Archivio | giugno 21, 2007

La sconfitta di Zeno

Vi ricordate? Qualche tempo fa ho pubblicato la notizia di un processo, svoltosi il 15 giugno a Perugia, contro Mario Ciancarella. Poi ne ho pubblicato l’esito. Ora posto l’ultima (per ora) lettera che Mario ci ha inviato.

Grazie Mario, grazie a tutti per la partecipazione e… vi terremo informati!


“Cari Amici,

La sconfitta del Generale Zeno Tascio merita (come avrebbe forse meritato anche quella del Generale Cementano) di essere raccontata nei particolari ed analizzata nel significato e nelle prospettive, non per soddisfare la curiosità di tutti voi (vi ridurrei così a semplici “tifosi supporter” cui offrire qualche argomento di chiacchiera al bar), ma per capire insieme come e perché anche questa vicenda sia collegabile all’impegno sulle stragi che vide impegnati me e Sandro Marcucci. E dunque per saper accordare questa consapevolezza condivisa con il lavoro politico che ancora si apre avanti a tutti noi perché la rivendicazione di Verità e Giustizia per ciascuna e tutte le stragi impunite abbia finalmente una valenza di concretezza istituzionale. In seguito, metteremo in rete, grazie alle collaborazioni preziose di tutti voi, anche l’ennesima lettera che si beccherà il Generale Tascio dopo la sua sonora sconfitta. Con la lettera egli riceverà anche due “regalini”: il libro di Anna Harendt “La banalità del male” (che consiglio a ciascuno di avere nel proprio bagaglio personale) unito ad uno specchio con le “istruzioni per l’uso”.

Dunque in questo resoconto lavorerò così:

Il dibattimento in Corte d’Appello di Perugia del 15-6-2007

Genesi e natura di una querela

Ruoli e funzioni del Generale Tascio nel quadro della devianza istituzionale politico-militare

Prospettive di azione politica

Il dibattimento in Corte d’Appello.

La giornata era iniziata in maniera preoccupante: il mio legale di fiducia nella specifica vicenda, l’Avv. Afredo Galasso, era impossibilitato a presenziare per la concomitanza di un altro dibattimento per fatti di Mafia a Sciacca ed aveva inviato un fax giustificativo con richiesta di rinvio.

Tuttavia la Corte aveva inizialmente discusso tutte le richieste di rinvio presentate dai legali delle varie cause tranne la nostra, e dopo aver accolto tutte le altre richieste, aveva fissato al pomeriggio la valutazione del nostro caso, per un eventuale dibattimento, facendoci così scivolare dietro tutte le altre cause in discussione. Avevo comunicato questo sospetto-certezza (che si volesse andare comunque al dibattimento anche con la nomina di un legale d’ufficio) allo studio di Galasso e questi mi aveva contattato subito dopo rassicurandomi che se io avessi insistito nella pretesa della assistenza del legale di fiducia e nel richiamare la motivazione giustificativa inoltrata via fax alla Corte dallo studio legale essi non avrebbero potuto non rinviare.

Così però non sarebbe stato, ed i miei sospetti e timori alle 16.30 si sarebbero concretizzati con il rifiuto di accoglimento della richiesta di rinvio, con la perentoria tacitazione della mia richiesta di poter essere assistito dal legale di fiducia (Lei potrà verbalizzare le sue dichiarazioni al momento opportuno, questa Corte ha valutato la richiesta di rinvio e non ritiene che sia sufficientemente motivata – almeno per giustificare l’impossibilità di nomina di sostituti in uno dei due dibattimenti – ed ha pertanto deciso di non accoglierla, nominando in aula un difensore d’ufficio – il quale ovviamente si sarebbe astenuto anche dal richiedere termini a difesa, che avrebbero automaticamente preteso il rinvio ma che avrebbero anche potuto essere concessi nell’ordine di un’ora, com’era accaduto a La Spezia nel 1982 – per la sua assistenza legale) e con la apertura del dibattimento.

L’ombra di “La Spezia”, ai tempi del mio processo militare del 1982 (come potrete leggere quando completerò lo specifico capitolo) tornava ad affacciarsi pesantemente anche in questa nuova sfida, almeno nelle intenzioni della Corte.

Questa volta ero almeno sicuro sulla circostanza che il mio legale non mi avesse giocato come avevano fatto invece i miei legali del tempo (Avv. Tarsitano per la direzione del PCI, on Fortuna per la segreteria del PSI, on Martinazzoli per la Direzione della DC) ed i riferimenti e garanti politici (on Baracetti per il PCI, on Valdo Spini per la segreteria PSI, on Maria Eletta Martini per la Direzione della DC) del mio mega pool difensivo politico-professionale che mi aveva invece svenduto agli interessi dei miei avversari.

Il patto a quel tempo era stato questo (come fu confessato dalla Martini ad un incredulo e giovane sacerdote amico, Don Alessandro Bertolacci di Viareggio, che le poneva interrogativi scomodi sulla vicenda): Non presenza al dibattimento del pool di difesa con richieste di rinvio che si sapeva non sarebbero state accettate, e dunque abbandono della linea di difesa di svolgere un processo politico alla Forza Armata del tempo per il comportamento dei suoi vertici. Nomina di avvocati d’ufficio Manzella e Pelagotti del foro di La Spezia – referenti locali per la DC ed il PCI -. (ai quali sarebbe stata concessa, in caso di richiesta di termini a difesa – come in realtà avvenne – una sola ora di tempo), celebrazione del processo, assoluzione per “insufficienza di prove”, reciproca rinuncia a presentare motivazioni di appello e ….. ripresa in servizio del sottoscritto. Ma quest’ultimo impegno, il solo che competesse ai miei avversari, (confermato davanti a diversi testimoni civili nel successivo Ottobre dal Presidente di quella Corte, il Giudice Ciancaglini, che incontrando il sottoscritto a latere di un processo a Verona ad un altro militare democratico e venendo a conoscenza della mia perdurante condizione di sospeso dal servizio in attesa di appello, se ne uscì candidamente con un “Ma perdio non erano stati questi gli accordi”) fu disatteso, ed essi approfittarono alla fine della formula “insufficienza di prove piuttosto che ”per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato” (con le quali ogni azione disciplinare sarebbe stata inibita) per costruire un procedimento disciplinare farsesco e falso (ben consapevoli che non avrebbero mai potuto essere denunciati dai loro “complici politici” nello scempio dello Stato di Diritto che si andava consumando).

In base a quel procedimento sarebbe stata poi proposta al livello politico la mia radiazione.

La mia sola fortuna fu che a quel punto i miei avversari ed i loro complici non avevano più titolo per interventi diretti e la responsabilità della sottoscrizione della radiazione competeva al solo Presidente Pertini, il quale mi risulta l’abbia invece sempre rifiutata, costringendoli allo squallido falso su cui oggi l’Avv. Novani di Viareggio sta cercando di costruire l’impugnativa per nullità ed inesistenza della documentazione necessaria della radiazione stessa. Vedrete che anche questa volta ci sarà una terribile coalizione di interessi politici militari (anche del nostro Governo di sinistra) per sostenere che quel falso sia invece un atto autentico. Chi vivrà vedrà, ma ci saremo comunque divertiti molto.

Nella circostanza di Perugia l’obiettivo era il medesimo e cioè trasformare la “non procedibilità per difetto di querela” in “prescrizione del reato” così da essere legittimati a sostenere che il reato fosse stato comunque consumato, senza neppure entrare nel merito delle vicende contestate o consentirmi una qualsiasi controdeduzione.

Questo avrebbe consentito ai miei avversari di sostenere che io mi fossi salvato da una punizione penale solo per la intervenuta prescrizione del reato. Infatti in questo Paese gli unici due personaggi per i quali dalla prescrizione dei reati contestati – e comunque accertati – tutti abbiano solo tratto (o siano stati costretti ed ammoniti a trarre) conseguenti convincimenti di piena innocenza, sono stati solo l’on Silvio Berlusconi e l’on. Giulio Andreotti. Nel mio caso la prescrizione sarebbe stata inseguita (come al tempo lo fu l’insufficienza di prove) per avere poi mano libera in rilevanti richieste risarcitorie in sede civile, mentre qualsiasi altra successiva esternazione avesse voluto fare il Ciancarella sulle vicende stragiste (in particolare Ustica, il Monte Serra e la uccisione di Sandro Marcucci) esse sarebbero state tutte ricondotte a quella “natura diffamatoria del soggetto “certificata dalla prescrizione presuntiva di pena, per una colpevolezza comunque ritenuta accertata dalla Corte di Appello di Perugia, pur senza aver mai potuto entrare in una articolata discussione del merito”.

E’ quanto il Gen. Tascio ed il suo avvocato andavano fra loro bofonchiando per tutto il giorno, facendo molta attenzione che io fossi nei pressi e potessi raccogliere le prospettive delle pesanti conseguenze economiche che avrei dovuto attendermi dall’esito del processo.

Non sono state ore facili, ve lo garantisco, essendo costretto a rivivere uno sceneggiato già vissuto e carico di conseguenze negative. Ma è qui, in quei frangenti, che la forza che mi ha trasmesso la vostra solidarietà ha avuto il sopravvento. Mi ha dato la capacità di non sfuggire più gli sguardi da faina che il generale mi indirizzava, vedendolo ricostringersi ad abbassare a sua volta gli occhi man mano che riprendevo coraggio e lo sfidavo con sguardi lunghi e senza più timore. Sentivo che, comunque fosse andata, dovevo rispondere anzitutto alla vostra fiducia ed alla vostra incrollabile determinazione democratica a pretendere verità e giustizia sulle stragi, come pure applicazione e tutela della formidabile Costituzione regalataci dalla Resistenza. Dovevo mantenere fissa davanti agli occhi l’immagine di Sandro ucciso per la sua limpida determinazione.

Di colpo andare avanti è stato più semplice, perché il riferimento, grazie a voi, è tornato ad essere la giustezza di ciò che stavo facendo e di ciò che mi aveva condotto in quel luogo e non più la minacciosa prospettiva di una conclusione penalizzante (per intervenuta prescrizione) di quel processo che si andava profilando.

Dunque questo mio grazie a tutti voi, per avermi saputo restituire a me stesso ed alla integrità dei valori che mi hanno sempre guidato, non è un puro esercizio di educazione formale. E’ la stessa gratitudine che sentii e che conservo per le presenze eteree delle vittime del Serra che mi si fecero presenti dopo il mio primo arresto. La nobiltà delle cause per cui combattiamo non diventa svendibile alle paure delle contingenti aggressioni che possano essere subite, se qualcuno ti aiuta a tenerle davanti agli occhi con fermezza e certezza di aver lavorato per la cosa giusta. E d’altra parte nel Vangelo è scritto: “Quando vi trascineranno davanti ai Tribunali a causa del mio nome (Io sono la via, la Verità, e la vita aveva detto altrove) non vi preoccupate di quello che direte. Lo spirito che è in voi vi suggerirà quanto dovrete dire)”. Ed ancora aveva detto: “il discepolo non è più del maestro. Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. Non abbiate paura, andate ed annunciate la Verità”. Ma torniamo al procedimento.

Ho avuto molta fortuna, tra l’altro, grazie a tre assist notevoli ed inaspettati: due dalle legali rappresentanti dei miei due coimputati ma il primo (insperato e certamente più determinante) dal Procuratore Generale della Corte d’appello. Questi, chiamato a pronunciarsi, dichiarava il suo profondo disagio nel sostenere la causa come proposta dall’appello del Pubblico Ministero, per diversi motivi:

La vicenda (relativa comunque “ad un reato eventualmente ampiamente prescritto” precisava) per come era stata definita dalla sentenza di primo grado (improcedibilità per difetto di querela) avrebbe potuto e dovuto tutt’al più essere oggetto di impugnazione davanti alla Cassazione con la richiesta di rinnovazione inziale del dibattimento. E non come “appello”, perché ciò costringeva la Corte a valutare (e la Procura Generale a sostenere) una responsabilità penale eventuale dell’imputato senza averne mai potuto ascoltare le controdeduzioni e senza aver mai potuto ascoltare neppure le motivazioni della parte lesa. Dunque un processo che sarebbe sfuggito ad ogni ordinaria procedura dibattimentale di accertamento.

Perché a fronte della lamentela della parte lesa sulla “improcedibilità per difetto di querela” resistevano forti e motivati dubbi sulla certezza del deposito della querela (nei tempi utili e necessari per la costruzione della imputazione), stante il rilievo che sulla querela – firmata sì dal generale Tascio con firma autenticata dal suo legale, ed appuntata sì con un timbro in gomma recante una data del Giugno 1993 – mancava tuttavia ogni prescritto riferimento al funzionario che l’avesse ricevuta, ogni riferimento alla catalogazione e protocollazione della stessa a cura dell’Ufficio, e soprattutto ogni riferimento al soggetto che l’avesse materialmente depositata.

Perché in mancanza eventuale di accoglimento della Corte della conferma auspicata dall’Ufficio della Procura Generale del verdetto di improcedibilità sentenziato in primo grado, non rimaneva alla sua funzione di accusatore che la richiesta di dichiarazione di “intervenuta prescrizione”, pur in assenza di qualsivoglia possibilità dell’imputato di offrire in qualsiasi fase del dibattimento le sue controdeduzioni.

Dunque di giudici ce n’è. E non solo a Berlino, come scriveva Del Gaudio; ma anche in questo disgraziato Paese. Certo, nel medesimo ufficio della Pubblica accusa, si nasconde evidentemente qualche amico di personaggi come Tascio e dei legali che ne curavano l’immagine e l’onorabilità, che ha ritenuto di “accogliere” una querela imperfetta, e forse presentata oltre tempo massimo, sulla quale costruire un processo falsificato ed alterato. Forse si sarebbe potuto chiedere al Procuratore Generale se non fosse possibile comunque risalire a ritroso per intercettare il giorno in cui quella querela fosse stata inserita nel Registro Generale, e da chi, onde avere la possibilità di chiedere conto a costui di eventuali discrepanze in ordine alla non regolare protocollazione dell’atto ed alla assenza di una relata di deposito che desse atto del soggetto depositante e del soggetto ricevente. E così pure di capire chi e perché avesse mantenuto in frigorifero l’appello fino alla più ampia maturazione della prescrizione per poi riesumarla solo dopo le sentenze di proscioglimento per il Generale Tascio per le imputazioni relative ad Ustica. Ma forse di più non era possibile esigere da un Procuratore Generale comunque intellettualmente onesto al punto di dichiarare il proprio “disagio” (che non è cosa da poco in una causa penale) nel sostenere la specifica accusa nella causa in discussione.

Il secondo assist è venuto dalla legale dello Sgherri Guido – il giornalista del Corriere di Perugia coimputato per i miei stessi reati, avendo redatto l’articolo da cui il generale Tascio traeva motivo di querela – che dichiarava come fosse praticamente evidente che il processo avesse di mira un solo preciso imputato (pur senza nominarmi), mostrando indifferenza per i coimputati. Infatti il suo assistito risultava deceduto già da due anni, eppure la Corte non aveva dato alcun segno di averne registrato la conseguente uscita dal processo, né aveva dato conto o chiesto ragione della materiale impossibilità di notificargli la convocazione per l’udienza in corso”.

Il terzo assist è venuto dalla legale del terzo coimputato, il direttore responsabile del giornale, Dott. Benincasa, il cui articolo era stato fonte della “presunta” querela del generale. La avvocatessa, nel ritornare con puntigliosa precisione sulle dinamiche della registrazione degli atti di querela, ha riproposto la sconcertante natura della querela del generale e la incertezza sulle circostanze e la data dell’effettivo deposito. Essa ha poi analizzato la ampia giurisprudenza di Cassazione che ne chiede e pretende la vincolante rispondenza a precise procedure, precisando che tale orientamento non è finalizzato ad impedire la ordinaria tutela del proprio diritto da parte del querelante” quanto a “garantire la puntuale conoscenza degli addebiti da parte dei soggetti imputabili delle persone lagnanti e della corretta applicazione delle sequenze di procedibilità. Non ultimo per consentire la legittima azione di rivalsa qualora il dibattimento accertasse la insussistenza delle lagnanze relative alla querela”.

Ma il miglior assist, io credo, mi è stato offerto dallo stesso legale della “parte offesa”, e cioè del generale Tascio. Questi ha anzitutto depositato, nello stupito sconcerto del Presidente della Corte, le sentenze di proscioglimento del generale, in Corte d’Appello ed in Cassazione, per le imputazioni che gli erano state contestate in relazione alla vicenda di Ustica; ma, come ben sapete, non in ordine alla strage in quanto tale.

E questo, se mai ce ne fosse stato bisogno, non faceva che confermare il sospetto che avevo sottolineato nella mia memoria per il dibattimento (v. documento Tascio 2007), che la controparte volesse lucrare su una assoluzione che io per primo avevo pronosticato già al Giudice Priore, stante la natura e la impostazione stessa delle imputazioni. E di fronte alle perplessità della corte veniva ribadito che le sentenze erano utili a dimostrare la infondatezza delle mie presunte accuse di coinvolgimento del Generale nell’omicidio di Marcucci (beh sì quell’avvocato ha detto proprio così “omicidio” e non “presunto omicidio, come sostiene Ciancarella”) per le indagini che egli stava svolgendo sulla vicenda Ustica e sulle responsabilità che lui e Ciancarella contestavano al Generale in ordine alla strage. (Di tutto un po’ dunque, senza riferimenti, precisazioni, o accenni al convincimento più volte ribadito in ogni sede ed anche direttamente al Generale, o nella memoria inviata alla Corte d’Appello di Perugia, che le accuse formulate contro il Generale, per come erano state confezionate, non avrebbero retto alla prova dibattimentale). E tuttavia, come avevo ulteriormente specificato nella memoria, si erano ben guardati dal depositare la mia lettera di sfida indirizzata al Gen. Tascio nel 1996 (vedi documento TASCIOLE).

Infine, forse per la supponenza arrogante con cui ritenevano di aver già vinto la partita; ma facendo miserevolmente precipitare tutto l’impianto della contestazione ad una mera avidità economica, affermava di richiedere la applicazione della “prescrizione” anche allo scopo di “vedere garantito l’interesse del suo assistito ad ottenere in sede civile gli ordinari compensi di rivalsa”, per i quali non esitava ad allegare, depositandone la nota, le spese legali che sarebbero state pretese del proprio studio.

Vuoi vedere mi sono detto che ora il Generale “faina” pretenderebbe da me che sia io a coprire le spese che lui ha dovuto sostenere per la propria difesa relativamente ad Ustica? Beh il generale sarebbe stato un Illuso comunque, oltre che per la mia assoluta incapacità a rispondere di tali pretese, anche perché non credo che gli basterebbero 10 cause risarcitorie per coprire gli oneri di un pregevole quanto certamente dispendioso lavoro di difesa nelle imputazioni per Ustica.

Ebbene non sorprendetevi ma, come detto, pur in presenza cotanti depositi di documenti e presunzione di aver subito diffamazione per la quale dover essere tutelato, il generale ed i suoi legali si sono ancora una volta “dimenticati”, se non proprio ben guardati, dal depositare la mia lettera del Maggio 1998 in cui lo sfidavo a proporre querela, non su forzose ed arbitrarie costruzioni di una intelligence a fini diffamatori tra me ed un cronista di provincia (peraltro mai avvenuta), ma utilizzando piuttosto quella documentazione certa e non rinnegabile che andavo a consegnargli io stesso e nella quale lo sfidavo a rispondere puntualmente delle nefandezze di cui lo andavo accusando!

Ma glielo avevo pur scritto che, in virtù di quella che non io ma il dizionario di italiano definisce pavidità, egli si sarebbe certamente ritratto di fronte ad una simile ed aperta sfida. Ed e’ rimasto ancora una volta con le sue sole ed inutili carte false in mano, sbugiardato dalle circostanze della produzione delle stesse indipendentemente dal merito. Così come accadeva quando veniva sbugiardato, documenti parlamentari alla mano, da Lino Totano o da me nelle estenuanti assemblee in cui riuniva il personale della 46^ per raccontarci le sue “documentate” bugie.

Il Presidente, subito dopo la esposizione della “parte lesa”, aveva chiesto a me, in quanto imputato, di fare dichiarazioni da verbalizzare. A quel punto avevo risposto che io avevo sempre espresso con consapevole libertà le mie idee, come d’altra parte avevo fatto nella memoria inviata alla Corte perché fosse acquisita agli atti. E che dunque ben volentieri avrei voluto fare dichiarazioni anche per contestare le ardite e non provate correlazioni tentate dalla parte lesa per costruire le ipotesi diffamatorie di cui venivo da loro accusato. E tuttavia rinunciavo a qualsiasi specifica dichiarazione, se non quella che vi rinunciavo per la circostanza per cui venivo impedito dal rilasciarle con la garanzia e l’assistenza legale del mio avvocato di fiducia, pur non volendo mancare con questo di rispetto per la giovane legale che aveva accettato il ruolo di legale di ufficio.

Vi assicuro che in quelle condizioni attendere per quasi mezz’ora la decisione della Camera di Consiglio e’ stato stressante oltre ogni dire. In quelle condizioni di caldo asfissiante per un’aula completamente esposta al sole di mezzogiorno, con il carico di caffé e di sigarette che avevo consumato e con il livello di stress crescente, non aver accusato nessun malessere ha ancora una volta certificato che quella valutazione di “eccellente struttura psicofisica” accertata nella selezione di ingresso in Aeronautica doveva essere ben fondata. Ero certo che si stessero cercando soluzioni alchemiche per avallare i desiderata del Generale. Ma non era così.

In nome del popolo italiano la Corte d’appello di Perugia sentenziava infatti di doversi confermare la sentenza di primo grado di improcedibilità della causa per difetto di querela”.

Mi sono ingiuriato per non possedere in quel momento un telefonino di quelli che permettono di fare fotografie digitali. Ma vi assicuro che non dimenticherò mai il viso sconcertato e contrariato, che malcelava una furia incontenibile, del mio nemico generale Tascio. Mi ricordava il volto trasfigurato dall’ira di Jack Nicholson nella interpretazione del Colonnello dei Marines che vede la sua boria trasformarsi in ragione di carcerazione e di imputazione nel film “Codice d’onore”. Comunque i volti delle faine rimangono sempre abbastanza imperturbabili, se non agli esperti occhi dei loro avversari, e dunque ciascuno può immaginare come meglio crede l’immagine di uno sconfitto incredulo e sconcertato dall’esito di una battaglia che presumeva arrogantemente di aver già vinto a mani basse.

Il crollo della batteria del telefonino mi ha impedito di diffondere subito ed a tutti voi la notizia del bel risultato, e per questa mancanza di previdenza nel mantenere carico il telefonino chiedo davvero scusa a tutti.

L’importante ora è capire, metabolizzare, elaborare e proporre. Vado a provarci con le altre parti del documento.

Genesi e natura di una querela.

E’ il Maggio 1993 ed il Movimento politico de La Rete, fondato da Leoluca Orlando, nella sua espressione cittadina di Pisa, indice una conferenza stampa, convocando con un comunicato la stampa locale e quella nazionale, per presentare la vicenda della morte di Alessandro Marcucci e del suo avvistatore di incendi Silvio Lorenzini, precipitati a bordo del piper su cui volavano in servizio antincendi per la Regione Toscana.

Le diapositive dei rottami del velivolo che saranno proiettate in conferenza stampa dimostreranno, secondo gli organizzatori della conferenza stampa, la natura omicidiaria della precipitazione del velivolo e la superficialità della indagine tecnica orientata a concludere per evidente “responsabilità del pilota” (Sandro Marcucci) che avrebbe “volato non rispettando le quote minime di sicurezza e non tenendo conto dei fenomeni di micrometeorologia che potevano verificarsi sul luogo dell’incidente a causa delle condizioni meteo”.

La conferenza stampa sarebbe stata introdotta da giovani ragazze militanti nel Movimento, ed il tema sarebbe stato svolto e presentato da Mario Ciancarella – già candidato nel 1992 alle elezioni parlamentari nelle liste del Movimento -, ed il deputato in carica de La Rete, on Alfredo Galasso, avrebbe tratto le conclusioni della iniziativa.

Alcuni giornalisti intervengono alla conferenza stampa per conto di varie testate, altri decidono di costruire i propri articoli sulla base del solo comunicato di convocazione della segreteria locale del Movimento. Così decide di comportarsi ad esempio il giornalista Guido Sgherri, il quale, senza alcun contatto diretto con alcuno degli organizzatori, e men che meno con me (che lo avrei rinviato per qualsiasi dichiarazione alla celebrazione della conferenza stampa, con conseguente invito ad eventualmente intervenire) redige uno degli innumerevoli articoli (molto approssimati) che si sono registrati in tutti questi anni sulla vicenda.

Al termine della conferenza stampa, Alfredo Galasso, prendendo la parola, definisce quello che e’ stato mostrato come “l’omicidio di Sandro Marcucci e di Silvio Lorenzini (così lo riprende il Tirreno del giorno successivo) auspicando che le funzioni politiche e giudiziarie vogliano e sappiano riaprire l’indagine sul disastro aereo.

Passano tre anni e solo sul finire del 1996 veniamo a conoscenza di una querela per diffamazione che il Generale Tascio avrebbe presentato nel Giugno 1993 alla Procura di Perugia. Alfredo Galasso assume la mia difesa e nella udienza preliminare davanti al GIP sostiene che la querela mostra tali e tanti aspetti dubbi sulla correttezza del suo deposito (data certa del deposito, mancata protocollazione dell’Ufficio, mancata indicazione del funzionario che avrebbe raccolto la querela e della persona fisica che la avrebbe depositata) da ritenere che manchino le condizioni di procedibilità per “difetto di querela”.

L’Ufficio del Pubblico Ministero si oppone a simile interpretazione sostenendo la perfezione del deposito ed il diritto del querelante a vedere salvaguardato un interesse legittimo e protetto, ed il GIP accoglie tale richiesta disponendo il rinvio a giudizio per il 20 Aprile 1998.

Alfredo Galasso non potrà essere presente, in quella data, per un concomitante impegno di natura giudiziaria ed io non potrò essere presente per impegni che mi porteranno in Sicilia a parlare con giovani studenti/esse di Sandro Marcucci e della nostra cultura della Legalità Democratica. Invio pertanto una memoria al Presidente del Tribunale motivando la mia assenza e specificando per quali motivi non avrei avuto problemi a rappresentare la insanabile inimicizia che mi contrapponeva al Generale Zeno Tascio.

Con un certo stupore vengo informato da Alfredo che la causa era stata vinta: lo stesso Pubblico Ministero, in apertura di udienza, aveva infatti proposto (contro le tesi sostenute dal suo stesso Ufficio in sede preliminare) il “non doversi procedere per difetto di querela”.

E’ a quel punto che scrissi la lettera di sfida al Generale Tascio che tutti avete avuto modo di leggere (o potreste avere modo di fare oggi se ne aveste curiosità), se ne avrete avuto modo e voglia.

Passano nove lunghi anni e solo alla fine di Maggio viene notificato all’Ufficio dell’Avv. Galasso l’intervenuto appello del Pubblico Ministero, in data 28 Maggio 1998, avverso alla sentenza del Tribunale in accoglimento delle sue stesse richieste. Quell’appello ha dunque giaciuto in silenzio per nove anni lasciando maturare ampiamente i tempi di una eventuale prescrizione, ma tuttavia è stato accolto dalla Corte di appello 2 Maggio 2007.

Questo l’iter seguito dalla querela intentata dal Gen. Tascio, con le conclusioni che conosciamo. Capire come e perché abbia potuto avvenire tutto questo e in questo modo diventa assolutamente urgente e necessario.

Per chi non conosca la mia versione di Ustica, fornita a Priore e raccontata nell’asfissiante testo che ho redatto su quella strage scellerata, bisognerà ricordare che proprio dopo le prime audizioni di Priore, quindi tra il 93 ed il 94, un Carabiniere, tale Lampis, mi aveva rivelato in maniera davvero singolare di aver assistito ad un colloquio tra un suo diretto superiore, l’appuntato Stivala, ed il Comandante del distaccamento Aeronautico presso Ca’ di Mare, in cui quest’ultimo avrebbe detto: “Abbiamo (Hanno) chiuso la bocca a Marcucci, ora dobbiamo (dovranno) chiuderla a Ciancarella”.

Ebbene voi forse non ci crederete ma questo “chiudere la bocca” è quanto ho sentito sibilare, riferendo a me, dal Gen. Tascio al suo legale nella interminabile giornata di Perugia. Dunque è ben possibile che quella condanna a vivere che spesso ho evocato raccontando la mia storia, potesse consistere nella speranza di attribuire un marchio infamante di diffamatore a chi andava rivelandosi un pericolo reale per la sicurezza dei responsabili della strage di Ustica. E qui emerge, in tutto il suo spessore di ignobiltà, la figura del Generale Zeno Tascio.

Noi, tanto Sandro che io cioè, non abbiamo mai attribuito a questo personaggi ruoli superiori alle sue reali doti e capacità. Ma di certo lo abbiamo definito puntualmente come persona disponibile, per interessi di carriera, e per natura autoritaria, ad assecondare i desiderata di quanti tra i suoi sovraordinati si mostrassero bisognosi di complicità a livelli inferiori.

Ruoli e funzioni del Generale Tascio nel quadro della devianza istituzionale politico-militare

Di certo Tascio non è stato ideatore del progetto Ustica. Ma sono altrettanto certo che egli si sia dato disponibile prima a costruire la trappola in cui attirare Gheddafi e poi ad occultare le reali circostanze della caduta e del ritrovamento del MIG della Sila.

Non è un caso che nella mia lettera aperta pubblicata su IL TIRRENO del 28 Gennaio 1992, cinque giorni prima dell’omicidio di Sandro, io non scrivessi direttamente di lui, ma mi rivolgessi alle forze politiche – ed in particolare al Ministro della Difesa del tempo, l’on Rognoni – che fosse responsabilità diretta della politica l’aver consentito che si “costruissero i Tascio per nascondere la Verità”. La specie dei Tascio infatti è stata ampiamente protetta nelle Istituzioni statali e negli apparati militari perché potessero essere utilizzati, con lusinghe e garanzie di impunità, contro i “disturbatori del manovratore”.

La prova generale della sua affidabilità per quello che sarebbe stato poi il suo ruolo per Ustica, il nostro la aveva già fatta quando venne chiamato a Pisa, lui che era ancora Colonnello per un comando di competenza di un generale, con il compito di realizzare e garantire il depistaggio sulle responsabilità per la strage del Monte Serra, e di stroncare il Movimento Democratico che ormai aveva pervaso ampiamente il personale nelle sue attese di democratizzazione delle Forze Armate, nello spirito democratico della Costituzione, e nelle proposte di percorsi idonei a realizzarla.

Non aveva esitato a fare l’una e l’altra cosa e la stelletta da Generale di Brigata aveva subito premiato lo zelo di Zeno, verso i suoi referenti, piu’ o meno occulti.

Non è un caso che Sandro, nell’intervista a cornice di quella lettera aperta, dicesse “Conoscevamo molto bene il generale Tascio, era disponibile a tutto pur di fare carriera”. Ed è su questa consapevolezza, argomentandola con minuti particolari, che avevo sfidato Tascio a proporre una querela più sostanziosa e più sostenibile di quella che aveva prodotto a Perugia.

Non è un caso che lui si fosse ritratto e che non abbia mai fatto menzione di quella lettera, perché avrebbe corso il rischio di scivolare su un terreno viscido sul quale ben più difficile gli sarebbe stato sostenere la diffamazione in continuazione. Ma senza questo coraggio la sua tesi secondo la quale lo accuserei di una relazione diretta di responsabilità per la morte di Marcucci significa oltre che dire il falso, offendere la mia stessa intelligenza.

Che bisogno avrei di accusare lui, quando una simile e temeraria, quanto infondata accusa, sarebbe destinata a cadere trascinando con sé la possibilità di accertamento delle cause e delle responsabilità per la morte di Sandro Marcucci?E’ proprio quello che è successo con Ustica, e che dunque sperava di poter rinnovare: e cioè se per Ustica il raffinato e micidiale depistaggio è consistito nell’indirizzare il Magistrato ad accogliere tesi spericolate di colpevolezza presunta e comunque non correlabile ad un fatto di cui non era stata definita la vera natura (una strage senza scenario e dinamiche comprovate cioè) dalle quali il Generale e coloro di cui si rese complice nella strage potessero uscire indenni, nel mio caso l’operazione consisteva nel convincere il Magistrato che avessi voluto falsamente e calunniosamente attribuire a lui la morte violenta di Sandro sulla quale, in virtù dell‘ovvio e dovuto riconoscimento della infondatezza di tale tesi di responsabilità diretta di Tascio, non avrebbe potuto che cadere l’oblio e l’indifferenza per una vicenda che, come Ustica, rimanesse così nell’opacità dell’indefinito e della imperscrutabilità. Non cadere in questa raffinata trappola costituisce la mia più grande soddisfazione ed il mio orgoglio, perché la ultima sentenza lascia intatte le possibilità che, se un qualche giudice volesse o se si costituisse una volontà politica, si possano riaprire le indagini per strage nella vicenda Ustica, e per omicidio nella vicenda Marcucci, non tralasciando di rivisitare le altre scelleratezze militari dalla strage del Monte Serra, alla vicenda di Emanuele Scieri.

Oggi sono infatti legittimato ancor di più a raccontare in ogni sede (sia essa l’ufficio di un P.M. o una audizione in Commissione Difesa) fatti e circostanze, dai quali trarre suggerimenti di percorsi di indagine e segnalare possibilità di accertamento non sminuite dal trascorrere degli anni.

Ricominciare dai fatti i ruoli e le funzioni rivestite da Tascio ad esempio nel 1980 (i suoi comportamenti e quelli delle strutture Aeronautiche da allora in avanti, come ad esempio la assoluta dissonanza dei comportamenti della Difesa Aerea rispetto alle sue ordinarie modalità operative – ciò che io chiamo “i fondamentali di un apparato”), le possibili individuazioni dei responsabili politici che disposero la strage (il Gen Ferri, all’atto del suo rinvio a giudizio, disse infatti “Se mai avessimo mentito lo avremmo fatto solo in esecuzione di ordini superiori”. Ed aveva comunque ragione perché la macchina militare non è mai “autocefala”, anche se per gli ordini illeciti la Legge stabilisce il “dovere di disobbedienza e segnalazione”. E quei livelli superiori (superiori ad un Capo di Stato Maggiore. cioè) non avrebbero potuto che essere i livelli politici di Governo.

Il compito che ci sta davanti è dunque un compito immane che ben difficilmente sarà assecondato dagli uomini politici, troppo spesso coinvolti nella progressiva deriva antidemocratica e di corruttela del nostro sistema di rappresentanza. Ma dobbiamo provarci in tutte le maniere.

Riuscire a pretendere la “ri-apertura” effettiva delle indagini sulla strage di Ustica (una ipotesi comunque ancora attiva e pendente in qualche fascicolo abbandonato su polverosi scaffali di qualche Procura), riuscire a pretendere la riapertura delle indagini sulla strage del Monte Serra, sull’omicidio di Marcucci e di Scieri, riuscire a pretendere che la Politica si faccia finalmente carico di intervenire nella devianza strutturale di apparati e corpi armati dello Stato (ciò che poi determina anche le ignobili pretese di irresponsabilità anche per quei militari esposti a radiazioni da uranio impoverito e deceduti senza riconoscimenti solo per aver cercato di servire il Paese secondo quanto veniva loro richiesto dal Governo e dal Parlamento – e nel caso del Kossovo si parla di guida politica del centro-sinistra!! -), riuscire a pretendere che per i comportamenti degli apparati al Social Forum di Genova, per i comportamenti che hanno determinato l’omicidio di Carlo Giuliano o di Aldrovandi i responsabili rispondano pienamente dei loro comportamenti criminali, significherebbe offrire la speranza al Paese di non essere più impunemente aggredito nella sua ordinaria e pacifica convivenza “democratica e costituzionale”. Ma questo esige che siano compiuti atti politici propedeutici. Ed è quanto andrò a presentare nel paragrafo conclusivo di questo lungo ed estenuante intervento.

Prospettive di azione politica.

Quando noi riferiamo ad Ustica o ad ogni altra strage impunita, spesso parliamo di “depistaggio” come se si trattasse di un reato preciso. Nel nostro immaginario collettivo esso costituisce un reato infame e gravissimo. Ebbene quel reato non esiste.

Se infatti apriamo il codice penale potremmo rimanere sorpresi ed esterrefatti: la fattispecie di reato di “depistaggio” non esiste, non e’ stata definita dal legislatore e ad esso non e’ ovviamente correlata alcuna pena.

Ora quanto andremo a dire potrà apparire ai più garantisti tra noi come una prospettiva infelice ed inaccettabile, ma prima di alimentare la polemica vorrei che riflettessimo insieme sulla idea comune di “legalità” che riteniamo di poter condividere.

Come ben vediamo in questi giorni il criterio di “legalità” appare del tutto astratto da relazioni dirette con i criteri di “democrazia e costituzionalità”. La “legalità” viene così legata molto spesso alle pulsioni di più vile interesse dei ceti dominanti contro coloro che ne disturbano o ne attentano il privilegio, comunque acquisito.

E’ in nome di quella generica “legalità” che si sgomberano infatti oggi gli abitanti di abitazioni abusivamente occupate, dimenticando che la “legalità democratica e costituzionale” prevede e tutela anche il diritto di ciascuno alla abitazione ed al lavoro, ed e’ in nome di quella generica “legalità” che si fronteggiano le “invasioni degli extracomunitari”, dimenticando che “la legalità democratica e costituzionale” garantisce e tutela i diritti fondamentali del Cittadino e della Persona, anche per la persona dello Straniero.

Insomma cari amici e compagni, noi siamo chiamati a saper declinare apertamente il concetto di “legalità” cui intendiamo riferire, perché ogni regime ha una sua specifica “legalità” e si dota degli strumenti e degli apparati idonei a perseguirla e a difenderla dai tentativi di mutarla (ciò che un qualsiasi regime chiama “eversione”).

Era una forma di “legalità” quella che stabiliva lo “ius primae noctis” del signore sulle mogli dei suoi servitori della gleba; era una forma di “legalità” quella che regolava la condizione di schiavitù, era una forma di “legalità” quella che considerava la donna un essere inferiore e non degna del diritto di voto e dunque della partecipazione alla costruzione del proprio specifico futuro, era una forma di “legalità” quella che considerava non punibile il delitto d’onore (specie se consumato contro la donna) o che riteneva lo stupro un delitto contro la morale e non contro la persona. E così via dicendo.

La differenza dei diversi regimi sta nei diversi valori di riferimento di ciascuno di essi e nel metodo conseguente di contrasto alla “illegalità”. Per cui i regimi autoritari e violenti saranno alieni dalla certezza del diritto e dal rispetto della dignità personale dei suoi imputati e condannati, i regimi democratici dovrebbero imporre e dimostrare la propria superiore civiltà dalla applicazione del diritto nel più totale rispetto della persona dell’imputato o condannato e nella ricerca più avanzata di certezza del diritto fondata sul valore preminente della persona umana. Ma il criterio della “legalità” e della sua difesa, in astratto, e’ il medesimo.

La criminalità organizzata stessa ha infatti una sua concezione di “legalità”, peraltro severissima con chi “sgarri”, come pure la società carceraria si dota di un suo “codice” molto somigliante ad una forma pur primordiale di “legalità”.

La “legalità democratica e costituzionale” dovrebbe dunque distinguersi dalle altre forme solo in virtù del valore dissuasivo e dunque preventivo della pena, della umanità nella applicazione della pena e nell’obiettivo di recupero dei colpevoli e dei devianti alla civiltà della convivenza democratica, nella affermazione sacrale della Persona Umana.

Fuori da queste prospettive un criterio qualunquista di “legalità” e di “garantismo”o predispone alla sua violazione sistematica da parte dei furbetti di quartiere per finire ai grandi corrotti e corruttori, agli stragisti ed ai depistatori, o risulta comunque inefficace per assicurare il rispetto del “diritto” nei rapporti civili e sociali.

Solo se decliniamo la parola “legalità” con le aggettivazioni di “democratica e costituzionale” noi avremo dunque un comune quadro di riferimento sul quale verificare i nostri orientamenti e comportamenti. In questo quadro il doveroso “garantismo” verso gli imputati ed i responsabili di delitti o crimini, per assicurare comunque la tutela ed il rispetto della loro dignità di Persone, non può o meglio non dovrebbe avere la prevalenza sul garantismo verso le vittime ed i loro diritti violati, o sulla difesa dello Stato Democratico.

E’ in questo senso che noi, pur superando il sensazionalismo degli attuali processi mediatici per fatti di sangue e corruzioni di sistema, dovremmo saper essere inflessibili verso quanti, profittando delle loro condizioni di funzionari dello Stato, abbiano costruito condizioni illecite di arricchimento personale e di privilegio ingiustificato consumando crimini proprio all’ombra delle loro divise e funzioni.

Dunque ci sarebbe un “facile” punto di partenza per una politica supportata da una coscienza sociale condivisa o condivisibile nel merito di tali questioni, e sarebbe quello di impegnarsi a definire, in un organico progetto di legge, il “generico reato di depistaggio” come quel reato posto in essere (e che si realizza) dalla consumazione delle più varie attività (omissive, esecutive, di complicità diretta o passiva, di falsificazione e alterazione di documentazione, di falsa testimonianza o voluta diffamazione) finalizzate ad alterare uno scenario delittuoso per sottrarre alle indagini investigative i reali responsabili di un crimine.

Reato che dovrebbe poi prevedere un aumento di pena, da due a tre volte, rispetto a quelle previste per i singoli e specifici reati contestabili ad un normale cittadino (omissione, esecuzione di disposizioni illecite, alterazione e falsificazione di atti, falsa testimonianza e diffamazione) proprio quando a consumarlo fossero degli amministratori pubblici o dei funzionari dello Stato.

Un progetto legislativo che, quando quel reato di depistaggio si colleghi a fattispecie di strage prevedano pene detentive fino l’ergastolo, come atti direttamente correlati a quello di strage e funzionali all’occultamento delle responsabilità dirette in quella strage. E come lo e’ quel reato di strage, sarebbe necessario che anche il depistaggio ad essa collegato fosse dichiarato “imprescrittibile”.

Questa sarebbe una norma dall’enorme potere dissuasivo: infatti volete che un subordinato che oggi – a fronte di un ordine illegittimo di alterare alcuni atti (pur fossero collegati al fine di inquinare le indagini su una strage), e stretto tra il devastante potere ricattatorio del superiore e il suo poco coraggio di contestarne la legittimità degli ordini – non sia indotto a valutare con molto opportunismo la convenienza ad eseguire comunque l’ordine illegittimo, a fronte della garanzia di impunità che gli deriverebbe comunque, alla eventuale scoperta della sua attività illecita di complicità nel depistaggio, dalla prescrizione del reato, praticamente garantita dalla lunghezza dell’accertamento penale e del dibattimento?

Sapete quanti imputati di reati collegati, nella indagine per Ustica, sono usciti dal processo in virtù della intervenuta prescrizione dei reati pur commessi e confessati?

Una simile norma metterebbe invece qualsiasi subordinato nella condizione di valutare con molta consapevolezza le conseguenze del suo operato e di essere consapevole dunque di poter essere chiamato a rispondere, al massimo livello di pena, e senza alcuna garanzia di prescrizione, delle conseguenze di tali suoi comportamenti.

“Caro Comandante, Lei mi sta chiedendo di costruire una falsa traccia di MIG libico, in funzione dell’occultamento di qualcosa che potrebbe avere a che fare con la strage di Ustica? Ma Lei capisce che solo per aver costruito quella traccia falsa io potrei correre il rischio, per tutta la mia vita residua, di essere chiamato a rispondere di depistaggio a fini di strage, e che per questo dovrei rischiare l’ergastolo? No grazie, Comandante, mi scusi ma proprio non posso”.

Questo sarebbe un tipico dialogo indotto da un efficace intervento legislativo sul depistaggio rispetto a quanto e’ sempre avvenuto o potrebbe ancora avvenire in occasioni di scelleratezze di stato, nella attuale condizione di assenza di definizione dei reati di depistaggio e delle pene collegate.

Ci sarebbe poi un’altra questione da risolvere con un simile provvedimento legislativo che consiste nel rimborso economico per danno all’erario.

Io credo che nessuno di noi sia oggi scandalizzato ad esempio dal sequestro di beni a condannati per reati di Mafia, e dalla destinazione sociale dei loro proventi. La cultura che guida una simile ipotesi legislativa e’ infatti quella che “il criminale mafioso abbia accumulato ricchezze e beni lucrandoli da attività illecite e criminali, e dunque tali ricchezze non possano essere lasciate nella sua legittima disponibilità o in quella dei suoi parenti proprio in virtu’ della loro provenienza illecita”.

Ora dobbiamo anche sapere che una norma dello Stato pretende che il funzionario dello Stato, quale che ne sia il grado o la funzione, il quale si sia reso complice di pregiudizio in danno dell’erario statale, e’ tenuto al rimborso (ed in solido con lui anche gli eredi) delle cifre di tale danno.

E ancora che può essere chiamato a rispondere di tale danno anche colui, che responsabile di un servizio o una funzione, non avesse presentato agli organi superiori una relazione su circostanze che “potrebbero, anche solo in via ipotetica, recare danno allo Stato” al fine di consentire agli organi di controllo e vigilanza di svolgere attivita’ di prevenzione.

Ebbene cosa ci impedirebbe allora di chiamare a corresponsabilità ed obbligo di rimborso, estensibile anche agli eredi, tutto l’ammontare del danno causato allo Stato dai funzionari che siano stati accertati con sentenze definitive come organizzatori, esecutori e complici depistatori in reati di strage?

Badate, in questa prospettiva non sarebbe sufficiente calcolare solo le spese relative alle indagini (come quelle per il recupero dell’aereo di Ustica che si tentò maldestramente di opporre ai generali imputati, ancor prima di una sentenza definitiva ed anzi in assenza di sentenze di proscioglimento, per quanto impugnate), e neppure il calcolo dei rimborsi riconosciuti ai familiari delle vittime, ma andrebbe valutata, come nel caso di Mafia, qualsiasi ricchezza e bene sia stato lucrato al riparo della propria posizione di funzionario, in base ad un semplicissimo ragionamento:

Il tale funzionario, approfittando del proprio ruolo e funzione, ha commesso un reato di strage o depistaggio connesso, che solo quel ruolo e quella funzione gli hanno permesso di concretizzare. In quel ruolo e per quella funzione egli ha dunque maturato retribuzioni e livelli di assicurazioni pensionistiche che avevano già pesato sui contributi fiscali versati dai cittadini, proprio contro coloro cioè contro cui egli ha consumato i sui crimini. Dunque al tal funzionario sono revocate tutte le somme versate per stipendi e competenze, ab inizio della sua carriera, e pretendiamo che egli ed i suoi eredi siano tenuti dunque a rimborsare allo Stato tali cifre ottenute per un servizio di garanzia mentre invece egli cospirava per aggredire la sicurezza dei cittadini, e che tali somme siano accumulate in uno specifico fondo a favore delle vittime. Che siano altresì cancellate tutte le garanzie pensionistiche maturate fino alla data della condanna, proprio per averle maturate, il soggetto, nel mentre ordiva il proprio crimine in danno dei Cittadini e dello Stato”.

Capisco che queste previsioni possano apparirvi da brivido, eppure ritengo che esse siano l’unico modo per garantirsi la dissociazione e la collaborazione con gli inquirenti in indagini per crimini scellerati come le stragi. Basterebbe prevedere che alcune di tali sanzioni, come le ultime relative alla restituito ab initio degli stipendi ricevuti o delle condizioni pensionistiche, possano decadere o essere applicate in misura ridotta a fronte di una fattiva collaborazione al disvelamento ed alla ricerca di riscontri probatori per l individuazione delle dinamiche e delle responsabilità principali nella organizzazione ed esecuzione della strage.

Perché infatti dovremmo chiedere ad un funzionario infedele e criminale meno di quanto oggi conveniamo sia giusto chiedere ad un criminale mafioso?

Non è dunque facile concretizzare la solidarietà, che pur sentiamo di offrire e condividere, con coloro che si scontrano con i poteri forti e criminali annidati nello Stato, con una comune azione politica, condivisa nel metodo e nelle prospettive. Perché spesso ci fermiamo ad una solidarietà superficiale ed emotiva con il soggetto vittima, come di fronte ad un malato terminale o ridotto in fin di vita da una aggressione, senza porci il problema di una terapia risolutiva e di una azione di prevenzione contro il ripetersi dei fenomeni aggressivi o delle cause delle patologie devastanti. E la sola idea di aggredire secondo principi di “legalità democratica e costituzionale” i responsabili dei crimini rischia di turbare la nostra natura di democratici.

Io non ho mai preteso di essere assecondato, ma ho sempre chiesto ai referenti politici che volta a volta ho avvicinato, cosa li ostacolasse dal confrontarsi sulla possibilità di applicazione di una assoluta severità verso i funzionari infedeli e responsabili di crimini infami. Ho ricevuto solo silenzi, distacchi, disinteresse progressivo, se non la aperta astiosità e la non dichiarata avversità.

Ed abbiamo così assistito ad audizioni di Ministri della Difesa (in particolare il Generale Concione, primo militare ad assumere il dicastero, e proposto da un governo di centro-sinistra!) che non si sono limitati a riconoscere i fenomeni di ruberie e truffe consumate in reparti armati dello Stato, ma hanno chiesto comprensione per i responsabili in virtù della affermazione che il mondo militare aveva bisogno di non essere umiliato perché sarebbe portatore “di valori affatto diversi, da quelli pur nobili della Società Civile”. Quasi che ci possano essere valori altri e diversi, per qualsiasi componente sociale della Nazione, dai soli e comuni riferimenti Costituzionali.

Così abbiamo avuto anche recentemente (si veda un poderoso articolo di Stella sul Corriere della Sera, sì proprio quello della “Casta”, in cui si denunciano i privilegi insopportabili e gli sprechi ingiustificati della classe politica) militari che, nel mentre erano assenti da mesi dal servizio per le più svariate malattie certificate da medici compiacenti, svolgevano altre intense attività economiche e commerciali, fino addirittura allo spaccio di droga per il quale qualcuno era stato fermato durante una operazione di contrasto ad oltre mille chilometri dalla abitazione di residenza. Ebbene ciascuno di costoro e’ stato mandato assolto dai Tribunali Militari, per i reati contestati di “assenteismo”, ed e’ stato posto in condizione di pensione. Pensioni baby, naturalmente.

Certo fin quando un Procuratore Generale della Corte d’Appello potrà inaugurare l’anno giudiziario militare ricordando quasi con nostalgia come le Forze Armate fossero state sentite per anni dai suoi uomini come una “beata insula, incontaminata dal contagio della Costituzione”, tutto potrà succederci. E la lotta che noi iniziammo perché davvero “l’ordinamento delle Forze Armate si informasse allo spirito democratico della Repubblica” (art. 52 della Costituzione) sarà una battaglia da combattere ancora tutta, e per intero.

E’ necessario dunque chiedere ai rappresentanti politici cosa li costringa ad un atteggiamento di pavidità e di soggezione di fronte ad uomini ed apparati che dovrebbero solo scattare sugli attenti di fronte al richiamo della lealtà alla “legalità democratica” piuttosto che inalberarsi e ventilare minacciosi tintinnii di sciabole, e con i quali invece si ingaggiano duri conflitti solo in occasioni abbastanza meschine e lontane dagli interessi e dalla sicurezza dei cittadini, come nelle ultime vicende che hanno visto contrapposti uomini di Governo al Comandante della GdF Generale Speciale.

Io sento dentro di me la certezza che la “legalità democratica e costituzionale” abbia bisogno di una assoluta severità verso chiunque attenti alle sue caratteristiche fondamentali, quale ne sia il grado, il ruolo e la funzione. E penso che ciò che è stato consentito al Generale Tascio non debba avere diritto di Cittadinanza in un Paese Democratico.

Perché, aldilà degli onest’uomini che io possa aver incontrato tra i Magistrati ed i Politici sul mio percorso, è comunque innegabile che Tascio abbia goduto di complicità interne alle Istituzioni ed agli Uffici anche in quest’ultima circostanza (con l’accoglimento di una querela difettosa, con il mantenimento al caldo del ricorso fino a farlo riemergere quando con l’intervenuta prescrizione speravano di ottenere il massimo – la certificazione di diffamatore per me e la possibilità di chiedere rivalse civili tali da distruggermi definitivamente – senza aver dovuto neppure mai confrontarsi con le mie controdeduzioni -), così come aveva già ricevuto comprensione e piaggeria dai membri della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno del terrorismo e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili di strage” a fronte delle sue dichiarazioni reticenti e della evasione smaccatamente falsa dal dichiarare i propri compiti istituzionali.

Si tratta di rompere quella rivoltante consociazione tra poteri politici e mondo militare, per cui i primi pretendono che essi siano solo i pretoriani posti a garanzia della loro gestione del potere, dovendo però offrire in cambio le più ampie garanzie di impunità per qualsivoglia reato consumato contro la “legalità democratica e costituzionale” e sempreché non ostacolino le aspettative di potere incontrastato coltivate da coloro che dovrebbero essere i detentori delle funzioni rappresentative del “sovrano potere popolare”.

Si tratta di rompere il perverso meccanismo per cui il mondo militare oppone una sua presunta “alterità” alla Società Civile, nel timido silenzio del mondo della politica che consente a questa alterità, anche sul piano del diritto e del rispetto della “legalità costituzionale e democratica”.

Dunque la vicenda Tascio contro Ciancarella non ci propone solo un esito favorevole a Mario, ma ci pone di fronte alla sfida di ciò e di quanto intendiamo fare perché i Tascio siano contrastati all’origine del loro percorso e siano comunque inibiti dal perseguirlo con le garanzie di impunità di cui fino ad oggi hanno potuto ampiamente godere.

Grazie ancora a tutti, per la solidale vicinanza, per la tangibile forza a cui ho potuto attingere, nella speranza che il comune cammino non sia reso più difficile da queste prospettive finali che ho comunque ritenuto corretto e doveroso proporvi perché fossero chiari gli obiettivi che mi prefiggo ed i percorsi sui quali da sempre oriento il mio agire.

Mario

Una bella notizia!


Riprendo – anche se un po’ in ritardo – una notizia avuta da un caro amico, Pino, autore del blog “Diario di Bordo” (linkato):

16 giugno 2007. Fra i Santi di oggi mi piace ricordare San Ticone di Amato.

Amato è l’antico nome della città cipriota di Limassol, Ticone fu vescovo di quella città e venerato come patrono dei viticultori.

Si racconta che, di famiglia poverissima, prese un pezzo di terra per piantarci la vigna ma non aveva risorse. Allora ebbe a prendere un tralcio secco che altri vignaioli avevano scartato elo piantò. Ebbe talmente fede nel futuro che pregò affinché da quel tralcio secco e dalla sua fiducia nascesse una nuova vite. Fu esaudito e quella vite diede i suoi grappoli copiosi molto prima delle altre, si dice il 16 di giugno.

16 di giugno 2007, mi piace ricordare che molti anni fa un giovane magistrato di Lecce, ex alunno della scuola nella quale insegno, prese in carico il fascicolo archiviato che catalogava la morte di Peppino Impastato come “un incidente nel quale un pericoloso terrorista era esploso con la sua bomba” e lo riaprì. Sembrava secco e incartapecorito, ma quel giovane magistrato tanto ebbe fiducia e determinazione che il fascicolo diede nuovi frutti e si scoprì che Peppino era stato ucciso dalla Mafia di Tano Badalamenti. Non sarà mai santo quel giovane magistrato, ma apprendo oggi, con grande piacere, che il Governo lo ha nominato Commissario per la gestione dei beni confiscati alle Mafie. Conosco bene quell’ex-giovane magistrato e sono sicuro che come fece con quel fascicolo rinsecchito farà con la legislazione dei beni confiscati, ridandogli nuova vita e facendole produrre nuovi grandi frutti.

Mi fa piacere che questo Governo abbia fatto una cosa davvero positiva.

Carissimo dott. Antonio MARUCCIA, ti giungano le più fervide congratulazioni per la nomina e la gratitudine per il tuo impegno. Sai che ci siamo stati, ci siamo e ci saremo per qualunque evenienza.

Pino

Caro Dottor Maruccia. non La conosciamo personalmente ma ci bastano i fatti citati dall’amico Pino e la stima che Le dimostra.
Buon lavoro dunque, e… complimenti!
Dovesse mai servire… ci siamo pure noi.

Storie di Gente Inutile: Briatore


Spendono. Spandono. Vivono nel lusso. Guardano con una smorfia di disprezzo chi non è come loro. Non pagano le tasse, perché risiedono all’estero. Ma parlano male del Governo e dichiarano che è giusto evadere.. Chi sono? Gli Inutili. Quelli che confondono L’Avere con l’Essere. Che socialmente non sono Valore Aggiunto. Ma depredano e spogliano, nella sicura arroganza della loro immunità. Uno per tutti: Flavio Briatore. Spuntato dal nulla, o meglio da quel “profondo nord” nel quale anch’io ho vissuto gli anni della mia adolescenza e giovinezza. Distavamo solo 5 km, io e il Flavio, ma era lui a venire nel mio paesello per trovare un pò di vita, perché nel suo c’era ben poco. Uno sfigatino, bisogna dire.. però, però Un giorno ha deciso di alzare la testa. E fargliela vedere al mondo intero. Come? Leggete il seguito. mauro

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Campioni d’Italia : FLAVIO BRIATORE e gli “Amici del Tavolo Verde”… I Cosiddetti “PACCARI” ovvero “Il Gruppo di Milano”

Campioni d’Italia

Flavio Briatore

2. Che playboy, il «Tribüla»

Giovanotto, a Cuneo lo ricordano già smanioso di fare strada. Frequenta il Country club, allora luogo d’incontro della Cuneo bene. È un po’ playboy, un po’ gigolò. Ma il nomignolo che gli sibilano alle spalle, quando passa sotto i portici di corso Nizza, è «Tribüla»: si dice di uno che fa fatica, che si arrabatta. Ma il «Tribüla» ha fretta di arrivare. Diventa l’assistente, il factotum, il faccendiere di un finanziere locale, Attilio Dutto, che tra l’altro aveva rilevato la Paramatti vernici (ex azienda di Michele Sindona). Ma alle 8 di un mattino fine anni Settanta, Dutto salta in aria insieme alla sua auto: gran finale libanese per un piccolo uomo d’affari cuneese. La verità su quel botto del 1979 non si è mai saputa; in compenso sono fiorite leggende di provincia, secondo cui a far saltare in aria il finanziere era stato il clan dei Marsigliesi… Di certo c’è solo che il «Tribüla», dopo quel botto, sparisce da Cuneo. Ricompare a Milano. Casa in piazza Tricolore, molta ricchezza esibita, cattivo gusto profuso a piene mani. Occupazione incerta. Frequenta agenti di cambio e remisiers, bazzica la Borsa, si dà arie da finanziere. Riesce a convincere il conte Achille Caproni (erede della famiglia che aveva fondato la Caproni Aeroplani) a rilevare la Paramatti. Diventa consulente della Cgi, Compagnia generale industriale, la holding dei conti Caproni. Risultati disastrosi: la Paramatti naufraga nel crac; la Cgi viene spolpata, il pacchetto azionario venduto all’Efim (cioè allo Stato), le società del gruppo subiscono fallimenti a catena, gli operai sono messi in cassa integrazione, banche e creditori sono lasciati con un buco di 14 miliardi. Per un certo periodo, però, Briatore si presenta in pubblico come discografico, gira per feste e salotti con Iva Zanicchi al seguito. Il «Tribüla» continua faticosamente a inseguire il grande colpo, a sognare il grande affare. Intanto però trova una compagnia da Amici miei con cui tira scherzi birboni ai polli di turno. C’è un finto marchese, Cesare Azzaro, che si ritiene il miglior giocatore di carte del mondo. C’è un conte vero, Achille Caproni di Taliedo, rampollo della famiglia che ha fatto volare gli aerei italiani. C’è un avvocato dal nome altisonante. Adelio Ponce de Leon. E uomini dello spettacolo e della tv, Pupo (al secolo Enzo Ghinazzi), Loredana Berté, Emilio Fede, al tempo – erano i primi anni Ottanta – al vertice della sua carriera in Rai, vicedirettore del Tg1 e conduttore del programma Test. L’ambiente è una sorta di laboratorio dell’«edonismo reaganiano»: soldi, affari, gioco, belle donne. Luoghi d’incontro, case e bische clandestine a Milano e Bergamo, le ville del conte Caproni a Vizzola Ticino e a Venegono, hotel e casinò in Jugoslavia e in Kenya.

3. Dalle stalle alla stella

Le feste del contino Attilio, spalleggiato dal brillante Briatore, fanno rivivere alla villa di Vizzolo i fasti degli anni Trenta, quando sulle rive del Ticino arrivava il Duce per pranzare con l’amico Giovanni, l’inventore della Aeroplani Caproni. Nella versione anni Ottanta, invece, le feste, le battute di caccia, i safari in Africa sono occasioni per proporre affari, business che restano però sempre progetti: di concreto c’è sempre e solo un mazzo di carte che spunta all’improvviso su un tavolo verde. Cadono nella rete l’imprenditore Teofilo Sanson, quello dei gelati (su quel tappeto verde lascia 20 milioni), il cantante Pupo (60 milioni), l’armatore Sergio Leone (158 milioni in due serate all’Hotel Intercontinental di Zagabria), l’ex vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani (495 milioni), l’ex presidente della Confagricoltura Giandomenico Serra (1 miliardo tondo tondo, in buona parte in assegni intestati a Emilio Fede). E tanti, tanti altri… A posteriori, il «Tribüla» la racconta così: «Mi piacevano scala quaranta, scopa, poker, chemin… No, il black jack non l’ho mai capito, la roulette non mi ha mai preso. Tra noi c’erano anche bari, io non c’entravo nulla, però, lo ha scritto anche Emilio Fede nel suo libro. Dall’83 non gioco più, qualche colpo a ramino, stop». In verità la storia era più complessa: un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello, dedito al traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato (e realizzato per anni) una truffa alla grande, con carte truccate e tutti gli optional del caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente «clienti», erano individuati con un’azione scientifica di studio e di ricerca, dopo aver «comprato» informazioni da impiegati compiacenti dentro le banche e dopo aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo una battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?). Briatore, a capo di quello che i giudici chiamano «il gruppo di Milano», nel business aveva il delicato compito di «agganciare» i «clienti» di fascia alta, ingolosirli con qualche buon affare, farli sentire a loro agio con una adeguata vita notturna. E poi spennarli. Il gioco s’interrompe con una retata, una serie d’arresti, un’inchiesta giudiziaria e un paio di processi. Fede è assolto per insufficienza di prove, Briatore è condannato in primo grado a 1 anno e 6 mesi a Bergamo, a 3 anni a Milano. Ma non si fa un solo giorno di carcere, perché scappa per tempo a Saint Thomas, nelle isole Vergini, e poi una bella amnistia cancella ogni peccato. Cancella anche dalla memoria un numero di telefono di New York (212-833337) segnato nell’agenda di Briatore accanto al nome «Genovese» e riportato negli atti giudiziari del processo alle bische: «È un numero intestato alla ditta G&G Concrete Corporation di John Gambino, con sede in 920, 72 Street, Brooklyn, New York. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici di polizia americana quali esponenti di rilievo nell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra».

4. Donne e motori
Il «Tribüla» di Cuneo ne ha fatta di strada. Malgrado la latitanza, Briatore ha finalmente conquistato, tra Saint Thomas e New York, la vita che ha sempre inseguito: soldi, affari e belle donne da esibire. Arie da playboy se le è sempre date («A sei anni il mio primo bacio, a 14 la prima donna vera, Marilena, credo di Saluzzo. Vera, in quel senso lì»). Allora le sue fidanzate si chiamavano Anna Zeta, Beba. Più tardi arrivano Cristina, Nina, Giovanna, Emma. Poi ancora Naomi. E tante altre. Un’amica di Giovanna racconta a chi scrive – dopo un giuramento e mille assicurazioni di anonimato e segretezza – una disperata telefonata notturna: Giovanna, in lacrime, le confidava di aver trovato Flavio in compagnia, a letto: ma – e ciò la faceva più soffrire – in compagnia di un uomo. Vita privata, fatti suoi. Figurarsi se qualcuno vuol mettersi a giudicare i suoi gusti. È la vita pubblica di Briatore, invece, che dopo l’“incidente” delle bische compie un salto: Flavio, ricercato, condannato e latitante, alle isole Vergini spicca il volo definitivo verso il successo.

Prima della tempesta, ai bei tempi della casa di piazza Tricolore, aveva conosciuto Luciano Benetton. A presentarglielo era stato Romano Luzi, maestro di tennis di Silvio Berlusconi e poi suo fabbricante di fondi neri. Aveva poco o nulla in comune, Benetton con Briatore: trovava di cattivo gusto la sua casa, il suo stile di vita, la sua esibizione di donne e di ricchezza. Ma il «Tribüla» è un grande seduttore, conquista uomini e donne, è affascinante, sa farsi voler bene. In più, il rigoroso Benetton era rimasto affascinato dalla diversità del suo interlocutore, dal suo lato oscuro: «È un po’ teppista ma è tanto simpatico», rispondeva Luciano agli amici che gli chiedevano che cosa avesse mai in comune con quel tipo, dopo averlo messo in guardia per le brutte storie che giravano sul suo conto. Fatto sta che Briatore apre alle isole Vergini qualche negozio Benetton e fa rapidamente carriera nel ristretto gruppo di manager dell’azienda di Ponzano Veneto. Come venditore è bravo. Riuscirebbe a vendere anche il ghiaccio al Polo Nord, dice di lui chi lo conosce bene. E aggiunge: venderebbe anche sua madre. Passa nel dimenticatoio dunque anche un’altra storia che sfiora Briatore nei primi anni Ottanta. Una vicenda complicata di azioni Generali, mica noccioline, che passano di mano: un pacchetto di oltre 330 miliardi. Protagonisti: Anthony Gabriel Tannouri, libanese, noto alle cronache (e all’inchiesta del giudice Carlo Palermo) come trafficante d’armi; Mazed Rashad Pharson, sceicco arabo e finanziere internazionale; Florio Fiorini, padrone della finanziaria Sasea, ex manager Eni, esperto di mercato petrolifero. Il pacchetto di Generali passa di mano per sette anni, prima di tornare in Italia, perché diventa la garanzia di opache transazioni internazionali: di petrolio tra la Libia e l’Eni, di armi ed elicotteri da guerra (gli americani Cobra) che dopo qualche triangolazione (con il Venezuela, con il Sudafrica) finiscono a Gheddafi malgrado l’embargo. La vicenda, in verità, è rimasta oscura. Certo è che per recuperare le azioni si è mosso anche il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e che, nel suo giro del mondo, il superpacchetto di Generali è passato anche per una sconosciuta fiduciaria milanese, la Finclaus, sede in corso Venezia, capitale sociale soltanto 20 milioni, fondata nel 1978 da Luigi Clausetti, ma per qualche tempo nelle mani di Flavio Briatore.

5. Stinchi di santo
Ma i personaggi che Briatore frequenta, quelli con cui discute di affari, donne e motori, continuano a non essere proprio stinchi di santo. Tanto che il suo nome finisce dritto in una megainchiesta antimafia condotta dai magistrati di Catania, accanto ai nomi di mafiosi dalla caratura internazionale. Niente di penalmente rilevante, intendiamoci: lui, Briatore, non è stato indagato; ma la sua voce resta registrata in conversazioni con boss di rango. Felice Cultrera, uomo d’affari catanese che fa riferimento al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, è il centro dell’inchiesta antimafia. Stava imbastendo business di tutto rispetto: la costruzione di 5 mila appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare per riciclare denaro sporco; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong Kong, Montecarlo… Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni. Ebbene, chi è uno degli interlocutori dell’attivissimo Cultrera? Proprio Flavio Briatore (del resto, il gruppo dei catanesi coltivava buoni rapporti anche con i fratelli Alberto e Marcello Dell’Utri e con il generale dei carabinieri Francesco Delfino). Nel maggio 1992, dunque, Cultrera e Briatore, intercettati dalla Dia (la Direzione investigativa antimafia), conversano amabilmente di affari e affaristi. Briatore chiede consigli: racconta che un certo Cipriani (è il rampollo della famiglia veneziana), spalleggiato da tal Angelo Bonanno, aveva cercato di intromettersi nella fornitura di motori di Formula 1; per convincere l’uomo del team Benetton, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: «Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Corallo». Nomi d’oro, nell’ambiente: Spadaro è il ricchissimo boss padrone dei casinò dell’isola caraibica di Saint Maarten; Corallo è l’uomo che qualche anno prima aveva tentato, per conto della mafia, la scalata dei casinò italiani di Saint Vincent e di Campione. Cultrera ascolta con interesse, poi conferma all’amico Briatore che sì, è tutto vero: Bonanno «È uno pesante, inserito in una famiglia pesante». Infatti: Bonanno è un narcotrafficante del clan mafioso catanese dei Cursoti, coinvolto anche nell’indagine sull’Autoparco di Milano. Dunque meglio non contrariarlo.

6. La seconda bomba
Quando, il 10 febbraio 1993, una bomba esplode (è la seconda, nella vita di Briatore) davanti alla porta della sua splendida casa londinese in stile re Giorgio, in Cadogan Place, nell’elegante quartiere di Knightsbridge, distruggendo una colonna del porticato e facendo saltare i vetri tutt’attorno, qualche voce cattiva la mette in relazione con i traffici d’armi o altri commerci. Ma i giornali inglesi scrivono che si tratta di una «piccola bomba» dell’Ira e che i terroristi potrebbero averla abbandonata per paura di essere stati scoperti. Intanto Briatore è giunto al culmine (per ora) del suo successo. Il «Tribüla» si è preso le sue rivincite. Esibisce i suoi soldi, le sue donne, le sue case. Appartamento a New York, villa a Londra, attico a Parigi, pied-à-terre ad Atene, tenuta in Kenya («Lion in the sun»). Aereo privato. Yacht di 43 metri, «Lady in blue», con un Fontana e un Giò Pomodoro nel salone. Ha amici importanti soprattutto in Inghilterra (Eccleston innanzitutto, ma anche David Mills, avvocato londinese di Berlusconi, specialista nella costruzione di sistemi finanziari internazionali «riservati», tipo All Iberian). Briatore è «arrivato» e lo fa vedere, senza risparmio. All’inizio degli anni Novanta aveva preso in mano la scuderia Benetton di Formula 1, creata nel 1986 da Davide Paolini e Peter Collins sulle ceneri della Toleman. Nel 1994 e nel 1995, con Michael Schumacher come pilota, la porta alla vittoria mondiale. «Ma la Formula 1 non è uno sport, è un business», ripete. E lui da questo business (off-shore per definizione, fuori da ogni regola e da ogni trasparenza) ha saputo spremere miliardi. A trovare sponsor è bravissimo. Per il team spendeva molto, è vero, ma i suoi bilanci non hanno mai chiuso con disavanzi superiori ai 3 miliardi: la Benetton, dunque, ha ottenuto una copertura pubblicitaria planetaria, del valore di almeno 15 miliardi all’anno, con esborsi piccolissimi o addirittura, dopo il 1993, con un guadagno di alcune centinaia di milioni. Ma Briatore non sta fermo. Mentre macina soldi in Benetton, cura anche business in proprio: compra e rivende la Kicker’s (scarpe per bambini), acquista un’altra scuderia di Formula 1, la Ligier (dopo qualche tempo la rivenderà ad Alain Prost), prende una quota della Minardi, poi diventa socio del team Bar. Forse è troppo anche per Luciano Benetton, che nel 1996 divorzia dall’amico «un po’ teppista ma tanto simpatico». Niente di male, Briatore incassa una buonuscita di 34 miliardi (ma nulla È sicuro in questo campo) e subito si ripresenta con una sua azienda, la Supertech, in società nientemeno che con Ecclestone, che sviluppa i motori Renault e li fornisce a tre team, Bar, Williams, Benetton. Poi compra la casa farmaceutica Pierrel. E ora pensa al calcio. è juventino sfegatato, ma anche il football è per lui, più che uno sport, un business; il suo pensiero oggi è: come spremere soldi dal pallone? Ma apparire gli piace almeno quanto possedere. Le due cose si sono ben sposate nel Billionaire, discoteca con piscina ottagonale infarcita di vip a Porto Cervo, in Sardegna: buon investimento, ma soprattutto ottimo palcoscenico per le sue apparizioni in pantofoline di velluto bordeaux al fianco di Naomi Campbell (storia inventata, dicono i bene informati, dalla pierre Daniela Santanché da Cuneo, amica di gioventù di Briatore e oggi pasionaria di Alleanza Nazionale, novella Marta Marzotto della destra, consigliere provinciale a Milano e presidente nientemeno che della locale commissione cultura). Per Flavio Briatore la vita spericolata è diventata ormai vita dorata. Le brutte storie del passato nessuno le ricorda più. Il «Tribüla» di Cuneo è sparito: al suo posto, un uomo di successo, non raffinatissimo, ma ugualmente coccolato dai salotti di ogni tipo, in cui si rimpiangono gli anni Ottanta e si ripete il motto di Briatore: «Se vuoi, puoi».
(gb)

Fonte: http://gigionetworking.wordpress.com/campioni-d%E2%80%99italia/

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Working Class Hero

AMNESTY INTERNATIONAL

Dal 22 giugno in vendita un doppio CD a sostegno della campagna internazionale per salvare il Darfur

I più grandi artisti internazionali reinterprano i brani più famosi di John Lennon. L’album è anticipato in radio, a partire dal 1 giugno, dal singolo “Working Class Hero”, intepretato dai Green Day
Il doppio CD, già storico, include oltre 20 brani firmati da John Lennon interpretati da U2, Green Day, R.E.M., Avril Lavigne, Big & Rich, Christina Aguilera, Snow Patrol, Corinne Bailey Rae, Regina Spektor ed altri. Ulteriori brani di altri artisti come Duran Duran, Deftones, Ozzy Osbourne E Willie Nelson – oltre 50 in totale – saranno disponibili per il download digitale.

Il coinvolgimento è davvero di dimensioni storiche; oltre 50 artisti internazionali e 30 etichette discografiche hanno unito le forze in favore della lotta contro le atrocità del Darfur (Sudan) a favore dei diritti umani.
La raccolta comprende famose canzoni del leggendario musicista e pacifista John Lennon registrate da una serie incredibile di artisti, disponibile in formato 2CD e download digitale.

Nel rispetto della lunga tradizione di attivismo rafforzato dal potere della musica, Amnesty International, la più grande organizzazione umanitaria mondiale, userà il catalogo solista di John Lennon, generosamente offerto da Yoko Ono, come fulcro della campagna in difesa dei diritti umani della popolazione del Darfur.
La mobilitazione è diretta a riportare la pace nel paese e a salvare la vita di donne, uomini e bambini innocenti che attualmente stanno morendo a migliaia.

Il doppio CD verrà pubblicato il 22 giugno e racchiuderà 23 tra i migliori artisti al mondo, che daranno una loro personale interpretazione dei brani composti da John Lennon nella sua lunga carriera da solista. La lista degli artisti – che arrivano dal mondo rock, pop, hip-hop e country – include: gli U2, attivisti già da molto tempo (“Make some noise”), i Green Day (“Working class hero”), i R.E.M. (“#9 dream”) e Jackson Brown (“Oh, my love”); alcune tra le donne più famose della musica pop: Christina Aguilera (“Mother”), Avril Lavigne (“Imagine”) e Corinne Bailey Rae (“I’m losing you”); le star country Big & Rich (“Nobody told me”); dall’area del rock alternativo troviamo i Flaming Lips (“Just like starting over”), i Postal Service (“Grow old with me”) e Regina Spektor (“Real love”); le megastar del rock: gli Aerosmith (“Give peace a chance”), Lenny Kravitz (“Cold turkey”); e infine i cantautori impegnati Jakob Dylan con Dhani Harrison (“Gimme some truth”) e Ben Harper (“Beautiful boy”).

I diritti delle canzoni di John Lennon sono stati generosamente donati da Yoko Ono, che ha offerto tutte le royalties delle edizioni. Amnesty International ha scelto di imbrigliare il potere della musica di Lennon per ispirare una nuova generazione di attivisti che lottino per i diritti umani. Il ricavato della vendita del doppio CD e della versione digitale aiuterà Amnesty International e la campagna per focalizzare l’attenzione sull’immane catastrofe nel Darfur e in altre zone nel mondo in cui si stanno ledendo i diritti umani.

“E’ meraviglioso che, attraverso questa campagna, una musica tanto familiare alla mia generazione possa essere conosciuta da tanti giovani” afferma Yoko Ono. “La musica di John è uno strumento fantastico per ispirare ed aiutare i diritti umani, affinché si possa veramente fare del mondo un posto migliore”.

Larry Cox, direttore esecutivo di Amnesty International USA, aggiunge “Sappiamo che la musica ha il potere di unire ed ispirare molte persone. Con centinaia di migliaia di morti, milioni di senza-tetto e la violenza sulle donne usata come tattica nel conflitto del Darfur, il mondo ha bisogno di una mobilizzazione di massa per chiedere pace e giustizia. La campagna Make Some Noise combina il desiderio di John Lennon di fare del mondo un posto migliore con l’esperienza di Amnesty nell’ottenere giustizia. Make Some Noise permette alla gente comune di dare una mano a salvare molte vite – un concetto che renderebbe orgoglioso John Lennon”.
“John Lennon non era solo uno dei Beatles, era la coscienza sociale della sua generazione,” dice Jeff Ayeroff, uno dei produttori esecutivi dell’album. “reinterpretando la sua musica e presentandola ad una nuova generazione, accendiamo un luce nell’oscurità che è il Darfur. Il fatto che Yoko Ono abbia regalato la musica di John ad Amnesty International, il cui lavoro è quello di evidenziare il dolore e l’ingiustizia nel mondo, è un vero faro nella notte. Dare un’opportunità alla pace è tutto ciò che vogliamo.”

Vincitore del premio Nobel per la pace nel 1977, Amnesty International racchiude persone di ogni genere: oltre 2,2 milioni di donne e uomini che vogliono fare qualcosa per il rispetto dei diritti umani. I suoi membri si muovono laddove giustizia, libertà, verità e dignità sono negate. Amnesty International analizza ed evidenzia abusi, educa e mobilita la gente, aiuta a trasformare la società per creare un mondo più sicuro e giusto.

E’ da molto tempo che Amnesty ricorre alla musica per smuovere l’opinione pubblica, come il tour mondiale del 1988 Human Rights Now! ed il concerto di Parigi del 1998, organizzati per celebrare rispettivamente il 40° ed il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Tra gli artisti che vi hanno preso parte ricordiamo Bruce Springsteen e la E Street Band, Peter Gabriel, Tracy Chapman, Youssou N’Dour, Alanis Morissette, jimmy Page, Robert Plant ed i Radiohead.

Tracklist:

CD 1

U2 – Instant Karma
R.E.M. – #9 Dream
Christina Aguilera – Mother
Aerosmith feat. Sierra Leone’s Refugee All Stars – Give peace a chance
Lenny Kravitz – Cold Turkey
The Cure – Love
Corinne Bailey Rae – I’m losing you
Jakob Dylan feat. Dhani Harrison – Gimme some truth
Jackson Brown – Oh, my love
The Reveonettes – One day at a time
Avril Lavigne – Imagine
Big & Rich – Nobody told me
Eskimo Joe – Mind games
Youssou N’Dour – Jealous guy

CD 2

Green Day – Working class hero
Black Eyed Peas – Power to the people
Jack Johnson – Imagine
Ben Harper – Beautiful boy
Snow Patrol – Isolation
Matisyahu – Watching the wheels
Posta Service – Grow old with me
Jaguares – Gimme some truth (versione spagnola)
The Flaming Lips – (Just like) Starting over
Jack’s Mannequin – God
Duran Duran – Instant karma
A-ha – #9 Dream
Tokio Hotel – Instant karma
Regina Spektor – Real love

Fonte: warnermusic.it

De Gennaro indagato per il G8

21/6/2007 (6:58)

Prodi: «Abbiamo fiducia in lui, ma sarà sostituito». La Cdl: epurazione
di GUIDO RUOTOLO

ROMA
Nel giorno della sua annunciata destituzione, arriva la notizia che il capo della polizia, Gianni De Gennaro, sarebbe indagato dalla procura di Genova. Non per i fatti del G8, alla Diaz o nella caserma Bolzaneto, ma per la successiva gestione dei fatti: per «istigazione alla falsa testimonianza». In particolare, sarebbe stata la deposizione dell’ex questore di Genova, Colucci, finito indagato perché al processo ha dato una ricostruzione dei fatti diversa da quanto riferito all’epoca, a far intravedere alla procura una possibile responsabilità di De Gennaro nella gestione appunto del dopo Genova.

La notizia arriva al termine di una giornata iniziata con un question time alla Camera. Pier Ferdinando Casini aveva chiesto al governo di conoscere le sorti del capo della polizia, dopo che esponenti della maggioranza avevano chiesto le sue dimissioni per i fatti del G8. Era stato Romano Prodi a prendere la parola nell’aula di Montecitorio: «Ribadisco la completa e totale fiducia nei confronti del capo della polizia». Ma «abbiamo convenuto con lui che alla scadenza del settimo anno di incarico sarebbe maturato il momento del suo avvicendamento. Così avverrà senza polemiche».

E invece le polemiche sono deflagrate dentro e fuori il Parlamento. L’opposizione attacca l’«arroganza» del governo, il suo aver assecondato la sinistra radicale che chiedeva, appunto, di far fuori il capo della polizia e l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul G8. I leader della Casa delle libertà ne hanno parlato anche al Capo dello Stato, e lo hanno fatto sapere al termine dell’incontro: «Dopo aver occupato tutte le caselle disponibili – ha detto Silvio Berlusconi – ora si dedicano a quelle che erano già occupate, sostituendo uomini di valore come Speciale e De Gennaro». Ma su Genova, Prodi ha cercato di troncare le polemiche: «Sono in corso due procedimenti penali. Attendiamo che la giustizia proceda serenamente. Quanto a una valutazione complessiva dei fatti noi ci riconosciamo nelle posizioni espresse dall’allora opposizione nella commissione d’indagine parlamentare».

Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, tenta di raffreddare gli animi e, irritato, ritiene le polemiche «del tutto fuori luogo»: «In perfetto accordo col prefetto De Gennaro esprimo la mia soddisfazione per l’apprezzamento e per la fiducia che il presidente del Consiglio ha manifestato nei suoi confronti e verso le forze di polizia». Prodi, prosegue Amato, «ha correttamente riferito che il prefetto De Gennaro aveva messo a disposizione il proprio mandato dall’inizio del nostro governo e che si era allora convenuto che tale mandato potesse ragionevolmente durare quanto quello del Capo dello Stato». Infine, Amato sottolinea che «quando si riterrà opportuno procedere all’avvicendamento, ciò venga fatto d’intesa con l’opposizione e guardando esclusivamente all’interesse del Paese».

Le rassicurazioni e l’invito ad abbassare i toni non convincono l’opposizione. Roberto Maroni, Lega: «E’ sconcertante (l’annuncio di Prodi, ndr) e assomiglia tanto all’esecuzione ordinata solo qualche giorno fa dalla sinistra radicale». Fabrizio Cicchitto, Forza Italia: «La via imboccata da Prodi rischia di aprire una discussione insieme imbarazzante e pericolosa che rischia di essere destabilizzante per la polizia». Dalla maggioranza, protesta Italia dei Valori: «La sostituzione del capo della polizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, giunta per di più non nella sede più opportuna per comunicazioni di questo tipo». Peppino Caldarola, Ulivo: «Prodi avrebbe dovuto difendere De Gennaro». Sulla sponda opposta Rifondazione comunista: «In un paese civile verrebbe considerato scandaloso che il capo della polizia sia rimasto imperturbato al suo posto dopo una vicenda gravissima come il G8 di Genova».

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200706articoli/22895girata.asp
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così si scriveva..

CRIMINALI NON SIAMO NOI, PROCESSATE DE GENNARO!!!

Nel luglio del 2001 si svolse a Genova il vertice del G8 delle grandi potenze mondiali. Alle giornate di mobilitazione genovesi parteciparono oltre 300.000 manifestanti, di diversa appartenenza, ma uniti da un unico obiettivo: protestare contro la spartizione economica delle ricchezze globali ad opera del ricco occidente.

Dopo le contestazioni avvenute nel secolo scorso, le forze dell’ordine preordinarono una vera e propria mattanza a danno dei manifestanti accorsi nel capoluogo ligure.
Alla fine delle tre giornate il bollettino fu tragico: 1 morto, oltre 1000 feriti, molti arresti. A pianificare l’aggressione, fu il governo Berlusconi che offrì mandato al vice-premier Gianfranco Fini, intento ad impartire ordini nelle caserme, e che vide il consenso e la successiva operatività da parte del Capo di Polizia Giovanni De Gennaro. Le immagini degli scontri diffuse dai Tg nazionali e circolate nelle aule dei tribunali, mostrano apertamente la violenza delle forze dell’ordine a danno dei manifestanti, palesando a noi tutti il disegno criminale creato nei giorni precedenti al vertice. Le violenze nelle caserme Bolzaneto e Raniero, la mattanza nella scuola Diaz, le violenze gratuite sui manifestanti per le strade di Genova e Napoli, l’omicidio e l’accanimento sul corpo di Carlo Giuliani, NON SI DIMENTICANO!!! Successivamente ai fatti di Genova, partirono delle inchieste ad opera della magistratura italiana, tese a screditare e criminalizzare la partecipazione dei manifestanti al controvertice. Tra le inchieste quella a danno della “Rete Meridionale del Sud Ribelle”, ritenuta dalla magistratura cosentina una rete di soggetti sovversivi, costituitasi a Cosenza tesa a <> rendendo ingestibili le giornate di Napoli e Genova.

Nella XXII udienza del prossimo 28 Novembre, che si terrà in Corte di Assise presso il Tribunale di Cosenza, l’accusa che è rappresentata dal PM Domenico Fiordalisi, chiama a testimoniare il “super poliziotto” De Gennaro che nell’agosto del 2001 davanti alla Commissione bicamerale sui fatti di Genova, non esitò a rivendicare l’uso della violenza per impedire atti illegittimi.
Davanti a tale arroganza diviene assolutamente importante partecipare alla prossima udienza facendo sentire il nostro sdegno nell’aula, per ribaltare una volta per tutte quel disegno perverso, reso verosimile alla maggior parte dell’opinione pubblica, che vuole le forze dell’ordine vittima dell’aggressione da parte dei manifestanti durante gli scontri di Genova.
Cosenza, novembre ’06 Liberi tutti
fonte:
http://italy.indymedia.org:666/news/2006/11/1187512.php

Orrore senza fine

Iraq – 20.6.2007

Un video trasmesso dalla Cbs mostra le condizioni terribili di un gruppo di bimbi in un orfanotrofio a Baghdad

La situazione in Iraq, a quattro anni dall’inizio della guerra, sembra sempre più grave. Come se non bastassero decine di migliaia di morti, oggi è stato diffuso un video sconvolgente, che mostra le condizioni disumane nelle quali vivono i bambini dell’orfanotrofio iracheno di al-Hanan.

Immagini orripilanti

Sono più di venti, ma più che bimbi sembrano scheletri. Alcuni di loro sembrano addirittura morti.

La macabra scoperta è stata fatta circa due settimane fa da una pattuglia dell’esercito Usa che, durante una perquisizione, ha fatto irruzione nell’edificio nella zona nordoccidentale di Baghdad. Il video, girato da uomini della squadra militare, è finito al network televisivo Usa Cbs. Davanti agli occhi dei militari si è presentato uno spettacolo raccapricciante, che faceva sembrare la struttura per ragazzi con gravi problemi un inferno.

“Un mucchio di corpicini giacevano accatastati sul pavimento”, ha dichiarato il sergente Mitchell Gibson, dell’82^ Divisione Usa, “sembravano tutti morti. Poi uno, molto lentamente, ha sollevato la testa e ha guardato i soldati. Solo allora si è capito che erano vivi”. I ragazzi presentavano evidenti segni di percosse, oltre a essere sulla soglia della morte per fame. “Le loro condizioni rendevano doloroso ogni movimento, anche il più piccolo, muovevano solo gli occhi”, continua Gibson. I bambini adesso sono stati affidati alle cure di un ospedale militare.

Inchiesta tardiva

Il premier iracheno Nouri al-Maliki si è detto sconvolto dalle immagini, e ha fatto sapere che partirà immediatamente un’inchiesta per individuare eventuali responsabili. I dipendenti della struttura sono stati arrestati. Ma tutto questo, anche un eventuale processo e delle dure condanne, non potranno cancellare le immagini angoscianti che la Cbs ha diffuso.

Dopo l’invasione il regime di Saddam è collassato, lasciando il paese in un caos che le truppe straniere, le truppe irachene e il nuovo governo di Baghdad non sono ancora riusciti a risolvere.

In gioco c’è una posta altissima: gli equilibri politici del Medio Oriente e le immense risorse energetiche dell’Iraq, la resistenza armata e l’occupazione del contingente internazionale. Non è dato sapere come fossero le condizioni di vita di quei 24 bambini prima del 2003, ma come sono adesso lo si è potuto vedere. Nessuno ha pensato a loro, nel mezzo della bufera che da quattro anni si abbatte sull’Iraq. Lasciandoli là, ammucchiati sul pavimento.


Ch.E.

fonte: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8187