Archivio | agosto 4, 2007

Un Che Guevara inedito, o quasi..


In un libro curato dalla figlia Aleida alcuni “scatti”
personali inediti del rivoluzionario argentino

Le foto segrete di Che Guevara
travestito da banchiere

di OMERO CIAI

La foto inedita di Che Guevara travestito da banchiere con la moglie

SI CHIAMA “Che: self portrait” e lo ha pubblicato la Ocean Press, una piccola casa editrice “no global” australiana che si dedica a libri abbastanza targati, nel senso di apertamente filocastristi, sull’isola della rivoluzione e l’America Latina. Trecento cinquanta pagine di memorie, lettere personali e foto, curate dalla figlia di Guevara, Aleida, con alcuni “gioiellini” come dei rarissimi ritratti di famiglia in bianco e nero.

Tra questi, gli scatti più interessanti ed inediti, sono quelli del Che, travestito da grande banchiere, completamente calvo, senza barba, in giacca e cravatta, che scherza nel giardino della sua casa dell’Avana con la moglie. Fanno parte di una serie di foto, già viste e pubblicate in tutte le numerose biografie del rivoluzionario argentino, ma in questo caso hanno tutta la tenerezza delle istantanee personali, scattate non per la storia ma per l’album di famiglia.

Guevara amava i travestimenti. Per quel che se ne sa, si sottopose ad una artigianale plastica facciale almeno due volte. Nel 1965 prima di partire per guidare l’esercito cubano in Congo e, l’anno dopo, prima di iniziare quella che divenne la sua ultima avventura: la guerriglia in Bolivia. Ad occuparsi del travestimento, e dei passaporti falsi, furono, nei due casi, i servizi segreti cubani. Guevara doveva assomigliare il più possibile ad un manager uruguayano, grosso e miope, per raggiungere senza problemi la sua destinazione dopo numerosi scali internazionali.

In entrambe le occasioni c’è sempre una foto di Che Guevara travestito con Fidel Castro, particolare che ha una grande importanza dal punto di vista storico. Quando Guevara, dopo aver abbandonato il ministero dell’Industria, scomparve dagli appuntamenti ufficiali a Cuba, la Cia disse che era morto, ucciso da Fidel Castro nel corso di una lite. Ragione per cui gli americani tardarono molto a credere, due anni più tardi, che si trovasse davvero in Bolivia.

Quelle liti però ci furono, come si può leggere in molte testimonianze dirette, e causarono l’allontanamento di Guevara che si era opposto alla svolta prosovietica di Castro. L’Urss, per il Che del 1965, era uno stato imperialista, tale e quale l’America di Lindon Johnson. Ma quell’allontanamento – questo dice la presenza di Castro accanto al travestito – fu consensuale. O comunque Guevara accettò che passasse alla storia come tale. Il libro si può acquistare in Rete (www.amazon.com) al costo di 30 dollari.

(25 luglio 2004)

fonte: http://www.repubblica.it/2004/g/sezioni/spettacoli_e_cultura/guevarafoto/chebanca/chebanca.html

ALCUNI “SCATTI” poco conosciuti il cui autore è proprio il Che..

Pochissimi sanno che il Che era anche un provetto fotografo, e che ovunque andasse portava con se la sua amata macchina fotografica.

Messico, 1955


ciminiere, Cuba, 1961

bambino


Cordoba, 1950

autoritratto, Tanzania, 1965

autoritratto

autoritratto

….

SESSO & POTERE / PARLA UNA SQUILLO

“Senza politici faremmo la fame
Tra i clienti un calciatore azzurro”

Il caso Mele ha riaperto il filone degli intrecci tra prostituzione e vip. Parla Maria Ornella Serpa, la sindacalista delle lucciole della Capitale

squillo Roma, 4 agosto 2007 – Riprendiamo l’intervista esclusiva di Affari Italiani a Maria Ornella Serpa.

Cosimo Mele, ex deputato dell’Udc ora passato al Gruppo Misto, ha riaperto il filone degli intrecci tra prostituzione e vip: “La notte brava dell’onorevole”. “Sesso, coca e vizi”. “Due prostitute nell’hotel della Dolce Vita”. Questi alcuni titoli da prima pagina. Ipocrisia o reale senso di condanna? Il dibattito è aperto. Anche nella classe politica. Non mancano però esempi nello sport come nel mondo dello spettacolo. Maria Ornella Serpa la sindacalista delle lucciole della Capitale (Coordinamento per la Difesa delle Persone Prostitute di Roma). Affari l’ha intervistata per scoprire manie, tendenze e gusti dei personaggi noti.

Maria Ornella Serpa, partiamo dall’inizio. Un politico pizzicato con due prostitute.
“Sì, e qual è la novità: i parlamentari andavano nei bordelli anche prima perché se lo potevano permettere, come si possono permettere le cifre salate e tutto il resto”.

Le polemiche però non sono mancate. E’ solo ipocrisia?
“Le dirò: se i politici non venissero da noi prostitute, moriremmo di fame. Ci vengono tutti e non sto scherzando: politici di Centrodestra che parlano della famiglia e poi mantengono le ragazze russe o le signore ucraine, come quelli di Centrosinistra”.

A lei è mai capitato?
“Lavorando a Roma e su un semplice marciapiede, non si può parlare quindi nemmeno di una prostituzione di alto bordo (non ho l’avvenenza e la pazienza, ride – ndr) – mi sono capitati un paio di parlamentari”.

Di Centrodestra o dell’Unione?
“Dichiaratamente di sinistra. Poi sono andata a controllare ed erano di sinistra, effettivamente”.

Nessun imbarazzo, quindi.
“No, i politici vengono, si fanno le amanti. Voglio dire, con tutte quelle migliaia di euro che prendono possono organizzare anche delle belle ‘champagnate’ con noi. Però le vogliono di un certo tipo…”.

Mi spieghi.
“Ricercano un certo stile. O una donna di classe, o la ragazzina. Ma l’elemento fondamentale per il quale io non sono attratta dalla prostituzione di alto bordo è che la vogliono remissiva e sottomessa. C’è poi un’altra duplice categoria…”.

Dica.
“Chi con un certo budget – e magari il prezzo oscilla da 150 a 500 euro – vuole dominare la prostituta e chi – ma è una categoria in minoranza – vuole che non gli si metta fretta”.

Un altro caso che ha scatenato la bufera è stato quello che ha coinvolto Silvio Sircana…
“Ho provato un rapporto di amore e di odio. Provai simpatia e solidarietà all’inizio, magari anche comprensione poi quando si è accentuata una sua presenza mediatica anche con la famiglia ho cambiato idea. Anche se rimango dell’opinione che la prostituzione debba essere totalmente autogestita”.

Politici, mondo dello spettacolo, sportivi. Il gossip sulla vita privata dei personaggi famosi non conosce pause. Che tipo di clienti sono i calciatori?
“Sono la seconda categoria dei migliori. Poi c’è il mondo dello spettacolo – tantissimi attori – e poi professionisti: medici, avvocati”.

Detta così la percentuale sarebbe altissima…
“Vengono con noi tutti gli uomini. L’uomo che non viene rappresenta un’eccezione o perché non se lo può permettere. Il 100%, tutta la categoria maschile”.
Sesso a pagamento nel calcio anche in Nazionale?
“Sì, c’è un giocatore molto famoso del giro azzurro, che non è un portiere ed è un bellissimo ragazzo. Anzi, approfitto per fare un appello: adoro Buffon, anche se so che è molto impegnato (ride, ndr)”.

Tra i giocatori dell’Italia esistono rapporti anche con omossesuali o transessuali? “Non è tanto una questione di gusti o esperienze. Siamo sessualemente a 360 gradi poi c’è una cultura più trasgressiva. Per rispondere alla domanda: sicuramente sì. Soprattutto anche nel mondo dello spettacolo. E a volte si vedono anche per strada”.

Azzurri a parte, la pratica è diffusa anche tra i calciatori stranieri?
“Di quello che io sappia abitando a Roma non ho mai sentito storielle”.

Qual è la mania più ricorrente?
“Direi che è una pratica più generalizzata, non solo tra i calciatori. Alla prostituta si chiede un rapporto orale (che è quello più economico ma secondo me è un errore) e le cose che la donna comune non fa. Anche perché gli uomini con la vagina non è che abbiano poi tutto questo rapporto… (ride, ndr)”.

Quali sono gli apprezzamenti fisici che vi fanno?
“Di solito sui punti non sessuali. La coscia, i glutei, i fianchi, la vita fino al seno”.

I costi?
“Le tariffe di strada sono 20 euro per un rapporto orale e 50 euro per un rapporto completo. Ma per le prestazioni di alto bordo si va fino anche a 500-1000 euro”.

Nel caso Mele, si è parlato anche dell’assunzione di droga. Di cocaina in particolare.
“Ne gira. La bianca, la cocaina. Ma vorrei sfatare un mito: con la cocaina quasi mai si verifica un’erezione. E’ molto raro…”.

di Andrea Pressenda

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/08/04/29108-senza_politici_faremmo_fame.shtml

CURIOSITA’ STORICHE

CRIPTA DELLE REPENTITE


Le tombe segrete delle prostitute diventate monache.

E’ una cripta che custodisce i segreti di uno dei luoghi più curiosi e affascinanti della città antica: il convento cinquecentesco di Santa Maria la Grazia, meglio noto come convento delle Repentite, le prostitute convertite alla vita monastica e mantenute dalle cortigiane in servizio attraverso un’imposta pagata al Senato palermitano, una sorta di “porno-tax” ante litteram. Il tributo non era obbligatorio, ma doveva essere versato se le prostitute volevano vestirsi come le “donne oneste”, senza gli abiti che erano segno della loro condizione di peccatrici.

Dimenticata da secoli, la cripta è tornata alla luce casualmente nel 2005, durante lavori di ristrutturazione dell’ex complesso religioso di via Divisi, oggi destinato a dipartimenti universitari. Eliminando le piastrelle del pavimento e il sottostrato per ristrutturare i servizi igienici vicini a un’aula, si è reso evidente il volume di una volta, e quindi si è fatto largo il sospetto che esistesse ancora la vecchia cappella sotterranea. L’intuizione si è rivelata fondata. Una volta rimossi quintali di terriccio e di materiali di risulta forse esito di precedenti lavori compiuti intorno al 1960, la cripta, grande circa sedici metri quadrati, è venuta alla luce. E ha rivelato il suo tesoro: un magnifico altare seicentesco, la tomba della Madre Badessa e le panche dove venivano appoggiati i corpi delle defunte secondo un’antica tradizione religiosa che – come nel convento dei Cappuccini – prevedeva il prosciugamento dei cadaveri prima della sepoltura.

La cripta è stata adesso restaurata da Simona Panvini, sulla base di un progetto firmato da Enrico De Mattei e condotto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali della Regione siciliana. La tomba della Madre Badessa è identificata da una lapide di marmo in cui è incisa la scritta: “In questo sepolcro giace il corpo della Reverenda Madre Santa Ignazia di Gesù Squatrito quale nacque al 1706, si chiamò nel secolo Donna Maria Squatrito, morì di anni 76 l’8 aprile del 1782”. Come per la protagonista del romanzo “Dell’amore e di altri demoni” di García Márquez, del suo corpo è stata ritrovata soltanto una lunga ciocca di capelli, insieme con due ampolle di vetro che custodiscono messaggi ancora sconosciuti, probabilmente di affidamento e raccomandazione al Signore. Le ampolle sono oggi all’Istituto di Patologia del libro di Roma, perché l’estrazione delle pergamene è una procedura molto delicata: gli specialisti temono che possano danneggiarsi a contatto con l’ossigeno dopo tre secoli, e sperano di poterle recuperare e leggere integralmente.

La lapide, trovata tra i resti della sepoltura, è stata adesso ricollocata sul pavimento della cripta. L’altare seicentesco è affiancato da mattonelle originali che riproducono San Francesco e presumibilmente Santa Chiara, o forse la fondatrice del convento. Le due figure sono inginocchiate ai piedi della Croce, alla base della quale sta un teschio simbolo dell’omnia vanitas, cioè della caducità del corpo di fronte alla morte. La figura femminile tiene in mano una pisside con dentro l’ostia, e sull’ostia è disegnata una piccola scena di Calvario, probabilmente simbolo di pentimento. Tutt’intorno, le panche dove venivano appoggiati i corpi delle defunte, sovrastate da mattonelle di maiolica che sono state ritrovate, pulite e ricollocate al loro posto.
Dalla cripta si apre una seconda botola dove si trova la fossa comune delle altre monache, che è stata parzialmente esplorata. Numerosi crocifissi di metallo sono stati scoperti in mezzo al terriccio scavato. E’ emersa pure la scala originaria di ingresso alla cripta, che è stata consolidata e viene adesso nuovamente utilizzata per accedere all’ambiente sotterraneo.

La storia delle Repentite (cioè Ree pentite) è estremamente affascinante, oltre che curiosa: queste ex cortigiane che si erano ritirate a vita monastica venivano infatti mantenute dal Senato palermitano con i ricavati di un’imposta che le prostitute in servizio dovevano pagare se volevano vestirsi – al pari delle donne oneste – con abiti di seta e di oro. Il convento, in realtà, fondato nel 1524 da suor Francesca Leonfante, fu abitato in origine da monache olivetane. Ma, morta la fondatrice e passate in altri conventi le religiose, l’arcivescovo stabilì – come racconta Gaspare Palermo – che “in quel luogo venissero raccolte le donne che dal pentimento de’ loro trascorsi potessero chiamarsi Ripentite”. La chiesa, con il prospetto su via Divisi, fu costruita nel 1512 dal chierico Vincenzo Sottile e abbellita tra il 1697 e il 1698. Del complesso sono ancora visibili la facciata con il portale e le finestre goticheggianti, alcune colonne originarie e, sul soffitto di un’aula, le ricche decorazioni pittoriche di quella che era la navata della chiesa.

Via Divisi 81, Palermo

fonte: www.unipa.it/cittaateneo/repentite.html


Appello dal Club delle Vecchiacce


Dal Club delle Vecchiacce

di lidia menapace 26 giugno 2007

Il vecchio continente invecchia e i vecchi gli pesano, figurarsi le vecchie!

Vorrei fare qualche riflessione in merito, a nome del Club delle Vecchiacce, fondato da Mila Spini e da me anni fa, quando incominciammo a stufarci di sentirci apostrofare con protettiva sufficienza: “nonnina, nonnetta, vecchietta, vecchina” da qualsiasi giovanotto appena sotto i 70.

Orbene, noi del Club delle Vecchiacce chiediamo:

1) che ci si consulti, noi vecchi e vecchie prima di decidere che fare di noi e se siamo o no “sostenibili” da un qualsiasi bilancio demografico;

2) che non si diano per buone le argomentazioni di banche, fondazioni promosse da BMW, da istituti di previdenza e da assicurazioni: le loro sono argomentazioni corporative e non politiche.

3) che se si prende per buona l’affermazione che il problema esiste in tutta Europa e anzi in tutto il mondo detto “avanzato”, la questione non è di settore, ma è una grande questione politica generale: da affrontare cioè dai governi con le parti sociali.

Intanto avanziamo qualche osservazione e anche desiderio. Noi del citato Club tenderemmo a rifiutare la soluzione con metodi violenti, tipo Nerone (tutti gli anziani alle arene per essere sbranati) o Erode (ammazziamoli tutti al di sopra di tale età ecc.) o anche nativi del Nuovo mondo (riempiamoli di whiski e di fucili) o anche Hitler (campi di sterminio per la soluzione finale): e ciò non per buon cuore o umanitarismo, (figurarsi! le Vecchiacce hanno come livre de chevet Swift), ma solo perchè tali soluzioni si sono dimostrate antieconomiche, il massino sforzo con il minimo risultato: infatti i cristiani ci sono ancora, come i bambini e le bambine, persino i Nativi e addirittura gli Ebrei.

Ci spiacciono anche le soluzioni violente soft, tipo esporci al solleone, oppure indurci a sport faticosi, ad esperienze stressanti, oppure a maratone erotiche. Non sempre sono rimedi efficaci; anche l’idea di usare le tecnologie avanzate per saper dire a ogni bambino o bambina che nasce di quanto allunga la vita del nonno, non ci va a genlo. Ci piace che bambini e bambine nascano per gioia speranza futuro avventura.

Troviamo dunque finora non convincenti le ricette emesse da economisti bancari ministri ecc. Continuano a dire che bisogna abbassare le pensioni, ridurre i servizi, tagliare la spesa sanitaria, e aiutare le famiglie. Cioè far morire i vecchi con pensioni basse, aiutarli ad andarsene in fretta, non potendo acquistare i medicinali e affidare alle donne -che siamo più longeve- la cura dei superstiti rientrando a domicilio in forma di “servizio sociale onnicomprensivo gratuito”, che -come è noto- è la definizione scientifica di casalinga.

Tra le spese da tagliare non troviamo mai le spese militari, ciò ci stupisce e abbiamo pensato che questa larghezza e generosità sottintenda il seguente “ragionamento”: non possiamo mandare in guerra i giovani e le giovani che sono merce scarsa e si sa che la guerra fa male soprattutto a loro. Mandiamoci dunque i vecchi e così pigliamo due piccioni con una fava. E se poi le bombe, sia pure intelligenti, beccano magari donne e bambini, pazienza, si tratta pur sempre, nei paesi dove si esporta la guerra, di donne e bambini, che -essendo prolifiche e numerosi- minacciano il nostro bilancio demografico.

A noi sembra rischioso e insicuro: e la sicurezza è una cosa cui questa società non può rinunciare.

Non sarebbe meglio, magari, abolire la guerra o almeno ridurre le spese militari a vantaggio di un bel servizio di medicina preventiva, di città accoglienti a pro’ degli anziani in solitudine, di una società solidale dove vecchi e vecchie possano, se vogliono, agire, aiutare a conservare e trasmettere la memoria storica recente, raccontando anche fiabe o ricette o tecniche, o lavori o saggezza, giochi socialità e politica, il che serve magari a ridurre il consumismo futile, ma incrementa il consumo utile e intelligente?

Attendiamo risposta, grazie. (siamo vecchiacce, ma abbiamo pur sempre avuto una buona Kinderstube).

Lidia Menapace

fonte: http://www.alternativerivista.it/article.php3?id_article=1844

Ben Jelloun: «L’Occidente ha dimenticato la solidarietà»

Ben Jelloun: «L’Occidente ha dimenticato la solidarietà»

di guido caldiron
9 marzo 2006

La cultura araba, il razzismo francese, la rivolta delle benlieue. Parla lo scrittore nato a Fes, a Parigi da trent’anni, autore di “Mia madre, la mia bambina”, diario degli affetti familiari e del confronto tra civiltà

«Il mondo arabo potrà esistere il giorno in cui sarà unito non dall’irrazionalità religiosa o da passioni oscure, ma da un progetto economico serio, da una moneta unica; unito dall’assenza di frontiere e di visti, dalla libera circolazione dei cittadini e dal libero esercizio della democrazia. Dunque, siamo modesti e lucidi: incominciamo col riconoscere le nostre lacerazioni, i nostri tradimenti, le nostre incompetenze. Prima di accusare gli altri, facciamo pulizia in casa nostra, e cerchiamo di essere degni di coloro che hanno portato la lingua e la cultura arabe all’apogeo delle civiltà». Con un suo breve intervento, intitolato La prigione araba, Tahar Ben Jelloun aveva fatto i conti solo pochi anni fa con quanti fingono di non vedere le dittature e i fondamentalismi che, spesso in nome della stessa “comunità musulmana” o della “nazione araba”, finiscono per opprimere buona parte dei cittadini del mondo arabo. Oggi, con un libro che non potrebbe essere in realtà più intimo e riflessivo, Mia madre, la mia bambina, (Einaudi, pp. 184, euro 16,50). lo scrittore nato in Marocco e considerato da tempo come uno dei maggiori interpreti della narrativa europea, indirizza il proprio giudizio verso l’Occidente e verso quei valori, in particolare la solidarietà, che quest’ultimo avrebbe da tempo messo da parte in nome dell’individualismo più spinto.

Mia madre, la mia bambina è in realtà il diario minuto della malattia della madre dell’autore, Lalla Fatma, colpita dall’Alzheimer. L’omaggio di Ben Jelloun alla donna, la storia commovente della sua fine, i gesti di affetto, di tenerezza, di cura compiuti nei suo confronti, servono però anche a raccontare una storia: quella di una donna coraggiosa rimasta a Tangeri e di un figlio che ha scelto invece di andarsene dal Marocco. Insieme i due rivivono gli anni passati lontano l’uno dall’altra, le esperienze concluse, in particolare dal giovane intellettuale emigrato prima a Londra e quindi a Parigi, e quelle sognate, annunciate come speranze nella casa di famiglia a Fes o a Tangeri. Sul fondo il confronto tra due mondi, due culture, due forme di intendere – sembra suggerirci Tahar Ben Jelloun – perfino gli affetti e le attenzioni più delicate. Quasi una risposta in nome dell’amore e attraverso le carezze agli apologeti dello “scontro di civiltà” provenienti dagli opposti, simmetrici, schieramenti.

Nato a Fes nel 1944, Tahar Ben Jelloun vive a Parigi dal 1971. Autore di romanzi, racconti, poesie e drammi, ha ricevuto il premio Goncourt nel 1987 e nel 1996 il premio Flaiano. Tra le sue opere più note si possono ricordare Creature di sabbia, Le pareti della solitudine, A occhi bassi e Ospitalità francese.

Monsieur Ben Jelloun, in “Mia madre, la mia bambina” lei racconta una storia che non potrebbe essere più intima, eppure si ha l’impressione di avere a che fare con una riflessione profonda sulle sue radici familiari ma anche sul rapporto tra il mondo arabo e l’Europa. Cosa voleva raccontarci insieme all’affetto profondo che ha nutrito per sua madre?

Attraverso la vicenda di mia madre, che è il punto da cui sono partito per questo libro, volevo effettivamente andare più in là e riflettere sul valore della civiltà e le differenze di valori tra l’Occidente e il mondo arabo-musulmano. Penso infatti che se vi è un luogo nel quale alcuni valori fondamentali si sono un po’ perduti, ebbene questo luogo è l’Occidente. Penso ai valori che evoco nella storia di mia madre – anche attraverso il rapporto diretto con lei – vale a dire ai rapporti con gli anziani in una determinata società. Nel mondo africano e in quello arabo la nozione di famiglia, l’idea del rispetto per i genitori e gli anziani è qualcosa di sacro. Qualcosa su cui potrei dire che arriva a fondarsi l’intera società.

Si ha l’impressione che nelle società arabe questa rete informale di relazioni, costruite intorno alla famiglia e agli affetti più intimi, custodisca e garantisca anche spazi di libertà che sono invece spesso negati sul piano pubblico, in termini di diritti della persona. Qual è la situazione reale?

Credo che il rispetto nei confronti dei genitori e degli anziani, insieme alla solidarietà familiare, giochino ancora un ruolo fondamentale in quelle società perché la nozione di “individuo”, così come la conosciamo in Europa, non è ancora molto diffusa. Mi spiego: l’individuo in quanto tale, la sua personalità, il suo carattere soggettivo, non hanno ancora oggi lo stesso peso delle sue origini familiari o della sua appartenenza a questa o quella tribù. In Occidente assistiamo invece al pieno trionfo dell’individualismo, con le sue virtù, certo, ma anche con le sue derive e i suoi rischi. Quando parlo dei rischi di questo modo di pensare, faccio riferimento agli anziani morti durante l’estate del 2003 (vedi articolo che segue il post, n.d.m.), secondo me più a causa della solitudine in cui vivevano che per il caldo torrido che si registrò allora.

Dopo aver scritto “La prigione araba” qualche anno fa, lei ha scelto oggi di misurarsi con quella che considera come una crisi di valori dell’Occidente. Con quale spirito ha affrontato questo tema?

Con uno spirito di tolleranza e di rispetto… La nozione di rispetto ha perso la sua importanza nel mondo occidentale, nel senso che è stata rimpiazzata dall’applicazione delle leggi. Quando oggi qualcuno pronuncia un insulto razzista o aggredisce un anziano in un paese europeo, interviene la legge. Mentre invece nelle società arabe sono nozioni morali come la vergogna o il giudizio critico della comunità a colpire chi compie simili atti. E’ perciò questo spirito di fondo a differenziare maggiormente i due modelli di società.

Oggi si parla molto, e spesso in modo sbagliato, di “Occidente”. Per lei che è nato in un paese arabo come il Marocco, ha scelto di vivere a Parigi e di scrivere della cultura musulmana in francese, che cosa vuol dire questa parola?

Che cosa è per me l’Occidente? Credo di aver preso dall’Europa e dall’Occidente ciò che ha di meglio da offrire, vale a dire parole dal significato importante, se non fondamentale, come libertà, creatività. Questo oltre a gran parte del mio bagaglio culturale. Tutto ciò non mi ha però mai impedito di coltivare anche la critica di quegli aspetti dello stesso mondo occidentale che considero sbagliati. Credo infatti che l’Occidente stia attraversando, in particolare negli ultimi decenni, una profonda crisi di valori. Stiamo assistendo a una sorta di crisi progressiva che passa per la perdita di molti valori che hanno sempre caratterizzato il mondo occidentale. Penso alla Francia, il paese in cui vivo, che è attraversato da una crisi gravissima. Nelle scuole, là dove vengono formati i cittadini del futuro, capita sempre più spesso che gli insegnanti vengano aggrediti fisicamente da alcuni dei loro allievi, ragazzi talvolta poco più che adolescenti. Qualcosa di assolutamente impensabile ad esempio in Marocco. Ecco, mi sembra che un clima del genere segnali una crisi vera, un’assenza di solidarietà tra le generazioni che, in una società dominata dall’egoismo e dall’indifferenza verso gli altri, non annuncia certo nulla di buono. Da questo punto di vista non so se l’Occidente potrà invertire la tendenza, ritrovare i propri valori migliori.

Una ventina di anni fa lei scrisse un libro, recentemente ristampato nel nostro paese, intitolato “Ospitalità francese”, nel quale offriva un quadro davvero fosco del razzismo d’oltralpe. Oggi come le sembra la situazione?

Quando scrissi quel libro mi interessava spiegare come la storia della Francia contenesse diversi elementi, spesso anche contraddittori. Nel senso che il paese dei Diritti dell’uomo ha tenuto a battesimo anche il razzismo. Partendo dal 1894 con l’affaire Dreyfus, che ha fatto da detonatore per la ripresa dell’antisemitismo nel paese, ho seguito la storia di Francia per individuare ogni grumo di razzismo presente in questa società. E questo fino ai giorni nostri. C’è chi pensa che il razzismo possa rappresentare un momento, una fase momentanea della lunga storia di un paese. Mentre invece personalmente ritengo che si tratti di qualcosa che resta incollato addosso a una cultura o a una civiltà, qualcosa della cui esistenza non ci si deve dimenticare mai. Così, anche in modo volutamente brutale o fastidioso, ho scelto di ricordare a tutti che se esistono i francesi che lottano contro il razzismo, esistono però anche coloro che partecipano alla sua creazione, e non solo sul piano simbolico ma con atti concreti. Al punto che oggi in Francia penso si possa parlare apertamente di una banalizzazione del razzismo. Qualcosa di cui la politica sembra spesso non rendersi conto.

In Francia le discriminazioni sembrano avere diversi volti. Cosa ha letto nella recente rivolta delle banlieue?

Il governo e le autorità di Parigi si sono mostrati sorpresi per quanto accaduto nelle banlieue. Non hanno capito davvero lo spirito di questa rivolta che io considero una sorta di richiesta d’aiuto da parte di giovani che, credo sia importante ripeterlo sempre, non sono immigrati, ma cittadini francesi a tutti gli effetti. Dei giovani francesi che non si sentono né amati né considerati dal resto del paese e che bruciando delle macchine sembravano dire “metteteci in condizione di vivere qui in modo normale, da cittadini veri”.

Liberazione, 9 marzo 2006

Quando l’anziano diventa un peso per la società

di Tahar Ben Jelloun

E’ stato detto e ripetuto: la canicola è pericolosa per le persone anziane. Quando si allea con la solitudine diventa assassina. Una società che non ha più amore, o quanto meno rispetto, per quella categoria d’età, è già una società in declino. Le acquisizioni di democrazia e libertà e l’emergere di un’individualità responsabile ed egoista a poco a poco hanno portato, se non alla sua condanna, alla negligenza verso quell’età inutile detta quarta età. In una società mercantile, una persona che non è più redditizia è una persona di troppo. Non si osa dirlo, ma non si fa nulla per manifestarle un pò di considerazione, come qualche gesto gratuito, una presenza, una parola, insomma un’attenzione che gli dia conforto. Non si è ancora raggiunto un livello di cinismo tale da potersi sbarazzare senza scrupolo dei vecchi. Se ne incaricano il clima e la natura. Ma ecco che il progresso della medicina, la prevenzione, il sistema di pensione anticipata, tutto prolunga la vita.
Il problema è che cosa fare di questa vita in più. Non si tratta ora di sapere come occuparla, ma di come trattarla, come vivere con essa, con quali sentimenti e in quali disposizioni d’animo. E’ una questione di cultura e di educazione. Dio sa se il mondo arabo e africano sono pieni di problemi, ma se c’è un aspetto su cui non transigono è la considerazione per genitori e nonni, con i quali hanno un legame che sentono sacro e doveroso. L’Islam raccomanda di meritare la benedizione dei genitori, così come anche quella dei professori. Uno hadit (cioè un detto del profeta) afferma addirittura che “il paradiso si trova sotto i piedi delle madri” e una preghiera recita: “che Dio sia misericordioso con chi mi ha insegnato qualcosa”.

Vegliare sugli anziani è più che riconoscere un debito nei loro confronti: è dare l’esempio ai bambini. L’esistenza degli ospizi, indipendentemente da quanto possano essere confortevoli, è una realtà che si è imposta con la logica dei vivi: la casa è fatta per la famiglia che vive, non per quella che declina e impiega del tempo a morire. Lo spazio è prezioso, il tempo è contato. L’affettività diventa una memoria piena di buchi. Ricordo il film di Dino Risi “I Nuovi Mostri”, in cui Alberto Sordi una domenica porta fuori la madre, le offre un gelato e poi la porta in un ospizio dove lei non ha nessuna voglia di andare. Il figlio indegno abbandona la madre in un moritoio e se ne va fregandosi le mani, dicendo tra sè “e anche questa è fatta!”. Fatico a immaginare dei Siciliani o dei Corsi che trattino i loro genitori a quel modo, mentre nei paesi nordici non si sviluppano i legami filiali e si privilegia l’individuo nella sua libertà e anche nella sua solitudine.
Quest’estate le stravaganze del clima hanno tolto il velo posato sulle relazioni familiari. Dimenticate, o quasi, le sofferenze di quelle persone abbandonate al loro naufragio, si partiva per le vacanze leggeri, senza l’ingombro di vecchi e vecchie che necessitano di essere assistiti, aiutati e magari anche un pò amati. Ecco che cosa è successo: 63 corpi hanno aspettato a lungo, nel silenzio più assoluto, che qualcuno, vicino o lontano, andasse a reclamarli e non si è presentato nessuno. Corpi che avevano vissuto, riso, ballato, goduto… Erano già morti da vivi e non lo sapevano.
Il cineasta giapponese Ozu ha raccontato il dramma dell’abbandono in “Viaggio a Tokyo”: una coppia parte da Kyoto per andare a trovare i figli che vivono nella capitale. Grossa delusione: i figli non sono più disponibili a trascorre un pò di tempo con i genitori. Quando la madre si ammala e tutti i figli si riuniscono, uno di loro fa un commento terrificante: “spero che non siamo venuti fin qui per niente”. Quello era il Giappone degli anni Cinquanta. Oggi la situazione è diffusa. Non c’è posto per i vecchi. Dicono che alcuni, sentendo arrivata la loro ora, preferiscano andare a morire su per le montagne, offrendo in tal modo il loro corpo agli uccelli da preda. Altri sono per la “dolce morte”: una pillola in un bicchiere di latte. E’ una saggezza che bisogna imparare e fare propia.
Quanto è accaduto quest’estate in Europa non è la conseguenza di un errore politico di destra o di sinistra. E’ inutile prendersela con i dirigenti politici.
La responsabilità, quella vera, quella profonda che dobbiamo guardare in faccia, è quella di ogni cittadino, di ogni famiglia che vive nella convinzione che le persone anziane siano un peso per la società e che spetti allo Stato occuparsene. Lo Stato ha fatto quello che ha potuto ma ha dimenticato o non ha saputo parlare della solitudine, la più profonda, la più silenziosa, quella che uccide, quella che un giorno conosceranno i figli di oggi che non avranno saputo essere generosi e solidali con i loro genitori e con i loro nonni.

La Repubblica – venerdì 5 settembre 2003
(traduzione di Elda Volterrani)


Seminario, omosessualità e regole morali. Risposta di Marinetti a mons. Fisichella



La risposta di Fausto Marinetti alla lettera di Mons.Rino Fisichella

La risposta di Mons.Rino Fisichella alla lettera di Fausto Marinetti, indirizzata a don Di Noto

Caro Marinetti,
ho ricevuto la Sua lettera (1) e La ringrazio. Mi dice che mi riguarda!L’ho letta con attenzione e per quanto mi riguarda non ho nulla da rimproverarmi. Temo che il Suo giudizio e la Sua lettura siano parziali e non sempre conformi alla realtà. Vorrei capire quali elementi possiede per affermare che nelle nostre strutture si fornisce ai seminaristi una cultura sessuofobica! Non riesco a seguirLa su questo cammino. Sembra che per Lei sia oro colato quanto provenga da una denuncia e falsità e tentativo di insabbiare se è fatto dalla Chiesa, dai Vescovi e dai Sacerdoti.
Mi spiace, ma non è così come le Iene o i reportage a cui fa riferimento. Da parte mia, non mi ritraggo ma non voglio neppure essere utilizzato strumentalmente per aggredire la Chiesa e le migliaia di Sacerdoti (e Vescovi) che ogni giorno con fatica e coerenza vivono la loro vocazione a sevizio di tutti!
Con la stessa schiettezza che Lei ha usato, ma con tono differente mi sono sentito di risponderLe.
Suo
+ Rino Fisichella

1) La lettera a don Di Noto

La risposta di Fausto Marinetti alla lettera di Mons.Rino Fisichella

24.7.2007
Caro Mons. Fisichella,
Le chiedo lo sforzo di non dare per scontato che ogni critica è una “AGGRESSIONE”. Non tutti riescono a battervi le mani, sempre e comunque, come certi “giornali di corte” e certi movimenti educati al servilismo e all’adulazione. A volte, quelli che riteniamo “i nostri nemici” sono assetati di giustizia e ci dicono la verità più degli ossequienti. “Salutem ex inimicis nostris”?
Lei mi invita a nozze: “Vorrei capire quali elementi possiede per affermare che nelle nostre strutture si fornisce ai seminaristi una cultura sessuofobica!”.

Ha ragione: non possiedo “elementi” teorici, nozioni astratte, “sentito dire” e quant’altro, ma l’esperienza sulla mia pelle, voragini nella mia psiche: sono stato in seminario dal 1953 al 1968. Quindi, produco fatti, esperienze, comportamenti, situazioni, insegnamenti. Porto in me le stigmate di quella cultura: l’incapacità di “accogliere” il mondo femminile “come altro da me”; l’ideologia del sacrificio (come se Dio fosse un contabile); “fare il bene” agli altri per sentirsi buoni; la vita è una “valle di lacrime”; ecc.

Entro in seminario nel 1953, anno in cui i religiosi, riuniti in congresso internazionale, discutono sulla “funzione educativa del pallone nei seminari”, non un cenno all’educazione sessuale. Altri tempi, nei quali l’unica presenza femminile ammessa in seminario è la Vergine Maria. Segregazione assoluta, per quattro anni non torno in famiglia. A un undicenne non resta che votarsi a una beata incoscienza, tra gioco, studio e abbondanti pratiche di pietà. Il termine più “familiare”: peccato! Onnipresente, più di Dio. Le virtù per eccellenza: obbedienza cieca, rinnegare se stessi, mortificazione dei sensi. Altro che fuga mundi, cancellazione del mondo! Si esalta la santa purità, inculcandoci che il corpo è occasione di peccato. Ogni fine mese il direttore fa il “rendiconto” delle nostre malefatte: bere fuori pasto, andare al gabinetto senza permesso (sfuggendo al controllo), troppa passione per il gioco, troppa amicizia sospetta, ecc. La colpa meritevole dell’inferno: l’amicizia particolare. Non capisco, ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. I colpevoli vengono svergognati: “Mele marce, traditori della vocazione, peggio di Giuda”. Un dubbio: un ragazzino della mia età come può avere tanta forza da colpire il Cristo in persona? Per prevenire il contagio, l’isolamento del colpevole è immediato, l’espulsione celebrata come una cacciata dal paradiso.

Un giorno sparisce anche il sacerdote-assistente, che “dovevamo” chiamare “padre”. Ogni sera, ispezionando la camerata, con gesto fulmineo ci strappa di dosso le lenzuola per verificare che cosa succede sotto di esse. Poi arriva l’ordine di dormire con le braccia sopra le coperte. Prediche e conferenze insistono ossessivamente sulla “bella virtù”. Per essa preghiamo forsennatamente. Dall’alto della pala dell’altare una “donna vestita di luce” è la nostra donna ideale: incorporea, asessuata, un fantasma. Ogni sera, con la nostalgia, una domanda: “Ma la mia mamma dove è andata a finire?”. Al suo posto il direttore spirituale, un vecchietto di 70 anni, buono come il pane, ma incompetente per aiutarci a gestire l’insorgere delle prime pulsioni. Ogni mattina, al suo confessionale, una fila di clienti-bambini per saldare, con un Dio-giustiziere, il conto di una notte inquieta. Il buon padre non sa dire altro che: “Prega, prega! Con la preghiera tutto va a posto”. Mi sembra di non essere preso sul serio. Ma, sotto l’imperversare della minaccia dei castighi divini per il delitto di masturbazione, comincio ad avere paura del mio corpo: “Dio me lo avrà dato per punirmi? Cosa gli ho fatto di male?”.

Gli zelanti sono quelli che fanno la doccia più in fretta, non indugiano nei gabinetti, spiano i compagni che si appartano e li denunciano. Ci viene insegnato, che la purezza consiste nel fingere di non avere un corpo, ignorare la sua crescita, finalità, movimenti. Non sono in grado di capire, ma, con il tempo, mi renderò conto che questo clima produce turbe e danni psicologici irreparabili. Sul conto di chi saranno messi? Chi si preoccuperà di ripararli? Io non so cosa sia lo stupro del corpo, ma quello dell’anima sì.

A forza di parlare di “peccato impuro” non si ingenera la sua ossessione? Educazione sessuale? Nel paradiso terrestre del seminario il sesso non deve esistere e, se esiste, è solo in confessionale per chiedere perdono a Dio di averci dato un corpo, che sarebbe meglio non avere. I seminaristi più sfrontati osano bisbigliare: “E’ vero che i bambini nascono dal petto delle donne?”.
Il bambino e la donna sono presenze così insignificanti (o pericolose?) per una formazione umana integrale? Potrà mai Dio vergognarsi di quello che ha fatto? Se un ragazzo fa indigestione di spiritualità disincarnata, come si fa a farne un cristiano senza prima farne un uomo? Può essere condannato ad una specie di anoressia del cuore? A furia di “fare” il cristiano, abbiamo perso di vista l’uomo o abbiamo preteso di fare il cristiano alle spese dell’uomo? Se per 15-20 anni un giovane è tagliato fuori dal suo habitat naturale, la famiglia, è come una pianta coltivata in serra. Appena la si espone è soggetta a tutte le intemperie. Se un uomo passa dalla cassaforte del seminario a quella della canonica; se gli si impone una cintura di castità con il terrore dell’inferno e l’ossessione del peccato mortale, potrà mai venirne fuori un uomo capace di condividere la sorte dei fratelli, che pur si dibattono con la “lussuria degli occhi, della carne, del mondo”? Può il seminario sostituire la famiglia? O forse solo una comunità di padri e madri di famiglia sarebbe in grado di educare dei giovani candidati al ministero, come avveniva all’inizio del cristianesimo ?
Ci imbottiscono di vite di santi, che non hanno fatto altro che castigare il loro corpo con digiuni e cilici. Ignoranza, paura, sacro terrore faranno il resto. Un collega mi confiderà: “A furia di parlare contro il sesso mi hanno talmente condizionato, che, quando vedevo stesi al sole degli indumenti intimi femminili, li rubavo e li indossavo per eccitarmi. Eppure m’hanno convinto che quelle “cose” erano sfoghi di gioventù e m’hanno fatto prete lo stesso. Giro da una diocesi all’altra fin che trovo un vescovo, il quale mi manda dal suo medico di fiducia, che mi prescrive un farmaco. Il farmacista, mio conoscente, mi chiede: “Per chi è?”. “Per me”. “Sai che serve per la sterilizzazione chimica?”.

Cose d’altri tempi? Ho degli amici appena usciti dal seminario e mi confermano che sono cambiate le forme, è rimasta intatta la sostanza. Si dice: “I seminaristi d’oggi la sanno lunga, hanno già fatto le loro esperienze!”. Ma se sono esperienze negative, come potrà il candidato fare una scelta serena? A 25/30 anni uno può decidere per tutto il resto della sua vita, quando non sa niente di “crisi di paternità”, di complementarietà uomo/donna, non ha ancora sentito nella sua carne i morsi della solitudine, non ha fatto esperienza dell’esigenza di perpetuarsi come specie? Come fa a rinunciare a ciò che non conosce, a ciò che è stato sublimato, inculcandogli che “il prete rinuncia ad un amore per amare tutti”? E poi, quando si ritrova in parrocchia, solo, la sera, s’avvede che “amare tutti con cuore indiviso”, può essere una scusa per non amare nessuno? Se uno viene abituato fin da piccolo ad amare nell’intenzione, a fare atti di amore spirituale, non sarà un alienato per sempre? O l’amore è concreto, come quello della mamma, che è pane e latte, bacio e carezza, o che amore sarà mai? In seminario non c’è, tutt’oggi, la presunzione di far scalare ai neofiti la cima della “santa purità” senza fornire loro l’attrezzatura indispensabile per le alte quote? Che cosa può fare un prete che sui 40-50 anni s’accorge di non essere in grado di portare il “giogo” della castità? Se il prete giovane decide di lasciare non può sposarsi in chiesa, non può insegnare religione, deve allontanarsi dalla parrocchia, ecc. Diritti umani, valore supremo della persona? Forse il Cristo direbbe alla sua Chiesa che è stata lei a tradire l’uomo-prete? Dove sono i preti che denunciano i loro superiori di violenza psicologica, di intimidazione spirituale ed economica? “Se non stai alle nostre regole ti tagliamo i viveri…”. Allora uno che fa? Si arrangia. Uno se la fa con le suore, con l’amante, oppure, oppure… (che tragedia!) con dei bambini. E che dire del superiore che invita il “prete bollente” ad andare a donne di nascosto?

E’ forse cambiata la cultura clericale, che vede la sessualità con gli occhiali neri dei pagani gnostici e manichei? Lei sa meglio di me che i cristiani della prima ora considerano il matrimonio un male necessario. Per S. Ambrogio la donna è tentazione, per S. Gerolamo il marito che ama troppo la moglie commette adulterio. Quanti coniugi sono stati ammessi alla gloria del Bernini per aver esercitato in grado eroico le virtù proprie del matrimonio? Ma quali sono? La rinuncia, il sacrificio, la negazione del piacere? Ha mai meditato sul testo della teologa e madre C. Jacobelli, Risus Pascalis – Il fondamento teologico del piacere sessuale?

Basta forse ammettere tra i docenti una zitella, inviare i seminaristi in vacanza o a fare apostolato domenicale? Un amico seminarista mi racconta: “Di ritorno dalle vacanze, 2005, corro dal padre spirituale. “Padre, ho provato simpatia per una ragazza”. “E’ una tentazione, il maligno in persona, fuggi, fuggi da lei. Prometti di non vederla mai più”. Trasformare la donna da sostegno, compagna dell’uomo (per “ordine di Dio”) in un pericolo, in una tentazione, in una rivale di Dio è proprio secondo il suo cuore? Non è come cancellare metà della nostra stessa umanità? I preti pedofili avranno la loro responsabilità personale, ma non saranno anche frutto di questa cultura misogina e manichea? Un’amica, saggia e attempata, mi racconta: “Il prete in predica ha inveito talmente contro il sesso, che l’ho aspettato all’uscita e gli ho spiattellato in faccia: “Scusi, padre: si ricordi che anche lei è nato da un amplesso coniugale, non dagli angeli!”.
Non mancheranno i preti osservanti del celibato (si parla, forse, del 6/10 %). Ma si tratta di regola o di eccezione? Si è giunti a tale conquista mediante o nonostante il seminario? Sono stato nei monasteri buddisti in Cambogia, Sri Lanka, Tailandia e ho studiato la loro iniziazione alla vita celibataria. C’è da invidiare tanta serenità, che è il risultato di un metodo di auto-dominio con pratiche ascetiche e il controllo del pensiero attraverso quello della respirazione.

Apprezzo troppo il celibato volontario per vederlo svilito ad una imposizione. Può essere mistificante sostenere che il celibato volontario non risolverebbe il problema, perché la pedofilia è una piaga, di cui non sono immuni nemmeno i padri di famiglia. Ma questi, almeno, non si dicono “rappresentanti di Dio”! Eliminiamo le anomalie educative; facciamo uomini concreti, calati nella realtà e così si potrà dire che non è colpa dell’istituzione. La pedofilia dei preti non è che un sintomo di un male sotterraneo. La gerarchia continuerà a colpire gli effetti, ignorando le radici del male? Non si addomestica il cuore, mettendolo in quarantena.

La Commissione dei vescovi americani non ha riconosciuto che l’educazione del seminario può inclinare all’omosessualità, quando non la favorisce? Non c’è terreno migliore di quello esclusivamente maschile per innescare curiosità morbose, ricercare il “surrogato” in mancanza del “prodotto originale”. L’unico e insostituibile ambiente educativo è quello familiare e ogni altro rischia di essere contro natura (Cf Carta dellONU, 1989). Di fatto i seminari minori negli Usa, Canadà, Irlanda, Messico, ecc. sono stati chiusi. Per caso o proprio perché finalmente si ammette che non funzionano e, spesso, si innescano varie forme di omosessualità? Un’amica psicologa spiega: “In quei contesti si “ingenera” una omosessualità “situazionale”, legata cioè non ad una scelta omosessuale di fondo, ma all’impossibilità di accedere all’oggetto sessuale femminile, per cui lo sfogo della libido si riversa su un altro oggetto. Non potendo riversarsi su una donna, la pulsione sessuale viene dirottata su altri uomini, che sono gli unici oggetti sessuali disponibili. Per coloro che hanno un’inclinazione alla omosessualità, il seminario diventa l’ambiente “ideale” per esprimerla, con tutte le ovvie ripercussioni su quanti non hanno questo orientamento di fondo”.
Di fronte all’ “11 settembre della Chiesa americana” si parla di innominabile tradimento di Cristo. Ma l’unico e solo “colpevole” è il prete pedofilo? Pedofili si nasce o si diventa? Se si diventa, che cosa vi ha contribuito? Non sarebbe stato opportuno convocare in Vaticano gli “indegni”, per sentire la loro versione e offrire al mondo le loro scuse? Prendersela con gli effetti non elimina le cause. Chi più e meglio di loro ci potrebbe dire che cosa ha fatto difetto nella loro educazione psico-affettiva, a che cosa attribuire i buchi neri della formazione? E cosa è successo nei primi anni del ministero? Che cosa i cristiani avrebbero potuto e dovuto fare per dare al prete non solo offerte ma anche sostegno umano?

Forse il papa potrebbe convocare anche le vittime in piazza San Pietro e chiedere loro perdono insieme ai cardinali? Non creda che ce l’abbia con Tizio o Caio, che passano, ma con il sistema, che non passa e continua a immolare le sue/nostre vittime. Imparassimo ad ascoltarle, almeno!
Distinti saluti,

Fausto Marinetti

PS. Perché non ripassiamo il n° 3 di Concilium del 2004? Non sono degli “anticlericali”, ma teologi/ghe, ricercatori seri che parlano, non a caso, di pedofilia clericale come di tradimento strutturale della fiducia.

Fausto Marinetti | altre lettere di Fausto Marinetti

Musicoterapia. Lezione 1: Aspetti terapeutici del suono e della Musica

Musica come suono e suono come Medicina; nulla di nuovo, anzi, antica come l’uomo la conoscenza del “potere” del suono, come parola e come canto o semplice nota, era conosciuta dagli albori della Creazione..
Vogliamo iniziare qui un viaggio di riappropriazione e conoscenza, non solo culturale ma anche “pratica” affinché tale conoscenza possa servire ad allargare la “coscienza” e partecipare al benessere di tutti. Saranno lezioni settimanali (che provengono da un sito, linkato ad ogni post) per dare tempo ad ognuno di assorbire i concetti e farli propri. Nel contempo inseriremo degli “esempi” pratici, scaricabili come mp3. E’ possibile risalire alla fonte delle lezioni, come già detto, ma non è consigliabile, per la fretta di conoscere o scoprire in anteprima, anticipare i “tempi”.. Siate pazienti, e seguitele passo passo. Sempre che la cosa vi interessi. Ovvio. mauro

Aspetti terapeutici
del suono e della Musica





Per meglio comprendere i modi e i mezzi d’azione e prima di addentrarsi nella trattazione specifica, è opportuno richiamare alcuni termini e concetti tecnici.
Fisicamente il suono è da intendersi come vibrazione di un mezzo elastico a questo trasmessa dalle vibrazioni di un corpo eccitato oppure, equivalentemente, come piccola perturbazione del mezzo elastico in cui si propaga, le cui molecole sono messe in vibrazione con frequenze dell’ordine di poche migliaia di Hz. Nel linguaggio comune si intende invece la sensazione uditiva acustica prodotta da tali vibrazioni.
L’orecchio umano è in grado di percepire vibrazioni che spaziano in un campo di frequenze da circa 16 Hz fino a circa 16 KHz. Il concetto di suono è quindi collegato all’organo di senso in grado di percepirlo. Se consideriamo tutto lo spettro di frequenze possibili, compresi gli infrasuoni e gli ultrasuoni, possiamo affermare che ogni corpo in vibrazione emette un suono; questo fenomeno avviene con una facilità ed una frequenza notevolissima nell’ambiente che ci circonda: basta infatti che due corpi si sfiorino o un corpo si muova in un fluido che subito ne scaturisce un suono. Ogni oggetto possiede una propria peculiare caratteristica sonora derivante dalla unicità della sua struttura fisica. In base a questo principio l’intero nostro pianeta e tutto il cosmo, ove vi sia un mezzo che ne consenta la propagazione, è suono.

Facciamo ora un passo avanti nella comprensione di come agisca la musicoterapia. Fin dalla nostra infanzia abbiamo vissuto, sperimentato ed immagazzinato diversi modelli sonori, associando a ciascuno di essi una particolare entità definita (una sensazione, un significato, una reazione biochimica, una circostanza o, più in generale, un concetto): tutti questi suoni possono essere definiti modelli sonori condizionati, in quanto derivanti da una associazione mentale. Esistono però anche dei modelli sonori incondizionati, a cui appartiene tutta una gamma di suoni primitivi, puro riflesso delle emozioni e comprensibili da tutti senza bisogno di precedenti condizionamenti cognitivi. Oggigiorno esistono solo due suoni incondizionati (primitivi): il pianto e il riso; tutti gli altri suoni primitivi sono ormai scomparsi insieme ad una parte della spontaneità comportamentale. E’ proprio in questo contesto che entra in gioco il potere della musica e del suono in senso lato. Non è difficile infatti rendersi conto che il principale effetto che tutti i suoni, ed in particolare la musica, producono su di noi è rappresentato proprio da emozioni. La musica ha il grande potere di suscitare forti sensazioni emotive, sia in chi la produce che in chi l’ascolta, in funzione del tipo di esperienza personale se si tratta di suoni condizionati o comuni a tutti gli individui se si tratta di suoni primitivi. Tenendo conto che l’enorme bagaglio di accumuli emotivi che risiedono nel nostro essere sono spesso causati dal blocco delle emozioni e sono la principale causa dei fenomeni patologici a sfondo psicosomatico, non è difficile rendersi conto del potenziale benefico della musica: essa suscita emozioni positive che correttamente sfruttate possono rimuovere o trasformare le energie negative accumulate che causano un errato funzionamento della struttura psicofisica.

Un effetto più diretto, ma meno riconoscibile, è rappresentato dalla vibrazione indotta sul nostro corpo dalla sorgente che produce il suono. Ogni strumento musicale produce infatti vibrazioni particolari, rappresentate dalle onde acustiche generate dal mezzo eccitante (le corde di una chitarra o di un pianoforte, le superfici di un tamburo o di uno xilofono, …), che giungono fino a noi e ci trasmettono il loro potere inducendo il nostro corpo a vibrare anch’esso. In termini fisici si potrebbe interpretare l’onda sonora come forzante esterna agente su di un sistema meccanico inerte rappresentato dal nostro corpo; in funzione dell’energia trasmessa (molto debole nel caso della musica) e del peso delle singole armoniche elementari dello spettro di frequenze rispetto alle frequenze proprie delle parti del corpo, si può teoricamente giungere localmente al fenomeno di risonanza. Il timpano del nostro orecchio ad esempio, sollecitato dalle onde acustiche esterne, vibra alla stessa frequenza dell’onda incidente e trasmette questo segnale, opportunamente trasdotto dal sistema nervoso, fino al cervello producendo la sensazione acustica. Attraverso la cassa armonica degli strumenti musicali, il fenomeno della risonanza può essere utilizzato in musicoterapia per indurre la persona a sentirsi accolta e compresa, senza l’ausilio di parole. Questa atmosfera può riportare ciascuno di noi alle esperienze originarie vissute nella nostra storia personale fin dall’istante del concepimento. Sono infatti ormai a tutti noti i risultati delle ricerche condotte al fine di valutare l’influenza dell’ambiente sonoro in cui si sviluppa il feto. La vita all’interno del grembo materno è un susseguirsi di fenomeni sonori che presentano aspetti costanti come il pulsare del cuore, il circolare vorticoso del sangue, l’immissione ed emissione dell’aria e variabili come la voce e tutti i suoni provenienti dall’esterno. Per tutti i mesi della gestazione la nuova vita, all’interno del copro materno, si nutre di alimenti attraverso la placenta e di esperienze acustico-sonore che impregnano di esperienza il bambino che sta crescendo ed influenzeranno la sua vita futura. Tutti questi suoni rappresentano la prima orchestra conosciuta da ogni essere umano.

In sintesi possiamo affermare che il suono viene raccolto dal nostro orecchio ed elaborato dal nostro cervello in una collezione di emozioni che producono in noi modificazioni a livello psichico (rilassamento, paura, ansia, …) e fisico a livello delle funzioni vitali dell’organismo (una musica brillante, ad esempio, produce un aumento della frequenza del battito cardiaco, mentre gli strumenti a corda favoriscono la peristalsi intestinale). Tutto ciò naturalmente è vero se si assume un atteggiamento attivo nei confronti della musica: ascoltarla passivamente è come guardare un quadro d’autore senza vederlo.

Il musicoterapeuta conosce gli effetti positivi della musica e deve stare attento a non mettere in atto quelli negativi. Come per tutto quanto riguarda l’uomo, ciò che può fare bene se somministrato oculatamente, in dosi eccessive può essere nocivo. Questo vale anche per la musica, in modo a volte palese e a volte così sottile da diventare perfino subdolo. Questo non significa che non ci si possa accostare alla musica con energia e vigore. Possiamo infatti lasciarci cullare dalla melodia, dall’armonia, dal ritmo e dal timbro (elementi distintivi della musica) in un abbraccio che ricorda quello del grembo materno, oppure possiamo partecipare attivamente all’atmosfera musicale creando musica o lasciandoci trasportare e liberando le nostre emozioni anche con un’esplosione incontrollata di gesti e suoni. Entrambi gli approcci possono essere presi in considerazione, purchè sussista l’elemento fondamentale che caratterizza il modo di accostarsi alla persona da parte del musicoterapeuta rispetto ad altre forme di intervento (rieducazione, riabilitazione, psicoterapia) e cioè l’ascolto empatico.

L’ascolto empatico si basa sul ricalco della postura della persona della quale il musicoterapeuta si vuole prendere cura. Il ricalco posturale consiste nel rimarcare il tono energetico della persona facendole avvertire di essere accolta ed apprezzata. Attraverso questo artificio, specifico della musicoterapia, si ottiene una comunicazione diretta, immediata, imprevedibile, modificabile in ogni attimo ed adeguabile ad ogni circostanza senza dover ricorrere a parole, a richieste, a spiegazioni. L’ascolto empatico si attua attraverso l’euritmia ed il dialogo sonoro. Euritmia è un termine antico, in uso presso la civiltà greca, e sta ad indicare la coordinazione fra suoni-ritmi e movimenti. La madre che allatta il proprio bambino compie un gesto euritmico, cullandolo e dondolandolo mentre gli sussurra parole affettuose o gli canta una melodia, adeguando ogni gesto ed ogni suono a quanto il piccolo sembra gradire di più, infondendogli sicurezza, fiducia e gioia. Il musicoterapeuta può cercare di riprodurre, o meglio di imitare questa situazione, servendosi ad esempio della grande cassa armonica di un pianoforte a coda vicino al quale o sul quale adagia il bambino nella posizione che questo preferisce e adeguando ogni gesto ed ogni suono alle reazioni del bambino ricalcando le emozioni del bambino e valorizzandole nel gioco musicale. In questo modo si possono richiamare le emozioni positive e le vibrazioni che il canto della madre induceva sul corpo del figlio. Il musicoterapeuta in questo modo interagisce con la persona che presenti una patologia per condurla verso il superamento delle sue difficoltà.

Gli aspetti teorici più evidenti dell’attività musicoterapica possono essere individuati dunque nel fenomeno della risonanza, nel dialogo sonoro e nell’improvvisazione musicale, nell’ascolto empatico, vissuti magari con la presenza contemporanea di due terapisti con formazione differente e complementare e, qualora si tratti di bambini o ragazzi, alla presenza dei genitori. Una corretta applicazione del metodo musicoterapico prevede inoltre il confronto costante con l’équipe di medici specialisti che hanno in cura la persona e con le persone che eventualmente si prendono cura dell’educazione o dell’inserimento sociale dell’individuo. La figura del musicoterapeuta viene così a trovarsi nella difficile posizione di dover mediare ed amalgamare produttivamente gli aspetti del mondo medico, sociale, educativo e personale della persona in cura. Sottolineiamo che la musicoterapia non ha come fine l’apprendimento musicale, ma si prefigge di portare il corpo alla parola attraverso la relazione suono-corpo-affetti.

Si riscontrano notevoli differenze nell’accostamento a questo tipo di trattamento tra i soggetti adulti e i bambini. Da parte di un adulto, fare o ascoltare musica può essere immediatamente valutata dall’adulto come una perdita di tempo, mancando una risposta immediata e precisa di tipo produttivo, senza lasciare alcun margine all’imprevedibilità; un bambino è più disposto a vivere questa esperienza come un gioco con un atteggiamento più spontaneo, gioioso, imprevedibile e pronto a compiere nuove esperienze. In musicoterapia, invece l’imprevedibilità è la regola fondamentale: essa è ciò che attira la nostra attenzione, rompendo gli schemi consueti; i bambini sono spesso imprevedibili ed anche per questo motivo sono al centro della nostra attenzione. Quest’ultimo è il miglior modo di affrontare l’esperienza musicoterapica ed ottenerne risultati..

La regola dell’imprevedibilità è tipica dell’arte e trova il suo fondamento nell’originalità che caratterizza ogni essere umano, differenziandolo dal suo simile. In musicoterapia si agisce attraverso l’ascolto empatico a salvaguardia dell’originalità di ogni persona.

A titolo di esempio, tra i brani che svolgono un’azione rilassante si ricordano: Le Cygne di C. Saint-Saëns, i primi minuti dell’Ouverture Tannhäuser di R. Wagner, nonché l’Aria della Suite n°3 in re maggiore di J. S. Bach. Un’azione tonificante è prodotta invece dall’ascolto dell’Ouverture Rienzi di R. Wagner e dalla Danza delle ore di A. Ponchielli.


fonte: http://www.sublimen.com/subliminale/terapia.htm#top


Demo #A2

Questo file MP3 demo che vi proponiamo rappresenta un esemplare di
“traccia subliminale con infrasuoni Beta e Alpha”.

Si tratta di un esclusivo file MP3 (durata 2’00” – 1,8 Mbytes), che racchiude in sé delle sonorità e , dei battiti binaurali ed una musica o meglio un “Mantra OM” di sottofondo, appositamente studiati per l’avvio alla seduta di rilassamento subliminale.

COME ASCOLTARE IL FILE

  • Trovate un posto comodo, dove nessuno vi disturberà e dove potrete restare tranquilli

  • Riducete la luce e create un’atmosfera calma.

  • Allentate tutti gli indumenti che vi stringono.

  • Scegliete una posizione comoda.

  • Utilizzate, se possibile, una cuffia stereo.


ascolto >> MS-MANTRAOM1.MP3 su lettore Plug-in
Plug-in MP3 richiesto/required (tutti gli utenti)

ascolto >> MS-MANTRAOM1.MP3 su lettore ActiveX
ActiveX MP3 richiesto/required (solo utenti Windows)

download >> MS-MANTRAOM1.MP3 (2’00” – 1,877 Mb)

Dati streaming: Bitrate = 128Kbps – Freq. campionamento = 44,1Khz
Il brano contenuto nel file “Ms-mantraOM1.mp3” e’ Copyright (C) 2001-2003 Amadeux Multimedia.
Vietata la vendita e qualsiasi tipo di utilizzo commerciale.

Pensioni, cococo et similia

DI NOTTE, COME I LADRI

di Carlo Bertani

Mio padre, raccontava spesso una storiella: “la notte, quando la notte è più fonda, rimangono in giro soltanto due specie d’individui: i ladri e quelli che scopano le mogli altrui”. Altri tempi e diversa morale, ma la sostanza non muta.

Nella calda notte romana – appuntamento alle 22 della sera di un 19 luglio, tempo oramai di vacanze – i vertici dei poteri forti si sono dati convegno a Palazzo Chigi. Come carbonari.

C’erano tutti quelli che dovevano decidere: i banchieri ed i loro sodali, apparatcik di governo. Come per un banchetto che si rispetti, erano stati condotti anche agnelli, tacchini e maiali per la cena. Silenti, i tre segretari sindacali sono andati al macello – puramente virtuale, per le loro persone, che troveranno sempre nuove, comode poltrone che li aspettano – mentre per i lavoratori s’aggiungeva un’altra pagina nera, alle tante che oramai scrivono da anni.

Già da giorni gli araldi annunciavano l’evento, tanto sordido e maleodorante da dover essere consumato alle tre di notte. L’ora dei ladri, appunto.

I banchieri sono andati all’assalto della diligenza: e ti pareva, famelici come sono, se si lasciavano scappare anche questo boccone!

Tutti insieme, appassionatamente, nei giorni appena trascorsi avevano messo in atto una delle operazioni di disinformazione meglio congegnate degli ultimi anni.

Si va dal Governatore della Banca d’Italia – Draghi – che tuonava: “non provate a non alzare l’età pensionabile!” Si continuava con Almunia – Commissario Europeo – che afferma “L’Italia ha già fatto tanto, ma può fare di più. Ovviamente, per le pensioni.” Poi arrivò la Corte dei Conti : “l’innalzamento dell’età pensionabile non è eludibile!” e si finì con il banchiere-parlamentare – Dini – che, bello bello, se ne uscì affermando che “lui non voterà l’abolizione dello scalone”. Forse non sa leggere, oppure non ricorda quello che ha firmato nel programma dell’Unione: sarà l’Alzheimer?

Un bel coro di cornacchie, niente da dire, al quale s’univa Emma Bonino, sempre in prima fila quando si tratta di togliere qualcosa ai lavoratori. Oh: mancasse una volta! Ma ha letto, la signora, cos’ha firmato? Da chi prende ordini, da via Nazionale?

Dovevano fare tanto chiasso perché erano stati clamorosamente smentiti, proprio nei loro allarmismi, dall’INPS stessa.

Soltanto pochi giorni or sono – il 12 luglio 2007, notizia ovviamente relegata a margine – il presidente dell’INPS, Giampaolo Sassi, comunicava i conti dell’istituto previdenziale: nei primi cinque mesi del 2007, l’INPS ha incassato 3,8 miliardi di euro in più, mentre ne ha spesi soltanto 2,2 in più rispetto allo scorso anno, con un saldo attivo di 1,6 miliardi di euro. Insomma, l’INPS – lontana dall’essere quel pozzo senza fondo che assorbe le risorse della nazione – fa cassa.

Sassi spiega anche il perché dell’ottima performance: con la Finanziaria 2007, le aliquote contributive dei lavoratori dipendenti sono passate dal 32,7 per cento al 33 per cento, e quelle dei lavoratori parasubordinati dal 18 per cento al 23 per cento.

Insomma, è bastato mettere un po’ mano sulle aliquote – che non sono un prelievo spaventoso: lo sono, forse, per chi è abituato a non pagar niente – ed il problema “pensioni” si sgonfia da solo.

Sassi precisa che i conti sono in ordine perché – altra ricorrente abitudine della politica italiana – non vuole finire con il classico cerino acceso in mano: oh – fa sapere Sassi – noi siamo a posto, non pensate d’inventarvi chissà quali storie…che l’INPS è un’idrovora di risorse, che siamo col sedere a terra o roba del genere…siamo, addirittura, in attivo!

Il mondo politico fa finta di non aver sentito e, a fronte di queste inconfutabili cifre, scatena la bagarre mediatica: dobbiamo salvare le pensioni dei giovani!

Insomma, se non riescono a dimostrare che le pensioni sono una “voragine economica”, provano a mettere le generazioni le une contro le altre. Che brutta gente.

Qui, ci sono un paio di considerazioni da fare.

La prima, riguarda l’immonda gestione del mercato del lavoro promossa dalle legge 30 (o legge Biagi): se i famosi “CO.CO.CO” non versano niente (loro e le aziende con le quali stipulano i ridicoli “contratti” e “progetti”), come potranno ricevere una pensione? In pratica, è quasi lavoro nero legalizzato! Come si può inventare una forma di lavoro dove non è previsto l’accantonamento pensionistico? Non facciamo ridere: i pochi euro che versano, significheranno pochi euro di pensione.

D’altro canto, come si potevano fornire alle imprese dei nuovi schiavi – praticamente, senza diritti – per aumentare i profitti di lor signori? Come mai, se la borghesia imprenditoriale è così “sfiancata” dalle tasse, da anni le vendite dei SUV e delle auto da 50.000 e più euro non fanno che aumentare? Sono proprio così poveri?

La seconda questione riguarda la famosa previsione, catastrofica, degli anni a venire: la “gobba” pensionistica…l’evolversi della situazione…l’invecchiamento della popolazione…di qui al 2050, al 2070…

Se ci fosse qualcuno in grado di raccontarmi con precisione quale sarà lo scenario economico fra mezzo secolo, quanti saranno gli occupati e i pensionati, a quanto ammonterà il PIL e tutte le scemenze che si sono inventate, gli affiderei i pochi soldi che ancora ho in banca, sicuro come l’oro. Se sanno cosa accadrà fra mezzo secolo…sapranno anche come investirli!

La realtà è, invece, che fanno previsioni a 12 o 24 mesi e non “beccano” nemmeno quelle! Prevedono un tasso di sviluppo del 2,5%, poi lo correggono al 2,3 per scendere all’1,9 a fine anno. In un solo anno! E vogliono raccontarci che sono in grado di sapere, oggi, cosa capiterà nel 2050?!? Si rivolgano a Nostradamus.

Come si può prevedere la composizione sociale dell’Italia fra mezzo secolo? Come possiamo, oggi, sapere quali saranno i flussi migratori? Fra mezzo secolo, avremo al lavoro la seconda e la terza generazione degli immigrati: quanti saranno? Che cosa faranno? Quali saranno le esigenze del lavoro e della produzione fra 50 anni? Sarebbe mai stato possibile, per il primo automobilista che percorse l’Autostrada del Sole, ipotizzare che sarebbero praticamente spariti gli esattori ai caselli? E la stessa auto sulla quale viaggiava, poteva mai credere che sarebbe stata costruita, in gran parte, da dei robot?

Siamo seri.

Non sapendo dove attaccarsi per togliere sempre qualcosa a chi lavora, s’inventano la storia delle pensioni dei futuri giovani: come se, a loro, importasse qualcosa dei giovani del 2050! Non gliene importa niente di quelli di oggi (salvo quando devono andare a votare), e dovremmo credere che combinano tutto questo can can per quelli del prossimo secolo?

La realtà è un’altra, ossia che lo stato sociale italiano viene pagato quasi completamente dai contributi dell’INPS: la cassa pensionistica, non rappresenta gli accantonamenti degli italiani per la futura pensione, ma una massa di denaro alla quale attingere per rimediare alle pessime gestioni industriali.

Qualche esempio?

Il TFR, quando l’azienda fallisce, viene quasi sempre – dopo accordi sindacali – versato ai lavoratori dall’INPS. Qui non si tratta di bollare quei lavoratori come “sanguisughe” degli enti previdenziali – come qualche “furbacchione” tenta di fare – perché, se sono stati fregati dai loro datori di lavoro, non devono rimanere con il sedere a terra. Vediamo come si regge la truffa.

Il TFR nacque dalla Costituzione stessa, nel 1947, quando si previde uno strumento mediante il quale i lavoratori potevano partecipare agli utili dell’impresa: ecco l’articolo:

Art. 46. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Il dettato costituzionale prese forma nella capitalizzazione di una quota del salario da parte dell’azienda: io ti consegno un tanto il mese, tu lo gestisci e lo fai fruttare, e quando finirò di lavorare mi renderai i frutti.

Meditiamo con attenzione il concetto espresso dai Costituenti: nel libero mercato, il lavoratore partecipa agli utili dell’azienda affidando una parte del suo salario, che gli verrà resa al termine dell’attività lavorativa. In pratica, diventa quasi una partecipazione azionaria all’impresa.

Tutte le leggi che prevedono la trasformazione di quei denari in qualcos’altro – fondi pensione e quant’altro – cozzano violentemente con quel principio costituzionale. Non sono anti-costituzionali – sia chiaro, perché la Costituzione non specifica i termini della partecipazione – ma, semplicemente, la eludono.

Per molti anni, il sistema del TFR ha funzionato, sia per le aziende e sia per i lavoratori: purtroppo, con la deindustrializzazione in atto, è stato fin troppo facile, per i soli “furbi” – “falliti” con tanto di dobloni in Svizzera – fare “marameo” ai lavoratori per il TFR. Sono fallito e mi sono giocato anche i tuoi soldi: che vuoi da me?

Le pene per chi fallisce violando la legge (false fatturazioni, bilanci “evanescenti”, ecc), tanto, sappiamo che non sono mai state erogate: basta un buon avvocato (magari pagato con i soldi dei TFR!).

A quel punto, per avere quei soldi ai quali hanno diritto dopo una vita di lavoro, ai lavoratori non rimane che la protesta: vorrei vedere chi non protesterebbe dopo essere stato scippato di 50.000 euro!

La soluzione? Andare ad indagare i termini dei “fallimenti”?

No, troppo scomodo coinvolgere lor signori: paga l’INPS, cioè noi tutti.

Lo stesso meccanismo, viene utilizzato per la cassa integrazione: l’azienda aveva un piano industriale da schifo? Non voleva in nessun modo discuterlo, e alla fine è andata a carte quarantotto? Le banche hanno smesso di fornire credito, perché le aree dell’azienda erano appetite da qualche boss immobiliare?

Pazienza: si paga una miseria ai lavoratori e si chiude un occhio. Chi lo paga? L’INPS. E lo crediamo bene che, dopo tanti salassi, non ci siano più i soldi per le pensioni!

Il convitato di pietra di tutto l’andazzo ha un nome, che nessuno – nell’attuale “maratona” sulle pensioni – si è guardato dal nominare: si chiama “Separazione della previdenza dall’assistenza”. Tutti i politici nostrani sanno benissimo che quello è il nodo del problema – a volte lo hanno ammesso – ma, quando si devono riformare le pensioni, improvvisamente lo scordano. Poca memoria, eh…

Chiunque può comprendere bene il fenomeno, se lo paragona al proprio bilancio familiare.

Se, per ipotesi, accantono ogni mese 100 euro per destinarli ad una futura pensione, e non li tocco mai, dopo tot anni troverò tot soldi per la mia pensione. Se, invece, quando si rompe l’auto oppure un termosifone vado a prelevare quei soldi per pagare il meccanico e l’idraulico, ne troverò di meno. Qual è la soluzione adottata dai politici italiani? Quella di prevedere due distinti fondi per le diverse esigenze?

No, pagano tutto con la stessa cassa e poi, semplicemente, concludono: invece di versare 100 euro ne verserai 110, oppure andrai in pensione un anno dopo.

Ora, qui non si discute sul singolo anno in più od in meno per accedere alla pensione, ma l’evidenza dei fatti dimostra che dal 1995 siamo sempre preda dell’ennesima “riforma”, che si deve fare o che si farà, che si sta pensando oppure accantonando. Perché?

Poiché, tornando al nostro esempio, se si presentano spese impreviste – c’è da rifare il tetto, ad esempio – si pagano con quei soldi e, dopo, bisogna accantonare di più oppure rimandare l’età della pensione.

Continuando in questo modo, la cosa non avrà mai fine!

Ci saranno sempre nuove spese impreviste – poiché in Italia non esiste una gestione del welfare – e, di conseguenza, sempre nuove “riforme” delle pensioni. Fino a quando ci manderanno in pensione a 70 anni!

Hanno studiato, come ricordavamo, la “previdenza complementare”, ossia il modo di mettere le mani sul TFR – nato come partecipazione dei lavoratori ai proventi dell’impresa, e quindi una forma di re-distribuzione dei profitti – ma ancora non basta.

Altro capitolo: i lavoratori immigrati. Quelli che lavorano in regola, pagano (loro e le imprese) i contributi previdenziali: siamo certi che, quando verrà l’ora d’andare in pensione, la riceveranno?

Ci sono molti “se” e “ma” riguardo agli immigrati: quelli che, poniamo il caso, torneranno nei loro paesi d’origine, potranno ricostruire un solo percorso previdenziale?

Esempi del genere non mancano, anche per i lavoratori italiani. Perché, una cassa come l’ENASARCO, non è cumulabile con gli altri periodi di lavoro? Se hai fatto l’agente di commercio per qualche anno – e non hai versato i contributi volontari INPS – non puoi riscattare quel periodo di lavoro e, i contributi versati a suo tempo dalle aziende, chi se li prende? La cassa ENASARCO che, in cambio, non ti dà niente, perché “manca la legge” per collegarli. Quando si dovrebbe riconoscere un diritto, guarda a caso, manca la legge.

Le legge più bieca alla quale devono però sottostare gli italiani è quella del lavoro nero: chi non ha mai lavorato in nero alzi la mano, e sono certo che non sarebbero tante. Come potranno mai, gli italiani, raggiungere i fatidici 37 anni di contributi, quando sono stati obbligati – sì, obbligati da un potere politico connivente – a lavorare per anni in nero?

Insomma, vogliamo adottare regole tedesche in uno stato che, in Europa, non ha paragoni per l’evanescenza del suo dettato legislativo, per la connivenza fra Stato e potere finanziario, palese od occulto.

Insomma, tutto l’andazzo mostra un solo progetto: quello di ricavare più soldi che possono dagli accantonamenti pensionistici, per non dover riconoscere che l’Italia ha uno stato sociale da terzo mondo, e continuare a finanziarlo con quei soldi. Rigore tedesco e mercato marocchino (con tante scuse ai marocchini).

Quando si parla di pensioni, l’Europa viene additata come esempio: là si va in pensione a 65 anni!

Il che, è vero solo in parte.

Non so quanti sono a conoscenza che, in Francia – per citare un solo esempio – gli autotrasportatori vanno in pensione dopo 25 anni di lavoro. Sì, avete letto bene: 25 anni. Tu guida il camion per 25 anni e per noi hai dato abbastanza: e lo crediamo bene!

Da noi, invece, si pensa d’affidare quei bestioni da 44 tonnellate nelle mani dei sessantenni, perché anche la formulazione delle mansioni usuranti è ambigua (sette degli ultimi dieci anni trascorsi nel settore, ecc): poi, quando – per un malore o per stanchezza – ammazzano loro stessi ed una colonna d’automobilisti, è stata una “fatalità”. Facciamo tante belle Messe ed applaudiamo all’uscita delle bare.

Non è, però, l’età della pensione la sola cosa importante, ma come si ha vissuto prima, quanto lavoravi: visto che l’Europa è citata come esempio, perché non ci danno i 1.000 euro il mese dell’assegno di disoccupazione tedesco? Perché non ci danno le loro case popolari? Perché non ci fanno lavorare, mediamente, il 20% in meno (come monte ore annuo) come in Francia ed in Germania? Sanno, lor signori, che in Francia un lavoratore può farsi visitare da un medico, privatamente, e ricevere un rimborso dallo Stato che supera l’80% della parcella?

E’ vero che, anche là, i banchieri vorrebbero togliere quei diritti ma, per ora, nessuno c’è riuscito. In Italia, invece, con i sedicenti partiti comunisti al governo, avviene il miracolo.

A questo punto, rimane un’ultima bugia da sconfessare: non ci sono le risorse.

Anche qui, citiamo qualche dato. Ogni anno che passa – da molti anni – la produttività aumenta a fronte della diminuzione della manodopera.

Un trend abbastanza consolidato è la diminuzione dell’1% l’anno del personale delle grandi aziende, a fronte di un simile incremento di produttività.

Ciò significa che, se oggi produco 100 beni con 100 occupati, il prossimo anno produrrò 101 con 99: fra vent’anni, produrrò 120 con 80 lavoratori.

Ora, su quegli 80 lavoratori, peserà per intero il gravame dell’accantonamento pensionistico (e dello stato sociale!): è ovvio che quei poveracci dovranno sgobbare come matti fino al giorno prima del loro funerale!

Ricordiamo, ai signori che hanno sempre l’Europa sulla bocca quando si tratta di togliere qualcosa, che, nell’Europa che “conta” (dove vorrebbe stare l’Italia), non c’è paese che non separi la previdenza dall’assistenza.

Come se non bastasse ancora, dalle stesse casse dell’INPS vengono prelevate le liquidazioni milionarie (in euro) del boiardi di stato, quelli che riducono l’Alitalia ad un rottame e poi pretendono mucchi di quattrini per aver combinato lo sconquasso.

Alcune “leve” di lavoratori si troveranno, fra qualche anno, nella perfida “corsa” fra l’età della pensione che aumenta ogni anno, così non avranno i requisiti fino a chissà quando: nemmeno una parola, invece, sulle loro pensioni, che scattano dopo 35 mesi. Mesi, non anni.

Per salvare il loro mondo dorato di privilegiati, non hanno esitato ad affondare la lama nelle vite degli italiani, sempre più poveri e sempre più sconfortati.

Il ministro Damiano rassicura: “anche con la correzione dei coefficienti, i giovani non avranno pensioni inferiori al 60% dell’ultimo stipendio”. Sa, Damiano, quanto guadagnano gli italiani? Diciamo fra i 1000 ed i 1500 euro il mese? Avremo così pensioni “sicure e solide”: dopo una vita di lavoro, potremo attendere di crepare con un bel reddito, dai 600 ai 900 euro il mese. Poco di più delle minime. E poi: se ne parlerà nel 2020…se la sbrigheranno degli altri…

Lui può parlare in quel modo perché non lo sa, o se lo sa l’ha dimenticato: lui, guadagna “soltanto” 20.000 euro il mese.

Gli ultimi sconfitti di questa sordida vicenda sono il caporal maggiore Giordano ed il sergente Diliberto – che non vengono nemmeno invitati agli incontri! – così dopo potranno affermare d’essere “delusi”. E noi di loro.

Schifati al punto di dover dare ragione a Maroni, quando afferma che “la nuova riforma è ancor più punitiva della sua”, ed ha ragione. La nuova riforma concede qualche vantaggio nel breve periodo – fino al 2010 – ma dopo il 2010 diventa una vera mannaia: chi “rincorse” la prima riforma Dini, anno dopo anno, senza riuscire mai a centrare una “finestra”, ancora lo ricorda.

Come uscirne?

Ora si sono inventati la nuova “bufala” della riforma dei “costi della politica”, che dovrebbe ridurre i parlamentari a 400. Qualcuno ci crede? Oppure eliminare consiglieri comunali? L’ANCI, al riguardo, ha già chiesto un “incontro urgente”. Eh, mica sono fessi: delle nostre pensioni non gliene frega un picchio, ma delle loro poltrone sì!

L’unica soluzione è privarli totalmente del consenso, destra e sinistra, non dare più loro voti e non ascoltare più i loro bugiardi sproloqui televisivi.

Finché non ci sarà una classe politica che partirà da altri presupposti – ossia dalla ricchezza effettivamente prodotta da noi, dalle persone che lavorano, e non vuota carta conteggiata dai banchieri – non ci saranno soluzioni. I giovani, se possono, almeno una soluzione l’hanno: andarsene da questo rottame di paese, che non dà loro niente e che ora lo toglie anche ai loro padri.

Potranno tornare nel Bel Paese per le vacanze, a patto che l’albergo prenotato esista poi per davvero. Ah, fate anche attenzione che non vi freghino l’autoradio.

Carlo Bertani

fonte: http://www.carlobertani.it/di_notte,_come_i_ladri.htm