Archivio | giugno 18, 2007

20 giugno Giornata mondiale per il rifugiato

Rifugiati e torturati in cerca di assistenza Amnesty ricorda che l’Italia non ha ancora una legge sul diritto d’asilo



di Valeria Pini

Donne picchiate, torturate, violentate. Uomini che portano sul corpo i segni delle sevizie, costretti a fuggire dalla loro terra, lasciandosi alle spalle la famiglia, il lavoro, la propria identità. Sono i rifugiati politici: scappano dall’Africa o dall’Asia, da tutti quei Paesi dove la parola democrazia non è ancora realtà. Fuggono, ma anche quando arrivano in Italia spesso si trovano a dover affrontare altre difficoltà. A pochi giorni dalla Giornata mondiale per il rifugiato, che si celebra il 20 giugno, Amnesty International ha denunciato numerose violazioni dei diritti umani sul territorio italiano. Fra i problemi – secondo Amnesty -, emerge soprattutto “il fatto che l’Italia” continui a non avere una legge sul diritto di asilo”.

Il 19 marzo scorso un progetto di legge organica in materia, è stato presentato in Parlamento, ma ci vorrà almeno un anno perché sia approvato. Intanto, aspettando una normativa adeguata, i richiedenti asilo e rifugiati vengono accuditi e curati nelle strutture sanitarie: a volte pubbliche, ma in gran parte gestite da associazioni di volontari.
Per loro è possibile, anzi obbligatorio, iscriversi al Servizio sanitario nazionale, ma, per la natura particolare dei traumi subìti, hanno bisogno di rivolgersi a strutture specializzate. “La tortura è un trauma estremo, colpisce in profondità: la memoria, la percezione di sé e della realtà”, spiega Massimo Germani, responsabile del Centro per le patologie post-traumatiche dell’Ospedale San Giovanni di Roma, a capo del progetto Vi.To.-Kairos, “Le esperienze traumatiche estreme, legate a quanto subìto, vengono dissociate dalla coscienza. Su 180 pazienti che abbiamo curato in un anno, il 68% aveva subìto un’alterazione della memoria. Ci sono momenti in cui la persona può apparire tranquilla o persino allegra, ma improvvisamente, qualche stimolo esterno, può far riaffiorare il ricordo del trauma”.

“La tortura inquina le relazione con gli altri”, dice Italo Siena, medico del Naga-Har di Milano, “Noi cerchiamo di recuperare l’aspetto sociale. Organizzando, ad esempio, delle partite di calcio, si crea un gruppo di persone e le vittime ricominciano a vivere”. Spesso le sevizie lasciano segni profondi non solo sulla psiche, ma anche sul corpo. Koffi, congolese, 30 anni, è dovuto rimanere in ospedale 5 mesi. I suoi aguzzini gli avevano fatto colare della gomma fusa sulla gamba. Il liquido era arrivato in profondità provocando una grave infezione all’osso che si è deformato. Ora sta aspettando di essere sottoposto a ricostruzione plastica e a un intervento di allungamento dell’arto colpito.
Spesso, dopo aver subìto violenze e torture, la persona si trova ad affrontare altri traumi. È il caso di Amina, una donna congolese costretta a fuggire in una foresta con il suo bimbo di pochi mesi, dopo essere stata torturata e stuprata. Nella corsa verso la libertà il piccolo è morto di sete.
Queste donne e uomini in fuga si trovano poi – quasi sempre – di fronte alla solitudine. Ahmad è arrivato a Roma, dopo essere scappato dall’Iran: aveva fotografato una rivolta che non doveva essere resa pubblica. Non sentiva la famiglia da mesi, perché la sua casa e il suo telefono erano senza controllo. “Era depresso”, spiega Alfredo Ancora, del Dipartimento di salute mentale della Asl Roma B, “Dopo aver saputo che vicino alla casa in Iran c’era una cabina dove telefonare ai propri cari, Ahmad è riuscito a parlare con sua moglie e sua figlia. Primo passo verso la cura…”.

supplemento Salute di “Repubblica”

14 Giugno 2007

fonte : http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2007/06/14/medicinasanitagrave/030cer54030.html