Archivio | giugno 25, 2007

Gli ultimi giorni del condor?

Mettiamo uno scenario mica tanto incredibile: il governo cade, chessò, alla votazione della riforma delle pensioni, oppure Napolitano cede alle insistenze della destra e si torna alle urne.

Risultati possibili: due.

1) Berlusconi & CO vincono alla grande

2) La destra regge, il centro si sfascia ed i partiti della sinistra radicale aumentano considerevolmente i loro consensi.

Mi sembra ovvio, oggi come oggi, che la seconda possibilità sia alquanto remota… il che significa che è ora di darci da fare. Con buona probabilità una larga fetta dell’elettorato di “centro sinistra” non sarebbe disposto a rivotare una coalizione che tanto ha detto e tanto poco ha fatto. E con altrettanta probabilità anche i “sinistri radicali” non crescerebbero, perché per ora né PdCI né Rifondazione hanno ottenuto bei risultati in termini di leggi approvate o miglioramenti della vita della gente.

C’è un grande malcontento in giro, l’aria sarà pure irrespirabile come dice Prodi, ma questo non dipende solo dalla destra (per quanto ci contribuisca in modo notevole). Dipende pure dalla cosiddetta sinistra, da tutto quello che ha scritto nel programma e che non ha fatto. Certo un anno non è lunghissimo… ma qualche segno ce lo potevano pure dare. Invece non hanno fatto che proseguire sulla strada già tracciata dalla destra che li ha preceduti.

E va bene, riconosciamo anche i contentini che ci hanno dato: la “stabilizzazione” dei precari dell’amministrazione pubblica (ma gli altri no… e poi, voglio essere completamente onesta: a me questa cosa non è piaciuta molto. L’avrei apprezzata maggiormente se, con questa manovra, fosse anche stato ottenuto che i lavativi, gli assenteisti, insomma tutti quelli che non fanno il loro dovere venissero buttati fuori. Come succede a tanti privati. Insomma, smettiamola con questo assistenzialismo di sapore democristiano…) E l’innalzamento delle pensioni minime – ma forse anche di altre. Però aspetto a pronunciarmi di vedere di quanto sarà… mi fido poco!

Ma a fronte di queste “conquiste”, che abbiamo ingoiato? Vicenza, le missioni di pace, i non-DICO, l’indulto…

Occorre allora che ci facciamo tutti quanti un bell’esame di coscienza e che ci domandiamo fino a che punto siamo disposti a sostenere un governo che a parole ci rappresenta, ma nei fatti rappresenta sé stesso e gli interessi di parrocchia (intesa in senso lato, ma non solo).

Forse è giunto il momento di riconoscere che la nostra buona fede e l’impegno che ci abbiamo messo perché l’Italia uscisse dalla situazione pesantissima di illegalità e di caciaroneria che hanno contraddistinto gli ultimi anni non sono bastati, che le collusioni degli interessi dei poteri forti con molti esponenti politici – in modo trasversale – sono maggiori delle collisioni, e che tutto sommato dobbiamo riprenderci la nostra vita.

Far cadere il governo ci riporterebbe nelle braccia della destra. Forse… Probabile, quasi certo. Ma se andiamo avanti così, è altrettanto certo che, scaduti i cinque anni di mandato, saremo allo stesso punto. Allora perché non lavorare da subito, non per arginare la sconfitta, ma per preparare la riscossa? Sarò un’utopista, sarò un’illusa… ma io penso che tanti, se non tutti i, compagni delusi sarebbero prontissimi a ridare fiducia e sostenere quei partiti – e quei rappresentanti di partiti – che avessero l’umiltà di riconoscere che fidarsi del programma dell’unione è stato un errore e che decidessero di voltare pagina, di smetterla di sorbirsi il rifinanziamento delle “missioni di pace”, l’approvazione dell’indulto che includa i colletti bianchi, la permanenza in parlamento di loschi figuri condannati e la scelta di personaggi quantomeno discussi come capolista “perché sono serbatoi di voti”. Se uno è un colluso, noi non lo vogliamo. Se non ci piace la politica di Bush, andiamo in piazza senza se e senza ma. Se ci accuseranno di terrorismo (cosa molto frequente di questi tempi, in tutti i campi), ben venga: non lo siamo e non lo saremo. Saremo solo coerenti. Perché l’Italia davvero si merita di meglio…

Propongo a Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio di andare dai loro elettori, dalla loro base e di ascoltarla (ma non li sto accusando di non farlo). Se noi, popolo della sinistra, decidiamo di tornare all’opposizione, all’opposizione alla destra come ci compete, ma anche a questo governo che non ci rappresenta e ci insulta con la sua arroganza… torniamoci!

Non credo che saremo in pochi… perché non sono convinta che definizioni come “destra” e “sinistra” non abbiano più senso. Ma sono convinta anche che in questo momento la cosa più importante sia il BUON SENSO… e quanti elettori dell’IdV e dell’ex PDS (ma anche di altri partiti: se non fosse una frase scomoda, parlerei di “parte sana della nazione”…) non starebbero con noi?

Elena

Ps: è ovvio (almeno a me): non pretendo di avere la verità in tasca e/o di avere ragione. Sicuramente ci sono elementi che ho trascurato, e probabilmente altri che non conosco. Sono pronta ad ascoltare ed imparare, perfino a cambiare idea… aspetto i vostri commenti.

Weltroni: ma davvero è l’ultima chance?

giovedì, 21 giugno 2007

[ L’ULTIMA CHANCE ]

Se Walter Veltroni ha deciso di fare il grande passo, e cioè di scendere in campo, vuol dire proprio che la situazione si è talmente deteriorata che è meglio giocare subito l’unica chance per evitare la prevedibile debacle. Come sapete, se avete letto i miei post, sono molto scettico sul nascente partito democratico che, con l’uscita dai Ds della componente di sinistra, dei Fabio Mussi, dei Cesare Salvi e dei Gavino Angius, rischia di essere fin troppo moderato con problemi di identità, di valori ma anche di ricambio generazionale. Non c’è un trentenne per non dire un quarantenne all’orizzonte. E se non ci sono è colpa degli attuali gruppi dirigenti dei partiti. Certo, mi rendo conto che la decisione di affidare a Walter Veltroni, dopo le primarie del prossimo ottobre, le sorti di questa nuova formazione politica segna una svolta “positiva”, almeno per quanto riguarda l’immagine. Walter, rispetto ai Romano Prodi, ha un’immagine forte. E’ uno duro nella sostanza ma che all’apparenza sembra lieve. Meglio di altri può rappresentare il nuovo anche se lui nuovo non è. Fa politica da quando aveva i calzoni corti. In altri Paesi sarebbe già considerato un “vecchio”, ma in Italia è uno dei più giovani. Per il partito democratico, dunque Walter Veltroni è l’unico candidato presentabile. Io sto a guardare, a seguire le prossime mosse. Non sono convinto di come il partito democratico si stia formando ma non sono neanche convinto di quello che sta accadendo alla sua sinistra. Divisa e ognun per sè. Quello che so è che non voglio che torni al governo Silvio Berlusconi. Quello che so è che vorrei tornare ad appassionarmi alla politica, con la Pi maiuscola.

fonte: http://www.sandroruotolo.splinder.com/

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La Ue pronta a processare gli sconti Ici alla Chiesa

Il Caso

Uscita oggi su Repubblica, questa notizia ha già provocato, si può dire a “tambur battente” (che sa tanto di Crociata..) un’energica risposta su un blog, non a caso, tutto dedicato a Papa Ratzinger. Ogni opinione è rispettabile, ma la cara Raffaella scrivente dovrebbe sapere che è meglio non cercare la pagliuzza..
Perché si corre il rischio di dover vedere la trave.

Ad ogni modo, ci aspettiamo un coro di interventi (sempre nello “stile” di Solleviamoci..) di ampio respiro e, ci auguriamo, costruttivi.

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La Ue pronta a processare gli sconti Ici alla Chiesa

CURZIO MALTESE

C´è chi in Italia è abituato a ottenere privilegi da qualsiasi governo e autorizzato a non pagare il fisco, ma sul quale nessuno osa moraleggiare. Pena l´accusa di anticlericalismo. L´anomalo rapporto fra Stato italiano e clero è invece finito da tempo sul tavolo dell´Unione europea, che si prepara a mettere sotto processo il nostro Paese per i vantaggi fiscali concessi alla Chiesa cattolica, contrari alle norme comunitarie sulla concorrenza. Oltre che alla Costituzione, meno di moda. Al centro del caso è l´esenzione del pagamento dell´Ici per le attività commerciali della Chiesa. La storia è vecchia ed è tipicamente italiana.
Varato nel ´92, bocciato da una sentenza della Consulta nel 2004, resuscitato da un miracolo di Berlusconi con decreto del 2005, quindi decaduto e ancora recuperato dalla Finanziaria 2006 come omaggio elettorale, il regalo dell´Ici alla Chiesa è stato in teoria abolito dai decreti Bersani dell´anno scorso.
Molto in teoria, però. Di fatto gli enti ecclesiastici (e le onlus) continuano a non pagare l´Ici sugli immobili commerciali, grazie a un gesuitico cavillo introdotto nel decreto governativo e votato da una larghissima maggioranza, contro la resistenza laica di un drappello di mazziniani radicali guidati dall´onorevole Maurizio Turco.
I resistenti laici avevano proposto di limitare l´esenzione dell´Ici ai soli luoghi senza fini commerciali come chiese, santuari, sedi di diocesi e parrocchie, biblioteche e centri di accoglienza. Il cavillo bipartisan ha invece esteso il privilegio a tutte le attività “non esclusivamente commerciali”.
Basta insomma trovare una cappella votiva nei paraggi di un cinema, un centro vacanze, un negozio, un ristorante, un albergo, e l´Ici non si paga più. In questo modo la Chiesa cattolica versa soltanto il 5 o 10 per cento del dovuto allo Stato italiano con una perdita per l´erario di almeno 400 milioni di euro ogni anno, senza contare gli arretrati.
Il trucco o se vogliamo la furbata degli italiani non è piaciuta a Bruxelles, da dove è partita una nuova richiesta di spiegazioni al governo. Il ministero dell´Economia ha rassicurato l´Ue circa l´inequivocabilità delle norme approvate, ma subito dopo ha varato una commissione interna di studio per chiarirsi le idee.
L´affannosa contraddizione è stata segnalata all´autorità europea dall´avvocato Alessandro Nucara, esperto in diritto comunitario, e dal commercialista Carlo Pontesilli, due professionisti di simpatie radicali che affiancano e assistono il drappello dell´orgoglio laico.
A questo punto la commissione per la concorrenza europea avrebbe deciso di riesumare la pratica d´infrazione già aperta ai tempi del governo Berlusconi e poi archiviata dopo l´approvazione dei decreti Bersani. In più, la commissione ha chiesto al governo Prodi di fornire un quadro generale dei favori fiscali che l´Italia concede alla Chiesa cattolica, oltre all´esenzione Ici.
Che cosa potrà succedere ora? Un´infrazione in più o in meno probabilmente non cambia molto. L´Italia dei monopoli, dei privilegi e delle caste è già buona ultima in Europa per l´applicazione delle norme sulla concorrenza e naviga in un gruppo di nazioni africane per quanto riguarda la trasparenza fiscale. Quale che sia la decisione dell´Ue, i governi italiani, di destra e di sinistra, troveranno sempre modi di garantire un paradiso fiscale assai poco mistico alla Chiesa cattolica all´interno dei nostri confini. Magari tagliando ancora sulla ricerca e sulla scuola pubblica.
E´ triste constatare però che senza le pressioni di Bruxelles e la lotta di una minoranza laicista indigena, l´opinione pubblica non avrebbe neppure saputo che gli enti religiosi continuano a non pagare l´Ici almeno al 90 per cento. Nonostante l´Europa, la Costituzione, le mille promesse di un ceto politico senza neppure il coraggio di difendere le proprie scelte.
Nonostante le solenni dichiarazioni di Benedetto XVI e dei vescovi all´epoca dei decreti Bersani: «Non ci interessano i privilegi fiscali».
Nonostante infine siano passati duecento anni da Thomas Jefferson («nessuno può essere costretto a partecipare o a contribuire pecuniariamente a qualsivoglia culto, edificio o ministero religioso») e duemila dalla definitiva sentenza del Vangelo: «Date a Cesare quel che è di Cesare».

© Copyright Repubblica, 25 giugno 2007









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LA RISPOSTA POLEMICA ALL’ARTICOLO

Maltese…Maltese…Maltese!!! Come si fa a imbucare tutta questa serie di autogol? Forse le fette di prosciutto laiciste che ha sugli occhi, caro Maltese, Le hanno impedito di studiare un po’ le norme giuridiche. Mi sbaglio?
Iniziamo dal titolo dell’articolo: sbagliato!
Sappia, caro Maltese, che l’esenzione dall’ICI non riguarda solo la Chiesa cattolica, ma anche tutte le altre confessioni che hanno stabilito un’intesa con lo Stato italiano.
Come mai questo piccolo particolare e’ stato omesso, caro Maltese?
La polemica e’ vecchia e datata ed il fatto che la UE l’abbia tirata fuori nuovamente dimostra il carattere anticattolico delle istituzioni europee.
Spieghi Lei, caro Maltese, ai parlamentari europei che l’esenzione dall’ICI vale anche per Protestanti e Valdesi. O, forse, fa piu’ chic attaccare sempre e solo la Chiesa cattolica?
Mi pare che questo articolo sia molto demagogico (oltre che molto tendezioso, scorretto e incompleto) e, quindi, usero’ anche io la stessa “arma”.
Caro Maltese, immaginiamo uno scenario futuro.
Supponiamo che tutta la Chiesa, nonostante le divisioni anche interne, decida di reagire a tutti questi attacchi laicisti e a questa ondata di disinformazione.
Come? Non certo con la violenza, neppure verbale.
Supponiamo che, per protesta, le attivita’ gestite dalla Chiesa e dalle associazioni cattoliche cessino per un giorno.
Visto che tutti scioperano, si astengono, minacciano di non pagare le tasse…perche’ non la Chiesa? E’ solo di pochi minuti fa la notizia del blocco della stazione tiburtina ad opera dei pendolari, giustamente arrabbiati per l’aumento delle tariffe ferroviarie. Ma forse Lei, Maltese, pensa che il costo dei biglietti calerebbe facendo pagare l’ICI alla Chiesa…
Immaginiamo che, per un solo giorno, i Cattolici impegnati nel sociale “incrocino le braccia”.
Che cosa accadrebbe, caro Maltese?
Uno scenario sconvolgente: molti asilo chiusi, scuole, universita’ cattoliche e oratori con la porta sbarrata.
Mense dei poveri deserte, chiusura della Caritas, mancata distribuzione dei “pacchi” a sostegno delle persone piu’ povere. Impossibilita’ di gestire molte comunita’ di recupero.
E non parliamo di alcuni ospedali, asili nido e assistenza ai piu’ deboli…
Capisce, caro Maltese?
Non si preoccupi: i Cattolici sono responsabili e non bloccheranno mai l’intera societa’ italiana. Le ho semplicemente dimostrato dove portano certi discorsi demagogici…
L’esenzione dall’ICI c’e’ sempre stata, caro Maltese anche, se non soprattutto, in riconoscimento del meritorio, eccezionale, imprescindibile, rilevantissimo, lavoro che QUOTIDIANAMENTE la Chiesa cattolica (e le altre confessioni presenti sul territorio) fanno in campo sociale e in ordine all’assistenza dei piu’ poveri e bisognosi.
Demagogicamente Le chiedo, caro Maltese: e’ disposto a rinunciare all’ICI pagata dalle suore per un piccolo locale in cui vendono miele e olio, in cambio di un’opera cosi’ meritevole?
Come sono stata demagogica e melensa…perdonatemi sapendo che non ho iniziato io 🙂
Raffaella

fonte: http://paparatzinger-blograffaella.blogspot.com/
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Encomio della diversità

monumento a Montaigne, nei pressi della Sorbona – Parigi


Rileggendo Montaigne, per riscoprire il suo messaggio di apertura mentale e di tolleranza.


“Ripieni di ogni genere di malvagità, cattiveria, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, lite, frode, malignità, maldicenti in segreto, calunniatori, odiatori di Dio, insolenti, superbi, orgogliosi, ideatori di male, ribelli ai genitori, senza intelligenza, senza lealtà, senza amore, senza misericordia” (Paolo, Lettera ai romani, I, 29-31). Se tra i fondamenti della religione cristiana noi includiamo questo pensiero di Paolo sulla comunità cristiana di Roma, se consideriamo questa valutazione sulla condizione umana così preda del peccato, difficilmente possiamo aprire una prospettiva di tolleranza della diversità. Naturalmente il cristianesimo non è solo questo ma questa visione gioca ancora oggi un posto importante nel definire l’etica religiosa del cattolicesimo.
A questa pesante impostazione del pensiero occidentale si sono ribellati, nel corso della storia del pensiero, numerosi filosofi, umanisti, liberi pensatori. Ma un posto del tutto speciale, soprattutto per la straordinaria attualità delle sue riflessioni sul tema, merita Michel de Montaigne (1533-1592). Nei Saggi, il più celebre libro dell’autore, molti sono i temi trattati dato il carattere eterogeneo dell’opera. In particolare, Montaigne dimostra davvero di essere interessato all’argomento della diversità ed alle sue implicazioni.
Dapprima egli affronta il problema sotto il punto di vista del giudizio: è inopportuno giudicare una persona usando come parametri le proprie caratteristiche, bisogna invece considerare le persone per quello che sono in sé per poter essere in grado di esprimere un parere il più oggettivo possibile. È indispensabile non lasciarsi prendere dall’invidia e saper riconoscere negli altri tutte le qualità.
Scrive infatti: “Io non incorro affatto nel comune errore di giudicare un altro secondo quel che io sono. Ammetto facilmente cose diverse da me. Per il fatto di sentirmi impegnato a una certa forma, non vi obbligo gli altri, come fanno tutti; e immagino e concepisco mille contrarie maniere di vita; e, diversamente dalla gente comune, noto in noi più facilmente la differenza che la rassomiglianza”.
Sono racchiusi in questi passi alcuni elementi di valutazione di se stessi nei confronti dell’altro che richiamano un sano e giusto relativismo metodologico e, al contempo, l’affermazione forte di concetti che si vorrebbero universali. Infatti nel momento in cui, si dichiara la necessaria disponibilità a non assurgere la propria identità a unico spazio di incontro, si sostiene, al contempo, l’inevitabilità della diversità, riconoscendo in questo un necessario valore universale. Quando Montaigne afferma che “c’è altrettanta differenza tra noi e noi stessi che tra noi e gli altri” egli riconosce implicitamente che ognuno di noi è l’insieme di più identità e che così facendo e così riconoscendo è più facile scoprire una o più identità comuni a quelle di altri.
A testimonianza del sincero interesse che Montaigne nutre nei confronti del diverso concorre il fatto che egli abbia dedicato a questo tema un intero saggio (Dei cannibali).
In questa sede l’autore, prendendo a pretesto il proposito di riferire il racconto di un suo ospite che ha vissuto a lungo nella Francia Antartica (l’attuale Brasile), traccia un elogio degli abitanti di queste terre. Essi, infatti, così incorrotti ed innocenti per le loro abitudini primitive, sono molto meno selvaggi di quanto comunemente si pensi. Se si intende giudicarli, però, prima di tutto, come testimoniano opere di autori del passato, è necessario rendersi indipendenti da ogni pregiudizio, afferma con semplicità ma con determinazione il pensatore francese. I suoi pensieri e le sue riflessioni costituiscono ancor oggi un utile esercizio metodologico che dovrebbe impegnare le nostre considerazioni che spesso invece lasciamo traboccare da un comune sentire frutto di una cultura solo apparentemente tollerante.
Citando esempi concreti egli vuol dimostrare come sia stato semplicistico valutare in modo condizionato e ideologico ogni popolo, quando il riferimento erano i parametri propri del cosiddetto senso comune, che in realtà nasconde quasi sempre dei pregiudizi appunto ideologici, formulati da chi svolge un ruolo di potere e spesso di sopraffazione. Nei confronti di queste operazioni culturali Montaigne ci mette in guardia in modo chiaro e forte: “Ecco come bisogna guardarsi dall’aderire alle opinioni volgari, e come bisogna giudicarle con la ragione, e non per quello che ne dice la gente”.

Barbarie o ottusità?

E nel popolo dei “cannibali” c’è davvero qualcosa di barbaro? Non si tratta piuttosto di ottusità da parte di coloro che giudicano? L’uomo europeo, civilizzato, è convinto che tutto ciò che produce sia perfetto e tende a dimenticare che solo la natura, la “grande e potente madre natura” è fonte ed esempio di bellezza e ricchezza e che l’intero complesso delle arti umane non è altro che una banale copia di tale perfezione. I selvaggi abitatori del Nuovo Continente e tutte le piante da cui traggono nutrimento, quindi, come frutti della stessa natura sono altrettanto degni e anzi, forse ancora di più.
Scrive ancora il filosofo francese: “Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi”. Infatti troppo spesso abbiamo come punto di riferimento, che riteniamo fondante, per la verità quello delle opinioni, degli usi, delle tradizioni, dei valori e degli ordinamenti, della nostra presunta superiore civiltà occidentale. Anzi, come giustamente sostiene Montaigne, “essi (gli altri, ndr) sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto”.
I valori, poi, degli uomini che appartengono a questi popoli non sono così diversi da quelli “comuni”: “tutta la loro scienza etica contiene solo questi due articoli, la fermezza in guerra e l’amore verso le loro donne” inoltre, la loro tenacia nei combattimenti è straordinaria poiché essi non conoscono paura e fuga. Persino la loro usanza di mangiare i propri prigionieri, che può lasciare più perplessi, viene presentata da Montaigne come qualcosa di valutabile criticamente e poi presa come spunto di riflessione. Come può l’uomo occidentale stupirsi di fronte ad una tale usanza e allo stesso tempo chiudere gli occhi davanti ai veri e propri gesti di barbarie compiuti dai coloni portoghesi?
Scrive ancora: “Noi rileviamo il barbarico orrore che c’è in tale modo di fare, ma piuttosto del fatto che, pur giudicando le loro colpe, siamo tanto ciechi riguardo alle nostre. Penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto (egli allude alle torture e alle violenze che la guerra fomenta e dispensa, ndr). Possiamo dunque ben chiamarli barbari, se li giudichiamo secondo le regole della ragione, ma non confrontandoli con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie”. Montaigne dunque non rinuncia a formulare un giudizio etico ma lo fa riferendosi a un valore universale, quello della ragione, che accomuna tutti gli esseri umani. Non pronuncia sentenze paragonando la propria cultura con le altre secondo parametri arbitrari e di supposta superiorità. Anzi non esita, come si vede, a denunciare la barbarie che è in noi anche se questa si presenta sotto le vesti di civiltà. Anzi, per certi aspetti, la condizione dei cosiddetti barbari rappresenta un monito continuo e forte nei confronti del degrado cui noi ci siamo sottoposti attraverso la nostra presunta superiorità. Loro, i diversi, “sono ancora nella situazione di desiderare solo quel tanto che le loro necessità naturali richiedono; tutto quello che va al di là è superfluo per loro”.
Ma questi uomini detti selvaggi, cosa penseranno di chi li giudica? Che parere si saranno fatti dell’uomo occidentale, cosa penseranno dei suoi valori? Chi è veramente il “diverso”?
Dissero che prima di tutto trovavano molto strano che tanti grandi uomini, con la barba, forti e armati, che stavano attorno al re si assoggettassero a ubbidire a un fanciullo, e che invece non si scegliesse piuttosto qualcuno di loro per comandare; in secondo luogo (essi hanno una maniera di parlare secondo la quale chiamano gli uomini la metà degli altri) che si erano accorti che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case”.

Illuminanti riflessioni

Da questi testi emerge chiaramente quanto stia a cuore a Montaigne il tema della tolleranza e della comprensione di ciò che è altro da noi. Con queste sue illuminanti riflessioni dalla sconcertante attualità, infatti, egli riesce ad instillare nel lettore il dubbio di chi siano veramente gli strani, gli insoliti: se fossimo noi quelli fuori dal comune, come vorremmo che gli altri si comportassero nei nostri confronti?
Questo ben si colloca nella sua visione profondamente scettica della realtà secondo la quale “Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa” e dunque l’atteggiamento più consono all’uomo saggio è quello del dubbio e della relativizzazione.
Quello che sembra il filosofo voglia comunicarci, dunque, è la necessità di possedere: a) un’ampiezza di vedute che ci permetta di comprendere e conoscere la molteplicità del mondo che ci circonda; b) la consapevolezza della fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani in quanto prodotti di una medesima natura.
Montaigne, in sintesi, critica la tendenza dell’uomo europeo a chiamare barbarie quello che non è nei suoi usi, mette sullo stesso piano le usanze dei popoli “civili” e dei popoli “primitivi” e professa un atteggiamento di accettazione dei comportamenti che deviano dall’uso della maggioranza dando in tal modo al mondo occidentale una lezione di tolleranza che spiazza per la sua attualità e che è auspicabile che ciascuno di noi tenga presente.

Francesco e Marta Codello

fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm