Archivio | agosto 3, 2007

Il Times si innamora della sanità italiana. Ed anche Michael Moore

Hanno torto o ragione? Probabilmente nessuno. O entrambi. Boys and girls: siamo in Italia! (come dire: chi ci capisce qualcosa è bravo)

Il Times si innamora della sanità italiana:
«Avete tutto quello che noi sogniamo»

LONDRA (3 agosto) – Essere curati in Italia viene invidiato da molti. Liste d’attesa, intrameonia, malasanità, tutti guai che conosce solo chi ci combatte quotidianamente, visto da fuori il sistema sanitario italiano è un modello da invidiare e da prendere ad esempio. Il Times pubblica un articolo-testimonianza che elogia l’assistenza ricevuta nel nostro paese e fa un quadro pessimo della sanità inglese. Una giornalista britannica dopo aver assistito il fratello ricoverato nell’ospedale di Todi, tornata a casa, non ha avuto dubbi nel raccontare la professionalità che ha trovato nel nostro paese, sottolinenado tutto quello che l’Inghilterra dovrebbe avere e non ha.

Pulizia, assistenza, profesionalità: queste le doti riconosciute da all’assistenza italiana. La giornalista, aveva organizzato una festa nella sua casa in Umbria alla quale aveva partecipato anche il fratello Sholto, il quale, il giorno dopo, aveva accusato forti dolori al torace ed era andato al pronto soccorso. Da qui in poi, nel suo articolo-testimonianza, la Righter racconta nei dettagli tutte le cose che l’hanno convinta che, sotto ogni aspetto, «l’ospedale di Todi fosse tutto ciò che Rosemary Righter l’Nhs (la sanità britannica) dovrebbe essere, ma non è».

Laddove in un ospedale londinese il fratello «quasi certamente avrebbe dovuto aspettare diverse ore per essere visitato da un praticante», a Todi, racconta incredula la giornalista, «dieci secondi dopo aver suonato il campanello del pronto soccorso, a mio fratello veniva fatto un elettrocardiogramma da due medici». E poi ancora: «Entro poco più di un’ora era stato sottoposto a raggi X, ultrasuoni e 30 controlli del sangue. Era stato visto da un radiologo e dal cardiologo. Gli era stata diagnosticata un’infiammazione acuta pericardiale e lo avevano sistemato in una stanza fresca e immacolata, con due letti di cui uno vuoto e con una splendida vista».

La giornalista si meraviglia poi della pulizia della struttura: a differenza degli ospedali britannici in cui imperversano le infezioni da MRSA, uno stafilococco resistente agli antibiotici che si diffonde a causa della scarsa igiene, a Todi «non c’è ombra di sporcizia nelle stanze, nei corridoi e nei bagni. L’igiene viene presa così sul serio che quando il carrello del cibo è in corridoio, nessuno ci può passare di fianco».

Oltre a restare a bocca aperta per l’efficienza e la pulizia, la Righter ha apprezzato anche come, a differenza degli infermieri britannici, quelli italiani siano stati in grado di mostrare flessibilità e calore umano, venendo incontro quanto possibile al fratello che non parlava una parola di italiano.

E in questo quadro quasi idilliaco, fa riflettere la reazione del primario del nosocomio, incredulo nel sentirsi dire dalla giornalista come «nessun ospedale di Londra avrebbe potuto battere l’efficienza, la velocità, l’accuratezza e il calore umano della sua squadra». «Gli italiani – spiega – suppongono quasi automaticamente che i loro servizi pubblici siano di qualità di gran lunga inferiore a quelli di chiunque altro, soprattutto della famosa Nhs. L’ospedale di Todi, poi, è così in basso nelle graduatorie dell’Umbria da essere in costante rischio di chiusura».

Ma la giornalista anglosassone non è l’unica a tessere le lodi della sanità italiana. Michael Moore, il regista di Farhenheit 911 ha fatto un documentario sulla malasanità americana lodando invece proprio il nostro modello (vedi articolo seguente, n.d.m.).

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=6436&sez=HOME_INITALIA

Michael Moore: «La sanità italiana è invidiabile»

Michael Moore con manifestanti per i diritti alle cure


NEW YORK
(20 giugno) – O è vero che al peggio non c’è mai fine, oppure che ogni situazione deve essere comparata con altre e allora può non rivelarsi la peggiore. E’ di questo avviso il regista americano Michael Moore che assolve a pieni voti la sanità italiana, anzi la mette al secondo posto dopo quella francese come capacità assistenziale.

Ad essere messo sotto accusa è il sistema sanitario americano che il cineasta di Farhenheit 911 passa sotto la lente della sua cinepresa inchiodandolo come un sistema che una classe politica corrotta ha consegnato negli anni Settanta alla lobby delle assicurazioni e del farmaco.

E così altro che malasanità in Italia: morti in ospedale per tubi collegati male? Attese lunghe mesi per fare le analisi? Infezioni in corsia e posti letto che mancano? Roba da ragazzi per il regista Moore che elogia invece la filosofia della solidarietà pubblica delle strutture europee.

Il suo nuovo documentario “Sicko” racconta la storia drammatica di americani a cui sono stati negate dalle assicurazioni e dagli ospedali cure salva-vita perchè non potevano permettersi di pagare, mostrando come contrappunto il lieto fine di analoghe vicende in Gran Bretagna, Canada, Francia e perfino a Cuba.

Dopo esser stato mostrato in anteprima a Cannes e piratato lo scorso fine settimana su YouTube («Un lavoro da insider, di chi ha interesse a far fallire la prima», ha detto il regista), Sicko uscirà nelle sale Usa il 29 giugno con un assaggio già oggi in un solo cinema di New York e poi in altre città da San Francisco a Boston, da Los Angeles a Filadelfia.

Alla vigilia del debutto la controffensiva è scattata a tutto campo: «Moore è pazzo, offre la ricetta sbagliata», ha bocciato il film il New York Post ricordando che il sistema francese tanto decantato da Sicko non ha evitato a 15 mila anziani di morire nell’estate torrida del 2003 perchè negli ospedali non c’era aria condizionata.
«Bisogna far capire agli americani che il modello europeo non è la soluzione alla crisi», ha protestato Sally Pipes del Pacific Research Institute.

«Quella di Moore è una visione di parte, assolutamente forzata», ha protestato Ken Johnson, vice-presidente della Pharmaceutical Research and Manifacturers of America mentre grosse industrie del farmaco hanno aperto le casse per finanziare gruppi di ricerca conservatori come il Manhattan Institute che ha messo a disposizione i suoi esperti per dare alla stampa americana una visione alternativa del sistema sanitario nazionale rispetto alla catastrofe descritta dal film di Moore.

L’industria farmaceutica e delle assicurazioni erano del resto sul chi vive da tempo: fin da quando si era sparsa la voce che Moore aveva messo loro gli occhi addosso i dipendenti erano stati avvisati a stare in guardia nel caso fossero stati avvicinati dal monumentale regista e dalla sua troupe.

Quanto a Moore, che nel frattempo si è messo a dieta («perchè girando Sicko mi sono accorto che siamo tutti responsabili della nostra salute in prima persona»), si è detto pronto a far fronte agli attacchi: «Me li aspetto, ma spero che questo film riesca a raggiungere gente che in America la pensa diversamente da me, che faccia riflettere sul fatto che siamo tutti americani e che prima o poi tutti faremo i conti con i guasti del sistema».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=3728&sez=HOME_NELMONDO&snw=R

Darfur. L’orrore nei disegni dei bimbi


3 Agosto, 2007

Donne incatenate, fosse comuni, case date alle fiamme, villaggi distrutti. Una nuova prova dei crimini compiuti

Piccoli testimoni – Violenze, maltrattamenti, case incendiate, mutilazioni. Un vero orrore, fino a ieri davanti ai loro occhi, riaffiora oggi nei disegni. Le 500 creazioni dei bambini del Darfur, ora rifugiati nel vicino Ciad, sono nuove prove di quanto accade nella regione occidentale del Sudan. I disegni saranno consegnati alla Corte penale internazionale dell’Aia, chiamata a giudicare i responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità compiuti durante gli oltre quattro anni di conflitto nel Darfur.

Carta e colori – La testimonianza dei bambini è emersa per caso. Anna Shmidt, un’attivista per la pace e ricercatrice per Waging Peace, ha dato loro carta e colori per tenerli occupati mentre intervistava le loro mamme. Stava raccogliendo informazioni sulle violenze compiute in Darfur contro le donne. Quei disegni, nati per gioco, parlano molto più delle parole. I più piccoli degli autori hanno otto anni. Molti di loro non hanno più padri o fratelli, rimasti uccisi nei conflitti in Darfur.

Ricordi fotografici – I disegni mostrano attacchi contro civili e bambini, case date alle fiamme in villaggi distrutti, decapitazioni, corpi senza vita in pozze di sangue, donne incatenate tra loro per essere trascinate via e fosse comuni. Si vedono elicotteri con mitragliatrici, carri armati con la bandiera sudanese, militari in divisa affiancati dai miliziani Janjaweed a bordo di veicoli dotati di mitragliatrice. Gli aggressori sono sempre ritratti con la pelle chiara, mentre le vittime hanno la pelle scura.
“Questa è una prova – ha detto al quotidiano Independent la direttrice di Waging Peace Rebecca Tinsley – se non sono una prova, non so cosa siano. I bambini hanno fornito un loro ricordo fotografico. Non sono stati manipolati. Lo schema che emerge dai disegni è sorprendente. Conferma quello che già sappiamo e smentisce quanto dichiarato dal governo sudanese”.

fonte: http://www.skylife.it/html/skylife/tg24/articolo/Agosto%202007/070803-darfur-orrore-nei-disegni-di-500-bambini-decapitazione-violenze.html


Nessuna gay street, solo area pedonale

Costume Arcigay vuole una strada, mentre il Comune pensa solo a una pedonalizzazione temporanea. L’area omosex c’era già: nel 2001 era stata inaugurata via Pietro Verri. Rischio di strumentalizzazioni dopo il bacio gay sotto il Colosseo?

Pedonalizzazione estiva di una strada o gay street?
Pedonalizzazione estiva di una strada o gay street?

Francesco Paolo Del Re

Roma, 3 agosto 2007 Lo proclama la cellula romana di Arcigay nei suoi comunicati stampa e lo spera il Coming Out, un pub gestito da tre lesbiche, davanti al quale si ritrovano ogni sera un gran numero di ragazzi gay e ragazze lesbiche. Non solo: l’hanno infatti annunciato molti quotidiani tra cui La Repubblica e Il Corriere della Sera, ma via di San Giovanni in Laterano, nel tratto nelle vicinanze del Colosseo, non è la prima gay street d’Italia. Non è nemmeno una gay street, almeno formalmente, e non lo diventa in virtù della pedonalizzazione temporanea inaugurata ieri alla presenza di personaggi della comunità, dello spettacolo e della politica.

SOLO PEDONALIZZAZIONE – Sotto l’Anfiteatro Flavio è chiusa al traffico, per il secondo anno consecutivo, un tratto di strada sul quale sorge il Coming Out. L’area pedonale è temporanea: durerà fino all’8 settembre per ora, ci dice una delle proprietarie del pub, da giovedì a domenica, nella fascia oraria compresa tra le 20 e le 2 di notte.

NESSUNA STRADA GAY – Roma ha una storia lunga ma la memoria corta. L’Urbe ha già avuto infatti la sua strada gay: via Pietro Verri, una traversa di via Labicana. Inaugurata a fine 2001, con il benestare del Municipio I e dell’assessore capitolino Mariella Gramaglia, e dopo un anno spopolata. Dal 1991, inoltre, esiste una via analoga a Milano. Nessun primato, dunque. Quella del 2 agosto 2007 non è stata invece intesa nei termini di un’inaugurazione della gay street, come vorrebbe Arcigay, dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Roma. “Non siamo convinti del nome – spiega a RomaOne.it l’assessore Cecilia D’Elia – è per noi solo una pedonalizzazione temporanea, un’area di integrazione e un’occasione per dare informazioni alla comunità sull’attività dell’assessorato. Ma la comunità glbt romana ha bisogno di una strada?

fonte: http://redazione.romaone.it/4Daction/Web_RubricaNuova?ID=89035&doc=si

IL VIDEO DEL KISS IN DI ROMA
di Gay.it
Venerdì 3 Agosto 2007
Gay.it - IL VIDEO DEL KISS IN DI ROMA
I momenti salienti dell Kiss In di Roma. Dal bacio gay al taglio del nastro della strada per la pedonalizzazione del tratto di strada davanti al Coming out, punto di ritrovo dei gay della Capitale.

UDIOINTERVISTA: BACIO GAY, PARLA ROBERTO
di Daniele Nardini
Venerdì 27 Luglio 2007
BACIO GAY, PARLA ROBERTO
Abbiamo intervistato uno dei ragazzi fermati dai carabinieri per aver baciato il suo compagno. «Ci accusano di sesso orale» ci ha detto Roberto.

fonte: www.gay.it


Montezemolo firma il Protocollo ma no a modifiche

Luca Cordero di Montezemolo
Luca Cordero di Montezemolo

Il presidente degli industriali Luca Cordero di Montezemolo ha annunciato di aver firmato il Protocollo sul Welfare. Allo stesso tempo, il leader di Confindustria definisce “una condizione irrinunciabile per la credibilità del confronto” il fatto che il documento sia “immodificabile“.

“Con la firma dell’accordo Confindustria vuole sottolineare la necessità di concentrare da parte di tutti ogni sforzo a favore della crescita”, ha poi spiegato aggiungendo che “lo sviluppo deve rappresentare la vera priorità dell’economia e del Paese”.

Critico sulle pensioni
Scrive in una nota Montezemolo: “Abbiamo deciso di firmare il protocollo in materia di crescita, competitività, lavoro e previdenza che è stato sottoposto dal governo alle parti sociali il 23 luglio al termine di un confronto durato alcuni mesi. Su quel documento abbiamo espresso un giudizio positivo sui temi legati alla produttività e al mantenimento delle flessibilità. Di segno diverso è stata invece la valutazione sugli interventi in materia previdenziale, che non abbiamo mai ritenuto necessari e alla cui discussione non abbiamo partecipato”.

“Il governo – aggiunge – considera il documento, in tutte le sue articolazioni, un unico atto che va sottoscritto o respinto nella sua interezza. Consideriamo quindi un fatto scontato che, una volta sottoscritto, il protocollo debba rappresentare per tutti i firmatari, a cominciare dall’esecutivo, un documento assolutamente immodificabile. È questa una condizione irrinunciabile per la credibilità del confronto”.


Vedi anche
Prodi: il governo merita fiducia

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=72583


IL PENSIERO MONTEZEMOLIANO

Il Prezzemolo del Monte ha detto si.
Perché Prezzemolo? Perché Luc fa opinione in ogni cosa che discute il Governo, e fa sentire il suo peso in ogni decisione che riguardi l’economia del Paese. Dello Stato Sociale dell’Italia e degli Italiani, come si dice in gergo, “non gli può fregar di meno” (tanto frega in altro senso, giustamente più lucroso). In sostanza che ha detto il Settimo Flagello? Ok, ci è piaciuta la sostanziale conservazione dello staus quo in materia di mobilità e lavoro in generale (tanto quei pifferi della Cgil hanno firmato.. illudendosi di riparare a settembre: ma visto che sono sempre i soliti asini verranno bocciati inesorabilmente, come gli accade da parecchi anni, ormai), e, no, nella faccenda Pensioni non entriamo, tanto, appunto, “non ce ne frega niente” se e come gli operai, o la gente, va o non va in pensione. Noi da mangiare ce l’abbiamo. Gli altri si rivolgano alla Caritas. E perdio!
mauro


Mucche "hi-tech" ed il latte non ha più gusto

di Carlo Petrini

“Dona che te durmivet giuedi sera / dona t’avean prumis de portarti al cine / e poeu s’enn fermà giò in latteria / parlar de fùtbal cunt i amis…” (Donna che dormivi, giovedì sera / donna, ti avevano promesso di portarti al cinama / e poi si sono fermati giù in latteria, / a parlare di calcio con gli amici…)

E’ una canzone di Jannacci, del 1966. Tempi in cui le latterie erano luoghi della socialità popolare, ma anche del consumo di latte buono, di panna fatta come si deve, di formaggi onesti, di burro da mangiare con le acciughe, o col salame. Dei tempi in cui il latte era cibo e si sapeva da dove veniva, non era un composto anonimo da addizionare di qualcos’altro.

Oggi in tv la signorina, bella e sofisticata, frena a stento l’orrore: “Bisognerebbe mangiare un secchio di broccoli (occhio, non un “piatto”: un volgarissimo”secchio”), o quaranta acciughe. Al giorno”. Questo per avere l’apporto di calcio che ci serve. “Oppure -e qui ritrova il sorriso- bere due bicchieri di latte X”.

Le signorine belle e sofisticate, dunque, non mangiano (men che mai broccoli o acciughe): semmai cercano soluzione nel mondo riduzionista del latte-farmaco.

Chi farà un latte degno di tanta eleganza? Le vacche. Che, se fossero alla loro discrezione, ne produrrebbero circa 15-20 litri al giorno. Però i “miglioratori” delle razze si sono dati molto da fare negli ultimi 20 anni ed han portato le vacche a farne oltre 50 litri al giorno.

Da una razza molto vocata, la frisona olandese, hanno selezionato femmine e riproduttori badando solo ad aumentare la produzione del latte: per produrre di più, han detto, devono magiare di più, quindi devono essere più grandi.
Pesavano circa 450 Kg, oggi ne pesano fino a 700. Il loro rumine è aumentato di volume, e così la loro cavità addominale; le mammelle sono più grandi e pesanti. Per contro, partoriscono con difficoltà perché si è ridotto lo spazio per l’utero, ma il vitello è più grande e deve passare sempre per le stesse vie; il loro scheletro non regge il nuovo peso e hanno problemi alle articolazioni: vivono 6 anni anziché 15; partoriscono 2-3 volte nella vita anziché 7-8. Ma divorano circa 22 Kg di materia secca e 130 litri di acqua al giorno. Per capirci: l’erba fresca ha un 5% di materia secca. E’ come se ogni vacca mangiasse 4 quintali di erba fresca. Al giorno. Peccato che per sostenere gli attuali ritmi di mungitura le bovine si demineralizzano e quindi il loro latte è povero come il loro organismo.

In qualche modo, però, si riesce ad arrivare ad un latte che ha un contenuto di grassi del 3.7-3.8%. Ma siamo tutti spinti a consumare latte scremato. Dove finisce quel 3.7? In centinaia di preparazioni alimentari industriali che prevedono la presenza di panna. Il latte che compriamo è una specie di sottoprodotto, quel che avanza da lavorazioni più pregiate.

Il latte a lunga conservazione (UHT) al supermercato costa tra 0.70 e 0.90 euro. E se non è latte italiano la legge prevede due sterilizzazioni: una nel Paese di origine e l’altra in Italia al momento dello scarico. In termini di sostanze nutritive, minerali e vitamine, penso che sia più ricco il cartone del suo contenuto.Probabilmente è preferibile anche dal punto di vista organolettico.

Il latte fresco (6 giorni di durata) costa invece tra 1.30 e 1.80 euro, mentre quelli speciali (alta digeribilità, addizionati di vitamine, di Omega3, di calcio…) da 1.80 a 2.50.
Al produttore vanno, comunque, 32 centesimi al litro. Evidentemente il latte che esce dalle cascine è considerato una materia prima da trasformare e valorizzare. Così per l’allevatore non c’è che una strada: produrre di più.

Mi si dice che non esistono evidenze scientifiche che, in zootecnia, colleghino l’aumento della quantità al calo della qualità. Secoli di buon senso contadino e pratiche agricole virtuose stanno a dimostrare che per ottenere prodotti di qualità, boisogna che la priorità non sia la quantità prodotta nè la rapidità del profitto.

Quindi, basandomi sulle evidenze del mio palato, io dico: quei 50 litri al giorno sono latte di bassa qualità. So che esiste una definizione commerciale di “alta qualità” basata sulla conta delle cellule somatiche, dei grassi, delle proteine e della carica batterica, ma è un trucco: la qualità non si “conta”.

Prima di arrivare al supermercato quei 50 litri sono stati pastorizzati, eliminando tutti i batteri ovvero quel che permette al latte di essere vivo, di trasformarsi in formaggio, in yogurt, in flora batterica intestinale nostra, in difese immunitarie. Però si possono aggiungere i batteri, e saranno tutti uguali, provenienti da ceppi industriali. Ma a quel punto saranno un valore: ci dicono pure il nome del batterio che mangiamo, come se fosse un animaletto cui affezionarsi.

Oppure i 50 litri sono stati microfiltrati, dopo un trattamento termico meno violento. Il risultato non è diverso in termini di (non) sapore finale, visto che la materia prima è sempre la stessa, prodotta da una mucca-macchina, che si attiene alle evidenze scientifiche.

Andiamo ancora indietro.
Che cosa erano quei 50 litri prima di assumere quella forma liquida e bianca? Foraggio per la mucca scientifica, che, bella e sofisticata, non mangia nei pascoli come una vacca qualsiasi. Solo che le evidenze scientifiche che dimostrano che un’alimentazione naturale, a base di erbe o di fieno polifita (ricavato da prati su cui sono presenti molte erbe diverse) è un’alimentazione più ricca, completa e salutare per gli animali, ebbene, quelle esistono.
E se fosse questa la strada? Il nesso tra la produzione massiva e la bassa qualità sta nel fatto che la produzione massiva chiede uniformità, mentre la qualità si fa con la diversità.

Eccoci, dunque, con il nostro latte nato povero di gusto, profumo ed elementi nutritivi; lo abbiamo pastorizzato o microfiltrato. Lo abbiamo scremato, arricchito con Omega3, con calcio, batteri, vitamine… Abbiamo inquinato, danneggiato, impoverito, creato malessere negli animali. E’ pronto, possiamo comprarlo. Oppure possiamo dar retta agli studi che indicano che il contenuto in calcio o in Omega3 del latte di una vacca podolica allevata al pascolo, è fino a 3 volte superiore a quello del latte arricchito.

Qualcuno glielo dica, a quella signorina: se proprio non vuole i broccoli, almeno beva del latte buono.

Carlo “Carlin” Petrini
fondatore di Slow Food
articolo tratto da Repubblica del 3 agosto 2007


AAA Pecora da Montèbore cerca famiglia adottiva pari requisiti


Golosastro del 20 Luglio 2007 ore 10:52

“Pecora da Montèbore cerca famiglia adottiva pari requisiti”. Questo il titolo simpatico di un’iniziativa molto importante: salvare dall’estinzione un… formaggio adottando una delle pochissime pecore che ancora lo producono. Partiamo dalla descrizione di questo formaggio per arrivare agli animali che lo producono e alle genti che grazie ad esso sopravvivono.
E’ prodotto nell’altra parte del mondo? Montagne dai nomi esotici sono teatro di tale produzione? Pecore a sei zampe e dai denti affilati preservano questa limitatissima produzione?
Pensate, il formaggio più raro al mondo è prodotto a Montébore (da cui trae il nome), simpatica frazione del Comune di Dernice, a cavallo delle Valli Curone e Borbera; per capirci, pieno territorio alessandrino, vicino a casa nostra.

Le pecore non hanno sei zampe e sono molto simpatiche e le mucche, anch’esse partecipi alla nascita di questo formaggi, sono le Brune alpine, le Tortonesi, le Genovesi e la Cabannina.
Ma ce l’avrà un po’ di storia questo formaggio?

Già nel IX secolo ne erano ghiotti i monaci dell’abbazia benedettina di Santa Maria sul Giarolo. E ora un po’ di “lucignolo bella vita” ante litteram: anno domini 1489, Tortona, nozze fra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza (nipote di Ludovico il Moro), solo un formaggio fu invitato a tale banchetto: il cerimoniere Leonardo da Vinci (!) pretese solo il Montébore per tale avvenimento.

Questa la storia antica. Nella storia recente (siamo nel 1999) il signor Maurizio Fava rintraccia una certa Carolina Bracco, ultima depositaria della tecnica casearia tradizionale e insieme recuperano questa produzione; a Cheese dello stesso anno viene portata tutta la produzione mondiale di questo formaggio: 7 forme.

Ad oggi Roberto Grattone e Agata Marchesotti della Cooperativa “Vallenostra” sono gli unici produttori al mondo di questo Presidio Slow Food.
Animali che vivono in piena libertà in una valle lontana dal tempo, materie prime genuine (solo latte crudo e caglio) e un sistema di lavorazione vecchio di quasi mille anni ci danno la possibilità di assaggiare una fetta delle nostre tradizioni e della nostra storia.

Breve parentesi gastronomica: fresco è perfetto in abbinamenti con miele di castagno o con la “cugnà” (marmellata di mosto d’uva) o noci; stagionato è meraviglioso nelle paste ripiene o nel “capunet” (involtino di carne di maiale e verza).
Perché adottare una pecora? Perché mantenere in vita questo formaggio?
Perché sono nostri valori, sono parte della nostra cultura, di quello che siamo stati e che ancora oggi i più accorti vogliono essere.

Io vedo in queste simpatiche pecore che trotterellano tutto il giorno fra prati a brucar timo e mentuccia, erica e cardi, delle fotografie di un passato che ancora ci appartiene, radici ancora vive della nostra cultura popolare. Il continuare a conoscere questi valori ci può preservare dai disastri dell’”agroindustria”.

Cito il grandissimo Carlin Petrini: “[..] antichi saperi e conoscenze sono stati (dalla cosiddetta Green revolution n.d.r.) buttati via come il bambino insieme all’acqua sporca (la povertà), le campagne sono state abbandonate per andare a congestionare le città […] si è verificata la perdita sistematica di conoscenze gastronomiche e culinarie che erano alla base di un corretto-e anche piacevole- uso delle risorse agricole. Siamo di fronte ad una forma di genocidio culturale che ha riguardato le campagne di tutto il mondo e che non ha precedenti nella storia” (“Buono, Pulito e Giusto” di Carlo Petrini, Gli struzzi Einaudi, 2005, pp. 24 ss.).
Io ho trent’anni, c’entro poco o nulla con quello che è stato fatto dalla generazione che mi ha preceduto, ma io non ci sto: io voglio conoscere il mio passato, voglio mangiare formaggio che sappia di formaggio e voglio poter andare a vedere pecore sui praticelli e artigiani che producono genuinità vivendo di essa.

Noi golosastri adotteremo una pecora, daremo solo 100 euro per preservare qualcosa che appartiene a tutti (se si è un gruppetto si arriva a spendere, come noi, meno di 5 euro all’anno). Noi tutti il prossimo anno andremo a trovare la nostra pecora, assisteremo alla produzione del formaggio e mangeremo insieme ai produttori.
Tornando a casa riceveremo il cesto di prodotti (formaggi, vino, torte e confetture) per il valore di 100 euro, quindi noi avremo solo imprestato i soldi per tenere in vita una pecora e… i nostri ricordi.

Un grazie da parte mia agli amici Nicola Piccinini, Roberto Grattone e Giovanni Norese(responsabili del Presidio Montébore). Chiunque volesse far del bene a una pecora (e a se stesso) può contattarmi alla mail fulviosantorelli@ivg.it.
Come sempre, saluti golosi a tutti.

Fulvio Santorelli

fonte: http://www.ivg.it/2007/07/20/aaa-pecora-da-montebore-cerca-famiglia-adottiva-pari-requisiti/


Giro di vite sul Codice della strada

3 agosto 2007

Giro di vite sul Codice della strada: sanzioni per chi corre troppo, stretta sui neopatentati

di Nicoletta Cottone

Dal Consiglio dei ministri arriva un giro di vite sul Codice della strada. Nell’ultima riunione utile prima della pausa estiva l’Esecutivo ha varato un decreto legge che recepisce i punti sui quali è stato trovato un accordo in commissione Trasporti al Senato. Si restringe il parco auto che potrà essere condotto dai neopatentati, chi corre troppo rischia multe più salate e la sospensione della patente fino a un anno. Sale, poi, la multa per chi guida chiacchierando al cellulare e vengono inasprite le sanzioni per chi si siede al volante in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti. Col decreto sulla sicurezza stradale, sottolinea il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, «abbiamo voluto dare un segnale forte nel momento più difficile dell’anno, quello dell’esodo di agosto». Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero al Consiglio dei ministri ha protestato con forza perchè non è ancora stata presa in esame la sua proposta di legge per limitare la pubblicità sugli alcolici, presentata al preconsiglio dei Ministri da oltre un mese.
«Nel momento in cui si agisce per istituire strumenti in favore della sicurezza sulle strade, si cede alle pressioni delle lobbies dei produttori di alcolici, perdendo così un’occasione preziosa di intervenire anche sulla prevenzione». Il disegno di legge in materia di alcol e pubblicità, ha promesso il premier, sarà inserito nell’agenda del Consiglio entro il mese di settembre. Ecco le novità.

Alcool. Prevista una scala di sanzioni legata al tasso alcolemico. Per tassi da 0,5 a 0,8 grammi/litro è prevista una ammenda da 500 a 2mila euro e la sospensione della patente da 3 a 6 mesi. Da 0,81 a 1,5 ammenda da 800 a 3.200 euro, arresto fino a 3 mesi e attività socialmente utile fino a 6 mesi, sospensione della patente da 6 mesi a un anno. Oltre 1,5 ammenda da 1.500 a 6mila euro, arresto fino a 6 mesi, attività socialmente utili fino a un anno, sospensione della patente da 1 a 2 anni. In caso di incidente causato in stato di ebbrezza le pene raddoppiano ed è previsto il fermo del veicolo per 3 mesi.

Cellulari. Raddoppia da 70 a 148 la multa per chi guida parlando al cellulare: Prevista anche la sospensione della patente da 1 a 3 mesi per chi è recidivo nel biennio.

Guida senza patente. Chi si siede al volante senza patente rischia l’arresto fino a un anno, per i recidivi nel biennio. Prevista anche un’ammenda da 2.257 euro a 9.032 euro.

Neopatentati. Con il provvedimento arriva una stretta per i neopatentati che, nei primi 3 anni, potranno mettersi al volante solo di auto entro i 50 kiloWatt per tonnellata, a meno che trasportino disabili, con una ulteriore stretta rispetto al disegno di legge al vaglio della commissione Trasporti del Senato che prevedeva 60 kW/t. La disposizione si applicherà a chi prenderà la patente dal febbraio 2008. Sempre i neopatentati, poi, sulle strade extraurbane non potranno superare gli 80 chilometri orari (attualmente 90 km/h).

Velocità. Per chi corre troppo è stata introdotta una nuova fascia, che colpisce gli eccessi di velocità oltre i 60 km/h con una multa da 500 euro e la sospensione della patente da 6 a 12 mesi. Aumenta, poi, a 8 mesi la sospensione minima per chi al volante per due volte in un biennio supera i limiti di velocità di 40 km/h, mentre in caso di superamento di oltre 60 km/h la patente è revocata. Per chi conduce mezzi pesanti con limitatore di velocità il superamento del tetto impostato fa scattare le sanzioni per limitatore truccato.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2007/08/cdm-sicurezza-stradale.shtml?uuid=e09dc960-41ab-11dc-bff8-00000e25108c&type=Libero