Archivio | giugno 16, 2007

Così ho liberato la Sandra che era in me. "Un corpo di ragazzo, e una ragazza dentro"


20/04/2007


Questa storia per motivi di tempo (al momento) viene rappresentata come news. Presto troverà un suo giusto spazio all’interno del sito.
Nel frattempo leggete questo capolavoro di attenzione scritto da Antonella serafini (
www.censurati.it), pubblicato da uno dei pochi mensili attenti alle storie della gente (casablanca) e rilanciato da noi (notoriamente Associazione senza “peso”).

“Così ho liberato la Sandra che era in me”

Un corpo di ragazzo, e una ragazza dentro. Succede. Ma in un paese barbaro e incivile (l’Italia anni Sessanta: certo, non l’Italia di ora) ogni diversità è una condanna. E la sentenza è semplice: Tu non sei un essere umano”. Sandra ha combattuto, e vinto, contro tutto questo. Ora è una signora matura, realizzata, sposata da 34 anni. E’ una famiglia, la sua: forte, unita e felice. Quanti dei farisei che
l’accusano potrebbero dire altrettanto?

Nel 2001 arrivò nella posta di censurati un’email che sembrava un’accorata e inconsueta richiesta di aiuto: ” Per essere nata con sembianze femminili ma di sesso maschile, i moralisti degli anni 60 mi perseguitarono con leggi di P.S. punitive che mi portarono a diversi anni di carcere, distruggendomi nell’inserimento sociale. Nonostante abbia aggiustato il tutto anagraficamente, sono finita nel baratro della depressione e varie patologie psicologiche causate dai duri isolamenti carcerari. Dieci anni di detenzione spalmati in un’arco di tempo molto più vasto. Ora vivo con una invalidita’ del 74% e sono stata dichiarata per questo NON ABILE AL LAVORO. Si può tacere? Fino a quanto si può sopportare?

L’email era firmata con nome e cognome, e con recapiti telefonici . Che ho usato. Feci all’epoca un’intervista telefonica, più che altro per conoscere la persona, per poi eventualmente approfondire, e saltarono fuori delle cose sconcertanti. Stupri in carcere, letti di contenzione, 41 bis, carcere duro, 37 carceri girati in tutta Italia, come la patata bollente che non vuole nessuno. Cominciano ad affiorare elementi che non si possono approfondire per telefono, quindi decido di partire per Firenze Campo Marte, dove mi aspetta Sandra. La storia è questa:
Sandro ha sempre sentito di appartenere al genere femminile ma il destino ha voluto che nascesse uomo. A 16 anni, va in Inghilterra e si opera. Sono gli anni 60-70. Un transessuale in Italia è visto come Ruini guarda Luxuria. Un po’ peggio, anzi.

Figlia di una famiglia borghese di Torino, papà nelle forze dell’ordine, i suoi mal tollerano questo cambiamento del figlio. Una spietata legge sulla pubblica sicurezza, la addita come persona che attenta alla morale, e viene espulsa dalla sua città con un foglio di via. Durante una retata in una casa di prostitute dove lei faceva le pulizie, lei viene prelevata dalle forze dell’ordine e portata in caserma. Il padre pensa che sia un bene, “magari guarisce”. Dopo un breve periodo di fermo viene rilasciata ma lei non torna a casa. Scappa, si allontana. Arriveranno fogli di via, avvisi di presentarsi a firmare in caserma, tutte cose che poi diventeranno condanne in contumacia, perché nessuno la avverte, perché lei ormai ha preso una strada sua, perché non vuole sentirsi umiliata e diversa in casa. Anche perché lei ha un profondo rispetto per i propri genitori per farli sentire nell’imbarazzo in cui sono piombati dopo la “triste” operazione che ha tolto virilità a un uomo che non si sentiva tale.

Quando poco tempo dopo fu fermata per il furto di una bicicletta, inizia la trafila. Lei ha ancora i documenti da uomo, ma è ormai operato, ed è diventato donna, con cure di ormoni, una terza di reggiseno, una voce diversa. Insomma, in che carcere si manda? Maschile? Femminile? Vince la burocrazia, quindi alla fine viene deciso che si spedisce in carcere maschile. Una donna in un carcere maschile come finisce? Finisce che sette secondini la stuprarono, a turno. Hanno il giocattolo. Per motivi di sicurezza viene spedita nelle celle di sicurezza, quelle del carcere duro, letti di contenzione, 41 bis. Nei seminterrati, sotto terra. Niente luce, niente di niente, solo un metro per due e tanti rumori di catenacci. Pensava di morire mentalmente. Per vedere se riuscire a provare ancora sensazioni, ha tentato il suicidio in carcere, ottenendo solo di essere additata come persona pericolosa per sè e per gli altri.

Dopo aver girato ben 35 carceri, tra cui l’Asinara, in cui ha conosciuto anche Curcio, perché viene messa in mezzo ai criminali veri, finalmente finisce il calvario, arrivano i documenti con il nuovo nome, si sposa con un uomo conosciuto in carcere, e cerca di vivere una vita normale. Una signora che ad oggi ha più di 30 anni di matrimonio alle spalle, cerca di fare una battaglia per i diritti che le sono stati negati in gioventù, e si rivolge a tutte le associazioni transessuali per chiedere aiuto.

Nessuno che le abbia teso una mano, ma neanche un piede, niente. Cerca così di far conoscere la sua storia tramite la stampa. Nessuno la ascolta, nessuno la vuole, ha più di 50 anni, non è appariscente, non porta parrucche, non si trucca, non dice parolacce, insomma non fa audience. Nel frattempo è diventata amica di censurati.it, e si fa scrivere un fax da spedire nelle varie redazioni. La ascolta prima Funari, poi qualcuno in Rai, poi Costanzo. Sembra che le cose cominciano a cambiare, quindi. Il forte carattere la porta a litigare con Costanzo, poi con chiunque la faccia apparire diversa per motivi legati agli ascolti televisivi. Tenta un’altra strada: apre un’associazione. Questo sarà il cambiamento della sua vita, perché cominceranno a chiamarla i politici (perché attira voti dei “diversi”), ma qualunque sia il loro scopo, a Sandra non interessa. Basta che qualcuno la consideri una persona normale. Quale lei è. Io credo che sia anormale solo perché il suo matrimonio dopo 34 anni dura ancora, mentre tra etero basta una lite futile e arrivederci e grazie.

Sandra ha da sempre voluto solo una cosa: essere considerata normale. Essere considerata una persona. Una persona semplice, con la sua forza e le sue debolezze. Avrebbe voluto il diritto al lavoro, invece dell’invalidità che la rende “non idonea al lavoro”. Per reinserirsi e fare una vita come avrebbe sognato tanti anni prima.

Ora lotta per gli altri, con la sua Associazione, e si è fatta conoscere con le sue sole forze.

La storia potrebbe sembrare chiusa qui, in realtà c’è un seguito con belle notizie, motivo che mi ha portato a rispolverare questo vecchio caso dopo sei anni. L’8 marzo, grazie all’europarlamentare DS Zingaretti, viene presentato un libro sulla storia di Sandra, scritto da Massimo Caponnetto, figlio del compianto giudice Caponnetto, con un’introduzione di Don Ciotti. Sandra ha vissuto l’inferno, ha lottato nell’anzianità, un po’ di pace e di diritti li meriterebbe prima della vecchiaia.

fonte: http://www.ritaatria.it/

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tratto da “Il Volo”

“La mia diversità e’ stata il mio reato. Altri non ne ho mai commessi. Sono stata spedita al confino più volte, sono stata nelle carceri speciali, venduta dai secondini a chi pagava loro di più, senza potermi opporre, se non volevo punizioni e umiliazioni ancora più grandi. Sono stata legata per giorni interi al letto di contenzione, ed anche lì guardie e detenuti venivano in processione, a mostrarmi ed impormi le loro perversioni: i loro atti osceni, in luogo pubblico. Quando ripenso a quegli anni, li definisco la mia “Shoah”, razzismo praticato senza coscienza, discriminazione che cancellava ogni sentimento.

[…]
Ma la diversita’ e’ un marchio e non esiste operazione che la cancelli. […]
In questo libro racconto il mio tratto di strada, che corrisponde ad un’ evoluzione personale, ma anche della società.
Sono stata determinata, spinta da una volontà forte come una fede. Anche nei momenti peggiori ripetevo dentro di me sempre la stessa promessa: “Ce la farò, alla fine ce la farò”, senza chiedere aiuto a nessuno, se non a me stessa, che allora persino Dio mi pareva voltato dall’altra parte. Intanto con la mente correvo, immaginando il futuro, e correvo più forte che potevo, come per prendere una rincorsa e lanciarmi nell’aria, come se fossi un aquilone. E ripetevo la mia promessa, come fosse una preghiera, fino a che non ci credevo, fino a che non ritrovavo la mia leggerezza, fino a che non mi trovavo in volo. Sentivo allora la mia angoscia sollevarsi da terra, e le mie certezze tornare stabili nell’aria. Risentivo il vento, ritrovavo le mie emozioni, che mi facevano di nuovo vibrare: di leggerezza e di speranza. Il filo di quell’aquilone non si e’ mai strappato, resistendo a tutto. Ed oggi posso raccontare questo volo, fatto lungo quel crinale che segna il confine fra il pregiudizio e la verità, fra la rinuncia e la speranza.

Conclusioni
Oggi vivo con una pensione di invalidità, causata anche dalle durezze delle detenzioni, di 230 euro al mese, con mille strascichi sul piano fisico, segni di una guerra durata trenta anni, troppo lunga.

Sono invalidità che derivano dai trattamenti e dai soprusi subiti, sono l’effetto di tutta la mia storia: mancata accettazione da parte della famiglia, scontro con le istituzioni, carcerazioni, rifiuto ed emarginazione anche dopo l’intervento.

La mia vita non ha mai smesso di essere una battaglia. Ogni battaglia segue il suo percorso, con un punto di partenza, che corrisponde ad una situazione inaccettabile, che vogliamo cambiare, e un punto di arrivo ideale, che coincide con un sogno, un’ambizione. Il traguardo, per me, e’ sempre stato trovare il mio posto, come donna, nella collettività.

A un certo punto del cammino ho perso ogni riferimento. Non avevo più l’energia necessaria per altre battaglie, e al tempo stesso non avevo ancora ottenuto un posto per me nella società. E’ stato in quel momento che si sono insinuate la rassegnazione e la depressione.

Venne anche mia madre a trovarmi, in quel periodo. Venne insieme a mia cognata, che con mio fratello Raffaele mi e’ sempre stata vicina, in tutte le mie vicende. Avevo ripreso contatti telefonici con mamma già da un paio di anni, ma adesso era arrivata alla fine della sua corsa, e volle un ultimo incontro. Rimase a casa mia e di Fortunato un mese: il tempo di capirsi.

Il carattere era sempre lo stesso. Dava la colpa a me per quello che era successo in famiglia, e continuava a definire ciò che facevo da ragazzino come “cose nigre”, cose nere, nel suo dialetto foggiano. Mi raccontò tutto il contrasto con papà, con quella colpa da scaricarsi l’un l’altro. Non ebbe mai la forza di appoggiarmi. Troppo forte il peso dell’opinione della gente, troppo urgente difendersi nel conflitto con papà. Le raccontai, a piccole dosi giornaliere, la mia vita. Se al telefono, nei mesi che hanno preceduto l’incontro, mi chiamava ostinatamente Sandro, appena mi vide, e per tutto quell’ultimo mese passato assieme, non ebbe mai un’ incertezza. Sono state le volte in cui il mio nome, Sandra, Sandrina, mi e’ risuonato più dolce nelle orecchie.

Il racconto della mia vita richiamò tante lacrime ai suoi occhi, quante forse non ne erano mai uscite. “Se tu sapessi, figlia mia, le notti che abbiamo passato, con papà. I rimorsi, i dubbi. Ma che potevamo fare; tuo padre era maresciallo. E come un maresciallo doveva vivere”. Papà era già morto, da quattro anni, e non ci eravamo più rincontrati.

“Dillo quello che ti hanno fatto, Sandrina mia. Vendica anche il mio dolore. Reclama giustizia, perché si sono presi la tua vita. E te la renderanno solo quando ti restituiranno la pace”.

Morì dopo poche settimane.
Nelle sue parole, nelle sue lacrime, ho potuto guardare alla mia storia anche con gli occhi di chi era rimasto a casa, a vivere il mio allontanamento come una scelta difficile e dolorosa, una scelta che, però, non poteva mai essere definitiva, e che ritornava sempre, in tanti ricordi, in tanti sogni, in tanta parte del cuore. La rabbia non ha una gittata infinita, prima o poi cade e lascia tante mancanze, tanti rammarichi da parte di tutti.
Sembra di non essere mai pronti davanti alle differenze. Invece, le dobbiamo accogliere come possibili, come una delle infinite combinazioni che la vita può offrire, e non sempre e solo come una devianza psichiatrica. Il dott. Gamna, con il suo elettroshock, lasciamolo alle vicende del secolo scorso. Decisi allora che, per quanto potevo, non mi dovevo mai stancare di raccontare, di far capire, di accompagnare chi si incammina nel mio stesso percorso, ed aiutarlo a realizzare e vivere la sua identità nel nucleo familiare, per crescere nell’accettazione e nell’amore. Oggi parlo quasi più con i familiari che non con chi vive sulla propria pelle il disturbo di identità di genere. Senza un riferimento affettivo, senza condivisione dei nostri dolori, ma anche delle nostre speranze, finiamo preda della rabbia, della disperazione. Pochi mesi dopo la morte della mamma, ho fatto nascere l’Associazione Italiana Transessuali.

La Costituzione stabilisce la pari dignità sociale e l’uguaglianza di fronte alla legge, senza distinzioni e discriminazioni. Stabilisce il diritto di tutti a trovare un posto nella collettività; ma ogni diritto, ogni legge, una volta scritta, ha bisogno del nostro impegno, della nostra partecipazione, per diventare legge della vita.
Malgrado le ingiustizie subite, non mi sono mai rassegnata, e ho sempre cercato una strada per andare avanti; a volte la rabbia e la disperazione mi hanno fatto perdere la luce della speranza, quella luce all’orizzonte verso la quale sono sempre andata, come per attrazione. Sono stati i momenti più duri, più difficili. Ma quando la vedevo, non c’erano ostacoli lungo il percorso. E a spingermi era l’impazienza di arrivare presto, di terminare un cammino, di compiere un destino, che non era solamente il mio.

Se mi volto indietro, vedo che la mia strada non si e’ richiusa dietro di me, e che oggi può essere percorsa anche da altri. Sono stata ostinata, e chiunque ha coraggio e ostinazione apre nuove vie. E’ il compito più prezioso che la vita può riservarci. E ad ogni via aperta il mondo si fa un po’ meno stretto, più libero, meno schiavo dei pregiudizi.

Davanti a me, la luce all’orizzonte e’ ancora lontana. Ma l’orizzonte e’ irraggiungibile: e’ una direzione, non una meta. Lungo la strada ci sono altre sfide, altre battaglie, altre vie da aprire. E altri voli, con cui immaginare un altro mondo possibile.

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Il volo. La mia vita: ieri uomo, oggi donna. Storia di metamorfosi e di lotta
Autore: Alvino Sandra
Diple Edizioni, 2007

€ 12

Mario Ciancarella: HANNO PERSO MISERAMENTE!!

16/06/2007



Carissimi amici, Scrivo a voi sperando non vi siate stufati di farmi da megafono. Vorrei ringraziare profondamente uno per uno quanti hanno dichiarato in questi giorni la loro vicinanza e solidarietà per questa ulteriore battaglia e dire a tutti che ho sentito la vostra forza quando ero in attesa di un giudizio che sembrava già scritto, e mentre il Generale Tascio ed il suo legale mi si aggiravano intorno confabulando (ma in modo che sentissi chiaramente) quantificando le cifre che mi avrebbero chiesto per “danni”. HANNO PERSO MISERAMENTE!!

Ora bisogna riflettere, metabolizzare ed organizzare il rilancio della lotta per la verita’ e la giustizia, a partire dalla vicenda di Sandro Marcucci, per la quale entro l’estate (stavolta non e’ una promessa ma un impegno solenne) metterò in rete il capitolo che lo ricorda e che ne analizza la morte. Sarete costretti, purtroppo, a confrontarvi in diretta con le foto raccapriccianti del suo cadavere, ma da lì bisognerà trarre la forza e la determinazione per affrontare tutti i Tascio che si annidano fra noi, nella nostra civile convivenza e nei palazzi di apparati e della Politica.

Mi impegno tra qui e martedì mattina a mettere in rete un dettagliato resoconto del processo, la

analisi e le prospettive delle sue conclusioni, e le necessità politiche che a questo punto si impongono, con proposte articolate per le funzioni della Politica, al fine di verificare quanti dei nostri rappresentanti vorranno riprenderle e farle proprie. Genova, la vicenda Aldovrandi ed anche questo processo ci insegnano che si possono ottenere vittorie anche facendo “cose di sinistra” ed animate dallo spirito e dai valori della sinistra che sono il fondamentale rispetto della persona Umana come soggetto di Diritti inalienabili. E si può vincerle, le battaglie di sinistra se solo si abbia voglia di combatterle (come diceva il buon Che Guevara troppo spesso celebrato con le labbra e tradito con le azioni e nel cuore), e cioe’ di correre il rischio di venire sconfitti. Sconfitti si può esserlo, vinti mai, se dentro ci portiamo i valori forti di quella radice fondamentale che e’ stata la nostra Resistenza. Antifascismo e’ anche questa determinazione di combattere, costi quello che costi, le battaglie che la vita propone a ciascuno di noi.

Grazie ancora ragazzi e ragazze (quale che sia l’età di ciascuno, l’importante e’ essere giovani e ragazzi dentro) e buona strada a tutti.

Mario

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Caro Mario, come sai noi quelle foto le conosciamo bene e ci siamo già confrontati. Le pubblicheremo anche sul sito (basta che ti muovi) e ti ricordo che il capitolo su Sandro devi prepararlo velocemente. Il 21 luglio abbiamo l’iniziativa a Pisa… il minimo che possiamo fare per Sandro e per te.

fonte: http://www.ritaatria.it/

HANEFI LIBERATO!!

LE REAZIONI

Mastrogiacomo: “Sono raggiante”

ROMA, 16 giugno 2007 – Reazioni unanimi di gioia, alla notizia della liberazione di Hanefi. Vediamo le principali.

PRODI: SEMPRE LAVORATO CON DISCREZIONE

“E’ proprio una bella notizia, eravamo preoccupati. Abbiamo sempre lavorato con discrezione e con serietà perché fosse fatta giustizia prima di tutto”. Il presidente del Consiglio Romano Prodi, da Boretto, commenta la notizia del proscioglimento dalle accuse e della prossima liberazione del mediatore di Emergency Rahmatullah Hanefi, incarcerato lo scorso 20 marzo in Afghanistan, con l’accusa di essere coinvolto nel rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo.

“E’ stato liberato – ha detto il premier presente ad un convegno sul rilancio del fiume Po – siamo molto contenti, e io mi auguro anche che Emergency possa ritornare presto a svolgere la sua opera di cura e di assistenza in un paese che ne ha tanto bisogno”.

MASTROGIACOMO: “FINALMENTE LA VERITA'”

”Dopo tre mesi e’ stata accertata la verita’ e la decisione di liberare Rahmatullah Hanefi dimostra la sua totale estraneita’ al nostro sequestro. Sono felice, raggiante che il mediatore di Emergency possa tornare all’affetto dei suoi cari”: cosi’ parla Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di Repubblica rapito dai taleban nel sud dell’Afghanistan il 5 marzo scorso e rilasciato il 19 dello stesso mese.

”Con il proscioglimento di Hanefi – prosegue il giornalista – si chiude una vicenda nata da un’intervista concessa da un alto dirigente Taliban e conclusa con una trappola mortale.
Adesso aspettiamo solo che venga firmato l’ordine di scarcerazione e di vedere finalmente libero l’uomo che mi ha portato materialmente in salvo”.

EZIO MAURO: “SIAMO FELICI”

“Siamo felici che sia stata accertata la verità per Hanefi e che sia stato prosciolto da ogni accusa. Repubblica non ha mai creduto agli addebiti che gli venivano rivolti mentre, è perfettamente cosciente del ruolo indispensabile che Hanefi ha avuto nella trattativa per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo e dei suo compagni, che erano stati sequestrati dai terroristi tagliagole talebani». È il primo commento di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, dopo la conclusione del caso Hanefi.

«Abbiamo partecipato a tutte la manifestazioni per la liberazione di Hanefi e abbiamo raccolto le firme in questo senso. È Repubblica – ribadisce quindi Mauro – che ha chiesto a Gino Strada di collaborare col governo italiano per un buon esito della vicenda Mastrogiacomo. Una vicenda terribile che ha visto i talebani uccidere i due compagni di lavoro di Daniele. Abbiamo sempre detto che non consideravamo chiusa la vicenda finchè Hanefi non fosse stato liberato dai sospetti e dal carcere. Finalmente il caso è chiuso».

DILIBERTO: “ERA ORA”

Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, esprime soddisfazione per la positiva conclusione della vicenda di Hanefi, il collaboratore di Emergency che era stato arrestato a Kabul dopo aver contribuito alla liberazione del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo.

“Era ora. Spero dice a margine dei lavori della costituente della Sinistra europea in Italia – che Emergency ritorni ad operare in Afghanistan. Sarebbe stato un guaio per tutti l’assenza di forza umanitaria davvero neutrale”.

RUSSO SPENA: “DUBBI SU KARZAI”

“L’intero gruppo del Prc al Senato, ma, ne sono certo, tutto il partito di Rifondazione Comunista, esulta per la liberazione di Hanefi, prosciolto da tutte le accuse dalla magistratura afgana”. Il presidente dei senatori di Prc, Giovanni Russo Spena, commenta così la notizia del proscioglimento dalle accuse e della prossima liberazione del collaboratore di Emergency che aveva mediato con i rapitori per ottenere il rilascio del giornalista di ‘Repubblica’ Daniele Mastrogiacomo.

“Questo atto – aggiunge – toglie una pesante ipoteca sulla conferenza internazionale sulla giustizia che si svolgerà a Roma, anche se restano tutti i nostri dubbi per il comportamento del governo Karzai e soprattutto dei suoi servizi segreti. Il completo proscioglimento dalle accuse ci deve far capire che i servizi afgani, contro Hanefi, non avevano niente. Averlo arrestato e segregato per mesi non è certo un comportamento democratico”.

“Ora però – sottolinea Russo Spena – lasciamo spazio alla gioia per la sua liberazione e per il probabile ritorno, a questo punto, di Emergency nei suoi ospedali afgani, avamposti di civiltà democratica, oltre che presidi sanitari di enorme importanza per un paese massacrato come l’Afghanistan”.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/06/16/18425-diliberto.shtml

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Liberato Rahmatullah Hanefi: Emergency oltraggiata

Scritto da Elisa Arduini sabato 16 giugno 2007

Rahmatullah Hanefi è stato liberato e prosciolto da ogni accusa. L’uomo era stato accusato di essere coinvolto nel rapimento di Daniele Mastrogiacomo ed arrestato dalle autorità afghane il 20 marzo scorso è stato liberato poche ore fa dopo una ingiustificata incarcerazione durata oltre due mesi.

Questo il comunicato stampa emesso da Emergency: “Rahmatullah Hanefi è stato scarcerato oggi a Kabul. L’autorità giudiziaria ha constatato che il fascicolo a suo carico non contiene elementi idonei a determinare un suo rinvio a giudizio. Permangono le preoccupazioni per la salute di Rahmatullah Hanefi e per il suo ritorno in ambienti nei quali sono state diffuse false accuse contro di lui. E’ a questo punto soddisfatta un condizione irrinunciabile perché Emergency accerti la possibilità di un riavvio delle sue attività in Afganistan, dopo la distruzione dei rapporti perseguita dalle autorità locali in questi mesi”.

Ora la domanda sorge spontanea: perché? Perché Rahmatullah ha dovuto subire più di due mesi di ingiusta incarcerazione quando era evidente sin dal primo momento che il suo arresto altro non era che il frutto di una decisione politica? E ancora: cosa farà adesso Emergency? Di certo c’è che questa scarcerazione fa luce sulle torbide accuse alla Ong italiana e dimostra che Emergency era scomoda nel contesto afgano soprattutto ai signori della guerra. Continueremo a seguire la vicenda e vi terremo informati su qualsiasi fatto ad essa correlato.

Elisa Arduini

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Gay Pride: perché è giusto esserci

La polemica:

La bandiera della laicità

MICHELE SERRA

Se oggi potessi essere a Roma andrei al Gay Pride. E non per solidarietà “da esterno” a una categoria in lotta. Ci andrei perché, da cittadino italiano, riconosco nei diritti degli omosessuali i miei stessi diritti, e nell’isolamento politico degli omosessuali il mio stesso isolamento politico. Ci andrei perché la laicità dello Stato e delle sue leggi mi sta a cuore, in questo momento, più di ogni altra cosa, e ogni piazza che si batta per uno Stato laico è anche la mia piazza. Ci andrei, infine e soprattutto, perché, come tantissimi altri, sono preoccupato e oramai quasi angosciato dalle esitazioni, dalla pavidità, dalla confusione che paralizzano, quasi al completo, la classe dirigente della mia parte politica, la sinistra.

Una parte politica incapace di fare proprio, senza se e senza ma, il più fondante, basilare e perfino elementare dei princìpi repubblicani: quello dell’uguaglianza dei diritti. L’uguaglianza degli esseri umani indipendentemente dalle differenze di fede, di credo politico, di orientamento sessuale. Ci andrei perché ho il fondato timore che la nuova casa comune dei democratici, il Pd, nasca mettendo tra parentesi questo principio pur di non scontentare la sua componente clericale (non cattolica: clericale. I cattolici sono tutt’altra cosa).

Ci andrei perché gli elettori potenziali del Pd hanno il dovere di far sapere ai Padri Costituenti del partito, chiunque essi siano, che non sono disposti a votare per una classe dirigente che tentenni o peggio litighi già di fronte al primo mattone. Che è quello della laicità dello Stato. Una piazza San Giovanni popolata solamente da persone omosessuali e transessuali, oggi, sarebbe il segno di una sconfitta. Le varie campagne clericali in atto tendono a far passare l’intera questione delle convivenze, della riforma della legislazione familiare, dei Dico, come una questione di nicchia.

Problemi di una minoranza culturalmente difforme e sessualmente non ortodossa, che non riguardano il placido corso della vita civile di maggioranza, quella della “famiglia tradizionale”. Ma è vero il contrario. L’intero assetto (culturale, civile, politico, legislativo) dei diritti individuali e dei diritti di relazione riguarda il complesso della nostra comunità nazionale. La sola pretesa di elevare a Modello una sola etica, una sola mentalità, una sola maniera di stringere vincoli tra persone e davanti alla comunità, basta e avanza a farci capire che in discussione non sono i costumi o il destino di una minoranza. Ma i costumi e il destino di tutti.

Ci andrei perché dover sopportare gli eccessi identitari, il surplus folkloristico e le volgarità imbarazzanti di alcuni dei manifestanti è un ben piccolo prezzo di fronte a quello che le stesse persone hanno dovuto pagare alla discriminazione e al silenzio. E i peccati di orgoglio sono comunque meno dannosi e dolorosi delle umiliazioni e dell’autonegazione. E se la piazza dovesse essere dominata soprattutto da questi siparietti, per la gioia di cameraman e cronisti, la colpa sarebbe soprattutto degli assenti, che non hanno capito che piazza San Giovanni, oggi, è di tutti i cittadini. Se ci sono pregiudizi da mettere da parte, e diffidenze “estetiche” da sopire, oggi è il giorno giusto.

Ci andrei, infine, perché in quella piazza romana, oggi, nessuno chiederà di negare diritti altrui in favore dei propri. Nessuno vorrà promuovere un Modello penalizzando gli altri. Non sarà una piazza che lavora per sottrazione, come quella rispettabile ma sotto sotto minacciosa del Family Day. Sarà una piazza che vuole aggiungere qualcosa senza togliere nulla.

Nessuna “famiglia tradizionale” si è mai sentita censurata o impedita o sminuita dalle scelte differenti di altre persone. Nessun eterosessuale ha potuto misurare, nel suo intimo, la violenza di sentirsi definire “contro natura”. Chi si sente minacciato dall’omosessualità non ha ben chiaro il concetto di libertà. Che è perfino qualcosa di più del concetto di laicità.

16 giugno 2007

La mano pesante dello stato tedesco contro i manifestanti anti-nucleare

A dire il vero pensavo da tempo di dar voce a questa forma di protesta che viene portata avanti in Germania: ora, oggi, è il momento di farlo. Visto che un mio carissimo amico si trova da oggi in carcere a scontare una pena di due giorni, per aver osato partecipare a un sit-in contro il trasporto di rifiuti nucleari, ed essersi rifutato, come forma di protesta, di pagare la relativa multa.

Cos’è il Castor? Un simpatico treno che altrettanto simpaticamente convoglia i rifiuti nucleari altamente radioattivi nei pressi di una ridente cittadina della Germania settentrionale: Gorleben. Abitanti di Gorleben e attivisti contro l’energia atomica portano avanti ogni anno una forma di protesta pacifica che consiste nello sdraiarsi sulla via del Castor per bloccarne il passaggio. Naturalmente, ogni anno vengono portati via di peso. Ma continuano.

Il fatto è che il governo ha deciso di usare la mano forte, multando questi manifestanti, e arrivando addirittura a condannarli a qualche giorno di carcere nel caso si rifiutino di pagare l’ammenda. Chiaramente, essendo questa una forma di protesta pubblica, pagare la multa significherebbe ammettere di non avere diritto a dire la propria sul futuro ambientale del proprio paese, e non solo, e per di più pagare di tasca propria a uno Stato che si rifuta di prenderli come interlocutori sulla tematica dell’abbandono del nucleare.

Il mio amico, Henning Rust, sapeva che sarebbe potuto succedere: è arrivato al processo e ha sostenuto la causa del movimento anti-castor in aula, nonostante le raccomandazioni del giudice che avendolo preso in simpatia lo pregava di pagare la multa e scongiurare un’esperienza poco piacevole e che avrebbe avuto conseguenze sulla sua fedina penale. Henning, come altri, è andato avanti per dare alla vicenda una risonanza pubblica, alla cui eco voglio in piccola parte contribuire.

Stamattina ho ricevuto una sua e-mail con in allegato il comunicato stampa e una lettera di protesta del movimento. Li ho tradotti come meglio ho potuto (qualunque incomprensione è probabilmente dovuto a me) fra la consegna di una chiave e l’altra qui al lavoro, e volentieri li pubblico.

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L’e-mail:

“Salve!

A dire il vero sabato volevo andare a nuotare, al Weissensee (lago bianco, ndt). I piani sono cambiati ieri. Ora parto già venerdì pomeriggio, ma non per il Weissensee, bensì per il Ploetzensee (località di Berlino dove si trova un carcere, ndt). E non per nuotare, bensì per starmene al fresco, nell’istituto di pena di Ploetzensee.

Perché? Perché io come tanti altri nel 2004 nel Westland, mi sono seduto in strada per bloccare il trasporto del Castor (Cask for Storage and Trasport Of radioactive material).

Chiaramente i rifiuti devono andare a finire da qualche parte, ma nel granaio con tetto di lamiera in Gorleben non stanno certo meglio che da dove vengono. E ora devono essere tolti per far spazio ad altri rifiuti. Sebbene dopo 50 anni di energia atomica a livello mondiale ancora non ci sia una destinazione finale di stoccaggio, men che mai una che sia sicura, vengono prodotti sempre più rifiuti atomici. E questo nonostante ci siano delle alternative. Ci sarebbero sul piatto non solo efficienti centrali di gas, con abbinamento di energia e calore – anche biogas! – ma anche una rete elettrica di collegamento dal Nord Africa all’Europa. In una simile rete fonti di energia rigenerantesi quali vento, acqua e sole potrebbero essere distribuite localmente in modo da essere il più efficienti possibile.

Alla politica la denuclearizzazione risulta difficile. I quattro grandi fornitori di energia speculano sul prolungamento delle scadenze, soprattutto per far sopravvivere i più vecchi reattori nucleari fino alla prossima legislatura. A quel punto, con un altro governo, potrebbero percorrere l'”abbandono” al contrario. Di fronte a catastrofi come Chernobyl, e catastrofi sfiorate come a Forsmark, suona un po’ cinico. Sapevate che la centrale nucleare di Lingen, in Emsland, saltò quasi in aria quando nel 1968 fu allacciata alla rete? Uno degli ingegneri percepisce ora una pensione, e poco tempo fa è per questo motivo salito alle cronache.


Ma allora perché le masse non scendono in strada e dicono la loro opinione? Lo fanno in molti. Purtroppo manifestare lungo il percorso del Castor è vietato. E’ permesso lontano dal percorso del Castor, nella foresta, o direttamente a casa, per non essere visti da nessuno. Una democrazia dovrebbe, nella mia opinione, porsi al fianco delle voci critiche, non soffocarle.

Ogni anno molte persone rivendicano il diritto di esternare il proprio parere lì dove possa essere udito; si siedono sui binari del Castor. Ogni anno la polizia dichiara vietata l’adunata e infligge multe. Alcune persone pagano, altre trascinano la protesta in tribunale e si rifiutano di pagare la multa. Un rifiuto ostinato conduce infine alla minaccia di detenzione per reticenza, l’ultimo mezzo dello Stato per convincere il peccatore ad espiare.

Io non sono del parere di dover espiare per aver preso parte al sit-in, e continuo a rifiutarmi di pagare la multa. Questo vuol dire ora senz’altro starmene al fresco e non andare a nuotare, almeno non sabato. In compenso ci andrò domenica! Mi farebbe piacere se qualcuno di voi si facesse trovare di fronte al carcere di Ploetzensee, Friedrich-Olbricht-Damm 16, 13627 Berlino, domenica alle 13.00, per venire a nuotare con me.

Cari saluti
Henning”

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Il comunicato stampa:

Berlino, 14 giugno 2007


Detenzione per l’abbandono del nucleare

Berlinese oppositore del nucleare deve andare in prigione a causa del sit-in contro il Castor. Cinque ulteriori casi.

Il fisico berlinese Henning Rust (33 anni) andrà venerdì pomeriggio (15 giugno 2007) nel carcere di Berlino di Ploetzensee per due giorni. La pretura di Lueneberg ha ordinato la detenzione ai danni del manifestante perché questi si rifiuta di pagare la multa di 100 euro. “Se alla politica non riesce di rottamare queste tecnologie da dinosauri, allora devono arrivare chiari segnali dalla strada” dice Rust riguardo alle richieste, da parte di RWE, e.on, Vattenfall e EnBW (i quattro produttori di energia in Germania, ndt), di prolungare le scadenze. “Che per questa percezione della libertà di raduno, mi si mettano le mani in tasca, non lo comprendo proprio”.

Insieme ad altre migliaia di manifestanti contro il nucleare, Rust nel novembre 2004 aveva manifestato contro il trasporto di 12 contenitori Castor contenenti rifiuti atomici altamente radioattivi al deposito temporaneo superficiale di Gorleben. Un’intera fredda notte rimasero seduti pacificamente lui e molti altri sulla strada per Langendorf. La polizia all’alba sgombrò la strada. Ai partecipanti del sit-in fu contestata la “partecipazione ad un’adunata non autorizzata”.

Rust, al contrario, ritiene legittima la sua protesta. “Finché le centrali nucleari continueranno la loro attività, ogni trasporto di rifiuti nucleari sarà solo funzionale a far spazio ai nuovi che verrano prodotti” argomenta. Inoltre i rifiuti radioattivi sarebbero stoccati nel capannone di Gorleben non meglio che da dove vengono. Rust ricorda come anche 50 anni dopo la messa in funzione del primo reattore nucleare in Germania non sia ancora chiaro come e dove gli aggressivi rifiuti altamente radioattivi possano essere stoccati in modo sicuro per centinaia di migliaia di anni. “Dovrebbero essere denunciati coloro che ci raccontano la favola dello smaltimento sicuro, e continuamente nell’interesse della lobby del nucleare invalidano diritti fondamentali” prosegue.

Da ultimo come la polizia aveva, alla vigilia del trasporto del Castor 2004, sottratto un ulteriore chilometro quadrato di zona a disposizione per libere adunate.

Contro questa pesante riduzione di diritti fondamentali, diverse organizzazioni hanno sporto querela: i procedimenti sono ancora in corso. La pretura di Lueneberg non si è fatta alcuno scrupolo nel comminare la detenzione a Rust e ad altri manifestanti che hanno rifiutato di pagare. Già all’inizio di giugno l’attivista anti-nucleare Viola Engels ha dovuto passare due giorni nel carcere di Gelsenkirchen; Dietrich Gerstner di Amburgo finirà probabilmente dietro le sbarre la prossima settimana.

Almeno altri 9 partecipanti al sit-in fanno i conti comunque con l’eventualità di dover scontare la detenzione. “L’industria nucleare e le sue conseguenze ci spaventano di più che un paio di giorni in carcere” dice Rust.

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La lettera di protesta degli attivisti:

In prigione a causa di un blocco pacifico di un trasporto Castor

Negli anni ’70 si cominciò a progettare e a costruire centrali nucleari. L’argomentazione più importante dei sostenitori era la crisi del petrolio, i pozzi chiusi. Quando poi gli abitanti dei luoghi deputati alla costruzione si opposero, il pensiero della protezione ambientale stava appena raggiungendo la politica: i fiumi adiacenti sarebbero divenuti più puliti grazie alle centrali nucleari, il numero di pesci sarebbe aumentato grazie alla più alta temperatura dell’acqua. Un po’ più tardi fu invece la crescente disoccupazione il problema contro il quale avrebbero giovato le centrali nucleari. L’energia a prezzi ridotti avrebbe dovuto mettere in moto la crescita economica e rendere i contatori elettrici superflui. Negli anni ’80 si fece meno rumore intorno all’energia nucleare, poiché gli incidenti di Harrisburg e Chernobyl mostrarono che tutte le promesse sulla sicurezza e le rassicurazioni sulla dominabilità erano senza valore.

Ma la lobby del nucleare non ha dimenticato come si mente. Infine, 20 anni dopo Chernobyl, furono di nuovo gli elevati costi dell’energia il pretesto per l’attività delle centrali nucleari. Eppure questi prezzi salgono soprattutto perché le società elettriche si arricchiscono. Oggi, solo un anno dopo, il pretesto è il problema, divenuto attuale, del cambiamento climatico. E dire che con le loro “grandi centrali per lo spreco spensierato” hanno una bella parte di responsabilità nella problematica del clima – e bloccano da decenni la già da tempo possibile e necessaria inversione di marcia.

Ma qualunque cosa la macchina pubblicitaria dell’industria nucleare voglia darci a bere: viene passato sotto silenzio che i rifiuti non si riesce a toglierli di mezzo. Della serie: un problema non esiste finché non lo si percepisce.
Per questa ragione forniamo allo scarico dei rifiuti nella foresta un pubblico – e precisamente un pubblico che siede sulla strada. Che ora alcuni di noi per questo motivo debbano (di nuovo!) stare in carcere, vogliamo renderlo di dominio pubblico. L’industria nucleare e le sue conseguenze ci spaventano di più di un paio di giorni in prigione. L’abbiamo ribadito ai giudici e agli avvocati. Ciononostante essi rimangono fermi sul loro insensato mezzo correttivo della detenzione. Invece dovrebbero essere denunciati coloro che ci raccontano la favoletta dello smaltimento sicuro, dovrebbero essere denunciati coloro che in malafede non utilizzano le proprie possibilità, in quanto dirigenza aziendale, di spegnere le centrali nucleari.

65 anni fa venne prodotta per la prima volta energia atomica in un reattore. Da allora vengono prodotti negli impianti nucleari rifiuti, che solo fra in milione di anni avranno perduto la loro pericolosità. Una soluzione degna di questo nome non è stata trovata, in nessuna parte del mondo.

Un’industria che ci vincola a quest’eredità forzata non può giocare nel ruolo “salvataggio del clima mondiale”.

Se noi ora ci apprestiamo a varcare la soglia del carcere cui siamo stati condannati, sappiamo che ciò per molte persone non è possibile. Ma sappiamo anche che sempre più persone sono disposte ad opporsi all’industria nucleare. Togliamo agli irresponsabili produttori la loro base: riforniamoci di energia da produttori che agiscono ecologicamente, e usiamola responsabilmente! In questo modo possiamo impegnarci nel nostro ambiente, nelle scuole, nelle parrocchie e nel luoghi di lavoro. Possiamo cominciare tutti subito con l’abbandono del nucleare! http://www.atomausstieg-selber-machen.de/

Scendete con noi nelle strade, ché la resistenza solidale rende persino felici! Per ottenere davvero la chiusura delle centrali nucleari, c’è bisogno di ognuno di noi! E’ così che vi salutiamo: di cuore e….con resistenza!

Viola Engels, Dietrich Gerstner, Ulrike Laubenthal, Henning Rust e Jochen Schwarz