Archivio | agosto 9, 2007

Crisi Mutui: dopo l’America pericoli anche per l’Europa

DOVE STIAMO ANDANDO


Come accade il disastro

Maurizio Blondet
01/08/2007

Le azioni di una grande ditta
specializzata in mutui, la American Home Mortgage, hanno perso l’87 %.

L’ancora più grande Countrywide Financial ammette che i suoi «debitori di alta solvibilità» (i migliori), che avevano acceso una seconda ipoteca sulla loro casa (così gli americani, negli ultimi anni, hanno trovato i soldi per consumare) stanno facendo «default».
Di conseguenza, la IKB Deutsche Industriebank, che fornisce fidi alle medie industrie tedesche, ha annunciato che i suoi investimenti americani sono gravemente degradati.
Così la patologia speculativa USA sta infettando il mondo.
A lungo gli storici studieranno come mai una tale follia speculativa – i prestiti a debitori noti per loro precedenti insolvenze – abbia potuto essere lasciata arrivare al punto di irresponsabilità da provocare un nuovo ‘29.
Si può spiegare con il rincaro ventennale degli immobili.
Le case aumentavano tanto e così sicuramente, che il rischio di fare il mutuo ad un insolvente appariva più che compensato dalla possibilità di rivendere l’immobile, in ogni momento, facendo profitto.
La facilità con cui si concedevano i prestiti aumentava la domanda e dunque i prezzi immobiliari, creando un circolo creduto virtuoso…
Ma da dove venivano i soldi che le banche prestavano così alla leggera?
Dal credito frazionale, la truffa primaria delle banche, in primo luogo.
Le banche moltiplicano così per dieci e per venti l’ammontare del debito contratto dagli Stati che prendono prestiti a rotta di collo dalla propria Banca Centrale, indebitandosi (ciò che è oggi «stampare moneta»).
Ma La situazione è stato aggravata dai bassissimi interessi – un minimo storico – pagati ai risparmiatori.
Le banche prestatrici prendevano denaro a basso costo e lo davano ai contrattori di mutui ad alto interesse.
Il «carry trade» ha agito come potente fattore moltiplicatore aggravante.
Il Giappone, per uscire dalla decennale deflazione, «stampava moneta» ossia inondava la sua economia di prestiti all’1%.
Gli speculatori globali (le grandi banche d’affari USA in primo luogo) si indebitavano dunque in yen all’1%, e davano a prestito quel denaro ai loro debitori col mutuo al 5 o più.
Una pacchia.
Perché non è durata?

Perché tutti hanno esagerato: le banche prestando perdutamente e troppo facilmente (tanto, gli immobili di garanzia del debito rincaravano), e i debitori indebitandosi oltre il loro reddito e la realistica possibilità di far fronte ai ratei.
Quando i tassi mondiali hanno cominciato a salire, la macchina del «boom economico» di carta s’è rotta.
Perché gli interessi hanno cominciato a salire?
L’eccessiva liquidità mondiale ha finito per investire sempre più in materie prime, che salivano astronomicamente perché la Cina, in boom rovente, le compra a qualunque prezzo.
Nello stesso tempo, la finanza che «investe» in speculazione, non ha investito abbastanza nel settore minerario – nella più basilare economia reale – sicchè le materie prime sono scarse rispetto alla domanda.
La «mano invisibile del mercato», che secondo il dogma liberista doveva far proprio questo, ha clamorosamente fallito.
La mano invisibile ha prestato ad insolventi anziché pagare salari operai e produrre beni fisici reali.
Alla fine, il rincaro delle materie prime è salito al punto che l’effetto «cinese» (merci a prezzi bassi per il consumo) è finito: la Cina oggi è aggravata da inflazione e le sue carabattole costano sempre di più.
Ciò durerà per anni.
Nel mercato unico globale, l’inflazione cinese ha inondato il mondo.
Le economie occidentali hanno subìto l’inflazione, e di conseguenza il rialzo dei tassi d’interesse.
In USA i tassi primari, pari all’1% nel 2005, sono oggi al 5,25%.
In Europa dal 2% di novembre 2005 sono oggi al 4%.
I debitori di scarso credito, che hanno contratto mutui americani all’1%, e già facevano fatica, figurarsi quanto riescono a pagare al 5-8%.
Massicce sospensioni di pagamenti, dilaganti sequestri di immobili, rimessi sul mercato, e quindi, calo dei prezzi immobiliari in USA.
Il circolo virtuoso apparente s’è rovesciato nel circolo vizioso reale.
Rapidissimo.

O meglio: da mesi i segnali d’allarme si moltiplicano.
Ma i geniali finanzieri gestori di fondi, i creativi inventori di derivati, si sono sentiti infallibili e invincibili.
Tutto il loro genio che ha fruttato loro miliardi poggiava sulla credenza che i tassi giapponesi sarebbero rimasti bassissimi e lo yen debolissimo.
Appena lo yen ha cominciato a salire, i genii si sono trovati nella condizione degli insolventi americani col mutuo: il loro debito ha cominciato a crescere.
I geniali terrorizzati, sono corsi ad alleggerirsi dei loro debiti contratti in Giappone, ciò che ha creato la prematura fine del «carry trade» e di fatto una riduzione rapida e planetaria della liquidità.
Di qui anche l’uscita di molti dal mercato azionario e la stretta sui fidi e sui mutui, prima facili ed ora difficilissimi.
Gli hedge funds hanno innescato il disastro.
Perché sono essi stessi indebitatissimi (leveraged) onde «aumentare la propria esposizione al mercato» e di conseguenza «ai profitti».
Ma quando la tendenza al boom e all’euforia si rovescia, allora anche l’effetto leva si rovescia: se prima ci si indebitava per moltiplicare i profitti, ora il debito moltiplica le perdite di vari multipli. Così gli hedge funds si trovano di colpo a secco, prosciugati fino all’ultimo dollaro.
E’ successo in USA.
Ovviamente, è successo in Italia: Italease, coi suoi genii azzerati dalla Banca d’Italia con criminoso ritardo.
L’effetto finale quale sarà?
Uno shock che scuote tutto il sistema – un terremoto sistemico – consistente in questo: il rischio di ogni singolo titolo, cambiale, buono e obbligazione risulta di colpo sottovalutato, e deve essere ricalcolato.
Ovviamente al ribasso.
La carta che valeva AAA+ oggi vale BBB-.
Il più alto livello di rischio percepito provoca ovviamente che chiedere denaro a prestito costerà di più.
Il che aggraverà il rischio di fatto: aziende che possono ancora prosperare pagando sui fidi interessi del 16% (come in Italia) falliscono quando la banca chiede il 25% o peggio, il rientro immediato (come sta succedendo).
La folle euforia dei grandi usurai globali e locali si tramuta in depressione; l’ardimento demente diventa paura da pecore e da conigli, e questa congela l’economia reale: economia finanziaria è economia maniaco-depressiva.
C’è un rimedio possibile?

Le Banche Centrali dovrebbero, di concerto, ridurre i tassi per contrastare con liquidità il gelo recessivo.
Ma la cura è peggiore del male, dato che la liquidità oggi andrebbe non alle imprese reali e ai salari, ma ai giocatori speculativi della roulette globale, che sono la causa della rovina.
In ogni caso, la Federal Reserve tenterà di fare proprio questo; ma è ostacolata dal rischio che i suoi creditori esteri si liberino di Buoni del Tesoro che rendono meno, e già si squagliano come gelati al sole a causa del calo del cambio del dollaro.
La Banca Centrale Europea, che non capisce mai nulla (è governata da cloni robotici del robot Padoa Schioppa) manterrà alti i suoi interessi, sarà l’ultima ad abbassarli, e solo su ordine USA e naturalmente «meno» degli USA, il che manterrà lo svantaggio europeo dell’euro forte.
Insomma i cretini monetari centrali aggraveranno il male, perchè non hanno una teoria adatta alla nuova situazione, e così volano col pilota automatico.
Tanto, a loro gli stipendi non mancheranno.
Per noi comuni mortali, la loro «scelta» significherà disoccupazione, riduzione dei consumi, e nemmeno deflazione, perché le materie prime rincarano.
Peggio ancora che nel ‘29.

Maurizio Blondet

Copyright © – EFFEDIEFFE – all rights reserved. (pubblicato per gentile concessione dell’Editore)

fonte: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2180&parametro=economia
EFFEDIEFFESHOP

banchieri centrali decidono una grande immissione di liquidità
nel sistema bancario. Operazione inferiore solo a quella fatta dopo l’11 settembre

Crisi mutui, la Bce avverte
“Pericoli anche per l’Europa”

“E’ opportuno tenere sotto osservazione i mutamenti del clima di fiducia”
Bush: “La nostra economia è forte e sul mercato c’è abbastanza liquidità”


Il presidente della Bce Jean-Claude Trichet


FRANCOFORTE – “Il mercato mondiale dei prestiti a elevata leva finanziaria, ivi compreso un ampio segmento europeo, mostra alcune analogie con il mercato statunitense dei mutui ipotecari di qualità non primaria (sub-prime) che potrebbero dar adito a timori per la stabilità finanziaria nel caso di una svolta avversa nel ciclo del credito”. Lo afferma la Banca Centrale Europea in un articolo dedicato ai ‘Leveraged buyout e la stabilità finanziaria’, contenuto nel consueto Bollettino mensile. In parole povere i banchieri centrali temono che la crisi dei mutui non onorati scoppiata negli Usa possa investire anche l’Europa. In campo scende anche il presidente Usa George Bush che ricorda: “La nostra economia è forte e sul mercato c’è abbastanza liquidità”.

L’ osservazione della Bce arriva nel giorno in cui Bnp Paribas ha annunciato la sospensione di tre fondi che investono nel mercato americano dei suprime. La decisione presa da BNP Paribas fa seguito a quella assunta nei giorni scorsi in Germania da Union Investment Management Gmbh e da Frankfurt Trust di ‘congelare’ le richieste di rimborso a valere su strumenti analoghi. I fondi bloccati dall’istituto francese avevano asset per circa due miliardi di euro alla data del 27 luglio scorso, inclusi 700 milioni legati al credito cosiddetto ‘sub-prime’.

E che non si tratti di un’ipotesi accademica lo rivela il fatto che la Bce abbia oggi fatto l’immissione di liquidità più grande mai svolta dalla banca centrale. Alle banche dell’eurosistema che temono una rarefazione della liquidità per un allargamento della crisi dei mutui subprime sono stati concessi 94,841 miliardi di euro, una mole di liquidità seconda solo a quella immessa sui mercati subito dopo l’attacco terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre 2001: in due operazioni, il 12 e 13 settembre, allora la Bce fornì liquidità per 69 e 40 miliardi. In totale 109 miliardi di euro.

Gli elevati rapporti di leva finanziaria nei recenti buyout possono essere paragonati a rapporti elevati fra l’ammontare del prestito e il valore delle garanzie in mutui ipotecari di qualità non primaria, cioè i subprime. “Inoltre, la pratica della ricapitalizzazione dei dividendi, per cui i partner del leverage buyout possono beneficiare della crescente valutazione di mercato delle società obiettivo – spiega la Bce – è analoga al rifinanziamento dei muti ipotecari, che è stato un fattore importante a sostegno del mercato di qualità non primaria negli anni in cui erano in aumento i prezzi per gli immobili residenziali statunitensi. Dal momento che la concorrenza fra banche è stata notevole per l’attività di sottoscrizione e consulenza del mercato dei leveraged buyout, i criteri di erogazione dei prestiti possono essere peggiorati e potrebbero essere state adottate strutture più favorevoli ai prenditori, come i contratti di debito a clausole ridotte”, osserva ancora la Bce, evidenziando come questo sia “analogo ai mutui ipotecari a soli interessi e ammortamento negativo applicati all’attività di erogazione di prestiti di qualità non primaria”.

L’ Eurotower osserva comunque come fra il mercato dei prestiti ad elevata leva finanziaria e quello dei mutui ipotecari di qualità non primaria “sussistono anche differenze importanti: quella principale è che, a differenza dei prenditori nei mercati dei mutui ipotecari di qualità non primaria, quelli dei mercati dei prestiti a elevata leva finanziaria sono in genere più sofisticati in termini finanziari. Sono stati quindi in grado di favorire accordi che in molti casi tutelerebbero dalle oscillazioni cicliche a breve termine. Nonostante queste strutture protettive – spiega la Bce – l’esperienza dei mutui ipotecari di qualità non primaria potrebbe fornire un’illustrazione di come il mercato dei prestiti ad elevata leva finanziaria potrebbe evolversi in un più ampio rallentamento del mercato creditizio”.La paura della Bce è che “una flessione del mercato potrebbe esporre molti a condizioni di mercato che non erano state prese in considerazione nelle transazioni originali in termini di prezzo. Ad esempio, tassi di interesse di mercato più elevati potrebbero diminuire la copertura delle operazioni esistenti, spingendo forse alcuni di essi all’insolvenza”.

Per il resto i banchieri di Francoforte continuano a vedere un pericolo prezzi. “Resta necessario intervenire con tempestività e fermezza per assicurare la stabilità dei prezzi nel medio periodo”, è scritto nel bollettino di agosto, confermando dunque implicitamente ulteriori ritocchi al rialzo dei tassi d’interesse.

Il rincaro del petrolio, il profilarsi di vincoli di capacità e il potenziale rafforzamento della dinamica dei salari e dei costi, rileva l’istituto di Francoforte, “avvalorano i rischi al rialzo per la stabilità dei prezzi nel medio-periodo”. Pertanto “è essenziale vigilare con molta attenzione per evitare che si concretizzino rischi per la stabilità dei prezzi nel medio periodo”.

Ai rischi sui prezzi, osserva l’Eurotower, si accompagna comunque una fase decisamente positiva e la Bce chiede ai governi di approfittarne per risanare i bilanci.

(9 agosto 2007)

Martedì 7 Agosto 2007, 7:59

Crisi mutui, nuova bancarotta ma Wall Street balza del 2,2%

Da La Repubblica: Mercati ancora sull’ottovolante, mentre dall’altra parte dell’oceano l’America fa i conti con i mutui
subprime e più in generale con i timori di implosione di una crisi che rischia di avvitarsi su se stessa, ma anche con la voglia di reagire: ieri il Dow Jones (notizie) ha deciso di ignorare tutti i segnali negativi e ha chiuso con un rimbalzo del 2,18%. Eppure proprio ieri sono venuti al pettine alcuni nodi, a partire dalla richiesta del Chapter 11 (la procedura pre-fallimentare) da parte di American Home Mortgage. Prima dell’American Home erano già saltate una dozzina di istituzioni analoghe.
Per ulteriori informazioni visita il sito di Finanza.com

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/economia/bce-parla/bce-parla/bce-parla.html

Guzzanti Horror Show

Che famiglia di teatranti i Guzzanti! Il Paolino il buon Gaber lo definirebbe “buffo naturale”, mentre io lo definisco il più divertente “cartone animato” in circolazione, nuovo modello del Teatro dell’Assurdo..
Non poteva che figliare due portententosi attori, dall’intelligenza viva e la comicità irrefrenabile. Conoscendo Guz-Guz come lo conosciamo, possiamo affermare che da lui hanno preso la “vis comica” e dalla madre l’intelligenza..
Per fortuna.
mauro

9 agosto 2007

Consigli per gli acquisti

di Galatea


‘ dura la vita del senatore all’opposizione. Lo si capisce dagli articoli di Paolo Guzzanti, indimenticato protagonista della spy-story “Dammi la Mitrokin che gli taglio le vene (ai Comunisti)”. Passate le luci della ribalta, dopo che persino le spie russe lo hanno giudicato tanto insignificante da non offrirgli neanche un drink al Polonio, anzi nemmeno una tartina con del caviale andato a male, e il suo fido Scaramella è stato smascherato per quello che era, cioè un personaggio che sarebbe sembrato poco credibile persino in una puntata dei Puffi, il buon Paolo vivacchia, scrivendo sul Giornale. Incazzato nero, da quello che si capisce. Perché gli elettori, ‘sti brutti ceffi malfidi che non sono stati così numerosi da far vincere Forza Italia, adesso lo assillano pure: “La gente mi ferma per strada con aria affettuosa ma intimidatoria chiedendo: ‘Allora, lo buttate giù questo governo Prodi, sì o no? Forza, datevi una mossa’.” E che giramento di palle, deve pensare il povero Guzzanti: lo immaginiamo a far la gimkana alla mattina, intercettato da elettori scontenti che lo guardano male pensando “Va’ a laurà, bauscia!”. Così ai cittadini, Guzzanti decide di spiegare le auree regole della correttezza democratica, chiarendo quali siano gli alti valori morali, religiosi ed etici che sostengono l’agire politico suo e dell’opposizione in generale.

NUMEROLOGIEComincia dunque con una riflessione matematica: “Questo governo vive in modo risicato ma stabile. Non sta per cadere e inoltre non è importante che cada Prodi, ma che cada la maggioranza. […]. Così stando le cose il governo non cadrà fino alla fine della legislatura perché ha i maledetti numeri. Saranno, sono, risicati, ma sono numeri. Saranno quelli dei senatori a vita che vengono scongelati e ricongelati ad ogni voto di fiducia, ma sono numeri. Noi dell’opposizione possiamo essere tutti presenti dal primo all’ultimo, ma il governo ha i numeri”. I numeri, già: questo fastidioso particolare su cui si basa la democrazia parlamentare. A Guzzanti stanno sulle palle, si sente. Ma se ci sono, ‘sti maledetti numeri, che si può fare? Presentare delle proposte politiche alternative valide, sperando di convincere parti della attuale maggioranza a staccarsi? Ragionare sulla propria condotta, studiare, lavorare seriamente per preparare una alternativa credibile? No, che diamine, ragazzi: Guzzanti è un senatore di Forza Italia. E la sua proposta è consequenziale al suo stare in un partito che nasce dalla mente di un venditore di successo che ha fatto fortuna sugli spot pubblicitari. Snocciola infatti un meraviglioso vademecum di consigli per gli acquisti.

SALTO DELLA QUAGLIA
“Siamo per questo condannati a goderci Prodi o un suo surrogato fino al 2011?
– si chiede infatti il senatore nella premessa della sua analisi – No, ma ad una sola condizione: che alcuni senatori dell’attuale maggioranza passino con l’attuale minoranza.” Vai con lo shopping, dunque. Certo, dirla così, papale papale, pare brutto, persino un pelicchio offensivo. E infatti il Guz subito chiarisce: Non si tratta, come volgarmente si dice, di «comprarli». Si tratta di motivarli. Ecco, appunto, un po’ come fece il buon Cosimo Mele con la ragazza che si portò in camera, cui non pagò una tariffa in quanto prostituta, ma fece un regalo in soldini, per farla sentire apprezzata. Guzzanti chiarisce che lui di gente disposta a farsi “motivare” fra i banchi del Senato ne conosce parecchia, e non stentiamo a credergli, perché pure io, se volessi farmi motivare, istintivamente lo farei subito sapere a Guzzanti. “Io conosco almeno tre senatori di sinistra disgustati dalla politica del governo e che si sentono affogati nella morte di una sinistra spaccata in due e dannosa per il Paese. Bisogna dar loro dei buoni motivi per cambiare campo garantendo rielezione e un posto nel futuro governo di centrodestra”. Quindi non di vil denaro si parla, per giunta, ma di garanzie per una rielezione. Del resto, a
giocare sui futures mica possono essere solo i petrolieri entusiasti per la guerra in Iraq, no? Eppoi, che non ci sia niente di male a provarci, è chiarito subito dal periodo successivo: “così è la politica, baby: io ti do questo, tu dammi quello. Se si tratta di scambi politici, la partita non soltanto è lecita ma moralissima”. Ecchecaspita, con una morale così, infatti, la trasparenza delle istituzioni è assicurata. E siccome di questi tempi, avere una sponda nella legge naturale, come Santa Madre Chiesa predica, è d’uopo, ecco arrivare anche il paragone ornitologico-festivo: “Inoltre vale la legge del tacchino: non si può chiedere ai tacchini di amare il Natale così come non si può chiedere ai membri dell’attuale maggioranza di compiere gesti che portino ad elezioni anticipate, suicidandosi. Bisogna offrire lunga vita a qualche tacchino. È arrivata dunque l’ora di esser pratici: si possono catturare tre scontenti. Meglio se quattro”. Eh insomma, dai, possono essere traditori, ma fessi no. Quindi offriamo loro la sicurezza che se fanno affondare la barca, loro avranno un posto d’onore nelle scialuppe di salvataggio. Va riconosciuto a Guzzanti almeno il pregio della sincerità: era dai tempi dei trenta denari di Giuda che la mercede per un tradimento non veniva offerta con tanta schiettezza, e con tale chiarezza di termini: AAA, cercasi senatori della maggioranza disposti a vendersi per far cadere Prodi. Si garantiscono condizioni di favore, posto fisso e incentivi accessori da discutere al momento dell’insediamento del nuovo Governo. Resta da capire perché sia stato pubblicato dal Giornale nell’area destinata agli articoli d’opinione. Negli annunci economici Guzzanti avrebbe trovato la sua collocazione più naturale.

fonte: http://giornalettismo.ilcannocchiale.it/post/1579496.html

Totò terzo uomo

Dobbiamo delle scuse ai lettori per aver trascurato, nelle ultime settimane, le mirabolanti avventure di Mario Scaramella e del suo spirito guida Paolo Guzzanti. Ma ripariamo subito.

Dunque, alla vigilia di Natale, i giudici di Roma arrestano, al suo rientro in Italia dopo una lunga e fosforescente tournée all’estero, il superconsulente della commissione Mitrokhin, quello che per 5 anni ha girato l’Europa a spese nostre mostrando a una legione di ex spie del Kgb in menopausa una foto di Prodi affinché confermassero il ruolo decisivo del Professore bolognese nei servizi sovietici e nel delitto Moro. Purtroppo non riuscì a cavarne un ragno dal buco. Fu allora che cominciò a mostrare la foto di Pecoraro Scanio (nomi in codice «Pekorovsky»), anche nella versione con colbacco e pelle di foca, nella speranza di incastrare almeno lui. Niente da fare. Ora giace nella cella 13 di Regina Coeli con l’accusa di aver calunniato un po’ di gente, depistato i lavori di una commissione parlamentare e inventato una carrettata di balle che nemmeno Igor Marini o Berlusconi.

Ma, mentre tutti fan finta di non conoscerlo, Guzzanti senior conduce una contro-inchiesta delle sue. Va a ripescare i vari spioni in menopausa, già molestati per anni da Scaramella («Mister Guzzanti, your friend Scaramella is a mental case!», gli scrisse il colonnello Oleg Gordievskij, stremato, invocando la neuro). E scopre verità sconvolgenti. La più grossa, inspiegabilmente trascurata dalla grande stampa, è che esiste in circolazione un simil-Guzzanti, un sosia con tanto di barba e capelli rossi, che Scaramella era solito far incontrare a un’altra spia, Evgeni Limarev, il quale si convinse di aver incontrato il Guzzanti originale, mentre era solo una copia. L’avrebbe confidato lo stesso Limarev a Guzzanti, che l’ha incontrato in missione segreta in un hotel in Alta Savoia. Lo strepitoso scoop guzzantiano, degno delle commedie di Plauto e di «Tótò terzo uomo», è apparso il 12 gennaio su Panorama e sul Giornale, in stereo: «Le rivelazioni dell’ex 007 russo: “Scaramella mi ingannò con un sosia di Guzzanti”». L’uomo si sarebbe presentato a Limarev “». L’uomo si sarebbe presentato a Limarev «truccato in modo credibile, anche se con voce e accento diversi».


Non bastasse dunque il Guzzanti doc, ne circola pure uno apocrifo. Probabilmente una comparsa del Bagaglino. E chissà quante volte s’è presentato al Senato o al Giornale spacciandosi per il modello-base. Bisognerebbe saperne di più, scavare, investigare, onde evitare che il simpatico impostore séguiti a insidiare il buon nome del celebre giornalista-senatore. Invece niente, nessuno segue la pista, nemmeno il Giornale autore dello scoop, che l’indomani l’ha già dimenticato.

Naturalmente il fatto che Scaramella si avvalesse di collaboratori tanto prestigiosi accresce a dismisura l’attendibilità della sua consulenza su Prodi, il Kgb e le Brigate rosse, documentati da una frase di Litvinenko che riferiva una frase del collega Trofimov (ovviamente morto) che raccontava di aver sentito dire da un terzo uomo (Paperinik? Ceppo? Tiramolla?) che «Prodi è uno dei nostri». Roba forte, da costruirci sopra una commissione parlamentare. Nello stesso colloquio Guzzanti-Limarev, il primo riferisce che il secondo gli avrebbe denunciato un «agguato» tesogli da due giornalisti di Repubblica per fargli dire cose mai dette. Senonchè il 14 gennaio Limarev scrive a Repubblica: «Non ho mai pronunciato le frasi che mi vengono attribuite da Guzzanti» e «sono sconcertato dal modo in cui Guzzanti ha distorto ciò di cui abbiamo discusso».


Ora, escludendo a priori che un senatore, giornalista ed ex presidente della Mitrokhin possa aver fatto tutto ciò, non restano che tre spiegazioni: il Guzzanti che incontrò Limarev e poi scrisse l’intervista non era quello vero, ma il sosia; era quello vero, ma incontrò un sosia di Limarev; un sosia di Guzzanti incontrò un sosia di Limarev all’insaputa di quelli autentici. Sia come sia, siamo in buone mani.

Ieri, ultima puntata del vaudeville: il Giornale riporta un’intervista di Gordievskij che dà del peracottaro a Limarev, il quale doveva «lavorarsi Scaramella e Guzzanti per conto del Kgb». In pratica: non Prodi, ma Scaramella e Guzzanti erano diventati (inconsapevolmente) i burattini dei servizi russi. Guzzanti, anziché allarmarsi un pochino, esulta ed inneggia a Gordievskij. Ancora qualche giorno, e si arresterà da solo.


ULIWOOD PARTY


MARCO TRAVAGLIO


l’Unità 27 gennaio 2007

fonte: vivamarcotravaglio.splinder.com/archive/2007-01


Travolta: "Io, il sogno della classe operaia"

Il 13 agosto a New York festa di compleanno per “Saturday Night Fever”
Icona degli anni Settanta. Ce ne parla il protagonista

Trent’anni di Febbre

di SILVIA BIZIO

LOS ANGELES – Trent’anni da La febbre del sabato sera. Il leggendario film di John Badham con John Travolta che uscì nel dicembre 1977 e segnò un’epoca, l’era della disco music e del riflusso, verrà festeggiato a New York il 13 agosto. All’Academy Theater, in una serata organizzata dall’Academy of Motion Picture Arts and Science, verrà proiettato il film sul quale, al termine saranno chiamati a intervenire alcuni attori e artefici del cast tecnico. Non ci saranno i superstiti Bee Gees, autori della storica colonna sonora, e non ci sarà John Travolta, indimenticabile nelle vesti dell’operaio Tony Manero re delle discoteche, attualmente nei cinema con Hairspray, un’altra commedia musicale in cui si muove con la leggerezza di un Fred Astaire, in barba ai suoi 53 anni e ai panni femminili che indossa. Lo abbiamo incontrato a Los Angeles.

John, come ricorda a 30 anni di distanza La febbre del sabato sera?
“Con l’affettuosa riconoscenza per avermi fatto conoscere all’intero pianeta. Ha creato e modellato la mia carriera. Ed era giusto che fosse così, perché io ho il musical nelle vene, anzi, nel Dna”.


Più che il mestiere dell’attore?
“Certo. Già quando avevo quattro anni ballavo, cantavo e recitavo, ispirato soprattutto da mia madre, Helen, attrice part-time e insegnante di recitazione. A sei anni presi lezione di tip-tap dal fratello di Gene Kelly, Fred. A 12 debuttai in teatro. A 16 abbandonai la scuola per unirmi a una compagnia di teatro di repertorio. Debuttai a Broadway nel 1974 col musical Over Here! con le Sorelle Andrews”.

La febbre del sabato sera divenne il simbolo di un’epoca.
“Finì per rappresentare l’identità degli anni ’70, ed esercitò forti suggestioni in tutto il mondo. Quello era un decennio che non sapeva come definirsi: ci pensò il nostro film con la sua rabbia e la carica, anche sexy, del sogno della classe operaia. Di cui mi considero un degno frutto”.

A quel film seguì Grease, il musical di maggior successo commerciale di tutti i tempi. Ha avuto paura a cimentarsi di nuovo in questo genere dopo 30 anni?
“Molti. Ci ho messo più di un anno prima di decidermi e dire sì a Hairspray. Ci tenevo a non rovinare la reputazione che mi ero costruito con Grease. Ma, come ho sempre detto, i migliori personaggi dei musical sono quelli femminili. Per questo ho rifiutato la parte andata poi a Richard Gere in Chicago. Ho fatto male, ma non sono uno che si rode nel pentimento”.
Come affrontò l’improvvisa e clamorosa fama che le portò La febbre?
“Con immensa gioia. Sentivo che il pubblico mi amava. Ricordo che dopo quel film e Grease, ovunque mi chiedevano di ballare. A una festa in onore di Frank Sinatra, Sean Connery mi chiese di ballare con lui: e non puoi dire di no a James Bond. Anni dopo, nel 1985, la Principessa Diana mi chiese di ballare con lei nel corso di un gala alla Casa Bianca, al tempo di Reagan. La First Lady Nancy fece da trait-d’union. Venivo da un periodo nero nella mia carriera, ma il fatto di aver ballato con Diana, e lo scalpore che seguì, mi fece resuscitare. Qualcuno era di nuovo interessato a John Travolta”.

(9 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/spettacoli_e_cultura/trenta-febbre/trenta-febbre/trenta-febbre.html

Bambini palestinesi e Giustizia israeliana

A R R E S T I – Palestina Occupata

A R R E S T I - Palestina Occupata A R R E S T I - Palestina Occupata

Con riferimento all’Ordinanza Militare n. 132, dal 29.09.2000 ad oggi, oltre 3000 bambini palestinesi sono stati arrestati, processati ed incarcerati dalle autorità israeliane, in violazione delle leggi e delle convenzioni internazionali. L’Ordinanza Militare n. 132, oltre a permettere di arrestare un bambino dall’età di 12 anni, stabilisce che un palestinese diventa adulto all’età di 16. Si tratta di una normativa razzista, in quanto gli israeliani diventano adulti a 18 anni. Tra l’altro, l’età viene attribuita all’imputato, NON in base al momento dell’arresto, ma il base al momento della sentenza. Gli arrestati sono giudicati SEMPRE da Tribunali Militari i quali operano senza rispettare i diritti minimi stabiliti dalla IV Convenzione Di Ginevra e dalla Convenzione ONU. Le seguenti immagini, a cura di Adriana Sabbatini, documentano la brutalità ed il trauma di tali momenti. Al 18 luglio 2007, i minori palestinesi detenuti in carceri israeliane (fonte Defence for Children International) erano 384.

Italian

data: 25/07/2007 – fonte: Adriana Sabbatini – lunghezza: 3,09 min.

See RealPlayer format - ADSL See Windows Media Player format - ADSL Listen to MP3 format


Intervista ad Alessandra Antonelli, autrice del dossier Bambini palestinesi nelle carceri israeliane

Intervista ad Alessandra Antonelli, autrice del dossier 'Bambini palestinesi nelle carceri israeliane' Intervista ad Alessandra Antonelli, autrice del dossier 'Bambini palestinesi nelle carceri israeliane'
Sono oltre 3000 i bambini palestinesi che dall’inizio dell’intifada ad oggi sono stati arrestati, torturati e rinchiusi nelle prigioni israeliane in violazione delle leggi internazionali.

Alessandra Antonelli, giornalista dell’ANSA denuncia e descrive questo drammatico fenomeno tutt’ora vittima di un’indifferenza generale.

Italian

data: 00/07/2007 – fonte: ARCOIRIS TV ROMA – lunghezza: 37,22 min.

See RealPlayer format - ADSL See Windows Media Player format - ADSL Listen to MP3 format

In programma il 09/08/2007

Segnala errore

Marco Polo in America prima di Colombo

Le coste occidentali del Nuovo Mondo sarebbero state scoperte dal veneziano due secoli prima della missione delle tre caravelle

<!–

–>

Marco Polo
Marco Polo

PARIGI Altro che Cristoforo Colombo. A scoprire l’America fu Marco Polo. La notizia è stata riportata dalla stampa francese, che sostiene che il grande viaggiatore veneziano sarebbe approdato sulla costa occidentale americana ben 200 anni prima del navigatore genovese.

LE CARTE DEL CONGRESSO – La prova sarebbe contenuta in una carta geografica conservata nella Biblioteca del Congresso a Washington esaminata sin dal 1943 dall’Fbi e la cui descrizione è contenuta in articolo del settimanale francese Vsd in edicola. Il documento, consegnato alla biblioteca nel 1933 da un italo-americano di nome Marcian Rossi, «raffigura una nave a fianco di una carta che mostra una parte dell’India,

Cristoforo Colombo
Cristoforo Colombo

la Cina, il Giappone, le Indie orientali e l’America del Nord», è scritto nel rapporto del bibliotecario dell’epoca.


LO STEMMA
– Intitolato «Map with ship» (Carta con nave), il documento reca «uno stemma disegnato sotto la nave, un incrocio di lettere che dà un nome: Marco Polo. Lo stretto che separa la Siberia dall’Alaska è il principale tema della carta», scrive l’autore dell’articolo di Vsd, il regista e sceneggiatore Thierry Secretan. Un’analisi con raggi ultravioletti effettuata nel 1943 dall’Fbi, afferma Secretan, ha «consentito di stabilire la presenza di tre ancoraggi su questa carta, che dunque è stata aggiornata nel tempo».

VICHINGHI – Il rapporto contiene diverse ipotesi, tra cui l’eventualità che «Marco Polo, che tornò a Venezia nel 1295, avesse riportato in Europa le prime informazioni sull’esistenza dell’America del Nord, diverse da quelle acquisite dagli esploratori nordici», ovvero dei vichinghi, che avrebbero costeggiato le coste settentrionali della Russia e della Siberia raggiungendo le coste americane anche loro ben prima di Colombo.

DUE SECOLI PRIMA – «Se tale carta è effettivamente di Marco Polo, ciò significa che approdò in America due secoli prima di Colombo e che disegnò lo stretto che separa l’Asia dall’America quattro secoli prima che quest’ultimo comparisse sulle carte europee», sottolinea l’autore dell’articolo. Marco Polo non scrisse mai, nei suoi racconti di viaggio, di aver toccato terra nella zona dell’Alaska, ma sul suo letto di morte disse ai suoi amici: «Non ho scritto la metà di quello che ho visto», ricorda Secretan.

Il treno dei matti è partito per Pechino

“Il nostro viaggio verso la normalità”

La gioia, il coraggio di chi ha scelto di andare senz’altro motivo che il provarci
Il convoglio organizzato da Anpis e “Le parole ritrovate” arriverà in Cina tra 20 giorni
di FEDERICA MACCOTTA

I
La foto dei partenti da Roma Termini


MESTRE (VENEZIA)
– Alla fine è un attimo. Un lungo attimo – tutto quello che serve per caricare 208 persone e le loro valigie su un treno. Partenza Mestre, destinazione Budapest. E poi, l’Oriente. Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia ma “Quel treno speciale per Pechino” lascia la stazione veneta. Pazienti psichiatrici e operatori della salute mentale, familiari e cittadini, una troupe: tutti sui vagoni pensati e voluti dai movimenti Anpis (Associazione nazionale polisportive per l’integrazione sociale) e “Le parole ritrovate”, con il patrocinio del ministero della Salute.

GUARDA LE IMMAGINI

Al binario sono baci a chi resta e battiti di mani, un poporopopopo da mondiali appena accennato. Gli altri viaggiatori (quelli che non fanno parte della carovana che attraverso l’Ungheria, la Siberia, la Mongolia e al Russia arriverà a Pechino in venti giorni) guardano. “Questi i cinesi li fanno scappare”, commentano. La stazione è invasa. Le ore prima di entrare negli scompartimenti hanno l’atmosfera delle gite. Luciana dell’agenzia di viaggi Bolgia che ha organizzato tutto respira dopo mesi di apnea. Antonio dalla Valtellina è uguale a Massimo Boldi e chiama tutti “cipollina”. Piove e fulmina.

Si parte, ma prima che da Mestre si è partiti da tutta Italia. Dalla Sardegna, sveglia alle 4. Da Frascati. Da Bologna. Da Trento, in pullman. E poi dalla Sicilia, dall’Umbria, dalla Lombardia, dalla Toscana, dalle Marche, dalla Liguria, da Roma, dal Trentino, dalla Campania. Con striscioni e zaini, con valigie pesanti come armadi. Colorati, stanchi. Entusiasti.

A Roma Termini sono in 47 e già sembrano un esercito festoso. Sono i sardi e i laziali. Magliette blu, sopra c’è scritto “In treno fino a Pechino? Ma siamo matti!”. E una spilla da balia regge un cuore colorato: ognuno ha scritto il suo nome, “così ci aiuta a conoscerci”. Perché molti di loro non si sono mai visti prima: la grande famiglia dei 208 si creerà stasera, e sarà una scommessa.

L’Eurostar si mette in marcia, ed è già il momento di tirare fuori panini e focacce, pomodorini dell’orto (sistemati con cura in una scatola da scarpa) che sanno di campagna. Da domani il cibo sarà quello di paesi lontani e sconosciuti: ungherese, russo, cinese. “Ma la cosa a cui ho pensato di più – confessa Gianna, volontaria minuta ed energica – è stata: la porto la macchinetta del caffè?”. Siamo italiani, insomma. Le caffettiere qualcuno le ha messe in valigia, c’è da starne certi. Nei preparativi pre-partenza sono state uno dei punti all’ordine del giorno, assieme alla possibilità di fare una spaghettata sulla Transiberiana.

Nelle valigie, grandi e colorate, deve in effetti entrare una vita. Venti giorni sono tanti, venti giorni di viaggio così sono ancora di più. Spaventati? “No, entusiasti, mica ci ha obbligato qualcuno”, dice Renato, volontario che non smette di sorridere. Non è una terapia, non è una cura: nessuno è stato scelto o costretto. “Siamo un gruppo di persone che parte”, tutto qua, spiega Augusto, uno dei responsabili della delegazione che arriva dalla zona di Cagliari. E il senso di questo viaggio sta proprio in questo, nel salire su un treno ciascuno – operatori, pazienti e familiari – con le sue paure e la sue aspettative. Senza la rigida divisione istituzionale dei ruoli “che spesso rende difficile comunicare”, continua Augusto. Su questo si basa l’approccio del “fare assieme” di Anpis e “Le parole ritrovate”: uno scambio di esperienze reciproche. “In questo senso è un viaggio verso la normalità”, dice, normalità intesa come rapporti alla pari, senza che uno prevarichi sull’altro.

La fiducia, è la chiave. Marisa sorride sotto il cappello: lei la fiducia l’ha dimostrata dicendo “parto”, e dicendolo al volo. “Mi hanno dato due giorni di tempo. E io ho detto a chi rimane: ‘O mi lasciate partire o parto'”. La sua scommessa è questa, lasciare gli ambienti familiari per lanciarsi verso Pechino. Ritagliarsi un’indipendenza, farcela da sola. Dare una mano, anche. Come Palmiro, che sa il francese e l’inglese e che farà da interprete. Lui ha vissuto 25 anni all’estero, tra Parigi e Londra. Ha l’animo del globe-trotter, gli si legge in faccia. E quando ne parla ride: “Sono stato ospitato e ho ospitato: so cosa vuol dire fare del bene, ricevere da mangiare quando non ne hai”.

A Firenze diluvia e il treno si blocca. “Iniziamo bene”, ridono tutti. Occhi assonnati e voglia di partire. Dopo tre ore sembra di essere in viaggio da una vita, si gioca al paroliere e a briscola. Franca, vestita di rosa e con la foto di un bimbo nel medaglione, insegna i gesti per barare a una dottoressa. Per passare le ore di Transiberiana hanno portato stoffa e ago per confezionare magliette da regalare e strumenti per un’intera banda: dieci flauti, tamburelli, organetto, armonica a bocca. Poi ci saranno i gruppi di auto-mutuo-aiuto, dieci persone che si confrontano per superare un problema o imparare qualcosa: smettere di fumare, per esempio (e quando si sta quattro giorni di fila su un treno ce n’è bisogno).

In valigia camomilla e costumi da bagno, k-way e ombrelli. Sette ore di fuso, latitudini che vanno dalla Turchia alla Scandinavia. Gianluca ha gli occhi scuri e curiosi e non vede l’ora di arrivare a Pechino. Paola, iride azzurro e sorriso continuo, chiede “siamo arrivati?” e se il treno di notte si ferma: “E noi dove dormiamo? Dormiamo in treno?”.

Venezia, Budapest, Mosca, Ulan Batur, Pechino. Ma prima c’è Mestre, la partenza dei 208. Già adesso, a scendere dal treno, l’effetto è da mal di mare. Senza scale mobili, le valigie spaccano le braccia sui gradini. “Una cosa da pazzi!”, esclama qualcuno.

(8 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2/treno-marco-polo2.htm

l