Il Times si innamora della sanità italiana. Ed anche Michael Moore

Hanno torto o ragione? Probabilmente nessuno. O entrambi. Boys and girls: siamo in Italia! (come dire: chi ci capisce qualcosa è bravo)

Il Times si innamora della sanità italiana:
«Avete tutto quello che noi sogniamo»

LONDRA (3 agosto) – Essere curati in Italia viene invidiato da molti. Liste d’attesa, intrameonia, malasanità, tutti guai che conosce solo chi ci combatte quotidianamente, visto da fuori il sistema sanitario italiano è un modello da invidiare e da prendere ad esempio. Il Times pubblica un articolo-testimonianza che elogia l’assistenza ricevuta nel nostro paese e fa un quadro pessimo della sanità inglese. Una giornalista britannica dopo aver assistito il fratello ricoverato nell’ospedale di Todi, tornata a casa, non ha avuto dubbi nel raccontare la professionalità che ha trovato nel nostro paese, sottolinenado tutto quello che l’Inghilterra dovrebbe avere e non ha.

Pulizia, assistenza, profesionalità: queste le doti riconosciute da all’assistenza italiana. La giornalista, aveva organizzato una festa nella sua casa in Umbria alla quale aveva partecipato anche il fratello Sholto, il quale, il giorno dopo, aveva accusato forti dolori al torace ed era andato al pronto soccorso. Da qui in poi, nel suo articolo-testimonianza, la Righter racconta nei dettagli tutte le cose che l’hanno convinta che, sotto ogni aspetto, «l’ospedale di Todi fosse tutto ciò che Rosemary Righter l’Nhs (la sanità britannica) dovrebbe essere, ma non è».

Laddove in un ospedale londinese il fratello «quasi certamente avrebbe dovuto aspettare diverse ore per essere visitato da un praticante», a Todi, racconta incredula la giornalista, «dieci secondi dopo aver suonato il campanello del pronto soccorso, a mio fratello veniva fatto un elettrocardiogramma da due medici». E poi ancora: «Entro poco più di un’ora era stato sottoposto a raggi X, ultrasuoni e 30 controlli del sangue. Era stato visto da un radiologo e dal cardiologo. Gli era stata diagnosticata un’infiammazione acuta pericardiale e lo avevano sistemato in una stanza fresca e immacolata, con due letti di cui uno vuoto e con una splendida vista».

La giornalista si meraviglia poi della pulizia della struttura: a differenza degli ospedali britannici in cui imperversano le infezioni da MRSA, uno stafilococco resistente agli antibiotici che si diffonde a causa della scarsa igiene, a Todi «non c’è ombra di sporcizia nelle stanze, nei corridoi e nei bagni. L’igiene viene presa così sul serio che quando il carrello del cibo è in corridoio, nessuno ci può passare di fianco».

Oltre a restare a bocca aperta per l’efficienza e la pulizia, la Righter ha apprezzato anche come, a differenza degli infermieri britannici, quelli italiani siano stati in grado di mostrare flessibilità e calore umano, venendo incontro quanto possibile al fratello che non parlava una parola di italiano.

E in questo quadro quasi idilliaco, fa riflettere la reazione del primario del nosocomio, incredulo nel sentirsi dire dalla giornalista come «nessun ospedale di Londra avrebbe potuto battere l’efficienza, la velocità, l’accuratezza e il calore umano della sua squadra». «Gli italiani – spiega – suppongono quasi automaticamente che i loro servizi pubblici siano di qualità di gran lunga inferiore a quelli di chiunque altro, soprattutto della famosa Nhs. L’ospedale di Todi, poi, è così in basso nelle graduatorie dell’Umbria da essere in costante rischio di chiusura».

Ma la giornalista anglosassone non è l’unica a tessere le lodi della sanità italiana. Michael Moore, il regista di Farhenheit 911 ha fatto un documentario sulla malasanità americana lodando invece proprio il nostro modello (vedi articolo seguente, n.d.m.).

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=6436&sez=HOME_INITALIA

Michael Moore: «La sanità italiana è invidiabile»

Michael Moore con manifestanti per i diritti alle cure


NEW YORK
(20 giugno) – O è vero che al peggio non c’è mai fine, oppure che ogni situazione deve essere comparata con altre e allora può non rivelarsi la peggiore. E’ di questo avviso il regista americano Michael Moore che assolve a pieni voti la sanità italiana, anzi la mette al secondo posto dopo quella francese come capacità assistenziale.

Ad essere messo sotto accusa è il sistema sanitario americano che il cineasta di Farhenheit 911 passa sotto la lente della sua cinepresa inchiodandolo come un sistema che una classe politica corrotta ha consegnato negli anni Settanta alla lobby delle assicurazioni e del farmaco.

E così altro che malasanità in Italia: morti in ospedale per tubi collegati male? Attese lunghe mesi per fare le analisi? Infezioni in corsia e posti letto che mancano? Roba da ragazzi per il regista Moore che elogia invece la filosofia della solidarietà pubblica delle strutture europee.

Il suo nuovo documentario “Sicko” racconta la storia drammatica di americani a cui sono stati negate dalle assicurazioni e dagli ospedali cure salva-vita perchè non potevano permettersi di pagare, mostrando come contrappunto il lieto fine di analoghe vicende in Gran Bretagna, Canada, Francia e perfino a Cuba.

Dopo esser stato mostrato in anteprima a Cannes e piratato lo scorso fine settimana su YouTube («Un lavoro da insider, di chi ha interesse a far fallire la prima», ha detto il regista), Sicko uscirà nelle sale Usa il 29 giugno con un assaggio già oggi in un solo cinema di New York e poi in altre città da San Francisco a Boston, da Los Angeles a Filadelfia.

Alla vigilia del debutto la controffensiva è scattata a tutto campo: «Moore è pazzo, offre la ricetta sbagliata», ha bocciato il film il New York Post ricordando che il sistema francese tanto decantato da Sicko non ha evitato a 15 mila anziani di morire nell’estate torrida del 2003 perchè negli ospedali non c’era aria condizionata.
«Bisogna far capire agli americani che il modello europeo non è la soluzione alla crisi», ha protestato Sally Pipes del Pacific Research Institute.

«Quella di Moore è una visione di parte, assolutamente forzata», ha protestato Ken Johnson, vice-presidente della Pharmaceutical Research and Manifacturers of America mentre grosse industrie del farmaco hanno aperto le casse per finanziare gruppi di ricerca conservatori come il Manhattan Institute che ha messo a disposizione i suoi esperti per dare alla stampa americana una visione alternativa del sistema sanitario nazionale rispetto alla catastrofe descritta dal film di Moore.

L’industria farmaceutica e delle assicurazioni erano del resto sul chi vive da tempo: fin da quando si era sparsa la voce che Moore aveva messo loro gli occhi addosso i dipendenti erano stati avvisati a stare in guardia nel caso fossero stati avvicinati dal monumentale regista e dalla sua troupe.

Quanto a Moore, che nel frattempo si è messo a dieta («perchè girando Sicko mi sono accorto che siamo tutti responsabili della nostra salute in prima persona»), si è detto pronto a far fronte agli attacchi: «Me li aspetto, ma spero che questo film riesca a raggiungere gente che in America la pensa diversamente da me, che faccia riflettere sul fatto che siamo tutti americani e che prima o poi tutti faremo i conti con i guasti del sistema».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=3728&sez=HOME_NELMONDO&snw=R

6 risposte a “Il Times si innamora della sanità italiana. Ed anche Michael Moore”

  1. edgar dice :

    Lo dico sempre io, che siamo troppo piagnucoloni sulla nostra sanità e sui nostri servizi statali!
    “Questo non funziona”, “Quello neanche”, “La strumentazione è obsoleta”, “Troppa corruzione”, ecc.
    Spesso dico al cittadino che si lamenta di questa o quella struttura/servizio che secondo lui non va bene o non va proprio: “prego, tu cosa suggerisci e come la faresti funzionare?”
    Lui: “io farei questo!”
    Io: “non puoi fare ‘questo’ perchè dovresti fare prima ‘quello’ perchè ecc. ecc.”
    Lui: “ma allora così non si può migliorare niente!”
    Io: “quasi, signor cittadino medio… quasi, la cosa è molto più complessa di quanto sembrava a lei stamattina, prima che venisse a rompere i cogl….!”. Della serie: questo è quello che avrei voluto dirgli.
    Ciao 🙂

  2. Equo dice :

    Io non sono mai stato in ospedale a Todi, qualche anno or sono ho passato cinque giorni in una clinica di Bologna. Malgrado fossi lì per fare delle analisi sono stato ricoverato in uno stanzone da sei letti assieme a dei malati terminali; ho sbattuto contro il muro un paio d’infermieri che maltrattavano un aziano morente mentre “se ne prendevano cura”, dicendogli cose tipo “vecchio pieno di merda” e simili e quando li ho minacciati di far ingoiare loro tutti denti si sono giustificati dicendo: “Tanto non capisce più!”; mi sono staccato una flebo ed ho percorso il corridoio per avvertire l’infermiere del turno di notte (che dormiva) che uno dei pazienti era deceduto dopo un’agonia rantolante durante la quale sono stato il solo ad assisterlo; pur essendo io un ex-infartato ho scoperto che nel mio check-up non era stato previsto un controllo del colesterolo… e potrei continuare con note sulla pulizia generale dei locali. Probabilmente dipende da posto a posto… ma la salute non ce la si dovrebbe giocare ai dadi.
    In quanto al “che fare” non è poi così difficile: il rispetto del paziente, ad esempio, non costa nulla e se solo si riducessero gli enormi sprechi di gestione e (tanto per fare un altro esempio) gli inutili acquisti di macchinari prestigiosi che danno lustro, ma non saranno praticamente mai usati, oltre che dei farmaci “di nome” comperati dalle grandi industrie in cambio di inviti a “convegni” alle Maldive, si potrebbero migliorare sensibilmente i servizi essenziali.
    Molti medici e molti assistenti volenterosi sono i primi a sentirsi impotenti e “macinati” da un sistema baronale anacronistico e inefficace…

  3. edgar dice :

    Touchè Equo!
    E’ questo, se andiamo fin in fondo, scopriamo che il pesce puzza dalla testa… fino a finire agli infermieri.
    Dire che ci vuole più organizzazione è facile, farla e farla applicare e che è difficile e complicato, tenendo conto che ci si mette di mezzo pure la burocrazia.

    P.S.: mamma mia Equo! Non vorrei mai averti come cliente! :))))) (magari sarebbe bello invece).

  4. edgar dice :

    ah!… buonanotte.

  5. elena dice :

    Per criticare bisogna conoscere… le lenzuola sporche di sangue di un reparto di CARDIOLOGIA (ospedale di Pavia) come l’abnegazione di diversi infermieri che passano la notte a fare la spola tra i letti degli operati del giorno (ospedale traumatologico di Bergamo Matteo Rota), un’ingessatura fatta male al pronto soccorso dell’ospedale di Pavia, una visita ortopedica urgente ottenuta grazie a raccomandazioni, lastre fatte privatamente perché con il SSN ci andavano mesi ed il ginecologo che pratica un cesareo e passa, fuori turno, a controllare che tutto proceda per il meglio… allergie conclamate al burro completamente ignorate (con conseguente digiuno e malessere della madre che sta allattando), trasformate poi in una dieta di bistecche (che fanno sangue)… potrei continuare. E chi non potrebbe? A tutti sono capitati casi di malasanità ma anche di trattamenti sopra lo standard. Indipendentemente dal fatto che la struttura fosse privata o pubblica, che si pagasse o meno (o meglio: da qunto si pagasse). Perché la sanità, come tutto, è fatta di persone. Ci sono quelli che ancora credono di avere una missione e quelli che considerano il loro lavoro solo un mezzo per portare a casa lo stipendio. E questo è difficilmente modificabile – tranne decidere di fare test di ingresso e di “tenuta” psicologica, forse. Certo è, per me, che se la sanità, o meglio la salute, viene gestita come un business, in cui il malato è un “cliente” su cui speculare o testare farmaci, in cui la struttura ha come obiettivo principale il budget, allora siamo messi male. Se poi ci aggiungiamo catalogazioni artificiose (tipo “i pensionati”, che hanno diritto ad esenzioni solo in base all’età: ma sono forse una classe? Non c’è proprio alcuna differenza tra un pensionato che ha fatto l’operaio ed uno che faceva il dirigente? mah…) allora arriviamo alla paranoia. Benissimo l’evitare prolungate degenze in ospedale (per un intervento ad una tibia sono stata ricoverata per venti giorni a vegetare, prima che mi operassero… passavo più tempo in giro per la città – a mio rischio – che nel letto ad aspettare la visita del medico, che passava e mi dava un buffetto sulla testa e se ne andava… ma non esiste che dopo un intervento ti cacciano fuori dall’ospedale e ti fai la degenza a casa.
    Potremmo partire da una semplice considerazione: io faccio un lavoro che non mi piace, ma mi pagano per farlo. E quindi lo faccio al meglio. Provassimo a farlo tutti? Senza considerare che quella casa farmaceutica mi paga (meglio, mi invoglia…) x spingere per un determinato farmaco, magari mi offre un portatile a natale perché al posto di prescrivere un nimesulide di sottomarca prescriva quello più famoso? O magari rifiutando la revisione dei valori di riferimento (sempre al ribasso) di determinate patologie, in modo che chi effettivamente è malato venga riconosciuto come tale e gli altri vengano lasciati in pace e non si impasticchino come dei pazzi?
    Lo so… benvenuti nel mondo di Utopia…

  6. abitante di Utopia dice :

    Ah! Finalmente qualcuno che viene a trovarmi di tanto in tanto!

    Edgar.

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