Archivio | giugno 15, 2007

Mario PROSCIOLTO!!!

Sarebbe ingenuo e presuntuoso ritenere che il post che abbiamo pubblicato qualche giorno fa, seppur unito alla lettera che vi abbiamo invitato a sottoscrivere, ancorché debitamente inoltrata alla stampa – che non le ha dato il minimo rilievo, peraltro… – abbia potuto influenzare l’esito della vicenda… però il risultato del processo, svoltosi oggi a Perugia contro Mario Ciancarella, accusato di diffamazione nei confronti del generale Tascio, è stato di PROSCIOGLIMENTO* per difetto di querela!!!

Coraggio Mario… noi continuiamo a stare dalla tua parte!

Grazie a tutti quelli che si sono uniti alla nostra campagna e che aspettavano l’esito con la nostra stessa partecipazione.

  • Essendoci il difetto di querela infatti Mario non doveva essere processato, tantomeno si poteva chiederne il rinvio a giudizio come ha fatto il Pm, tantomeno si poteva rinviarlo a giudizio – precisazioni ricevute da Laura.

Blog – giornale: notizie sparse

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Notizia 1: vi ricordate il post “Ustica: verità, giustizia e processi”? Questo qui…

Bene, oggi è il 15 giugno ed il processo s’è svolto. L’unica informazione avuta al momento da Mario è… che hanno perso alla grande! Ovviamente, ulteriori aggiornamenti a breve.

Notizia 2: ricordate il post “Rinasce il partito fascista”? Quest’altro…

Bene, s’è rifatto vivo qualcuno. Manco a dirlo, in forma anonima. Leggete bene e poi, se avete voglia, commentate… ma per favore diamogli una lezione di stile. Un poveretto (o una poveretta, intendiamoci) che non ha il coraggio di firmarsi ed insulta da anonimo chi non la pensa come lui/lei si autoqualifica e non c’è bisogno di infierire. Io non mi comporto così nei loro blog – non ci vado proprio!, ma capisco che per chi è abituato all’obbedienza cieca pronta ed assoluta, senza la capacità e/o la possibilità di ragionare con la sua testa, sia difficile fare altro che, appunto, insultare.

Lasciamo perdere “la forma” (anche se mi son venuti dei bei brividi): direi che si merita quantomeno un esempio di come ci si confronta in modo civile…

Notizia 3 (più che una notizia è un sondaggio): secondo voi, mi ritiro? Voglio dire: sono in fase riflessiva. Sto cercando di guardare in modo realista e disincantato la situazione politica, ma più ci penso più mi viene voglia di tornare alle radici anarchiche… Ho sempre difeso la sinistra (quella vera) che sta al governo, ho sempre sostenuto (ancorché a denti stretti, a volte) che non si può pretendere da Prodi un governo di sinistra reale, che questo è il meno peggio che ci possiamo aspettare – e non certo il meglio! – ma… è passato un anno ormai, da quando si sono insediati. Cos’hanno fatto i nostri, non dico di sinistra ma almeno di diverso dai loro predecessori? Conflitto di interessi: sta ancora lì. Politici sporchi in Parlamento: pure. Sprechi: proposte che restano sul tavolo. Scuola: nihil novo sub sole (esempio: mia figlia avrà, per il terzo anno consecutivo, una nuova insegnante precaria sia di matematica che di inglese…) Sanità: meglio essere sani. Lavoro: hanno conservato il posto ai lavoratori del PRA (che avrebbe dovuto essere sciolto, invece…), ma i precari restano tali, i poveri pure ed i disoccupati anche. In compenso le tasse sono aumentate. I lavoratori precarizzati della Telecom lo sono ancora eccetera eccetera eccetera.

L’operazione scatole cinesi prosegue, lo sdegno per le intercettazioni telefoniche insorge perché vengono pubblicate sui giornali che non perché esistono (per loro, non per noi si preoccupano…). Il TFR sembra un’ennesima beffa (avete notato come si sono moltiplicate le pubblicità in proposito? Cui prodest?). In compenso, hanno varato la preziosa legge sull’indulto, che tanto bene ha fatto… a loro. Hanno confermato le missioni di guerra, hanno dato l’ok all’allargamento della base di Vicenza, faranno partire la TAV e si preparano a discutere la legge Mastella…Hanno fatto passare la finanziaria con l’aumento dello stipendio ai manager pubblici, che poverini non sapevano come fare a tirare la fine del mese… Niente DICO.

Va bene, non abbiamo i numeri. Lo so. Ma DICO IO: se cediamo su punti peraltro fondanti, nonché condivisi in campagna elettorale, per tenere in vita questo governo di cui ci dobbiamo accontentare, AVREMO IL DIRITTO DI ASPETTARCI QUALCOSA IN CAMBIO???

Niente sinistra di lotta e di governo, dice D’Alema. Infatti lui, per non sbagliare, di lotte non ne fa proprio, ma in compenso nemmanco sta più a sinistra! Ma lui non mi preoccupa: non è il mio referente. Sono gli altri che non capisco più. Quelli che in nome della coerenza si piegano alla legge del più forte…

Davvero, mi viene voglia di tornarmene tra i lupi. E voi?

elena

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STOP ALLE TRIVELLAZIONI IN PARTE DELLA VAL DI NOTO

ANSA
2007-06-15 19:13

La società di ricerche petrolifere Panter ha comunicato oggi alla Regione siciliana di rinunciare a tutti i permessi di trivellazione in tutto il territorio della città di Noto

Lo ha comunicato a sorpresa il governatore della Sicilia Totò Cuffaro, nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi sulla fine della ricostruzione della cattedrale barocca di Noto, che sarà inaugurata lunedì dal presidente Prodi.

La società texana Panther Oil ha comunicato al Corpo siciliano delle miniere che rinuncia alle trivellazioni in un’area di 86 chilometri quadri del Val di Noto, su una superficie complessiva destinata alle ricerche petrolifere di 746 chilometri quadri. L’area risparmiate alle trivellazioni è quella sottoposta alla tutela dell’Unesco e alcune zone cuscinetto.
Da quanto si apprende i comuni interessati ai “tagli” sono Noto (21 chilometri quadri), Ragusa (17), Modica (9), Scicli (1), Caltagirone (23) e Palazzolo Acreide (un chilometro quadro).
Nel resto del territorio le trivellazioni andranno avanti. La Panther Oil ha ricevuto nel 2004 dalla Regione siciliana le concessioni per la ricerca. Nei giorni scorsi lo scrittore Andrea Camilleri aveva lanciato un appello, con un intervento su Repubblica, affinché le concessioni fossero ritirate.

LA CATTEDRALE SARA’ INAUGURATA DA PRODI LUNEDI’ “Una resurrezione, più che una ricostruzione, nel nome della fede, della cultura e di un sano meridionalismo. Insomma: se non proprio un miracolo, poco ci manca”: non ha nascosto il suo entusiasmo mons. Giuseppe Malandrino, il vescovo della cattedrale di Noto, che torna al suo splendore da lunedi, quando verrà inaugurata con una processione e una messa solenne dalle autorità ecclesiastiche (il presidente della Cei Angelo Bagnasco, il Nunzio apostolico in Italia Giuseppe Bertello), e dal Presidente del Consiglio Romano Prodi.

L’importanza dell’operazione durata sette anni e costata circa 40 milioni di euro è stata illustrata oggi a Palazzo Chigi da Guido Bertolaso, direttore della Protezione civile, alla quale il primo governo Prodi affidò la ricostruzione; dal presidente della Regione Totò Cuffaro, e dal prefetto di Siracusa e commissario per la ricostruzioneBenedetto Basile. A commentare l’evento anche un super siciliano doc come Andrea Camilleri, che in una dichiarazione video ha osservato che non si tratta solo di un’opera benedetta dai fedeli e utile al turismo, ma anche di un “monumento della nostra civiltà, che rappresentà la storia e l’identità italiana”. I terremoti, i crolli “sono impossibili da prevedere; ma altri guasti al territorio come quelli derivanti dalle trivellazioni petrolifere, quelli si possono evitare!” ha detto, senza sapere ancora che la società petrolifera Phanter ha rinunciato proprio oggi ai suoi piani di ricerca.

La cupola di San Nicolò, già danneggiata dal terremoto del 1990, crollò nella notte fra il 13 e il 14 marzo 1996. A quell’ora l’edificio era chiuso – il comune aveva già sospeso il culto – e non ci furono vittime. Il cedimento, causato dall’esplosione di uno dei pilastridella navata di destra, riempito da pietre di fiume, interessò quasi un terzo dell’edificio. Un effetto domino coinvolse gli altri pilastri, facendo crollare le macerie in un’area di oltre mille metri quadri. “Un crollo annunciato”, denunciò la Protezione Civile. Due indagini aperte dalla magistratura si sono concluse con una condanna, confermata dalla Cassazione, ad un anno e mezzo di reclusione per ‘crollo colposo’ nei confronti dell’ex responsabile tecnico della Soprintendenza urbanistica di Siracusa, Francesco Santalucia. Nel frattempo si procedeva alla ricostruzione, prima della quale sono stati necessari però anni di scavi, in cui furono recuperati 5.656 conci, alcuni reimpiantati nella struttura originaria.

La ricostruzione è cominciata nel gennaio del 2000, affidata ad un gruppo di imprese composto dalla Donati Spa di Roma, capogruppo, dalla Carchella Spa e dalla Società appalti costruzioni. Grande attenzione è stata riservata ai materiali: i restauratori hanno impiegato quelli dell’epoca, come la calcarenite bianca, assemblati però con tecniche antisismiche. Sono risorti così la navata centrale, quella di destra, il transetto destro, il tamburo, la cupola e la lanterna. Ma non solo: sono stati ricostruiti con tecniche antisismiche anche i pilastri di sinistra, risparmiati dal crollo.

fonte:

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_158437064.html

AMBIENTE: Quale futuro per il pianeta?


UNA BELLA LEZIONE

del prof. Wolfang Sachs

Vorrei offrivi alcuni spunti di riflessione: la prima parte prenderà spunto da tre storielle intorno alle quali cercherò di fare alcune considerazioni più generali riguardanti la connessione tra giustizia ed ambiente.
Nell’ultima parte focalizzerò le vie verso la realizzazione di un essere capace di giustizia per la costruzione di una società a sviluppo sostenibile.
Inizierò il mio discorso parlando del cibo, infatti il titolo della mio primo capitolo è:” La storiella del salmone e la giustizia.

I tedeschi negli ultimi anni hanno iniziato a mangiare molto più salmone, quindici anni fa il salmone non era così diffuso. Ora invece ne vengono consumati ben 80 milioni di chili all’anno.
Naturalmente il salmone non si trova in Germania, proviene da altri luoghi: Scozia, Norvegia Anche lì tuttavia, benché vi sia molto salmone, non basta per nutrire tutti gli stomaci dei tedeschi e degli italiani.
Di conseguenza per soddisfare le richieste si deve ricorrere a salmone di allevamento.
Gli allevamenti presentano un problema: questo problema è il mangime e da dove questo proviene.

Vi porto in un posto in Sudamerica, lungo le coste del Pacifico, questo luogo si chiama: Chimbote, una città situata nel bel mezzo del Perù. Quando uno si avvicina al porto sente una gran puzza, poi vede che ci sono dei ruscelli con le acque tutte rosse, si vedono anche molti pescherecci che vanno e vengono carichi di piccoli pesciolini. Questi pesciolini vengono trasformati, nelle fabbriche intorno al porto in farina di pesce.
Ed ecco che succede: la farina di pesce viene trasportata in Norvegia e in Scozia per alimentare il pesce di allevamento. Ci vogliono 5 kl di farina di pesce per produrre un chilo di salmone. Cosa succede? Il consumatore tedesco vuole questo piatto che ha poche calorie, fresco, un piatto molto moderno e per ottenerlo lascia alle sue spalle l’inquinamento dell’aria, degli alberi, lo svuotamento dei mari, in particolare delle acque lungo le coste dell’Oceano Pacifico. Lascia alle sue spalle il declino della piccola economia basata sulla pesca lungo queste coste di conseguenza lascia alle sue spalle anche una crisi alimentare dei paesi del Perù e dell’Ecuador.
Questa storiella è molto simile ad altre storielle: infatti la medesima cosa può essere raccontata parlando dei gamberetti, parlando della legna…

Una simile storiella la si può ritrovare quasi ovunque dove la natura è divenuta un pezzo centrale dell’esportazione dei paesi del sud.
E’ un flash su come funzionano queste catene globali di produzione.
La globalizzazione ha esteso un traffico già esistente: ha ampliato la rete delle catene di produzione e dei traffici commerciali. Una rete che è come una ragnatela, attraverso questa rete la classe consumistica del mondo è capace di attrarre tanti pezzi del patrimonio naturale verso di sé tramite una forza di potere molto particolare che si chiama: potere d’acquisto.
Questa storia mostra un po’ come lungo questa catena di produzione i profitti e gli svantaggi siano distribuiti in modo nuovo. Quindi con la globalizzazione si potrebbe anche pensare che vi sia un estendersi dell’economia nel globo e che anche i frutti siano estesi in modo globalizzato e democratico.

Molto spesso avviene invece il contrario: i benefici tendono a concentrarsi da un lato della catena alimentare, mentre gli svantaggi dall’altro lato.
Quindi con l’estensione di queste reti globali ha anche luogo una redistribuzione dei vantaggi e degli svantaggi. Altra cosa che può cogliersi da questo esempio è che i paesi dell’OCSE hanno una capacità particolare che è insita nel loro potere d’acquisto ed è quella di appropriarsi di risorse naturali esistenti ovunque.
Per cui il dato che ne deriva è il seguente: il 25% della popolazione mondiale ( i paesi Ocse) utilizza tutta la superficie biologica produttiva disponibile sul nostro pianeta.

Una prima conclusione è la seguente: se in questo modo abbiamo già raggiunto un limite biologico abbiamo al tempo stesso raggiunto un limite sociale, nel senso che questa minoranza della popolazione mondiale ci ha già portato ad un limite. Vuol dire che loro utilizzano già l’intero spazio disponibile a lungo termine. Quindi se lo spazio ambientale è diventato limitato la conclusione è la seguente: se vogliamo dare speranza di miglioramento e maggiori opportunità a tutti i popoli è necessario operare UNA RIDISTRIBUZIONE DI QUESTO SPAZIO.

Quindi ogni tentativo di affermare il diritto alla sopravvivenza richiede a sua volta UN RIDIMENSIONAMENTO delle richieste che vengono fatte dai paesi del nord e dall’occidente.
Ogni discussione che riflette sulla giustizia nel mondo, ogni discussione che cerca di capire come possiamo garantire cibo-acqua-lavoro a tutti quanti i cittadini del mondo inevitabilmente deve fare i conti con questa situazione, deve tener conto che lo spazio ambientale è limitato.
Ogni discussione sulla giustizia deve tener conto che l’ecologia è un fattore enormemente critico per realizzarla nel mondo.
Non era così trent’anni fa.
La conclusione ha questo discorso può essere: non ci sarà giustizia, non ci sarà equità senza ecologia.

Il mio secondo capitolo inizia con un’altra storiella: la storiella della zanzara.
Attraverso questa storiella vi parlerò del cambiamento climatico, ma per fare questo occorre che tutti voi liberiate la mente da un’immagine molto diffusa che posso illustrarvi con questo esempio.
Dieci, dodici anni fa quando si iniziò a parlare di cambiamento climatico la rivista “Newsweek” realizzò una copertina che mostrava la cattedrale di Colonia che affondava nelle onde del mare.
La rivista in questo modo trasmetteva l’idea che il cambiamento climatico avrebbe provocato catastrofi di questo tipo, per cui il mare del nord avrebbe raggiunto la città di Colonia.
Io vi consiglio di togliervi dalla testa questa immagine in quanto è un’idea sbagliata.
Essa infatti suggerisce che le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico siano di tipo catastrofico.
Non è così.

Le conseguenze serie del cambiamento climatico avvengono in modo silenzioso.
Arrivano in un modo molto insidioso: per esempio ci sono esseri viventi che amano temperature più calde e maggiori umidità. Tra questi per l’appunto la zanzara.
Sappiamo che le zanzare trasmettono il virus della malaria. Infatti con l’aumento della temperatura nelle zone tropicali del mondo si espande la regione in cui la malaria è presente.
Questa espansione non è soltanto un’espansione geografica di regioni, di aree, ma è un’estensione anche in altezza, l’altitudine in cui la malaria avviene.

Così oggi in un paese come l’Etiopia ci sono incidenze di malaria che non c’erano prima.
Questo è dovuto al fatto che l’Etiopia è una zona molto elevata, quindi fino ad ora era protetta da essa. Questa protezione naturale inizia ad avere delle falle.
Il tempo d’incubazione per la malaria è di 30° e intorno ai 12 giorni.
Quando la temperatura media sale a 32° questo tempo d’incubazione si accorcia e arriva a 7-8 giorni. Quindi si accelera anche il tempo in cui un’infezione si espande
Le conclusioni riguardo a ciò sono le seguenti:
Il cambiamento climatico per prima cosa è INSIDIOSO E SILENZIOSO.
Esso crea , come conseguenza, un cambiamento delle condizioni di vita per molte persone nel mondo.

Certo non per tutti, in particolare non in primo luogo per coloro che lo hanno causato.
Quelli che sono gli innocenti ne saranno le prime vittime.
In particolare: il pescatore lungo le coste del Senegal, il pastore dell’altopiano del Kenia
Quindi gli strati sociali che sono anche economicamente più vulnerabili ne risulteranno le prime vittime. Ne saranno vittime in quanto l’umidità cambierà, muterà la fertilità del suolo e così pure la regolarità dei venti, delle stagioni e così via.

Quindi l’habitat di tante persone e di tanti animali e piante cambierà con delle conseguenze infelici che complicheranno le condizioni di vita di coloro che già sono vulnerabili.
A mio parere è come trovarsi di fronte ad una nuova forma di colonialismo. Non è un colonialismo dove il potere imperiale prende un pezzo di territorio e nemmeno un colonialismo dove la banca mondiale cerca di eseguire programmi di adattamento strutturale. Si tratta invece di un colonialismo che giunge attraverso la civiltà atmosferica. Colonialismo in quanto gli stili di vita e di produzione del nord del mondo hanno un impatto sulle condizioni di vita di altri luoghi.
Ma non si tratta solo di modificare le condizioni di vita , io credo si possa davvero parlare di un attacco, storicamente nuovo, a quelli che noi normalmente chiamiamo DIRITTI UMANI.
Tutto il discorso sui diritti umani ha il suo fulcro nella protezione dell’integrità fisica delle persone.

Per molto tempo questo concetto è stato sviluppato come una protezione dell’integrità fisica nei confronti dello stato o di qualsiasi altro potere che fosse più forte del soggetto da difendere.
Mi sembra che oggi questo tipo di impatto che modifica le condizioni anche fisiche (malattie, agricoltura, incidenza di morte…) possa definirsi come un nuovo attacco ai diritti umani.
Ecco qua un altro punto in cui ecologia e giustizia trovano una connessione.
Il sovraccarico dell’atmosfera cambia le condizioni climatiche del mondo, queste a loro volta modificano, attaccano, minacciano le condizioni di vita di persone, animali e piante.

La terza storiella riguarda il PETROLIO E LA PACE.
Questa storia non può mancare.
Però io vorrei mettere l’accento su un aspetto molto particolare.
Sappiamo che gli Stati Uniti non sono in Ruanda: Perché in Ruanda ci sono tante patate, ma non c’è il petrolio. Se ci fossero tante patate in Iraq gli Stati Uniti non si troverebbero lì, non ne avrebbero interesse. Certamente il petrolio è un fattore fondamentale, ma dobbiamo aggiungere che quel che gioca sullo sfondo è sempre più la finitezza della biosfera, la finitezza dello spazio ambientale.
Come dire: i nodi vengono sempre più al pettine. Certo gli Stati Uniti hanno cercato finora di difendere a spada tratta l’economia fossile e lo fanno in tanti modi. Però tutto ciò acquista una sua drammaticità, perché oggi con i consumatori che ci sono ben sappiamo che il petrolio disponibile non basta, inoltre vi sono altri consumatori sullo sfondo che inizieranno anche loro a farne richiesta.

Per esempio la Cina: se lo sviluppo cinese continuerà a progredire come ora , fra dieci anni la Cina avrà bisogno di quantità enormi di petrolio molto simili alle richieste americane. Quindi apparirà sul mercato mondiale una nuova domanda molto consistente.
Di conseguenza la situazione strutturale, per quanto riguarda il petrolio è molto simile alle altre situazioni già citate prima. C’è uno spazio ambientale limitato e sempre più emergono domande, bisogni, aspirazioni che cercano di ritagliarsi un pezzo di questo spazio ambientale.
In questo senso il conflitto con l’Iraq certamente può essere letto come un conflitto intorno ad uno spazio ambientale limitato.
Non dobbiamo dimenticare che il petrolio richiede sempre una protezione militare aumentando così la vulnerabilità di quel dato spazio, questo anche per un motivo strutturale: gas e petrolio sono presenti sulla terra solamente in alcuni luoghi, mentre i consumatori di energia si trovano dappertutto.

Il risultato è che l’energia fossile si basa sempre su lunghe catene di approvvigionamento.
Siamo di nuovo di fronte a lunghe catene di produzione.
Queste lunghe catene di produzione sono fianchi deboli, fianchi vulnerabili, quindi devono essere protette.
Per questo anche qui la conclusione è che: un’economia fossile sarà sempre un’economia che richiede una maggiore sicurezza militare. Mentre la situazione strutturale è molto diversa per quanto riguarda le energie rinnovabili.
Le energie rinnovabili sono: il vento, la biomassa, il sole, l’acqua.
Le fonti delle energie rinnovabili sono dappertutto e infatti si trovano negli stessi luoghi dove vi sono i consumatori. Ne consegue che con le energie rinnovabili le distanze fra le fonti ed i consumatori possono essere molto più brevi. Quindi parliamo di catene di approvvigionamento molto corte che quindi non richiedono una protezione militare.
Conclusione: non ci sarà pace senza ecologia. Le energie rinnovabili sono energie pacifiste.
Piccola sintesi di quanto ho detto fin’ ora: la giustizia nell’era dei consumi; ho parlato fin’ ora del nord e del sud, ora fate un attimo di attenzione. La divisione fra paesi del nord e paesi del sud non rispecchia più il divario esistente nel mondo di oggi.
Nella mia lettura la vera divisione, il vero divario oggi corre fra le classe consumistica del mondo da un lato e la maggioranza marginalizzata dall’altro.

Chi appartiene alla classe consumistica? Possiamo dire che ne fanno parte tutti coloro che posseggono almeno una macchina. Noi abbiamo mezzo miliardo di macchine, non si tratta di 2-3 milioni di persone, ma di 1 miliardo e mezzo di persone.
Questa classe di persone ha tante cose in comune: non importa che colore ha, ha la macchina, il frigorifero, sono inseriti nei circuiti d’immagine, d’informazione del mondo, fanno dei viaggi, probabilmente mandano i loro figli a studiare all’estero e così via.
E’ abbastanza chiaro che lì c’è un gruppo, una classe, una formazione che comunque, al di là delle differenze hanno in comune una cosa: hanno in comune un consumo delle risorse disponibili abbastanza elevato.
Questo li distingue da quell’altro grande gruppo che invece risulta escluso dai circuiti del mercato mondiale.
Questi più o meno esclusi costituiscono la minoranza della popolazione in paesi come l’Italia.

Rappresentano invece la maggioranza di paesi come l’India, senza dimenticare che in un paese come l’India ci vive tutta una Germania dentro, in quanto la classe consumistica dell’India si aggira intorno ai 70-100 milioni di persone, proprio quanto la Germania.
Quello che voglio dire è che la divisione non è più fra stati del nord e stati del sud, molto spesso questa visione è fuorviante.
La classe consumistica ha si il suo centro principale per ¾ in Europa, Nord America, Giappone, ma ¼ vive anche nei paesi del sud e anche dell’est.
Anche per tutti costoro vale il principio detto in precedenza: anch’essi esercitano un potere d’acquisto sia sulla loro nazione, sia sul mercato mondiale traendo verso di sé le risorse naturali.
Ritengo quindi che la classe consumistica del mondo occupi attualmente una parte eccessiva dello spazio ambientale. Dato che questo spazio ambientale è limitato non ci sarà giustizia nel mondo senza ecologia.

L’ecologia per questo motivo non è un argomento che interessa soltanto organizzazioni come il WWF o Greenpeace, non è solo utile per proteggere le balene, per proteggere gli oceani, l’ecologia oggi è la condizione per rendere possibile una cittadinanza globale.
E’ la condizione essenziale per la convivenza mondiale.
Per questo motivo quindi non c’è dibattito sulla giustizia senza un dibattito sull’ecologia.

Un ulteriore passaggio: se le cose stanno così la sfida particolare per i paesi del nord, o per essere più preciso, per la classe consumistica del mondo è di trovare modi di vita e di produzione che non incidano troppo sulle risorse. Occorre trovare modi di produzione e di vita che permettano di ritirarsi da questo spazio eccessivamente occupato del mondo. E qui ci confrontiamo con un’altra problematica: da 30-40-50 anni le nostre culture hanno fatto nascere un modello di benessere con numerose attrattive. Però è altrettanto vero che il modello che noi abbiamo generato è allo stesso tempo un modello incapace di giustizia.
Incapace di giustizia perché non può essere democratizzato oppure può esserlo solo a scapito dell’ospitalità della terra.
Se noi proseguiamo seguendo ed estendendo questo modello renderemo la terra inospitale.

Quindi per riformulare quello che, a mio avviso, è la sfida centrale .quando parliamo di giustizia dobbiamo riformulare, reinventare i modelli del benessere per renderli sempre più capaci di giustizia
Vorrei infine indicare le due grandi strategie che io intravedo per questa transizione verso un’economia basata su un utilizzo leggero delle risorse.
Perché come ho spigato, occorre mettere gli “onnivori a dieta”: questa è una condizione essenziale per fare spazio ad una maggiore giustizia nel mondo.
Quindi due sono le prospettive.

: La prospettiva della ECOEFFICIENZA:
la reinvenzione dei modelli del benessere è anche una grande sfida per gli ingegneri, i disegnatori, per i pianificatori… per tutti coloro che si occupano della società. Perché per 200 anni il progresso tecnologico ha avuto una direzione particolare. Il progresso tecnologico è andato avanti con un presupposto nascosto. Il presupposto nascosto era che la natura sarebbe sempre stata generosa ed abbondante. Partendo da questo presupposto si è quindi ritenuto importante concentrare tutta la nostra intelligenza, tutte le nostre capacità di creazione sull’aumento dell’efficienza del lavoro.
Questo era molto comprensibile: infatti 200 anni fa il mondo sembrava pieno di natura e vuoto di uomini. Quindi uno poteva avere questa concezione di base.
Oggi invece ci troviamo proprio nella situazione opposta. Il mondo è sempre più scarso di natura e sempre più pieno di uomini. Per questo anche la direzione del processo tecnologico per forza di cose deve cambiare.
Mentre per 150 anni fino ad oggi siamo diventati sempre più capaci di fare cose, da oggi in poi bisogna imparare a fare cose utilizzando sempre meno energia e materiali.
In altri termini: invece di privilegiare la produttività del lavoro occorre favorire la produttività delle risorse. Tutto questo campo di ecoefficienza non dice nient’altro che l’arte di produrre valore economico con sempre meno utilizzo di materiali e di energia, con sempre meno imput di natura.

: La prospettiva di: ECOSUFFICIENZA
Essere ecoefficienti non basta. Sapete tutti che le macchine oggi sono più ecoefficienti di 20 anni fa, ma questo non ha risolto il problema in quanto nel frattempo abbiamo messo sulla strada macchine più potenti, più veloci o fouristrada (è interessante notare inoltre come i consumi di oggi che non tengono conto dell’ecologia risultano irrazionali. Cosa c’è di più irrazionale che mettere un fuoristrada in una via dove nel traffico cittadino si va piano e non ci sono ostacoli da superare?..).è uno spreco di materiali e di sforzi.
E’ chiaro che noi abbiamo scelto d’investire un volume di risorse con il compito di agevolarci, certamente con la velocità sia delle macchine, sia del treno aumenta anche il bisogno di energie e di risorse. Quindi per questo ci vuole una società leggera di risorse, per questo occorrono macchine moderatamente motorizzate cioè costruite in modo da non poter superare diciamo i 100 km orari.
Quindi la moderazione o se preferite la sufficienza diventa parte del disegno della macchina.
Così diminuirà l’incidenza degli incidenti, dell’inquinamento e potremo trovarci in una situazione molto diversa.
Questo è un esempio di come si può declinare insieme sufficienza ed efficienza pensando a nuove tecnologie. Questa continuazione tra sufficienza ed efficienza mi sembra la scelta essenziale per andare avanti verso tecnologie ecocompatibili.
Ultimo esempio di ecosufficienza : è abbastanza facile da capire che negli ultimi decenni ci siamo sempre più arricchiti di cose, di oggetti, ma allo stesso tempo ci siamo sempre più impoveriti di tempo.
Forse tutti possono avere un’idea diversa in cosa possa consistere una buona vita però credo che pur avendo visioni diverse tutti convengono sull’opinione che una buona vita dovrebbe sempre includere una ricchezza di tempo.

Che cosa invece è successo in questi ultimi tempi del miracolo economico ?
Certo siamo più ricchi, abbiamo più cose, possiamo comperare di più…. Però ogni cosa costituisce un richiamo alla nostra risorsa più preziosa che è IL TEMPO.
Perché il giorno ha soltanto e sempre 24 ore e il nostro sforzo di mettere sempre più cose in questo contenitore di 24 ore ha come risultato di farci sentire nervosi, con tempi ristretti.
C’è inoltre un ulteriore disparità tra la soddisfazione materiale e la soddisfazione immateriale.
E’ vero ci possiamo permettere più cose, ma abbiamo meno tempo a nostra disposizione per i nostri hobbies, ad esempio possiamo comperarci più cd di musica, ma ci manca il tempo per ascoltarli…e così via.
Quindi si apre una contraddizione per cui ci accorgiamo che non è possibile massimizzare ugualmente la soddisfazione materiale e quella immateriale.
Se volete ottimizzare la vostra soddisfazione immateriale oltre una certa soglia, dovete necessariamente limitare la soddisfazione materiale.

Perché diversamente non esiste più spazio e tempo per godersi le cose che si hanno, per estrarne la qualità, per utilizzare le cose per la propria soddisfazione interiore e così via..
Dico questo perché L’ECOSUFFICIENZA ha molto a che fare con L’ARTE DEL VIVERE.
Tutto questo è importante perché giustizia oggi non vuol dire guardare gli altri e vedere come condurre il povero verso una situazione migliore.
Questo è pur sempre importante e nobile, però in primo luogo REALIZZARE LA GIUSTIZIA NON VUOLE DIRE TANTO DARE DI PIU’, MA PIUTTOSTO IMPARARE A PRENDERE DI MENO.
Grazie a tutti

fonte: http://www.scuolaperalternativa.it/sito_00/doc2.php?id=15

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Io prete tra coppie di fatto e omosessuali: porte aperte a tutti, no alle divisioni

A viso aperto – articolo uscito in prossimità del del Family Day, ma sempre interessante..
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A Treviso una parrocchia con una strada piena di persone separate. “Soffrono già, perché ignorarle?”


di JENNER MELETTI

TREVISO – Sul muro, dietro la scrivania, c’è un

manifesto del 1948, firmato Democrazia cristiana. Un sacerdote sullo sfondo annuncia: “Meglio un prete oggi che un boia domani”. In primo piano, un rosso bolscevico accanto a una forca. Il messaggio è chiaro: se non obbedisci ai preti, sarai preda dei comunisti. Don Adelino Bortoluzzi, parroco di Olmi-San Floriano, si mette a ridere. “E’ un manifesto originale, me l’hanno regalato, forse per ricordarmi un passato non tanto lontano. E ricordare, anche in questi giorni, fa solo bene”. Non è facile trovare sacerdoti che abbiano voglia di parlare del mega raduno annunciato a Roma. C’è chi dice che “la sola protesta permessa è il silenzio”, c’è chi sostiene che “come sempre i parroci sono tagliati fuori da ogni decisione”. “Vadano a Roma, quelli che credono che per salvare la famiglia basti uno slogan. Io non organizzerò certo dei pullman. Resterò qui, con le famiglie vere, che ci parlano di figli da crescere e da educare, e non di Pacs o Dico. Ma protestare non conta nulla. La gerarchia della Chiesa non ha certo smesso di essere una gerarchia”.

Don Bortoluzzi (per tutti Adelino e basta) accetta di parlare, ma solo della sua parrocchia. “Io posso solo spiegare cosa succede qui, in questa periferia di Treviso, che 15 anni fa, quando sono arrivato, era solo un dormitorio costruito attorno a una strada. Posso raccontare cosa ho cercato di fare in questa terra degli schei e del consumismo, dove i figli venivano mandati a lavorare a 14 anni e la scuola era giudicata solo una perdita di tempo. Parlo delle persone che abitano qui, persone vere, una diversa dall’altra, che alla parrocchia chiedono di essere luogo di accoglienza. L’incontro di Roma? Rischia di creare solo tensione e divisione. Nella mia chiesa entrano coppie di fatto, separati, omosessuali che non possono ricevere la Comunione ma che sono in comunione con gli altri fedeli. La chiesa è l’unico posto dove queste persone possono entrare senza che nessuno chieda loro un pass. Si sentono accolti da qualcuno più grande di tutti noi, dalle braccia della misericordia di un Dio che vuole bene a tutti”.


C’è una strana strada, nella parrocchia, che qualcuno chiama “la via delle coppie di fatto”. “Hanno costruito dei monolocali che sono stati affittati o comprati da uomini e donne che si sono separati ed hanno lasciato la casa in centro al coniuge e ai figli. Alcuni hanno nuove compagne. Come prete, posso ignorare queste persone? Il matrimonio è formato da coppie di diritto e da coppie di fatto, ma è anche dono e mistero, ed io lavoro per il dono e il mistero. Ci sono anche persone che si sentono sconfitte dalla vita. Non è bello separarsi, non è bello vivere in conflitto con la stessa persona con la quale hai fatto dei figli. Io cerco di trovare quello stile che Gesù aveva con le persone sofferenti. Chi sta già pagando un alto prezzo, deve trovare nella chiesa bontà e misericordia”.

Anche qui i matrimoni in chiesa sono merce rara. L’anno scorso solo 4, contro 30 battesimi e 16 funerali. “Qualcuno si è sposato in altre parrocchie, ma la crisi c’è. La mia preoccupazione di parroco è comunque quella di fare sapere a chi si sposa che il matrimonio è una vocazione, da vivere con quella pienezza che è frutto di libertà di stare assieme ma anche grazia dello spirito. Dobbiamo poi ripensare anche alla “penitenza”. Io posso assolvere un aborto o un assassinio, non una separazione. Su questo dramma aspetto un nuovo magistero dalla Chiesa. Se non avremo il coraggio di affrontare questi temi, per tanti la liturgia e il Vangelo saranno ridotti a norme e riti, facendo perdere la forza che hanno per aiutare l’uomo a vivere bene”.

Non è facile trovare preti come don Adelino. In quindici anni ha costruito il centro sociale per gli anziani, con campi bocce al coperto, una grande palestra, un centro incontri per le famiglie… “Non ho il male della pietra. Ho cercato di trasformare un dormitorio in un paese. I soldi? Per raccoglierli, organizziamo anche la sagra del toro allo spiedo. Ci sono famiglie che si tassano, e poi ci sono i debiti. Ma adesso Olmi non è più solo una strada fra i dormitori. Sono diventato prete nel 1974, in tempi in cui i referendum sull’aborto e sul divorzio hanno segnato il crollo della cristianità. Ero cappellano vicino a Mestre e in quegli anni di tensioni fortissime vissute dagli operai di Marghera la parrocchia faceva campagna elettorale, per la Dc, ed era il centro di potere più grande del paese. Il parroco allora faceva e disfaceva la giunta comunale. Adesso noi preti, su questa questione, per fortuna non contiamo più nulla. Chi crede che possano tornare i tempi del manifesto con il prete e il comunista, si illude. Con altri sacerdoti ho imparato che la parrocchia deve essere un centro di spiritualità, non di potere. Arrivato qui, potevo vivere come un “manager di azienda di servizi religiosi”. Battesimi e prediche, benedizioni e funerali. Faccio tutto questo, ma ho scelto anche un’altra strada. Ho studiato, ho chiamato qui degli specialisti. Ci sono soprattutto psicoterapeuti. E così a Olmi non c’è un “prete educatore” ma una vera comunità educante”.

Cento ragazzi e ragazze, in questo pezzetto di nord est così refrattario agli atenei, si sono già laureati. “Seguiamo i ragazzi delle superiori, per completare un discorso culturale che la scuola non riesce a dare. Gli universitari fanno comunità: organizziamo appartamenti a Milano, Bologna, Padova. Dicono che “Adelino porta via i ragazzi dalle famiglie”. E’ vero. Io dico che bisogna studiare davvero e trovare un lavoro, fare un mutuo per uscire di casa subito dopo la laurea, farsi una famiglia. Anche in questo campo voglio essere un manager che riunisce persone competenti. Ragazzi in crisi trovano qui in parrocchia una risposta e soprattutto un aiuto a individuare la strada giusta. E così abbiamo gli anziani che gestiscono il bar portando orgogliosi il grembiule con scritto “Noi di Olmi” ma anche psicologi, psicoterapisti, analisti con i quali abbiamo costruito una rete di sostegno che serve tutta la comunità. Una rete, questa, che ci ha aiutato ad esempio ad organizzare famiglie che hanno deciso di andare ad abitare tutte nello stesso condominio, per una solidarietà reciproca. Ma è una rete che, se necessario, consiglia anche la separazione di una coppia, se questa appare come la soluzione più opportuna. Può sembrare strano che certi consigli arrivino da una parrocchia, ma la crisi arriva anche nelle famiglie sposate in chiesa. Non puoi fare finta di nulla”.

A Olmi (1.200 dei 3.500 abitanti partecipano alle messe della domenica, 25 mamme insegnano il catechismo e 180 volontari organizzano le attività della parrocchia) l’altro giorno sono stati battezzati quattro bambini. “C’erano due neonati, il figlio di un ricco industriale e il figlio di un operaio. E c’erano due bambini più grandi, figli di una coppia di fatto. Sono amici di bambini battezzati, anche loro hanno voluto il sacramento. I loro genitori erano presenti ed hanno chiesto alla nostra comunità di farsi carico dell’educazione cristiana dei loro figli. Sono cose che succedono, se una parrocchia tiene davvero le porte aperte a tutti”.

(30 marzo 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/politica/coppie-di-fatto-7/treviso-adelino/treviso-adelino.html