Archivio | giugno 20, 2007

BASTA CON LE MORTI BIANCHE


19/06/2007

BASTA CON LE MORTI BIANCHE PER MANCANZA DI SICUREZZA

Sabato scorso è morto il cittadino marocchino di 35 anni di età Anani Redouane mentre stava guidando un muletto in retromarcia.

È caduto con questo precipitando nel vuoto da un’altezza di circa un metro e mezzo.

Era privo di casco di sicurezza.

Lavorava presso una cooperativa di facchinaggio operante presso l’interporto di Bologna.

Era a detta dei suoi colleghi un lavoratore esperto.

È difficile pensare che abbia sbagliato pedale.

C’è da chiedersi come mai fosse sollevata la saracinesca di protezione, quella che dovrebbe tenere chiusa la rampa di carico quando non c’e nessun camion su cui caricare le merce.

Se fosse stata chiusa come doveva, il muletto non sarebbe caduto

La morte di Anani Redouane fa salire a dodici il numero di persone che hanno perso la loro vita per incidenti sul lavoro nella provincia di Bologna nei primi sei mesi di quest’anno, 4 in più di tutto il 2006.

Ogni anno in Italia ci sono, purtroppo, 1328 morti sul lavoro.

La metà di questi decessi si verifica sulle strade, alla guida di automezzi per il trasporto merci, il 30 percento nel settore dell’edilizia, mentre il restante 20 per cento nel campo dei servizi e della logistica.

È l’ennesimo infortunio mortale in uno dei settori all’interno del Interporto dove da anni le organizzazioni sindacali denunciano l’organizzazione della logistica e la situazione di lavoro nei magazzini, soprattutto nei turni di notte. Ci sarebbero delle cooperative che utilizzano lavoratori in situazione irregolare, lavoratori in nero, subappalti di subappalti.

Per questi motivi oggi ,dalle 12,30 alle ore 14 è stato indetto un presidio di protesta da parte della CGIL davanti all’Interporto di Funo.

La morte di Anani Redouane ci parla della mancanza di sicurezza sul lavoro per tante persone, tra le quali tanti immigrati che sono partiti da paesi lontani sperando un miglioramento per se stessi e per le proprie famiglie, costretti qualche volta ad accettare lavori privi della sicurezze necessarie.

Purtroppo molte volte le cronache mostrano principalmente aspetti negativi dell’immigrazione, alimentando paura e pregiudizi senza mettere quasi mai in luce l’impegno di migliaia di uomini e donne che lavorano sul nostro territorio aiutando a far crescere il benessere collettivo della collettività, pure in situazioni di estremo pericolo come quella descritta anteriormente.

Oggi Bologna il nostro Consiglio Comunale ha reso omaggio agli illustri professori Alberigo e Roversi , in memoria del loro impegno pubblico e culturale nella nostra città.

Mi permetto di chiedervi un minuto di silenzio per ricordare Anani Redouane, e dare testimonianza di sincera solidarietà alla sua famiglia, con l’impegno di mettere in atto tutte le misure necessarie per porre fine alla lunga lista delle “morti bianche” .

http://www.leonardobarcelo.it/

Leonardo Barcelo | altre lettere di Leonardo Barcelo |

Occupazione? Non è tutto oro..


19-06-2007
Il lavoro tra Tavolo e mercato

da http://www.lavoce.info


di Tito Boeri e Pietro Garibaldi

La luna di miele del mercato del lavoro italiano sembra finita. Cresce sì l’occupazione, ma molto meno che in passato quando si tiene in considerazione l’andamento dell’economia nel suo complesso. Da sei anni ci eravamo abituati a una straordinaria creazione di posti di lavoro anche con un paese fermo. Adesso siamo tornati alla normalità. Tra il primo trimestre del 2006 e il primo trimestre del 2007, l’occupazione è cresciuta dello 0,4 per cento, mentre il prodotto interno lordo è aumentato del 2,2 per cento.

Le brutte notizie

Non tragga in inganno il dato sulla forte riduzione della disoccupazione, che si assesta ormai appena sopra al 6 per cento. È soprattutto il risultato di una diminuzione dell’offerta di lavoro: più persone che non lavorano, né cercano attivamente lavoro. In Italia, date anche le dimensioni dell’economia sommersa, i confini fra disoccupazione e inattività sono molto labili. Meglio guardare, anziché al tasso di disoccupazione, al rapporto fra occupati e popolazione in età lavorativa. Questo indicatore, il tasso di occupazione, non aumenta dopo molti anni in cui ci eravamo avvicinati agli obiettivi di Lisbona. Ci fermiamo a ridosso del 58 per cento. Per centrare quegli obiettivi, il tasso di occupazione dovrebbe salire al 70 per cento entro il 2010. Sembra una chimera.
Si approfondisce il divario Nord-Sud, dato che nel Mezzogiorno calano sia gli occupati che i disoccupati, mentre al Nord diminuiscono gli inattivi. Nelle regioni settentrionali ormai c’è una carenza strutturale di manodopera. Le imprese, non solo nei servizi, ma anche nella manifattura hanno bisogno di reclutare fra gli inattivi, altrimenti sono costrette a delocalizzare intere fasi del processo produttivo: la riduzione dei lavoratori dipendenti nel manifatturiero potrebbe essere il portato di un fenomeno di questo tipo.

Al Tavolo. Per discutere di che cosa?

Questo andamento del mercato del lavoro suggerisce anche quanto il confronto in atto tra governo e parti sociali rischi di essere lontano anni luce dai problemi di chi presta lavoro e di chi offre opportunità di impiego in Italia. Il tavolo sul lavoro deve tenere conto di quanto succede al nostro mercato del lavoro, guardare alle nostre forze lavoro, anziché al lavoro delle forze politiche e sindacali.
Bisognerebbe, innanzitutto, occuparsi delle pensioni future dei giovani. Invece, ci si preoccupa solo di quelle dei cinquantasettenni. Da notare, a questo proposito, che l’abolizione dello scalone, senza interventi che stimolino l’allungamento della vita lavorativa, metterebbe molte imprese del centro-nord in gravi difficoltà, date le crescenti carenze di organici.
Anacronistico sembra essere anche il piano di detassazione del lavoro straordinario di cui si parla al tavolo. Tre occupati su quattro in Italia lavorano più di 30 ore alla settimana mentre diminuisce il part-time. Il problema è che 42 persone in età lavorativa su 100 non lavorano del tutto. Ci dobbiamo preoccupare di questa vasta inattività anziché di quanto lavora chi un impiego ce l’ha già.
Se le parti sociali e il governo volessero scendere coi piedi per terra dovrebbero occuparsi anche della riforma della contrattazione. Il suo decentramento a livello territoriale contribuirebbe a ridurre il crescente dualismo Nord-Sud nelle condizioni del mercato del lavoro e il fatto che gli assetti attuali non funzionino è ampiamente documentato dal grande numero di contratti scaduti ormai da tempo.

E i piani di “manutenzione” della Legge Biagi, con l’abolizione dello staff leasing e del job on call, non offrono risposta alcuna al persistente dualismo del nostro mercato del lavoro. Lo abbiamo scritto più volte, ma non ci stanchiamo di ripeterlo. Esiste un modo per mantenere la flessibilità in entrata e garantire ai lavoratori un sentiero verso la stabilità. È sufficiente introdurre un contratto a tempo indeterminato con tutele che crescono con la durata del rapporto di lavoro. Sembra sia una delle prima cose che la Francia di Sarkozy vorrà fare in termini di riforma del mercato del lavoro. Perché non possiamo farlo anche noi?

fonte: http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2781&from=index

E’ morta Vilma Espín

E’ morta Vilma Espín Guillois, eroina della clandestinità e valorosa combattente dell’Esercito Ribelle

Nata a Santiago de Cuba il 7 aprile 1930 nel seno di una famiglia che da subito ha coltivato in lei quei valori che l’avrebbero contraddistinta, fin da giovane Vilma ha assunto posizioni politiche rivoluzionarie, partecipando attivamente alle manifestazioni studentesche dopo il colpo di Stato batistiano del 1952.

E’ stata inseparabile collaboratrice dell’indimenticabile Frank País e in quel periodo ha fatto parte dell’Azione Nazionale Rivoluzionaria, fino a quando questa organizzazione e i suoi membri si sono uniti alle file del Movimento 26 Luglio.

La sua casa aveva aperto le porte per proteggere i compagni che avevano assaltato la caserma Moncada. Dopo aver terminato un corso post-lauream negli Stati Uniti, si era recata in Messico per avere un colloquio con Fidel e per ricevere le sue istruzioni e i suoi messaggi. Agli ordini diretti di Frank País aveva partecipato alla sollevazione armata di Santiago de Cuba il 30 novembre 1956, in appoggio alla spedizione del Granma, e dopo questa rilevante azione la sua abitazione era diventata il quartiere generale del movimento rivoluzionario a Santiago de Cuba.

Componente della Direzione Nazionale del Movimento 26 Luglio, poco prima di essere assassinato Frank País l’ha nominata Coordinatrice Provinciale dell’organizzazione clandestina in Oriente, lavoro che ha svolto con particolare capacità e valore fino a quando è entrata nell’Esercito Ribelle, nel giugno 1958, diventando la leggendaria guerrigliera del II Fronte Orientale Frank País e la efficace coordinatrice del movimento clandestino di Oriente nel territorio di questo Fronte.

Al trionfo della Rivoluzione nel 1959, ha svolto diversi compiti. Su incarico di Fidel ha diretto l’unificazione delle organizzazioni femminili e la costituzione della Federazione delle Donne Cubane, alla cui organizzazione, dalla sua massima direzione, si è dedicata con particolare impegno fino all’ultimo minuto della sua vita.

Ha fatto parte del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba fin dalla sua fondazione nel 1965. E’ stata deputata dell’Assemblea Nazionale fin dalla sua prima legislatura e componente del Consiglio di Stato fin dalla sua costituzione.

Vilma ha presieduto dalla sua creazione la Commissione Nazionale di Prevenzione e Attenzione Sociale, e la Commissione dell’Infanzia, della Gioventù e dell’uguaglianza dei diritti della Donna, dell’Assemblea Nazionale del Poder Popular.

Il suo nome sarà eternamente legato alle più significative conquiste della donna cubana nella Rivoluzione e a quello delle più rilevanti combattenti per l’emancipazione della donna a Cuba e nel mondo.

Per i suoi rilevanti meriti ha ricevuto molte onorificenze, titoli e ordini nazionali e internazionali, tra i quali si distingue quello di Eroina della Repubblica di Cuba.

Rispettando la sua volontà, la compagna Vilma Espín è stata cremata. Le sue ceneri saranno depositate, con una cerimonia strettamente familiare e con onori militari nel Mausoleo del II Front Frank País, dove riposano i resti degli eroici combattenti di questo Fronte.

fonte: http://www.italia-cuba.it/associazione/segreteria/comunica_copy(25).htm

La mezza verità sulla Diaz non basta, e occulta la verità sul G8 di Genova

(17 giugno 2007)

Sulla Diaz e il G8 sta emergendo una mezza verità fuorviante. Si ammettono le violenze, ma si cancellano le motivazioni che portarono all’irruzione nella scuola. Il vice questore Michelangelo Fournier l’ha chiamata “macelleria messicana”, ma non c’era bisogno di attraversare l’Oceano.

Le immagini del termosifone della Diaz, mostrate dal TG di Sky, con quell’enorme macchia di sangue raggrumato, riportano indietro di sei anni. Riportano all’alba di quella domenica mattina del 2001, quando chi scrive è entrato alla Diaz dopo aver attraversato a piedi Genova deserta. Di quella visita due dettagli mi hanno poi perseguitato per mesi. In primo luogo quel termosifone, con quell’enorme macchia di sangue raggrumato. Ancora adesso faccio fatica a credere che la persona che ebbe la testa fracassata contro quel termosifone sia sopravvissuta. Il vicequestore Michelangelo Fournier racconta di una ragazza che perdeva sangue così copiosamente da pensare impossibile che sopravvivesse, racconta di quello che a lui sembrava materiale cerebrale. Racconta le stesse cose che ricordo io, e decine o centinaia di altre persone. Ma doveva dirlo lui, un vicequestore, perché bucasse, anche se solo per un istante, il muro di omertà elevato dai media e dalla classe politica tutta sui fatti di Genova.

La verità di Fournier racconta i fatti, quelli che decine di testimoni avevano già raccontato senza essere creduti, ma non li spiega. La verità di Fournier può ancora collocare la Diaz nella categoria della frustrazione, della tensione sfogata, dello scoppio d’ira, della vendetta -che quando è compiuta dalle forze dell’ordine va ascritta alla categoria di rappresaglia- ma tutto sommato può essere archiviata come sbagliata, immotivata, irrazionale, estemporanea, casuale, non programmata, non avente alcun obbiettivo pratico. Davvero la violentissima irruzione alla Diaz, dove erano noto che fossero ospitati un centinaio di pacifici attivisti della comunicazione fu casuale?

LE PROVE DEL GSF La riapparizione di quel termosifone inondato di sangue dalla penombra della memoria è stata uno choc. Non lo fotografai, forse perché era così vivo da non essercene bisogno. In tutti questi anni non era in altro luogo che nella mia mente, ho perfino cercato di convincermi di averlo immaginato. Rivederlo per la prima volta in un TG è stato come un secchio di acqua gelata, come il pezzo di un puzzle che chiama un altro pezzo per completare il quadro.

Recupero un mio articolo, scritto all’epoca per il settimanale uruguayano Brecha, del quale ero inviato, dividendomi tra il G8 ufficiale e il Genoa Social Forum (GSF) che aveva il centro stampa proprio alla Diaz: “i locali, che fino a poche ore prima ospitavano il nostro lavoro, sono completamente distrutti. Il pavimento è un tappeto di macerie, sacchi a pelo, libri, quaderni, creme solari, assorbenti femminili, medicine, e sangue. Sangue da tutte le parti, sulle pareti, sul pavimento, tra i vestiti ammontonati, nelle scale, sui termosifoni. Siamo di fronte ad un luogo dove la democrazia è stata sospesa. […] Ci descrivono la distruzione metodica dei computer, il sequestro dei dischi rigidi, ci raccontano la ricerca feroce di qualunque cosa che sembrasse una pellicola di foto o di video. Sono le prove che il GSF aveva promesso per testimoniare le violenze subite nei giorni anteriori”.

E allora ricordo, ricordo perfettamente una parete della palestra dove più macerie erano accumulate, più vestiti, più oggetti personali insanguinati, ma soprattutto erano buttati lì decine e decine di rollini, oramai esposti alla luce e resi inservibili. Non posso più rimuovere. La violenza della Polizia che per sei anni è stata negata e adesso viene spiegata come irrazionale, dovuta all’esuberanza di pochi agenti particolarmente stressati, con catene di comando interrotte per salvare i veri responsabili, non lo fu affatto.

Ci fu la Diaz, perché c’era stata Genova. E dentro la Diaz c’erano decine di migliaia di foto, video e documenti sulle violenze dei due giorni anteriori che i presunti “terroristi” avevano interesse a diffondere e le forze dell’ordine, invece di sequestrare, distrussero perché non volevano fossero diffuse.

Alla Diaz alcuni poliziotti commisero le violenze sulle persone, 70 feriti e 92 arrestati, poi torturati a Bolzaneto. Ma ci furono soprattutto (e restano ancora totalmente nell’ombra) quelli che entrarono per distruggere le prove delle violenze del venerdì e del sabato. E’ questo il vero motivo dell’irruzione alla Diaz nella notte tra sabato e domenica, altrimenti totalmente immotivata, o motivata con bugie dalle gambe corte.

Certo non tutti i poliziotti che infierirono su ragazze e ragazzi indifesi erano coscienti del perché erano lì. Ma un gruppo di loro, ben più addentro, aizzò e usò i colleghi per poter agire, distruggere metodicamente computer, esporre alla luce decine e decine di rollini, in nessun luogo concentrati come alla Diaz quella notte, già che il GSF, sbagliando, aveva chiesto che lì si concentrassero le prove delle violenze. Per quello l’assalto fu alla Diaz e non al Gaslini o alla Sciorba o in altri luoghi dove si concentravano militanti in qualche caso meno pacifici di quelli della Diaz. Fosse stato per vendetta, sarebbero andati a cercare i Disobbedienti, o i Black Block. Ma non interessavano.

A Genova successero molte cose. Un movimento forte, plurale e rigoglioso, si stava saldando e doveva essere messo in un angolo. Per farlo fu usato il terrore. La Diaz servì a distruggere le prove e ammettere quella violenza ma solo per farla passare come casuale ci allontana dalla verità.

Gennaro Carotenuto
http://www.gennarocarotenuto.it

fonte: gc@gennarocarotenuto.it

Parlando di Pace: dom Helder

Il vescovo brasiliano dei poveri

Helder Camara (1909-1999)

“Come cristiano – diceva – non posso accettare la violenza armata. Sono convinto che solo l’amore può costruire. Forse altri, come Camillo Torres, partendo dallo stesso Vangelo, sono arrivati ad opposte conclusioni. Io li rispetto, ma non ne condivido il pensiero”.

L’ho conosciuto da vicino anche a lungo in Brasile e in Italia: chi ha vissuto con lui non può che condividere questa voce di popolo. Nato nel 1909, prete nel 1931, si impegna con numerose iniziative per i più sfavoriti (sindacato delle donne operaie, cooperative) e manifesta una grande capacità organizzativa. Nel 1936 segretario nazionale dell’educazione cattolica a Rio de Janeiro, dove diventa vescovo ausiliare nel 1952. La Conferenza episcopale brasiliana, di cui è il primo segretario per 12 anni, nasce nel 1952 per sua proposta e con l’appoggio del nunzio mons. Carlo Chiarlo. Tre anni dopo stimola la convocazione a Rio della prima Conferenza dei vescovi latino-americani, da cui nasce il Celam (Consiglio dell’episcopato latino americano).

A Rio diventa “il vescovo delle favelas“: in una Chiesa ancora bloccata in schemi coloniali, un Vescovo giovane, dinamico, dal cuore grande, che supera ogni formalismo per essere vicino ai poveri. Al Congresso eucaristico internazionale nel 1955 a Rio, da lui organizzato, il legato pontificio card. Gerlier di Lione gli dice: “Perchè non mette il suo talento organizzativo a servizio dei poveri, per risolvere i problemi delle favelas qui a Rio, la città più bella, ma anche la più spaventosa del mondo?” Questa la scintilla che spinge ancor più dom Helder verso l’impegno molto concreto per i poveri, al di fuori di ogni convenzione e sempre appellandosi all’esempio di Cristo.

I suoi appelli accorati attraverso radio , stampa e televisione, scuotono le coscienze; le sue proposte e iniziative gli attirano l’astio e il sospetto dei militari al potere (dal 1962) e delle classi alte: i mass media lo esaltano per la testimonianza personale e la capacità di trascinare le folle; ma lo battezzano “il vescovo rosso”, senza che nulla possa offrire pretesto a questa etichetta. Ho tradotto in italiano, mettendo assieme suoi discorsi che mi diede in una visita a Recife, il primo libro di dom Helder, “Terzo mondo defraudato”: ricordo bene che già allora rifiutava inviti a Cuba e commistioni con correnti politiche (anche di cattolici) che esaltavano la “liberazione” promessa dai “movimenti di liberazione” in America Latina.

Come cristiano – diceva – non posso accettare la violenza armata. Sono convinto che solo l’amore può costruire. Non ho alcuna fiducia nell’odio. Questo ho capito dal Vangelo e questo predico. Forse altri, come Camillo Torres, partendo dallo stesso Vangelo, sono arrivati ad opposte conclusioni. Io li rispetto, ma non ne condivido il pensiero“. Dopo il 1964, quando Camara diventa arcivescovo di Recife, tutto questo acquista dimensione mondiale. Il piccolo e infuocato dom Helder all’inizio degli anni settanta è candidato ufficiale al “Premio Nobel per la Pace”: il 10 febbraio 1974 riceve nel Palazzo comunale di Oslo il “Premio alternativo della pace” (circa 150 milioni di lire).

Incominciano i viaggi in America e in Europa, in Giappone e in Africa e dom Helder porta ovunque la sua straordinaria capacità di infiammare l’uditorio, in tutte le lingue, anche quelle che conosceva davvero poco: ma era un oratore che affascinava solo al vederlo, con i gesti, il tono della voce, il sorriso, la varietà delle espressioni che il suo volto rugoso assumeva. Qualcuno l’ha definito “un grande attore”, banalizzando un santo. Camara portava in scena solo la sua vita, la sua passione per i poveri: quando piangeva e commuoveva tutti raccontando la miseria nelle periferie del terzo mondo, era davvero un momento magico in cui appariva l’uomo di Dio; quando denunziava i crimini del capitalismo internazionale e nazionale, assumeva il tono autentico di un profeta biblico, da non confondere con un agitatore politico. La liberazione, secondo Camara, viene da Cristo, non dalla rivoluzione socialista.

Note:

Biografia
http://www.heldercamara.it/camara/biograf.php3

Il sito dedicato a dom Helder Camara
http://www.domhelder.com.br/italiano/pg.htm

Intervista di Oriana Fallaci a dom Helder Camara
http://www.gruppokaos.it/pagine/Documenti/Chiesa/camara.htm

Il Centro Internazionale dom Helder Camara
http://www.heldercamara.it

Dom Helder Camara ha detto di sé:

“Quando aiuto i poveri dicono che sono un santo, quanto chiedo perché sono poveri dicono che sono un comunista”.

Hanefi LIBERATO


Hanefi è a casa

Manuela Bianchi, 19 giugno 2007

Afghanistan La liberazione del dirigente dell’ospedale di Emergency a Lashkargah riapre la possibilità che la ong italiana possa tornare ad operare nel Paese, dopo la chiusura di tutte le strutture sul territorio per motivi di sicurezza

Kabul, ore 16: Rahmatullah Hanefi è finalmente libero. Oggi ad attenderlo all’uscita dell’ospedale interno al carcere Investigation Department 17 in cui è stato detenuto dal 20 marzo scorso, il fondatore della ong Emergency, Gino Strada, come riportato dal sito Peacereporter e ripreso da numerose agenzie. Gli occhi stanchissimi, il corpo avvolto in un candido shalwar kameez, Rahmatullah si è abbracciato a Gino e gli ha risposto prima in pashtun alla domanda “Come stai? ” – “sono vivo” – e poi, in italiano “Sto bene”.

Con oggi si chiude la tortuosa vicenda costellata di polemiche, iniziata con il rapimento da parte dei talebani del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, il 5 marzo scorso e poi snodatasi attraverso una serie di avvenimenti tragici in cui hanno perso la vita l’interprete e l’autista del giornalista italiano per mano talebana. Una vicenda che ha dato l’avvio alle polemiche in Italia sul ruolo della Farnesina e del governo Karzai nel rilascio di Mastrogiacomo, che ricordiamo è avvenuto il 19 marzo con la mediazione affidata dal nostro ministero degli Esteri ad Hanefi, e soprattutto riguardo alla detenzione illegale del mediatore. Il giorno dopo la liberazione del giornalista di Repubblica, infatti, Hanefi viene catturato dai servizi segreti afghani e tenuto prigioniero senza alcuna spiegazione. Nel corso del tempo, a dispetto degli appelli per la sua liberazione lanciati da esponenti del mondo della cultura e della informazione, Rahmatullah è stato sempre tenuto nascosto alla vista di qualunque autorità italiana, degli stessi familiari e dei colleghi di Emergency presenti sul territorio. L’unica notizia che trapela è che il manager dell’ospedale di Lashkargah è in attesa di processo. Bisognerà attendere il 31 maggio perché venga finalmente data l’opportunità di vedere Hanefi. Opportunità data all’ambasciatore italiano in Afghanistan, Ettore Sequi, che lo visita in carcere trovandolo “particolarmente provato”. La Farnesina commenta l’avvenimento come “un passo avanti, ma non sufficiente”. Il 7 giugno il Giornale, precedendo le autorità afghane, pubblica le accuse contro Rahmatullah che lo vedono complice dei talebani nel sequestro del giornalista italiano e dei suoi collaboratori afghani. Mastrogiacomo rilascia un’intervista in cui smonta, dal suo osservatorio privilegiato di testimone diretto, tutte le accuse mosse al cooperatore afghano. Il 10 giugno comincia il processo, a cui prendono parte tre magistrati, il rappresentante dell’accusa, Fatah Khan, e l’avvocato difensore, Ajimal Hodan. Inaspettatamente, l’11 giugno il processo si chiude con il proscioglimento di Hanefi da ogni accusa, ma solo sabato 16 giugno la sentenza viene comunicata all’avvocato difensore. Da sabato ad oggi Hanefi è rimasto in ospedale, dove era ricoverato già da tempo a causa di una insufficienza renale, e ha visto il suo avvocato in attesa della imminente scarcerazione una volta portati a termine gli adempimenti procedurali.

Dopo il rilascio, Rahmatullah è stato portato da una macchina di Emergency nella casa dove alloggiano gli internazionali della associazione umanitaria. Da lì ha potuto finalmente parlare con la moglie dopo tre mesi di silenzio e telefonare a Teresa Strada, presidente di Emergency, a cui ha indirizzato il suo ringraziamento aggiungendo un “thank you italian people”. La presidente della ong ha commentato all’Ansa “Siamo tutti strafelici, è la notizia che aspettavamo”.
Tra le reazioni per la liberazione, quella di Gino Strada che ha detto “E’ una bellissima giornata, una giornata di festa. Non solo per Rahmat e Emergency, ma anche, credo, per moltissimi afghani e moltissimi italiani’,
“Un grande sospirio di sollievo per la liberazione annunciata” di Rahmatullah Hanefi è stato espresso dal viceministro degli Esteri, Ugo Intini che ha aggiunto “Penso che l’Italia si sia mossa bene e anche con la necessaria prudenza e abbia pagato la posizione di rispetto nei confronti dello Stato afgano”, mentre Severino Galante, capogruppo del Pdci in commissione difesa della Camera , ha posto all’attenzione il tema del rientro della ong in territorio afghano “Ora che Hanefi è finalmente libero è necessario che il governo afgano permetta ad Emergency di rientrare pienamente in servizio presso i suoi ospedali e soprattutto che ciò avvenga nell’assoluta sicurezza del personale medico”.

Come anticipato nei giorni scorsi dal portavoce di Emergency, Vauro Senese, la liberazione di Rahmatullah riapre infatti la possibilità che la ong italiana possa tornare ad operare in Afghanistan, dopo la chiusura di tutti gli ospedali sul territorio per motivi di sicurezza in seguito all’arresto del responsabile dell’ospedale di Emergency a Lashkargah. “La voglia di lavorare con gli afgani c’è sempre – ha detto Gino Strada – adesso si tratterà di fare una serie di incontri, di colloqui e accertare se è praticabile la richiesta, ovvia, di Emergency di poter continuare a curare tutti, in modo assolutamente neutrale”, una richiesta che è stata messa in discussione nelle dichiarazioni del capo dei servizi segreti afgani “in cui si accusava Emergency di essere un’organizzazione terroristica perchè offre le sue cure anche i talebani. Ecco, questo ci ha creato grandi problemi di sicurezza che occorrerà risolvere”.

fonte: http://www.aprileonline.info/3660/hanefi-e-tornato-a-casa

La Canzone di Adam

Adam è un bambino del Darfur di 12 anni. I ricordi di un’infanzia segnata da guerre e fame racchiuse nelle parole e nella musica di questa canzone

Da quando il conflitto ha distrutto il suo villaggio si è rifugiato nel campo di Muhajariya. Nonostante la grande voglia di imparare ha frequentato la scuola solo sporadicamente a causa della guerra e dei continui spostamenti. Questa canzone è stata registrata da una volontaria di Medici Senza Frontiere durante un incontro di educazione alla salute: Adam chiese alla ragazza di poter cantare e, una volta finita la sua canzone, si è seduto con la testa tra le gambe incurante degli applausi.

(GRAZIE A MEDICI SENZA FRONTIERE)

Guarda il Video o Ascolta