Archivio | agosto 10, 2007

G8 Genova: filmato inedito

Genova 2001

Genova 2001 Genova 2001 Genova 2001


N.A.Di.R. informa
: vengono proposte immagini inedite gentilmente concessaci a titolo gratuito dal regista-reporter Claudio Coronati che ci mostra, attraverso i suoi occhi, i fatti accaduti a Genova il 21 luglio 2001 durante la manifestazione che ha accompagnato il G8.

Una manifestazione di pacifica protesta nei confronti di coloro che tramano il Pianeta senza, a quanto pare, tenere in considerazione chi del Pianeta fa parte! Una pacifica manifestazione di protesta che si è trasformata in un incubo. Le immagini da Coronati sino ad oggi sono state visionate solamente a Cuba.

Visita il sito www.mediconadir.it

Per vedere il filmato clicca qui

Filippine, 50 morti fra esercito e ribelli musulmani

“Abu Sayyaf Members (ASG Leader Khadaffy Janjalani is second from left)”
La Zamboanga Times
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Disclaimer: The MIPT Terrorism Knowledge Base contains images of terrorist groups, leaders, and attacks. Please be advised that certain pictures might be graphic in nature and not suitable for all ages.

Si sconsiglia la visione delle immagini ai minori od alle persone particolarmente sensibili. mauro

Filippine, escercito contro ribelli mussulmani - Forto Ansa - 220*180 - 10-08-07


Oltre 50 persone, di cui almeno 25 soldati filippini, sono state uccise in combattimenti tra ribelli musulmani ed esercito nella remota isola di Jolo (sud). Lo hanno reso noto fonti militari.
Gli scontri, sulle montagne vicino alla citta’ di Mainbung, sono cominciati nelle prime ore di giovedi’, quando i ribelli hanno ucciso nove soldati e ne hanno feriti due in un’imboscata. 4300 civili sono stati costretti a fuggire dalle loro case per gli scontri. Uno dei feriti e’ poi morto.
Nella zona sono stati inviati rinforzi e i militari hanno cominciato a inseguire i ribelli. Il maggiore Eugene Batara, portavoce militare a Zamboanga, ha dichiarato che in una successiva battaglia sono morti almeno altri dieci soldati.
Secondo altre fonti militari, i combattimenti sono continuati ancora nella notte e sono stati uccisi almeno altri cinque soldati, mentre nelle file dei guerriglieri ci sono stati almeno 27 morti e 10 feriti.

Un portavoce dell’esercito, tenente colonnello Ernesto Torres, ha detto che ai combattimenti sembrano aver partecipato un centinaio di ribelli del gruppo integralista Abu Sayyaf e una fazione scissionista del Fronte nazionale di liberazione Moro (Mnlf).
Ma lo stesso Mnlf, che nel 1996 aveva firmatro un accordo di pace con il governo di Manila. ha rivendicato la responsabilità dell’imboscata di giovedi’ mattina, definendola una rappresaglia per l’uccisione di cinque persone durante un’offensiva dell’esercito, il giorno prima.
”Non e’ stato Abu Sayyaf”, ha dichiarato Hatimil Hassam vicepresidente dell’Mnlf. ”Sono state le nostre truppe. E’ stata colpa dei militari. Tutto e’ cominciato da loro”, ha aggiunto.
Il mese scorso uomini del Fronte islamico di liberazione Moro (Milf), il piu’ grande gruppo separatista musulmano nel Paese, hanno ucciso 14 Marines in un attacco alla vicina isola di Basilan. Dieci dei soldati sono stati decapitati, ma l’Mnlf ha negato che suoi miliziani habbaino mutilato i militari.

I militari hanno accusato delle decapitazioni anche membri di Abu Sayyaf. A causa di legami familiari a Jolo e a Basilan, vi sono stretti legami tra Abu Sayyaf, Mnlf e Milf, che talvolta si sovrappongono.
Il governo filippino vuole giungere a un accordo di pace con il Milf, ma si e’ impegnato a sgominare il gruppo Abu Sayyaf, cui e’ attribuito il piu’ grave attacco terroristico nella storia delle Filippine: il massacro di oltre 220 persone su un traghetto nel 2004.

Pubblicato il: 10.08.07
Modificato il: 10.08.07 alle ore 17.07
fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=68079


Peppermint, presentato il secondo maxireclamo

mercoledì 01 agosto 2007

Roma – Nuovo passo della vicenda Logistep-Peppermint: ieri Altroconsumo ha depositato al Garante della privacy il secondo maxireclamo contro Peppermint e Logistep, sostenendo l’illegalità del trattamento dei dati personali di 73 utenti.

L’Associazione dei consumatori, che a fine giugno aveva presentato il primo reclamo, ha finora assistito 88 consumatori in quella che definisce “vicenda di intimazione arbitraria, giunta a pioggia a migliaia di consumatori italiani, a pagare 330 euro per un’ipotetica condivisione di file in Rete”.

La vicenda, come noto, nasce dal fatto che Logistep, per conto di Peppermint, ha reperito sulle reti di sharing una quantità di indirizzi IP ai quali ha associato l’ipotetica attività illegale di scambio di file i cui diritti sono appunto di Peppermint. Su queste basi sono stati richiesti, ed ottenuti in un primo momento, i nominativi di quegli utenti corrispondenti agli IP rilevati, ai quali è stata poi trasmessa una raccomandata con la richiesta di un pagamento forfetario per chiudere la vicenda.

“Per Altroconsumo – ribatte però l’associazione – non c’è coincidenza tra indirizzo IP, titolare dell’utenza telefonica e il presunto pirata, dunque la richiesta dei legali di Bolzano è priva di fondamento. Prova ne siano alcuni casi segnalati ad Altroconsumo: l’ingiunzione giunta ad un consumatore ottuagenario, defunto, della provincia di Torino, o quella giunta a un utente non vedente, che per sua stessa dichiarazione non ha mai navigato in Rete”.

“A fronte del trattamento illecito dei dati personali svolto dalla Peppermint – insiste Altroconsumo – l’associazione indipendente di consumatori imposterà un’azione risarcitoria contro la casa discografica. I consumatori possono segnalare la propria storia a peppermint@altroconsumo.it“.

fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2050064

La Donna è mobile, la gelosia pure

Gio, 09/08/2007

Secondo quanto riporta l’Ansa, una donna torinese morsa dalla gelosia avrebbe regalato al sospetto fedifrago un cellulare con cimice inclusa, finendo per essere indagata per intercettazione abusiva.

Le indiscrezioni trapelate fino a questo momento, raccontano una normale storia di gelosia coniugale in cui il diavolo ci ha messo lo zampino sotto forma di un apparato hi-tech.

Il diabolico dispositivo in questione, infatti, è un cosiddetto sniffer in grado di spiare i messaggi inviati e ricevuti dal telefonino spiato, nonché i numeri chiamati e la posizione del telefono.

Il termine sniffer è stato mutuato dal verbo inglese che indica l’attività dell’intercettazione passiva dei dati che transitano in una rete telematica (fonte: Wikipedia).

Il marito che aveva ricevuto in dono il telefono “taroccato”, però una volta accortosi dell’inganno non ci ha pensato su due volte ed ha querelato la consorte.

La cinquantenne signora torinese, dunque, rischia la condanna alla reclusione da uno a quattro anni per il reato di intercettazione abusiva.

Tutti i nostri lettori gelosi sono avvisati, gelosi va bene, ma non dimentichiamo che la legislazione in materia è rigorosa ed inflessibile.

fonte: http://www.portel.it/news/cronaca/08-2007/la-donna-e-mobile-la-gelosia-pure.html

LA BUFALA DELL’ORO


9 agosto 2007

DI CARLO BERTANI

Nei lontani anni ’60, i “tormentoni” estivi si chiamavano “Con le pinne il fucile e gli occhiali”, cantata dai Vianella, oppure l’ultima canzone di Battisti: oggi – a testimoniare la decadenza da basso impero che stiamo vivendo – c’è il tormentone dell’oro della Banca d’Italia. Meglio le pinne e i fiori di pesco, credetemi.

Tutto sembrerebbe nascere dalla proposta di Fernando Rossi (uno dei dissidenti sull’Afghanistan) di devolvere ad un piano d’edilizia pubblica il miliardo circa di euro l’anno che si risparmierebbe. Tale risparmio, se si vendesse l’oro di Stato (quanto, poi, tutto da decidere), deriverebbe dai minori interessi che si pagherebbero sul debito pubblico qualora si decidesse di regalare ai banchieri anche l’oro italiano.

Scorrendo alcuni forum sul Web, ho notato che molte persone ancora credono che quell’oro sia il controvalore della moneta circolante: è bene chiarire che l’oro che riposa nelle banche centrali non ha più – per l’Italia – nessun rapporto con la moneta circolante dagli accordi di Bretton Wood, nel 1944.
L’ancoraggio delle valute all’oro è vecchio come il mondo, e durò praticamente fino alla Prima Guerra Mondiale.

L’entità delle devastazioni subite dai belligeranti – la Gran Bretagna, ad opera dei sommergibili e dei corsari tedeschi, perdette qualcosa come 10 milioni[1] di t.s.l[2] . su un totale di 18.716.982 t.s.l. affondate nell’intero conflitto – e, al termine delle ostilità, ci fu un colossale “risarcimento danni di guerra” nei confronti degli Imperi Centrali (soprattutto Germania, e Austria).
A margine, segnaliamo che nel Secondo Conflitto Mondiale le tonnellate mandate a picco furono 32.000.000 circa, poco meno del doppio della Prima: si tratta di circa 6.000 navi! Gli esseri umani, dunque, lavorano come matti per costruire beni, impiegando enormi quantitativi d’energia, per poi dilapidare tutto nelle guerre. Anche l’odierna guerra in Iraq è una voragine energetica.

Tornando al 1919, la flotta inglese era stata letteralmente dissanguata dagli U-boot e, al tavolo di Versailles, i tedeschi consegnarono praticamente il loro oro nelle mani dei loro ex nemici.
La Repubblica di Weimar, nata dalle ceneri dell’impero prussiano/germanico, non aveva oro per garantire una circolazione monetaria su base aurea: ricordiamo che un uovo, in quegli anni, valeva svariati miliardi di marchi.

Per uscire dall’impasse, l’economista Hjalmar Schacht propose di abbandonare il vecchio marco per una nuova moneta, il Rentenmark. La nuova moneta non aveva corrispondenza aurea (non ce n’era!), e fu creata ipotecando le industrie tedesche ed altri beni, ma era una moneta di pura imputazione per il mercato interno, tanto che non poteva essere usata per gli scambi internazionali, che dovevano avvenire in oro o in altre valute.
Il Rentenmark, in ogni modo, riuscì a fermare l’apocalittica inflazione.
Nel 1944, affinché non si ripetessero gli errori del 1919 – ed anche perché gli USA erano diventati i padroni del pianeta non comunista – si trovò, a Bretton Wood, questa soluzione: solo il dollaro rimase “ancorato” all’oro – e poteva quindi esserne richiesto il controvalore in metallo – mentre le altre monete, per essere scambiate nel prezioso metallo, dovevano prima essere convertite in dollari.

La fine del sistema aureo avvenne il giorno di Ferragosto del 1971: siccome il dollaro era convertibile in oro, gli arabi chiesero a Nixon di pagare il petrolio in oro e non in moneta cartacea.
Nei sotterranei di Fort Knox, c’era soltanto la quarta parte dell’oro necessario per garantire la valuta circolante: gli USA, forti del loro predominio sul pianeta, avevano semplicemente fatto girare le rotative che stampavano i dollari 4 volte la velocità che avrebbero dovuto avere per essere sincrone ai depositi aurei! Oggi, non pubblicano nemmeno più i certificati M3, quelli che indicano quanti dollari si stampano.

La conseguenza fu che, il 15 agosto del 1971, Richard Nixon abolì unilateralmente gli accordi di Bretton Wood: da qual giorno, non esiste nessun rapporto fra le monete e l’oro. Il prezioso metallo è sì ancora bene di rifugio, ma come un immobile o un giacimento petrolifero: vale di più d’altri metalli, ma è ridiventato un metallo e basta.
La vicenda dell’oro apre altri scenari, ovvero il dibattito sul signoraggio e su una seria teoria del valore, che oggi – praticamente – non esiste.

Riflettiamo che, se produco una penna e la vendo per un euro, il giorno dopo – la stessa penna prodotta dalla medesima persona – può valere di meno perché l’euro è sceso nei confronti delle altre valute: in pratica, il giorno dopo, io valgo meno del giorno prima! A questo siamo arrivati.
La vicenda dell’oro e delle monete richiederebbe ben altro spazio e più ampie precisazioni: quel che volevo soltanto chiarire, è che l’oro della Banca d’Italia non garantisce l’Euro né altro. E’ oro e basta, come quello che acquistano i gioiellieri.

La decisione di vendere l’oro della Banca d’Italia, quindi, è simile alla dismissione degli immobili delle Forze Armate, oppure di aree demaniali: è un bene pubblico che viene venduto e nient’altro.
Ci sono dei limiti, imposti da un trattato sottoscritto dall’Italia, per non immettere sul mercato più di 500 tonnellate d’oro l’anno: come per qualsiasi bene, si cerca di non inflazionarne il valore con vendite di massa. La speculazione politica interna, sull’argomento, è di bassissima lega: il “portavoce” di Berlusconi – quel guitto di Bonaiuti – ha paragonato Prodi a Capitan Uncino, altri hanno gridato alla svendita della Patria. Il centro destra dimentica che fu proprio lui – nel 2004 – a varare il provvedimento che consentiva la vendita dell’oro: Tremonti ci stava pensando, ma incontrò il “nemico” Fazio sul suo cammino e non se ne fece nulla. Oggi, temono soltanto che siano altri a farlo.

Il vero problema, quindi, è stabilire a cosa servirà pagare un po’ di debito pubblico con quell’oro. Se Rossi propugna la costruzione di case popolari, non dimentichiamo che l’ipotetica decisione sarà presa da un governo. Quello successivo, potrebbe decidere di destinarlo alle missioni di “pace” all’estero. In altre parole, smobilizziamo un bene di rifugio per convertirlo in beni fruibili: ma a chi? E per farne che cosa?

A quanto ammonta questo benedetto oro? Quanto renderebbe venderlo?
Le riserve auree ammontano a 2.451,8 tonnellate per un controvalore di 37,970 miliardi di euro[3]. Insomma, vendendo tutto, in parecchi anni, ricaveremmo 38 miliardi di euro: siamo probabilmente intorno al 2% del debito pubblico. Mi rendo conto che, a questo punto, molti italiani saranno delusi. Tutto qui?
Con il risparmi sugli interessi, potremmo ricavare ogni anno 1 miliardo di euro che ogni governo – passata la novità – inserirebbe in Finanziaria per il consueto balletto delle ripartizioni partitiche.

Non è quindi possibile attuare un piano come quello di Fernando Rossi – pur ammettendo la sua completa buona fede – perché qualche anno dopo – poniamo Berlusconi – li consegnerebbe probabilmente tutti al suo amico Lunardi, per spargere un po’ di cemento qui e là.
L’unica soluzione, che legherebbe le mani ai politici, sarebbe quella d’inserire la destinazione dei risparmi in Costituzione, ma non la vedo come una via molto praticabile.

Quel “tesoro”, che fa inorridire Bonaiuti, non corrisponde nemmeno alla bolletta energetica annua italiana, che per il 2007 è previsto che si attesti intorno ai 45 miliardi di euro[4]: insomma, con tutto l’oro della Banca d’Italia, non riusciamo nemmeno a pagare petrolio, gas, carbone ed elettricità per un anno!

Se, invece, l’Italia varasse finalmente un serio programma per le rinnovabili – eolico in testa, senza trascurare però il piccolo e medio idroelettrico, il risparmio energetico, il fotovoltaico e domani il termodinamico – potremmo raggiungere gli obiettivi che l’UE ci chiede, ossia un 10% in più dell’attuale sulle rinnovabili.
Quanto fa il 10% su 45 miliardi?
Sarebbero 4,5 miliardi di euro che rimarrebbero nelle tasche degli italiani e che non prenderebbero la via dell’estero. Il miliardo dell’oro, a questo punto, semplicemente sparisce. Gli esempi si sprecano: a Varese Ligure, ogni anno – grazie a due soli aerogeneratori – immettono nelle casse comunali 30.000 euro, e i bilanci dei piccoli comuni sono più facilmente controllabili dalla gente. Mica sono i bilanci di ENI ed ENEL: nei comuni, se il bilancio è in attivo, la gente chiede la riduzione o la cancellazione dell’ICI, altrimenti non ti vota più. Sono soltanto sogni di mezza estate? No.

Senza andare troppo lontano, basta che mi sporga dalla finestra: l’antico mulino del mio piccolo paese, non usa più la cascata per far girare le macine; la utilizza, invece, per produrre energia elettrica mediante una turbina e quando deve far ruotare le macine fa uso la corrente di rete.

La turbina produce 30 KW/h continuativi, giacché è alimentata da una roggia che spilla a monte l’acqua: in un giorno, quindi, ricava 720 KW/h, che al prezzo medio di 7 centesimi di euro (calcolando una media sui valori della Borsa Energetica) fanno 50 euro il giorno, 1500 euro il mese. Senza far nulla.

Quante famiglia italiane vedrebbero risolti i loro problemi economici, se potessero contare su un introito mensile extra di 1.500 euro? Quante rogge dimenticate, canali abbandonati che servivano vecchi mulini ci sono in Italia? Migliaia? Decine di migliaia? Quanti italiani conservano, per diritto ereditario, il privilegio di servirsi di quelle acque? Quante potrebbero essere messe a disposizione di chi perde il lavoro?
Se si mettesse mano seriamente al “sistema acqua” italiano, scopriremmo che, un mare d’energia che i nostri nonni traevano dalle semplici macchine ad acqua di pianura e di collina, oggi è abbandonato. Acqua che diventa ricchezza, non l’oro del re Mida.

Già, ma quei soldi finirebbero nelle tasche degli italiani e non nei bilanci di ENI ed ENEL, che hanno il Tesoro come azionista!
Invece, pensiamo di risolvere – come una vecchia famiglia nobile decaduta – i nostri problemi vendendo l’argenteria: questo è il livello del dibattito politico italiano. Mai guardare al futuro, mai cercare soluzioni sensate ed innovative, mai modificare l’esistente. Piuttosto, si vende l’argenteria.
Torniamo ad ascoltare “Con le pinne il fucile e gli occhiali”, che è meglio.

Carlo Bertani
articoli@carlobertani.it
www.carlobertani.it

NOTE [1] Fonte: E. Bagnasco – I sommergibili della Seconda Guerra Mondiale – Alberelli. [2] Tonnellate di Stazza Lorda. [3] Fonte: Repubblica, 8 Agosto 2007. [4] Fonte: Televideo, 11/3/2007.

fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3625

Un giorno in Senato, dove è a rischio la nostra anima

Alcuni lettori di Altreconomia.it ci hanno spedito questo scritto della senatrice Albertina Soliani (Ulivo). Ci sembra utile per riflettere, in questi tempi, su democrazia e politica, su ciò che in Parlamento potrebbe essere, e non è più (per molti). Ma anche per andare al di là delle cronache (interessate) dei quotidiani.

di Albertina Soliani
È venerdì 13 luglio 2007
. Da poco è iniziata la seduta del mattino, si discutono e si votano gli emendamenti sull’ordinamento giudiziario dopo un gran lavoro in Commissione. Senza tempi contingentati, senza voto di fiducia. A maggior ragione ci si dovrebbe autoregolare, una comune assunzione di responsabilità. Quando la libertà è senza limiti, il limite è dato dalla responsabilità di ciascuno.

Interviene il sen. Gerardo D’Ambrosio. Evoca, pacatamente, l’impegno dei magistrati “indipendenti” per la salvezza della democrazia, e il prezzo pagato. Non l’avesse mai fatto. La Sen. Anna Cinzia Bonfrisco inveisce contro di lui scendendo nell’emiciclo, gli grida “assassino”, “criminale”, sostenuta dai colleghi della sua parte. Non è un normale confronto parlamentare, come vorrebbe la democrazia. Il popolo italiano ha eletto la sen. Bonfrisco ma anche il sen. D’Ambrosio. Egli è lì, con il suo diritto ad intervenire. Se offendi lui, offendi i suoi elettori, anzi il popolo italiano che egli rappresenta senza vincolo di mandato.
Vi è qualcosa di più grande delle tue opinioni, delle tue passioni, della tua storia, della tua valutazione sugli anni di Tangentopoli. Vi è la democrazia. Prima della tua parte politica viene la salvaguardia del terreno comune del confronto politico nell’Aula parlamentare. Che ha le sue regole. È il limite che non può essere valicato, pena lo scadimento della democrazia che tu vivi in Parlamento pro-tempore in nome del popolo italiano. Dopo il tuo passaggio in quell’Aula l’istituzione dovrebbe essere migliore, non peggiore di come l’hai trovata.
La sen. Bonfrisco poteva intervenire, se lo voleva. Il resto mette a rischio l’anima del Senato della Repubblica, la sua intelligenza, la sua moralità che presuppone innanzitutto il rispetto dell’altro.
È che gli anni berlusconiani dell’Italia non sono ancora passati, con il loro discredito nei confronti della magistratura. Ogni occasione è buona per riversare sul Paese, nelle piazze e nelle aule parlamentari, il rancore mai sopito. Senza rispetto per nessuno, senza autocontrollo. Senza argomentare, semplicemente insultando. Agendo d’impeto, senza la mediazione della ragione.
È a rischio l’anima di ciascuno di noi in questo esplodere incontrollato della parte non razionale di sé. E il rischio è innanzitutto per chi supera il limite.
Non è finita. Di fronte a ciò, di fronte alla sen. Bonfrisco e alla destra che inveisce, il sen. Goffredo Maria Bettini de L’Ulivo compie nei loro confronti un gesto inaccettabile in un’Aula parlamentare. Appunto, violenza chiama violenza, volgarità produce volgarità, all’istinto si risponde con l’istinto. Il maschilismo impera. E così la volgarità è bipartisan. Nessuno tiene più a freno se stesso. Nell’Aula del Senato anche l’anima della maggioranza è a rischio. Naturalmente la sen. Bonfrisco si è poi lamentata della mancata solidarietà delle donne del centrosinistra nei suoi confronti. Ben più ampia, ahimè, era la valanga messa in moto e ci travolgeva tutti.
Alcuni senatori del centrosinistra sono intervenuti per rendere giustizia al sen. D’Ambrosio e riportare tutti al buon senso. Brevemente, per non mettere a rischio l’agibilità dell’Aula e la prosecuzione dei lavori. Sfidati ad essere saggi e misurati, quanto più sconsiderata e senza misura era l’offensiva della destra. Una sfida morale e intellettuale, raccoglierla irrobustisce. Ma resta la tristezza nell’anima.

Alla ripresa pomeridiana altra pena. Vanno in scena i senatori a vita.
Io lo sapevo. L’opposizione nella sua semplificazione è assolutamente prevedibile.
Va in scena la contabilità della politica. Uno, due, tre voti fanno la differenza e tutto all’improvviso può cambiare in Italia. L’obiettivo del centrodestra è questo, da un anno: prevalere anche per un voto solo e così dare la spallata al Governo. Per questo obiettivo si passa sopra a tutto, sopra la Costituzione – del resto non è la prima volta -, ma anche sopra il rispetto e la dignità delle persone a partire dai più anziani. I Senatori a vita. Sbeffeggiati, scherniti, ingiuriati. Qui, veramente, ogni misura di sensibilità e moralità è travolta. E’ travolta anche la nostra anima.
Pensa l’opposizione che sarebbe un bene per il Paese se cadesse il Governo? Legittimo. Ma è legittimo, nello stesso tempo, che la sen. Rita Levi Montalcini pensi il contrario, e cioè che questo Governo faccia bene al Paese e che sia suo dovere civile dargli il proprio consenso. Soprattutto nei momenti difficili. E allora? Anche questo è il confronto parlamentare che non può essere delegittimato, pena la delegittimazione della stessa istituzione parlamentare così come è scritta in Costituzione.
Nell’attacco senza fondamento costituzionale ai senatori a vita, il più disgustoso è quello nei confronti di Rita Levi Montalcini, la più grande tra di noi. È una donna, la più fragile in apparenza, in realtà la più tenace e determinata. Ritenuta estranea alla battaglia di maschi robusti che tra loro si intendono. A colpi di emendamenti, bizantinismi procedurali, violente polemiche. Forse per loro la politica è solo questo. Se non sei di quel rito, sei fuori. Fuori “dalle palle”.
La sen. Rita Levi Montalcini soffre il disagio di un udito indebolito? Non le è consentito. Immagino come possono sentirsi gli italiani come lei. Non dovrebbe il Senato rappresentare anche in questo tutto il Paese? Anzi, la Presidenza del Senato dovrebbe tenere conto di ciò nel ritmo intenso delle votazioni, consentendo ai senatori come lei di poter esprimere il loro diritto al voto con serenità, avendo dato lustro all’Italia come nessuno, di quanti siedono in Senato, avrebbe potuto fare.
L’on. Ignazio La Russa più tardi è arrivato a dire: “Il Governo ha bisogno della Montalcini e non è dignitoso nemmeno per una delle persone più prestigiose d’Italia, andare lì, a votare, con una senatrice che gli fa da badante”.
Mi dispiace per l’on La Russa, ma è la cultura fascista che prende di mira i più deboli. Anche la sua anima ha perso il senso delle cose. Accecati al punto da mettere in discussione l’autonomia di una persona che si muove, alla sua età, da Pechino a New York, ricevuta con rispetto e ascoltata in tutto il mondo.
Ma che razza di consesso sta mai diventando il Senato del nostro Paese, se la persona diventa solo il suo voto, smarrendone tutto il suo valore?
Qui sta il punto politico. L’opposizione spera che i voti dei senatori a vita siano determinanti per gridare allo scandalo – ora, nel 1994 a loro vantaggio non era così -, ma nei momenti decisivi questo non accade. Non è accaduto neppure venerdì. Ma perché l’opposizione riduce tutta la politica e il suo dibattito ai 2 – 3 voti di scarto al Senato, non avendo altra proposta alternativa da mettere in campo? Perché si accusano i senatori a vita, quando la causa prima di questa situazione è, all’evidenza, la legge elettorale che l’opposizione ha voluto, congegnato e votato? Ecco perché la cosa più urgente da fare è cambiare la legge elettorale e firmare il referendum che ne provocherà il cambiamento. Per ridare moralità alla politica e dignità alle istituzioni.
Se non si riconosce la verità, tutto diventa inganno e menzogna. Dice Simone Weil che la moralità consiste nel rispetto della natura di ogni cosa. Questa moralità in Senato è messa a durissima prova.

In questa situazione, si è discusso a lungo dell’emendamento Manzione. Forse buono nel merito, ma non siamo in una situazione normale. Se brucia la casa, non accendi il fiammifero, porti l’acqua.
Non si può confondere la parte con il tutto. Se metto su un piatto della bilancia l’emendamento Manzione e dall’altro il cataclisma indotto da esso, non vi è neppure confronto. Certo, se si hanno a cuore le sorti del Governo e del Paese più delle proprie. Come dice la metafora, il battito delle ali di una farfalla in Cina può produrre un disastro in California.
In ogni caso altre sono le sedi in cui discutere della situazione politica o del Partito Democratico. Anche questo ha a che fare con la moralità delle scelte. La democrazia è separazione e distinzione: delle responsabilità, degli spazi, degli organismi, delle ragioni, dei soggetti e dei ruoli. Solo una superficiale interpretazione della globalizzazione può indurre a pensare che si discute di tutto, ovunque, allo stesso modo. Anche in modo strumentale.
Concentrarsi sull’essenziale, questo è il dovere. Questa è la libertà, questa è la responsbailità. Davvero in Senato l’anima di ciascuno di noi è a rischio.

Infine, la reazione di noi senatori dell’Unione. La nostra scelta morale è chiara: servire il Popolo Italiano, concludere l’iter delle leggi, rispondere con la razionalità all’irrazionalità. Diversi sono gli stili e le figure retoriche nell’arengo, non sempre l’invettiva è la più adatta. Ma spesso sarebbe d’obbligo.
Sono stata nell’Aula del Senato nella scorsa legislatura, ho vissuto l’immoralità di quel contesto, la rozzezza, l’inganno, la banalità, la strumentalità eletti a ragione politica. Noi dell’opposizione reagivamo, dopo una prima stagione di incredulità e sgomento. La nostra anima era a rischio, eravamo trascinati in basso, senza scampo. Costretti a scendere su un terreno che non era il nostro. Si doveva resistere.
In questo primo anno dell’attuale legislatura è come se l’Unione si fosse data un limite invalicabile. È quello della responsabilità verso il Governo, verso il Paese. Questa è la moralità dell’Unione in Senato, la cifra della responsabilità che oggi è rara.
Attenti a tutto, ci autolimitiamo. Ci sono momenti in cui ho l’impressione che viviamo come una specie di sindrome di Stoccolma. Viviamo come se fossimo in una situazione normale. Non lo è. Oppure cerchiamo di evadere dal contesto facendo altro: si telefona, si scappa a fumare, si rischia su una manciata di secondi. È tale la durezza della vita che cerchi di sopravvivere. Ben altra tensione morale ed intellettuale dovrebbe invece sostenerci, ogni giorno. Senza cercare capri espiatori – il Governo, gli alleati –, consapevoli che qui ed ora la nostra anima si salva non solo se resiste ma se dà voce incessantemente all’Italia migliore. Con coraggio, con serietà, con dignità. Se trasforma il livello minimalista, contabile e inutilmente liquidatorio imposto dall’opposizione, nella spinta morale e culturale che deve rappresentare nell’Aula del Senato il volto in cui gli italiani vorrebbero riconoscersi: la capacità e il gusto di raccogliere le sfide, la passione ideale per vincerle. Se no è la stessa anima del Paese che rischia di perdersi.
Chissà che cosa passa nell’animo dei senatori dell’Unione in un giorno come questo.
Guardo il sen. Antonio Boccia, che, come un direttore d’orchestra, o come un domatore, guida i nostri lavori d’Aula. Il più esposto, il più a rischio nella tenuta della sua anima. Talvolta a causa dei suoi, oltre che degli avversari.
Guardo Anna Finocchiaro. Ferma, assorta nel suo silenzio mediterraneo. Al di là del bene e del male. Parla solo quando è necessario e allora scendono tra i banchi del Senato, come un balsamo, il valore della parola e la forza del pensiero. Contro l’arroganza, la banalità, la strumentalità delle voci che strepitano. E il Senato respira.

Ecco un giorno al Senato, un giorno qualsiasi.
La sera attraversando l’Appennino in treno per tornare a casa pensavo che questo è un costo troppo alto della politica. Sbrighiamoci ad abbassare i costi finanziari, ad annullare i nostri privilegi perché ci attende subito un altro grande compito. Per la maggiornaza e per l’opposizione. Insieme. Restituire al Parlamento la dignità, la cultura, la forza morale, la misura di cui ha bisogno. Perché l’Italia ne ha bisogno. Perché la democrazia viva, non declini.

Albertina Soliani

fonte: http://www.altreconomia.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=284


Un volpino salva un aeroplano

Quando il cane è più intelligente dell’uomo..


Il cane è uscito dal vano bagagli, lasciato aperto, e si è messo a seguire l’aereo
Se nessuno lo avesse visto, il volo sarebbe partito con il portellone spalancato

Fiumicino, sfiorata la tragedia
L’animale era stato chiuso in una gabbia difettosa

Ma nessuno si era reso conto del guasto che poteva avere conseguenze gravissime


di VALERIO DI MARZIO

Un aereo della Blue Air

ROMA – Se non fosse stato per il suo involontario aiuto, il volo 116Y1 della Blue Air, che da Fiumicino era in partenza per Bucarest, non sarebbe forse mai arrivato a destinazione. Stiamo parlando di un cane, che ieri pomeriggio ha “segnalato” al comandante, proprio mentre l’aereo stava accingendosi a rullare, che il vano bagagli era aperto. Se il volo fosse decollato così, la stiva aperta avrebbe impedito una corretta pressurizzazione, causando grossi problemi (fino al rischio di precipitare) al 737 che ospitava 140 persone.

Il cane, un volpino di due anni, era stato “stivato” insieme agli altri bagagli nella vano dell’aereo su cui viaggiava il suo padrone il signor Stoica Ionut, romeno. Secondo una prima ricostruzione, inizialmente il cane era stato messo in una gabbia non conforme, la cui chiusura era affidata al nastro adesivo, per essere portato come bagaglio a mano. Ma visto che la compagnia non ammette animali a bordo, il volpino era stato successivamente trasferito nel vano bagagli.

Qui, durante la fase detta “taxi”, in cui l’aereo lascia il parcheggio e si avvia verso la pista, il cane ha rosicchiato lo scotch ed è uscito dal vano bagagli, che era stato lasciato aperto. L’animale, una volta a terra, si è messo a correre dietro l’aereo sul quale c’era il padrone. Proprio il signor Ionut, guardando dal finestrino mentre il velivolo si muoveva, ha visto il suo cane e ha avvisato lo steward che, a sua volta, ha spiegato la cosa al comandante che ha fermato in tempo l’aereo.

A quanto pare, nessuno si era accorto della grave dimenticanza per cui il portellone del vano bagagli era rimasto aperto: nè il responsabile delle operazioni sottobordo dell’handler, la Flightcare, che avrebbe dovuto verificarne la chiusura; nè il comandante dell’aereo, che avrebbe dovuto effettuare un “check” prima di iniziare le procedure di partenza. Insomma, se il padrone non avesse visto dal finestrino il cane che correva dietro l’aereo, il volo sarebbe decollato.


(10 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/volpino-fiumicino/volpino-fiumicino/volpino-fiumicino.html