Archivio | agosto 7, 2007

Fatima come Hina: da noi si usa così

Forse anche Hina Salem è stata uccisa per il suo bene. La giovane pachistana di 22 anni a cui il padre, lo zio e il cognato hanno tagliato la gola, poteva finire peggio agli occhi dei suoi parenti: poteva innamorarsi di un ragazzo italiano e vivere liberamente la sua vita.

Neppure la madre, Bushra, ha versato un lacrima per lei: “non era una buona pachistana. Mio marito l’ha uccisa, da noi si usa così”, ha detto alla polizia quando è stata interrogata.

Adesso che, a quasi un anno da quell’omicidio che fece inorridire anche i più tenaci tra i relativisti nostrani, la Corte di Cassazione ha aperto la strada al delitto “per il bene” della vittima, i parenti di Hina potrebbero rivedere la loro strategia di difesa. Intanto se ne sono giovati i genitori di Fatima, una giovane maghrebina che vive a Bologna, che sono stati assolti dalle accuse di maltrattamenti, violenze e sequestro di persona per le quali i giudici di primo grado li avevano condannati.

Secondo la Cassazione, i genitori di Fatima la tenevano legata per evitare che si suicidasse e dunque per il suo bene. Ma Fatima cercava la morte perché la famiglia la picchiava e la segregava per impedirle di vivere la vita che aveva scelto, vedere i suoi amici italiani, vestire all’occidentale. Esattamente come Hina. Ma secondo la corte i maltrattamenti “non erano un’abitudine quotidiana” e comunque Fatima veniva punita per “uno stile di vita non conforme alla loro cultura”, dunque ancora per il suo bene.

E’ una sentenza terribile e foriera delle peggiori conseguenze. Non è più la legge, lo stato di diritto, le nostre consuetudini e tradizioni a stabilire quale sia il bene dei cittadini. No, secondo la Corte, c’è un “bene” fatto in casa, appannaggio della famiglia e della comunità di appartenenza che prevale sui diritti personali e sulla propria visione di ciò che è bene per sé.

Nel ghetto delle comunità etniche, gli immigrati sono dunque padroni dei loro destini, fuori dall’imperio della legge e possono infliggere violenza e morte su chi tenta di evadere. Tutto questo con benevolo sigillo dello Stato italiano.

Fatima tornerà a casa con i suoi aguzzini che continueranno a picchiarla e legarla contro la sua voglia di vivere. Perché da loro si usa così, e ora anche da noi.

fonte: http://www.loccidentale.it/node/5227


Sindacati: leadership a perdere

Così potenti così arroganti

di Bernardo Giorgio Mattarella

Non rappresentano gli interessi generali. Ma godono di una forte rendita di posizione. Che danneggia il Paese


Un ‘assemblea della Cgil


I sindacati dei lavoratori sono sotto accusa
. Si rimprovera loro di coprire comportamenti fraudolenti, come gli scioperi formalmente mascherati da malattie collettive; di opporsi a misure che comportano sacrifici nell’immediato e benefici maggiori nel lungo termine, come la ristrutturazione di imprese in crisi; di tutelare interessi parziali a danno di quelli generali, per esempio quando ostacolano l’irrogazione di sanzioni disciplinari ai dipendenti pubblici assenteisti.

Questi fenomeni derivano in parte da una sproporzione tra potere e rappresentanza: i sindacati rappresentano solo alcuni cittadini, ma prendono decisioni che riguardano tutti e gestiscono risorse che appartengono a tutti. Gli esempi della sproporzione sono numerosi. Per la riforma delle pensioni, il governo ha ricercato il consenso dei sindacati, che rappresentano alcuni degli interessati (lavoratori e pensionati), e ha trascurato altri interessati, come le imprese, i contribuenti e, soprattutto, i lavoratori futuri (non a caso, Confindustria lamenta che, a differenza di quella trilaterale degli anni Novanta, la concertazione attuale è solo tra governo e sindacati). La legge finanziaria per il 2007 consente ai datori di lavoro di regolarizzare i lavoratori assunti in violazione della legge, ottenendo uno sconto sui contributi arretrati ed evitando le sanzioni, ma a condizione di aver concluso un accordo con i sindacati. Il Memorandum sul lavoro pubblico e sulla riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, che riguarda i servizi resi ai cittadini, dispone di materie che non dovrebbero essere negoziabili, come i concorsi pubblici: esso è stato sottoscritto pochi mesi fa dal ministro della Funzione pubblica e dai sindacati, ma nessuno ha consultato gli utenti.

Questa sproporzione ha precise ragioni storiche e, nel passato, è stata utile. In Italia vi è sempre stata una forte attrazione tra sindacati e pubblici poteri: un secolo fa si discuteva seriamente di riorganizzare lo Stato intorno alla rappresentanza degli interessi professionali; l’ordinamento corporativo fascista inserì i sindacati nell’organizzazione pubblica; in età repubblicana le grandi confederazioni hanno conquistato un notevole peso politico, tutelando gli interessi più deboli e spesso facendosi meritevolmente carico di quelli generali. Inoltre, il ritardo dello sviluppo di associazioni di consumatori e utenti ha indotto i governi ad assumere i sindacati come interlocutori, rappresentativi dell’intera società civile.

Di qui la concertazione sociale. Di qui anche le tante leggi che attribuiscono ai sindacati il potere di designare componenti di organi pubblici, di porre norme valide per tutti, di condizionare l’adozione di atti amministrativi, di gestire risorse e uffici pubblici. Tutto ciò vale, in misura minore, anche per le associazioni dei datori di lavoro.

Queste ragioni storiche si vanno esaurendo e gli effetti negativi della sproporzione si acuiscono: la base sindacale rispecchia sempre meno l’articolazione della società e coincide sempre meno con le categorie più deboli; la frammentazione e competizione tra sindacati rende poco conveniente, per il singolo sindacato, farsi carico degli interessi generali, rischiando di perdere iscritti. Il potere sindacale è spesso utilizzato a vantaggio di alcuni, poco meritevoli, e a danno di tutti. È anche un potere invadente, come dimostrato dai contratti collettivi del pubblico impiego, che sconfinano regolarmente in materie che sarebbero riservate alla legge. Ed è un potere spesso incoerente: i sindacati criticano l’affidamento di funzioni amministrative e servizi pubblici a privati (che può determinare risparmi ed efficienza), ma sono i principali beneficiari dell’esternalizzazione in materia fiscale e previdenziale, con i Caf e gli istituti di patronato. I quali costituiscono veicoli di finanziamento pubblico dei sindacati, legittimo ma poco trasparente, e strumenti di proselitismo agevolato: attratti dall’assistenza fiscale gratuita (ma in realtà pagata dallo Stato), ci si iscrive al sindacato.

Come rimediare, senza rinnegare il ruolo positivo che i sindacati hanno storicamente avuto e possono ancora avere? Si potrebbe cominciare applicando la Costituzione. La quale offre indicazioni importanti sia sul rapporto tra interessi generali e interessi di singole categorie produttive, sia sui sindacati. Sul rapporto tra interessi generali e settoriali, la Costituzione prevede il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), retaggio delle vicende storiche menzionate. Questo organo non ha mai avuto un ruolo importante, anche per il modo in cui i suoi componenti vengono scelti: quasi una sinecura per esponenti politici o sindacali in carica o a riposo. Ma è interessante ciò che la Costituzione prevede: ne fanno parte i rappresentanti ‘delle categorie produttive’, e non solo dei lavoratori dipendenti; esso può fare proposte e dare pareri, ma la successiva decisione spetta al potere politico. Dunque, va bene la concertazione, ma tenendo conto di tutti gli interessi coinvolti e distinguendo tra le responsabilità di chi rappresenta tutti e quelle di chi rappresenta alcuni.

Sui sindacati, premesso che essi rappresentano alcuni ma decidono per tutti i lavoratori, l’articolo 39 della Costituzione stabilisce: che essi possono farlo soltanto attraverso rappresentanze unitarie, composte in modo da rispecchiare la rappresentatività dei vari sindacati; e che, per farlo, devono avere un ordinamento interno democratico. Il secondo requisito non dovrebbe spaventare le grandi confederazioni. Il primo forse sì, perché la misurazione della rappresentatività favorisce chi attualmente è sottorappresentato e danneggia chi gode di posizioni di rendita. È anche per questo che i sindacati si sono sempre opposti all’applicazione di questa norma (ingiustamente criticata anche da tanti studiosi). Ma, in tempi di crisi di rappresentatività, difendere le posizioni di rendita è sempre più difficile.

*Bernardo Giorgio Mattarella è docente di diritto amministrativo, autore con Pietro Ichino del disegno di legge sull’efficienza della pubblica amministrazione

(03 agosto 2007)

Leadership a perdere

di Massimo Riva

Il rifiuto dei sindacati di accettare la riforma pensionistica, arroccandosi in difesa degli interessi immediati di pochi lavoratori, dimostra le difficoltà e lo spiazzamento politico di chi guida le organizzazioni dei lavoratori

Guglielmo Epifani

Forse mai come ora il movimento sindacale si è trovato a essere protagonista centrale della stagione politica. Di sicuro, però, mai come ora esso sta facendo venire in piena luce le sue debolezze e i suoi limiti nel reggere la parte di primo attore che le circostanze gli hanno assegnato. Anzi, accade proprio che le fragilità e le divisioni interne all’organizzazione sindacale si rovescino all’esterno, diventando a loro volta un fattore di ulteriore e pesante condizionamento della vita economica e sociale del Paese.

La vicenda dell’incompiuta (per l’ennesima volta) riforma previdenziale costituisce al riguardo un caso esemplare perché denuncia, in primo luogo, l’incapacità dei maggiori sindacati di alzare il tiro delle loro ambizioni al di là della realtà immediata e contingente. Le aspettative di vita dei lavoratori italiani stanno ormai raggiungendo e presto supereranno la soglia dell’ottantesimo anno di vita? Sì, come tutti sanno. In conseguenza è in atto un processo demografico in forza del quale, nell’arco di venti, trent’anni, gli italiani ultrasessantacinquenni saranno la larga maggioranza della popolazione? Altro incontestabile sì. Negli altri paesi industrializzati a noi consimili in Europa si è proceduto a un significativo innalzamento dell’età pensionabile? Ennesimo sì.

Soltanto in Italia, viceversa, il movimento sindacale si rifiuta nei fatti di prendere le misure di questa realtà e cerca di resistere adogni aggiustamento delle regole in difesa sostanzialmente degli interessi immediati di una parte numericamente minoritaria di lavoratori, quelli più prossimi alla soglia del pensionamento. A ben vedere, infatti, questo e soltanto questo è stato e continua a essere il nodo cruciale attorno a cui ruota tutta la virulenta contesa politica contro le proposte del governo per il superamento del famigerato scalone Maroni. Non può certo dirsi che simili posizioni siano indice di lungimiranza politica e, soprattutto, sociale.

La confederazione che più delle altre si trova oggi a soffrire questa sorta di impotenza a dialogare con la generalità dei lavoratori, in particolare giovani, è la Cgil di Guglielmo Epifani. È un fatto che il suo sia un compito reso ancora più arduo dalla fronda interna del sindacato dei metalmeccanici, diventato al tempo stesso punto di riferimento e arma di lotta per i Giordano e i Diliberto impegnati coi loro partiti in un evidente tentativo di spiazzamento politico del sindacato. Ma di sicuro non è la prima volta che la Cgil si trova ad affrontare simili insidiosi attacchi dal mondo della politica. Nella storia recente basta ricordare la sfida sui diritti dei lavoratori apertasi pochi anni fa tra Fausto Bertinotti e Sergio Cofferati. La differenza è che allora il vertice Cgil seppe fronteggiare i tentativi di condizionamento, tenendo unito il fronte dei lavoratori senza concessioni alle minoranze più agguerrite.

È di questa capacità di leadership che oggi si sente la mancanza. Un sindacato che si ritrae e rifiuta l’ostacolo, quando è chiamato a condividere oneri e onori di riforme dirette alla generalità dei cittadini, alla lunga si condanna all’emarginazione dall’agenda politica del Paese.

(03 agosto 2007)

Da loro non mi farei difendere

di Michela Murgia

Lo ammetto: da precaria in un call center l’ultimo posto dove avrei pensato di andare a farmi difendere sarebbe stato il sindacato. Come me la pensavano anche i miei precari colleghi e non c’è da stupirsi, visto che il contratto a progetto, ricattatorio per sua natura, scoraggia volentieri qualunque tentativo di negoziazione organizzata. …

Leggi tutta la scheda

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Leadership-a-perdere/1707268

«Via Rasella fu legittimo atto di guerra»

Via Rasella dopo l'attentato

ROMA (7 agosto) – L’attentato di via Rasella del 24 marzo 1944 contro i tedeschi del battaglione Ss Bozen, attuato dai partigiani guidati da Rosario Bentivegna, fu un “legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari”. Lo sottolinea oggi la Corte di Cassazione, con la sentenza 17172 della Terza sezione Civile, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) nei confronti del quotidiano Il Giornale che, nel 1996, aveva pubblicato articoli denigratori, con fatti non veri, dei gappisti e di Bentivegna.
La Cassazione ricorda (fatto emerso nel processo del 2003 alla Corte di Appello di Milano) che non era vero che i poliziotti tedeschi fossero “vecchi militari disarmati”, come invece sostenuto dal Giornale. Erano invece “soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole”. Non era poi vero che il Bozen “era formato interamente da cittadini italiani”, perché “facendo parte dell’esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica”.

Il quotidiano milanese ha falsato anche la “triste contabilità dei morti”, perché, ricorda la Cassazione, “ora nessuno più mette in discussione” che le vittime civili furono due e non sette. Non era poi vero che subito dopo l’attentato (33 morti) “erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie”, asserzione che trova “puntuale smentita nella circostanza che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine (335 morti) era iniziata circa 21 ore dopo l’attentato, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si sottacesse la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta”.

Dunque, scrive la Cassazione, tutti questi fatti “non rispondenti al vero” non possono essere considerati “di carattere marginale” e in maniera “motivata” la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere “dure critiche sulla scelta dell’attentato, l’organizzazione, i suoi scopi”. Ma, ciò premesso, è legittimamente da ritenersi “lesiva dell’onorabilità politica e personale” di Bentivegna “la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l’ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all’attentato di Via Rasella e l’assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna”.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=6654&sez=HOME_INITALIA

Ricordo di Pasquale Balsamo
uno dei Gap di via Rasella

“Pasquale Balsamo, audacissimo studente diciannovenne, fu arrestato e successivamente liberato credendo che appartenesse a una banda di rapinatori. Essendo anche uno degli autori dell’agguato a via Rasella avrei fatto il mio dovere a farlo fucilare…”

Così racconta Kappler, il boia delle Ardeatine, a Renzo Di Mario, comandante del carcere militare di Gaeta ove Kappler era ristretto, insieme a Reder, il boja di Marzabotto (v. Renzo Di Mauro, “Orrore e Pietà”, ed. Sovera, Roma, 1999, pag. 218). E’ noto infatti che i rapinatori non disturbavano le operazioni belliche e poliziesche della Grande Germania (anzi…).

Il rammarico di Kappler di non aver potuto compiere quest’altro assassinio, e l’esternazione pubblica del suo odio personalizzato, vale più di una medaglia d’oro.

Pasquale era un ragazzino di 19 anni, quel giorno, a via Rasella, ma si era già distinto in numerose azioni di guerriglia nella città come comandante del Gruppo di Azione Patriottica “Sozi”, uno dei GAP Centrali delle formazioni Garibaldi di Roma, diretti prima da Antonello Trombadori, poi da Carlo Salinari e Franco Calamandrei, strutture del Comando Garibaldino Centrale dell’Italia centrale, diretto da Giorgio Amendola, rappresentante del PCI nel CLN Nazionale e nella Giunta Militare Nazionale del CLN.

Era intelligente, spiritoso, vivace, allegro. In via Rasella, ebbe il compito di collegamento tra i comandanti Salinari e Calamandrei, le staffette che presidiavano il percorso dei nazisti, gli elementi di copertura e di appoggio ai i due gruppi di fuoco che intervennero nell’agguato alla 11a Compagnia del 3° Battaglione dello SS Polizei Regiment Bozen.

Il Reggimento Bozen era costituito da volontari che avevano preferito (dopo l’annessione della provincia di Bolzano al 3° Reich, il 1° ottobre del ’43), entrare in quel corpo specializzato antipartigiano, piuttosto che nella Wermacht, evitando così spostamenti su più lontani e pericolosi fronti di guerra, e ottenendo anzi un “soldo” più consistente: fu addestrato specificamente in funzione di repressione antipopolare (rastrellamenti, persecuzioni, feroci rappresaglie in molte parti d’Italia, soprattutto al Nord (Istria, Bellunese, Agordino, ecc.). La 11a compagnia, annientata dai partigiani romani il 23 marzo del ’44 in via Rasella, doveva entrare in funzione nel Lazio il giorno successivo: non fece in tempo. Contrariamente alle loro abitudini, quel giorno i tedeschi ritardarono ad arrivare. Io ero lì, alle 14 in punto, pronto ad aprire il fuoco, non appena Cola (Franco Calamandrei) me ne avesse dato il segnale: ma il tempo passava, non i minuti. Ma le mezze ore, un’ora, un’ora e mezza… e che cavolo!

Ogni tanto Pasquale mi passava vicino: un sorriso, una ammiccata e via…. Ma non il segnale. Accadde due volte, tre: alla terza volta (erano ormai le 3, 45 del pomeriggio, Pasquale mi bisbigliò: “Se per le 4 non sono venuti, prenditi il carrettino e vieni via”.

“Dove?”, gli risposi. “Dietro uno di noi”. Bell’affare, pensai, tornare a girare per Roma, mezz’ora prima del coprifuoco, con 18 chili di tritolo nel carretto…. Poi, invece, venne il segnale, e alle 15, 52 la mia miccia si accese ed aprii i fuoco….

Pasquale era ritornato in basso, verso il gruppo di Comando, e vide arrivare i tedeschi mentre un gruppo di ragazzini, correndo, si addentravano verso via Rasella prendendo a calci una palla. Come un razzo si buttò in mezzo al gruppetto e dette un calcio alla palla buttandola lontano verso il Tritone: “A fjo de na mignatta”, gli urlarono contro i ragazzini, buttandosi incazzati dietro la palla e lontano dal pericolo.

L’organizzazione si mosse, e i compagni cercarono di avvisare la gente ad allontanarsi, perché “i tedeschi potevano essere pericolosi”. Anch’io avvisai qualcuno, che si squagliò subito prima e subito dopo aver dato fuoco alla miccia. Il resto è noto.

Il 4 giugno arrivarono gli Alleati, e i miei compagni, traditi da Guglielmo Blasi qualche settimana dopo via Rasella, non furono fucilati quella mattina, così com’era stato stabilito. Ma il plotone d’esecuzione continuò a crepitare, in Forte Bravetta, fino alla mattina del 3. Ma la guerra non era finita. Continuammo a combattere: alcuni di noi furono paracadutati al Nord o su altri fronti di guerra. Pasquale, insieme ad altri compagni, si arruolò nella Brigata d’Assalto Cremona e combattè sul fronte del Senio, da Ravenna fino alla liberazione di Venezia, il 27 aprile del ’45.

Pasquale, per il suo coraggio e la sua iniziativa, ha ottenuto dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, su proposta del Presidente del Consiglio De Gasperi, una medaglia di bronzo e una croce di guerra al valor militare.

La sua storia non finisce qui. Entrò all'”Unità”, subito dopo il congedo, come cronista; divenne capocronista, notista politico ed ivi rimase fino al 1961. Continuò la sua brillante carriera di giornalista nell’ ACI, prima come redattore capo e poi come direttore della rivista dell’ACI, “l’Automobile”, fino all’86.

Impostò e diresse per l’ACI, in accordo con la RAI, la rubrica radiofonica “Onda verde”, dedicata ai problemi della circolazione e del traffico, e ha diretto fino a ieri una pubblicazione trimestrale dell’ACI dallo stesso titolo, “Onda Verde”, dedicata ai problemi dei trasporti, dell’ambiente e del trafico. Tra le pubblicazioni per l’ACI ricordo il libro “Viaggiare in Autostrada”, del ’65. Per la stessa ACI ebbe anche incarichi importanti per la gestione delle pubbliche relazioni, per l’organizzazione e la conduzione delle Conferenze sul traffico di Stresa e per ogni iniziativa del genere. Nel ’68, per gli Editori Riuniti, ha prodotto un’intervista a Umberto Terracini sul tema: “Come nacque la Costituzione – Storia inedita dell’Assemblea Costituente”.

(a cura di Rosario Bentivegna, Liberazione, 5-10-05)


“Sulla Resistenza romana e sulle vicende di via Rasella si sono dette troppe sciocchezze. Anche a sinistra”

di Rosario Bentivegna


Un “revisionismo” mistificatore e falso ha colpito soprattutto la Resistenza romana e la sua guerra di liberazione, e in particolare uno dei suoi episodi più drammatici, la strage delle Fosse Ardeatine, che i nazisti perpetrarono nella massima segretezza e con la massima fretta per paura delle reazioni preventive della cittadinanza, dei parenti dei prigionieri in mano nazista e della Resistenza . Qui la fantasia dei falsari e dei mistificatori ha raggiunto cime eccelse, e ne abbiamo colto significative manifestazioni perfino su “L’Unità” di Furio Colombo, dove il 24 marzo scorso, in memoria di quella strage, si riproponeva una tesi cara a tutti gli attendisti, e cioò che l’attacco partigiano di via Rasella, in cui fu annientata la 11a compagnia del terzo battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozenfu un atto di guerra, dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dell’opportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere” (a parte lo spazio dato nei mesi precedenti ad alcuni scritti del Vivarelli ove si ricordavano le benemerenze patriottiche della X Mas e del suo eroico comandante, il principe golpista Valerio Borghese, o le amene considerazioni sullo stato di “città aperta” di Roma, con un titolo, il 15 agosto 2001, addirittura esilarante)

La nostra gente, pur affamata e terrorizzata, e ben sapendo di correre rischi mortali, ci aiutava, checché ne dicano il De Felice, o il Montanelli, o il Lepre, ecc. ecc., che sopravvennero dopo i primi exploit dei giornalisti repubblichini Spampanato e Guglielmotti, o dello “storico” Giorgio Pisanò, cantore dell’epopea repubblichina, o, nel 1948, in piena “guerra fredda”, dei Comitati Civici dell’Azione Cattolica di Pacelli e di Gedda.

Quella nostra gente ci nascondeva, ci sfamava quando poteva e ci curava se ammalati o feriti, rifiutava di denunciarci, così come del resto aiutava e non denunciava i giovani renitenti di leva, gli uomini che si sottraevano al lavoro forzato imposto dai nazisti, i soldati e gli ufficiali sbandati, gli ebrei, i carabinieri, i prigionieri alleati evasi, i ricercati politici antifascisti e i politici fascisti che non avevano aderito al P.F.R. (bisogna pur ricordarlo: dei quadri del fascismo, solo il 10% di quelli periferici e il 15% di quelli nazionali aderirono al governo collaborazionista della Repubblica Sociale; degli oltre quattro milioni di italiani iscritti al P.N.F., costretti ad avere quella “tessera del pane”, solo 200.000 – il 5% – si iscrissero al P.F.R.).

I romani e la rete di solidarietà

I romani poi, dietro il loro menefreghismo ironico e apparentemente opportunista, seppero costruire spontaneamente una rete straordinaria di solidarietà attiva nei confronti delle centinaia di migliaia di ricercati e perseguitati che affollavano la loro città. Essi, pur temendo per la loro vita e imprecando a parole contro chi poteva turbare la loro sacrosanta voglia di quiete, non esitarono a schierarsi nei fatti dalla parte della libertà e contro la crudele presenza dei tedeschi e dei fascisti, isolati e “schizzati”.

Da questa Resistenza, fatta di fame e di sofferenze, ha preso le mosse la Guerra di liberazione nazionale, che è iniziata proprio a Roma, subito dopo l’8 settembre, oltre che con una intensa attività diplomatica, politica, di agitazione, di “intelligence”, anche con iniziative militari che hanno fatto della nostra città la capitale dell’Europa occupata che ha dato più filo da torcere agli eserciti tedeschi (Dollman), che ha fatto dire a Kappler che dei romani non ci si poteva fidare, che ha fatto raccontare a Mhulhausen la paura che lo stesso Kappler aveva dei partigiani e della gente di Roma.

Dice Renzo De Felice: (“Il Rosso e il Nero”, pag. 60): “Roma fu la città col maggior numero di renitenti: un po’ per la sua configurazione sociologica, un po’ perché era stata l’unica città in cui si era tentata la resistenza armata contro i tedeschi dopo l’armistizio, un po’ per la presenza del Vaticano e del gran numero di luoghi ed edifici dove i renitenti potevano nascondersi. Al primo posto ci fù la “difesa di se stessi”, sia da parte di chi rispose al bando, sia per chi riuscì a nascondersi, come per chi fu costretto a salire in montagna. Molti di questi divennero valorosi partigiani. Per molti altri pesò sempre il vizio di origine di una scelta opportunistica“, che, aggiungo, ha aperto lo spazio a tutte le fantasie e le menzogne della vulgata antipartigiana.

In quei terribili nove mesi Roma – anche per ragioni geografiche (eravamo a poche diecine di chilometri dal fronte) – è stata all’avanguardia (politica e militare) di tutte le città italiane occupate: la sua gente, i partigiani che da essa provenivano, hanno reso impossibile il disegno strategico del nemico, che voleva fare di Roma, dei suoi nodi stradali e ferroviari, dei suoi servizi, un comodo transito e un rifugio per i mezzi e le truppe da e per il fronte di Cassino e di Anzio, una tranquilla base per i suoi alti comandi, il luogo dove permettere un piacevole ristoro ai suoi soldati impegnati sul fronte.

I romani, con i loro figli partigiani che colpivano e sabotavano il nemico ogni giorno e ogni notte in città, nelle campagne intorno Roma e nel Lazio, con la loro capacità di aiutarli, nasconderli, proteggerli, fecero di Roma “una città esplosiva”, come dovette ammettere Kappler, il boia delle Ardeatine, nel processo che subì alla fine della guerra.

Questa era la strategia della Resistenza romana, che perfino il collaboratore de L’Unità mostra di non aver compreso.

Il Maresciallo Clark, comandante della V Armata americana, ebbe a dire personalmente a Boldrini che soltanto quando le truppe anglo-americane entrarono in Roma i Comandi Alleati capirono senza più alcun dubbio che l’Italia era con loro.

Il costo della lotta partigiana

Abbiamo pagato cara questa nostra Resistenza: 650 Caduti, tra il il 9 e il 10 settembee 1943, nella battaglia per Roma. Di essi 400 erano ufficiali o soldati, e dei civili ben 17 furono le donne.

Oltre 50 furono i bombardamenti Alleati, dovuti alla presenza in città di comandi, mezzi e truppe tedesche (altro che “citt� aperta”!); fame e miseria; deportazioni; rastrellamenti in tutti i quartieri, centrali e periferici; il coprifuoco alle 4 del pomeriggio; unica città in Italia, fu proibito a Roma l’uso delle biciclette (altri mezzi, oltre quelli pubblici, non erano consentiti ai civili); feroci esecuzioni e rappresaglie, le Ardeatine, Bravetta, La Storta, il Ghetto, il Quadraro, le razzie, gli arresti, le torture (via Tasso, Palazzo Braschi, la pensione Oltremare, la pensione Jaccarino, Regina Coeli, ecc.: operavano in Roma ben 18 “polizie”, tedesche e italiane, pubbliche e “private”!), gli assassinii compiuti a freddo nel centro della città e nelle borgate.(10 fucilati a Pietralata, 6 renitenti fucilati a Ladispoli, 10 donne fucilate a Portuense, dieci donne fucilate a Tiburtino 3°, circa 80 fucilati a Bravetta, 14 fucilati alla Storta…..più la strage del Quadraro: su 700 cittadini deportati ne sono tornati solo 300!… più la strage degli ebrei , circa duemilacinquecento deportati, ne sono tornati circa 120….

I partigiani romani uccisi in combattimento, morti sotto la tortura o fucilati, nei nove mesi che vanno dal 9 settembre 1943 al 5 giugno del 1944 sono 1.735, oltre ad alcune migliaia di cittadini romani, ebrei e non, deportati nei campi di sterminio in Germania e che non sono tornati; ma in questi stessi nove mesi in Roma furono condotte azioni militari e di sabotaggio che in numero e in qualità non hanno pari, nei limiti di quel periodo, in nessun’altra città d’Italia.

Fu così che il nemico pagò cara la sua permanenza in città, e si vendicò manifestando la sua brutale ferocia.

Ma quando gli eserciti alleati incalzarono, i tedeschi e i fascisti abbandonarono Roma precipitosamente, contro gli ordini di Hittler e Mussolini, che volevano impegnare battaglia in città casa per casa e deportare tutti gli uomini validi per il lavoro coatto, secondo i piani già approntati dal generale delle SS Wolff.

Roma era una “città esplosiva”, e la non lontana esperienza di Napoli convinse anche i più feroci tra i nostri nemici a non correre rischi già sperimentati.

La Resistenza romana ebbe caratteristiche di spontaneità e di diffusione capillare che � difficile trovare altrove. Sono diecine le formazioni impegnate, grandi come come quelle dei partiti del CLN, in particolare i tre partiti di sinistra, PCI, Pd’A e PSIUP, come Bandiera Rossa, o i Cattolici Comunisti, o come il Centro Militare Clandestino dei “badogliani”, ma anche piccole o piccolissime, che, per non aver potuto o voluto trovare il collegamento con i partiti del CLN, operavano autonomamente contro i tedeschi e i collaborazionisti fascisti.

Sono noti episodi di iniziative solidaristiche, ma anche di sabotaggio e di guerriglia, condotti addirittura da famiglie o da singoli, fino all’ultimo giorno dell’occupazione tedesca.

Tutto ciò, e per molte ragioni, che ha esaminato di recente anche Alessandro Portelli nel suo splendido libro “L’Ordine � stato eseguito” ed. Donzelli, che ha ottenuto nel 1999, con il Premio Viareggio per la saggistica il più ambito riconoscimento letterario italiano, si è attenuato nella memoria storica della città perché ha prevalso la disinformazione attraverso l’uso ripetuto di falsi e mistificazioni, malgrado le smentite documentate e l’uniformità delle delibere di tutti i livelli della magistratura, fino alle Cassazioni civili, penali e militari.

Guerra di liberazione nazionale

La nostra è stata una “guerra di liberazione nazionale”, la guerra di tutti gli italiani per la libertà e per la democrazia: furono i collaborazionisti dell’invasore che cercarono di trasformarla in guerra civile, ma ci riuscirono solo in parte perché la grande maggioranza degli italiani li respinse insieme ai loro protettori e padroni nazisti.

Del resto anche i dirigenti politici e militari di Salò, ma anche i tedeschi, sapevano molto bene come stavano le cose, altrimenti le feroci rappresaglie messe in atto nelle città, e quelle ancor più feroci e indiscriminate compiute sui monti e nelle campagne non avrebbero avuto motivo contro una popolazione schierata in qualche consistente misura dalla loro parte.

Due canzoni, una delle brigate nere e una delle brigate partigiane, ricordano in modo emblematico il clima in cui vivevamo: “Le donne non ci vogliono più bene / perché portiamo la camicia nera” cantavano i fascisti; e dall’altra parte: “Ogni contrada è patria di un ribelle / ogni donna a lui dona un sospiro” cantavano i partigiani.

Basti ricordare, per chi c’era, l’atmosfera di cupo infinito silenzio della nostra città, delle nostre contrade, deserte nei mesi dell’occupazione, e l’esplosione improvvisa di gioia, affollata, urlata, felice, che accolse le forze militari anglo-americane.

Eppure è sempre più frequente che la nostra guerra di liberazione venga ricordata come guerra civile. Fa parte di una delle brecce che il revanscismo fascista è riuscito ad aprire nella memoria corrente.

(da “la RINASCITA della sinistra”, 18 ottobre 2002, pagg 28-29)

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Sapelli: "E’ peggio di Tangentopoli"

LO SFASCIO DELLA POLITICA

Il lungo elenco delle inchieste giudiziarie nei confronti di esponenti politici: da Prodi a D’Alema, da Storace a Fassino. Lo storico Sapelli: “La corruzione è ripartita alla grande, negli anni ’90 era meno diffusa”

beppe grillo

Roma, 7 agosto 2007Inchiesta di Fabio Tamburini per il Sole 24 Ore, ripresa da dagospia.com

Di tutto e di più. L’elenco dei principali esponenti del potere economico e politico coinvolto nelle inchieste avviate dalla magistratura di tutta Italia è lungo e, considerato nel suo complesso, sconcertante. Si parte dal presidente del Consiglio, Romano Prodi, che deve fare i conti con il procedimento avviato dal sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi De Magistris, e con gli accertamenti preliminari degli inquirenti di Bolzano impegnati nelle indagini sulle tangenti pagate dalla Siemens in Italia (quando il primo ministro era presidente dell’Iri).

Poi vanno ricordati il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, e il segretario dei Ds, Piero Fassino, protagonisti loro malgrado nell’inchiesta guidata dal sostituto procuratore di Milano, Luigi Orsi, sulla scalata dell’Unipol alla Bnl, nell’estate 2005. Ma anche il centro- destra continua a essere ben rappresentato nella classifica dei procedimenti giudiziari in corso, che coinvolgono, per esempio, l’ex ministro Francesco Storace (di An, poi uscito dal partito), l’entourage del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni per Oil for Food, come il drappello dei parlamentari di Forza Italia che hanno avuto voce in capitolo nelle scalate all’Antonveneta e a Rcs.

Inchieste bipartisan che stanno facendo vittime illustri sul fronte del potere economico. Basta considerare le richieste di rinvio a giudizio dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e, da parte della magistratura di Parma impegnata sul caso Ciappazzi- Parmalat, di Cesare Geronzi, da poche settimane presidente del consiglio di sorveglianza Mediobanca nonché brillante artefice dell’accordo CapitaliaUniCredit. Per quanto riguarda UniCredit, invece, è agli atti il coinvolgimento del vicepresidente, Fabrizio Palenzona.

Non solo. Le inchieste riguardano il crack sui derivati della Banca Italease, il crack Tecnosistemi, le indagini in Campania sull’Impregilo, l’Eni per i sistemi di misurazione del gas, la Popolare di Intra, l’esordio in Borsa della Saras dei Moratti (con banche d’affari come Jp Morgan fortemente coinvolte). Per non parlare dei procedimenti in corso sugli immobiliaristi romani, tra cui spiccano i nomi di Stefano Ricucci e Danilo Coppola.

Alcune, come le indagini su Italease, sono scottanti ed è facile prevedere sviluppi eclatanti. Altre hanno ipotesi di lavoro che suscitano tra gli stessi addetti ai lavori diverse perplessità. Spesso si tratta d’inchieste che s’intrecciano e, anche per questo, possono determinare conseguenze a catena imprevedibili.

Poi vanno considerate le verifiche giudiziarie in pieno svolgimento sulla morte improvvisa dell’avvocato Corso Bovio a Milano, sull’omicidio del finanziere Gianmario Roveraro, sul network dell’ex responsabile della sicurezza Telecom, Giuliano Tavaroli. E l’elenco potrebbe continuare. Finirà tutto in una bolla di sapone? Oppure ci sono le condizioni per un autunno davvero caldo?

E ancora: come si spiega un numero così elevato di inchieste? La risposta di Alberto Crespi, grande vecchio dei penalisti italiani, in passato il legale più ascoltato da Enrico Cuccia, è secca, data con parole taglienti: «È una situazione d’immoralità diffusa in cui il cinismo dilaga insieme alla sete insaziabile di denaro». E il confronto con il passato è impietoso: «Nella vecchia Dc, almeno, c’era chi aveva il senso dello Stato, che adesso è andato a farsi benedire». Le conclusioni sono di Giulio Sapelli, storico ed economista: «Il problema vero è che la corruzione è ripartita alla grande. Tanto che negli anni di Tangentopoli era forse meno diffusa di oggi».

50 anni fa: su l’Unità l’addio di Calvino al Pci

di Alessia Grossi

Italo Calvino - foto archivio - 220x213

È il 7 agosto 1957. Italo Calvino si dimette dal Pci. «Cari compagni devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa di dimettermi dal partito». Con questa lettera lo scrittore piemontese si univa alle fila dei fuoriusciti. Per lui, come per altri arriva immediata la stroncatura del partito. In questi stessi giorni, a cinquant’anni di distanza da allora l’Unità pubblica un inserto con le pagine storiche del giornale. Momenti salienti come questo in cui la storia d’Italia e degli uomini che l’hanno fatta si incrociano sulle pagine del nostro giornale.
L’articolo-lettera di Calvino appare sulla settima pagina del giornale, allora organo del partito comunista. Il titolo esplicativo è già un anatema: «Le dimissioni di Calvino dal Pci condannate dal C.D. di Torino». Subito sotto, in basso a destra, la risposta del comitato direttivo. Il tono più che di condanna è di recriminazione. In quegli stessi mesi, dalle pagine di Città Aperta e di Rinascita, Calvino e Ferrara polemizzano con racconti ambientati nel mar delle Antille.

La decisione di Calvino di abbandonare il Pci arriva in agosto, ma sono già in molti ad aver lasciato il partito dagli ultimi mesi del ’56. Sono gli anni della diaspora, segnati dai fatti di Ungheria, dalla lettura che di quegli avvenimenti dà il Pci e anni in cui il dibattito aperto dalla questione ungherese si riflette necessariamente per scrittori e giornalisti, sulle pagine dell’Unità. Coloro che come Calvino, Antonio Giolitti, Fabrizio Onofri, Eugenio Reale così come i 101 intellettuali che firmano il manifesto di dissenso, solo per citare qualche esempio, prendono le distanze dalla linea di Togliatti e del Pci. «I compagni e gli avversari» devono sapere, dice lo scrittore piemontese e non solo lui. E con lo stesso criterio i dirigenti accusano i rivoltosi di voler dare spettacolo della crisi del partito dandola in pasto con i loro articoli alla stampa borghese. Il fatto è che dopo la rivolta d’Ungheria, il 1957 per molti intellettuali e militanti doveva essere l’anno della svolta. La svolta rinnovatrice che sarebbe dovuta uscire dall’VIII congresso del Pci . Coloro che rimasero delusi dal congresso, i cosiddetti rinnovatori, non videro altra possibilità che quella di uscire dal partito. Entrambe le parti, fuoriusciti e militanti, misero bianco su nero le rispettive delusioni. Da parte di entrambi la speranza di un possibile rincontro.

Nel caso di Calvino questi anni difficili e questi avvenimenti, contrariamente alle sue dichiarazioni iniziali, segneranno un lento ma progressivo allontanamento dalla politica .
La lettera di dimissioni di Calvino

Italo Calvino si dimette dal Pci. Come altri compagni chiede che la sua lettera venga pubblicata sul L’Unità. Le ragioni della sua fuoriuscita sono chiare: «La via seguita dal Pci […]» dichiara Calvino dalla settima pagina dell’Unità del 7 agosto 1957 «attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, m’è apparsa come la rinuncia ad una grande occasione storica». La delusione dello scrittore è evidente. Il suo dissenso, oltretutto, sarebbe solo d’ostacolo alla sua partecipazione politica. Astenersi da «ogni attività di Partito e dalla collaborazione alla sua stampa» per evitare una «nuova infrazione disciplinare» non è più un comportamento plausibile per lo scrittore piemontese.

Per Calvino, entrato nel Pci dopo aver combattuto contro i nazifascisti, iniziato alla scrittura con la collaborazione con Il Politecnico e L’Unità quello di voler essere un intellettuale indipendente resta una desiderio insindacabile. «Credo che nel momento presente quel particolare tipo di partecipazione alla vita democratica che può dare uno scrittore e un uomo d’opinione non direttamente impegnato nell’attività politica sia più efficace fuori dal Partito che dentro» spiega nella lettera ai compagni. Ma lo scrittore sa benissimo come il termine indipendenza, per lui tanto necessario non verrà accolto in modo benevolo dal partito. E, si affretta a spiegare, «non ho mai creduto (neanche nel primo zelo del neofita) che la letteratura fosse quella triste cosa che molti nel Partito predicavano e proprio la povertà della letteratura ufficiale del comunismo mi è stata di sprone nel cercare di dare al mio lavoro di scrittore il segno della felicità creativa: credo di essere sempre riuscito ad essere, dentro il Partito, un uomo libero. E continuerò ad esserlo» Così Calvino saluta i compagni. «Non rinnego il passato» dice «vorrei rivolgere un saluto anche ai compagni più lontani dalle mie posizioni che rispetto come combattenti anziani e valorosi, al cui rispetto, nonostante le opinioni diverse, tengo immensamente e a tutti; e a tutti i compagni lavoratori, alla parte migliore del popolo italiano dei quali continuerò a considerarmi il compagno».

La stroncatura del comitato direttivo di Torino

«Il Comitato direttivo ritiene necessario esprimere il proprio giudizio sugli argomenti con i quali Italo Calvino appoggia la sua decisione». La risposta del direttivo è inevitabile. Calvino aveva chiesto la pubblicazione della lettera di dimissioni per sottrarsi ai colloqui previsti dallo statuto che – aveva detto lo scrittore – non avrebbero fatto che «incrinare la serenità» del suo commiato. Il partito non accetta il tacito accordo e replica immediatamente. «Nessuno contesta a Calvino il diritto di avere una sua opinione sul modo con cui il rinnovamento si va compiendo nel Partito, ma ciò che è da respingere è che egli pretenda di fare del proprio giudizio l’unica misura obiettiva di valutazione e che da ciò tragga la grave conclusione di lasciare il Partito» – tuona il comitato direttivo da Torino. Calvino è accusato di aver preso le distanze «dal metodo di valutazione marxista, per il quale dovrebbe essere chiaro che le posizioni e le esperienze dei singoli confluiscono nel dibattito a formare insieme quella superiore realtà politica e storica che è rappresentata dalle posizioni collettive del Partito». Così stando le cose le ragioni dello scrittore sono in contraddizione l’una con l’altra. Parla di indipendenza, reagiscono dal comitato. «Indipendente da chi e da cosa?», si chiedono. Le formule di Calvino su un nuovo tipo di partecipazione alla vita del partito sono solo «formule che propongono una inaccettabile rinuncia». Il tono di recriminazione non cessa. «Proprio nel momento attuale» continua la lettera, la decisione dello scrittore denota «un cedimento rispetto alle sue responsabilità».

Ma la stroncatura arriva sul finale, apparentemente incoraggiante. «È da respingere con fermezza l’opinione che il Pci sia andato attenuando i propostiti rinnovatori in un sostanziale conservatorismo». Da qui la rimarcata intenzione da parte del direttivo di restare sulle sue posizioni e il vuoto augurio a fine lettera che «Calvino riesca a ritrovare la giusta posizione di lotta, propria di un intellettuale militante quale Calvino dichiara ancora di voler essere». Fermo restando la condanna del suo gesto e la critica dei suoi errori da parte del Pci.

scarica il file in pdf della pagina del 7 agosto 1957 (640 kB)

Pubblicato il: 07.08.07
Modificato il: 07.08.07 alle ore 14.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=68018

Norvegia, inizia la battaglia in difesa dei diritti degli uomini

I maschi sono meno bravi a scuola e a volte discriminati
il governo di Oslo corre ai ripari e crea un gruppo di saggi

La ministro per le Pari opportunità Karita Bekkemellem


OSLOAltro che sesso forte. Ormai i maschi hanno bisogno di essere difesi, almeno in Norvegia. In difficoltà sui banchi di scuola, afflitti da problemi di salute sui quali c’è minore attenzione, spesso sfavoriti in caso di divorzio: di fronte a una situazione del genere, il governo di Oslo ha deciso di correre ai ripari e ha creato un gruppo di saggi, tutti rigorosamente di genere maschile, per stimolare il dibattito sui diritti degli uomini.

A quanto pare, dopo decenni giustamente dedicati a promuovere l’ascesa sociale delle donne, i norvegesi hanno iniziato ad accusare il colpo. I dati mostrano che i loro risultati scolastici sono peggiori di quelli delle compagne di classe. Inoltre, tendono ad ammalarsi di patologie diverse, che però riscuotono minore interesse. Infine, in caso di divorzio, raramente ottengono la custodia dei figli.

La ministro per l’Infanzia e le Pari opportunità Karita Bekkemellem non è rimasta a guardare. Ieri, in un rinomato pub della capitale, ha presentato i 32 uomini, selezionati tra politici, artisti, atleti e altri personaggi noti, che avranno il compito di trovare delle soluzioni. “E’ il momento di prestare attenzione alla mancanza di diritti degli uomini”, ha spiegato.

Per prima cosa, il gruppo di saggi dovrà discutere di queste questioni e dare suggerimenti al governo per la stesura di un documento su uomini e pari opportunità. Il loro compito principale, però, sarà quello di generare una discussione pubblica nella società civile sui diritti del genere maschile. “Devono essere gli uomini a far partire il dibattito – dice Bekkemellem – Le donne non possono farlo al loro posto”.


(7 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/uomini-norvegia/uomini-norvegia/uomini-norvegia.html

Don Mazzi, siluri contro don Gelmini

Chi pensa che io voglia accanirmi contro “don” Gelmini è in errore. Il mio è solo amore per la verità, e non mi importa che al centro della querelle vi sia un ottuagenario, ancorché prete (il che è peggio). Questo Pierino da barzelletta è un destrorso di lunga navigazione, frequenta politici importanti (e lo frequentano) manco a dirlo tutti di centro-destra. Ha messo in piedi un impero che sfrutta i tossicodipendenti, dopo anni di infruttuosi tentativi di cattiva gestione e ruberie di ogni sorta (altrimenti i quattro anni di galera come se li è fatti, secondo voi?), con trascorsi di ville, maggiordomi, servette e jaguar in giardino.. E’ stato pure ripreso più volte dalle alte sfere vaticane perchè si fregiava del titolo di monsignore, che non gli spettava. E che ora gli suggeriscono, sottovoce, di farsi da parte.. Lo farà? Figuriamoci! Ama i riflettori, il vituperio (che sfoggia ad ogni piè sospinto) i soldi (tanti, l’ultima volta che Berlusconi gli ha dato la “mancetta” ammontava a qualcosa come 5 MILIONI DI EURO).

Quello che è penoso è il silenzio accodinscendente, se non addirittura “appiccicoso”, di gran parte del mondo politico nostrano ( e di conseguenza dei suoi “megafoni”, cartacei e non, con rare eccezioni). Abbiamo tardato a parlare di questo losco figuro per vedere come si dipanava la vicenda.. Ma al di là del giudizio sui presunti abusi sessuali (giudizio che spetta solo alla magistratura) rimane il fatto che, da qualsiasi parte lo si guardi, il Gelmini è “inguardabile”. E indifendibile. mauro

“Quel ragazzo mi parlò degli abusi”

don antonio mazzi

Roma, 7 agosto 2007“Sì, è vero, quel ragazzo si è confidato con me e mi ha descritto le violenze che sostiene di aver subito nel lontano 1993”. Don Antonio Mazzi, il padre di Exodus, conferma le confidenze di un tossicodipendente contro Don Pierino Gelmini, il prete anti-droga, al centro dell’inchiesta su presunti abusi sessuali all’interno della comunità Incontro.

Don Mazzi è stato sentito dai magistrati di Terni all’inizio della scorsa settimana e in un’intervista al Corriere della Sera osserva: “La vicenda è molto delicata. Nella lettera che gli ho scritto nel 2003, quella che i magistrati mi hanno chiesto di confermare, rispondevo ad una missiva che il ragazzo mi aveva inviato: gli consigliavo di tornare dallo psicologo, di continuare a farsi aiutare. Quando è arrivato da noi, dove è rimasto un paio di anni, ha cominciato subito a dire qualcosa. A descrivere quello che era accaduto…”.

“Innanzitutto – prosegue Don Mazzi – bisogna tutelare questo ragazzo. Proteggerlo. Ha un fratello gemello ed era stato adottato da una famiglia. Poi i genitori adottivi si sono separati. Un’infanzia e un’adolescenza difficili le sue. Quando se ne era andato si era ripreso, ma adesso non so dove sia. Lo sto cercando. Voglio incontrarlo, capire”.