Archivio | agosto 5, 2007

Lucio Battisti: i giorni segreti


Lucio Battisti era fatto così: prendere o lasciare. O amavi la sua musica, o la disprezzavi. Ma non potevi ignorarla. Erano gli anni ’70. I favolosi anni ’70, in cui tutto accadeva e che tutto sembrava dovesse cambiare. E la musica di Lucio non era politicamente collocabile, in questo pari a Baglioni, per cui a me, che piaceva, veniva rimproverata una scelta sbagliata, una scelta che sapeva di qualunquismo, decadenza, e posizioni di destra.
Ma la musica, e le emozioni, non appartengono alla destra o alla sinistra. E Battisti era segretamente amato, canticchiato, ricordato da molti, molti compagni che allora, a parole, lo disprezzavano.
Pubblichiamo qui un suo ritratto, forse il più umano che sia mai stato scritto su di lui. Lui che con la sua musica era grande. Anzi, proprio disumano.
mauro

I giorni segreti

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di Mattia Feltri

lucio1c.JPG (9737 byte)Il medico disse: “Glomerulonefrite”. Lucio Battisti se ne stette un po’ lì, in silenzio , corrugando la fronte, con le sopracciglia incrinate verso il basso . Il medico lo lasciò riflettere qualche istante. “Vede , signor Battisti, la glomerulonefrite è un’infiammazione ai tessuti dei reni. Si tratta di un apatologia piuttosto seria che in qualche circostanza compromette gravemente la capacità di flitrazione dei reni. Mi dispiace, ma questo è il suo caso. I suoi reni non funzionano più come dovrebbero. E purtroppo funzioneranno sempre peggio”. I reni. Non era la prima volta che aveva guai ai reni. Ma non poteva immaginare quanti ancora ne avrebbe dovuti sopportare e quanti ancora, di altra natura, ne sarebbero discesi. Guardò il medico e gli chiese che cosa sarebbe successo, ora. Dialisi , gli fu risposto. Presto bisognerà cominciare con la dialisi e bisognerà continuare sinchè non ci sarà la possibilità di un trapianto , ma è molto difficile trovare organi e lo è di più trovarne di compatibili; eppoi può anche capitare che il corpo rigetti il rene estraneo, per quanto possa essere compatibile.

Lucio Battisti scoprì tutto questo molto tempo fa. Era l’inizio degli anni Ottanta. Era già scomparso dalla circolazione. non rilasciava più interviste nè accettava spettacoli dal vivo. Niente inviti alla tv nè trasmissioni alla radio. Con Mogol, cioè con Giulio Rapetti, l’uomo che aveva scritto i testi di tutte le sue canzoni, di ogni grande disco e di ogni grande successo, aveva rotto da tempo. Viveva già a Molteno, allora provincia di Como, oggi provincia di Lecco. Precisamente, viveva nella frazione di Dosso di Coroldo, che da quelle parti chiamano “il dormitorio dei ricchi”: quattordici ville immerse in un bosco di faggi , circondate da un’unica grande staccionata che, con il contributo di una fitta e alta siepe e di molte piante, preclude la vista dei curiosi. Un ringhioso custode ha il dominio dell’unico ingresso del residence e quindi della sbarra che si alza solo per pochissimi autorizzati. Naturalmente, anche per Lucio Battisti.

Probabilmente quel pomeriggio, dopo aver lasciato il medico per tornarsene a casa con la netta coscienza della malattia, ricordò con precisione tutti i giorni che, anni prima, aveva trascorso a letto, febbricitante, con un violento dolore ai fianchi e un diffuso malessere in ogni arto. Era un ragazzo. Fu colpito da un’insufficienza renale. Lo curarono e credettero di averlo guarito. Qualche volta succede e successe a Lucio Battisti , perchè il virus gli restò avvinghiato dentro per riesplodere tempo dopo, rafforzato da una lunghissima e indisturbata incubazione, ormai quasi invincibile. E quando gli telefonarono dalla Francia per fargli coraggio, perchè il rene c’era e si poteva fare il trapianto, e la speranza di una vita normale era davvero lì, distante solo poche ore, lui avvertì la moglie, Grazia Letizia, e insieme prepararono le valigie.

***

Grazia Letizia ha gli stessi anni di suo marito. Per la precisione, è di qualche mese più giovane. Lucio nacque il 5 marzo 1943, a Poggio Bustone, in provincia di Rieti. Fu la levatrice ad andare a casa Battisti, dove una donna, Dea, gemeva per le doglie e un uomo, Alfiero, impiegato del Dazio, sudava per la tensione. Alle 13.30 la levatrice accolse il bambino dal ventre della madre nelle proprie braccia , e le due donne sentirono un acuto strillo di un bimbo sano; e tanto bastava, anche se non sapevano che quella voce, così spiegata e stridula , sarebbe rimasta sempre una lametta da barba, come disse Lucio Dalla, cioè una voce d’emergenza, che fa della necessità una originalità assoluta: avrebbe fatto curve, sarebbe andata su un gradino, per impennarsi e subito abbassarsi, poi sussurrare e arrivare tortuosamente a quella che è la comunicazione ideale; la voce opposta a quella del grande cantante. Ma che pure fece di Battisti un immenso cantante.


afor1.JPG (8048 byte)Il ventuno luglio, quando Lucio aveva vissuto quattro mesi e sedici giorni, a Limbiate, in provincia di Milano, nacque Grazia Letizia Veronesi. Sarebbero trascorsi venticinque anni prima che si conoscessero; ventisei prima che si fidanzassero; ventinove prima che toccasse loro sentire il pianto di un neonato, Luca, figlio unico; trentatrè prima che fossero uniti dal matrimonio e cinquantacinque prima che fossero divisi dalla morte. Nel 1968, quando si strinsero la mano per la prima volta, lei era una segretaria del Clan di Adriano Celentano; lui stava cominciando ad assaporare la melassa del successo sopratutto grazie a “29 settembre”, canzone che aveva scritto con Mogol nel 1966 e che l’anno seguente fu cantata dall’Equipe 84. Un pomeriggio, Lucio si era seduto davanti a uno dei pianoforti della Numero Uno , la casa discografica per la quale lavorava, e intonò “29 settembre” per Maurizio Vandelli, leader dell’Equipe, al quale voleva proporre questo suo ultimo lavoro. Vandelli sedette vicino a Lucio, col gomito appoggiato a un tavolino e il palmo della mano sotto al mento. Dopo poche note, balzò in piedi:”Lucio , rifalla, rifalla un po’…”. Fu incisa, poi l’Equipe prese a girare per una serie di spettacoli in tutta Europa, ma una sera squillò il telefono della camera d’albergo di Vandelli; un discografico gli ordinò di rientrare, e pazienza le querele per i contratti non rispettati:”29 settembre” era prima in classifica , si poteva fare il botto. “Facemmo ritorno in Italia, e ad accoglierci c’era una moltitudine di ragazzi impazziti. Chi gridava i nostri nomi, chi sveniva,chi si strappava i capelli. Fu un piacevole choc che ci capitò di punto in bianco”, ricorda Vandelli. E’ stato allora che Battisti iniziò a pensare di essere il più bravo di tutti. E iniziò a pensare di poter cantare, da sè le proprie canzoni. Ed è stato allora che si innamorò di Grazia Letizia. questi due eventi cambiarono la sua vita.

***

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Così quando dalla Francia lo chiamarono per avvertirlo che tutto era pronto per il trapianto del rene, lui non potè fare altro che dirlo a Grazia Letizia, e lei gli strinse le mani per fargli coraggio. Partirono insieme per Parigi. Fu ricoverato. Trascorse la notte in clinica, e la mattina successiva fu portato in sala operatoria. L’operazione riuscì perfettamente, nei tempi e nei modi che i chirurghi si erano prefissati. Non restava che aspettare le risposte del fisico di Battisti, ma i presupposti, come informarono i medici, erano confortanti. Purtroppo l’ottimismo durò poche ore. Ci si accorse ben presto che qualche cosa non stava andando come si sperava. Battisti soffriva, aveva la febbre , il suo corpo cominciava a dare i primi inequivocabili segnali di rigetto. Si attese tutto il tempo che si poteva attendere, poi non ci fu più alternativa. Nel giro di pochi giorni, Battisti fu nuovamente anestetizzato e nuovamente operato, stavolta per l’espianto. Se ne tornò a Molteno con una lunga cicatrice, più malato di prima, e con la prospettiva di un destino da dializzato. Lui e Grazia Letizia decisero di raccontare a nessuno del fallito trapianto.

L’illustre paziente Lucio Battisti, gli ultimi anni della sua vita, raggiungeva il reparto di nefrologia dell’ospedale di Lecco un giorno sì e un giorno no. Lì si sottoponeva a estenuanti sedute di dialisi. Veniva adagiato su un lettino. Numerosi aghi gli venivano infilati nelle braccia e nelle gambe; gli aghi erano collegati a una quantità di tubicini che avevano per meta un rene artificiale. Il sangue, aspirato dalle vene, si incanalava nei tubi e veniva convogliato nel rene artificiale per essere depurato dalle scorie che il corpo di Battisti non era più in grado di depurare. Lui si informava su tutto. Voleva sapere come funzionava quella macchina, quali erano i danni provocati dalla circolazione esterna del sangue, quanta gente, come lui, doveva subire quel tormento. Se ne restava buono sul lettino per tre, quattro ore, con un infermiere a fianco. Parlavano. E intanto teneva d’occhio il saliscendi del sangue, ne controllavano l’ingresso nel rene metallico, poi l’uscita, la differenza di colore. Soprattutto, bisognava stare molto attenti che non si formassero bolle d’aria nei tubicini, perchè ne sarebbe conseguita un’embolia. Battisti non si distraeva un attimo. Ma accettava di chiacchierare con l’infermiere. Di tutto. Tranne del suo passato.

Lucio Battisti decise di farla finita con il passato nel 1982, quando concesse l’ultima intervista, che pensò di regalare alla Radio svizzera. Il 1982 fu un anno importante. Battisti e Mogol si erano stretti la mano e avevano concluso che la loro collaborazione doveva interrompersi dopo tre lustri di successi senza precedenti e poi insuperati. Non ci fu un vero motivo. Si è a lungo parlato di problemi di proprietà, poichè Mogol alloggiò nella villa di Dosso di Coroldo confinante a quella di Battisti. Lo stesso Mogol ha ammesso punti di vista divergenti sui diritti delle canzoni di cui Lucio componeva la musica e lui il testo. E qualcuno ricorda il “vaffanculo” che come una lapide si posò su quella lunga amicizia. “Ma l’ultima volta che l’ho visto , un anno fa, ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. Ci eravamo accorti che ormai non sapevamo più perchè avessimo smesso di lavorare assieme”, ha ora raccontato Mogol.

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E invece, forse, Battisti lo sapeva in ogni dettaglio. E non mancò di spiegarlo a tutti. Con Mogol aveva pianto nei microfoni gli occhi azzurri, le bionde trecce, gli amori dissolti , le distanze abissali, i cieli immensi, le colline dei ciliegi , le discese ardite; aveva sospirato per la donna tradita, e per la donna traditrice , per la donna casta e per la donna in vendita, per la donna sfavillante e per la donna sconfitta. Messaggi chiari, limpidi, amabili, orecchiabili, fischiettabili, facili e avvolgenti. Messaggi che diventarono inni e che si tradussero in milioni di dischi venduti, nel delirio degli ammiratori, nell’invidia dei colleghi, nelle celebrazioni anche un po’ livorose della stampa. Messaggi che culminarono nel 1970, con un dominio devastante: le sue canzoni rimasero in classifica per quarantaquattro settimane su cinquantadue. Spesso con più di un pezzo: per trentaquattro settimane con i brani da lui interpretati: per venticinque con “Insieme”, regalata a Mina; per dieci con “Per te”, concessa a Patty Pravo. “Oggi sono l’unico . Tutti gli altri vengono dopo”, disse. Ma tutto questo, appunto era il passato.

“Mi sono reso conto che fare l’ermetico crea meno problemi, mentre parlare un linguaggio semplice ti espone a maggiori possibilità di essere giudicato. Più gente ti capisce, più hai potenziali giudici di ciò che fai”. Questo disse Battisti quando cominciava a dubitare del lavoro di Mogol. E quando si persuase definitivamente della necessità di ricominciare da capo, in quel 1982, aggiunse:”Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più perchè un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”.

Così Battisti si risolse di tacere. con i giornalisti era necessario tacere di tutto; con gli amici bastava tacere del passato, per parlare solamente del futuro. E fare cose nuove, con testi per nulla immediati, quelli che prese a confezionargli il poeta Pasquale Panella, e con una base elettronicae anonima, perchè alla fine emergesse niente altro che l’anima, spoglia di qualsiasi futile ornamento, della sua musica. Ecco perchè Mogol non serviva più. Ed ecco perchè non servivano più i concerti, i lanci promozionali alla radio e alla tv, le foto sulla copertina dei dischi.

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A Molteno , nel dormitorio dei ricchi, niente più gli ricordava il passato. Abitava una bella casa di circa cinquecento metri quadrati, con un giardino di seimila. Bella, ma niente di eccezionale. Niente per un uomo che guadagnava quattro-cinque miliardi all’anno. La si raggiunge attraverso un lungo vialetto immerso nel verde. La villa confina con un declivio da dove comincia il bosco, in cui Lucio amava passeggiare e che amava accudire. Da un giardiniere si era fatto spiegare come e quando si potano gli alberi d’alto fusto; e lui si appendeva ai rami, armato di tronchesi e seghe e quanti altri arnesi servissero per restituire la salute a piante che giudicava non sufficientemente rigogliose. Poi si occupava delle rose, dei gerani, dei tulipani che correvano lungo le siepi e ornavano il prato, che lui stesso manteneva verdeggiante e curato, e in mezzo al quale era stata edificata una casetta quadrata, in gran parte di vetro, in minor misura di legno. Dentro Battisti aveva allestito una piccola sala d’incisione, indispensabile per non disperdere le idee e i lampi che lo potevano cogliere in qualsiasi momento. Oltre agli strumenti, ai registratori, ai sintetizzatori e a tutto quanto gli era necessario a tradurre l’ispirazione in melodia, nella casetta aveva installato biliardo, per pause di lavoro in compagnia, e un’ampia poltrona, per pause di lavoro più solitarie.

Poi l’abitazione. L’ingresso consente soltanto la vista sul grande soggiorno. Chi vi entrasse, rimarrebbe colpito dalla totale assenza di oggetti che possono restare impressi. Alle pareti, pochi quadri da lui dipinti e poche riproduzioni dei capolavori della pop art: opere di Andy Warhol , di Oldenburg, di Lichtenstein. Un salotto qualsiasi, dai muri integgiati di marrone chiaro, vagamente adornati da qualche lista di legno; con un tavolino al centro di un divano e di alcune poltrone sobriamente foderate di un tessuto chiaro. Un televisore moderno, dotato di maxischermo e collegamento con l’antenna parabolica che Battisti aveva fatto impiantare sul tetto e che i vicini di casa disprezzavano a causa dell’invadenza con cui si imponeva allo sguardo, tra i faggi del Dosso. Ma Battisti non se ne crucciò affatto, perchè il gusto per un ricco zapping era superiore alla preoccupazione per il gusto dei vicini.

Oltre al televisore, c’è un vecchio pianoforte, appoggiato a un parete, che tuttavia in poche circostanze ebbe l’occasione di far sentire il proprio suono ai rari ospiti del signor Battisti. Sui mobili , un numero risibile di suppelletili, e di nessuna pretesa. Il piano terra si completa con un bagno e con la grande cucina, anch’essa attrezzata non oltre le ragionevoli pretese di una casalinga ragionevole ; ma è una cucina da cui si gode, tramite un’enorme finestra, del trionfio del bosco. E la vista della piscina che Battisti aveva di recente fatto costruire come rimedio alla calura e per la quale aspettava il condono edilizio.

Una scala conduce al piano superiore, destinato alle stanze da notte. Era in una di quelle stanze che Lucio Battisti trascorreva molte ore alla tastiera del computer; specie per navigare in Internet, con la perizia che sapeva raggiungere in ogni sua passione. E quella per i computer non era certo nuova. I suoi amici della Numero Uno – la casa discografica che fu di Bruno Lauzi, dei Dik Dik, dell’Equipe 84 – a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta lo guardavano come un marziano mentre si industriava attorno ai mastodontici cervelli elettronici dell’epoca, maneggiando schede forate, premendo tasti e tirando leve come non avesse fatto altro nella vita. E non fu da meno il loro stupore quando, smentendo platealmente la reputazione di tirchio che si è sempre portato appresso, Battisti investì una notevola somma per acquistare uno dei primi personal computer in commercio, con il quale intendeva specializzarsi nell’utilizzo dei rpogrammi destinati alla creazione di musica; vi riuscì presto.

“Non c’è niente da fare, è sempre stato più avanti di tutti noi”, ammette Pietruccio Montalbetti, componente storico dei Dik Dik. “Era un gran curioso, uno che voleva sapere tutto, che ci teneva a esser sempre presente, ad aver tutto sotto controllo, che aveva il senso, anzi il gusto della precisione”, osserva Bruno Lauzi. E’ per questi motivi che, quando ancora era un semplice autore, già noto ma non celebre, Battisti non si limitava a compilare un pentagramma, ma interveniva sulla scelta degli strumenti, sui mixaggi, sulla qualità della registrazione; gli capitava spesso di interrompere gli artisti che stavano incidendo una sua canzone perchè, a suo modo di vedere, che poi considerava il modo migliore, stavano sbagliando l’intonazione. Così un giorno mandò fuori dai gangheri un produttore, scocciato da tutto il dimenarsi e da tutta la saccenteria di quel tipetto grassottello e riccio, e sbottò :”Ma lei chi cazzo è?”. “L’autore, perchè ?”. “Perchè se è tanto bravo a trovare gli errori e a dare consigli, se li canti lei i suoi pezzi”. Per fortuna, stavolta fu Battisti a raccogliere un suggerimento. E pochissimi anni dopo , nel 1969, avrebbe concluso:”Fra la canzone che incido io e quella che faccio incidere c’è la stessa differenza che esiste fra un bacio dato e un bacio spedito per telefono”.

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L’ultimo bacio della sua vita , Lucio Battisti l’ha ricevuto all’alba del 9 settembre 1998. Grazia Letizia era statafoto23.jpg (8809 byte) svegliata nel cuore della notte dai medici dell’ospedale San Paolo di Milano. Le dissero che la sua presenza era indispensabile. Arrivò con le occhiaie che solo l’insonnia e il dolore possono dare. Le spiegarono la situazione e lei si chinò sul marito, coi lunghi capelli striati di grigio ad accarezzare il volto itterico del marito agonizzante, sedato oltre ogni limite, ormai interamente privo di coscienza. Malgrado la lunga malattia e malgrado le complicazioni più recenti, il crollo finale era arrivato all’improvviso, lasciando impreparati e smarriti Grazia Letizia e il figlio Luca. Le condizioni di Lucio Battisti si erano seriamente aggravate negli ultimi due anni. Le sedute di dialisi, per quanto sono sfiancanti e per l’innaturale purificazione a cui sottopongono il sangue, avevano ulteriormente indebolito il fisico del paziente. Oltre alla glomerulonefrite, gli era stato diagnosticato il “linfoma di non-Hodgkin”, cioè una malattia neoplastica del sistema linfatico; in parole povere, un tumore maligno. La dialisi non bastava più. Era necessario ricorrere alla chemioterapia, ma ci si era resi conto ben presto che Battisti ne riceveva benefici limitati. Tuttavia, quando la notte fra il 21 e il 22 agosto il male lo costrinse a farsi accompagnare in auto alla clinica Capitanio, mentre la sbarra del Dossi si alzava davanti a lui, non pensò di girarsi per salutare la casa e i faggi.

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“Furono tempi durissimi”, disse Battisti ricordando dell’altra volta in cui partì senza guardare indietro. Era il 1963. Aveva diciannove anni, un diploma di perito industriale e nessuna voglia di investire il futuro in un ufficio. Timido com’era, mentre gli amici uscivano con le ragazze, lui se ne restava in disparte, crogiolandosi con la chitarra che il padre si era già pentito di avergli regalato. Era stato l’elettricista di Poggio Bustone, un tipo con velleità da musicista, a iniziare Battisti. Ma il ragazzo s’era presto emancipato da quel maestro, perchè pensava di poter far meglio da solo, con i manuali e con la pratica. Se ne andava per le strade del paese, con un cugino che aveva ereditato un mandolino sgangherato, e insieme strimpellavano con l’aria dei perdigiorno. Altro che perdigiorno, disse Lucio al babbo, io con la musica ci voglio campare. E quello, al culmine della disperazione, prese la chitarra, la sfasciò in testa al figlio e gli procurò un appuntamento alla sede dell’Ibm di Roma. Ma Lucio si presentò al capo del personale e gli disse chiaro e tondo che non aveva nessuna intenzione di essere assunto, che sarebbe diventato un cantante e che si regolassero loro. Una settimana dopo, con la chitarra nuova a tracolla, era sulla statale per Roma a fare l’autostop.

La regola che vale per tutti non ebbe eccezioni per Lucio Battisti: gli inizi sono sempre una disperazione. A quel ragazzo che sarebbe diventato celebre per le capacità innovative, oltre che per i foulard e l’abbigliamento che si può benevolmente definire disinvolto, toccava suonare in divisa quasi bandistica canzoni di vent’anni prima. Ma almeno era un primo passo, e anche retribuito. Il complesso era quello dei Mattatori , e da lì Battisti passò come chitarrista ai Campioni di Tony Dallara, gruppo assolutamente noto. Era soprannominato “Cucciolo”, anche se difficilmente rinunciava ad approcci ombrosi e anche se nulla frenava la sicumera che, più avanti, avrebbe persino ostentato. Era ancora nei Mattatori, quando una sera d’estate a Ostia – aveva appena finito lo spettacolo – sedette a un tavolino del bar con Alberto Radius, musicista che sarebbe poi approdato alla Numero Uno. Radius gli disse:”Nel giro di qualche anno diventerai il più grande di tutti”. E lui:”Lo so, perchè infatti lo diventerò “. Talvolta si giustificava:” Il mio difetto peggiore è dire sempre quello che mi passa per la testa, e siccome quello che mi passa per la testa è frutto di un ragionamento che io non spiego, sembro più spietato di quel che sono”.

Ne sa qualche cosa Christine Leroux, una talent scout francese abituata a trattare con Charles Aznavour . Battisti si era trasferito a Milano, in cerca dell’occasione giusta, stufo di girare locali per suonare musica che non apprezzava. Quel pomeriggio del 1965 Christine Leroux, passeggiando per i corridoi della Cgd, fu attratta da una voce “strana, indefinibile, che mi diede un fremito”. Era Lucio Battisti, in attesa di un colloquio, che provava e riprovava la sua canzone. Christine scostò appena la porta e rimase lì, ammutolita e abbagliata, ad ascoltare quel ragazzo che stava collezionando un rifiuto dietro l’altro. “Rimasi paralizzata, come quando incontri una persona e ti rendi conto che la aspettavi da tutta la vita”. Lo presentò subito a Mogol, ma il paroliere, già affermato, non si entusiasmò affatto:” Mi fece sentire tre pezzi. Dio come sono brutti , gli dissi…”. Battisti non negò. Mogol decise di concedergli altre possibilità, ma soprattutto per cortesia nei confronti di Christine, una vecchia amica. “Io apprezzavo moltissimo la sua voce, ricordò la ragazza anni dopo, e anche nei suoi pezzi c’era qualcosa di davvero interessante. Sentivo che Lucio aveva qualcosa da dire, ma nessuno era del mio stesso parere. Fu difficile inserirlo”.

Alla fine Christine vi riuscì. In coppia con Mogol, Battisti seppe dimostrare ciò di cui era profondamente sicuro: di essere il migliore. Così, una sera, Lucio e Christine si diedero appuntamento in un locale perchè era il caso di brindare al grande successo di un ragazzotto che pochi mesi prima suonava da solo, spaventatissimo, in una sala d’aspetto. Solo lui poteva rovinare quell’incontro, dicendo, una volta di più, quel che gli passava per la testa:” Guarda , Christine, io sono un genio. Se non mi avessi scoperto tu, mi avrebbe scoperto qualcun altro”. Christine rimase un’altra volta paralizzata. “Fu la più grande delusione della mia vita. In fondo sono stata la prima a credere in lui”. Non si videro mai più. A Christine è rimasto ben poco di Battisti: una bambolina di plastica e la certezza che quello era un uomo incapace di dare, se non cantando.

Naturalmente non era vero. O almeno non lo è per chi lo ha conosciuto e frequentato fino all’ultimo. Grazia Letizia, per esempio, non può che pensare alle serate autunnali, quelle più tiepide, quando lei e suo marito andavano in giardino con i rastrelli per raccogliere tutte le foglie cadute dai faggi. Poi sedevano sullo sdraio, col maglione indosso, bevendo un bicchiere di vino rosso e mangiando un panino col salame. Allora capitava che qualche amico telefonasse per salutare, e Lucio rideva:”Siamo nel prato, seduti e stanchi, come due pensionati”.

***

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Fra i medici, gli infermieri e tutto il personale dell’ospedale San Paolo si sparse rapidamente la voce del ricovero di Lucio Battisti. Alla clinica Capitanio avevano capito immediatamente di non aver i mezzi adeguati per affrontare un caso disperato come quello di Battisti. Non gli negarono che la situazione concedeva pochi motivi di essere ottimisti. Fu lo stesso Battisti ad indicare nel San Paolo l’ospedale in cui, grazie, all’amicizia con il direttore sanitario, Franco Sala, poteva essere curato senza la scocciatura dei giornalisti. Venne ricoverato nel reparto di medicina, in una stanza singola, dove nessuno potesse chiedergli l’autografo, dove una guardia giurata vigilava alla porta per prevenire le incursioni dei fotografi. Ma qualche impiegato non resisteva alla tentazione di spiare dal vetro per vedere in faccia il genio della canzone, la leggenda che si era ritirata a curare un bosco di faggi per evitare la scocciatura della notorietà. Furono processioni silenziose e, almeno i primissimi giorni, incessanti. Ma il volto rugoso e pallido di Battisti, i suoi capelli una volta ricci, ora grigiastri e deboli, sparsi sul cuscino, il suo corpo intubato, il suo sguardo affannato, tutto ciò non procurava nessuna emozione, ma soltanto grande tristezza. Qualche giorno più tardi, davanti al plotone dei cronisti muti, Franco Sala avrebbe annunciato la morte, parlando di “intervenute complicazioni in un quadro clinico severo sin dall’inizio”. Erano trascorse soltanto poche ore dall’insorgere di quelle “complicazioni”. Il tumore, annidato nei reni, si era diffuso al fegato e ai polmoni. Poi, quell’ultima notte, Battisti fu aggredito da una violentissima aritmia cardiaca. Il cuore non reggeva più alle sollecitazioni delle cure e della malattia. Fu richiesto l’intervento d’urgenza del cardiologo, che si precipitò nel reparto di rianimazione, dove Battisti nel frattempo era stato trasferito e dove giaceva assieme ad altri tre pazienti. Quando entrò nella stanza , il medico guardò i volti dei quattro malati. Quello di Battisti, completamente sfigurato, non seppe distinguerlo.

fonte: http://web.tiscali.it/Battisti/

English version
http://welcome.to/luciobattisti
His songs seem to cut across generational differences finding success with young and old alike. Luckily, his catalogue is well-documented and will provide countless years of listening pleasure. Songs like “Acqua azzurra, acqua chiara” will always be with us and for that we can be grateful and continue to appreciate his talents.

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La canzone del sole

Mi ritorni in mente

Il mio canto libero

I giardini di Marzo

Innocenti evasioni

Ancora tu

Comuque bella

Una donna per amico

Prendila così

Una giornata uggiosa

Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi

E penso a te

Con il nastro rosa

Emozioni

Acqua azzurra acqua chiara

Un’avventura

Vento nel vento

Dieci ragazze

Anche per te

La metro eccetera

La bellezza riunita

Estetica

Scalatore senza una gamba porta in vetta ragazza cieca

ATLETI CORAGGIOSI

Oliviero Bellinzani, costretto a vivere con una gamba amputata, e Silvana Valente, cieca dalla nascita, hanno raggiunto la vetta della Cima d’Asta

oscar pistorius

Milano, 4 agosto 2007

Hanno portato in cima a quella vetta, alta 2.847 metri, i loro corpi, i loro handicap e le loro forti convinzioni. Oliviero Bellinzani, scalatore, da 30 anni costretto a vivere con una gamba amputata, dopo che in sella alla sua moto si era scontrato contro un’auto, e’ salito con la consapevolezza di non dover ”dimostrare nulla a nessuno, perche’ la disabilita’ e’ una forza autonoma”. Silvana Valente, ciclista, ipovedente dalla nascita, ha messo invece nell’impresa tutta la sua voglia di ”provare altre meravigliose esperienze dei sensi, assaporando l’odore della montagna”.

Non si erano mai conosciuti prima, si sono messi uno a fianco all’altra per scalare insieme Cima d’Asta, vetta trentina dei Lagorai circondata dalle Dolomiti. E’ stato Bellinzani, con le sue speciali stampelle da scalata, ad aiutare la donna, che non vede altro che qualche luce, nell’avventura voluta dall’associazione Montagnamica. Seguendolo, attaccandosi al suo zaino e a quello di altri compagni di spedizione, ha conquistato passo dopo passo la montagna. Solo a pochi metri dalla cima si e’ dovuta fermare. ”Sarebbe stato troppo pericoloso per lei affrontare anche quell’ultimo tratto”, ha spiegato Bellinzani.

Lui, ormai da anni, compie imprese straordinarie sulle vette piu’ importanti. Gia’ dopo sei mesi dall’incidente, senza una gamba, ma con due stampelle, scala il monte Nudo, in Valcuvia, 1.235 metri. Da quel momento non si ferma piu’: conquista il monte Bianco, il Pizzo Badile, l’Etna, supera piu’ volte i 4 mila metri, conquista 600 cime e qualche settimana fa compie una traversata, in mezzo al maltempo, tra il Cervino e il monte Rosa. ”Dopo l’incidente ho deciso che era il momento di realizzare i miei sogni, e quello di scalare era un sogno che avevo sin da bambino”, spiega Bellinzani.

Silvana Valente, invece, nasce quasi cieca: ai suoi occhi arrivano soltanto poche luci e ombre. ”Il piacere di fare sport diventa tutta la mia vita”, racconta. Alle Paraolimpiadi di Sydney del 2000 porta a casa una medaglia d’argento e due di bronzo nel ciclismo su tandem, dopo essere diventata campionessa mondiale nel ’98. Poi mountain bike, sci di fondo, escursionismo, pratica tante e diversita’ attivita’, fino alle prime piccole scalate. E all’impresa di oggi.

I due promettono di continuare a salire ancora, insieme. ”E’ un piacere scalare con lui”, conclude Valente. E Bellinzani ha ancora una sfida personale da lanciare, a una montagna che sogna da tempo: ”Se trovo soldi e sponsor, arrivo in cima al Kilimangiaro”.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29148-scalatore_senza_gambe.shtml

Alpinismo- Ha 45 anni, è un piccolo imprenditore di Orino. Molti anni fa un incidente motociclistico lo privò di una gamba. Volontà e decisione, amore e rispetto per la montagna ne hanno fatto un grande alpinista
Il signore delle cime

È nato due volte Oliviero Bellinzani. Non è uno scherzo e nemmeno una metafora, è andata proprio così. Oggi ha 45 anni e la sua storia- perché quella di prima è altra cosa- inizia il 5 febbraio del 1977. Quel giorno Oliviero era venuto a fare una gita dalle nostre parti, in sella alla sua moto, cosa normale per lui ventunenne milanese, che i fine settimana li passava a Brenta. Ma Il destino, a cui non importa mai l’età di chi gli sta andando incontro, era lì sulla strada ad aspettarlo. Fu un brutto incidente, uno di quelli che se esci vivo è quasi sempre un miracolo. «Muoio per ben due volte- dice Oliviero- e per ben due volte vengo riportato in vita». Rimane in bilico tra la vita e la morte per una settimana, poi la decisione fatale, perché da quella dipende il suo futuro: gli viene amputata la gamba sinistra all’altezza della coscia.

Ad appena sei mesi dall’incidente, con una gamba in meno e due stampelle in più, tra lo scetticismo della gente e le preoccupazioni della madre, Oliviero decide di salire il Monte Nudo, in Valcuvia, quota 1235. Sarà la prima di tante imprese, anzi di tante scalate, perché Oliviero non ama vedersi come qualcosa di eccezionale. «Io non ho mai smesso per un attimo della mia vita di ragionare come una persona normale. Certo se prima ero cento oggi non è più così, ma l’andare in montagna per me non è una sfida all’handicap, piuttosto è una sperimentazione delle mie possibilità tecniche. È una questione di forma mentis. Se io dicessi che questo è un miracolo ragionerei da disabile, invece la gente deve capire che certe cose le puoi fare indipendentemente dalla tecnologia e dal fatto che ti manchi una gamba o no. Le cose le fai perché le vuoi».


In montagna ci va da solo perché i suoi amici «sono tutta gente di mare». Ma la sua è una mezza verità, perché Oliviero è un solitario, sta bene con se stesso. «A me piace andare da solo perché non devo spartire ritmi con nessuno. La montagna è fatta di momenti particolari, a volte ci sono dei panorami che non puoi fare a meno di fermarti, altre che devi tirare fino allo spasimo perché non hai altra scelta».


Dopo il Monte Nudo, venne la protesi. Una gamba nuova e, insieme al sogno di una ritrovata normalità, anche il dolore, la fatica a reimparare a camminare. Poi vennero altre cime, L’Alpe Devero, il Resegone e la Grigna Meridionale nel 1982 . Oliviero aveva superato i duemila. «Con la protesi è molto più facile perché la uso come un punto d’appoggio e d’opposizione. Io ho iniziato senza protesi vie di sesto grado. Però quando ho iniziato ad arrampicare sul granito, sono iniziati anche i problemi perchè dovevo saltare e allora ho chiesto una protesi». Ora ne ha una in titanio e il flexfoot, una sorta di piede bionico, di fabbricazione americana del costo di parecchi milioni, progettato ad hoc per lui.


La montagna è la sua vera dimensione e se non ci va sta male. C’è un fascino anche della morte per chi guarda una cima e s’incammina e Oliviero lo ammette. «C’è il vuoto, e questo ti attrae. Ma quando tu vedi la possibilità di andare, vai. In quel momento il tempo e il mondo smettono di scorrere, tutto è concentrato sulla montagna, sul movimento che stai facendo. Io non sono un suicida, valuto sempre le mie possibilità. Mente e corpo diventano una cosa sola, il cervello comanda e il corpo esegue».
Lui in montagna ci va slegato, ma non è uno spaccone. Con sè porta sempre una mezza corda, come Linus la sua coperta, e se non s’ha da fare, non si fa «Sono solo 10 metri di corda, meglio averla per niente che non averla».


Non ha mai smesso di allenarsi da quel fatidico giorno, prima nella sua stanza poi su e giù da Orino- dove vive e lavora- fino al Forte, 55 minuti per coprire 750 metri di dislivello. Sulle mani ha due calli grossi come due pesche, attaccate a due braccia che sono rami possenti.
Lui si definisce “un pessimista che crede in se stesso”. Un pessimismo che non gli ha impedito però di fare cinque quattromila in un giorno, insieme a Mauro Rossi, il Gran Capucin per la Via degli Svizzeri, il Monte Leone e raggiungere Punta Gnifetti a quota 4559. Ai primi di luglio, sempre con il fido Rossi, affronterà il Dente del Gigante, quota 4013. Roba non da poco insomma, cime difficili anche per quelli che hanno tutti i pezzi al loro posto e sono pure bravi. Ha fatto un corso per arrampicata su cascate di ghiaccio riservato ad alpinisti normodotati e con un curriculum sostanzioso.


Ormai le cime che ha fatto non si contano più. Ma lui ha ancora dei sogni nel cassetto, uno di questi si chiama Kilimanjaro. Il problema è trovare qualcuno che finanzi la spedizione. «Bastano una quindicina di milioni. Il tempo dell’allenamento ce lo metto io». A 45anni Oliviero Bellinzani punta ancora molto in alto, non smette mai di pensare alle sue montagne e alle sensazioni che queste gli danno. La montagna è la sua linfa vitale e paradossalmente è ciò che gli restituisce una normalità, perché si guardano da pari e si rispettano.
Sognare nuove vette per lui è quasi una necessità. «Finché un uomo sogna e desidera puo’ ritenersi vivo, forse è per questo che non ne ho mai abbastanza»

Michele Mancino

fonte: http://www.varesenews.it/articoli/2000/giugno/sport/24-6oliviero.htm

Oliviero Bellinzani – L’uomo con le Ali – 1
Il filmato ripercorre la storia alpinistica di Oliviero Bellinzani, dal momento dell’incidente che gli causò l’amputazione della gamba sinistra ai grandi traguardi alpinistici raggiunti grazie alla sua tenacia, volontà e determinazione Prima parte – Il Dente del Gigante (Monte Bianco) Per maggiori…
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Yükleyen: CortelliStefano
Oliviero Bellinzani – L’uomo con le Ali – 2
Il filmato ripercorre la storia alpinistica di Oliviero Bellinzani, dal momento dell’incidente che gli causò l’amputazione della gamba sinistra ai grandi traguardi alpinistici raggiunti grazie alla sua tenacia, volontà e determinazione Seconda parte – Il Grand Capucin – Via degli Svizzeri (Monte B…
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Oliviero Bellinzani – L’uomo con le Ali – 3
Il filmato ripercorre la storia alpinistica di Oliviero Bellinzani, dal momento dell’incidente che gli causò l’amputazione della gamba sinistra ai grandi traguardi alpinistici raggiunti grazie alla sua tenacia, volontà e determinazione Terza parte – La Piccolissima di Lavaredo – Via Cassin (Dolomi…
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Oliviero Bellinzani – L’uomo con le Ali – 4
Il filmato ripercorre la storia alpinistica di Oliviero Bellinzani, dal momento dell’incidente che gli causò l’amputazione della gamba sinistra ai grandi traguardi alpinistici raggiunti grazie alla sua tenacia, volontà e determinazione Quarta parte – Palestra di roccia di Maccagno e salita alla Gr…
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Oliviero Bellinzani – L’uomo con le Ali – 5
Il filmato ripercorre la storia alpinistica di Oliviero Bellinzani, dal momento dell’incidente che gli causò l’amputazione della gamba sinistra ai grandi traguardi alpinistici raggiunti grazie alla sua tenacia, volontà e determinazione Quinta parte – Il Cervino dalla Cresta del Leone Per maggiori …
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Yükleyen: CortelliStefano

fonte: http://www.izlemax.com/tag/oliviero

Vuoi un disco volante? Ora lo puoi comprare..

Il “flying saucer” è stato prodotto da un’azienda Usa e costa 96mila euro

Disco volante per due: si viaggia a 80 km/h
Decolla e atterra verticalmente. Dispone di otto motori ma è molto silenzioso. Il progettista: «E’ l’ultima generazione di fuoristrada»

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lI disco volante
in azione

LONDRA – L’idea sembra rubata dal tappeto volante di Aladino, anche se per salire sul “flying saucer” (letteralmente, “piattino volante”) non serve un genio della lampada ma bastano 96mila euro. Costruito dall’azienda americana “Moller International” e inventato da Paul Moller, l’”M200G” (questo il nome ufficiale) è un bizzarro disco volante dalle fattezze molto più simili a quelle di un gigantesco piatto azzurro da portata con delle aperture nel mezzo, che può trasportare comodamente due persone e volare ad un’altezza tra i 10 e i 20 metri, grazie anche a una spinta ottenuta sfruttando l’effetto-suolo.

OTTO MOTORI – Alimentato da otto potenti motori che gli consentono di

Un'immagine del flying saucer (Internet)
Un’immagine del flying saucer (Internet)

librarsi nell’aria con eleganza e di raggiungere la considerevole (visto il mezzo) velocità di 80 chilometri all’ora, il “flying saucer” ha le dimensioni di una piccola utilitaria e può persino atterrare su un palazzo. Prima di mostrarlo al pubblico, l’azienda ha effettuato circa 200 test di volo e uno di questi è finito anche su Youtube, scatenando la curiosità degli appassionati del genere. Il dispositivo è in grado di decollare e di ritoccare terra verticalmente, come fosse un elicottero, ma rispetto a quei mostri d’acciaio con le pale, non fa praticamente rumore e i temerari che ci sono saliti sopra raccontano di essersi sentiti come se stessero viaggiando su un tappeto magico.

I POSSIBILI UTILIZZI – La casa produttrice è talmente convinta delle straordinarie potenzialità del suo “M200G” e della sua grande capacità di volo da ritenerlo un mezzo idoneo per applicazioni militari o paramilitari, fra cui il controllo sulle zone di confine, grazie alla possibilità di monitorare l’area dall’alto. Secondo il professor Paul Moller, il “flying saucer”: «è l’ultima generazione in fatto di veicoli fuoristrada, perché può davvero viaggiare dappertutto: non è una nave spaziale, sebbene questa funzione appaia come la più semplice: il nostro avveniristico mezzo di trasporto può sorvolare velocemente rocce e paludi e può superare agevolmente recinti e corsi d’acqua, perché non viene limitato da alcuna superficie».

Simona Marchetti

Don Milani, no!

Questo post, alquanto ponderoso, sollecita un generoso dibattito, che speriamo avvenga su Solleviamoci. E’ vero, ci sono le vacanze estive, siete sempre meno a leggerci (fisiologico) ma speriamo comunque che i pochi, fedelissimi e autolesionisti lettori (si fa per dire) quali siete voi vi mettiate di buzzo buono non solo a leggere ma anche a commentare.
mauro

di Domenico Savino
11/07/2007

Walter Veltroni


La faccia sarà probabilmente quella di Walter Veltroni, l’anima no: sarà quella di don Milani.
Per forza! Veltroni un’anima non ce l’ha.
E comunque le idee sono poche e ben confuse: siccome adesso fa scuola Sarkozy, che si è affiliato nel governo l’ex socialista Bernard Koucher, per non essere da meno, l’ineffabile Walter vorrebbe nell’esecutivo Gianni Letta, l’eminenza grigia di Berlusconi. (1)
«Se l’accattasse come assessore…», pare sia stato il commento tranchant di un deputato napoletano dell’Unione.
Prove tecniche di Partito Democratico … ovvero rivisitazione da terzo millennio del cattolicesimo in salsa marxista, rimasterizzazione del compromesso storico, riattualizzazione degli equilibri più avanzati, riedizione aggiornata dell’Ulivo.
Così hanno deciso di dargli un’anima: quella di don Lorenzo Milani, appunto.
Per cominciare, insieme a Dario Franceschini, sono andati in pellegrinaggio lassù, nella mitica sede della scuola del priore di Barbiana, dove il sindaco-scrittore, con quel tono sempre sul punto di pronunciare l’aforisma della storia, a metà tra una pubblicità equosolidale della COOP e un verso di Tagore, ha sussurrato: «Il mio viaggio è cominciato da qui».
L’enfasi su Barbiana è il peggior biglietto da visita per un partito della Sinistra che vorrebbe essere nuovo.
Assomiglia ad una cucina Salvarani in laminato plastico del 1963 ed ha lo stesso appeal di Totò diretto da Pasolini: zero assoluto.
I giacobini sono già di per sé una brutta razza, i giacobini cattolicizzanti sono insopportabili.
Dietro il sorriso giovanneo e la solidarietà obbligatoria, ci sono artigli che grondano bontà.
Fuggite finchè siete in tempo.
Sì, perché – si vantano – «i care».
Diceva don Milani: «E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. E’ il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’».
Loro si interessano, si fanno carico di te, della tua vita, dei tuoi pensieri, della tua anima.
Sono generosi: «Il mio problema è il tuo problema» ricorda il donmilaniano Veltroni in visita pastorale a Barbiana.
In realtà il problema sono loro; se ti contagiano è finita.

Il donmilanismo è la malattia infantile del cattocomunismo, l’utopia al potere che si nutre di suggestioni, il populismo teologico, il clericalismo laicista, il messianismo incalzante.
E’ un vortice: non ne esci vivo.
Pazienza che ad apprezzare don Milani gareggino il presidente della Camera Bertinotti nel suo discorso di insediamento o il ministro Fioroni, appena assunto il dicastero della Pubblica Istruzione, ma se anche Berlusconi ha ricordato che «Lettera a una professoressa» è un libro che a suo avviso sarebbe ancora attuale, vuol dire che la situazione è seria (o che Berlusconi in realtà non sapeva di cosa parlava).
I dossettiani di solito vanno pazzi per don Milani.
Il professor Alberto Melloni è uno di loro.
Scrive: «Se fosse vivo avrebbe ancora la tonaca, portata come una divisa antiborghese, e sarebbe di tre anni più vecchio del Papa. Assai diverso dalle belle foto che gli scattò un giovanissimo Oliviero Toscani. Ma lo si riconoscerebbe a orecchio, per l’inconfondibile uso della parola. Una parola infuocata e violenta, esigente, viva di tutti i registri compresi fra l’iperbole sconcia e la deaggettivazione, pensata come un tutto in cui non c’è separazione fra lingua sacra e lingua profana. Una parola colta e radicalmente evangelica, amata come sa farlo un israelita e consegnata con lo zelo del rivoluzionario a chi ne è stato privato». (2)
Quella di Melloni è la risposta piccata ad un tabù infranto.
Già, perché don Milani, con Papa Giovanni, Dossetti, La Pira, Lazzati, Pertini, Berlinguer, Nilde Iotti e altri «santini» del dopoguerra è per tutti i progressisti di questo Paese un’icona sacra:
ci tenevano pure Enrico Mattei, ma ora che Luca Tedesco ha scoperto che era un fascista della prima ora, forse lo ameranno un po’ meno.
In un bell’articolo su Il Corriere (3), Giovanni Belardelli, parlando proprio dello scritto più famoso di don Milani, «Lettera a una professoressa», ha bruciato l’icona: «Quel libro, grazie al suo stesso successo, favorì anche la diffusione di alcune idee deleterie che avrebbero avuto effetti negativi sulla scuola italiana: a cominciare dalla convinzione che bocciare qualcuno costituisse un atto di intollerabile discriminazione sociale, messo in opera da insegnanti che si facevano docili esecutori del volere dei ‘padroni’, interessati ad aumentare la disponibilità di manodopera a buon mercato. […] Fu anche in virtù dell’ enorme suggestione esercitata da ‘Lettera a una professoressa’ che nel nostro sistema di istruzione si accreditò l’idea che la selezione per merito costituisca uno strumento per perpetuare le differenze sociali. Un’idea del tutto errata: solo una scuola capace (anche) di selezionare in base al merito può svolgere la funzione di ridurre le disuguaglianze derivanti dall’ ambiente familiare e sociale di provenienza. Ma tuttavia un’idea che, diventata quasi un luogo comune, è stata all’ origine di misure – come l’ eliminazione degli esami di riparazione e l’ introduzione di crediti formativi di fatto inesigibili – che hanno contribuito alla crisi della scuola. […] Furono proprio alcune di queste idee, invece, che trovarono una diffusione larghissima, diventando una sorta di ariete per distruggere, come allora si diceva, la scuola e il sapere ‘di classe’. Anche per questo, appare davvero fuori luogo che si continui a citare quel libro di quarant’anni fa come fosse portatore di una positiva, e ancora attuale, rivoluzione pedagogica».


Don Lorenzo Milani (1923-1967)

Partorire il Partito Democratico sulla tonaca di Don Milani non un’operazione di archeologia politica, è per un cattolico, o sedicente tale, una follia, una lucida follia.
L’idea che esista un popolo di Sinistra intrinsecamente cristiano che attende solo la proclamazione di un Vangelo depurato dalle scorie sovrastrutturali della «storia» per aprirsi al Mistero del Dio incarnato, che sarebbe stato oscurato dalla struttura clericale alleata dei «padroni», è il precipitato di scarto del più deteriore dossettismo, che presuppone l’esistenza inesistente di un popolo comunista col cuore di Peppone di Guareschi: è una finzione scenica.
L’idea poi che il cattolicesimo democratico potrebbe trovare appagamento nell’inveramento storico di una società «più umana» relegando nella sfera personale della scelta religiosa ogni istanza metafisica è cosa che confonde il regno di Dio con il «mondo a venire» di certo messianismo e riduce al nulla il senso e il mistero dell’Incarnazione.
Credere che bastino – per dirla con Mario Palmaro – poche parole che annacquano il cristianesimo (libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà, diritti, fraternità, ambiente, pace, umanità, ambiente, cosmopolitismo, universalismo, antirazzismo…) per potersi dire cristiani, significa non avere imparato la lezione della «storia» e scambiare Gesù Cristo per Voltaire o Diderot.
Pensare poi che il «regno» della libertà, dissoltasi la sanguinaria utopia comunista col crollo del muro del 1989, sia da riscoprire negli «immortali principi» della Rivoluzione francese di due secoli prima e nelle sue licenziose libertà, è cosa che farebbe oltretutto torto all’ethos del vecchio militante comunista di base.
Scambiare le libertà, la democrazia e i diritti per il luogo di sintesi della dialettica tra cristianesimo e comunismo, tra cattolicesimo e modernità è un tradimento doppio e simmetrico che da un lato crocifigge, senza speranza di resurrezione, la «libertà» del cristiano alle libertà del diritto positivo e dall’altro l’idealismo del vecchio militante comunista di base, svelando l’immane inganno della menzogna marxista, ora che è dimostrato come la «libertà dal bisogno» è stata realizzata assai più dall’opulenza della società dei consumi che dalla teoria e prassi della rivoluzione proletaria.

Pensare che questo sia il giudizio che la «ragione della storia» ha espresso in maniera inappellabile significa una sola cosa: ammettere che «non possiamo non dirci hegeliani» e che dunque il mondo migliore è quello della liberaldemocrazia che ha vinto, giacchè in questa logica «ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale».
E la nuova dialettica da cui ripartire verso una sintesi ulteriore sta solo all’interno dell’attuale punto di arrivo della «storia»: liberal o conservatori, democratici o repubblicani.
Chiaro allora che da noi, nella periferia dell’«impero» a stelle e strisce, sia Veltroni il leader naturale del Partito Democratico.
Al Lingotto, nella Sala Gialla, – come ha ricordato Gian Antonio Stella – ha blandito la Chiesa e rivendicato la laicità dello Stato, ha riconosciuto i valori del Family Day e i diritti dei gay, ha parlato della «lotta contro la precarietà» e reso omaggio a Massimo D’Antona e a Marco Biagi, ha esibito suor Giuliana del Cottolengo e fatto tradurre in simultanea il suo discorso per i sordomuti (polically correct: audiolesi). (4)
C’è stato spazio per tutto e per il suo contrario, tenuti insieme col mastice della retorica buonista, con l’uso sapiente delle citazioni ad effetto, col tono tranquillizzante non dell’eversore del sistema, ma del razionalizzatore dello stesso.
Ma lo sfondo era l’America, evocata in un articolo di venti giorni prima sull’Espresso (5), l’America di Roosevelt e del New Deal, quella dello sbarco in Normandia, l’America di Kennedy e di Luther King, del Civil Right Act e della Beat Generation, che oggi trova i suoi interpreti in Barack Obama e Hillary Clinton.
E’ una storia già scritta.
Per dirla con il Guccini dell’album «Amerigo», «Erano ideali alla cogliona fatti coi miti del ‘63, i due Giovanni e pace un po’ alla buona, Ramblas di Barcellona, la prima crisi dura dentro in me…». (6)
E’ l’inganno che possa esistere un’America buona, cui contrapporre l’America cattiva, quasi che la guerra in Vietnam non fosse iniziata sotto i democratici, che la crisi di Cuba non fosse stata innescata sotto la presidenza di Kennedy, che le bombe su Belgrado o i Cruise su Bagdad di Clinton fossero buoni e quelli di Bush padre e figlio cattivi, quasi che la pena di morte sia un delitto e i milioni di aborti no, quasi che i battisti democratici non condividano, seppure in modi diversi, la stessa visione provvidenziale di quella nazione degli evangelici teocon.
L’America è l’America e chi guarda all’America come modello non ha alternative.
Al massimo può oscillare tra le due facce della stessa America: liberal o liberista.
Per non cadere nell’inganno veltroniano, forse i suoi ingenui e idealisti sostenitori dovrebbero un po’ riascoltare Gaber: «Non c’è popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. Nooo! E’ perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro… Eccola lì… PUM! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano». (7)

Non crediate che Veltroni sia uno smemorato; è il sistema che genera e seleziona gli uomini, e Veltroni è stato selezionato a dovere.
E’ il software dell’hardware, l’altro perno della hegeliana dialettica della politica e quindi il lucido e coerente prosecutore della linea marxista, perché se il comunismo è crollato, il marxismo (dialettico complemento del liberalismo) è sempre vivo: il marxismo infatti è dinamico, non è stato sconfitto, giacchè la sua essenza non è la teoria economico-sociale (contrariamente a ciò che si pensa) e le sue realizzazioni politiche (inevitabilmente caduche), ma la sua filosofia materialista: il marxismo è l’opposto del candore ideale, è cinico realismo.
Caduto il comunismo, forma contingente e superata, il suo inveramento è oggi ogni progressismo, capace di allargare oltre le libertà primarie del bisogno (raggiunte paradossalmente attraverso il consumismo capitalista) gli altri ambiti del «regno della libertà», nella direzione delle libertà voluttuarie e viziose della post-modernità, per estenderle a tutti: oggi il marxista è solo un liberista impaziente, un liberista di massa, un liberal, appunto.
Il marxista vero, quello metafisico, oggi rinnega il comunismo, il socialismo reale, proprio perché quell’esperienza storica ha già realizzato (questo è il senso di socialismo reale) il compito contingente che gli sarebbe stato assegnato dalla «ragione della storia»: fungere da polo apparentemente antitetico della modernizzazione liberale, verso una sintesi più avanzata.
Ricordate l’elogio della borghesia nel manifesto del partito comunista?
Non c’è contraddizione, compagni che leggete il sito (tanti): Marx oggi sarebbe dialetticamente anticomunista, proprio come Veltroni.
Un sistema comunista, oggi, realizzerebbe rapporti di produzione così arretrati rispetto alle forze di produzione, che un autentico marxista non potrebbe che considerarlo come un sistema reazionario.
Ecco perché ad esempio un «comunista» come Putin è contestato a Mosca dai neo-comunisti alla Vladimir Luxuria.
Egli rappresenta una tipologia di potere che pretende ancora di subordinare le forze di produzione (cioè la sfera produttiva del Paese) ai rapporti di produzione (leggi la sfera politica), ispirati a interessi nazionali e non sottoposti ai poteri globali: il suo «comunismo» è «reazionario» e nazionale; egli non è metafisicamente un marxista.
Non gridate al tradimento, compagni: gli ingenui siete stati voi.
L’anticomunismo del veltroniano Partito Democratico è già iscritto, infatti, nel DNA del vecchio Partito Comunista, in quella che il giovane Veltroni «rivendicava come la necessaria diversità della Rivoluzione italiana da quella di Ottobre». (8)
Scriveva Veltroni nel 1975: «Si esalta nell’originale elaborazione italiana l’affermazione di Lenin secondo la quale la democrazia e il socialismo si saldano fortemente e la rivoluzione democratica apre la strada a quelle socialiste, mentre quella socialista porta a compimento quelle democratiche». (9)


Walter Veltroni quando era responsabile della comunicazione del PCI

Non c’è contraddizione con il Veltroni che nel 1990, quando il PCI lascia il posto al PDS, afferma: «Non è il crollo del ‘socialismo reale’ all’origine della nostra proposta. Da quando, abbattuto il fascismo, i comunisti italiani poterono sviluppare liberamente la loro azione non si sono mai proposti di imitare modelli. Hanno seguito invece una propria via, fondata sull’affermazione del legame inscindibile fra democrazia e socialismo. Noi, quindi, non dobbiamo rinnegare una storia e una tradizione per entrare a far parte di un’altra». (10)
Dal suo punto di vista è vero: il comunismo (e quindi anche il PCI) era solo la crisalide del progressismo.
In fondo – Blair docet – oggi anche la stessa socialdemocrazia classica appare come una forma contingente e superata.
Per questo D’Alema ha già perso: è rimasto ancora almeno un po’ comunista, quindi dialetticamente arretrato.
Veltroni invece aveva capito: «Noi vinceremo solo se saremo più moderni della Destra» affermava spavaldo nel Consiglio nazionale del giugno 1994.
Solo gli ingenui o gli ottusi possono stupirsi che nel 1999 Veltroni affermasse: «Si poteva stare nel PCI senza essere comunisti. Era possibile, è stato così». (11)
Non a caso tra i primi a manifestare il proprio apprezzamento per Walter fu l’incredibile ed ineffabile Gianfranco Fini, il suo omologo a Destra.
Solo chi non comprende ciò, può stupirsi che oggi Veltroni, il marxista metafisico, già cantore del comunismo senza essere stato comunista, canti sull’Espresso l’«America che vorrei» e voglia Gianni Letta nel suo governo.
E’ anche significativo il fatto che il suo sguardo corra così sovente agli anni della beat generation e del ‘68.
Il ‘68, celebrato come rito di liberazione dai vecchi modelli conservatori e repressivi, è stato il vento che ha sparso tra le masse tutti i veleni che la scuola marxiana (ma non essenzialmente comunista) di Francoforte aveva coerentemente elaborato.
Le masse popolari, trattenute fino a quel momento da molti ambiti di «scambio e consumo» per ragioni economiche, ma anche morali, sono divenute oggetto di un processo forzoso di «emancipazione economica ed etica» che le ha rese protagoniste di dinamiche di consumo non solo di beni materiali, ma anche culturali e dello spirito, allontanandole sempre di più dalla propria tradizione culturale e spirituale: così, instradandole verso processi di degrado sociale e morale di cui oggi ne vediamo a pieno gli esiti devastanti, le ha rese fruibili all’omologazione planetaria dei consumi e dei valori: questo è l’unico internazionalismo proletario realizzato.
Siamo stati tutti proletarizzati, cioè volgarizzati.

Oggi, dopo gli «anni bui» del conservatorismo dei «teocon» (non a caso spesso ex-trotzkisti, cioè portatori di quell’idea di rivoluzione permanente, di agitazione continua, tipica di certo spirito semitico cui Trotzkij, come don Milani, apparteneva), anni in realtà molto funzionali dialetticamente ad innescare una nuova prossima antitesi progressista, il nuovo verbo liberal si appresta sempre dialetticamente a spingere un po’ più in avanti l’equilibrio della storia raggiunto a seguito di quella «rivoluzione giovanile» degli anni ‘70.
Che a guidare la nuova crociata contro il «Global warming» sia il vice di Clinton, Al Gore, con il suo «Live Hearth», rinverdendo le utopie degli anni Settanta con il verbo ecologista, non è sospettoso?
Se gli inquinatori globali lanciano una crociata per salvare il pianeta, non sorge il sospetto che in realtà lo scopo sia un altro?
Se la nazione della «guerra globale» diverrà domani quella della «pace universale» non si sente odore di zolfo?
Che da noi, alla periferia dell’«impero», il copione di questa commedia sia affidato a Walter Veltroni, il sindaco-scrittore, terzomondista, pacifista, progressista, ecologista, trasformista stupisce?
Che fine farà Prodi?
Il «cattolico» Prodi ha fatto la sua parte di «utile idiota».
Verrà giubilato in qualche prestigioso e ben remunerato posto di inutile prestigio.
Pensiamo invece ai molti cattolici che si apprestano entusiasti ad entrare in quelle schiere, pensando che il sogno di Dossetti e l’utopia di Don Milani si sono alla fine realizzate.
Penso ai sessantenni sovrappeso, dalle vite spesso spezzate dall’esperienza del ‘68 e che tuttavia si ostinano a ricordare nostalgicamente quegli anni.
Pensiamo ai molti di loro in buona fede, che si emozioneranno alla voce tremula di Walter il «buono», credendo nella sincerità del verbo veltroniano.
L’insipienza e talvolta la malafede dei loro maestri e direttori spirituali li ha imprigionati nelle matrici teologiche del modernismo, impedendo loro di cogliere l’inganno di queste perfide suggestioni e facendo loro credere che il «regno» di Dio si stesse (o si stia) realizzando nella svolta conciliare e nell’apertura al «mondo».
Vorremmo sapere su quale Apocalisse hanno letto che la storia è indirizzata verso un futuro immancabile di pace e fraternità universale, in quale Vangelo hanno letto che il «mondo» sarà pronto ad accogliere il Cristo, a quale filosofia della storia si sono abbeverati per credere che la Provvidenza possa essere surrogata dall’idea di Progresso o che la Parusia lascerà il posto all’autoscienza dell’«umanità».

Vorremmo sapere da quale Rivelazione hanno appreso che la Chiesa avrebbe ritrovato la sua originaria purezza dissolvendosi nell’apostasia.
Nemmeno i drammatici sviluppi di questi ultimi trent’anni di storia hanno loro insegnato nulla: ancora oggi l’«Edipo spirituale» che li incatena alle icone della loro giovinezza, tra le quali sta il priore di Barbiana, impedisce loro di vedere come – di nuovo dopo gli anni Settanta – per quello strano processo di eterogenesi dei fini che accompagna il divenire storico, senza neppure accorgersene, essi stanno indirizzando la storia proprio nella direzione dalla quale dicono di voler fuggire.
Per non ripetere quella tragedia generazionale, mentre si accalcheranno nelle piazze, pateticamente abbracciati ai loro figli adolescenti a sventolare bandiere arcobaleno e ramoscelli d’ulivo e ad assistere al comizio-concerto di Veltroni il buono, forse non sarebbe male riascoltare proprio qualche altra strofa del Guccini di «100, Pennsylvania Ave»:
«E immagino tu e lui, due americani
sicuri e sani, un poco alla John Wayne,
portare avanti i miti kennedyani
e far scuola agli indiani:
amore e ecologia lassù nel Maine.
E là insegnare alla povera gente
per poco o niente, vita quasi pia,
fingendo, o non sapendo proprio niente
di quello che può ancora far la CIA,
santi dell’Occidente per gli USA, e così sia
»…
Contenti loro…

Domenico Savino


Note
1)
La Repubblica, 19 maggio 2007, «Veltroni elogia il modello Sarkozy», di Giovanna Casadio, pagina 18.
2) Il Corriere della Sera, 22 maggio 2007, «Il sovversivo» di Giovanni Belardelli.
3) Il Corriere della Sera, 15 giugno 2007, «Don Milani, profeta del Vangelo e non del ‘68», di Alberto Melloni, pagina 55.
4) Il Corriere della Sera, 29 giugno 2007, «Il nuovo puzzle delle citazioni», di Gian Antonio Stella.
5) L’Espresso, 8 giugno 2007, «L’America che vorrei» di Walter Veltroni.
6) «100 Pennsylvania Ave», Francesco Guccini, tratta dall’album «Amerigo».
7) «L’America» Giorgio Gaber, tratta dall’album «Libertà obbligatoria».
8) Walter Veltroni, «I giovani, la libertà, il socialismo» in «Roma Giovani», numero 4/5, maggio 1975.
9) Walter Veltroni, «I giovani, la libertà, il socialismo» in «Roma Giovani», numero 4/5, maggio 1975.
10) Walter Veltroni in 20° Congresso del PCI, «Mozioni, documenti, regolamento», Fratelli Spada, Roma 1990, pagina 3.
11) La Stampa, 16 ottobre 1999, «Incompatibili comunismo e libertà» di Walter Veltroni.

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(pubblicato per gentile concessione dell’Editore)

fonte: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2136&parametro=%20politica

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Chi bada alle badanti?

Avevamo segnalato la storia della badante di Monteprandone che obbligava, e picchiava, un’anziana a chiedere l’elemosina per poter giocare ai videopoker.. Ma in questi giorni, forse per il caldo, pare che questo genere di notizie si vadano moltiplicando. Come ho già avuto modo di dire, episodi isolati non devono servire a criminalizzare chicchessia, solo perché fanno il difficile mestiere della badante (e sovente per pochi soldi) o perché parenti degli anziani stessi. Ciascuno ha i suoi problemi. Ma fa tristezza, e rabbia, comunque leggere di come i nostri vecchi siano abbandonati alla mercè di individui di pochi scrupoli, od anche solo al caldo ed alla solitudine perché i parenti devono godersi le meritate “vacanze”. Abbandonati a se stessi, come i cani sulle strade. Una società non può chiamarsi civile quando cessa di avere rispetto ed amore per i suoi vecchi. Perché è una società che non ha più rispetto ed amore per se stessa. mauro

Anziano ricattato:arrestata badante

Avellino, gli ha estorto 60mila euro

3/8/2007

Alla fine ha trovato il coraggio per denunciarla e porre fine al suo tormento: un pensionato di 70 anni di Grottaminarda (Avellino), ha fatto arrestare la sua badante moldava che lo stava ricattando. Con la minaccia di farlo aggredire da alcuni malavitosi di sua conoscenza, la donna è riuscita a farsi consegnare negli ultimi due anni circa 60mila euro.

I carabinieri l’hanno ammanettata mentre riscuoteva l’ennesima somma di denaro estorta alla persona presso cui svolgeva da alcuni anni i lavori domestici. In due anni, una trentenne di nazionalità moldava di prorompente bellezza si era fatta consegnare complessivamente circa 60 mila euro da G. R., 70enne della provincia di Avellino.

Le indagini hanno anche accertato che per costringere il pensionato a pagare, la donna minacciava l’intervento di criminali provenienti dal suo paese di origine che avrebbero bruciato le numerose proprietà immobiliari che il pensionato possiede. L’arresto è avvenuto nella tarda serata di giovedì a Grottaminarda nei pressi dello stazionamento degli autobus, dove la badante aveva dato appuntamento alla sua vittima per farsi consegnare la somma di 200 euro.

GLI ALTRI ARTICOLI

fonte: http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo373632.shtml

India, la rivolta dei grandi fiumi


5/8/2007 (8:25)

GLI ESPERTI: «PEGGIORERA’»

Le alluvioni devastano il Nord Est del Paese e il Bangladesh: è disastro umanitario. Più di mille morti, circa 25 milioni di sfollati

di PABLO TRINCIA

GUWAHATI (INDIA)
Poche ore e tutto è cambiato: il fiume Brahmaputra, gigante lento e pigro che lambiva le sponde di questa città dell’India nord-orientale, circondata dalle piantagioni di the dell’Assam, si è improvvisamente trasformato in una macchina di distruzione, capace di sommergere migliaia di ettari di terreni coltivati, cancellare villaggi, e portare lo spettro della morte tra milioni di sfollati. «Viviamo da tre giorni nei pressi di un argine pericolante», dice Karia Sahni, un pescatore che ha abbandonato il suo villaggio con una famiglia di sei persone per sfuggire alle inondazioni. «Non abbiamo niente. Né sacchi di cereali, né teli di plastica, né kerosene».

Gli ospedali nelle zone circostanti, sporchi e malfunzionanti, traboccano di feriti e di persone colpite da virus batterici che causano gravi infezioni intestinali, dissenteria, febbri. Le piogge monsoniche spazzano la zona, rendendo le strade inaccessibili e i soccorsi impossibili. Solo in questo Stato, il primo bilancio delle alluvioni che dall’inizio di agosto hanno colpito l’Asia meridionale fa venire i brividi: diciannove morti, venticinque distretti allagati, quasi sei milioni di persone colpite che necessitano di cibo e medicinali.

Esteso a tutta la regione, il conteggio raggiunge cifre da apocalisse: più di mille morti e un numero di sfollati che si aggira tra i 20 e 35 milioni, stipati in tendopoli tirate su in fretta e furia o rifugiati sui tetti di case e capanne. È qui che – affamati e vulnerabili – attendono i soccorsi, mentre una fanghiglia malarica corre sotto i loro piedi trascinando via persone, animali e cose.

«Le vittime di queste alluvioni sono lasciate a se stesse – dice l’operatore di un’agenzia umanitaria – purtroppo, per ora, devono riuscire a cavarsela con i propri mezzi». Le immagini aeree catturate dalle telecamere dei media internazionali nell’India settentrionale inquadrano chilometri di un mondo quasi completamente sommerso. In alcuni punti l’acqua è arrivata a quindici metri d’altezza. Intere zone dell’Uttar Pradesh e del Bihar sono sparite, e l’agricoltura praticamente non esiste più. Secondo le prime previsioni di esperti delle agenzie internazionali, quando l’acqua comincerà a recedere, sulla terra resterà uno strato di limo che renderà impossibile la coltivazione di riso fino all’anno prossimo.

Le inondazioni hanno raggiunto anche le regioni meridionali del Nepal, dove le vittime sarebbero diverse decine. In Bangladesh, secondo gli ultimi dati, le persone colpite dalle alluvioni di questi giorni – le peggiori degli ultimi anni – sarebbero almeno 7 milioni. Nulla di nuovo, per un Paese già straziato dalla povertà, dove cicloni e altri cataclismi si danno appuntamento regolarmente. E sul cui territorio, oltre a una densità di popolazione tra le più alte del mondo, si incontrano tre grandi fiumi – Gange, Brahmaputra e Meghna – che ogni anno, con l’arrivo dei monsoni, distruggono distretti e causano morti e profughi.

La maggior parte dei 43 canali del sistema di drenaggio di Dhaka, la capitale, anch’essa in parte sommersa dall’acqua, sono bloccati. Ma ogni volta si aggiunge perdita a perdita, e questa volta la violenza della pioggia è sembrata più brutale e sterminatrice. «Le alluvioni mi hanno portato via tutto», ha detto all’agenzia Reuters Rahmat Sheikh, uno dei 2mila sfollati di un villaggio nel distretto bengalese di Siraganj. «Le mie risaie, le mie due mucche e la mia casa. Non c’è più nulla. Non so come faremo ora a sopravvivere».

Gli fa eco Vimal Rai, un sopravvissuto del distretto di Muzaffarpur, nello Stato indiano del Bihar: «Abbiamo mangiato riso, sale e peperoncini per cinque giorni consecutivi, bevendo acqua contaminata e dormendo all’addiaccio. L’amministrazione locale non ci ha dato alcun aiuto». In alcuni casi, il ritardo nei soccorsi ha causato scontri tra sfollati e forze dell’ordine. In Bihar una persona è morta e venti sono rimaste ferite. Le agenzie umanitarie internazionali hanno lanciato l’allarme e iniziato a distribuire i primi aiuti. Ma è una corsa contro il tempo. Per l’inizio della prossima settimana sono previste nuove piogge.

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200708articoli/24414girata.asp