Lettera aperta di Pino De Luca a Fabio Mussi

Riceviamo e pubblichiamo questa bella lettera del nostro amico Pino



Caro Mussi,

il giorno più duro della mia vita politica lo abbiamo trascorso insieme. Tu non te lo ricordi ma io lo ho in mente, vivido e doloroso. Congresso provinciale del PCI di Brindisi, il congresso della svolta della bolognina, tu eri li a rappresentare la segreteria nazionale o la direzione nazionale, non ricordo bene come si articolavano allora gli organismi, sono passati quindici anni …

Quel giorno conclusi gli interventi della mattinata, ero segretario di sezione, “giovane e brillante con una discreta carriera politica alle spalle”. Si trattava di fare la svolta, di convincere i riottosi. Mi ricordo che pronunciai le seguenti parole: “qui finisce una lunga navigazione, si lascia la nave per scalare una montagna. Non sappiamo cosa ci sia oltre la montagna né quali difficoltà incontreremo né quali compagni di cordata. Ho navigato insieme a voi, da mozzo e da capitano. Sono un marinaio non sono un arrampicatore, sarei una inutile zavorra, mi fermo qui ma voi andate, andate pure e che la fortuna sia con voi.”

Molti presero scorciatoie, si accamparono nelle valli dai succosi frutti, bruciarono le navi e vendettero le loro parti pregiate. Molti altri si dispersero seguendo il proprio destino.

Il grosso dell’equipaggio cominciò ad arrampicarsi in una gara per prendere la vetta, a volte senza esclusione di colpi.

Per parte mia, percorrendo sentieri brulli, solitari e ventosi, ho incontrato tanta gente, ho conosciuto gli “eroi”, tanti eroi che sono morti e dimenticati, altri che sono vivi, ma anch’essi dimenticati da tutti.

Un giorno è venuto qualcuno che si arrampicava, un compagno al quale hanno tagliato la corda alla quale era legato e lo hanno fatto precipitare. Mi ha chiesto se avevo voglia di riprendere il mare. Non ho risposto. Ho costruito una barchetta e ho ripreso il largo. Il vessillo della mia barca è antico: Falce, Martello e Stella su bandiere sovrapposte, fondo azzurro come il mare. Sono ripartito per seguire il sole che tramonta all’orizzonte, nel tentativo di fuggire il buio.

È strano l’orizzonte, lo sai bene come funziona: più lo segui e più si allontana. Mi dissero quindici anni fa, quelli che sapevano più di me, che seguire l’orizzonte è una sciocchezza, ad ogni passo che fai l’orizzonte si allontana di un passo. Mi dicevano che seguire l’orizzonte non serve a nulla. Sbagliano: seguire l’orizzonte serve a muoversi. Muoversi è importante.

Chi si è fermato, magari in una “posizione equidistante tra lavoro e capitale” pensando di nutrirsi un po’ di uno e un po’ dell’altro, avrà la stessa triste sorte dell’asino di Buridano che ben conosciamo.

Perché ti scrivo? Ho letto su Aprileonline la tua intervista, la ho letta e riletta. Ci sono molte cose condivisibili, moltissime. In particolare ho notato il continuo richiamo a marciare, a muoversi…

Ma più la leggo e più la rileggo e più ho la sensazione di sentire una aporìa in quella intervista, una assenza, e alla fine l’ho trovata la mancanza: manca l’orizzonte. Manca quella utopia da seguire, quella utopia che fa camminare per sostituire l’atopia alla quale ci hanno costretti con l’eutopia alla quale aspiriamo.

Io a muovermi sono capace, ma sono un marinaio, verrò per mare, non chiedetemi di lasciare la barca che il suo legno è prezioso, è fatto di storia e di sacrifici, di errori e di eroismi.

Credi che il punto d’arrivo avrà un porto anche per le barchette come la mia o esse saranno trattate a cannonate come quelle dei pirati? C’è posto per ancorare il mio legno e scendere a terra per bere una birra o i marinai col vecchio vessillo saranno messi in quarantena come gli appestati?

Io spero che all’orizzonte, dove il buio non vince mai, ci sia un porto anche per quelli come me. Li ci vedremo, e se qualcuno vuole venir per mare, tra bonacce e marosi, sulla mia barchetta qualche posto si rimedia. Ah, dimenticavo, sulla mia barchetta i gradi si conquistano navigando …

Un saluto. Pino De Luca. Comunista.

………..

Riproponiamo l’intervista

Mussi: sinistra e identità

Luca Bonaccorsi, Carlo Patrignani , 07 giugno 2007


Replay La scissione dei Ds accende il dibattito sul futuro del nuovo soggetto politico. Il sogno può diventare realtà. Riproponiamo l’intervista a Fabio Mussi pubblicata dal settimanale Left



Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Ha dichiarato che non morirà demo-cratico e se n’è andato (pare) con un quarto dei Ds, riaccendendo i desideri più selvaggi di tutti quelli che sognano un grande partito orgogliosamente “di sinistra”. Se è vero che la sinistra Ds vale il 4 per cento dei voti, sommati al 6 di Rc, al 2-3 di Comunisti italiani e Verdi e magari a qualche socialista, stiamo parlando di un partito che vale almeno il 15 per cento dei voti in Italia. Sicuramente il terzo partito dopo Forza Italia e il Pd. Ma gli ottimisti non escludono che sarà il secondo.

Partiamo dai contenuti. Nel suo commiato ai Ds non aveva risparmiato l’ironia: «Quando qualcuno ti chiede: “chi siete?”, non basta rispondere: “siamo tanti”. I partiti sono soggetti identitari, non solo programmatici».
“Identità” è forse la parola più abusata, e la meno approfondita, di questi tempi. Lei ha giustamente ironizzato anche su riferimento al “sofferto rapporto tra illuminismo e cristianesimo” citato nel manifesto del Pd. E comunque, al di là del fatto che uno si senta più illuminista (come Scalfari) o più cristiano (come Rutelli) si fa sempre riferimento a identità “culturali”. Mai a identità “umane”. Nel suo manifesto del “Socialismo per il futuro”, invece, c’è una frase che dice: «la civiltà umana è una». Un riferimento preciso ad una identità “umana” universale?

C’era uno dei canti del movimento operaio delle origini che diceva: «nostra patria è il mondo intero, nostra legge è l’umanità». Oggi si tende a dare la massima potenza identitaria a stati intermedi che si chiamano: etnia, nazione, religione. E naturalmente è una forma di ricerca identitaria che ha come corollario la guerra. Noi abbiamo deciso di partire dall’universale: l’idea di appartenere allo stesse genere, quello umano. È un’idea di recentissima formazione. La consapevolezza, nella storia, di far parte di una stessa umanità è molto giovane. Fino a tutto il ‘600 si è discusso se gli indios avessero o no un anima. Si è discusso a lungo se le donne non fossero una sottospecie. Ancora nel ‘900 si sono elaborate teorie di una stratificazione umana che ci dividevano in uomini e sottouomini.

E a chi dobbiamo questo “salto” culturale?
Il fatto che ci sia una sola umanità è una idea recente e rara, che si è formata in due ambiti: in quello scientifico e in ambito politico. Nell’ambito scientifico lo hanno scoperto gli antropologi e gli psichiatri, poi confermati dai genetisti che hanno dimostrato che abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico. In politica invece, chi partiva dall’idea di un’unica umanità era il pensiero socialista e comunista.

Ma scusi e i liberali, e la Dichiarazione d’indipendenza americana, “tutti gli uomini sono stati creati uguali”?
Neanche la scuola liberale. Perché i liberali dell’origine accettavano bellamente la schiavitù. Non facevano una piega di fronte all’esistenza degli schiavi. Gli uomini erano uguali davanti a dio sì… ma in terra…

Perché partire da questa idea è così importante?
Le identità non sono statiche, ovviamente poi si articolano. Ma si possono articolare in una rete democratica solo se resiste l’idea di un’umanità “una”. Se cede questa, l’articolazione è bellica non democratica.

Farete il pantheon anche a sinistra? Lei chi ci metterebbe: Ingrao, Lombardi, Amendola?
Abbiamo bisogno di tutti coloro che credono nel futuro e quindi di tante schiere di “compagni disarmati” (citando Ingrao, ndr). Disarmati nel senso della non-violenza, che si oppongano a sopraffazione e prepotenza, ma armati di idee, progetti e valori. In questo contesto ci stanno bene tutti, anche le idee geniali di Lombardi. L’importante è che nessuno resti nelle proprie caselle di appartenenza.

Non crede all’identità di appartenenza?
Oggi non funziona più “appartenere a”. Siamo tutti in mare aperto e dobbiamo costruire una nuova identità. Prendiamo il comunismo: non c’è dubbio che con il crollo del muro di Berlino, politicamente il comunismo non c’è più. Se però si parla di quella grande cultura dell’800 e ‘900 segnata da Carl Marx, allora delle idee comuniste restano molte tracce storiche e ideali. Dobbiamo smontare le macchine ideologiche, ribaltare i luoghi comuni. Per me oggi “non possiamo non dirci socialisti”.

Marx serve ancora allora.
Certamente. Non le dittature che furono realizzate “sul” proletariato, e per fortuna sconfitte. Ma le idee di liberazione, emancipazione, libertà e uguaglianza. Idee che sono attualissime, anche culturalmente, nell’epoca moderna. Pertanto la sfida è quella di costruire il nuovo, giorno per giorno, è la direzione del socialismo libertario democratico e… “radicale”.

Un appello a Pannella?
Non mi riferisco a nessuno in particolare. Io poi credo che “radicale” è un aggettivo che va bene solo se dentro il socialismo.

Nella stessa relazione al congresso ha detto: «La precarietà non è figlia della tecnica, ma di un ritorno di condizioni servili nella società contemporanea». Le condizioni servili, ovvero lo “sfruttamento”, sono connaturati a questo sistema di produzione. La tensione per superarlo (seppure nei tempi lunghi) deve rimanere un’ambizione del socialismo del futuro, così come lo era nel riformismo socialdemocratico classico?
Sì, il sistema produce sfruttamento. Ormai lo sfruttamento del lavoro giovanile precario è diventato una cosa pazzesca. I giovani hanno lavoro instabile, salari minimi, e protezioni sociali (maternità, pensione, malattia) minime, le protezioni sociali che la classe operaia aveva conquistato con dure lotte nei decenni passati. Naturalmente questo non è un problema nazionale ma globale. È una tendenza che ha preso corpo negli ultimi 25 anni, con l’accelerazione della globalizzazione. Uno degli aspetti della globalizzazione è la pressione che svalorizza progressivamente il lavoro: quello cinese , quello indiano ma anche quello americano, francese e italiano. Soprattutto nei giovani. Ora, non è che propongo la rivoluzione per abbattere il capitalismo, ma propongo una lotta per “restituire valore al lavoro”. È una frase che ha un significato etico-politico e un significato economico-finanziario. Vuol dire rimettere in valore il lavoro in tutte le sue forme e, soprattutto, pagarlo di più.

Quindi il capitalismo non va abbattuto ma “superato”, cambiato?
Questo capitalismo è incompatibile con il pianeta Terra, come nel ‘900 era incompatibile con il lavoro. È con questo capitalismo che dobbiamo fare i conti. Proponendo un nuovo modello di società che rifiuti il binomio merce-dio.

Lei ha detto: «Non voglio un altro piccolo partito. Ma un progetto volto a riunificare forze». Lo dicono tutti. Ma come si fa veramente? Con la Federazione di Diliberto?
No, non dobbiamo congelare le cose come stanno per federarle. Io propongo che tutti si mettano in cammino. Alla ricerca di una piattaforma ideale, culturale, programmatica. E per programmatica intendo di programma di governo, innovativo. Dobbiamo lanciare un movimento politico autonomo, socialista, che abbia come punto nodale la riunificazione di tutta la sinistra italiana che non si riconosce nel Pd. Questo movimento autonomo e socialista non può non avere però una cultura di governo, per cui deve saper legare le esigenze del Paese alla produzione di atti di governo. La nascita del Pd ha determinato un terremoto politico e noi oggi abbiamo il dovere di costruire il nuovo dalle macerie del terremoto, senza essere abbarbicati nelle rispettive trincee.

Ma come si fa nella pratica? Con una costituente?
Bisogna aprire un rapporto multipolare che muove dai contenuti. Ma mettendosi in marcia per costruire qualcosa di nuovo. Se la sinistra diventa una rete di correnti dentro il Pd, e una rete di partiti piccoli e piccolissimi, ancorché federati, la sinistra perderà progressivamente peso, ruolo e funzione. Questo è ciò che chiedo a tutti, alla sinistra organizzata politicamente in Italia, quella socialista, comunista e ambientalista, ma anche alla vasta sinistra che oggi non si sente rappresentata. Nel lavoro, nelle professioni, nella cultura. Quella fatta da chi non ci si riconosceva più. In questi giorni sto ricevendo moltissimi messaggi di persone che mi dicono: sono di sinistra ma non ci credevo più, avevo mollato, mi ero messo da parte. Io credo che se si parte con una ambizione “alta” si può realizzare qualcosa di nuovo.

Ma come? E, soprattutto, quando? Partito e programma unico alle Europee del 2009?
Le Europee con un progetto comune è un buon appuntamento.

Lo sa com’è l’Italia: non c’è il nuovo soggetto ma è già partito il toto-leader. L’ultimo nome che circola è quello del segretario della Cgil Epifani.
Innanzitutto bisognerebbe chiederlo, per una questione formale e sostanziale, ad Epifani. È indubbio però che il segretario della Cgil abbia fatto un intervento molto forte e apprezzabile, sul lavoro e sulla sua rappresentanza, al congresso del Pd.

Esiste davvero un asse Cgil-Sd? Si parla del 60 per cento della Cgil al vostro fianco.
La Cgil è un grande sindacato, e ha una storia fortemente riformista. Per ora abbiamo solo adesioni di singoli dirigenti.

fonte: http://www.aprileonline.info/3442/mussi-sinistra-e-identita

………


2 risposte a “Lettera aperta di Pino De Luca a Fabio Mussi”

  1. Fabio dice :

    Ciao Elena e Mauro. Scusate se prendo spazio nel vostro blog per una mia segnalazione, sapete che non è mia abitudine, ma ho bisogno dell’aiuto di tutti. Il 23 giugno sarà la giornata mondiale dell’orgoglio pedofilo…non ci sarebbe altro da aggiungere…firmiamo tutti l’appello per fermare questa oscenità e accendiamo una fiaccola per i piccolini a cui vengono distrutte le vite da parte dei nuovi orchi…vi ringrazio e mi scuso per l’intromissione. Saluti.

  2. elena dice :

    Fabio, avevamo letto il tuo post: infatti stiamo lavorando per non copiartelo, ma dar voce all’appello.
    Però non scusarti: in generale, per qualsiasi intervento anche se non a tema, e poi in particolare in questo caso. Niente è più importante dei bambini…

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