanto sappiamo dagli atti che il comportamento dei due dopo l’omicidio è stato lucido in ogni momento, dal sotterrare e far sparire l’arma del delitto, fino a prenotare un biglietto per Santo Domingo, paese senza estradizione.

Ma c’è altro in verità che ci interessa denunciare: il fatto che sono scomparsi i verbali con le trascrizioni delle dichiarazioni che Renato ha rilasciato ai carabinieri prima di morire.
Va ricordato, sempre, che uno degli assassini è figlio di un carabiniere che opera proprio nella caserma che ha condotto e avviato le prime indagini sull’omicidio.


Questa sparizione, non per accanimento giudiziario, dimostra però come siano state portate avanti le indagini. La necessità di tenere d’occhio l’andamento del processo, sta nel fatto che non possiamo assolutamente accettare che passi la tesi della “lite per futili motivi”. Cosi non è stato. L’aggressione premeditata è chiara: 8 coltellate dirette ad uccidere. I futili motivi non sussitono in quanto uno dei compagni aggrediti, nonché la compagna di Renato, hanno dato stesse versioni sulle motiviazioni dell’aggressione: “tornate a Roma o vi ammazziamo“.


Il luogo in cui è successo è un locale gestito da alcuni simpatizzanti di rifondazione comunista e in zona è conosciuto come un luogo in cui “vanno quelli di sinistra” in una zona in cui l’estrema destra conta numerosi simpatizzanti.
Perché avviene in un clima di aggressioni continue a centri sociali, giovani, gay, immigrati, e dove il coltello diventa l’arma preferita. Perché è confermato che uno dei due ha tatuata una celtica sul braccio.
Insomma, la verità è che è stata una aggressione premeditata. Non è stata una lite per futili motivi.
Non ci interessa la verità dei giudici e dei tribunali, però non possiamo pensare di essere presi in giro da avvocati difensori, procure, caserme dei carabinieri che usano inchiostro simpatico per redigere verbali ad un giovane morente.

Ci interessa invece, di più, denunciare il clima di continue legittimazioni che stanno avvenendo in questa città. Malgrado la presentazione e la diffusione del dossier sulle 134 aggressioni neofasciste avvenute negli scorsi mesi, il sindaco più democratico che c’è continua nella sua politica dell’equidistanza. Pochi giorni prima del 25 aprile assegna uno spazio ai fascisti di Foro 753 per poi fare l’occhiolino ai centri sociali per le politiche culturali a Roma. Non a caso anche per questo uno spezzone di 2000 compagni lasciò il corteo ufficiale del 25 aprile che finiva sotto il Campidoglio per andare invece in quella piazza Vittorio dove “casapound” tenta di sporcare i muri con celtiche e svastiche. Rilancia, qualche giorno dopo, l’opportunità di non toccare la scritta dedicata a Paolo Di Nella, militante neofascista ucciso negli anni ottanta, che campeggia con una enorme celtica su un muro del centro di Roma. Anche se purtroppo qualche giorno prima, i compagni che stavano facendo un murales dedicato ad Antonio, compagno precario morto sul lavoro, vengono caricati e inseguiti per i lotti della Garbatella dalla polizia!

Va detto per informazione completa, che ad oggi, anche attraverso la richiesta di informazione da parte di alcuni parlamentari, non si è ancora scoperto chi avesse ordinato quelle cariche e di quale reparto fossero quei poliziotti. Forse blindati della polizia girano fuori controllo della questura?

Ci interessa dunque sottolineare un clima pesante che sta facendo, di questa città, il laboratorio della destra estrema che tenta di riorganizzarsi cavalcando la barbarie sociale e le forme della governance demokratika in cui l’equidistanza è un tratto distintivo non solo del revisionismo storico nella comparazione tra fascisti e antifascisti di ogni epoca, ma che peggio comprende i “centri sociali”
di destra uguali a quelli di sinistra, incurante non solo delle denunce relative alle aggressioni avvenute in questa città, ma contemplandoli, tutti e due, dentro un quadro di compatibilità.

Succede questo in città, e su questo riteniamo che sia necessario non fare un passo indietro, nessuno escluso! Su questo riteniamo necessario ricostruire dei paletti necessari di un agire politico che svisceri invece queste contraddizioni e che sia in grado di costruire una ancora più forte opposizione sociale non solo al tentativo delle organizzazioni neofasciste, ma anche alle nuove forme di governance del futuro partito democratico che vede già nel sindaco di Roma una delle personalità di
maggior spicco. Su questo riteniamo necessario costruire un fronte unico e più largo possibile, lo dobbiamo a noi stessi e lo dobbiamo a Renato, lo dobbiamo alle decine di morti sul lavoro in questa città che si vanta di essere modello di produttività e lo dobbiamo alle migliaia di precari\e che producono, senza diritti, la ricchezza di questa città.

fonte: http://veritaperrenato.noblogs.org/post/2007/05/10/a-genova-scomparvero-le-molotov-della-polizia…-a-roma-il-verbale-dei-carabinieri-di-focene

Poveri Farmacisti..

Medicinali nei supermercati, Federfarma invita a riflettere sul ruolo assegnato al farmaco


MEDICINALI CON FORTI EFFETI COLLATERALI NEI SUPERMERCATI. FEDERFARMA INVITA A RIFLETTERE SUL RUOLO ASSEGNATO AL FARMACO

2007-06-02 – Gli scaffali dei supermercati si riempiono anche di farmaci antitumorali, antipsicotici, stupefacenti, antidepressivi, antipilettici, estrogeni. A lanciare l’allarme è la Federfarma della provincia di Ascoli Piceno in quanto saranno messi in vendita tutti quei prodotti non solo di semplice uso comune che non hanno bisogno della ricetta medica, bensì di medicinali importanti, con pesanti effetti collaterali, destinati alla cura di malattie gravi. A seguito dell’emendamento approvato dalla Camera, infatti, gli utenti potranno acquistare nei vari esercizi commerciali medicinali di fascia C, ovvero con ricetta medica non ripetibile (ricetta che il farmacista deve ritirare e conservare per 6 mesi), cioè quei medicinali che “possono determinare, con l’uso continuato, stati tossici o possono comportare, comunque, rischi particolarmente elevati per la salute”. In fascia C, inoltre, rientrano anche i farmaci stupefacenti soggetti all’obbligo di registrazione su un apposito registro, dal quale risulti ogni movimento in entrata e in uscita del farmaco dalla farmacia. Questi farmaci, se l’emendamento sarà confermato dal Senato, potranno essere venduti in un supermercato o in una piccola parafarmacia di quartiere, che non sono certo strutturati per detenere medicinali che richiedono modalità di conservazione particolari (temperature diversificate, armadi chiusi a chiave, ecc.) e non sono sottoposti ai rigidi controlli sanitari condotti periodicamente nelle farmacie dalle ASL, dai NAS, dal Ministero della salute.

«Siamo stupefatti di quanto sta accadendo –ha dichiarato Pasquale D’Avella, Presidente di Federfarma di Ascoli Piceno – stanno distruggendo la funzione di un servizio apprezzato dalla collettività. In questo modo ci vogliono far chiudere, confidiamo nel Senato. Non è possibile snaturare il ruolo delle farmacie, tradizionale presidio del servizio sanitario». Per le farmacie italiane, rappresentate da Federfarma, questa forma di liberalizzazione rappresenta un ennesimo regalo ai grandi gruppi della distribuzione organizzata poiché si sono accorti che la vendita dei medicinali senza ricetta medica, consentita un anno fa dal primo decreto Bersani, non è poi così redditizia. E questo per vari motivi tra i quali: la presenza obbligatoria del farmacista nel supermercato, i margini di guadagno insufficienti per praticare i favolosi sconti promessi e il limitato interesse dei cittadini che continuano ad avere più fiducia nella farmacia. Da qui la richiesta al Governo e al Parlamento di ampliare la gamma di farmaci vendibili fuori farmacia.

Federfarma invita tutti coloro che mettono al primo posto la tutela della salute, operatori sanitari, associazioni dei malati e dei consumatori, a una profonda riflessione su quale ruolo deve essere assegnato al farmaco nella società italiana, prodotto di largo consumo o bene finalizzato alla tutela della salute.«In questo modo –continua il Presidente D’Avella- viene a crearsi un ulteriore problema nel nostro territorio dove le farmacie risentono di tutta una serie di difficoltà connesse alla caratteristiche rurali. Un ulteriore pseudo liberalizzazione, dunque, potrebbe comportare che in alcune località, soprattutto in quelle più piccole, la chiusura dell’unico servizio sanitario di cui dispongono, cioè la farmacia».

fonte: http://www.ilmascalzone.it/articolo.php?id=9954

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Le osservazioni a margine di Mauro

Le obiezioni degli amici di Federmarma mi sembrano risibili e volutamente allarmistiche. Mi spiace che questa vibrata protesta si sollevi dalla provincia di Ascoli (mia città natale), ma credo non si discosti dai toni usati in altri comunicati, che sbocceranno come fiori a primavera, provenienti dal resto d’Italia.

I farmacisti vogliono difendere la loro professionalità, e fanno bene, ma pongono gli accenti in modo travisante e travisato. Invece che indignarsi per l’allargamento di vendita in altri spazi da loro non considerati deputati, sarebbe giusto indirizzare la loro preoccupazione sui metodi di gestione, conservazione e spaccio. Preoccupazione che, comunque trovo inutile, perché non è pensabile che Supermercati & C. possano vendere medicinali senza dover rispettare le stesse regole osservate dalle Farmacie: ci saranno anche lì armadi per la collocazione e conservazione (refrigerati), addetti alla vendita con i titoli adeguati ecc.

E in quanto all’argomento tossicità, ricordo ai signori Farmacisti che “Farmaco” è sinonimo di “Veleno”, per cui tutti i farmaci, nessuno escluso, sono da considerarsi prodotti tossici, con seri, ed a volte gravi, effetti secondari sull’organismo, e quindi da consigliare e somministrare con molta cautela. E poi, il consumatore potrà acquistarli senza presentazione di ricetta medica? Non credo.

E dunque, dov’è il torto?

Com’è intuibile, sta nell’allargamento del mercato distributivo, che paventa ai signori Farmacisti uno scenario di impoverimento delle proprie entrate. Casta intoccabile, quella dei Farmacisti, un po’ come i signori Notai.

Si rassegnino, vorrà dire che acquisteranno una villa in meno ma sono sicuro che non saranno ridotti alla fame.

O preferiscono andare a lavorare, come la stragrande maggioranza di noi, per meno di 1000 euro al mese?

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ALTRO INTERESSANTE ARTICOLO:












Farmacie: non fermiamo le liberalizzazioni

di Pietro Marino*


(fonte IBL) Il 29 maggio scorso la Camera dei Deputati ha approvato un emendamento che, se confermato al Senato, consentirebbe la vendita dei farmaci di fascia C – quelli cioè dispensabili solo dietro presentazione di ricetta medica, e non rimborsabili – anche negli esercizi commerciali.Questo emendamento ha suscitato la dura reazione dei farmacisti titolari di farmacia. Se approvato, sarebbe una rivoluzione copernicana nel sistema distributivo del farmaco ed in particolare sposterebbe definitivamente ed irreversibilmente l’asse dal binomio farmaco-farmacia sancito dall’ art.122 TULS (testo Unico delle Leggi Sanitarie-1934), verso il più dinamico e funzionale binomio farmaco-farmacista. Val la pena di chiedersi: quando si acquista un farmaco chi garantisce il cittadino? Il Farmacista inteso come professionista abilitato alla professione (questa la tesi del Movimento nazionale liberi farmacista), o la Farmacia intesa come licenza o concessione regolamentata da rigidi criteri di programmazione territoriale (come sostiene Federfarma)? La positiva esperienza maturata ad un anno dall’ approvazione della Legge 4 agosto 2006, n.248 – meglio conosciuta come “Decreto Bersani” – dimostra che i rischi paventati da Federfarma rispetto ad un allargamento dei circuiti distributivi – come l’aumento esponenziale delle malattie Iatrogene causate dall’ eccessivo consumo dei farmaci – sono stati seccamente smentiti dai fatti, che vedono invece una diminuzione dei consumi dei farmaci da banco sia a valore che per numero di pezzi venduti (fonte ac Nielsen -30 maggio 2007) nonostante l’aumento dei punti vendita. Al contrario è vero che l’aumento dei punti vendita di circa 1000 unità, delle quali l’85% è costituito da esercizi di vicinato (per metà, sono nuove aperture) – ha avuto un impatto positivo sui prezzi dei farmaci OTC e SOP che sono scesi mediamente del 20-25%. L’apertura ai farmaci di fascia C quindi non è che l’evoluzione naturale del processo di liberalizzazione iniziato un anno fa. In questo caso si parla infatti di farmaci che possono essere dispensati solo dietro regolare prescrizione medica, e per i quali il consumo è dettato quindi dal numero di prescrizioni mediche e non dal numero dei punti vendita.

I meccanismi concorrenziali in questo caso non potendo agire sulla leva prezzo agirebbero positivamente sul fronte dei servizi, a tutto vantaggio dei cittadini. Federfarma ribatte, con poca fantasia, evocando il fantasma della chiusura delle piccole farmacie rurali – già paventata un anno fa, e mai avvenuta .Anche in questo caso i dati non le danno ragione. Dallo studio della Nielsen è emerso infatti che questo mercato vale grosso modo come quello dei farmaci di automedicazione, ovvero mediamente il 10% del fatturato di una farmacia. Considerando che dalle analisi fatte sui farmaci di automedicazione il 97,5 degli stessi sono rimasti nel canale-farmacia, la perdita di fatturato di tali esercizi è veramente risibile. Non vi è nessun pericolo reale, quindi, ma solo fantasmi evocati da una categoria iperprotetta che mal si adatta ai cambiamenti della società moderna e globalizzata. E poi, se effettivamente come affermano la farmacia è un presidio molto apprezzato dagli italiani, di che cosa hanno paura? Continueranno ad essere scelti sul mercato! Di ben diverso tenore sono gli argomenti del MNLF, che rappresenta 56.000 farmacisti non titolari e che da quindici anni continua a denunciare il perdurare della iniqua discriminazione fra farmacisti di serie A e farmacisti di serie B . Una “classifica”, questa, imposta per legge e non per titolo o merito – che si pone in aperto contrasto con l’Art. 3 della Costituzione Italiana che afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Pertanto qualsiasi norma tendente ad ostacolare l’accesso ad una professione, a parità di diritto conseguito nell’acquisizione della laurea e nella relativa abilitazione, ne viola il principio ispiratore.Varrebbe la pena poi ricordare che l’Art. 41 della Costituzione sancisce che l’iniziativa economica privata è libera e che l’attuale discriminazione si pone in contrasto anche con i principi di valorizzazione del capitale umano attraverso il lavoro (artt.l,4,35) e del perseguimento della salute pubblica (art.32). Cari politici di destra, di centro, di sinistra: vogliamo liberare dalla camicia di forza le energie positive di questo paese?

(*) Pietro Marino è Presidente della Federazione Esercizi Farmaceutici (http://www.esercizifarmaceutici.it/news.php).

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Guido, l’uomo che sfidò le BR

La sinistra non teme più il sindacalista Rossa

L.T. ROMA


Un’anteprima importante per ospiti e autorità domani sera al cinema Barberini di Roma, poi Guido che affrontò le Brigate Rosse di Giuseppe Ferrara slitterà ancora e dopo due anni sarà nelle sale per il pubblico nella terza settimana di agosto. «Un periodo più favorevole per un film difficile come questo», dice il produttore Carmine De Benedictis. Il regista Giuseppe Ferrara non dimentica quelli che considera i segni d’un forte disagio politico intorno alla sua opera: il film, elenca Ferrara in conferenza-stampa, non ha avuto il sostegno della commissione statale per il cinema di qualità, di solito tanto generosamente elargito, né ha ottenuto dalla Rai la distribuzione 01; il solo contributo decisivo è stato quello finanziario dell’Ilva spa, 900.000 euro circa.

Realizzato nell’anno del centenario della Confederazione Generale italiana del Lavoro e nel 25°anniversario della morte di Guido Rossa, sindacalista genovese della Fiom unico a denunciare personalmente nel 1978 la presenza delle Brigate Rosse all’Italsider e a venire poi ucciso dalle Br, il film prodotto da Carmine De Benedittis ha come protagonista Massimo Ghini, ha come interpreti Gianmarco Tognazzi, Mattia Sbragia, Elvira Giannini componenti delle Brigate Rosse, Anna Galiena nella parte della moglie di Guido Rossa. Gli attori hanno lavorato pagati al minimo sindacale. Le riprese sono avvenute a Genova. Consulente per i dialoghi tra brigatisti è stato il brigatista Alberto Franceschini.

E perché un simile film dovrebbe infastidire qualcuno? Il regista Ferrara sembra ritenere che Guido Rossa rimanga per la sinistra italiana un personaggio imbarazzante: un sindacalista che denuncia un operaio poi condannato a quattro anni di carcere per aver diffuso volantini in fabbrica, che viene ucciso da altri operai che vorrebbero la classe operaia al potere.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/cinematv/grubrica.asp?ID_blog=33&ID_articolo=350&ID_sezione=260&sezione=News

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Guido Rossa






Dai resoconti giornalistici del gennaio 1979.

I terroristi delle Brigate Rosse hanno cominciato ad uccidere anche i militanti comunisti. La prima vittima di questo nuovo fronte è un operaio di Genova, Guido Rossa, delegato sindacale della FiomCgil all’Italsider, iscritto al PCI. Rossa 44 anni , sposato e padre di una ragazza, aggiustatore meccanico nella fabbrica genovese, è stato assassinato all’alba del 24 gennaio, a pochi passi da casa. Guido, ha pagato con la vita non soltanto la sua militanza politica, ma il suo impegno contro il terrorismo. Era stato lui a scoprire e denunciare un fiancheggiatore delle BR, Francesco Berardi, impiegato nella sua stessa fabbrica, l’Italsider. E i brigatisti, nella loro follia omicida, hanno voluto “punirlo”, proprio per quel suo atto di coraggio civile: “Abbiamo sparato a Guido Rossa, spia dei padroni, dell’Italsider”, dice la telefonata che rivendica l’assassinio.

La tecnica dell’attentato è stata quella consueta di tanti altri agguati. Rossa esce da casa poco dopo le 6.30, in via Ischia , per recarsi al lavoro allo stabilimento di Cornigliano. A piedi svolta per via Fracchia e sale sulla sua “ 850 Fiat “ dalla parte destra, perché l’auto è parcheggiata di fianco al muro. La zona è quella di Oregina, sulle alture di Genova, scoscesa e piena di strade strette e tortuose. Mentre Guido entra nell’auto, sta spostandosi sul sedile di guida, i terroristi cominciano a sparare. I primi colpi di pistola lo raggiungono alle gambe, poi un proiettile gli spacca il cuore. Guido muore quasi subito. A sparare sono stati almeno in due ( per terra troveranno bossoli di due armi diverse, una calibro 9 lungo e una 7.65).

La notizia gia alle 8.30 si diffonde per l’intera città, l’emozione è enorme, gli operai escono dalle fabbriche, si sa che è stato ammazzato un sindacalista della Fiom, “un compagno del PCI”. Ma non si sa ancora chi. Poi qualcuno ricorda la storia di Berardi, e la gente capisce: Guido Rossa ha cominciato a morire quando ha deciso di guidare il servizio di vigilanza contro il terrorismo nelle fabbriche in cui lavorava.

Rivediamo le sequenze iniziali di questo dramma. All’Italsider e all’Ansaldo, la presenza di qualcuno che ‘fiancheggia’ le BR è palpabile. Quando sparano al dirigente Liberti, nel maggio scorso, e spiegano perché l’hanno fatto, i brigatisti dimostrano di sapere tutto sull’azienda. In ottobre, Rossa firma quasi certamente la sua condanna a morte. Da tempo sospetta di Francesco Berardi, un operaio degli altiforni poi promosso impiegato, ex militante di Lotta Continua.

Alla fine lo blocca mentre ha con sé alcuni opuscoli delle BR e, assieme al consiglio di fabbrica, avverte i carabinieri. Da una perquisizione, saltano fuori i numeri di targa di alcuni dirigenti Italsider, annotati su un foglietto in possesso di Berardi.

Al processo per direttissima, Rossa è l’unico che ha il coraggio di presentarsi a testimoniare, “conferma le dichiarazioni rese in istruttoria?” “Confermo” Il delegato sindacale rimane in aula neppure un minuto, ma, appena lo vede, Berardi si volge verso il pubblico e lo indica con gli occhi e un cenno del capo a qualcuno che è tra i presenti nell’aula. Berardi viene condannato a quattro anni di reclusione e viene rinchiuso nel super carcere di Novara.

Per Guido rossa cominciano le telefonate anonime: “Te la faremo pagare”. Convinto di aver fatto il suo dovere di cittadino e democratico nonché di militante comunista, Guido continua la sua attività come prima e rinnovata determinazione per combattere il terrorismo che ritiene il male mortale per la classe operaia.

Nel frattempo, le BR diffondono il “ Diario di lotta nelle fabbriche genovesi Ansaldo e Italsider” dove per la prima volta compare in modo esplicito, lo slogan “individuare e smascherare il ruolo controrivoluzionario dei berlingueriani”. Ancora una volta è un’anticipazione chiara di quanto accadrà di lì a poco.

Chi ha ucciso Guido Rossa si è servito quasi certamente di un furgone parcheggiato qualche metro dietro la sua 850, con targhe rubate e il bollo di circolazione e il contrassegno dell’assicurazione contraffatti. Gli inquirenti che lo hanno esaminato sono certi che gli attentatori siano rimasti nascosti nel veicolo per tutta la notte. Le indagini appaiono subito molto complicate, nessuno ha visto nulla, qualcuno compresa la moglie di Guido ha sentito degli spari, ma li ha scambiati per altri rumori. In questo modo, dal momento dell’attentato alla scoperta del corpo di Guido Rossa riverso nell’auto, fatta eccezione di un netturbino , è trascorsa quasi un’ora..

Genova si è scossa dal torpore pigro di queste giornate grigie e piene di pioggia, ma non più di ammazzarono il giudice Coco, l’8 giugno del 1976 o Antonio Esposito, il 21 giugno scorso ( capo dell’antiterrorismo genovese, 36 anni e padre di tre figli). Solo nelle fabbriche , grandi e piccole la rabbia è grande, ma lo sdegno di chi parla dell’assassinio si confonde con un rassegnato senso di impotenza nei confronti del terrorismo determinato anche dalla esiguità dei risultati raggiunti di chi indaga e sta indagando sui precedenti attentati.

C’è da chiedersi se quel giorno, in tribunale, Guido non fosse rimasto solo a testimoniare, se altri compagni del sindacato, tutti insieme avessero confermato le accuse di Guido, se…….

Leggi anche:

L’uccisione di Guido Rossa

Il rigore morale e la coerenza

I film di Giuseppe Ferrara

fonte: http://www.rifondazione-cinecitta.org/guidorossa.html