Archivio | giugno 27, 2007

LETTERA APERTA AI GIORNALISTI DI REPUBBLICA E UNITA’

26/06/2007 09:41:49

LETTERA APERTA AI GIORNALISTI DI REPUBBLICA E UNITA’

In qualità di presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova, vi scrivo per chiedere scusa.

Chiedo scusa a nome delle centinaia di manifestanti arrestati, feriti, umiliati e torturati nel mese di luglio del 2001 a Genova, nelle strade, nelle piazze, alla scuola Diaz, nelle caserme di Bolzaneto e Forte San Giuliano.

Noi allora non lo sapevamo che avremmo (dopo ben sei anni) causato l’allontanamento di De Gennaro dal vertice della Polizia italiana. Che quei giorni avrebbero macchiato la sua onorata carriera (anche se si tratta di una macchia davvero piccola, di quelle che il Ministro degli Interni, Amato, ha subito lavato nominandolo a capo del suo gabinetto). Che, per colpa nostra, De Gennaro sarebbe stato indagato per istigazione e induzione a falsa
testimonianza.

Giustamente nei giorni scorsi sui quotidiani La Repubblica e L’Unità avete ripetutamente sottolineato tutto l’orrore di questa faccenda incresciosa, ridando all’uomo ed al poliziotto tutta la sua onorabilità. E non siete stati i soli, numerosi parlamentari (di destra, di centro e di sinistra), a partire dall’on. Violante hanno fatto lo stesso. Perché De Gennaro è stato un capo della polizia “bipartisan” nominato dal centro-sinistra, confermato dal centro-destra, nuovamente confermato dal centro-sinistra, un uomo “quattro-stagioni” come la pizza.

E’ vero, alla Diaz, abbiamo fatto di tutto per farci massacrare, fingendo di dormire, alzando le mani di fronte ai manganelli e chiedendo pietà. Abbiamo anche costretto un poliziotto a fingere un accoltellamento, altri a dover portare nella scuola due bottiglie molotov, altri a firmare verbali falsi, ma che altro potevamo fare? Mettetevi nei nostri panni e, cercate di non sporcarvi, perché sono ancora pieni di sangue. E il sangue, come ogni casalinga che si rispetti sa bene, non si lava facilmente.
Meno male che nel frattempo altri solerti poliziotti hanno provveduto a distruggere le due molotov!

E a Bolzaneto? Abbiamo fatto di tutto per costringere poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, medici ed infermieri a divertirsi con noi. Non sapendo come passare il tempo, abbiamo giocato a nascondino, rimanendo anche dieci ore in piedi con le braccia alzate contro il muro e le gambe divaricate. Ma i nostri torturatori sono stati buoni con noi e non si sono nascosti tanto bene. Così si sono fatti scoprire, da noi e dalla Magistratura. Che risate ci siamo fatti mentre spaccavano la mano ad uno di noi e la cucivano senza anestesia, ci spruzzavano gas irritanti, ci accompagnavano al bagno con la testa per terra tra insulti e botte, ci minacciavano di morte e di stupro. Ancora mi piangono gli occhi al ricordo.

Ma non è stata solo colpa nostra. Siamo poi stati ingannati da quei “terroristi” di Amnesty International che hanno dichiarato che a Genova c’è stata la più grande violazione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra. E noi ci abbiamo creduto, voi no per fortuna.

Che ne sapevano noi, allora, che De Gennaro, Manganelli, Gratteri ed altri, avevano un solido trascorso nell’antimafia, addirittura a fianco di Falcone e Borsellino? Vi assicuro: non ce l’hanno detto, né alla Diaz, né a Bolzaneto, altrimenti non ci saremmo fatti massacrare e torturare con il rischio di rovinare la loro splendida ed onorata carriera. Meno male che il governo Prodi ha sistemato decorosamente De Gennaro e Manganelli. Oggi sull’Unità si parla di Gratteri come uno dei probabili vice e, giustamente, il giornalista ha tralasciato di scrivere che Francesco Gratteri è uno dei 29 imputati per il processo Diaz; ringrazio il giornalista per la dimenticanza, altrimenti avrei dovuto scusarmi anche con lui.

Chiedo scusa anche al dottor Manganelli, che non era a Genova nel 2001, anzi stando a quanto riportato dai vostri quotidiani era in ferie. Ebbene, sappiate che il 21 luglio, prima, durante e dopo l’irruzione alla Diaz, fu comunque in costante contatto con i dirigenti imputati, come lui stesso ha riconosciuto quando e’ stato chiamato in tribunale come testimone nel processo Diaz, il giorno 2 maggio del 2007. Per alcuni davvero non ci sono mai vacanze.

Per fortuna, nonostante tutto il casino che abbiamo fatto, né De Gennaro, né il governo Berlusconi, né il governo Prodi si sono lasciati sviare dalle nostre testimonianze. Infatti gli imputati, più alti in grado, per i fatti della Diaz e di Bolzaneto sono stati tutti promossi. Questori, vice-questori, dirigenti:
Gilberto Caldarozzi, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Filippo Ferri, Vincenzo Canterini, Alessandro Perugini.

A tutti loro, a De Gennaro, a Manganelli, ed a voi giornalisti di Repubblica e dell’Unità impegnati quotidianamente nel duro lavoro di informare correttamente gli italiani, ancora grazie!
Grazie a loro ed a voi abbiamo definitivamente capito cosa significano in Italia le parole: libertà, verità e giustizia.

Enrica Bartesaghi
Presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova

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Giovani e crisi di senso: cosa ha da insegnare il mondo adulto?


Bambini, ragazzi, giovani. Non hanno voglia di studiare, hanno problemi psicologici, paure e ansie nei confronti del futuro. Sono bloccati, esagitati, senza valori e senza il riconoscimento di regole e ruoli. Riconoscimento non significa necessariamente accettazione di regole e ruoli, significa capacità di identificarli o per accettarli, per condividerli, o per criticarli e combatterli, immaginare di ristabilirne dei nuovi. Il nichilismo e la crisi di senso pervade questo mondo. Da cosa dipende tutto questo spiazzamento e disorientamento?

Dalla incapacità sociale degli adulti, dalla crisi sociale degli individui adulti. I genitori, gli insegnanti, il parroco, il politico, il boss della zona, il cantante, il calciatore, il mito televisivo, la comunicazione pubblica attraverso le immagini e le simbologie del potere cosa trasmettono?

Trasmettono un pantano di miserie: i buoni padri di famiglia benestanti si scoprono squallidi affaristi che pippano cocaina e vanno a puttane; altri che tornano col mal di testa e registrano in famiglia la sconfitta sociale di un carrierismo agognato e mai raggiunto; altri ancora si portano a casa l’umiliazione di non essere nessuno, di essere stati trattati dal padrone come merce, come forza fisica da usare e maltrattare; altri ancora sono dei Peter Pan alla ricerca di sogni che non si concretizzeranno mai; altri ancora vorrebbero applicare la gerarchia del comando anche sui figli, altri che vorrebbero diventarci amici per surrogare un sistema di relazioni affettive fallito o sempre più compromesso; altri che vedono il pericolo ossessivo dietro l’angolo e ripongono a mala pena fiducia nelle loro mutande sudice; altri che vanno al Family Day voluto dalla Chiesa Cattolica che si scopre una caserma che protegge pedofili di mestiere; altri adulti che si scoprono accesi tifosi del posto auto e brillano di egoismo da cortile; altri che vorrebbero che i figli fossero i migliori dando gli esempi peggiori; altri che costringono i figli a sbarcare il lunario insieme a loro altrimenti a fine mese non si arriva; altri che pensano solo al denaro, al sesso e al decadimento fisico, riempiendo i figli di regali inutili.

Perché i giovani dovrebbero essere diversi se gli adulti sono la testimonianza vivente di individui sconfitti, membri di generazioni e classi sociali allo sbaraglio? In cosa dovrebbe consistere l’autorevolezza e lo scambio intergenerazionale? In cosa dovrebbe consistere questo discorso adulto, quale intelligenza emotiva dovrebbe sospingerli alla relazione socio educativa e affettiva? Quali esperienze, quali esempi, quali miti, quali immagini e modelli dovrebbero seguire questi ragazzi?

La cosa divertente è che dinanzi alla loro apatia, alla loro indifferenza, alla loro voglia del nulla, la borghesia che di quelle voglie ha fatto un sistema di vita adulto, che ha eretto a sistema di valori l’ipocrisia dell’interesse generale, che è sempre più evidentemente un fatto personale, di prepotenza, di controllo mafioso da parte di un comitato d’affari affinché la valorizzazione capitalistica vada avanti, si scandalizza, si terrorizza, poiché sente il puzzo della propria colpevolezza. Perché vede l’estremizzazione, l’origine, la fanciullezza delle proprie nefandezze quotidiane. Il declino e la decadenza non è solo economica, sociale, politica e culturale, ma di portata psicologica e antropologica. Una borghesia che arranca e che fa della propria ideologia dominante la malattia dei suoi figli. E un proletariato che senza capacità di organizzarsi e proporsi storicamente, fa della propria debolezza la rabbia distruttrice e autodistruttrice dei suoi figli.

La violenza nei giovani aumenta come risultato dell’aumento della violenza del sistema sociale adulto. Un sistema tanto più ripugnante e fastidioso quanto più apertamente dichiara i suoi scopi di potere e di arricchimento sulla pelle di chi lavora. La colpa di questi giovani è che si propongono come riduttori di complessità, semplificano i giudizi e le scelte e portano alle estreme conseguenze il sistema dei valori della crisi della società del capitale. Diventano la vittima sacrificale di una società allo sbaraglio. Lanciano un monito a tutti.

Una crisi di senso che è il senso della crisi percepito, con gli strumenti miserevoli a portata di mano. Agitati nel sonno e dormienti in veglia, sognano i reati che vengono condonati agli adulti. Non credono nel proprio futuro perché non hanno stima del vissuto di quelli che erano giovani prima di loro. Perché questo presente che vivono e subiscono è il futuro sconfitto delle precedenti generazioni.

Come può un sistema sociale che pur di tenersi a galla propina soluzioni che alimentano la crisi sociale, dare lezioni di stile ai suoi figli? Da chi questi giovani sbandati sia delle famiglie borghesi che delle famiglie proletarie, dovrebbero prendere lezioni di stile? E il problema per il borghese buon padre di famiglia non sarà quello di trovarsi il figlio capellone a tavola la sera a casa, ma di ritrovarsi in una valigia fatto a pezzettini da un figlio che odia i capelloni. Così come per il proletario di una famiglia che arranca, il problema non sarà quello di educare il figlio all’etica del lavoro o alla lotta sindacale, ma di trovarselo ad incendiare tutto per strada, sperando che in quell’incendio non capiti pure l’auto modesta del compagno di fabbrica della palazzina accanto.

Ci sono padri destinati a soccombere nonostante i figli non siano migliori. Ci sono generazioni che con la loro sconfitta aprono le porte all’inferno. E che questo inferno sia il benvenuto, se la liberazione umana è costretta a passare per di qua.

Rosario Zanni 5/6/2007


fonte:
http://www.stampalternativa.it/wordpress/?p=364

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USTICA: inaugurato Museo della Memoria

2007-06-27 17:29

USTICA: NAPOLITANO, COMMOVENTE IL MUSEO DELLA MEMORIA

BOLOGNA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella ricorrenza del 27/o anniversario della strage di Ustica del 27 giugno 1980, ha scritto una lettera alla presidente dell’Associazione delle vittime, Daria Bonfietti, in cui ha rinnovato la propria “solidarietà”. “Il loro dolore – è il messaggio del Capo dello Stato ai familiari, diffuso dall’Associazione – è quest’anno acuito dalla commovente iniziativa di aprire un ‘Museo della Memoria’ (nel pomeriggio l’inaugurazione a Bologna, ndr) nel quale è ricostruito il relitto del DC9 che è stato recuperato nelle acque del Tirreno. L’iniziativa, cui va il mio partecipe apprezzamento anche per la sua valenza artistica, rende ancora più intenso il ricordo e più determinato il desiderio di tutti di vedere accertata la verità sulle cause di un evento così drammatico per il paese”.

PRODI, IDEALMENTE VICINO NEL GIORNO DELLA MEMORIA

”Nella giornata del ricordo desidero far pervenire alle autorita’, all’on. Melandri, all’artista Christian Boltanski e a tutti i presenti il mio saluto piu’ caloroso e la mia ideale sentita vicinanza”. E’ il messaggio del presidente del Consiglio Romano Prodi all’associazione delle vittime della strage di Ustica, che ne ha diffuso il testo, nel giorno del 27/o anniversario della strage. Prodi ha annunciato che, per precedenti impegni, con rammarico non puo’ essere presente all’inaugurazione del Museo della Memoria.

FASSINO, ARTE E MEMORIA INSIEME AIUTANO A RICORDARE

”Coniugare arte e memoria ritengo sia il modo migliore per ricordare e rendere omaggio alle vittime della strage del Dc-9 Itavia”. Si conclude cosi’, con l’auspicio di poter ”visitare presto” il Museo della memoria che oggi pomeriggio viene inaugurato a Bologna nel 27/o anniversario della strage di Ustica, il messaggio del segretario dei Ds, Piero Fassino, alla presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Daria Bonfietti. Una ”vicenda dolorosa – scrive Fassino – dove la verita’ storica non si e’ accompagnata fino ad oggi a una verita’ giudiziaria, ma che ha messo in evidenza, agli occhi di tutti i cittadini, le connessioni tra stragismo eversivo e apparati deviati, o reticenti, dello Stato. I Ds ricorderanno sempre il sacrificio di quelle 81 vittime perche’ le nuove generazioni sappiano e riflettano su un passato che ha visto atti di inaudita violenza i cui scopi restano oscuri”.

ORLANDO, SOLIDARIETA’ A FAMIGLIE VITTIME

”Il ventisettesimo anniversario della strage di Ustica e’ un momento di dolore e solidarieta’ ma anche di speranza. Dolore per la perdita di vite umane, solidarieta’ verso quelle famiglie che da oltre un lustro attendono di conoscere la verita’ sui motivi e le responsabilita’ per la morte dei propri cari”. Lo ha dichiarato Leoluca Orlando, presidente della commissione bicamerale per gli Affari regionali e portavoce nazionale di Italia dei Valori. ”Questo anniversario e’ pero’ anche un momento di speranza, proprio perche’ quelle famiglie non hanno perso la voglia e la forza di chiedere verita’ e giustizia e perche’ dalla propria esperienza hanno costruito un percorso di crescita sociale rivolto alla collettivita’, una lezione di coscienza civile e solidarieta’ umana – conclude – che e’ d’esempio per tutti”.

VELTRONI, RESTIAMO IN ATTESA VERITA’

”Ci sono nella vita di una persona alcuni eventi che hanno avuto un significato particolare, che hanno determinato un impegno al quale proprio non ci si poteva sottrarre. La strage di Ustica ha rappresentato tutto questo”. E’ uno dei passi del messaggio che il sindaco di Roma Walter Veltroni ha inviato all’Associazione dei familiari delle vittime della strage del Dc9-Itavia inabissatosi nei mari di Ustica il 27 giugno 1980. Veltroni spiega che l’impegno di Torino ”che non posso proprio rimandare” gli impedisce di essere presente all’inaugurazione del Museo della Memoria a Bologna, progetto in cui ”la citta’ di Roma – scrive rivolto alla presidente Daria Bonfietti – ha creduto fortemente”. Quel Museo e’ una delle ”molte cose” che sono state fatte alla ricerca di verita’ e giustizia, ”perche’ i luoghi fisici hanno a volte l’incredibile forza di evitare che il tempo che passa porti via con se’ il ricordo di cio’ che non dovrebbe essere dimenticato. Non potrebbe comunque, il tempo, portare via con se’ la verita’ su quel 27 giugno 1980. Di quella per ora – e io desidero, nonostante tutto, sottolineare ‘per ora’ – restiamo tutti in attesa. Perche’ c’e’ sempre spazio per la verita’. Adesso a parlare di cio’ che e’ accaduto ci saranno anche il Museo, il relitto del Dc9 e l’opera di Chistian Boltanski”. Saranno il racconto della ”tragedia” di 81 persone che non hanno ”neanche il diritto di conoscere il perche”’.

Fonte: http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_155723014.html

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Ustica, un museo per ricordarci di non dimenticare

di Massimiliano Melilli

La legge del pendolo è micidiale. Sempre. A volte, anche in senso positivo. Dopo anni trascorsi a considerare inutile la memoria personale e collettiva – perché al tempo del Governo Belusconi bisognava essere molto moderni e dimenticare al più presto il nostro terribile passato – doveva proprio accadere. E’ la potenza della memoria. Lo è ancora di più, in occasione del ventisettesimo anniversario della strage di Ustica (27 giugno 1980). Un momento buio della nostra storia.

Proprio in occasione del ricordo di questo atto di guerra che causò la morte di 81 passeggeri, a Bologna si inaugurerà il Museo per la Memoria di Ustica, un sogno che l’Associazione familiari delle vittime insegue caparbiamente da diciassette anni: una spazio di riflessione che ruota attorno ai resti dell’aereo, il Dc9 Itavia, che quella maledetta sera s’inabissò nelle acque del Tirreno. Torna in vita uno scheletro del passato, dunque. E lo fa per testimoniare (sinceramente) come il ricordo sopravviva sempre. Anche davanti all’inestricabile grumo d’intrighi e ingiustizie che ha segnato il mistero Ustica. Ecco perché questo Museo ha un ruolo decisivo: ci ricorda di non dimenticare. I resti dell’aereo sono arrivati a Bologna un anno fa dal deposito di Pratica di Mare dove per anni è rimasto in custodia. Obiettivo: mostrarli, farli osservare, rifletterci sopra. In autonomia. L’immagine fissa in un movimento di pensieri. Pensieri a perdere per tanti, troppi anni.

I visitatori del museo riceveranno una piccola pubblicazione, parte integrante dell’installazione di Christian Boltanski, il versatile artista chiamato a raccontare la tragedia di Ustica. Lui che ha sempre lavorato sul tema delle “vite qualsiasi”, di figure ai margini, proiettato adesso su una bianca arena di nomi e cognomi: quelli delle vittime. Un quadernetto accoglie le foto di alcuni degli oggetti dei passeggeri rinvenuti in mare. Un testo, duro e appassionato, lo correda. Titolo: “Lista degli oggetti personali”. Lo ha scritto Beppe Sebaste. Struggenti alcuni passaggi: “Le cose, testimonianze della vita delle persone. Gli oggetti sono tracce. Segni di una presenza. Impronte. Gli utensili, il valore d’uso delle cose. Il valore dimesso, la dismissione. Oggetti ordinari, infraordinari, quotidiani. Necessari, superflui”.

In questa poetica minimalista dell’appartenenza, c’è tutto il senso del dolore che da effetto asettico – l’oggetto – diventa metafora palpabile, quasi la sentissimo a livello epidermico, di una strage in nome collettivo che non ha mai smesso di tormentare la coscienza di un Paese. Così, le storie personali di una tragedia corale, rivivono nella geografia degli spazi allestiti nel Museo, fino a diventare volti. I volti di 81 cittadini morti in uno scenario di guerra. Che è bene non dimenticare mai. A futura memoria.

fonte: http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2492

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Pd, Veltroni: crescita e lotta a precarietà per un’Italia nuova


27.06.2007, 17:41.

Pd, Veltroni scende in campo: ”L’Italia deve muoversi”

TORINO – E’ un Walter Veltroni che parla da leader quello che da Torino nella affollatissima sala gialla del Lingotto sta annunciando la sua candidatura a segretario del Partito democratico. E’ stata allestita un’altra sala con un maxischermo per permettere alle persone di assistere al dibattito, ma molti non vogliono sentir ragioni di andarci: vogliono vedere Veltroni da vicino.

“Fare un’Italia nuova è il senso del Partito democratico – ha esordito Veltroni che aggiunto – Esso Il dovrà dare una spallata ai conservatorismi di destra e di sinistra. Lo scopo è quello di unire gli italiani: nord e sud, giovani e anziani, lavoratori autonomi e dipendenti”.

“Parlo da italiano – ha evidenziato il sindaco di Roma -, da persona che ama il suo Paese e che mette il bene di tutti prima di ogni particolarismo”.

Secondo Veltroni “serve un partito del nuovo Millennio” che deve essere del tutto nuovo, ma che non debba ”nasce dal nulla”. ”Il 14 ottobre – prosegue il futuro segretario – è una giornata importante per la vita politica italiana”.

Nel corso del discorso Veltroni ritiene che “il primo compito di questo partito è sostenere il governo Prodi” e che ”la lotta alla precariertà è la frontiera del Partito democratico”.

Veltroni ha ricordato anche l’esigenza di una maggiore attenzione nei confronti della sicurezza sul lavoro, ma ha soprattutto auspicato la stipulazione di un nuovo patto tra generazioni perché “la nostra società deve muoversi, in una società immobile a pagare il prezzo più alto sono i ragazzi”.

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fonte: http://www.romagnaoggi.it/showarticle.php?articleID=225492&section=news/Politica

Gaber a Viareggio



Crozza e Pausini nel segno di Gaber

Maestro di cerimonie Iacchetti. Sul palco, da Paolo Rossi a Tosca, da Panariello e Mango

NEWS 27/6/2007 – FESTIVAL TEATRO-CANZONE

MARINELLA VENEGONI – VIAREGGIO

All’inizio, poteva sembrava problematico che decollasse un Festival di teatro-canzone, in un Paese come l’Italia ormai disaffezionato sia alla canzone che al teatro che alla cultura in generale. Poi la tv si è messa a sprofondare sempre più, e qualche cervello si è riacceso: e con un nume tutelare come Giorgio Gaber – cui questo Festival è dedicato – ogni pessimismo si è rivelato fuori luogo. E oggi, con il teatro che fa più spettatori del calcio, si può dire che l’impresa è decollata: anche perché a trascinar la formula e gli inviti a comparire al Festival Gaber è la figlia del grande artista scomparso, Dalia, un caterpillar di dedizione alla causa che per trent’anni ha acceso l’arte del padre.

Così questa volta, per il quarto anno, il Festival Teatro-Canzone Giorgio Gaber ridecolla dopo che nel 2006 si era autoridotto a una sola serata. E anzi rilancia, offrendosi a ingresso gratuito, nella Cittadella del Carnevale di Viareggio venerdì 20 e sabato 21 luglio maestro di cerimonie Enzo Iacchetti. Sono due serate di diversa valenza artistica. Nella prima è contemplato un vasto parterre di maestri della satira che coltivino pure un coté musicale: in primis Paolo Rossi e Maurizio Crozza, i più pungenti, e nello stesso segmento metteremmo pure il loro fratello minore Andrea Rivera, che ha avuto ampia pubblicità per le critiche che gli sono piovute addosso dopo che ha presentato il 1° Maggio a Roma. Ma è previsto un secondo segmento di serata, più nazionalpopolare, con Giobbe Covatta e Giorgio Panariello, alla rimonta nei teatri italiani.

Nella kermesse del sabato, si cambia registro, con personaggi per lo più vicini alla canzone, che si cimenteranno pure nel repertorio gaberiano. Qui, la presenza più curiosa è Laura Pausini, che nell’esplorazione di una più ampia gamma di possibilità artistiche affronterà Non insegnate ai bambini. Incuriosisce pure la presenza di Mango, sembrava invece scontato l’invito a Tosca, la cantante che ha fatto del teatro-canzone il suo riferimento, con lo spettacolo La Romana. Poi c’è Giulio Casale, di cui ci ha sempre impressionato la somiglianza vocale e gestuale con il grande artista scomparso, che fa girare nei teatri italiani Polli d’Allevamento. E infine, una attesa new entry: Vincenzo Salemme.

fonte:

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/musica/grubrica.asp?ID_blog=37&ID_articolo=509&ID_sezione=62&sezione=News