Archivio | agosto 6, 2007

Napolitano e i precari

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

6 Agosto 2007

V_day_multietnico.jpg
foto di guerrillaradiobloggo

La Presidenza della Repubblica mi ha scritto per ringraziarmi “vivamente” per il libro “Schiavi Moderni”.

Il Capo dello Stato è d’accordo con i precari. E’ una buona notizia. Napolitano può fare molto per cambiare le cose. Per esempio comprare diecimila copie del libro da distribuire a Confindustria. Qualcuno forse si vergognerà di esternalizzare il rischio sui ragazzi e di internalizzare il profitto sul conto corrente.

Scaricate e fate circolare “Schiavi Moderni”. E’ arrivato a 170.000 copie, ma non basta.
Pubblico una storia sulla generazione perduta.

“Sono stanca di stare tra i precari, ma ci sto con dignità. Ho 33 anni, una laurea in sociologia appesa alla parete in casa dei miei… una loro piccola vittoria! Ho debuttato nel mondo del lavoro in un call–center aprendo la partita Iva, poi come segretaria con contratto co.co.co. tra l’altro non più rinnovato causa “crisi economica” (500 euro al mese per 40 ore settimanali). Altre piccole esperienze tanto per non pesare ai genitori. Nel frattempo ho preso il tesserino di pubblicista, perchè il mio sogno nel cassetto “era” fare la giornalista sportiva… Sono finita nel ristorante di un mio parente con contratto a progetto per 800 euro. A questo punto ho deciso di fare il grande salto: vivere da sola, anzi insieme a un’amica, pur non avendo le famose certezze, ma un affitto al passo dei tempi! Stanca di lavorare sempre e solo la sera ho di nuovo cambiato per lavorare in un negozio di abbigliamento come commessa, finalmente assunta, ma part-time: 25 ore a settimana per 600 euro, non male! Ma abbastanza frustrata. Alcune sere arrotondavo nel ristorante. Ora mi trovo in una delle più grandi società di telecomunicazioni italiana, nella speranza di essere assunta a tempo indeterminato. L’occasione mi è stata data da un amico di famiglia forse perchè mi è riconoscente di essere stata una brava baby-sitter per sua figlia, gli euri sono quelli della media, 5,11 euro l’ora… contratto co.co.pro. rinnovabile ogni 3 mesi per la fantastica cifra di 900 euro al mese, fortunata perchè mi vengono retribuiti anche gli straordinari 5 euro l’ora…
Vorrei andarmene da questo Paese…”

C.D. 21.02.2006 16:08


V-day:
1. Partecipa e sostieni il V-day
2. Inserisci le tue foto su www.flickr.com con il tag Vaffa-day
3: inserisci tuoi video su www.youtube.it con il tag Vaffa-day
V_day_Caselli.jpg

Prodi, vacanza e lite con il sindaco

Che bel siparietto estivo. Prodi che va in vacanza pensando (giustamente) di ritagliarsi uno spazio privato nel quale respirare (ne abbiamo diritto tutti), e la sindichessa forzista (manco a dirlo) si inviperisce per il mancato avviso dell’illustre “vacanziero”. Ohibò! Quale mancanza di rispetto, e l’etichetta ecc. ecc.
Sorge un dubbio: non è che la suddetta prima cittadina di Castiglion, saputa la sua presenza, si sia sfregata le mani pensando: “mò pianto su un casino..” a puri fini elettorali?

E quanto agli avvisi, si faccia illuminare dal suo “patron”, il berlusca, che lui sì che se ne intende!
mauro

«Il presidente del Consiglio è stato maleducato: prenda esempio da Amato». La replica: «Non tocca a me dare il benvenuto»

<!–

–>

Monica Faenzi
Monica Faenzi

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA – «Tocca al sindaco salutare per primo». «No, è il capo del governo che dovrebbe avvertire quando viene in vacanza». Questione di punti di vista. Di certo, quelli di Romano Prodi e Monica Faenzi non coincidono. Quest’ultima, primo cittadino di Castiglione della Pescaia, si era lamentata per il fatto che il premier fosse arrivato nel borgo turistico della Maremma «senza nemmeno un saluto». «È in vacanza nel mio Comune – aveva dichiarato il sindaco forzista – e non mi degna nemmeno di uno sguardo».

BENVENUTO TOCCA AL SINDACO – Il giorno dopo Prodi prova a smorzare sul nascere la polemica estiva: «È veramente una cosa non grave. Io sono in vacanza e continuo la mia vacanza». E ai giornalisti che tentano di ottenere qualcosa in più, il premier aggiunge: «Sono stato in vacanza in tantissimi posti in Italia. Sempre e ovunque, dall’Alto Adige alla Sicilia, il sindaco, di qualsiasi colore politico fosse, mi ha sempre dato il benvenuto, o è venuto a visitarmi, oppure mi ha telefonato o ancora mi ha mandato due righe. Questo, indipendentemente dal colore politico. Io qui non mi ero e non mi sono curato di sapere di che colore politico è il sindaco – garantisce Prodi – l’ho saputo dai giornali tre giorni fa. E veramente non mi spiego…», riferendosi al disappunto manifestato dalla Faenzi per il mancato saluto del premier al suo arrivo a Castiglione della Pescaia. Ma Prodi insiste: «In quale Paese del mondo – si chiede retoricamente il premier – se arriva il Presidente del Consiglio o della Repubblica il sindaco non dà un segno, un sorriso, un benvenuto?».

PRODI PRENDA ESEMPIO DA AMATO – Ma la Faenzi non ci sta e contrattacca: «In quale paese del mondo, se arriva il presidente del Consiglio, il sindaco del luogo lo apprende dai giornali? Prodi è stato maleducato». «È difficile – aggiunge il primo cittadino maremmano – dare il benvenuto a chi si presenta in casa altrui senza avvertire». La stessa Faenzi aveva diffuso una nota, precedente alla replica del presidente del Consiglio, in cui sosteneva che «Prodi dovrebbe prendere lezioni di stile da Amato» il quale «in vacanza a Orbetello, ha sempre mantenuto buone relazioni con i sindaci di centrodestra». «Non è chiara la posizione di Romano Prodi – affermava il sindaco nella nota -: il presidente del Consiglio viene qui in vacanza in forma privata oppure come rappresentante dei suoi partiti? Se si ricordasse che ha una carica istituzionale e che rappresenta tutti gli italiani, si renderebbe conto di avere solo due alternative: o fare vita ritirata senza incontrare pubblicamente nessuno, oppure intrattenere con tutti buoni rapporti». «Prodi – proseguiva – ha continuato e continua evidentemente a ‘lavorare’ anche in Maremma: ha incontrato pubblicamente esponenti del centrosinistra con una formidabile caduta di stile nella sua carica di presidente del Consiglio. E a questo punto, certo, ha suscitato la mia indignazione, politica e non personale, visto che sarebbe stato almeno un gesto di buona educazione salutare con una lettera o una telefonata il sindaco della città che lo ospita, pur se di centrodestra».

La tragedia del Sud-est asiatico: Dieci milioni di bambini in pericolo

Le piogge monsoniche stanno calando, è tempo dei primi bilanci sul campo
Colpite almeno 35 milioni di persone. Rischio epidemie. L’assalto alle provviste


Allagamenti nel Bangladesh

PATNA (INDIA) – Dieci milioni di senza tetto, 35 milioni di persone fra cui 10 milioni di bambini in pericolo. E’ questo il bilancio delle tre settimane monsoniche che hanno spazzato l’Asia con una violenza, in molte zone, senza precedenti. E mentre in India, Bangladesh e Nepal i fenomeni si attenuano ed affiorano i drammi delle popolazioni, le piogge continuano a fare danni in Vietnam. Nella zona centrale del paese si contano nove morti, quindici persone scomparse e migliaia di sfollati. Le piogge, in questa parte dell’Asia, hanno superato i 400 millimetri, con venti prossimi ai 60 Km orari, prima che la depressione all’origine delle piogge dirigesse a Nord, verso il Golfo del Tonchino.

Intanto nelle zone abbandonate dai monsoni i disperati colpiti dalle ingiurie del clima si sono trovate a combattere per un po’ di provviste alimentari, secondo quanto riportato da fonti ufficiali dei paesi coinvolti e dalle stesse organizzazioni umanitarie accorse nei luoghi del disastro.

Nel distretto di Begusarai dello stato indiano del Bihar, centinaia di persone che hanno trovato una dimora di fortuna in rifugi improvvisati di tela e bambù, issati su argini di fango, si accatastavano l’una sull’altra ogniqualvolta un elicottero provava ad atterrare per portare provviste. Nel nord dello stato, nelle ultime ore 4 elicotteri hanno portato migliaia di sacchi di riso, farina, zucchero di palma, sale, oltreché di fiammiferi e candele. Ma la domanda supera largamente l’offerta e nella corsa all’approvvigionamento si rischia la tragedia ad ogni occasione.


In questa situazione si aggrava il rischio di epidemie. L’Unicef, che ha notizie di diarrea da infezioni batterico-virali, ha suggerito al governo del Bihar di sganciare l’acqua in borse morbide, anziché in contenitori rigidi, che esplodono nell’impatto al suolo. Marzio Babille, che coordina le operazioni ha spiegato che in un’area nella quale solo un terzo dei bambini è vaccinato, anche malattie come il morbillo possono generare epidemie. “La popolazione è esposta ai rischi per almeno due settimane, forse un mese – ha spiegato – E’ l’impatto dei cambiamenti climatici, dobbiamo adottare nuove strategie di gestione del rischio”.

Nello stato nordoccidentale di Assam, centinaia di medici privati si sono improvvisati volontari, e sono corsi in aiuto agli ospedali pubblici, costretti a gestire un afflusso abnorme di persone con dissenteria, diarrea, febbre e malattia della pelle. “Abbiamo tutte le ragioni per aspettarci l’esplosione di una qualche epidemia nello stato”, dice Nareswar Dutta, presidente del ramo locale dell’Associazione dei medici indiani. Privato delle difese che ha imparato a costruirsi nei millenni, l’uomo vede la propri vulnerabilità umana accrescersi in modo esponenziale: in un Bangladesh sferzato per i due terzi dagli allagamenti, 36 persone sono morte solo per i morsi notturni dei serpenti.

Secondo “Save the Children”, solo i bambini che hanno bisogno di aiuto sono almeno 10 milioni. L’organizzazione internazionale che promuove la difesa dell’infanzia, è già intervenuta in favore di oltre 90.000 fra bambini e famiglie costrette ad abbandonare le proprie case.

“Milioni di bambine e bambini – spiega Gareth Owen, direttore delle Emergenze dell’organizzazione – sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e la mancanza di ripari, cibo e acqua potabile insieme all’esposizione al gran caldo e all’umidità li stanno esponendo a gravi rischi per la salute e la sicurezza”.

Da qui l’impegno per mettere in salvo e trasferire interi nuclei familiari, l’allestimento di ripari temporanei e aree sicure per bambini e famiglie sfollate, la fornitura di potabilizzatori dell’acqua, kit igienici, vestiti, materiale scolastico, giocattoli. In Bangladesh, Save the Children ha portato in salvo e trasferito in zone libere dalle acque 5.000 famiglie. In Nepal sta distribuendo cibo, teli di plastica, coperte. In India, sta portando aiuto a 3.000 famiglie nel Bengala Occidentale.

(6 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/asia-alluvioni/allagamenti-monsoni/allagamenti-monsoni.html

Sulla Sila giovane muore tra le fiamme

Il fuoco è scoppiato a Lappano. La vittima era intervenuta per spegnere il rogo
Con lui anche il padre e gli zii dati per dispersi e poi ritrovati sani e salvi

Calabria, incendio sulla Sila
giovane muore tra le fiamme

Giornata nera per l’Italia: nelle ultime 24 ore a fuoco 236 aree in tutto il paese
E il WWF propone una taglia di 100mila euro contro i piromani

ROMA – Un militare ventunenne in licenza, Eugenio Nigro, è morto in seguito ad un incendio scoppiato a Lappano sulla Sila, in provincia di Cosenza nel tentativo di spegnere le fiamme.

Il giovane faceva il militare a Firenze, ed era tornato in famiglia a Lappano grazie a un congedo di quattro giorni. Nel momento in cui è scoppiato l’incendio, Nigro era insieme al padre ed a due zii, con i quali era intervenuto per spegnere le fiamme. Inizialmente dati tutti per dispersi, il padre del ragazzo e gli zii sono stati in seguito tratti in salvo dai carabinieri. Ma per Eugenio non c’è stato nulla da fare.

Il cadavere di Nigro è stato trovato dai vigili del fuoco e dai carabinieri completamente carbonizzato. Non è chiaro se il giovane è morto dopo essere stato circondato dalle fiamme o se è caduto per un malore e, poi, è stato raggiunto dal fuoco.

Le fiamme erano scoppiate dal primissimo pomeriggio. Secondo quanto hanno riferito i carabinieri, le quattro persone coinvolte avevano tentato di spegnere il rogo. Probabilmente, il fuoco, alimentato dal vento ha formato una cortina quasi impenetrabile. Nigro e i suoi parenti hanno allora deciso di lasciar perdere e hanno tentato la fuga. Il giovane, forse, si è trovato isolato e non ce l’ha fatta. Per circa un’ora non si è saputo nulla neppure degli altri. Tanto che si è temuto per la loro vita. Poi, fortunatamente, sono stati ritrovati sani e salvi.

Emergenza in tutta Italia. Pesantissimo il bilancio della giornata di oggi. Nelle ultime 24 ore sono divampati in tutto il Paese 236 incendi, per i quali la centrale operativa nazionale ha ricevuto 10mila chiamate. La Campania la regione più colpita, con 102 roghi. Segue la Calabria, con 63, e il Lazio, con 18 incendi; 15 in Puglia; 8 in Molise; 6 in Toscana; 5 in Liguria, Abruzzo e Basilicata; 4 in Piemonte e Umbria e uno in Emilia Romagna. In Campania anche la provincia colpita dal maggior numero di incendi: quella di Napoli con 45 roghi. Seguono Cosenza (40), Salerno (31), Caserta (20), Benevento (13) e Catanzaro (11). E in Calabria, nella provincia di Cosenza, un cittadino tedesco è stato arrestato dagli agenti della forestale con l’accusa di incendio doloso per aver appiccato le fiamme a una zona di macchia mediterranea. Fiamme anche nella zona Monte Mario di Roma: nel primo pomeriggio si è sviluppato un vasto incendio che ha distrutto cinque ettari del Parco del Pineto a Roma e costretto all’evacuazione due stabili. Secondo una prima ricostruzione, ad appiccare il fuoco sarebbero state bande di criminali intenti a bruciare svariate quantità di rivestimento plastico del rame, atti di delinquenza di cui il Parco del Pineto è stato spesso teatro negli ultimi mesi. Per domare il rogo è stato necessario anche l’intervento di un elicottero del Corpo forestale dello Stato partito dall’aeroporto dell’Urbe poco dopo le 16.


Una taglia contro i piromani. Pur apprezzando “la circolare del ministro Pecoraro Scanio che invita i parchi a costituirsi in giudizio contro i piromani, “che è un segnale decisivo e importante”, il Wwf chiede al ministro un ulteriore stretta. E proporne “dare inizio a una vera e propria caccia ai criminali del fuoco”, istituendo “piromani Wanted”, una vera e propria taglia, “con un premio di 100.000 euro per chi li denuncia e li assicura alla giustizia”.

(6 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/incendi-morto-calabria/incendi-morto-calabria/incendi-morto-calabria.html

Terrorismo: non è mai colpa di nessuno


06/08/2007 09:17:48

Uno degli alti ufficiali dell’antiterrorismo inglese, Andy Hayman, è stato ritenuto colpevole da una commissione di inchiesta indipendente di aver deliberatamente ingannato la Polizia di Londra, evitando di informarli immediatamente che Jean Charles De Menezes – il ragazzo brasiliano ucciso il 22 luglio 2005 nel metro di Londra – non aveva alcun legame con organizzazioni terroristiche di alcun tipo.

In altre parole, pur sapendo fin dall’inizio della completa estraneità di De Menezes al cosiddetto”terrorismo islamico”, il silenzio di Hayman – che ha comunicato alla Polizia la verità solo il giorno dopo – ha permesso che si diffondesse in tutto il mondo la notizia che un ”sospetto terrorista era stato ucciso mentre cercava di sfuggire all’arresto della Polizia”.

Il brutale omicidio – colpito alla schiena, e poi finito con sette colpi in testa, davanti alla gente inorridita – aveva mandato al mondo un chiaro messaggio di “rigore” da parte del governo inglese, mentre era servito ad aumentare la psicosi di “essere circondati da terroristi islamici” un pò dovunque nel mondo.

Invece De Menezes non solo non c’entrava nulla, ma si è poi anche scoperto che non si fosse affatto “comportato in modo sospetto” – come sostenne per lungo tempo la Polizia londinese – nè che stesse “fuggendo dopo aver saltato la barriera” …

… quando gli hanno sparato: aveva appena comperato un giornale, era transitato normalmente attraverso la barriera – dopo aver pagato – e si era semplicemente messo a correre per riuscire ad acchiappare un treno in partenza dalla piattaforma.

Naturalmente, il Pubblico Ministero della Corona (Crown Prosecution Services) ha già stabilito che nessun rappresentante della legge sarà individualmente incriminato per il caso De Menezes.

Massimo MazzuccoLuogoComune.net

Fonte

Questo il sito aperto dalla famiglia di Jean Charles, che cerca supporto per avere giustizia, e per ottenere l’abolizione della regola “shoot-to-kill” implementata dalla polizia londinese dopo gli attentati del 7 Luglio 2005.

Questo è quello che pensa David Shyler – il noto “whistleblower” dei Servizi Segreti inglesi – sugli attentati di Londra di quel giorno.


Los padres de Jean Charles de Menezes muestran fotos de su hijo.

Un amigo del brasileño al que dio muerte la policía niega que no tuviera papeles
2005-07-25 Cadena SER / Agencias
La Cadena SER se ha puesto en contacto con Gesio de Ávila, la última persona en hablar con su amigo Jean Charles de Menezes antes de que fuera abatido por la policía en la estación de metro de Stockwell, en Londres. Gesio asegura que Meneses no huyó de los policías porque no tuviera papeles, sino porque le perseguían pistola en mano.

fonte: indice.cadenaser.com/2005/07/25/index.html


La vera storia di don Pierino (Gelmini)


Gelmini, sul palco del III° Congresso UDC
Guarda da dove arriva la predica..

DON GELMINI NELLA BUFERA
(ed intanto lui, anima candida, perdona…)

La vera storia di don Pierino
“Quattro anni passati in carcere”

Francesco Grignetti su La Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di truffa e bancarotta fraudolenta

Don piero gelmini

Milano, 5 agosto 2007 – C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.

E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.

Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.

Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.

I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura.

Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.

Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.

Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».

Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/08/06/29205-vera_storia_pierino.shtml