Archive | luglio 2007

PROVIAMO A RIFLETTERE



Abbiamo provato a ridurre la popolazione del mondo intero ad un villaggio di
100 persone, mantenendo le proporzioni di tutti i popoli esistenti al mondo. Ecco qui realizzato il villaggio globale, nel quale vivresti anche tu!
Bene,
se esistesse sarebbe così composto:

57 abitanti verrebbero dall’Asia e dall’Oceania
21 verrebbero dall’Europa
14 dalle Americhe del Nord e del Sud

8 verrebbero dall’Africa
52 sarebbero donne
48 uomini
30 sarebbero bianchi
70 sarebbero non bianchi
30 sarebbero cristiani
70 sarebbero non cristiani
89 sarebbero eterosessuali
11 sarebbero omosessuali
6 persone possiederebbero quasi il 60% della ricchezza di tutto il villaggio
e tutti e 6 sarebbero di origine statunitense
1 avrebbe la laurea.
70 sarebbero analfabeti
80 vivrebbero in case senza i requisiti di abitabilità
50 soffrirebbero di malnutrizione

E sarebbero tutti tuoi vicini di casa!
Come faresti allora a non sentirti responsabile, a non fare niente per riequilibrare questa situazione?

tratto da: http://www.jomix.org/Arg4/Argoind.asp

Canne e cannoni


Left n.22 del 1 giugno 2007

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L’escalation nell’abuso di sostanze illecite nei teatri di guerra ormai coinvolge militari e civili. Stimolanti e stupefacenti invadono Paesi già devastati dai conflitti. Così tra scontri a fuoco, violenze e privazioni aumentano i casi di dipendenza

di Alessandro De Pascale

Nell’Europa orientale il problema maggiore sono le droghe chimiche, quelle di sintesi. Balcani e Cecenia ne sono pieni. Il Muro è caduto. Ma non i laboratori illegali per la produzione delle anfetamine. Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa a Mosca per il suo impegno nel raccontare le verità nascoste dei conflitti russi, ha più volte sollevato il problema. Ha anche scritto di cittadini ceceni che vanno in giro con le tasche cucite, per evitare che i soldati russi li arrestino infilandogli la droga nei pantaloni.
Ma le storie più dure vengono dall’Iraq dilaniato dalla guerra civile, sconvolto da una spirale di violenza che ha lasciato intatte pochissime famiglie. Tamam Abdul-Kadhim, 35 anni, nel 2004 ha vissuto un bombardamento nel centro di Baghdad. Era la prima volta che assisteva a un bagno di sangue. Un avvenimento che ha cambiato per sempre la sua vita. La notte non chiudeva occhio. Allora ha iniziato a usare sedativi, diventandone dipendente. L’Iraq di oggi è pieno di persone nelle sue stesse condizioni. Uomini e donne imprigionati in una quotidianità di morte e terrore. Chi ha potuto è andato via, si è trasferito in Giordania o in Europa. Chi è rimasto cerca sempre di più nelle droghe l’unica possibilità di evadere dalla realtà.

I consumatori appartengono a tutte le classi sociali: insegnanti, militari, poliziotti e disperati. Usano di tutto, dagli psicofarmaci all’eroina. Non essendo un Paese produttore, l’Iraq non si era mai dovuto confrontare con problemi di droga, e ai tempi di Saddam gli unici problemi di dipendenza riguardavano l’alcol. Oggi a causa degli attentati degli estremisti contro i locali pubblici è diventato difficile trovare alcolici. Ma il Paese è ormai pieno di droga. Farmaci contenenti anfetamina e codeina (un derivato medico dell’oppio) si trovano a prezzi bassissimi ad ogni angolo di strada, sui banchi dei mercati e persino nei bar. Dove un tè da 400 dinari (10 centesimi di euro) lo servono direttamente con gli psicofarmaci sciolti dentro. Il problema è che spesso i clienti neanche sanno cosa assumono. Esiste un commercio di farmaci destinati a persone che, anche quando le medicine sono nelle loro confezioni, non sanno leggere dosi e indicazioni. Scritte in inglese, con il marchio del ministero della Salute iracheno e la dicitura «not for sale» (quindi non vendibile senza ricetta medica). Non di rado sono aiuti esteri, dotazioni delle ong. Per strada, scatola e foglietto illustrativo neanche ci sono. Sui banchi dei mercati le pillole si trovano sfuse. Trenta per 500 dinari, medicine di cui nessuno conosce la data di scadenza e che magari sono sotto il sole da settimane. Anche il canale ufficiale di distribuzione, le farmacie, è diviso in due: ci sono quelle che vendono i farmaci di classe A (i più potenti) anche senza ricetta, e quelle a cui non piace vendere un certo tipo di psicofarmaci. Ma di solito anche lì, descritto il sintomo, si ottiene ciò che si chiede. «Se finisci in galera una delle prime cose che ti chiedono i secondini è se hai bisogno di una pillola: prezzo 250 dinari», scriveva di recente una lettrice al direttore di un quotidiano di Baghdad. Campanello d’allarme per comprendere quanto il loro uso sia diffuso nel Paese, con il silenzio del governo, della polizia locale e delle forze di occupazione.

All’uso degli psicofarmaci si è poi aggiunto quello di eroina e cocaina. «Gli iracheni stanno consumando sostanze illecite come mai prima d’ora. Stimiamo che oggi siano circa 5.000 le persone che usano droghe nel sud del Paese. Nel 2004 erano circa 1.500», ha affermato recentemente in un’intervista all’agenzia di stampa irachena Irin il dottor Kamel Ali del Programma di prevenzione contro i narcotici del ministero della Salute. «In tutto il Paese potrebbero essere 10.000». Un recente rapporto dell’agenzia Ghodse evidenzia come «negli ospedali di Baghdad e di tutto il Paese si è registrato un notevole aumento di overdose, per droghe e psicofarmaci». Molti arrivano in ospedale direttamente in ambulanza, una volta perduti i sensi, poiché si spostano solo per lo stretto necessario e sono ancora molto diffidenti verso le istituzioni. Inoltre in Iraq c’è un solo centro che si occupa di dipendenze: l’ospedale psichiatrico di Baghdad.

L’arrivo delle nuove droghe
è dovuto al sostanziale fallimento del controllo dei labili confini iracheni. Soprattutto quello tra Iran e Iraq, dove transitano ingenti quantitativi di droga, che stanno facendo esplodere il consumo in tutto il Medio Oriente. Un confine lungo 1.200 chilometri che le forze di occupazione e quelle irachene non riescono a controllare. Molti analisti sostengono che il problema sia da imputare al dilagare della corruzione. Il governo ha fatto di tutto per fermare il flusso di droghe, inviando migliaia di poliziotti in più lungo il confine e chiedendo aiuto alle forze ucraine e polacche di stanza vicino a Batra e Zurabatia. «In passato l’Iraq aveva migliaia di checkpoint e poliziotti lungo il confine, ma oggi, con tutti i problemi del Paese, all’area viene data una scarsa attenzione» ha dichiarato Mahmud Uthman, membro del Consiglio di governo. Ma i risultati ottenuti dall’esecutivo sono stati irrisori. Anche le due città sante di Kerbala e Najaf, nel sud del Paese, hanno indossato la maglia nera dell’abuso. Lungo le polverose strade di queste due città ormai proliferano i narcotrafficanti afgani e iraniani. E l’applicazione della pena di morte anche per il traffico di stupefacenti non è servita da deterrente. I sequestri si moltiplicano, ma traffico e consumo non si arrestano. Gli psicofarmaci passano dal confine giordano, l’eroina da quello iraniano e la cocaina attraverso i Paesi del Corno d’Africa. Il tema della droga ormai non è più un tabù, nella patriarcale e conservatrice società irachena. È diventato un argomento da bar. Uno psichiatra del ministero della Salute, che vuole rimanere anonimo, sostiene che il problema è che l’Iraq non ha strutture adeguate per combattere la crisi: «È un bene che finalmente si parli del problema, ma la cronica mancanza di sicurezza, l’assenza di dati e il fatto che tutto questo sia rimasto a lungo nell’ombra, non ci aiuta a risolverlo. Baghdad conta più di cinque milioni di abitanti, ma noi siamo in grado di monitorare solo una piccola parte della popolazione. E fuori dalla capitale è tutto ancora più difficile».

Se a Baghdad la situazione
è preoccupante, in Afghanistan è allarmante. «Un milione di afgani si droga» tuonava nel rapporto del 2005 l’Ufficio per la droga e il crimine delle Nazioni Unite, diretto dal 2002 dall’italiano Antonio Maria Costa. Le siringhe sono arrivate anche in Afghanistan. Una novità assoluta per il Paese. Un’occidentalizzazione del consumo senza precedenti. Mentre il mondo viene inondato da eroina afgana, il consumo esplode dal confine con Turkmenistan e Uzbekistan e nelle campagne fino a Kabul. I derivati dell’oppio, mai usati negli anni del regime e soprattutto mai prodotti dagli afgani, dal 2001, anno di inizio dell’ultimo conflitto, stanno avendo una rapida diffusione tra la popolazione. Chi non ha accesso a queste sostanze usa psicofarmaci e pure benzina. Il resto del mondo osserva il presente afgano con uno sguardo preoccupato anche verso il futuro. L’enorme quantità di oppio disponibile nel Paese, aggiunta alla corruzione delle istituzioni, rendono al momento impossibile arginare la crescente attività di produzione e raffinazione. Situazione che è destinata a fare schizzare ancora di più verso l’alto la domanda interna, di oppio e eroina.
Dopo la caduta dei talebani sono stati creati programmi di trattamento. Il ministero non sa quanti vi ricorrano, e non ci sono indicazioni sui programmi terapeutici. Quello che si sa è che questi centri nella maggior parte dei casi non possono fare affidamento su farmaci sostitutivi per le astinenze. Usano le corde. Legano le persone ai letti. La loro nascita e le lunghe liste di attesa confermano la vastità del fenomeno delle dipendenze nel Paese. Una nazione che produce più del 90 per cento dell’oppio mondiale, si trova di colpo ad essere anche un grande consumatore. Nella sola Kabul in due anni gli eroinomani sono più che raddoppiati. E il dottor Mohammad Zafar del Programma di riduzione della domanda, del ministero per il Controllo dei narcotici, denuncia come la comunità internazionale si sia interessata solo alla produzione dell’oppio afgano e non al boom del suo consumo in patria. Da un chilo di oppio si producono 100 grammi di eroina pura. Se sotto i talebani la raffinazione avveniva fuori dai confini nazionali (Triangolo d’oro, Pakistan e Iran in testa), oggi i laboratori sono dentro il Paese. Producono dai 70 ai 100 chili di eroina al giorno. Sono sulle colline a sud-est di Jalabad (a ridosso del confine con il Pakistan) e nei distretti di Acheen e Adal Khel (provincia di Nangahar). Nella sola area di Sangeen, secondo ufficiali britannici, ce ne sono più di 150. L’Afghanistan è diventato un Paese dove guardando dalle colline le vallate di alcune province, l’estensione della coltivazione di oppio è paragonabile a quella dei vigneti in molte regioni italiane. E proprio come avviene in Italia per la stagione della vendemmia, in primavera la raccolta attira braccianti da ogni parte del Paese.

In Afghanistan la raccolta dell’oppio è già iniziata. Le grandi piogge primaverili lasciano credere che nei rapporti Onu dell’anno prossimo vedremo un nuovo record di produzione. Nella sola provincia di Helmand si coltiva il 40 per cento di tutto il papavero afgano, con una produzione di 150 chilogrammi a ettaro. L’aumento della produzione ha già fatto scendere i prezzi, passati dai 100 dollari dell’anno scorso agli 80/90 di oggi. I talebani controllano gran parte dell’area e gli scontri e i bombardamenti con le forze Isaf sono quotidiani. Due tentativi di distruzione delle piantagioni non hanno dato i risultati sperati. Da poco, su pressione delle Nazioni Unite, ne è iniziato un terzo. Ma gli ostacoli da superare sono due. Primo. Se da un lato le Nazioni Unite stimano che il 50 per cento del Pil afgano è rappresentato dall’oppio, l’economia del Paese è interamente controllata dall’esterno. Il presidente Karzai viene da tutti definito il «sindaco di Kabul» e il contrabbando di droga aumenta sempre di più. Anche per la difficoltà, come in Iraq, di controllare i 5.800 chilometri di confini. Secondo. La corruzione e la connivenza del potere sia con i talebani che con i narcotrafficanti. «Rappresentanti del governo e signori della guerra sono pesantemente coinvolti nella produzione e nel traffico illecito di oppio e stanno trasformando il nostro Paese in un narco-Stato» ha dichiarato il ministro dell’Interno al quotidiano Kabul Times. Aggiungendo che, pur non potendo fare nomi, il suo ministero «ha raccolto prove sufficienti per dimostrare che funzionari del governo, compresi ufficiali dell’esercito e della polizia, sono implicati nel narcotraffico».

Conoscono nomi e cognomi,
sia di chi è implicato direttamente che di chi offre protezione in cambio di denaro, ma «solo in pochi casi siamo riusciti a intervenire e arrestarli». Operazioni che probabilmente vengono condotte solo contro personaggi diventati scomodi e pesci piccoli. Inoltre, precisa il ministro, «a Kabul stiamo arrestando moltissimi trafficanti, ma questo avviene solo per un motivo: perché lo smercio di oppio grezzo o lavorato sta assumendo dimensioni tali da non riuscire più a rimanere invisibile». E se alcuni ritengono che la soluzione sia nella conversione della produzione di oppio da illegale a legale, per la produzione di morfina per le terapie del dolore, il capo dell’Unodc Costa la cestina subito come «irrealistica», spiegando che «sul mercato illegale rende tre volte di più, e in ogni caso con la produzione dello scorso anno il mondo starebbe bene per cinque anni». Continueremo quindi a vedere in tutto il mondo e ancora per molto gli effetti di questa rigogliosa agricoltura.

1 giugno 2007

fonte: http://www.avvenimentionline.it/content/view/1396/1/


Onorevole solitudine

Il tempo delle Mele..

Emiliano Sbaraglia, 31 luglio 2007

Il graffio

Per una volta siamo d’accordo con l’emerito Francesco Cossiga, che ha invitato tutti a smetterla di fare gli ipocriti, riferendosi alla vicenda del deputato Udc Cosimo Mele, dichiarando di essere vicino al “collega ingiustamente crocifisso”. Ingiustamente crocifisso, è vero: è vero se si pensa che negli scranni parlamentari, tra deputati e senatori, in questo preciso momento siedono ancora individui che nel corso della storia repubblicana italiana hanno fatto ben di peggio che trascorrere una notte brava al celebre Hotel Flora di Via Veneto, uno dei tanti punti d’arrivo, un “tetto del mondo” da frequentare per misurare il grado di potere raggiunto, abitudine di moda sin dai tempi della mitica dolce vita.

Quello che non si può assolutamente comprendere né tanto meno accettare, però, è lo squallido tentativo di difesa nei confronti della categoria perpetrato dal segretario del partito di Mele, o meglio del suo ex-partito, visto che lo stesso si è prontamente dimesso e le sue dimissioni sono state altrettanto prontamente accettate da Lorenzo Cesa, mentre il reo non ha pensato di fare lo stesso per il suo incarico parlamentare.

Con una notevole faccia tosta, Cesa ha infatti sottolineato “il problema” dei parlamentari che vivono a Roma da fuori sede, e che fuori dalla loro città “hanno una vita abbastanza dura”. Ce li immaginiamo, questi onorevoli lontani da casa: un affitto oneroso da pagare per la nuova locazione, la fila per un pasto caldo, ore ed ore di lavoro al freddo o sotto il sole più cocente, la sera una cena frugale e un po’ di televisione, facendo zapping tra quei canali che il terrestre può ancora offrire loro.

Per essere più convincente, Cesa ci regala anche uno spaccato del suo vissuto: “Quando ero eurodeputato stavo da solo tutta la settimana, e la solitudine è una cosa molto seria”. Per questo reiteratamente invita tutti noi a riflettere, e in particolare a facilitare il ricongiungimento familiare sostenendolo economicamente. Una proposta che in sostanza dovrebbe prevedere più soldi a deputati e senatori per permettere il trasferimento delle loro famiglie a Roma.

Per fortuna c’è stato chi, all’interno della stessa categoria, ha avuto il pudore di indignarsi e rispondere immediatamente al segretario di uno dei pezzi più consistenti della vecchia Dc; tra i primi il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che di certo non ha lasciato spazio a una interpretazione variabile delle sue parole: “L’ipotesi di un’integrazione dei già sostanziosi emolumenti percepiti dai parlamentari a titolo di “ricongiungimento famigliare” è un qualcosa di decisamente immorale”. Deo gratias.

E pensare che coloro i quali hanno lanciato tale proposta sono gli stessi che hanno costruito il proprio consenso elettorale sui valori etici e morali della società, i promotori del “Family day”, i fustigatori dei costumi e delle “cattive abitudini” delle nuove generazioni. Quelli che uno spinello o una striscia di coca “è tutta droga”, e che tra spacciatori e consumatori non vedono poi tutta questa differenza.

Noi invece rivolgiamo loro un’altra proposta.

Si potrebbe per legge obbligare ogni eletto dal popolo a destinare una percentuale del suo stipendio (la cui mensilità in alcuni casi supera l’annualità di altre retribuzioni nazionali) per la prenotazione di biglietti di treni e/o aerei riservati a familiari e parenti vari, così da garantire un ricongiungimento frequente e duraturo. Magari, qualche volta, per dormire tutti insieme all’Hotel Flora, gustando il panorama da uno dei tetti del mondo. Come si suol dire, una botta di vita.

Altrimenti, nei tempi in cui la professione lo richiede, i nostri parlamentari potrebbero considerare anche l’ipotesi di vivere una onorevole solitudine. Non sarebbero i primi, non saranno gli ultimi.

fonte: http://www.aprileonline.info/4340/onorevole-solitudine

Previti gioca d’anticipo: si dimette

Cesare Previti si è dimesso per evitare di essere cacciato

La Camera ha accettato le dimissioni

L’aula della Camera ha accolto a scrutinio segreto con 462 voti favorevoli le dimissioni di Cesare Previti. Gli subentra Angelo Sartori. Cesare Previti, condannato con sentenza passata in giudicato, ha presentato martedì pomeriggio le sue dimissioni da deputato, mentre l’aula della Camera stava discutendo sulla sua decadenza. Il Presidente della Camera Fausto Bertinotti ha dichiarato valide le dimissioni di Previti ed ha chiesto all’aula di votare sul loro accoglimento. 462 deputati hanno votato a favore, 66 contro, 4 gli astenuti.

Il voto sulle dimissioni di Cesare Previti si è svolto con scrutinio segreto. Previti aveva chiesto il voto palese. Il Presidente Bertinotti in un primo momento aveva accettato «in via eccezionale» il voto palese, a patto che tutti i deputati fossero d’accordo. Marco Boato ha presentato una eccezione.

Bertinotti ha quindi optato per lo scrutinio segreto. Nelle dichiarazioni di voto Ulivo, Sd, Prc, An hanno dichiarato parere favorevole all’accoglimento delle dimissioni. Lo stesso Previti aveva invitato i deputati di Fi a votare a favore. Ove la Camera avesse respinto le dimissioni, l’aula avrebbe comunque successivamente votato sulla decadenza di Previti.

Pubblicato il: 31.07.07
Modificato il: 31.07.07 alle ore 18.02

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=67870

Il cinema in lutto per la morte di Michelangelo Antonioni


31/7/2007 (10:46)
La camera ardente sarà allestita domani in Campidoglio

Michelangelo Antonioni


È morto questa notte il grande regista Michelangelo Antonioni. Aveva 94 anni, era nato il 29 settembre del 1912 a Ferrara. La camera ardente sarà allestita domani in Campidoglio.

Laureato a Bologna in economia e commercio, inizia a lavorare come critico cinematografico al Corriere padano e a Cinema prima di trasferirsi a Roma dove frequenta il Centro sperimentale, collaborando anche con Rossellini.

Nella sua terra realizza il primo documentario, «Gente del Po», terminato nel ’47. Dopo la guerra come sceneggiatore lavora a «Caccia tragica» di Giuseppe De Santis (1946) e allo «Sceicco bianco» di Fellini (1952).

Il suo primo film, «Cronaca di un amore» (dopo altri due documentari) è del 1950 e già rivela alcune propensioni del futuro autore dell’ «Avventura»: uno spunto quasi giallo e l’interesse per i risvolti psicologici dei suoi personaggi borghesi. Seguono «I vinti» (1952) sulla crisi della gioventù europea, e «La signora senza camelia» (1953) sull’ ambiente del cinema.

«Le amiche» (1955) e «Il grido» (1956) precedono quello che molti considerano ancora oggi il suo capolavoro e l’inizio di una ideale trilogia: «L’ avventura» (1959), accolto a Cannes da pareri discordanti (anche se per molti è la rivelazione di un autore raffinato e poetico che avrà sempre più consensi nella critica che fra il grande pubblico) a causa di uno stile severo e rigoroso, troppo a lungo scambiato per lento o noioso.

All’ «Avventura» fanno seguito «La notte» (1960) e «L’eclisse» (1962) che, fra l’altro, rinsaldano il legame, personale e professionale, con Monica Vitti, interprete principale di tutti e tre i film. «Deserto rosso», del 1964, sempre con Monica Vitti, segna il suo passaggio, anche questo oggetto di numerose analisi critiche, al colore.

Con i film successivi Antonioni allarga i suo orizzonte dalla borghesia italiana alla società internazionale: «Blow-up» (1966) ambientato in Inghilterra, «Zabriskie Point» (1970) nell’ America della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale dell’ esplosione con la musica dei Pink Floyd).

La Cina è invece al centro di un nuovo documentario («Chung Kuo: Cina», 1972) prima di spostarsi a Barcellona e in Africa per «Professione reporter» con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975).

Antonioni è anche attratto dalla sperimentazione e realizza su supporto magnetico «Il mistero di Oberwald» (1980), ancora con la Vitti. L’ attenzione agli altri media lo porta, subito dopo, anche a realizzare un videoclip per Gianna Nannini («Fotoromanza»).

Torna al cinema nell’ 82 con «Identificazione di una donna» con Tomas Milian, recuperato dal personaggio del Monnezza, e poi, dopo un lungo silenzio dovuto alla malattia, con «Al di là delle nuvole» (1995), a quattro mani con Wim Wenders e l’ultimo «Eros», per cui realizza l’episodio «Il filo pericoloso dele cose».

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200707articoli/24256girata.asp

Rutelli: basta ricatti delle minoranze

Intervista con il vicepremier. «Intercettazioni, bisogna dire sì».

Rutelli: basta ricatti delle minoranze

«Gli accordi non si toccano. Bertinotti? Non si possono cavalcare tutte le proteste» Il premier: spero che la ripresa sia serena. Padoa-Schioppa: non farò mai il politico

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Francesco Rutelli(E. Beltrami/ Emblema)
Francesco Rutelli(E. Beltrami/ Emblema)

ROMA — Liberazione accusa: Prodi e Montezemolo vogliono un nuovo ’98. Ci mettono con le spalle al muro, scrive Rina Gagliardi, per costringere la sinistra a «un’alternativa micidiale, o rompere o cedere». Siamo a questo punto? Francesco Rutelli, vicepremier e ministro dei Beni Culturali, scuote la testa. Non ci sta a subire quelli che giudica ricatti delle minoranze e ai quali vuole dire basta. «La vera alternativa davanti alla sinistra radicale — spiega — è un’altra: vogliono concorrere a governare il Paese, oppure preferiscono sventolare le loro bandiere? Quando abbiamo formato l’alleanza di governo, abbiamo scommesso sulla prima opzione. Anche perché nelle primarie di due anni fa non abbiamo scelto Bertinotti, che ben rispettiamo, ma Prodi. Vede, anche nel partito laburista di Blair e Brown ci sono forze massimaliste, ma non è mai in questione la guida riformatrice moderna del Paese. So che in una parte della sinistra italiana esiste il rischio che prevalga la seconda opzione, ma io confido che scelgano di contribuire in modo costruttivo al governo ».

Ma la sinistra preme per rimettere in discussione il protocollo su

Il vicepremier al dibattito di Brescia sulle riforme (Ermes Beltrami/Emblema)
Il vicepremier al dibattito di Brescia sulle riforme (Ermes Beltrami/Emblema)

pensioni e precariato. Lo ritiene possibile?
«Per le vie delle città ci sono manifesti bellicosi: “Pensioni, così non va”. Non li ha stampati la destra, ma forze di governo. Io credo invece che sulle pensioni abbiamo fatto un lavoro equilibrato e mantenuto gli impegni con gli elettori: sbloccato la previdenza integrativa, alzate le pensioni basse per tre milioni di persone, migliorato la posizione contributiva dei lavoratori precari, trasformato l’ingiusto “scalone” in ragionevoli “scalini”, tutelato le posizioni di chi ha un lavoro per davvero usurante. Non solo, però: abbiamo rimesso in pista i coefficienti previsti dalla riforma Dini, che evitano l’esplosione insostenibile del sistema e, visto il veloce aumento della vita media, assicurato un aumento graduale dell’età lavorativa, come avviene in tutta l’Europa. Ogni misura può essere meglio definita. Ma la sostanza è intoccabile. E nessuno pensi di aprire come per la Finanziaria 2007, come per l’extragettito, un pastrocchio di ritocchi e ripensamenti. Io stesso potrei proporre alcuni miglioramenti “riformisti”. Ma l’accordo è concluso, e le decisioni non si toccano».

Rifondazione e Comunisti italiani annunciano un autunno caldo e minacciano di portare di nuovo la gente in piazza.
«Spero di no».

Ma è corretto, come dice Fausto Bertinotti, indossare sia l’eskimo sia la grisaglia? Essere partiti di lotta e di governo?
«Avere ideali, convinzioni, passioni è positivo. Ma chi governa cerca la sintesi. O c’è qualcuno che pensa davvero che si guadagnino fiducia e consensi cavalcando tutte le proteste? No alla Tav, no ai termovalorizzatori per smaltire i rifiuti, no all’aeroporto militare Usa. Pensi che nei giorni scorsi c’è stata anche una protesta contro di me perché dopo 40 anni sto finalmente per demolire l'”ecomostro di Alimuri”, su una riva vicino a Sorrento. Ma abbatterlo costa, e qualcuno forse immagina che possa provvedere lo Spirito Santo; e altri lamentano che i titolari avranno in cambio una licenza per costruire un nuovo albergo dove non vi siano vincoli paesaggistici. Proteste per un albergo, mica per una fabbrica di armi chimiche».

Ma allora ritiene quasi impossibile il dialogo con Rifondazione?
«Vede, io ho governato la Capitale, con un largo consenso, sia senza, che con la sinistra radicale. Collaboro ottimamente con la Mazzonis, sottosegretaria alla cultura di Rifondazione. Mi aspetto da loro un’utile sottolineatura di traguardi sociali: migliorare i servizi, dare più tutele ai lavoratori discontinui e precari, ad esempio. Assieme a Prodi e a tutta la coalizione sono pronto a formare un’agenda comune e fare compromessi nell’interesse generale. Ma se mi si dice che era sbagliato superare la scala mobile, che è sbagliato il passaggio al regime contributivo per le pensioni, che è dannosa la flessibilità sul lavoro, che anche domani si dovrà andare in pensione a 57 anni, beh questa è proprio una politica conservatrice di sinistra. Renderebbe il Paese più povero, i giovani senza futuro».

Lei ha lanciato un documento, il manifesto dei coraggiosi, nel quale si invoca «un sano shock politico e progettuale per il centrosinistra » e si preconizzano alleanze «di nuovo conio ». La sinistra l’ha subito accusata di volerli scaricare per correre al centro ma anche Arturo Parisi e Dario Franceschini le hanno rimproverato di puntare a rompere lo schema bipolare.
«Lo schema bipolare deve restare, ma va rinnovato radicalmente. Altrimenti, che facciamo a fare il Partito democratico? Vogliamo che continui l’influenza perversa dell’incoerenza, o addirittura del ricatto delle minoranze? Io cerco una moderna democrazia dell’alternanza. “Alleanze di nuovo conio” significa non essere obbligati a coalizioni a destra persino con i gruppi neo-nazisti o, a sinistra, dell’estremismo anti- capitalista. Il Pd fa uscire dalla frammentazione, vuole unire le più avanzate culture riformiste, ambientaliste, liberali, progressiste. Soprattutto, deve interpretare meglio una società che cambia e non ascolta più gli slogan di venti o trenta anni fa. Non vogliamo essere spazzati via dalle nazioni che corrono, non vogliamo lasciare ai nostri figli un paese in Serie B. Il Pd non può essere una sorta di “piccola Unione”, né un campionario delle culture “ex”, come scriveva Matvejevic (ex comuniste, ex democristiane di sinistra o cristiano-sociali): alla maggioranza degli italiani non interessa. La rendita anti-Berlusconi è finita. Dobbiamo recuperare milioni di elettori in crisi e cominciare a conquistarne di nuovi, soprattutto al Nord».

Le spinte contrapposte all’interno della maggioranza sembrano comunque sempre meno mediabili. Così come farete ad affrontare la Finanziaria?
«Con la prossima Finanziaria potremo finalmente raccogliere i frutti di tanta fatica. Parte il taglio delle tasse sul lavoro. Dal 2008 elimineremo l’Ici a milioni di famiglie di reddito basso. I conti pubblici tornano in ordine. Piuttosto pensiamo a nuovi traguardi coraggiosi: sostegni immediati alle donne che lavorano e potranno lavorare più a lungo soprattutto se hanno figli, poiché vogliamo sconfiggere l'”inverno demografico”. Molta più severità verso chi calpesta le regole e crea insicurezza: c’è troppo lassismo in Italia. Verso chi incendia i boschi, chi guida in stato di ebbrezza, persino verso chi riduce bambini in schiavitù e li costringe a rubare. Sto preparando una proposta di legge per togliere la patria potestà agli schiavisti. Ci rendiamo conto che in Italia chi rispetta la legge è sfavorito rispetto a chi delinque?».

Riuscirete a fare una nuova legge elettorale o si arriverà al referendum? Qual è il sistema che preferirebbe?
«Il referendum obbliga ad approvare una nuova legge elettorale in Parlamento con convergenze larghe: ci siamo impegnati a non ripetere l’affronto della “porcata Calderoli”. Tra i modelli elettorali principali, preferisco nell’ordine il sistema francese, poi quello tedesco, poi quello spagnolo. Vedremo in autunno la soluzione».

È senza tentennamenti per Veltroni o le candidature di dirigenti del suo partito, la Margherita, come Rosy Bindi e Enrico Letta, in qualche modo la tentano?
«In Veltroni ho piena fiducia, oltre che amicizia. Certo, non andiamo mica verso un partito personalizzato, e nessuno di noi manda il cervello all’ammasso. Ma se la competizione è libera ed aperta, vedo Walter capace di sintesi e innovazione, e non interessato a un profilo parziale ».

Non pensa che sia sbagliato chiudere burocraticamente le porte in faccia a Marco Pannella e a Emma Bonino? Lei ha anche avuto una giovanile esperienza nel Partito radicale e converrà che tutto si può dire tranne che non siano sinceri democratici.
«Non è questo il punto. Il Pd non sarà mica una federazione tra partiti diversi. Io ho quasi concluso l’enorme, e paziente, lavoro di guida politica della Margherita, durato 6 anni, che ha aiutato la nascita del Partito Democratico. Chiunque voglia entrare nel Pd è libero di farlo, anche i radicali che condividano le regole stabilite. Ma tutti i partiti esistenti debbono fare la stessa scelta coraggiosa e generosa che abbiamo fatto noi: decidere di sciogliersi. Un nuovo partito non può candidare come leader nazionale qualcuno che continui ad essere parte di un altro partito, che può avere strategie politiche e persino elettorali differenti».

E intanto c’è la storia delle intercettazioni. Che risposta deve dare il Parlamento alle richieste del giudice Forleo?
«Le richieste vanno accolte. E va approvata una normativa che consenta ai magistrati di indagare liberamente ma non consenta a qualunque scriteriato di intercettare chiunque, compresi parlamentari e ministri, e di pubblicare i numeri personali di telefono o conversazioni irrilevanti di comuni cittadini. Vede, anche sull’ordinamento giudiziario la maggioranza ha fatto un buon lavoro, correggendo le storture delle controriforme della destra e non cedendo al giustizialismo. Dobbiamo fare lo stesso trovando il punto di equilibrio tra tutela della privacy e piena autonomia e responsabilità degli inquirenti».

I Ds, che nella tempesta di Tangentopoli sono sempre stati dalla parte dei giudici, anche nell’illusione di poter cambiare la storia politica nelle aule di tribunale, ora si ritrovano nel ruolo di vittime. Una nemesi?
«Veramente, all’avvio di Tangentopoli non mi pare fossero i Ds a sventolare il cappio nell’Aula di Montecitorio. Fu la destra. Certo: se da tutta questa storia uscirà una maggiore, più netta separazione tra politica e azione giudiziaria, se tornerà generalizzata una sobrietà e maggiore incisività dell’azione penale anche al di fuori delle inchieste che producono titoloni sui giornali, sarà meglio per tutti».

Questa vicenda quanto pesa nella formazione del partito democratico?
«In generale, credo che il fallimento delle scalate dei “furbetti” sia di grande aiuto per la nascita del Pd. Si è voltata pagina da tempo rispetto all’epoca in cui per fare politica occorrevano soldi dall’America o dalla Russia, o il controllo di partecipazioni statali. Ora è finita, spero, anche l’epoca in cui si cerchi di controllare banche, gestire da vicino cooperative o imprese che organizzino affari».

Marco Cianca

Pd, in corsa anche Pannella e Di Pietro


Scaduto il termine per la presentazione delle firme a piazza Santi Apostoli

Il leader radicale e il ministro confermano la propria candidatura alle primarie del 14 ottobre.
Undici in lizza, ma due non ce la fanno

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Marco Pannella e Giovanni Stanzani si presentano a Santi Apostoli per la consegna delle firme (Lapresse)
Marco Pannella e Giovanni Stanzani si presentano a Santi Apostoli per la consegna delle firme (Lapresse)

ROMA – Alla fine ci sono anche Marco Pannella e Antonio Di Pietro tra i possibili candidati alla guida del Partito democratico, anche se la loro corsa deve essere ancora ufficializzata. I due esponenti politici, infatti, sono leader di altre formazioni politiche e lo stesso Veltroni ha lanciato nuovamente il tema dell’incompatibilità di una doppia appartenenza: o si sta nel partito democratico, aderendovi o fondendovi all’interno i propri partiti come già hanno deciso di fare Ds e Margherita, oppure non ci si può candidare. Resta ora da capire quali decisioni prenderà in proposito il comitato elettorale di Santi Apostoli, ovvero l’Ufficio Tecnico Amministrativo che si è già riunito e che dovrà esaminare le istanze di candidatura e stabilire, entro 48 ore, l’ammissibilità o meno dei candidati.

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LE FIRMEQuella di lunedì è stata in ogni caso una giornata convulsa nella sede ulivista, dove fin dalla prime ore del mattino è cominciata la processione dei rappresentanti dei comitati che hanno depositato le firme a sostegno delle candidature per la leadership del futuro Partito democratico, in vista delle primarie del prossimo 14 ottobre (■ Il sito delle primarie).

Walter Veltroni (Ansa)
Walter Veltroni (Ansa)

VELTRONI PRIMO – I primi a presentarsi, intorno alle 9, sono stati i delegati del Comitato per Walter Veltroni, che hanno consegnato le 2.950 sottoscrizioni raccolte dall’organismo presieduto dal senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro. Subito dopo, alle dieci circa, è stata Rosy Bindi a varcare il portone per recapitare le sottoscrizioni. È stato invece il presidente della commissione Esteri della Camera e parlamentare diessino Umberto Ranieri, a depositare le firme per la candidatura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta.

PANNELLA C’E’ Nel pomeriggio c’è stata grande attesa per l’arrivo nella sede dell’Ulivo degli altri candidati alla leadership del Pd. Il più atteso era Marco Pannella che si candiderà in abbinata a Emma Bonino: i plichi con le firme sono stati recapitati poco prima delle venti dal l fondatore di Radio radicale Sergio Stanzani e dai dirigenti radicali Michele De Lucia e Marco Staderini. Poco dopo è arrivato a piazza Santi Apostoli lo stesso Marco Pannella.

IL FINTO NO DI DI PIETROAntonio Di Pietro nel pomeriggio aveva sviato i cronisti dichiarando di non avere alcuna intenzione di voler entrare in lizza per la leadership del Pd. Ma se il ministro delle Infrastrutture e leader dell’Idv si chiamava fuori, dal partito trapelavano in realtà informazioni diverse e non a caso si faceva notare che per la consegna delle firme c’è tempo fino alle 21 di oggi. E con circa un’ora di anticipo rispetto allo scadere dei termini, Leoluca Orlando si è presentato a Santi Apostoli per ufficializzare la candidatura dell’ex Pm.

GLI ALTRI CANDIDATI – Ce l’ha fatta in zona Cesarini, o comunque è a dieci minuti dalle 21 che si è presentato a consegnare i plichi con le sottoscrizioni, il senatore ds ed ex direttore dell’Unità, Furio Colombo. E sono riusciti nell’impresa di superare il quorum delle 2 mila firme di sostegno l’economista Pier Giorgio Gawronski e l’esponente dei «iMille» e animatore di blog politici Mario Adinolfi. Dovrebbe anche far parte della partita il direttore dell’Agenzia europea di investimenti standard ethics Jacopo Gavazzoli Schettini. Non ce l’ha invece fatta l’ex vice presidente delle Comunità montaneLucio Cangini, che si è fermato a 700 firme. Alle 21,30, teoricamente fuori tempo massimo, si è presentato nella sede ulivista anche Amerigo Rutigliano.

«NON SI STA IN DUE PARTITI» Proprio nel giorno della consegna delle firme Veltroni è intervenuto sulla questione candidature, sottolineando che «il fatto che da parte di Di Pietro, Pannella, Bonino ci sia la volontà di partecipare alle primarie per il Pd, vuol dire che questa nuova forza ha una grande capacità di attrazione». Il sindaco di Roma, tuttavia, mette le mani avanti e puntualizza: «Se si sta in un partito non si può stare anche in un altro». Veltroni ha infatti ricordato che dopo il 14 ottobre «non esisteranno altri partiti ma il Pd e chi lo sceglie deve chiudere la situazione nel suo attuale partito».

30 luglio 2007

fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/07_Luglio/30/pd_candidature_primarie.shtml

31 luglio 2007
Pannello e Di Pietro bocciati
Nella notte il veto dell’Ufficio tecnico: «Non hanno sciolto i loro partiti». Il leader radicale: «Lo sapevo, faremo ricorso»