Archivio | giugno 13, 2007

Il mondo del lavoro dove si liquida l’uomo

Se le tante sinistre facessero il loro mestiere che è anche quello di correlare i meriti e i demeriti all’assetto sociale, sicuramente vivremmo la trasformazione del mondo lavoro con qualche speranza in più.

Che non è poco se si pensa che in questo Paese tre lavoratori al giorno muoiono a causa delle condizioni nelle quali si trovano a svolgere la propria attività. Sono 350 e passa le vittime, e novemila gli invalidi soltanto in questi primi mesi del 2007. Vuol dire che gli operai sono disattenti? Che il lavoro è male organizzato? O peggio ancora che si debba morire lavorando? Lavorando per salari bassi, talvolta perfino indecenti. In nessun luogo i lavoratori possono essere trattati come numeri, come ha avvertito il presidente Napolitano.

Il Presidente esagera? No, dal momento che i salari italiani sono i più bassi tra i paesi fondatori dell’Unione europea, e diversamente da quanto è avvenuto in Francia, Germania e Inghilterra, in termini reali sono quasi fermi da più di dieci anni. Com’è potuto accadere? Una delle cause, la più macroscopica, è stato l’aumento massiccio del lavoro precario.

I dati Istat parlano che, nell’ultimo anno, esso è aumentato del dieci per cento. E’ una cifra altissima dovuta al fatto che le imprese tendono sempre di più a sostituire porzioni crescenti di forza lavoro stabile e qualificata con forza lavoro precaria e atipica. Sono figure contrattuali, tutte debolissime, che puntano non ad elevare la propria condizione, ma ad aggredire la condizione del lavoratore stabile. Sicché, per la prima volta in Italia, coloro che lavorano rischiano di trovarsi in condizioni economiche non diverse da quelle del disoccupato assistito. Inoltre, chiunque abbia superato i quarant’anni è oggi consapevole che ai primi segni di crisi il suo posto di lavoro è a rischio, e che in caso di licenziamento sarà molto difficile trovarne un altro di pari livello professionale e a parità di retribuzione.

Infine, l’allungamento dell’età pensionabile rende particolarmente critica la condizione di tale fascia delle forze di lavoro. Ma non va bene nemmeno per i giovani poiché l’ultimo rapporto dell’Ocse rivela che in Italia la crescita del lavoro è in frenata: era dello 0,6 per cento l’anno scorso, e nel 2007 scivolerà allo 0,4 per cento. Questo vuol dire che per ogni due nuovi posti di lavoro che nasceranno quest’anno negli altri paesi sviluppati, in Italia ne nascerà uno solo, anzi meno di uno.
Accade perché la tecnica oggi non è più un mezzo nelle mani dell’uomo, ma, per effetto della sua espansione, è diventata la vera protagonista del mondo dell’economia e del lavoro. La tecnica non conosce il sociale, ma sa solo ottimizzare l’impiego minimo delle risorse umane per perseguire il massimo dell’utile. Progetti a lunga durata non se ne possono più fare per il semplice motivo che la tecnica agisce in un arco di tempo compreso tra il recente passato e l’immediato futuro e preferisce soprattutto l’immediato.

E dunque alla progettazione di lungo periodo è subentrata quella di breve periodo il che vuol dire la ricerca spasmodica per inserirsi in circostanze favorevoli tendenti a sfruttare le opportunità. In un contesto del genere quel che si chiede al lavoratore è la prontezza a cambiare tattiche e stili a breve scadenza, cioè quel che si chiama flessibilità, e naturalmente a basso costo, e in alti termini di efficienza e funzionalità perché la macchina resta il modello da imitare.

Accade che oggi molto più di ieri, tra lavoratori e imprese non vi sia una normale relazione di scambio, ma un rapporto strutturalmente asimmetrico. Infatti i lavoratori soltanto formalmente hanno l’opzione di non vendere la propria forza lavoro, poiché chi possiede la sola capacità di lavorare non ha altra scelta. Gli imprenditori, invece, possono essere meno «impazienti» nell’acquistare la forza lavoro, poiché per qualche tempo possono sopravvivere consumando il proprio capitale. Inoltre, solo gli acquirenti di forza lavoro possono perseguire strategie dirette ad indebolire la controparte, vuoi ricorrendo a tecnologie risparmiatrici di lavoro, vuoi spostando investimenti da un Paese all’altro, vuoi modificando i requisiti professionali richiesti.

E così da un’asimmetria strutturale nasce una prevaricazione di potere delle imprese sui lavoratori. In Italia quel che più preoccupa sono i rapporti di lavoro non standard, che fanno temere una maggiore instabilità del posto e tragitti lavorativi più discontinui, tanto più che il centro-destra ha aggiunto un armamentario di impieghi flessibili alle modalità già introdotte dal centro-sinistra.

Oggi il 10,5 per cento dei contratti non è più a tempo indeterminato e l’8,6 per cento non è più a tempo pieno. Nell’Unione Europea il contratto di lavoro a tempo pieno e con durata indeterminata resta peraltro la modalità normale; ma non è più esclusiva come lo fu in Italia fra il 1926 e il 1997, anno del pacchetto Treu. Va anche detto che i vari tipi di contratti a termine stanno sostituendo il tradizionale periodo di prova, sia perché certi imprenditori li sfruttano per dilazionare al massimo l’assunzione stabile, o per evitarla, sia perché molti ritengono insufficiente il periodo previsto dai contratti. Si tenga a mente che complessivamente l’area della precarietà coinvolge 3.757.000 individui, tra i quali uno su quattro non è occupato.

E sebbene costituiscano un’opportunità di ingresso nel lavoro per giovani e donne, i rapporti a termine possono però creare «ghettizzazione» professionale ed emarginazione sociale quando il lavoratore vi rimane intrappolato: basti pensare che oggi chi ha un contratto a termine stenta a ottenere prestiti e ad affittare appartamenti. Così diventa comunque difficile costruirsi un percorso, «formulare previsioni e progetti d’una certa portata in campo professionale e spesso anche in campo esistenziale e familiare», come spiega Luciano Gallino.

Come si fa, di fronte a queste evidenze, a non capire che il problema del lavoro con tutte quelle morti bianche è attualissimo? E che non si risolve commemorando le vittime degli incidenti nei cantieri e nelle fabbriche? Le sinistre, come detto, dovrebbero per prime farsene carico, ma finché continuano a sbranarsi, compagno contro compagno, sul partito di sinistra ideale da fondare, non inquadrano il mondo del lavoro in cui viviamo e sbagliano le mosse interpretandolo sulla base delle esperienze passate che oggi non servono più.

Infatti, l’impresa con la scusa delle turbolenze, degli assilli e della competizione globale, non è disposta a dare nulla in cambio. Così vivendo il rischio è che finirà col prevalere nella società civile il concetto secondo il quale è giusto ed è bello soltanto il perseguimento esclusivo dell’utile, in cui le morti bianche diventano un incidente di percorso. Vincenzo Maddaloni http://www.vincenzomaddaloni.it

Maria Cervi racconta la storia dei fratelli Cervi: tra antifascismo ed equità sociale


Maria Cervi è morta l’11 giugno 2007, dopo aver dedicato la sua vita a testimoniare la storia tragica ed esemplare della sua famiglia e a sostenere, insegnare e divulgare i principi antifascisti e il valore della memoria, della democrazia e della libertà di pensiero. I sette fratelli Cervi (Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore) sono stati fucilati il 28 dicembre 1943. Ma il loro attivismo antifascista è stato solo il punto d’arrivo di una vita dedicata, per tradizione familiare, alla costruzione dell’equità sociale e al miglioramento della condizione contadina. La loro vicenda viene raccontata dalla figlia di Antenore Cervi: Maria, che all’epoca dell’omicidio del padre e degli zii aveva 9 anni. Visita il sito: www.fratellicervi.it

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data: 23/11/2005 – fonte: ARCOIRIS TV – lunghezza: 47,32 min.

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Le origini

Conosciamo la storia della famiglia Cervi solo a partire dal padre di Alcide, Agostino Cervi. La famiglia Cervi dal 1893 lavora a mezzadria un podere in località Tagliavino di Campegine.
Nel 1869 Agostino è uno dei protagonisti dei moti contro la tassa sul macinato, e passa sei mesi in carcere. Agostino Cervi e Virginia, sua moglie, hanno quattro figli: Pietro, Emilio, Alcide ed Ettore che è stato adottato.
Nel 1899 Alcide Cervi sposa Genoeffa Cocconi di due anni più giovane di lui e tra il 1901 e il 1921 nascono nove figli, sette maschi e due femmine: Gelindo, Antenore, Diomira, Aldo, Ferdinando, Rina, Agostino, Ovidio ed Ettore. Nel 1920 Alcide Cervi esce dalla famiglia patriarcale del padre Agostino per formare la propria, e si trasferisce su un fondo a Olmo di Gattatico.
Nel 1925 la sua famiglia si sposta su un fondo in località Quartieri, nella tenuta Valle Re di proprietà della contessa Levi SottoCasa, nel comune di Campegine.
Nel 1934 Alcide Cervi e i figli decidono di prendere un podere in affitto in località Campi Rossi, nel comune di Gattatico, rinunciando così alla condizione di mezzadri per quella di affittuari.
La famiglia di Alcide Cervi, se nelle sue linee generali è riconducibile al modello patriarcale e solidale tipico delle famiglie contadine emiliano-romagnole, presenta però alcuni tratti di originalità: il protagonismo di alcuni dei figli, la forte personalità della madre Genoeffa Cocconi, la tendenza a prendere assieme le decisioni fondamentali. Questi caratteri specifici della famiglia dei Cervi hanno favorito e stimolato le innovazioni in ambito produttivo e la scelta di campo antifascista e partigiana che ha fatto di questa una famiglia contadina esemplare.
L’evoluzione della famiglia contadina dei Cervi si inserisce comunque in un processo più ampio che vede – a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, e con una forte accelerazione dopo la prima guerra mondiale – entrare progressivamente in crisi la struttura gerarchica e autoritaria delle famiglie contadine, ed affermarsi nelle campagne l’organizzazione socialista, fatta di cooperative, case del popolo, mutue, leghe di resistenza, camere del lavoro, protagoniste di numerose lotte per il rinnovo dei patti agrari. Il tutto in un quadro di profondo mutamento e modernizzazione dell’agricoltura emiliana.

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PEDOFILIA: BLOCCATO SITO BOY LOVE DAY, ENTRA NELLA BLACK LIST



UNA BUONA NOTIZIA!

Lo ha annunciato il ministero delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni

Notizia pubblicata in rete il 13/06/2007 21.47

(ITnews) – Roma – Il sito Boy love day è stato bloccato da pochi minuti grazie all’intervento della Polizia Postale e delle Comunicazioni. Lo ha annunciato il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che ha colto l’occasione per ringraziare tutti coloro che si sono attivamente impegnati per impedire che il 23 giugno andasse in onda online l’evento organizzato sul sito, strillato dietro lo slogan di “un’abominevole giornata dell’orgoglio pedofilo”.

«Ringrazio la Polizia Postale e delle Comunicazioni che è riuscita di fatto a bloccare su tutto il territorio nazionale l’accesso al sito tedesco che inneggia alla pedofilia e che intende celebrare on-line un’abominevole giornata dell’orgoglio pedofilo, denominata Boy Love Day», ha spiegato il ministro, aggiungendo che nei prossimi giorni continuerà l’impegno per impedire la possibilità di accedere dall’Italia al sito incriminato. Il Ministro Gentiloni ha sottolineato il «particolare significato di questo successo, sia per l’ubicazione all’estero del ‘sitò (come tale non assoggettabile all’autorità italiana), sia per la collaborazione prestata dagli Internet Service Provider italiani e dal mondo delle associazioni di volontariato, come la ‘Meter’ di don Fortunato di Noto, i quali hanno anch’essi cooperato attivamente per contrastare l’iniziativa pedofila».

Per la prima volta, inoltre, è stata applicata la legge 38/2006 sulla pedofilia, quella che consente la creazione di una black list dei siti per consentire poi ai provider di intervenire e bloccare gli indirizzi segnalati. E di fatto “Boy Love Day” è entrato a tutti gli effetti nella black list.

fonte: http://www.itnews.it/2007/0613214757816/pedofilia-bloccato-sito-boy-love-day-entra-nella-black-list.html

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