Archivio | agosto 12, 2007

Dossier: L’eccidio di S’Anna di Stazzema

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A Sant’Anna di Stazzema, nelle colline sopra Lucca, il 12 agosto 1944 arrivarono quattro compagnie di SS del secondo Battaglione, la quinta, la sesta, la settima e l’ottava. Si preannunciarono con il lancio di quattro razzi rossi. Gli uomini, pensando alla rituale retata, se la dettero a gambe per la valle. Su, in alto, rimasero in gran parte solo vecchi, donne e bambini. Evelina Berretti in Pieri era nella sua casa. Aspettava la levatrice. Furono loro, i militari, a far da levatrice. Li guidava il fu capitano Anton Galler, un ex fornaio. I suoi uomini aprirono il ventre di Evelina con le baionette e lanciarono il feto per aria, sparandogli alla testa. Testimone, tra gli altri, fu l’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, che l’ha raccontato nel suo libro “Perfidi giudei, fratelli maggiori”.

Il marito di Evelina fu trucidato con i suoi fratelli, qualche metro più in là. Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite. I nazisti radunarono vari gruppi di persone, trascinandole fuori di casa, per ucciderle: alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini. I tedeschi buttarono le bombe e poi diedero fuoco alle case. Enio Mancini, che da una vita cura il Museo di Stazzema, ricorda: «Io allora avevo sette anni, mi portarono via insieme con mia madre, le due nonne e il mio fratellino. Mio padre no, era scappato all’alba. Ci misero al muro, piazzando davanti a noi la mitragliatrice. Subito dopo, il comandante di quella compagnia, non so chi fosse lui e quale fosse la sua compagnia, ci disse «Raus, raus, schnell schnell”, via, via, svelti, svelti. Ci salvò la vita. Un gesto di umanità, in mezzo a tanta ferocia…».

Tra quei massacratori c’erano anche degli italiani: lo dimostra una targhetta, che ora è nel museo, con la scritta “Stalag IB-NR 749 I”. IB è la sigla del campo, che secondo ricerche fatte da Mancini è nei pressi di Stettino, in Polonia, NR 749 è la matricola del soldato, la I indica la nazionalità italiana: evidentemente un militare del nostro paese passato ai tedeschi. Una riprova? L’hanno fornita Alba e Ada Battistini, 17 e 15 anni all’epoca dei fatti: bloccate, mentre cercavano di fuggire, da un gruppo di cinque miliziani. Quattro parlavano perfettamente l’italiano, usando anzi tipiche espressioni dialettali della zona. Furono loro ad ammazzare i genitori delle ragazze, salve grazie all’intervento dell’unico vero tedesco: con un cenno fece capire ad Alba e Ada di allontanarsi mentre sventagliava in aria una raffica di mitra.

Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant’Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni. Una particolare citazione merita Aleramo Garibaldi, noto fascista locale. L’11 agosto, il giorno prima della strage, aveva cercato un rifugio per la moglie e le due figlie: un indizio macroscopico che l’eccidio era stato veramente programmato. Una testimone, Maria Luisa Ghilardini, riconobbe in lui l’uomo che, mitragliatrice alla mano, fece fuori 17 persone del suo gruppo, ferendo anche lei a un polmone, trapassato da un proiettile. Lo rivide qualche anno dopo al mercato di Pietrasanta: gli saltò al collo, lo graffiò, gli strappò i capelli e lo prese a morsi. Intervennero i vigili urbani e scoprirono che lui portava ancora con sé un lasciapassare tedesco. L’uomo si mise a piagnucolare dicendo che anche sua moglie Andreina Genovesi e le due figlie erano state uccise. Era vero, probabilmente il rifugio da lui cercato per i congiunti non era stato poi così sicuro. Quattro anni fa un nipote di Andreina Genovesi ha chiesto, e ottenuto, che il cognome da sposata di sua zia, “Garibaldi”, inciso sulla lapide che sovrasta l’ossario di Stazzema, venisse cancellato: «Non posso lasciarle questa vergogna addosso». (da l’espresso.it)

fonte: http://www.romacivica.net/anpiroma/DOSSIER/Dossier3.htm

Nel paesino fra Lucca e Carrara il 12 agosto del ’44
i tedeschi in ritirata falciarono la popolazione


Parla il boia di Sant’Anna
“Così uccidevamo gli italiani”

Cinquant’anni dopo i giudici riaprono il caso
Nel ’56 il ministro Martino frenò le indagini

di CHRISTIANE KOHL

SANT’ANNA DI STAZZENA – Quel forestiero gli era sembrato tedesco: alto, capelli grigi, espressione chiusa. Avrà avuto, a giudizio di Ennio Mancini, almeno 75 anni. Gli era venuto subito il sospetto che potesse essere “uno di quelli”. Oggi pensionato, Mancini è il responsabile di un piccolo museo. Ma il forestiero non sembrava molto interessato. Per quasi mezz’ora si era aggirato tra la piazzetta e il sagrato, una carta topografica in mano; con piglio da conoscitore aveva ispezionato i fori dei proiettili sul monumento ai caduti. Volgeva spesso gli occhi in direzione delle casette di pietra arroccate sul pendio. Frattanto, la donna che era con lui esaminava i cimeli del museo. In una vetrina foderata di rosso, un portafogli sdrucito con qualche vecchia banconota da un lira, foto bruciacchiate, un cappello, varie fedi, braccialetti e rosari, un paio di bretelle strappate il quadrante arrugginito di un orologio fermo alle 6 e 52. I ricordi di un villaggio spento.

Il 12 agosto 1944 più di quattrocento persone furono trucidate qui, a Sant’Anna di Stazzena, tra Lucca e Carrara. Molti morirono sotto quei platani o sul sagrato. Più di due terzi delle vittime erano donne e bambini. Ennio Mancini, uno dei pochi sopravvissuti, aveva allora 7 anni. L’eccidio perpetrato su quei monti della Toscana non è noto come altre analoghe sanguinose vicende. Per questo Mancini trovava singolare che i coniugi tedeschi avessero avuto l’idea di recarsi in quel villaggio sperduto sulle Alpi Apuane. Incuriosito, chiese alla signora se per caso “suo marito fosse già stato da queste parti”. Gli vengono i brividi quando mi ripete la risposta, pronunciata in un italiano stentato: “Sa, mio marito era nelle Waffen-SS. Anche qui in Italia… Ma non ne parla mai”.

I due forestieri non scrissero nulla sul libro dei visitatori del piccolo museo. Se lo avessero fatto, avrebbero forse dato una mano al procuratore Giovanni Ballo del Tribunale militare di La Spezia, che ha recentemente aperto un’altra inchiesta su quella strage. I superstiti sono stati ascoltati dai carabinieri, nel tentativo di raccogliere indizi sui militari tedeschi coinvolti in quell’ episodio. Il procuratore Ballo non parla ma conferma di aver ottenuto anche l’aiuto della giustizia tedesca. Nella cittadina di Pietrasanta, incontriamo sulla piazza del mercato Agostino Bibolotti, 84 anni: statura bassa, ispide sopracciglia nere. All’alba del 12 agosto i tedeschi lo avevano prelevato a forza per fargli trasportare una pesantissima ricetrasmittente. Quel giorno sentì gli spari e le urla, vide le case in fiamme e i cadaveri carbonizzati. Lo deportarono in un campo di lavoro in Germania. Quando, un anno dopo, tornò a Sant’Anna, la sua famiglia non c’era più. Erano stati uccisi tutti, tranne un nipote che oggi ha 61 anni. Si trovava allora in una stalla, paralizzato dal terrore. Sua madre aveva lanciato uno zoccolo in testa a un soldato, ed era stata immediatamente falciata da una scarica di mitra.

Negli Anni ’60 e ’70, in seguito a una nota verbale italiana, fu aperta in Germania un’inchiesta su alcuni episodi, ma i magistrati incaricati si affrettarono quasi subito ad archiviare il tutto. Come uno dei procuratori aveva annotato sugli atti, i testimoni erano “meridionali, e come tali inclini all’esagerazione”. Per i massacri di Sant’Anna esistono però anche le testimonianze di alcuni tedeschi mai interrogati. Uno dei soldati coinvolti in quel massacro vive in una cittadina della Germania del sud. “A Sant’Anna è stato terribile” dice. Sembra provare un vero sollievo per la nostra visita. “Finalmente qualcuno chiede notizie di quella faccenda”. Dato che vuole rimanere anonimo, lo chiameremo Heinz Otte. Non è più stato in Italia da allora. “Proverei troppi rimorsi”, dice. “Non dimenticherò mai gli occhi terrorizzati di due donne, che in mezzo a quel mattatoio erano rimaste sedute sul bordo della strada. I camerati urlavano: “Le dobbiamo fucilare”. Io allora mi misi a sedere accanto a loro e dissi: “Ma no, non vi fucilano””.

Otte era capoplotone nella 16a divisione dei granatieri corazzati delle SS, denominata “Reichsführer SS”, che dal maggio ’44 conduceva una disperata battaglia difensiva retrocedendo verso nord lungo la Riviera ligure. “Il nostro era il commando dei forsennati di Himmler”. Alle spalle del fronte, le unità della 16a divisione organizzavano frequenti spedizioni punitive contro i partigiani veri o presunti. A 17 anni Otte, classe 1925, era passato dal Reichswaffendienst (Servizio del lavoro) alle Waffen- SS: “Non andavamo tanto per il sottile”, ammette, anche se sostiene di non aver ucciso nessuno in quella mattinata d’agosto. L’ordine di scatenare l’azione punitiva era arrivato la sera precedente. La pattuglia di Otte era non lontano da Pietrasanta. “La zona era piena di partigiani, ci diedero l’ordine di sparare a vista”. Il villaggio aveva allora circa 300 abitanti, per lo più contadini poverissimi o minatori occupati nelle miniere di ferro e di zolfo. Ma nell’ estate del ’44, in quelle casette grigie, sparse sul pendio o raccolte nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini o Le Case, erano alloggiati anche circa 700 sfollati, per lo più donne e bambini provenienti da Pisa, da Pietrasanta o da Lucca.

La mattina del 12 agosto 1944 il cielo era di un azzurro splendente. Alcune donne accendevano i forni per cuocere il pane. Si era alzato presto anche Enrico Pieri, che allora era un bambino di 10 anni. La sera prima suo padre aveva abbattuto una mucca; aspettava il macellaio che avrebbe dovuto squartarla. I tedeschi attaccarono il villaggio contemporaneamente da varie direzioni. Pieri ricorda che alla frazione Franchi incominciarono a battere contro le porte urlando: “Rrrausss!” (fuori!)- Cacciarono la gente dalle case. Una donna che era rimasta sulla porta venne fucilata sul posto. Poco dopo ricacciarono in cucina la famiglia Pieri e quella dei vicini, e incominciarono a sparare. A un tratto il piccolo Enrico sentì qualcuno sussurrargli all’orecchio. Era Grazia, la figlia dei vicini, di quattro anni più grande. Riuscì a nascondersi sotto la scala e ad attirare il piccolo accanto a sé. Alla fine uno dei carnefici ispezionò ancora una volta la cucina. “Una delle mie zie si muoveva ancora”, ricorda Pieri. “Quello la finì con un colpo di fucile”. Poi gettarono paglia sui cadaveri e appiccarono il fuoco. I bambini riuscirono a fuggire prima che tutto crollasse. Passarono la giornata nascosti nell’orto. Quando il piccolo Enrico ritornò tra le macerie di casa aveva perso la madre (che era al quarto mese di gravidanza), il padre e le due sorelline. Oggi 65enne ripete: “Erano venuti con l’intenzione di uccidere”. Del resto, anche Otte conferma: “C’era l’ordine di sterminare i partigiani”. E aggiunge: “In quelle zone di montagna, si riteneva che lo fossero praticamente tutti. Ovviamente gli uomini, ma anche le donne. Quelle potevano essere pericolosissime”.

In varie occasioni, la Wehrmacht aveva dato l’ordine di uccidere anche i civili. Ma in nessuno di questi ordini si era mai parlato dei bambini. Sembra però che a Sant’Anna, in qualche caso, fosse stata proprio la vista dei bambini a scatenare una sorta di raptus sanguinario. “Quando li sentivano piangere, s’ innervosivano, diventavano furiosi”, hanno detto alcune sopravvissuti. Quel 12 agosto ’44 vennero trucidati più di 110 bambini. Il più piccolo aveva 20 giorni.

All’inizio, Heinz Otte si era tenuto in disparte. Ma dopo la prima sparatoria, fu anche lui coinvolto. “Ho spalancato la porta di uno di quei cascinali”, ricorda. “Era stipato fino all’impossibile! Ho contato più di venti civili rintanati”. Allora aveva chiamato i camerati. “Disinfestate quella tana”, aveva ordinato il capo. E qualcuno aveva puntato il mitra. “Drrrrr”. Otte imita il mitra e dice, guardando la moglie: “Eh sì, Gerda, era questa la musica”.

Verso mezzogiorno a Sant’Anna di vivo non c’era praticamente più nessuno. Otte ricorda che quando si allontanò con i suoi uomini, sotto i platani c’era una montagna di cadaveri. “Erano accatastati davanti a un grande crocefisso”. Si era già allontanato quando alcuni soldati finirono di scaricare i mitra in chiesa, su un bell’organo antico dietro l’ altare. Con una granata spezzarono anche la fonte battesimale in marmo. Poi gettarono sui morti i banchi della chiesa, cosparsero il mucchio di benzina e appiccarono il fuoco. Il giorno successivo il parroco accorso da un villaggio vicino contò, solo sulla piazza, 132 cadaveri carbonizzati. Nel villaggio vennero poi trovate e identificate circa 400 vittime. I superstiti ricordano che le SS scesero a valle cantando. Poco dopo la fine della guerra, nel giugno ’47, gli inglesi accusarono di questa strage e di altri crimini di guerra il tenente generale delle SS Max Simon, ex comandante della 16a divisione corazzata dei granatieri. Al processo, a Padova, Simon asserì di non sapere nulla e non fu possibile provare il contrario.

Nel settembre del ’44 i militari Usa trovarono a Sant’Anna i resti di ossa e numerosi denti di bambini, e oltre alle testimonianze dei superstiti raccolsero anche la deposizione di un disertore delle SS. Le copie di quei documenti furono poi inviate in Italia, ma a Roma finirono nel fondo di un magazzino e solo per puro caso quelle carte ingiallite sono state riportate alla luce.

Un funzionario dell’amministrazione giudiziaria romana le scoprì in un armadio mentre cercava i documenti relativi al caso di Erich Priebke, condannato nel 1998 per la strage delle Fosse Ardeatine. Le carte ritrovate contenevano i dati particolareggiati di circa 700 casi. Come ha potuto accertare una commissione d’inchiesta, la scomparsa di quei documenti non era casuale, ma rispondeva ad una precisa scelta che risale agli Anni Cinquanta. Quando, in piena Guerra fredda, la Germania entrò a far parte della Nato ed ebbe inizio il riarmo, nell’Italia governata dalla Dc si temeva che il tentativo di far luce su questioni così delicate avrebbe potuto irritare l’alleato di Bonn. Il 10 ottobre 1956 l’allora ministro degli Esteri Gaetano Martino aveva dichiarato che indagini del genere sarebbero servite solo “a incoraggiare le critiche nei confronti del comportamento dei militari tedeschi” e a rafforzare nella Repubblica federale “la resistenza interna contro l’ingresso del paese della Nato”. Così, quei documenti rimasero in un angolo per decenni. Ma da qualche tempo la procura militare di Roma ha incominciato a trasmettere questa documentazione ai magistrati. Una delle prove più rilevanti è un lasciapassare rilasciato in data 12 agosto 1944 da un ufficiale delle SS a uno degli uomini costretti a trasportare munizioni a Sant’Anna. Accanto alla firma dell’ufficiale si può leggere sul biglietto il numero di codice FP01011B, che corrisponde senz’ ombra di dubbio alla 5a compagnia, II battaglione, 35 reggimento della divisione delle SS. Al comando di quel battaglione c’era l’ austriaco Anton Galler, di professione fornaio, che nel 1933 era entrato a far parte di un reggimento di polizia delle SS, e aveva poi partecipato alla repressione di “bande criminali” nonché all'”evacuazione di ebrei e di polacchi”: tutte attività delle quali si vanta nel suo curriculum. Dopo la guerra, Galler, classe 1915, ha condotto una vita ritirata a Salisburgo, e nessun procuratore lo ha mai importunato sull’ eccidio di Sant’ Anna. Negli Anni ’80 si è trasferito in Spagna, dove è morto nel 1993.

Ufficiale di collegamento era Ekkehard Albert, allora trentenne. Dopo la guerra, dichiarò più volte che riteneva “quasi incredibile” l’esecuzione di donne e bambini. E quando i camerati volevano raccontare i fatti dell’epoca in un libro, sottolineò che era sbagliato “dare agli italiani informazioni su tempi e luoghi”.

Chi altri deve pagare? Ennio Mancini se lo chiede da una vita. Ha lavorato tenacemente per creare quel museo. Ora segue le indagini. Avrebbe voluto parlarne anche a quello strano visitatore che si aggirava sulla piazzetta. Prima di andarsene, la donna che lo accompagnava tirò fuori dalla borsetta un foglio da 10.000 lire: “Per comprare dei fiori da mettere accanto alla lapide, davanti alla chiesa”. Proprio lì si ergeva quella montagna di cadaveri. Lui aveva respinto l’offerta: “Se volete posare qui un mazzo di fiori, fate pure. Ma dovete farlo da voi”.

(29 ottobre 1999)

fonte: http://www.repubblica.it/online/cronaca/santanna/santanna/santanna.html


APPROFONDIMENTI

pallanimred.gif (323 byte) Il sito storico sull’eccidio di S. Anna di Stazzema

pallanimred.gif (323 byte) La memoria storica di Enio Mancini sull’eccidio

pallanimred.gif (323 byte) «Io, partigiano, e l’orrore di Sant’Anna» L’ex rabbino capo Toaff: penso spesso ai poveri morti di Stazzema (Corriere della Sera, 14 aprile 2002)

fonte: http://www.romacivica.net/anpiroma/DOSSIER/Dossier3.htm


Spike Lee, un film su Sant’Anna di Stazzema
“Voglio restituire voce a tutti gli eroi neri”

“Nella Seconda Guerra Mondiale, tanti soldati di colore hanno lottato per la democrazia
ma tornati in patria sono sempre stati cittadini di serie B. Anche per Hollywood”

Spike Lee


ROMA
– La realtà non era quella raccontata da John Ford, non era “il mondo senza umanità nel quale i nativi americani sono dei selvaggi da sterminare, l’unico indiano buono è un indiano morto, i soldati degli Stati Uniti che hanno combattuto per la democrazia sono solo bianchi. Il modello non è John Wayne. Hollywood ha sistematicamente escluso i neri. E continua a farlo”. Tutto d’un fiato, Spike Lee. Perché tanta è la passione che anima il suo nuovo progetto. Si intitola The Miracle of St. Anna, il riferimento è a Sant’Anna di Stazzema, piccolo centro della Versilia tragicamente noto per l’eccidio di oltre 560 fra donne e bambini, trucidati dalle SS il 12 giugno del 1944.
Ispirato all’omonimo romanzo di James McBride, sarà girato fra la Toscana e Cinecittà a partire dal 2008, 45 milioni di dollari di budget e cast internazionale.

Spike Lee ha scelto Roma per presentare il progetto (una coproduzione con la neonata “On my own” di Roberto Cicutto e Luigi Musini) e il suo scopo: restituire voce ai neri che hanno combattuto per la libertà e la democrazia. Il film racconta la vicenda di un soldato di colore della 92.ma Divisione Buffalo impegnata in una sanguinosa battaglia con i nazisti in Versilia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato si chiama William Perry, oggi ha 83 anni ed era presente all’incontro con la stampa insieme a McBride, allo stesso Lee e a Enrico Pieri, uno dei pochi superstiti della strage di Sant’Anna.


E’ quella di Perry, la storia che il regista afroamericano vuole raccontare, per sottolineare il paradosso: i neri hanno sempre combattuto con coraggio e grandi sacrifici per la democrazia, si sono sempre distinti per eroismo e umanità, ma in patria sono stati considerati cittadini di serie B”. Perry ad esempio, racconta Lee, quando arrivò in Italia per combattere i nazisti aveva solo 19 anni, “e in America rischiava ancora di essere bruciato vivo”. Nel nostro Paese è stato trattato con affetto e ha stabilito rapporti con persone che in molti casi non avevano mai visto un uomo di colore.

E’ lo stesso Perry a ricordarlo: “Avevamo stabilito relazioni meravigliose con gli italiani, quella con i partigiani, poi, si è rivelata una collaborazione molto proficua, spesso ci hanno passato informazioni che si sono rivelate preziosissime”. Però, tornato in America, sottolinea Lee, Perry “è stato considerato un cittadino di seconda classe. Hollywood se n’è sempre disinteressata. Non è un caso che questo libro di McBride non abbia riscosso il minimo interesse da parte di altri produttori”.

Il film si concentrerà sulle vicende di quattro soldati afroamericani abbandonati nelle trincee toscane per oltre due mesi. Con il tema della Resistenza si è confrontato anche McBride nel corso delle sue ricerche: “Il mio interesse verso questa storia nasce da due circostanze, l’incontro col figlio di un partigiano di Barga, e i racconti di mio zio, che all’epoca era arruolato nella 92a Divisione Buffalo e ogni volta che alzava un po’ il gomito mi parlava di quegli anni”.

Il miracolo che dà il titolo al suo libro, dice McBride, è quello di confrontarsi, finalmente, su un tema così delicato: “Sono passati sessant’anni ma ce l’abbiamo fatta. Noi neri sappiamo bene cosa significa non avere voce in capitolo, speriamo che questo film la restituisca a chi non l’ha mai avuta”. Poi, una stoccata a Hollywood: “Il mio libro è uscito nel 2001, Lee è stato l’unico a interessarsene. Non è una storia sugli italiani o sugli americani, ma su tutti i neri che hanno combattuto per la democrazia al di là di ogni bandiera”.

Il prossimo anno, Spike Lee porterà in scena, a Broadway, la sua prima regia teatrale, Stalag 17, commedia del 1951 sui prigionieri di guerra americani del secondo conflitto mondiale, che Billy Wilder portò al successo sul grande schermo con William Holden, e vinse quattro Oscar. “Ho sempre avuto una passione per quel periodo e gli avvenimenti tragici della guerra, ho amato libri e film. Ma questi ultimi mi sono piaciuti finché ho capito che il cinema, spesso, veniva usato per giustificare le ingiustizie. Una scusa per far accettare i maltrattamenti nei confronti di alcune classi di cittadini e mettere a tacere la loro protesta”.

(4 luglio 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/nuovo-spike-lee/nuovo-spike-lee/nuovo-spike-lee.html


Il Ritalin arresta la crescita dei bambini


Il rischio a lungo termine per la salute è sconosciuto

di Mike Adams del 23 luglio 2007 tradotto dal sito http://www.newstarget.com/ da Pamio Lodovico
vedi articolo originale http://www.newstarget.com/021944.html


Una nuova ricerca pubblicata sul numero di Agosto 2007 del Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry prova che il Ritalin, l’anfetamina usata per trattare l’immaginario disturbo definito ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Disorder (Sindrome da Iperattività e Disattenzione), arresta la crescita dei bambini. I ricercatori hanno dimostrato che, dopo tre anni di utilizzo del farmaco psicotropo, i bambini risultano più bassi di un pollice (cm 2,54) e più magri di 4.4 libbre (quasi 2 chili) dei loro coetanei.
Naturalmente, l’industria psichiatrica sta tentando da almeno un decennio, di minimizzare gli effetti della bassa-crescita del Ritalin. Una ricerca condotta negli ultimi anni da psichiatri che lavorano per il National Institutes of Health ha inizialmente trovato evidenza tra il farmaco e la bassa crescita dei bambini, tuttavia alla fine conclusero che il Ritalin non comporta, a lungo termine, rischi di crescita per i bambini. (Questi ricercatori, comunque, trascurarono di rivelare il loro conflitto di interessi con le aziende farmaceutiche).
A causa di questa conclusione gli psichiatri evitarono di avvertire i genitori del fatto che il Ritalin arresta la crescita dei loro bambini, focalizzando l’attenzione invece sul fatto che i loro bambini hanno bisogno del trattamento per correggere un disturbo chimico del cervello, in realtà inventato da Big Pharma con l’avallo dell’industria psichiatrica, come un modo per vendere più farmaci ai bambini, che non ne hanno bisogno.

Trasformare gli studenti in tossicodipendenti.
Il Ritalin è un anfetamina. Nel linguaggio della strada è chiamata “speed” (anfetamina).
Vendere anfetamina ai bambini è un reato, ma fornire anfetamina ai bambini sotto prescrizione medica è definito “trattamento”. La pratica di somministrare ai bambini potenti droghe, che alterano la mente è, in realtà, una forma di abuso chimico, che è oggi ancora tollerato perchè è formulato nel linguaggio medico. I genitori e gli insegnanti sono tutti d’accordo nel trattare gli studenti con i farmaci perchè apparentemente fanno sparire i sintomi dell’ADHD. Questa pratica di utilizzare farmaci è, fondamentalmente, seguita per la convenienza di coloro che si prendono cura dei bambini e per i profitti delle potenti aziende farmaceutiche, senza aver nulla a che fare con la salute dei bambini.

Clicca qui vedere collegato cartone CounterThink, “Adderall vs. Metamfetamine”.

Una ricerca nutrizionale ha dimostrato che i sintomi dell’ADHD possono essere completamente annullati, nell’80% dei bambini, in solo due settimane, eliminando dalla loro dieta i cibi trattati e gli additivi chimici. Il cosiddetto “disturbo” dell’ADHD è in realtà solo un espressione del comportamento causato dai gravi squilibri della dieta. L’intera teoria dell’ADHD può essere completamente smontata se diamo ad un bambino affetto da ADHD una console X-Box o Wii Nintendo, vedremo che il bambino si siederà e si impegnerà in un’attenta e concentrata attività di gioco , fino anche a sei ore, senza una singola pausa e senza alcuna distrazione. Se fosse presente realmente il disturbo dell’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), tutto ciò non sarebbe possibile.
La verità è che i bambini affetti da ADHD non sono per nulla malati: molte scuole sono semplicemente noiose oltre ogni immaginazione e i bambini non imparano agevolmente essendo forzati a sedere nei loro banchi ad ascoltare professori divagare a modo loro attraverso la memorizzazione di esercitazioni senza senso denominate “storia” o “scienze” o altro. I bambini imparano facendo cose e tutta questa extra energia iperattiva ha una funzione utile solo se è incanalata in esercizi “esperienziali” di apprendimento.

Il Ritalin causa danni permanenti alla salute?
Questa nuova ricerca sull’utilizzo del Ritalin e l’arresto della crescita nei bambini non risponde alla questione se i bambini recuperano mai il loro peso ed altezza normali, o se il Ritalin causa un’arresto permanente della crescita, che non può essere invertito. Ci chiediamo, comunque, se un farmaco che blocca la crescita fisica può anche bloccare la crescita delle cellule cerebrali e del sistema nervoso, portando a dei bambini oltre che fisicamente non sviluppati anche intellettualmente bloccati.
In anni precedenti gli psichiatri, con una gran faccia tosta, provarono a dimostrare che non era il Ritalin che causava il blocco della crescita – era il disturbo stesso dell’ADHD. E perciò, il trattamento con il Ritalin era il solo modo per riportare i bambini ad una crescita normale.
Questo tipo di logica contorta e tortuosa caratterizza la moderna medicina psichiatrica, che automaticamente invoca l’esistenza di numerosi “disturbi” psichiatrici, nell’esatto momento nel quale lucrosi prodotti farmaceutici diventano disponibili per trattarli. La logica della psichiatria funziona così: l’ADHD è un disturbo reale perchè è contenuto nel manuale DSIM-IV (la bibbia dei falsi disturbi psichiatrici). L’ADHD è elencato nel manuale DSIM-IV perchè è un disturbo reale, secondo un gruppo di psichiatri finanziati da Big Pharma, che se lo sono inventato. Perciò, l’ADHD è reale perchè gli psichiatri lo dicono! (Vedi il nostro cartone collegato, Fabbricatore di Disturbi, Inc., per vedere una divertente rappresentazione di questo processo).

Trattare i bambini come cavie
Nessuno conosce gli effetti dell’uso del Ritalin sui bambini. Come conseguenza, l’industria psichiatrica sta trattando i bambini come cavie, aspettando di vedere che cosa può succedere, se qualcuno prende queste anfetamine per un decennio o più. Per quanto ne sappiamo, il Ritalin potrebbe anche arrestare la crescita degli organi riproduttivi, comportando futuri problemi di fertilità. Forse la “generazione Ritalin” non sarà in grado di avere bambini. Questa è solo una supposizione, ma il punto importante qui è che anche l’industria psichiatrica lo sta supponendo. Nessuno lo sa. Test a lungo termine non sono stati fatti. E’ in pratica un esperimento del tipo “diamo questi farmaci ai bambini e vediamo cosa succede”. E’ abbastanza tipico oggi di Big Pharma, che tratta la gente come cavie produttrici di reddito, troppo stupide per svegliarsi e capire che dovrebbero mettere in dubbio le eccessive richieste di trattamento associate a dannose prescrizioni mediche.

Questi effetti collaterali di arresto della crescita e di alterazione della chimica del cervello nei bambini potrebbero plausibilmente valere la pena se il Ritalin stesse trattando un disturbo vero. Se il Ritalin, ad esempio, prevenisse il cancro al cervello nei bambini a rischio, potrebbe essere anche ragionevole scambiare una riduzione del rischio del cancro con un blocco della crescita. Ma il Ritalin non ha alcun uso medico giustificabile ed è, in verità, più una forma di controllo chimico della mente che qualcosa di paragonabile ad una reale medicina. Mettere a rischio la crescita dei bambini, allo scopo di dare loro un farmaco così potente, che se fosse venduto ai bambini in strada sarebbe illegale, è una follia medica. Non c’è alcuna giustificazione per il trattamento di massa dei bambini con questo farmaco, salvo che l’abile sfruttamento di esseri umani per profitto.

Il solo uso medico dimostrato del Ritalin, che ne risulta, sarebbe per i genitori che vogliono i loro figli più bassi e rachitici. Date a questi bambini abbastanza anfetamine e non cresceranno alti e muscolosi come i loro coetanei. Sarebbe una strategia molto utile per preparare i bambini ad una carriera come fantino o allevare un ginnasta di livello internazionale (che sono tutti piuttosto bassi per il vantaggio di avere corpo e arti più corti), ma per quei genitori che badano in realtà ad allevare bambini sani, che esprimano il loro pieno potenziale, il Ritalin sembra essere insufficiente.
Per quei genitori, che cercano di rovinare la salute dei loro bambini, d’altra parte, somministrare tre volte al giorno anfetamine sembra essere abbastanza utile. Ma perchè fermarsi li? Perchè non passare allora alle metanfetamine, e iniziare a dare ai vostri figli le metanfetamine di strada (droghe) come già l’esercito da ai loro soldati. Ha lo stesso senso che dare a loro il Ritalin, ma credete a me, se Big Pharma trovasse un modo per controllare e legalizzare le metanfetamine, gli psichiatri non avrebbero dubbi nel sostenerle, pronti ad inventarsi un falso disturbo “trattato” con le metanfetamine. (Ricordate, anche, che le metanfetamine di strada sono fabbricate dalle aziende farmaceutiche e vendute ai bambini senza prescrizione medica.)

Viene da chiedersi perchè l’Associazione For a Drug-Free America (Droga Libera) non lo fà? Questa è un organizzazione fondata in parte da aziende farmaceutiche, che sembra non avere alcun problema per quanto riguarda la prescrizione di massa ai bambini dell’anfetamina Ritalin. L’Associazione, secondo me, non vuole legalizzare la droga in America, vuole rendere l’America assuefatta ai farmaci di Big Pharma, nello stesso tempo limitando l’uso delle concorrenti droghe di strada. L’Associazione sostiene, che “il Ritalin è una medicina preziosa.” Sono fatti di crack?
Non c’è da stupirsi, se si arriva all’uso del Ritalin e a drogare i bambini, è tutto per il profitto. Il miglior modo per lanciare sul mercato un farmaco è prima di tutto costruire un disturbo, poi lanciare il farmaco come il solo trattamento conosciuto per quel disturbo.

L’abuso chimico dei bambini
Secondo me quello che sta succedendo oggi nella medicina psichiatrica è un crimine contro l’umanità e una forma di abuso chimico verso i bambini. Piuttosto che fingere che questi psichiatri abbiamo una qualsiasi reale autorità medica, dovremmo invece rinchiuderli e processarli per questi attacchi chimici alla popolazione di stile nazista. La psichiatria moderna, attraverso il dilagante avvelenamento chimico della gente ha dimostrato di essere molto più pericolosa, per la sicurezza degli Americani, di ogni minaccia terroristica, e in qualsiasi società onesta, queste persone sarebbero private del loro diritto a praticare la “medicina” e sarebbe loro negato il diritto di accesso ai bambini. Abbiamo bisogno di un ordine nazionale che reprima i professionisti della moderna psichiatria.
Credo sia arrivato il tempo per abolire l’industria psichiatrica ed i suoi disastrosi trattamenti dei bambini con pericolosi prodotti chimici, che alterano la mente. Se noi continuiamo a permettere a questi dottori dediti al profitto di drogare un’intera generazione con le anfetamine, le conseguenze a lungo termine per la società saranno, senza dubbio, devastanti. I bambini non hanno bisogno di farmaci che alterano la mente per dimostrare un comportamento equilibrato. Hanno semplicemente bisogno di un’alimentazione genuina, un’educazione responsabile e di essere tenuti lontani da zuccheri raffinati, additivi chimici e cibi trattati.

Tossicomani di Ritalin/Adderall (1) sniffano le medicine come fosse cocaina
Ecco qui una Q&A (domanda e risposta) da GoAskAlice (www.goaskalice.columbia.edu/3703.html) che spiega, in dettaglio, perchè il Ritalin e l’Adderall sono, di fatto, pericolose droghe di strada:

Cara Alice,
recentemente ho iniziato a sniffare Ritalin e Adderall (non nello stesso tempo però). Ho riscontrato che gli effetti assomigliano molto allo sniffare cocaina, ma sono meno intensi. In realtà mi piace farlo perchè è molto più economico che comprare cocaina. Comunque, mi stavo chiedendo quanto pericoloso possa essere, considerando che è un farmaco prescrivibile e io non ho mai sniffato più della dose media, che si prenderebbe oralmente. Sarebbe grande se tu potessi dirmi qual’è il pericolo nel sniffare queste sostanze e che cosa possa fare al mio corpo. Grazie Tossico di Adderall

(Risposta di Alice)
Caro tossico di Adderall,
Il Ritalin e l’Adderall sono due dei più comuni farmaci usati nel trattamento dell’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) e dell’ADD (Attention Deficit Disorder). Entrambi questi farmaci sono classificati nella Tabella II delle droghe, nella classe delle anfetamine. Sebbene siano stimolanti, quando sono prescritti secondo le istruzioni, da un medico, in dosi stantard per persone affette da ADHD e ADD, aiutano la gente con ADHD a mantenere la loro attenzione per un più lungo periodo di tempo. Questo permette di studiare o completare i compiti molto più efficacemente, senza le sensazioni associate agli effetti delle anfetamine.
Le droghe della Tabella II come il Ritalin e l’Aderall, comunque, hanno un’alta propensione al cattivo uso, all’abuso e la dipendenza. Largamente prescritte per i bambini di età scolare da medici, molti adolescenti e giovani adulti sniffano Ritalin e Adderall poichè credono che siano alternative più sicure della cocaina. Questo non può essere più lontano dal vero. Per prima cosa, sia la potenzialità del Ritalin che dell’Adderall aumentano in maniera esponenziale quando sono sniffati o iniettati perchè entrano direttamente nel flusso sanguigno. Secondo cosa, le prescrizioni mediche, specialmente quando non sono prescritte per l’utilizzatore, come con le droghe illecite, non diminuiscono il loro potenziale di danno. Per questi fatti e da quando l’utilizzatore crede che sniffare Adderall e Ritalin sia più sicuro, rende il cattivo uso/abuso di queste sostanze più nocivo della cocaina.

I pericolosi effetti collaterali dello sniffare Ritalin e Adderall includono:

– problemi respiratori, come la distruzione del setto nasale e del tessuto polmonare

– battito cardiaco irregolare (aritmia cardiaca)
– problemi di circolazione
– episodi psicotici
– crescente aggressività
– shock tossico
– morte, in casi estremi

Siccome l’Adderall è simile nella sua composizione chimica alle metanfetamine, pone dei pericoli aggiuntivi.
Un prolungato, continuo abuso può determinare un accrescimento dei problemi relativi al cervello e cambiamenti negativi nell’attività delle onde cerebrali. Se qualcuno fa cattivo uso/abuso del Ritalin, dell’Adderall o di entrambi, necessita di aiuto per smettere, non solo per prevenire un danno ulteriore, ma anche per proteggere la persona durante la disintossicazione.

Una volta che uno diventa dipendente da queste sostanze, smettere potrebbe causare sintomi di disintossicazione simili a quelli della cocaina, come:
forte depressione
psicosi
irrequietezza
gravi sentimenti di ansia

Puoi pensare di essere più sicuro e più sobrio sniffando Ritalin e Adderall, piuttosto che la cocaina, ma ti stai danneggiando allo stesso modo. Inoltre per possedere o usare queste sostanze, senza prescrizione medica, corri il rischio di essere arrestato.

(1) Adderall XR, è un farmaco per il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività, ritirato dal commercio in Canada per gravi effetti indesiderati. Health Canada ha imposto il ritiro di Adderall XR, un farmaco che trovava indicazione nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione ed iperattività ( ADH ), perché ritenuto responsabile di morti improvvise, morti cardiache ed ictus nei bambini e negli adulti.
I gravi effetti indesiderati si sono presentati alle dosi raccomandate. Adderall XR è il nome commerciale dell’Amfetamina a rilascio prolungato. La decisione di Health Canada è stata presa dopo aver ricevuto 20 segnalazioni, a livello internazionale, di pazienti morti improvvisamente. Queste morti non erano associate ad overdose, ad un non-corretto impiego del farmaco o ad abuso. Quattordici morti sono avvenute nei bambini, e 6 tra gli adulti. Ci sono state 12 segnalazioni di ictus, 2 delle quali hanno riguardato bambini.
Adderall XR era stato approvato in Canada il 23 gennaio 2004.(Xagena2005)
Fonte: Health Canada, 2005


www.disinformazione.it

L’ideologia della paura

di Francesco Codello

Dietro il crescente allarme sociale per criminalità pedofilia, ecc. c’è anche un disegno preciso del potere. Lo strumento principale sono i mass-media.

Giornali, tv, radio, chiacchiere al bar, in strada, nei luoghi di lavoro, l’argomento sempre più presente, i commenti più gettonati, riguardano sempre più la cronaca nera. Omicidi, rapine, stupri, pedofilia, maltrattamenti, ecc., imperversano tra i media e i discorsi dei cittadini e delle “autorità”. A ben guardare è in atto una vera e propria offensiva mediatica che è penetrata massicciamente nelle nostre vite di relazione e che riguarda il tema della sicurezza nostra e dei nostri amici e parenti.
La società ci appare sempre più intrisa di violenza e popolata da bande criminali sempre più efferate, temiamo con crescente angoscia per noi e i nostri cari, ci blindiamo in case sempre più protette e sicure, ma, nonostante tutto questo, la nostra ansia cresce, le nostre paure si alimentano, quel senso di malessere e di diffidenza che proviamo si impadronisce delle nostre quotidiane attività. Ormai al primo posto nei programmi dei vari politici e degli schieramenti partitici c’è il tema della sicurezza, lo spauracchio della micro-criminalità viene agitato come il problema principale da cui difendersi. E allora via alle ricette più fantasiose con il comune denominatore della tolleranza zero, degli esempi più eclatanti di controllo del territorio, di individuazione dei nuovi mostri da contrastare con metodi e azioni radicali e dure. Destra e sinistra indistintamente agitano lo spauracchio della criminalità, dell’insicurezza, della paura, per costruire attorno alle proprie ambizioni di potere, il consenso politico.

Foto di Paolo Poce

Episodi scelti

La situazione è paradossale e frutto di una sorta di circolo vizioso: i media creano l’allarme amplificando la cronaca nera, i politici rilanciano l’allarme stesso facendolo diventare il motivo conduttore delle proprie tesi riformatrici, i giornali e le tv chiedono a gran titoli rimedi congruenti, i politicanti propongono drastici provvedimenti. Ma il legame tra informazione e realtà è stato interrotto e la situazione che viene descritta, spesso in modo molto subdolo e pervasivo, è assolutamente squilibrata e decisamente poco attendibile.
Vengono scelti infatti alcuni episodi frequenti di cronaca nera e amplificati a dismisura con spesso una manipolazione ideologica dei dati che sono invece ben diversi da quelli sparati nelle prime pagine dei giornali. In particolare sono i dati relativi alla dimensione più facilmente ideologizzante della criminalità che vengono sopravalutati e mediaticamente più spesi nel mercato drogato della presunta informazione. I delitti ordinari sono circa uno al giorno, tre sono gli omicidi sul lavoro (le morti bianche), una quindicina gli stupri in famiglia (Liberazione, 18 maggio 2007).
Questi dati (anche se non fossero completamente esatti) cozzano contro la nostra percezione generale che invece ci fa pensare che gli omicidi siano di gran lunga superiori alle morti sul lavoro e che gli stupri in famiglia siano appannaggio degli extra-comunitari (statisticamente irrilevanti) e non dei nostri uomini che magari marciano in difesa della famiglia modello “mulino bianco”. Una vera e propria ondata di “forcaiolismo” è stata montata con evidenti intenti totalitari.
“Tolleranza zero”, la fortunata parola d’ordine coniata dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, è emblematica per accompagnare il passaggio da uno stato assistenziale ad uno penale. Se fino a qualche anno fa, almeno teoricamente lo scopo principale delle politiche sociali era, nei confronti del crimine, quello di riabilitare, educare, reinserire, chi commetteva dei crimini, adesso, sempre più, si considera del tutto inutile questa prospettiva a favore di una pura e semplice repressione da delegare a vere e proprie industrie della sicurezza, private e produttrici di business, come si può cogliere dall’osservazione delle politiche giudiziarie in atto nei paesi più industrializzati. Una sorta di attrazione fatale si è instaurata tra politica, media e linciaggio culturale con protagonisti sempre più inclini a porre la questione dell’ordine pubblico al centro della vita dei cittadini.
Che questa strategia e questa offensiva siano in atto credo sia incontrovertibile, che gli interessi in gioco siano altrettanto chiari per le logiche di dominio mi pare facilmente svelabili. Ma come è possibile tutto ciò se proprio questa società è quella che ha realizzato le più sofisticate, massicce, estese, tecnologie di controllo? Come è possibile proprio questa recrudescenza del crimine in una società fondata sulla comunicazione, sul monitoraggio sistematico dei contesti relazionali, sui controlli incrociati tra i diversi archivi di dati personali, sulle procedure amministrative e burocratiche sempre più estese e penetranti nelle realtà sociali più disparate?

Foto di Paolo Poce

Impotenza e incertezza

Nel momento del massimo trionfo del controllo sociale e tecnologico il crimine diviene il problema centrale del dibattito politico mediatico. La sottile ma spaventosa penetrazione nell’immaginario individuale della cultura della tolleranza zero riesce a plasmare la psicologia degli esseri umani in modo drammaticamente sempre più invasivo.
Un senso pervasivo di impotenza e di incertezza caratterizza sempre più la nostra epoca, ci porta a rinchiuderci in noi stessi, ad alzare steccati e muri sempre più solidi, a vivere il mondo come una continua minaccia, a progettare un’educazione per i nostri figli sempre più esclusiva e che tenda ad “armarli” per poter far fronte ad un futuro minaccioso che è già in atto, che ha le sembianze di quelli della porta accanto. La paura insomma è il sentimento pregnante della nostra quotidianità, è la condizione esistenziale che ci viene data per indispensabile per sopravvivere, una sorta di garanzia per tutelarci prevenendo un male che sempre più ci appare come qualche cosa di immediato, vicino a noi, addirittura in noi stessi.

Ideologia del dominio

Questa cultura ci sta allenando alla paura di noi stessi perché ci fa intendere che ciascuno di noi può improvvisamente impazzire e distruggere la vita di un altro. Basta leggere tra le righe di qualche articolo di cronaca nera per capire come si sia portati a immedesimarsi con i protagonisti anche attraverso lo schieramento da stadio tra innocentisti e colpevolisti come nel caso del delitto di Cogne. Quindi diffidare di tutti e persino di se stessi sembra sia diventato lo scopo principale di questa cultura fatta di fobie diffuse. Paura quindi come atteggiamento diffuso, consono a stare “coi piedi per terra” in questa società che al contempo incentiva attraverso un delirio di onnipotenza senza precedenti i nostri sogni e i nostri desideri che divengono sempre più voglie da soddisfare e sempre meno progetti di vita.
La paura è quindi l’ideologia del dominio di chi ha come unico scopo quello di mortificare fin dentro le coscienze ogni istanza di libertà e di autonomia.
La via per uscirne è forse quella di tornare per strada (che come cantava Giorgio Gaber, “è l’unica salvezza perché il giudizio universale non passa per le case dove noi ci nascondiamo”) e far crescere attorno a noi quella consapevolezza che acquisì quel medico peruviano che continuava a curare le dermatiti che infestavano i poveri indios con le pomate sempre più sofisticate, senza mai risolvere il problema, fin quando non si accorse dell’enorme buco di ozono che aveva sopra la propria testa.

Francesco Codello

fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm


Lo sterminio nazista degli Zingari

rivista anarchica

a forza di essere vento
lo sterminio nazista degli Zingari

un flop prennunciato

Degli Zingari, non gliene frega niente a nessuno. La realtà dei lager è da tempo messa in discussione. Dello sterminio nazista degli Zingari, poi, si sa assai poco: solo negli anni ’60 sono iniziate le prime ricerche storiche. Probabilmente solo a quei matti degli anarchici poteva venire in mente di mettersi a produrre una cosa seria e costosa sugli Zingari. Sfigati che si occupano di sfigati. Eppure la scommessa è quella di fare breccia nel muro di gomma dell’indifferenza, dell’abitudine quotidiana a tragedie e massacri, del pregiudizio verso un popolo “brutto, sporco e cattivo”. La scommessa è quella di aprire il cuore, il cervello e il portafogli di un tot di persone disposte ancora a emozionarsi, a cercare di capire, ad ascoltare le voci e le canzoni, le testimonianze drammatiche e la gioia di vivere di gente diversa da noi, molto diversa. Gente dignitosa.

che cos’è

Si tratta di un cofanetto cartonato, a 4 ante, contenente 2 Dvd e un libretto allegato. I due Dvd comprendono documentari, interviste, spettacoli musicali per un totale di oltre 2 ore e mezza di visione. Il libretto di 72 pagine contiene articoli e immagini relative agli Zingari, allo sterminio di cui furono vittime durante la Seconda Guerra Mondiale, alla loro realtà attuale.

l’argomento

Quanti, non si saprà mai. Diciamo cinquecentomila. Tanti furono, più o meno, i Rom e i Sinti, gli Zingari, o meglio gli Zigeuner – usando il termine spregiativo tedesco – che furono sterminati dai nazisti. Oltre ventimila passarono per il camino del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, all’interno del quale tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944 funzionò lo Zigeunerlager, un “campo nel campo” riservato appunto a loro.

chi lo produce

Questo 2Dvd è il n. 05 del catalogo dell’etichetta EDA, acronimo di Editrice A, la cooperativa editoriale anarchica che pubblica da 35 anni la rivista anarchica “A” e che negli ultimi anni ha prodotto alcuni Cd e Dvd legati a Fabrizio De André. Il cantautore genovese ha avuto un rapporto molto stretto con il gruppo editoriale della rivista “A”, sostenendola sia economicamente sia tramite concerti di sottoscrizione. Questo 2Dvd è dedicato a De André, che ai Rom dedicò una canzone (Khorakhané), scritta con Ivano Fossati, compresa nel suo ultimo Cd Anime salve (1996).

che cosa contiene

Nel primo Dvd (nero), dopo una breve introduzione di Moni Ovadia (Hai mai avuto un amico zingaro? – 19”), c’è un’intervista con Marcello Pezzetti, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, che ricostruisce la storia dello Zigeunerlager (19’57”), che era il settore del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dedicato agli Zingari, in funzione dal febbraio 1943 all’agosto 1944. C’è poi il documentario Porrajmos (29’34”) realizzato per l’Opera Nomadi dai registi Paolo Poce e Francesco Scarpelli. La parola che dà il titolo significa, in romanes (la lingua zingara, derivata dal sanscrito), “distruzione” ed è analoga all’ebraica Shoà. Chiude il primo Dvd l’intervista (Hugo, 19’25”) al sinto tedesco Hugo Hoellenreimer, internato nello Zigeunerlager e torturato da Josef Mengele: intervista realizzata dalla regista Giovanna Boursier ad Auschwitz nell’agosto 2004.

Il secondo Dvd (rosso) si apre con la videoregistrazione (Senza confini, senza barriere – 28’32”) di una serata tenutasi alla Camera del Lavoro di Milano nell’ottobre 2005, protagonisti Moni Ovadia e i Taraf da Metropulitana, un gruppo musicale rom rumeno: insieme eseguono canti tradizionali gitani e yiddish. Segue l’intervista (Un Rom italiano ad Auschwitz – 18’23”) a Mirko Levak, registi Francesco Scarpelli ed Erika Rossi. Con forte inflessione dialettale veneta, racconta la sua parabola dall’arresto in Friuli, l’internamento nel lager, l’orrore della vita quotidiana, alla liberazione e il ritorno al paesino d’origine. Chiude il Dvd Porrajmos. Lettura e spettacolo (38’27”), videoregistrazione di un’altra serata alla Camera del Lavoro di Milano, nel gennaio 2006. Alla lettura di brani storici si alternano proiezioni di immagini, canti, danze, con la partecipazione di Rom e Sinti, compresa Daniela una bambina emozionante.

Nel libretto, dopo il testo di un inno zingaro e la presentazione editoriale, Gloria Arbib si sofferma sull’irriducibilità di Ebrei e Rom all’assimilazione. Giovanna Boursier traccia un quadro sintetico della persecuzione nazista dei Rom e dei Sinti, facendo luce anche sulle (generalmente sottaciute) complicità non solo morali del regime fascista. Un parallelo tra la Shoà e il Porrajmos è tracciato da Paolo Finzi. La situazione degli Zingari nell’Europa odierna è esaminata da Maurizio Pagani e dal rom Giorgio Bezzecchi, dell’Opera Nomadi. L’obiettivo del fotografo Paolo Poce fissa le immagini dello sgombero di una casa occupata da Rom rumeni a Milano nel 2004: della serie, per gli zingari la vita non è mai facile. Il testo della canzone dedicata agli zingari da Fabrizio De André e Ivano Fossati, corredato da documenti originali concessici da Dori Ghezzi, sigilla il libretto.

quanto costa

Il 2Dvd costa 30,00 euro. Sono previsti sconti di scala: 27,00 euro l’uno per chi ne acquista da 3 copie, 25,00 per chi ne acquista da 5 copie, 20,00 per chi ne acquista da 10 copie. Le spese di spedizione sono comprese nel prezzo.

acquisto online

Acquistare online è semplice: cliccando qui appare un modulo da compilare in tutte le sue parti. Se si sceglie di pagare contrassegno l’ordine sarà evaso entro due giorni circa. Se invece si sceglie di pagare con conto corrente postale o bonifico bancario è necessario farci pervenire per fax (02 28 00 12 71) o e-mail l’attestato dell’avvenuto versamento. La richiesta verrà evasa quando riceveremo l’attestato.
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dove trovarlo

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presentazioni

Chi (biblioteche, centri sociali, comuni, associazioni culturali, ecc.) intenda organizzare una conferenza o altra iniziativa pubblica sulle persecuzioni contro i Rom e i Sinti, con (o senza) la presenza di “esperti” e la proiezione di spezzoni dei filmati compresi nel 2Dvd, contatti direttamente Paolo Finzi presso l’Editrice A o al suo cellulare 335 61 95 167.
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chi si occupa dell’ufficio stampa

A darci una mano per i contatti con il mondo dei media sono le nostre amiche Lorena Borghi e Patrizia Waechter dello Studio Sottocorno, via Nino Bixio 38, 20129 Milano, telefono 02 20 40 21 42, cellulare Lorena 348 58 34 403.

tanti grazie

Ci piace segnalare che nei due anni e mezzo di gestazione di questo 2Dvd in tanti ci hanno dato una mano, regalandoci un po’ del loro tempo, impegno, passione. Hanno creduto in questo nostro progetto, che ora diventa realtà. Vuoi vedere che il preannunciato flop non sarà un flop?

per ulteriori informazioni, contattateci:

Editrice A, cas. post. 17120, 20170 Milano
telefono 02 28 96 627 fax 02 28 00 12 71
e-mail: arivista@tin.it sito web: www.arivista.org

Italiani sempre più indebitati

15mila € a famiglia
E i romani battono tutti, a quota 21mila


ROMA (11 agosto) – L’indebitamento medio delle famiglie italiane ha toccato nel marzo di quest’anno i 14.800 euro. È quanto risulta da una elaborazione della Cgia di Mestre, che ricorda come l’importo (sicuramente pesante), non è comunque paragonabile a quello registrato dalle famiglie statunitensi, che ha superato alla fine del 2005 gli 84mila euro.

Le famiglie più indebitate. In Italia il carico maggiore di “sofferenze” per nucleo familiare è quello che coinvolge la provincia di Roma, dove si arriva ad una media di 21 mila 148, 70 euro. Seguono le famiglie milanesi (20 mila 142,96 euro), quelle della provincia di Lodi (19 mila 616,48 euro), le trentine (19 mila 270,18 euro) quelle di Reggio Emilia (19 mila 175,07 euro) e le bolzanine (con 19 mila 34,54 euro). L’indebitamento comprende, tra le varie voci, l’accensione di mutui per l’acquisto della casa, i prestiti per l’acquisto di beni mobili, credito al consumo e finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili.

Meno ansia al Sud. A vivere con minore ansia la preoccupazione di un debito da onorare nei confronti degli istituti di credito o delle finanziarie sono le famiglie del Sud, in particolar modo quelle residenti nella provincia di Vibo Valentia, dove il debito medio per nucleo è di 6 mila 494,58 euro (meno della metà della media nazionale). A precederle le famiglie di Benevento (6 mila 526,39 euro), quelle di Reggio Calabria (6 mila 587,82 euro), le avellinesi (6 mila 680,13 euro), quelle di Isernia (6 mila 732,65 euro) e di Enna ( 6 mila 876,80 euro).

Indebitamento per famiglia. Anche quando si parla di incremento dell’indebitamento per famiglia avvenuto negli ultimi 5 anni (a partire cioè dall’introduzione dell’euro) è al Sud che vengono registrate le percentuali di crescita meno elevate. Una su tutte è quella registrata nella provincia di Potenza, dove l’incremento è stato del 37, 3%. Mentre ai primissimi posti della classifica, nuovamente di dominio del Centro e del Nord, spiccano solo tre province del Mezzogiorno: Napoli, dove il debito delle famiglie è cresciuto del 105, 6%; Caserta 98, 36%, per arrivare a Crotone 93, 31%.

Dove il debito cresce. Il record della crescita del debito delle famiglie, comunque, appartiene alla provincia di Reggio Emilia, che ha registrato un incremento del 105, 78%, seguita da Piacenza (102, 26 %), da Chieti (98, 96 %), da Varese (95, 40 %), da Brescia (90, 19 %), da Lodi ( (89, 99 %), da Pavia (89, 74 %), e da Padova (89, 14 %).

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=6930&sez=HOME_NOSTRISOLDI

Bankitalia: Popolo Rate Cresce, Credito Consumo +31,6%

Mi sono sempre domandato del perché in Italia c’è un cosi alto proliferare di finanziarie, la risposta e da ricercare nella legge anti usura del quale riporto uno stralcio.

Mi sono anche domandato del perché questa legge scandalo sia legge in uno stato civile e Democratico, di fatto legalizza l’usura economicamente parlando.

Un tasso di interesse del 20% in 5 anni erode il capitale.

In Italia non c’è una vera Antitrust e le aggregazioni Bancarie diventano monopolistiche del mercato, basta vedere i prodotti da Banca a Banca sono fatti con o stampino cambia solo il nome del prodotto.

E giusto assimilare il rischi Bancari, ai rischi che sostiene una industria tipo Italiana ?

Secondo Ernesto si, io costruisco case per rivenderle, loro prestano soldi, entrambi rischiamo sul mercato.

Quindi se seguite il mio ragionamento vediamo dove arriviamo,

Ho ragione? Ho Sbagliato? Sta a voi decidere!

Riporto: in estratto la legge antiusura, la rivelazione in base alla legge, del tasso medio rilevato e della soglia di usura.

Ho cercato di esplicare il mio ragionamento soprattutto con formule e calcoli.

Legge anti usura 108 / 1996: tassi usura periodo ottobre – dicembre 2006

Il tasso anti usura viene rilevato trimestralmente dalla banca d’italia ed è ottenuto come media dei tassi effettivi globali, ossia comprendenti anche spese e commissioni, praticati dal sistema bancario e finanziario. Il suddetto decreto fissa quindi i tassi di interesse effettivi globali medi che ha rilievo ai sensi della legge anti usura penale.
Le operazioni su cui applicare la legge anti usura sono genericamente indicate nelle seguenti: apertura di credito in conto corrente, anticipi, sconti commerciali ed altri finanziamenti alle imprese effettuate dalle banche, factoring, credito personale ed altri finanziamenti alla famiglia effettuati dalle banche, prestiti contro cessione del quinto dello stipendio, leasing, credito finalizzato all’acquisto rateale e credito revolving, mutui con la garanzia reale, ovvero relativi al mutuo a tasso fisso ed al mutuo a tasso variabile.

N.B. Al fine di determinare il tasso usurario, ai sensi dell’art. 2 legge n. 108 / 1996, i tassi di interesse rilevati per essere considerati usura, debbono essere aumentati della metà, cioè, il tasso è considerato dalla legge usurario qualora superi il dato rilevato maggiorato della metà. Solo allora si è puniti ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 644 del codice penale, cioè superata la soglia di cui sopra il fatto è considerato dalla legge come reato penale.

Tuttavia, i tassi non comprendono la commissione di massimo scoperto che, nella media delle operazioni bancarie rilevate, si attesta a 0,73 punto percentuale.
I sottostanti dati concernono la rilevazione dei tassi di interesse effettivi globali medi ai sensi della legge antiusura.

Tassi di interesse (soglia usura al 31/12/2006)

Prestiti contro cessione del quinto dello stipendio

Fino a 5.000-

tasso medio rilevato 19,85 – tasso soglia di usura 29,775

Oltre 5.000 –

tasso medio rilevato 11,11 – tasso soglia di usura 16,665

*****

Indebitamento per nucleo familiare in Italia €. 21.640,00, fonte il Mondo N.3 2007

PIANO DI AMMORTAMENTO ALLA FRANCESE

€.21.640.00 mesi 60

Tasso medio rilevato al 31.12.2006 11,11%

Valori espressi in:Euro

RATA MENSILE: 471.0

IMPORTO TOTALE DA RIMBORSARE SECONDO LA LEGGE :28,262.0

N.B. O PRESO IN CONSIDERAZIONE IL TASSO MEDIO RILEVATO, MA MOLTI PAGANO DI PIU’ DEL 11,11% DI TASSO DI INTERESSE.

******

Ma veniamo alla valutazione di Ernesto:

Quale la % equa da applicare come tasso di interesse?

Prendiamo in considerazione un prestito dietro garanzia della cessione del quinto dello stipendio.

Il per il costo del denaro si prende come riferimento l’Euribor 3 mesi a 365 gg. Tasso 3.654 %

Nelle transazioni commerciali con le aziende, la banca ricarica uno spred ( una maggiorazione in punti %)

Lo spred viene ricaricato per il semplice fatto che la banca considera di prendere in prestito il denaro, quindi non tiene conto delle sue riserve patrimoniali. Teniamo per valido questo principio ormai consolidato.

Qualità delle linee di credito :

La linea di credito e garantita da una cessione di credito su fattura, chiamata normalmente anticipo fattura, consiste da parte della banca nell’anticipo di un credito esigibile mediate emissione di fattura, la banca anticipa fino al 80% dell’importo della fattura. quindi del tutto assimilabile alla cessione del quinto sullo stipendi, soprattutto se in presenza di un TFR non percepito dal lavoratore e vincolato al buon esito della fine del prestito.

Spred applicato su Euribor dalla banca per una società artigiana è 1% quindi il tasso di interesse risulta essere del 4,654%

Facciamo un’altra valutazione comparativa:

La linea di credito su cessione del quinto dello stipendio e assimilabile alla linea di credito commerciale?

Si, il fattore tempo che crea una incertezza, in quanto la transazione commerciale a un suo fine trascorsi 90 giorni mentre il prestito su cessione del quinto dello stipendio dura 5 anni e il lavoratore può anche essere licenziato o licenziarsi, questa maggiore assunzione di rischi da parte della banca può essere mitigata in presenza di un TFR non percepito dal lavoratore capiente per l’importo del prestito almeno per il 50% e vincolato al buon esito della fine del prestito.
Con questi dati ,quanto sarebbe il giusto ricarico sui costi che la banca deve applicare?

Prendiamo il settore delle costruzioni edili negli appalti pubblici.

A fronte dei costi sostenuti ricavabili d analisi per la formazione di un elenco prezzi si deve applicare un ricarico del 15% per spese generali di gestione aziendale e un 10 % come utile di Impresa per il rischi assunto dall’imprenditore .TOTALE sui costi 26.50%.

Ora la Banca prende in prestito da un’altra Banca € 21.640,00 con il tempo restituisce il capitale al suo creditore, quale il costo sostenuto dalla Banca?

Valori espressi in: Euro

RATA TASSO A REGIME: 3,654

IMPORTO TOTALE DA RIMBORSARE (MONTANTE): 23, 700.0

Il costo sostenuto dalla banca è 21.640,00 – 23.700,00 = 2.060,00

Moltiplichiamo 2.060,00 x 26,50% = 545,90 utile bancario

Valore complessivo da restituire Alla banca = 23.700,00 + 545,90 = 24.245,9

Diviso 60 rate = 404,10

Differenza canone mensile fra tasso applicato e valutazione di Ernesto

471,00 – 404,10 = 66,90 x rate mutuo 60=4.014,10 : anni 5 = risparmio annuale 802,80

Perché invece lo stato Italiano fa leggi che chiama tassi antiusura ma da la possibilità di applicare tassi usurai economicamente parlando.

Qui si rimane nella regolarità fino all’applicazione di un tasso del 20% che in cinque anni erode il capitale.

UNA RITOCCATINA A QUESTA LEGGE AVREBBE DATO AGLI ITALIANI, PIU’ DI QUANTO IL GOVERNO A FATTO CON LA FINANZIARIA. I DEBITI LI FANNO I MENO FALCOLTOSI!!!

E che non mi si dica che sono ragionamenti dirigistici, perché il libero mercato funziona se libero veramente è non se protetto da leggi insensate o da accorpamenti che formano cartelli in un sistema sprovvisto delle tutele necessarie per i cittadini utenti.

fonte: ernestoscontento.wordpress.com/2007/01/

Poveri al voto nel Paese dei diamanti

Sierra Leone, la parola ai cittadini per ripartire dopo la guerra civile

di DOMENICO QUIRICO

Khatib che ha compiuto 19 anni ieri mattina, all’alba si è messo in fila per votare a Brookfields, quartiere di Freetown. Le prime elezioni vere, senza il controllo dei caschi blu, la prova per verificare se i sozzi e crudeli ludibri dell’epoca nera sono davvero finiti: quanto basta per alimentare l’entusiasmo di chi comincia a credere al paradiso perché prima si credeva nell’inferno. Per averlo provato di persona.

Khatib è uscito fumigante ma ancora vivo dalla pentola del demonio. Non ha mai visto «Blood Diamond», ignora le avventure che Zwick e Di Caprio, astuti bracconieri in celluloide del dolore africano, hanno ambientato nel suo paese. Non ha soldi per andare al cinema, con 10 mila «leon» al giorno, circa 2 euro, che gli danno per andare a caccia di clienti con il suo mini taxi, spreme appena quanto basta per mangiare. Il taxi non è suo, è di una «compagnia», un uomo d’affari che durante gli 11 anni della guerra civile trafficava in pietre preziose e poi ha investito i guadagni. Khatib, dunque, non ha gioito per la compunta indignazione che la storia dei diamanti insanguinati ha sollevato in Occidente. Ci sono davvero molte cose che Khatib non sa. Perché vivere in Sierra Leone è come essere dimenticati in un labirinto quando il bigliettaio se n’è andato. Ad esempio: perché in un paese ricco di diamanti, bauxite, oro, lui e i suoi connazionali sono in stracci come se fossero usciti da un romanzo di Dickens? Ah, sono bravi davvero a non morire di fame con un dollaro al giorno, come dice l’Onu che li piazza al penultimo posto nelle classifiche dei paesi con il peggiore tenore di vita.

Khatib e gli altri 2,6 milioni di elettori non sono andati a scegliere tra Soloma Berewa del «Partito del popolo», abbonato al potere dai tempi dell’indipendenza, e Ernest Koroma del «Congresso di tutto il popolo», l’eterna opposizione (gli altri cinque aspiranti sono coreografia senza speranze). Loro votano per avere l’acqua corrente, l’energia elettrica e un lavoro. Chi gliele darà è il loro presidente. Come fai a spiegare che da quando è finita la guerra civile nel 2001, governo contro ribelli dell’est guidati da un Pol Pot africano di nome Foday Sankoh, ex caporale diventato lo Spartaco dei diamanti, la crescita è stata del 7,4 per cento. Lo dicono le statistiche! Le stesse che assicurano che per il 60 per cento la sopravvivenza del paese dipende dagli aiuti Onu.

E la produzione dei diamanti? È cresciuta, con la pace, da 10 a 164 milioni di dollari, ma allo Stato, per dar loro quel rubinetto e quell’interruttore, resta solo il 6 per cento. Il resto? Rubato, come i milioni degli aiuti dell’Onu, ingoiati nei mille rivoli del contrabbando. Un’altra bella storia per Di Caprio. Khatib non sa perché vive in una città che si chiama, dall’800, «città degli uomini liberi» e dall’indipendenza ha visto scorrere solo ciurmerie di partiti unici voraci, tribalismi, e rivoluzioni più sozze del potere che volevano dissellare. E poi: perché nella capitale c’è la più antica università del continente (1827) e il 60 per cento della popolazione è analfabeta? Perché ti portano ad ammirare i centri di rieducazione per bambini soldato, la fanteria della guerra civile, ti spiattellano, orgogliosi, le cifre del ritorno di questi inconsapevoli killer alla «normalità»; e poi ci sono 900 mila bambini rapiti alle famiglie che sgobbano nelle miniere, merce per i trafficanti di essere umani?

Perché l’Onu e la comunità internazionale, gran pedagoghi, che hanno assistito indifferenti per 10 anni al massacro di 50 mila persone, a stupri, amputazioni e saccheggi, adesso sono in estasi sostenendo che la Sierra Leone, con il voto, è la più riuscita operazione di esportazione della democrazia in Africa? E i morti? Quelli che non potranno mai andare a votare? Khatib non osa dirlo ma i tre condannati in tutto e per di più gregari del delitto, incastrati dal tribunale internazionale per la Sierra Leone gli sembrano pochi, per chiudere il conto della memoria con 50 mila morti. E gli altri? i capi? i mandanti? quelli che hanno riempito i conti in banca con i diamanti e la vendita di armi, anche in Occidente? La vita in Sierra Leone ha perso contro la morte, ma la memoria non ha diritto di vincere nella sua lotta contro il nulla?

Anche Kenneth è andato a votare, è soddisfatto perché si torna a «lavorare». Ufficialmente si definisce «un uomo di affari», si occupa di «sicurezza», per i candidati del Partito del popolo, al potere oggi e quasi certamente anche domani e dopodomani. Le accuse di brogli e violenze che già lancia l’opposizione non lo turbano, quelli sono dei «frustrati» che sanno di aver perso. Lavora con i suoi commilitoni dei tempi di guerra, non si sono mai persi di vista neppure quando, con la pace, la gente si era fatta aggressiva, li chiamava con odio «sobel» e metteva insieme i miliziani del governo e i ribelli. Sono stati quieti per qualche anno, con tutto quel parlare di processi, di tribunali internazionali, di punizioni esemplari. Senza i kalashnikov in mano da onnipotenti erano diventati equilibristi del bordo del marciapiede, i non bevitori dei caffè perché non c’era un leon per una birra; o per una tirata di «kali», marijuana buona e non quella schifezza fatta con i solventi e la polvere da sparo che si dava ai ragazzini per trasformarli in reclute obbedienti. Quando si andava in un villaggio, si stupravano le donne e poi si trascinavano gli altri davanti a un’oscena corte di giustizia.

«Vuoi la manica lunga o la manica corta?» sghignazzavano i «giudici». E a seconda della risposta il machete tagliava il braccio all’altezza del polso o del gomito. E poi li spedivano via con il moncherino sanguinante, tra lazzi e sputi. Crudeltà pura? No, il pianificato marchio del terrore perché la gente sapesse chi comandava, a chi appartenevano le miniere. Questa «giustizia» ha sconciato decine di migliaia di persone. Erano i tempi di Sankhoi e del suo alleato liberiano Taylor, un esportatore di massacri dalla vicina Liberia. Khennet e i suoi «sobel» si sono messi in coda ai seggi, allegrissimi: trastulliamoci con questa democrazia, ma alla fine l’Africa è sempre quella, chi ha i diamanti ha il potere, e viceversa.

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200708articoli/24644girata.asp