Lucio Battisti: i giorni segreti


Lucio Battisti era fatto così: prendere o lasciare. O amavi la sua musica, o la disprezzavi. Ma non potevi ignorarla. Erano gli anni ’70. I favolosi anni ’70, in cui tutto accadeva e che tutto sembrava dovesse cambiare. E la musica di Lucio non era politicamente collocabile, in questo pari a Baglioni, per cui a me, che piaceva, veniva rimproverata una scelta sbagliata, una scelta che sapeva di qualunquismo, decadenza, e posizioni di destra.
Ma la musica, e le emozioni, non appartengono alla destra o alla sinistra. E Battisti era segretamente amato, canticchiato, ricordato da molti, molti compagni che allora, a parole, lo disprezzavano.
Pubblichiamo qui un suo ritratto, forse il più umano che sia mai stato scritto su di lui. Lui che con la sua musica era grande. Anzi, proprio disumano.
mauro

I giorni segreti

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di Mattia Feltri

lucio1c.JPG (9737 byte)Il medico disse: “Glomerulonefrite”. Lucio Battisti se ne stette un po’ lì, in silenzio , corrugando la fronte, con le sopracciglia incrinate verso il basso . Il medico lo lasciò riflettere qualche istante. “Vede , signor Battisti, la glomerulonefrite è un’infiammazione ai tessuti dei reni. Si tratta di un apatologia piuttosto seria che in qualche circostanza compromette gravemente la capacità di flitrazione dei reni. Mi dispiace, ma questo è il suo caso. I suoi reni non funzionano più come dovrebbero. E purtroppo funzioneranno sempre peggio”. I reni. Non era la prima volta che aveva guai ai reni. Ma non poteva immaginare quanti ancora ne avrebbe dovuti sopportare e quanti ancora, di altra natura, ne sarebbero discesi. Guardò il medico e gli chiese che cosa sarebbe successo, ora. Dialisi , gli fu risposto. Presto bisognerà cominciare con la dialisi e bisognerà continuare sinchè non ci sarà la possibilità di un trapianto , ma è molto difficile trovare organi e lo è di più trovarne di compatibili; eppoi può anche capitare che il corpo rigetti il rene estraneo, per quanto possa essere compatibile.

Lucio Battisti scoprì tutto questo molto tempo fa. Era l’inizio degli anni Ottanta. Era già scomparso dalla circolazione. non rilasciava più interviste nè accettava spettacoli dal vivo. Niente inviti alla tv nè trasmissioni alla radio. Con Mogol, cioè con Giulio Rapetti, l’uomo che aveva scritto i testi di tutte le sue canzoni, di ogni grande disco e di ogni grande successo, aveva rotto da tempo. Viveva già a Molteno, allora provincia di Como, oggi provincia di Lecco. Precisamente, viveva nella frazione di Dosso di Coroldo, che da quelle parti chiamano “il dormitorio dei ricchi”: quattordici ville immerse in un bosco di faggi , circondate da un’unica grande staccionata che, con il contributo di una fitta e alta siepe e di molte piante, preclude la vista dei curiosi. Un ringhioso custode ha il dominio dell’unico ingresso del residence e quindi della sbarra che si alza solo per pochissimi autorizzati. Naturalmente, anche per Lucio Battisti.

Probabilmente quel pomeriggio, dopo aver lasciato il medico per tornarsene a casa con la netta coscienza della malattia, ricordò con precisione tutti i giorni che, anni prima, aveva trascorso a letto, febbricitante, con un violento dolore ai fianchi e un diffuso malessere in ogni arto. Era un ragazzo. Fu colpito da un’insufficienza renale. Lo curarono e credettero di averlo guarito. Qualche volta succede e successe a Lucio Battisti , perchè il virus gli restò avvinghiato dentro per riesplodere tempo dopo, rafforzato da una lunghissima e indisturbata incubazione, ormai quasi invincibile. E quando gli telefonarono dalla Francia per fargli coraggio, perchè il rene c’era e si poteva fare il trapianto, e la speranza di una vita normale era davvero lì, distante solo poche ore, lui avvertì la moglie, Grazia Letizia, e insieme prepararono le valigie.

***

Grazia Letizia ha gli stessi anni di suo marito. Per la precisione, è di qualche mese più giovane. Lucio nacque il 5 marzo 1943, a Poggio Bustone, in provincia di Rieti. Fu la levatrice ad andare a casa Battisti, dove una donna, Dea, gemeva per le doglie e un uomo, Alfiero, impiegato del Dazio, sudava per la tensione. Alle 13.30 la levatrice accolse il bambino dal ventre della madre nelle proprie braccia , e le due donne sentirono un acuto strillo di un bimbo sano; e tanto bastava, anche se non sapevano che quella voce, così spiegata e stridula , sarebbe rimasta sempre una lametta da barba, come disse Lucio Dalla, cioè una voce d’emergenza, che fa della necessità una originalità assoluta: avrebbe fatto curve, sarebbe andata su un gradino, per impennarsi e subito abbassarsi, poi sussurrare e arrivare tortuosamente a quella che è la comunicazione ideale; la voce opposta a quella del grande cantante. Ma che pure fece di Battisti un immenso cantante.


afor1.JPG (8048 byte)Il ventuno luglio, quando Lucio aveva vissuto quattro mesi e sedici giorni, a Limbiate, in provincia di Milano, nacque Grazia Letizia Veronesi. Sarebbero trascorsi venticinque anni prima che si conoscessero; ventisei prima che si fidanzassero; ventinove prima che toccasse loro sentire il pianto di un neonato, Luca, figlio unico; trentatrè prima che fossero uniti dal matrimonio e cinquantacinque prima che fossero divisi dalla morte. Nel 1968, quando si strinsero la mano per la prima volta, lei era una segretaria del Clan di Adriano Celentano; lui stava cominciando ad assaporare la melassa del successo sopratutto grazie a “29 settembre”, canzone che aveva scritto con Mogol nel 1966 e che l’anno seguente fu cantata dall’Equipe 84. Un pomeriggio, Lucio si era seduto davanti a uno dei pianoforti della Numero Uno , la casa discografica per la quale lavorava, e intonò “29 settembre” per Maurizio Vandelli, leader dell’Equipe, al quale voleva proporre questo suo ultimo lavoro. Vandelli sedette vicino a Lucio, col gomito appoggiato a un tavolino e il palmo della mano sotto al mento. Dopo poche note, balzò in piedi:”Lucio , rifalla, rifalla un po’…”. Fu incisa, poi l’Equipe prese a girare per una serie di spettacoli in tutta Europa, ma una sera squillò il telefono della camera d’albergo di Vandelli; un discografico gli ordinò di rientrare, e pazienza le querele per i contratti non rispettati:”29 settembre” era prima in classifica , si poteva fare il botto. “Facemmo ritorno in Italia, e ad accoglierci c’era una moltitudine di ragazzi impazziti. Chi gridava i nostri nomi, chi sveniva,chi si strappava i capelli. Fu un piacevole choc che ci capitò di punto in bianco”, ricorda Vandelli. E’ stato allora che Battisti iniziò a pensare di essere il più bravo di tutti. E iniziò a pensare di poter cantare, da sè le proprie canzoni. Ed è stato allora che si innamorò di Grazia Letizia. questi due eventi cambiarono la sua vita.

***

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Così quando dalla Francia lo chiamarono per avvertirlo che tutto era pronto per il trapianto del rene, lui non potè fare altro che dirlo a Grazia Letizia, e lei gli strinse le mani per fargli coraggio. Partirono insieme per Parigi. Fu ricoverato. Trascorse la notte in clinica, e la mattina successiva fu portato in sala operatoria. L’operazione riuscì perfettamente, nei tempi e nei modi che i chirurghi si erano prefissati. Non restava che aspettare le risposte del fisico di Battisti, ma i presupposti, come informarono i medici, erano confortanti. Purtroppo l’ottimismo durò poche ore. Ci si accorse ben presto che qualche cosa non stava andando come si sperava. Battisti soffriva, aveva la febbre , il suo corpo cominciava a dare i primi inequivocabili segnali di rigetto. Si attese tutto il tempo che si poteva attendere, poi non ci fu più alternativa. Nel giro di pochi giorni, Battisti fu nuovamente anestetizzato e nuovamente operato, stavolta per l’espianto. Se ne tornò a Molteno con una lunga cicatrice, più malato di prima, e con la prospettiva di un destino da dializzato. Lui e Grazia Letizia decisero di raccontare a nessuno del fallito trapianto.

L’illustre paziente Lucio Battisti, gli ultimi anni della sua vita, raggiungeva il reparto di nefrologia dell’ospedale di Lecco un giorno sì e un giorno no. Lì si sottoponeva a estenuanti sedute di dialisi. Veniva adagiato su un lettino. Numerosi aghi gli venivano infilati nelle braccia e nelle gambe; gli aghi erano collegati a una quantità di tubicini che avevano per meta un rene artificiale. Il sangue, aspirato dalle vene, si incanalava nei tubi e veniva convogliato nel rene artificiale per essere depurato dalle scorie che il corpo di Battisti non era più in grado di depurare. Lui si informava su tutto. Voleva sapere come funzionava quella macchina, quali erano i danni provocati dalla circolazione esterna del sangue, quanta gente, come lui, doveva subire quel tormento. Se ne restava buono sul lettino per tre, quattro ore, con un infermiere a fianco. Parlavano. E intanto teneva d’occhio il saliscendi del sangue, ne controllavano l’ingresso nel rene metallico, poi l’uscita, la differenza di colore. Soprattutto, bisognava stare molto attenti che non si formassero bolle d’aria nei tubicini, perchè ne sarebbe conseguita un’embolia. Battisti non si distraeva un attimo. Ma accettava di chiacchierare con l’infermiere. Di tutto. Tranne del suo passato.

Lucio Battisti decise di farla finita con il passato nel 1982, quando concesse l’ultima intervista, che pensò di regalare alla Radio svizzera. Il 1982 fu un anno importante. Battisti e Mogol si erano stretti la mano e avevano concluso che la loro collaborazione doveva interrompersi dopo tre lustri di successi senza precedenti e poi insuperati. Non ci fu un vero motivo. Si è a lungo parlato di problemi di proprietà, poichè Mogol alloggiò nella villa di Dosso di Coroldo confinante a quella di Battisti. Lo stesso Mogol ha ammesso punti di vista divergenti sui diritti delle canzoni di cui Lucio componeva la musica e lui il testo. E qualcuno ricorda il “vaffanculo” che come una lapide si posò su quella lunga amicizia. “Ma l’ultima volta che l’ho visto , un anno fa, ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. Ci eravamo accorti che ormai non sapevamo più perchè avessimo smesso di lavorare assieme”, ha ora raccontato Mogol.

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E invece, forse, Battisti lo sapeva in ogni dettaglio. E non mancò di spiegarlo a tutti. Con Mogol aveva pianto nei microfoni gli occhi azzurri, le bionde trecce, gli amori dissolti , le distanze abissali, i cieli immensi, le colline dei ciliegi , le discese ardite; aveva sospirato per la donna tradita, e per la donna traditrice , per la donna casta e per la donna in vendita, per la donna sfavillante e per la donna sconfitta. Messaggi chiari, limpidi, amabili, orecchiabili, fischiettabili, facili e avvolgenti. Messaggi che diventarono inni e che si tradussero in milioni di dischi venduti, nel delirio degli ammiratori, nell’invidia dei colleghi, nelle celebrazioni anche un po’ livorose della stampa. Messaggi che culminarono nel 1970, con un dominio devastante: le sue canzoni rimasero in classifica per quarantaquattro settimane su cinquantadue. Spesso con più di un pezzo: per trentaquattro settimane con i brani da lui interpretati: per venticinque con “Insieme”, regalata a Mina; per dieci con “Per te”, concessa a Patty Pravo. “Oggi sono l’unico . Tutti gli altri vengono dopo”, disse. Ma tutto questo, appunto era il passato.

“Mi sono reso conto che fare l’ermetico crea meno problemi, mentre parlare un linguaggio semplice ti espone a maggiori possibilità di essere giudicato. Più gente ti capisce, più hai potenziali giudici di ciò che fai”. Questo disse Battisti quando cominciava a dubitare del lavoro di Mogol. E quando si persuase definitivamente della necessità di ricominciare da capo, in quel 1982, aggiunse:”Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più perchè un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”.

Così Battisti si risolse di tacere. con i giornalisti era necessario tacere di tutto; con gli amici bastava tacere del passato, per parlare solamente del futuro. E fare cose nuove, con testi per nulla immediati, quelli che prese a confezionargli il poeta Pasquale Panella, e con una base elettronicae anonima, perchè alla fine emergesse niente altro che l’anima, spoglia di qualsiasi futile ornamento, della sua musica. Ecco perchè Mogol non serviva più. Ed ecco perchè non servivano più i concerti, i lanci promozionali alla radio e alla tv, le foto sulla copertina dei dischi.

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A Molteno , nel dormitorio dei ricchi, niente più gli ricordava il passato. Abitava una bella casa di circa cinquecento metri quadrati, con un giardino di seimila. Bella, ma niente di eccezionale. Niente per un uomo che guadagnava quattro-cinque miliardi all’anno. La si raggiunge attraverso un lungo vialetto immerso nel verde. La villa confina con un declivio da dove comincia il bosco, in cui Lucio amava passeggiare e che amava accudire. Da un giardiniere si era fatto spiegare come e quando si potano gli alberi d’alto fusto; e lui si appendeva ai rami, armato di tronchesi e seghe e quanti altri arnesi servissero per restituire la salute a piante che giudicava non sufficientemente rigogliose. Poi si occupava delle rose, dei gerani, dei tulipani che correvano lungo le siepi e ornavano il prato, che lui stesso manteneva verdeggiante e curato, e in mezzo al quale era stata edificata una casetta quadrata, in gran parte di vetro, in minor misura di legno. Dentro Battisti aveva allestito una piccola sala d’incisione, indispensabile per non disperdere le idee e i lampi che lo potevano cogliere in qualsiasi momento. Oltre agli strumenti, ai registratori, ai sintetizzatori e a tutto quanto gli era necessario a tradurre l’ispirazione in melodia, nella casetta aveva installato biliardo, per pause di lavoro in compagnia, e un’ampia poltrona, per pause di lavoro più solitarie.

Poi l’abitazione. L’ingresso consente soltanto la vista sul grande soggiorno. Chi vi entrasse, rimarrebbe colpito dalla totale assenza di oggetti che possono restare impressi. Alle pareti, pochi quadri da lui dipinti e poche riproduzioni dei capolavori della pop art: opere di Andy Warhol , di Oldenburg, di Lichtenstein. Un salotto qualsiasi, dai muri integgiati di marrone chiaro, vagamente adornati da qualche lista di legno; con un tavolino al centro di un divano e di alcune poltrone sobriamente foderate di un tessuto chiaro. Un televisore moderno, dotato di maxischermo e collegamento con l’antenna parabolica che Battisti aveva fatto impiantare sul tetto e che i vicini di casa disprezzavano a causa dell’invadenza con cui si imponeva allo sguardo, tra i faggi del Dosso. Ma Battisti non se ne crucciò affatto, perchè il gusto per un ricco zapping era superiore alla preoccupazione per il gusto dei vicini.

Oltre al televisore, c’è un vecchio pianoforte, appoggiato a un parete, che tuttavia in poche circostanze ebbe l’occasione di far sentire il proprio suono ai rari ospiti del signor Battisti. Sui mobili , un numero risibile di suppelletili, e di nessuna pretesa. Il piano terra si completa con un bagno e con la grande cucina, anch’essa attrezzata non oltre le ragionevoli pretese di una casalinga ragionevole ; ma è una cucina da cui si gode, tramite un’enorme finestra, del trionfio del bosco. E la vista della piscina che Battisti aveva di recente fatto costruire come rimedio alla calura e per la quale aspettava il condono edilizio.

Una scala conduce al piano superiore, destinato alle stanze da notte. Era in una di quelle stanze che Lucio Battisti trascorreva molte ore alla tastiera del computer; specie per navigare in Internet, con la perizia che sapeva raggiungere in ogni sua passione. E quella per i computer non era certo nuova. I suoi amici della Numero Uno – la casa discografica che fu di Bruno Lauzi, dei Dik Dik, dell’Equipe 84 – a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta lo guardavano come un marziano mentre si industriava attorno ai mastodontici cervelli elettronici dell’epoca, maneggiando schede forate, premendo tasti e tirando leve come non avesse fatto altro nella vita. E non fu da meno il loro stupore quando, smentendo platealmente la reputazione di tirchio che si è sempre portato appresso, Battisti investì una notevola somma per acquistare uno dei primi personal computer in commercio, con il quale intendeva specializzarsi nell’utilizzo dei rpogrammi destinati alla creazione di musica; vi riuscì presto.

“Non c’è niente da fare, è sempre stato più avanti di tutti noi”, ammette Pietruccio Montalbetti, componente storico dei Dik Dik. “Era un gran curioso, uno che voleva sapere tutto, che ci teneva a esser sempre presente, ad aver tutto sotto controllo, che aveva il senso, anzi il gusto della precisione”, osserva Bruno Lauzi. E’ per questi motivi che, quando ancora era un semplice autore, già noto ma non celebre, Battisti non si limitava a compilare un pentagramma, ma interveniva sulla scelta degli strumenti, sui mixaggi, sulla qualità della registrazione; gli capitava spesso di interrompere gli artisti che stavano incidendo una sua canzone perchè, a suo modo di vedere, che poi considerava il modo migliore, stavano sbagliando l’intonazione. Così un giorno mandò fuori dai gangheri un produttore, scocciato da tutto il dimenarsi e da tutta la saccenteria di quel tipetto grassottello e riccio, e sbottò :”Ma lei chi cazzo è?”. “L’autore, perchè ?”. “Perchè se è tanto bravo a trovare gli errori e a dare consigli, se li canti lei i suoi pezzi”. Per fortuna, stavolta fu Battisti a raccogliere un suggerimento. E pochissimi anni dopo , nel 1969, avrebbe concluso:”Fra la canzone che incido io e quella che faccio incidere c’è la stessa differenza che esiste fra un bacio dato e un bacio spedito per telefono”.

***

L’ultimo bacio della sua vita , Lucio Battisti l’ha ricevuto all’alba del 9 settembre 1998. Grazia Letizia era statafoto23.jpg (8809 byte) svegliata nel cuore della notte dai medici dell’ospedale San Paolo di Milano. Le dissero che la sua presenza era indispensabile. Arrivò con le occhiaie che solo l’insonnia e il dolore possono dare. Le spiegarono la situazione e lei si chinò sul marito, coi lunghi capelli striati di grigio ad accarezzare il volto itterico del marito agonizzante, sedato oltre ogni limite, ormai interamente privo di coscienza. Malgrado la lunga malattia e malgrado le complicazioni più recenti, il crollo finale era arrivato all’improvviso, lasciando impreparati e smarriti Grazia Letizia e il figlio Luca. Le condizioni di Lucio Battisti si erano seriamente aggravate negli ultimi due anni. Le sedute di dialisi, per quanto sono sfiancanti e per l’innaturale purificazione a cui sottopongono il sangue, avevano ulteriormente indebolito il fisico del paziente. Oltre alla glomerulonefrite, gli era stato diagnosticato il “linfoma di non-Hodgkin”, cioè una malattia neoplastica del sistema linfatico; in parole povere, un tumore maligno. La dialisi non bastava più. Era necessario ricorrere alla chemioterapia, ma ci si era resi conto ben presto che Battisti ne riceveva benefici limitati. Tuttavia, quando la notte fra il 21 e il 22 agosto il male lo costrinse a farsi accompagnare in auto alla clinica Capitanio, mentre la sbarra del Dossi si alzava davanti a lui, non pensò di girarsi per salutare la casa e i faggi.

***

“Furono tempi durissimi”, disse Battisti ricordando dell’altra volta in cui partì senza guardare indietro. Era il 1963. Aveva diciannove anni, un diploma di perito industriale e nessuna voglia di investire il futuro in un ufficio. Timido com’era, mentre gli amici uscivano con le ragazze, lui se ne restava in disparte, crogiolandosi con la chitarra che il padre si era già pentito di avergli regalato. Era stato l’elettricista di Poggio Bustone, un tipo con velleità da musicista, a iniziare Battisti. Ma il ragazzo s’era presto emancipato da quel maestro, perchè pensava di poter far meglio da solo, con i manuali e con la pratica. Se ne andava per le strade del paese, con un cugino che aveva ereditato un mandolino sgangherato, e insieme strimpellavano con l’aria dei perdigiorno. Altro che perdigiorno, disse Lucio al babbo, io con la musica ci voglio campare. E quello, al culmine della disperazione, prese la chitarra, la sfasciò in testa al figlio e gli procurò un appuntamento alla sede dell’Ibm di Roma. Ma Lucio si presentò al capo del personale e gli disse chiaro e tondo che non aveva nessuna intenzione di essere assunto, che sarebbe diventato un cantante e che si regolassero loro. Una settimana dopo, con la chitarra nuova a tracolla, era sulla statale per Roma a fare l’autostop.

La regola che vale per tutti non ebbe eccezioni per Lucio Battisti: gli inizi sono sempre una disperazione. A quel ragazzo che sarebbe diventato celebre per le capacità innovative, oltre che per i foulard e l’abbigliamento che si può benevolmente definire disinvolto, toccava suonare in divisa quasi bandistica canzoni di vent’anni prima. Ma almeno era un primo passo, e anche retribuito. Il complesso era quello dei Mattatori , e da lì Battisti passò come chitarrista ai Campioni di Tony Dallara, gruppo assolutamente noto. Era soprannominato “Cucciolo”, anche se difficilmente rinunciava ad approcci ombrosi e anche se nulla frenava la sicumera che, più avanti, avrebbe persino ostentato. Era ancora nei Mattatori, quando una sera d’estate a Ostia – aveva appena finito lo spettacolo – sedette a un tavolino del bar con Alberto Radius, musicista che sarebbe poi approdato alla Numero Uno. Radius gli disse:”Nel giro di qualche anno diventerai il più grande di tutti”. E lui:”Lo so, perchè infatti lo diventerò “. Talvolta si giustificava:” Il mio difetto peggiore è dire sempre quello che mi passa per la testa, e siccome quello che mi passa per la testa è frutto di un ragionamento che io non spiego, sembro più spietato di quel che sono”.

Ne sa qualche cosa Christine Leroux, una talent scout francese abituata a trattare con Charles Aznavour . Battisti si era trasferito a Milano, in cerca dell’occasione giusta, stufo di girare locali per suonare musica che non apprezzava. Quel pomeriggio del 1965 Christine Leroux, passeggiando per i corridoi della Cgd, fu attratta da una voce “strana, indefinibile, che mi diede un fremito”. Era Lucio Battisti, in attesa di un colloquio, che provava e riprovava la sua canzone. Christine scostò appena la porta e rimase lì, ammutolita e abbagliata, ad ascoltare quel ragazzo che stava collezionando un rifiuto dietro l’altro. “Rimasi paralizzata, come quando incontri una persona e ti rendi conto che la aspettavi da tutta la vita”. Lo presentò subito a Mogol, ma il paroliere, già affermato, non si entusiasmò affatto:” Mi fece sentire tre pezzi. Dio come sono brutti , gli dissi…”. Battisti non negò. Mogol decise di concedergli altre possibilità, ma soprattutto per cortesia nei confronti di Christine, una vecchia amica. “Io apprezzavo moltissimo la sua voce, ricordò la ragazza anni dopo, e anche nei suoi pezzi c’era qualcosa di davvero interessante. Sentivo che Lucio aveva qualcosa da dire, ma nessuno era del mio stesso parere. Fu difficile inserirlo”.

Alla fine Christine vi riuscì. In coppia con Mogol, Battisti seppe dimostrare ciò di cui era profondamente sicuro: di essere il migliore. Così, una sera, Lucio e Christine si diedero appuntamento in un locale perchè era il caso di brindare al grande successo di un ragazzotto che pochi mesi prima suonava da solo, spaventatissimo, in una sala d’aspetto. Solo lui poteva rovinare quell’incontro, dicendo, una volta di più, quel che gli passava per la testa:” Guarda , Christine, io sono un genio. Se non mi avessi scoperto tu, mi avrebbe scoperto qualcun altro”. Christine rimase un’altra volta paralizzata. “Fu la più grande delusione della mia vita. In fondo sono stata la prima a credere in lui”. Non si videro mai più. A Christine è rimasto ben poco di Battisti: una bambolina di plastica e la certezza che quello era un uomo incapace di dare, se non cantando.

Naturalmente non era vero. O almeno non lo è per chi lo ha conosciuto e frequentato fino all’ultimo. Grazia Letizia, per esempio, non può che pensare alle serate autunnali, quelle più tiepide, quando lei e suo marito andavano in giardino con i rastrelli per raccogliere tutte le foglie cadute dai faggi. Poi sedevano sullo sdraio, col maglione indosso, bevendo un bicchiere di vino rosso e mangiando un panino col salame. Allora capitava che qualche amico telefonasse per salutare, e Lucio rideva:”Siamo nel prato, seduti e stanchi, come due pensionati”.

***

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Fra i medici, gli infermieri e tutto il personale dell’ospedale San Paolo si sparse rapidamente la voce del ricovero di Lucio Battisti. Alla clinica Capitanio avevano capito immediatamente di non aver i mezzi adeguati per affrontare un caso disperato come quello di Battisti. Non gli negarono che la situazione concedeva pochi motivi di essere ottimisti. Fu lo stesso Battisti ad indicare nel San Paolo l’ospedale in cui, grazie, all’amicizia con il direttore sanitario, Franco Sala, poteva essere curato senza la scocciatura dei giornalisti. Venne ricoverato nel reparto di medicina, in una stanza singola, dove nessuno potesse chiedergli l’autografo, dove una guardia giurata vigilava alla porta per prevenire le incursioni dei fotografi. Ma qualche impiegato non resisteva alla tentazione di spiare dal vetro per vedere in faccia il genio della canzone, la leggenda che si era ritirata a curare un bosco di faggi per evitare la scocciatura della notorietà. Furono processioni silenziose e, almeno i primissimi giorni, incessanti. Ma il volto rugoso e pallido di Battisti, i suoi capelli una volta ricci, ora grigiastri e deboli, sparsi sul cuscino, il suo corpo intubato, il suo sguardo affannato, tutto ciò non procurava nessuna emozione, ma soltanto grande tristezza. Qualche giorno più tardi, davanti al plotone dei cronisti muti, Franco Sala avrebbe annunciato la morte, parlando di “intervenute complicazioni in un quadro clinico severo sin dall’inizio”. Erano trascorse soltanto poche ore dall’insorgere di quelle “complicazioni”. Il tumore, annidato nei reni, si era diffuso al fegato e ai polmoni. Poi, quell’ultima notte, Battisti fu aggredito da una violentissima aritmia cardiaca. Il cuore non reggeva più alle sollecitazioni delle cure e della malattia. Fu richiesto l’intervento d’urgenza del cardiologo, che si precipitò nel reparto di rianimazione, dove Battisti nel frattempo era stato trasferito e dove giaceva assieme ad altri tre pazienti. Quando entrò nella stanza , il medico guardò i volti dei quattro malati. Quello di Battisti, completamente sfigurato, non seppe distinguerlo.

fonte: http://web.tiscali.it/Battisti/

English version
http://welcome.to/luciobattisti
His songs seem to cut across generational differences finding success with young and old alike. Luckily, his catalogue is well-documented and will provide countless years of listening pleasure. Songs like “Acqua azzurra, acqua chiara” will always be with us and for that we can be grateful and continue to appreciate his talents.

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La canzone del sole

Mi ritorni in mente

Il mio canto libero

I giardini di Marzo

Innocenti evasioni

Ancora tu

Comuque bella

Una donna per amico

Prendila così

Una giornata uggiosa

Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi

E penso a te

Con il nastro rosa

Emozioni

Acqua azzurra acqua chiara

Un’avventura

Vento nel vento

Dieci ragazze

Anche per te

La metro eccetera

La bellezza riunita

Estetica

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5 responses to “Lucio Battisti: i giorni segreti”

  1. skakkina says :

    Un bel ricordo e un bell’omaggio. Non sopporto le “letture politiche” ai danno di chi politica non la fa, e nella fattispecie non la canta. L’arte è arte e Battisti era un artista.

  2. Anonymous says :

    D’accordo su tutta la linea, ska. L’arte è arte. Non si discute.
    mauro

  3. salfer says :

    O pianto per lucio più di quanto piansi per i miei cari.
    Anche non conoscendolo di persona, con le sue canzoni a fatto e fa parte ancora della mia vita.
    nella mia bara o messo da parte un suo disco.Pensieri e Parole.

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