Archivio | giugno 24, 2007

Alla ricerca di uno Zapatero de noantri

Dibattito a sinistra

Il sistema italiano non può concepire che un giovane si imponga sulla scena politica. Al contrario, Zapatero e Sarkozy sono due leader che rappresentano due modi e due concetti di politica opposti, ma hanno in comune, oltra alla giovane età, una comunicazione fluida, risposte chiare, programmi proposti in anticipo ed uno staff di governo nuovo, compatto, giovane, composto da molte donne

di Lanfranco Fanti, 22 giugno 2007

Sfiducia. Distacco. Astio. Sono questi oggi i sentimenti diffusi che gli italiani provano nei confronti della politica. O meglio, della classe politica.
Il paradosso è che il terreno sarebbe spianato ad un leader nuovo, weberianamente carismatico, che, rassicurando anche con soluzioni populiste ed irrealizzabili e promettendo con la sua faccia nuova un drastico cambiamento, si imponesse sulla scena politica nazionale e raccogliesse i frutti del disagio collettivo.
Un Sarkozy italiano. Uno Zapatero de noantri. Mais c`est pas possible. Porque?

Si potrebbero avanzare risposte “politiche”. Azzardo con una anagrafica. Sarkozy ha 53 anni e Zapatero 47.
Ed il nostro sistema non puó concepire che un giovane si imponga sulla scena politica. Zapatero e Sarkozy sono due leader che rappresentano due modi e due concetti di politica diametralmente opposti, ma hanno in comune, oltra alla giovane età, il fattore dirompente e rivoluzionario che sono riusciti ad innestare in Francia ed in Spagna, e che li ha portati al potere.
Comunicazione fluida, risposte chiare, programmi proposti in anticipo ed uno staff di governo nuovo, compatto, giovane, composto da molte donne.
Pochi elementi ma basilari per proporsi al paese. E convincere.
Altro che questo tedioso dibattito sul leader del PD. Altro che commistioni tra poltici e bassa finanza.
Dove sono le idee per una sinistra nuova, aperta, globale?

La laicità delle istituzioni, la sostenibilità dell’ambiente legata anche ai problemi climatici, la certezza del lavoro e delle pensioni, i diritti di cittadinanza, l’investimento nella cultura e nei saperi, il pluralismo dell’informazione e la risoluzione del conflitto di interessi. Queste sono oramai concetti basilari che devono essere tradotti in agire politico. Coraggiosamente.
Ma chi puó farsi interprete di questa realtà e dare risposte credibili per cercare di migliorarla? I giovani.
Precari, ricarcatori, studenti, disoccupati. Ma anche giovani imprenditori, professionisti, artisti. Ecco la classe politica del futuro, che vive sulla sua pelle le contarddizioni di una società veloce, aperta, ma profondamente iniqua, ingiusta.
Occorrono idee e spazi.
Il personalismo senza contenuti della politica deprime l’entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco di molti giovani che scelgono altri canali di partecipazione. Oppure, ancora peggio, si cerca nella politica il mestiere e non l’impegno.
Il confronto con l’Europa parla di giovani che viaggiano, conoscono, approfondiscono e soprattutto trovano e riscontrano nei loro paesi luoghi e forme dove mettere a frutto le loro conoscenze. Questo in Italia manca. Non c’è lo spazio politico.
Se Sinistra democratica per il Socialismo europeo è un movimento pronto a mettere in discussione vecchi retaggi ideologici ed a raccogliere in un laboratorio di idee i contributi che possono venire da una nuova generazione che ha capito quanto veloce stia andando il mondo e che lo vuole rendere più equo e giusto, allora lo spazio si sta creando. Al lavoro dunque!

fonte: http://www.aprileonline.info/3721/alla-ricerca-di-uno-zapatero-de-noantri

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SFASCISTI

Piero Di Siena*, 22 giugno 2007

Non bisogna sottovalutare l’attacco senza esclusione di colpi che viene condotto contro le organizzazioni dei lavoratori. Né il modo insidioso con cui essi vengono assestati: da parte del massimo esponente degli industriali attraverso l’esercizio del discredito e della calunnia; da parte del ministro del Tesoro, rovesciando loro addosso il tavolo della concertazione

Il presidente di Confindustria dà del “fannullone” a sindacati e a coloro che questi rappresentano, con uno stile che oscilla tra le dotte ovvietà che il prof. Ichino ammanisce indiferrentemente dalle colonne del Corriere della Sera o dal foglio di propaganda di Forza Italia diffuso come inserto del Giornale e la chiacchiera da bar.

Contemporaneamente, il ministro del Tesoro del governo dell’Unione si permette di fare quello che nemmeno Tremonti aveva mai osato fare. Sul tema delle pensioni ha sbattuto la porta in faccia ai sindacati, a tutti i sindacati, dicendo praticamente che per la soppressione dello “scalone” non ci sono risorse finanziarie, mentre il cosiddetto “tesoretto” compare e scompare quasi per magia nei conti della Ragioneria dello Stato a seconda che esso debba servire a ripianare il debito o a coprire la spesa sociale.

Ci si mette anche l’ineffabile sen. Dini che con una faccia di bronzo degna di migliori occasioni non esita ad affermare che è vero che nel programma dell’Unione era prevista l’abolizione dello “scalone” ma che di questo non c’è cenno nei dodici punti con cui Prodi ha chiuso la crisi di primavera e quindi ogni impegno preso si è sciolto come neve al sole.

Se non si trattasse della vita delle persone, come ha detto il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, si potrebbe sorridere di fronte a uno spettacolo segnato dai colori della farsa è intriso di volgarità, che in verità il presidente di Fiat e Confindustria diffonde in genere a piene mani.
E, tuttavia, non bisogna sottovalutare questo attacco senza esclusione di colpi che viene condotto contro le organizzazioni dei lavoratori. Né il modo insidioso con cui essi vengono assestati: da parte del massimo esponente degli industriali attaccandone la credibilità presso l’opinione pubblica attraverso l’esercizio, in questo caso grossolano, del discredito e della calunnia; da parte del ministro del Tesoro che – abbiamo appreso sta al suo posto per rispondere non agli elettori dell’Unione ma alle tecnoburocrazie della Ue e della Bce – rovesciando praticamente loro addosso il tavolo della concertazione.

Ora credo che, in vista del Dpef e del prosieguo della trattativa sulle pensioni, si arriverà a più miti consigli. E’, del resto, evidente che con queste prove di fuoco a alzo zero si tenta di costringere i sindacati a un accordo di basso profilo. Ma resta l’impressione che la tentazione di mettere letteralmente in ginocchio le organizzazioni dei lavoratori sia forte. Il disegno di Montezemolo è chiaro. Meno evidente è dove voglia andare a parare l’arrogante “giacobinismo” monetarista di Tommaso Padoa Schioppa.

Ma è sorprendente che qualcuno pensi che la già fragile democrazia italiana possa uscire indenne se continua un gioco al massacro dei sindacati. La verità piuttosto è che l’egemonia del neoliberismo, nel senso comune prima che nelle scelte di politica economica, ha tolto il senno a qualcuno anche nel centrosinistra. Va bene destrutturare i corpi della società organizzata quando si tratta di colpire i privilegi di piccole caste, ma quelle che vengono alla fine avvertite come vincoli insopportabili sono le organizzazioni dei grandi interessi collettivi.
Ma se questa è la strada che si intende battere è bene che tutti sappiano che lungo questo percorso nessuno ne uscirà vivo. Qualcuno con i sindacati alle corde può sognare che finalmente si apra la strada a una società totalmente “americanizzata”. Ma in Europa la versione più prevedibile di una simile prospettiva non è quella di un mondo di liberi competitori, che esistono solo nei sogni degli economisti della Bocconi, ma la marea montante del populismo della destra.
E Montezemolo stia attento. O ha forse già dimenticato i sonori ceffoni (metaforici, naturalmente) che Berlusconi gli ha assestato a Verona poco più di un anno fa?

* Senatore SD, commissione lavoro e previdenza sociale

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Si rischia il corto circuito

Salvatore Bonadonna*, 22 giugno 2007

L’intervento

Il confronto sulle pensioni vede ancora la minaccia della trasformazione dello scalone in “scalini”; Padoa Schioppa rilancia il mantra dei conti pubblici che vanno male; cresce il malessere degli strati popolari e dei lavoratori; si sviluppa un attacco forsennato neopopulista, di stampo peronista, da parte del Presidente di Confindustria; ma l’attenzione del mondo politico sembra concentrata sulla discesa in campo di Veltroni. Se basta questo annuncio per mettere in ombra tutto il resto e persino il percorso di costruzione della Sinistra Alternativa vuol dire che la crisi della politica è davvero ad uno stadio molto avanzato.
L’idea di rispondere a questa crisi con la soluzione miracolitistica del “principe buono” che mette a posto le cose, magari a colpi di maggioritario e di svuotamento della democrazia rappresentativa, non solo non mi convince ma mi preoccupa, e mi preoccupa ancora di più il fatto che la sinistra invece di ragionare sulla situazione del Paese, da una parte rischia di essere risucchiata nel toto-Veltroni e dall’altra si appassiona su se e come andare oltre Rifondazione Comunista. Troppi anche nella Sinistra Alternativa criticando il politicismo altrui lo praticano in proprio.
Con ciò si determina un corto circuito che non fa capire ai militanti della sinistra, ai lavoratori, ai giovani in che direzione si vuole andare.

Tenere ferma la barra delle scelte sulle pensioni e i problemi sociali del Paese è indispensabile.
Per favore evitiamo noi, almeno chi vuole costruire una sinistra di alternativa e una alternativa di società, di correre appresso ai segnali di fumo e impegniamoci, invece, promuovendo la più ampia partecipazione a riformare la politica, quella con la P maiuscola, per evitare di essere travolti dal neopopulismo in tutte le varianti con cui esso può presentarsi.

E’ evidente che le forze moderate dell’Unione, Margherita in primo luogo ma poi anche Udeur e Italia dei Valori, prendono le distanze dai contenuti del Programma con cui sono state vinte le elezioni, e anche una parte dei DS subisce il richiamo neoliberista senza rendersi conto che tutto ciò determina delusione e disincanto tra i cittadini e gli elettori e favorisce l’attacco populista della destra al punto che formazioni sociali storicamente centriste assumano orientamenti perfino eversivi. Le vicende legate alla politica fiscale sono emblematiche.

E’ possibile che il sistema fiscale per i lavoratori autonomi contenga errori e soprattutto quello di non avere concordato con le associazioni rappresentative i nuovi “studi di settore”; ma non dimentichiamoci che oltre 22 milioni di lavoratori dipendenti pagano le tasse prima di ricevere il salario o lo stipendio e che soltanto l’8% della popolazione italiana denuncia redditi superiori ai centomila euro! Questo parla delle condizioni materiali del paese; di questo si parla nei mercati e sui tram; e c’è ancora, malgrado tutto, chi dice “evitateci un ritorno di Berlusconi”.

La carta Veltroni è giocata in questo quadro di crisi di legittimazione dell’area moderata, come fattore capace di determinare uno shock e superare le divisioni interne del futuro Partito Democratico; saltando, in qualche modo, a piè pari, i nodi che determinano il malessere sociale.
Ma su quale versante di politica economica e sociale si collocherà la sua direzione? Ancora quella liberista e del rigore contro i lavoratori e i pensionati, per contendere alla destra e ai centristi i consensi, o sulla linea della redistribuzione a favore di chi ha pagato in tutti questi anni di liberismo?

Credo che la sinistra di alternativa farebbe bene ad interrogarsi su questo come sugli indirizzi di politica istituzionale per decidere se condividere o combattere il presidenzialismo e il maggioritarismo di cui Veltroni, fin qui, si è fatto portatore. Anche in questo caso si tratta di capire se il programma dell’Unione, e perciò le ragioni di essere di quella alleanza politica, è ancora valido o se è stato il pretesto su cui rilanciare politiche di liberismo temperato e di rigorismo tecnocratico che, già in passato, hanno aperto la strada alla destra.
Sarebbe bene che, invece di discutere se e come andare “oltre Rifondazione” le forze che intendono impegnarsi nella costruzione del soggetto unitario e plurale della Sinistra nell’era della globalizzazione, partissero dall’atto di umiltà di mettersi all’ascolto delle realtà sociali, magari attraverso qualche centinaio di assemblee aperte. Se queste assemblee eleggessero propri delegati per dirigere la politica di sinistra nel proprio territorio, darebbero un contributo alla costruzione del soggetto politico superiore e tutte le congetture e mediazioni possibili tra gruppi dirigenti.

A partire da qui forse si potrebbe, finalmente, capire che le identità possono essere strumenti di comunicazione e collanti, e non elementi di differenziazione e di rottura; si potrebbe capire che cedere quote di sovranità ad organismi unitari e rappresentativi di tutte le anime e di tutti i generi della sinistra significa costruire il nuovo e il meglio oltre la coazione a ripetere le dinamiche politico-partitiche novecentesche. Rifondazione può avere la legittima ambizione di contribuire a questo processo con un solido patrimonio di acquisizioni culturali e politiche.
Insieme e unita, la sinistra può, e deve, evitare il corto circuito di cui ho detto all’inizio; purché decida di non giocare di rimessa!

*senatore Rifondazione comunista

fonte: http://www.aprileonline.info/