Archivio | agosto 15, 2007

Code estive. L’Italia prima europea nel turismo sessuale

DAL SITO DI MAURO BIANI

Segnalo l’uscita estiva di cinque riviste a cui collaboro. Amani, Casablanca, Idea Vegetariana (che escono con miei disegni in copertina), Pizzino (clicca e vedi la mia vignetta all’interno) e Azione Nonviolenta (che uscirà a giorni). Mi soffermo su Amani e riporto per intero lo “speciale” sul turismo sessuale. La scelta cade per un “brainstorming” che segue il filo dell’infanzia negata, e del lutto per i quattro bambini morti nel rogo presso Livorno. La condizione necessaria alla lettura è quella di spogliarsi del lindo costumino da bagnante nei lidi nostrani e di scoprirsi ancora una volta in lerce mutande immersi nella consueta melma maleodorante. Buona lettura.

Carne fresca

Kenya. Un rapporto congiunto di Unicef e governo di Nairobi, diffuso nel dicembre scorso, rivela che almeno 15mila minorenni, in gran parte di sesso femminile e tra i 12 e i 14 anni di età, sono vittime saltuarie di sfruttamento sessuale. Altri 3mila si prostituiscono a tempo pieno. L’indagine è stata condotta lungo la costa del Kenya tra Malindi e Ukunda. Gli uomini che cercano “carne fresca” sono per il 38% keniani, poi italiani18%), tedeschi (14%), svizzeri (12%). Il rapporto invita a non criminalizzare i minori coinvolti nella prostituzione. Si dovrebbero anzi istituire programmi di riduzione della povertà mirati ai bambini e agli adolescenti, e trasferire iniziative di educazione dei minori da Nairobi al litorale. Mondo. Dal 2004 esiste un Codice di condotta del settore turistico per proteggere i bambini dal turismo sessuale. È stato promosso da Organizzazione mondiale del turismo, Unicef e Ecpat (la campagna internazionale nata nel 1991 per difendere dal turismo sessuale i bambini indocinesi). A esso sono sollecitati ad aderire operatori turistici, hotel, agenzie di viaggio.

Primati italiani

Il nostro paese è al primo posto in Europa per domanda di sesso all’estero con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani che ogni anno si recano in paesi stranieri — prima meta, il Brasile — con questa finalità. Il Triveneto è la regione più “attiva”. Nel marzo scorso è stato condannato un veronese (14 anni di reclusione e 65mila euro di multa) per reati sessuali all’estero, particolarmente in Thailandia. È la prima volta che giunge a termine un procedimento penale in attuazione della legge n. 269 del 1998 — reputata all’avanguardia nel mondo — sulla punibilità di tali delitti anche se commessi… in trasferta.


Turismo sessuale in Kenya

di Fred Oluoch*

È il pacchetto, bellezza. Sei in vacanza. Un po’ di compagnia fa sempre piacere. E dai pure un aiutino economico…

Esiste tutta una categoria di turisti – soprattutto fra i 45 e i 65 anni – che si reca in Kenya a caccia di situazioni che possano ravvivare la loro vita sessuale. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Padre Kizito SesanaMombasa, seconda città keniana e porto di rilievo. Qui, per soddisfare i marinai delle portaerei americane, arrivano ragazze fin dalla Repubblica Democratica del Congo, da Ruanda, Burundi, Uganda e Tanzania. I marinai pagano fino a 100 dollari a incontro. Ma ultimamente le portaerei scarseggiano… C’è poi Malindi, dove le ragazzine sostano nei dintorni delle spiagge degli alberghi. Lamu, città del XII secolo, inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, sta facendosi una fama presso gli omosessuali in cerca di ragazzini.

Robert Nyagah, un ex giornalista ora operatore turistico a Malindi, ammette che la squadra di operai del sesso è grande, in rapporto alle dimensioni della città. Ma si domanda: «Una volta che noi ci mettiamo sul mercato come paese libero, in che modo potremmo imporre restrizioni alla libertà dei turisti? Com’è possibile differenziare i turisti veri da quelli che cercano solo sesso? E come si può distinguere una ragazza che cerca un compagno per la vita, sia esso turista o meno, da una prostituta?».

Roberto Macrì, console onorario italiano a Malindi, crede che la questione sia esplosa in modo sproporzionato: «Se i turisti vogliono sesso, allora vadano in Thailandia o in Brasile, luoghi ben noti per questo. Certo, come in qualsiasi altro posto del mondo un visitatore in Kenya, passeggiando sulla spiaggia, non sarebbe dispiaciuto di conversare con una ragazza disponibile. Ma è difficile capire se il turista viene intenzionalmente per il sesso o se vi si dedica per l’offerta che trova». Soldi facili da una parte e disoccupazione dall’altra spingono in questo mercato un gran numero di ragazze. Alcune di loro, anche sposate, cedono al fascino del denaro e non la definiscono prostituzione ma semplicemente “ospitalità ai visitatori”. C’è chi ha intrapreso delle relazioni costruttive, che hanno rappresentato la loro fortuna. Oggi sono donne con una bella casa e una buona macchina, e ciò attrae le più giovani.

Non mancano infine i casi in cui sono i genitori stessi a incoraggiare le figlie. Ma questo commercio non si limita alle ragazze. Anche un numero crescente di loro coetanei si avvicina a questo mondo in cerca di opportunità. Molti ragazzi hanno drasticamente cambiato vita dopo aver conosciuto donne europee di mezza età. Soprattutto tedesche. La questione del sesso minorile è ulteriormente complicata dalle tradizioni. Mentre gli attivisti cercano di influenzare anche la politica per proibirlo, per la popolazione della costa a 13 anni le ragazze sono già da marito.

I locali non capiscono il perché di tanto subbuglio. Da parte sua, il governo disapprova lo sfruttamento sessuale, ma teme di prendere posizioni forti. Una direttiva proibisce agli alberghi di ospitare minorenni accompagnati da adulti, ma la norma è rispettata di rado. Gli albergatori si difendono.

Okoth Waudi, il proprietario del Casablanca Night Club di Mombasa — uno dei punti più famosi dove le ragazze ronzano attorno ai turisti — sostiene che questi non cercano donne necessariamente per sesso, ma a volte solo per compagnia. «Con lAids, il turismo sessuale è diminuito. I turisti si comportano con maggiore cautela. È meno facile per le ragazze abbordarli. Li intrattengono solamente e poi se ne vanno». Però ammette che il suo Club attrarrebbe pochi clienti, senza le ragazze.

Secondo Geodfrey Karume, proprietario del ristorante Baobab di Malindi, gli alberghi cercano di responsabilizzarsi moralmente e di restringere la clientela che cerca sesso. Ma non è facile, dato che la moralità va “equilibrata” con i profitti. «È il mercato più antico che esista, e se qualcuno è determinato a prendersi una ragazza, non lo puoi fermare, a meno che tu non gli dica di non mettere più i piedi in Kenya. Una chiacchierata amichevole e il sesso fanno parte del pacchetto. Non c’è modo di separare le due cose».

* Fred Oluoch, sociologo, giornalista e analista politico keniano, è autore di un ampio servizio sull’argomento pubblicato da News from Africa e ripreso da The Big Issue. Racconta:
«Qualche tempo fa, con un amico, ho visitato la costa a nord di Mombasa, chiamata “la Costa Tedesca” a motivo della forte presenza di turisti dalla Germania. Era marzo, e i turisti erano pochi. Nel tardo pomeriggio siamo entrati in un bar per bere qualcosa di fresco e siamo restati colpiti dalle strane coppie sedute ai tavoli: uomini bianchi anziani con ragazzine, o con ragazzi adolescenti; donne bianche con ragazzi che potevano essere i loro figli o nipoti. Ancor prima di digerire la sorpresa, veniamo avvicinati da una serie di ragazzine e poi di ragazzi. Siamo usciti senza finire la birra». Il fenomeno, se lasciato senza controllo, potrebbe avere un impatto negativo anche sul turismo: quelli che si sentono a disagio, così mescolati a dei pedofili, se ne andranno in vacanza altrove. Un colpo ulteriore all’industria del turismo nazionale, già indebolita dagli “avvisi” negativi dei governi occidentali e minacciata da destinazioni emergenti come Sudafrica, Tanzania, Botswana e Namibia. Il turismo sessuale è gestito da una complessa rete segreta. I luoghi di incontro sono ville ben riparate e vigilate, saloni di bellezza, centri per massaggi e residence. Fanno parte della filiera alcuni operatori turistici e alberghieri.

fonte: http://maurobiani.splinder.com/post/13418852#more-13418852


Legge Biagi, affondo dei Ds: il Prc si smarca

Testo con modifiche sostanziali presentato da 100 deputati


ROMA — Massima tensione nella maggioranza sulla legge Biagi. I Ds replicano duramente al leader di Rifondazione comunista, Franco Giordano, che con un’intervista al Corriere, ha minacciato di non votare le leggi per applicare l’accordo su pensioni e welfare raggiunto il 23 luglio da governo e parti sociali, se non verrà cambiata radicalmente la riforma Biagi del mercato del lavoro. «A leggere le interviste degli esponenti di Rifondazione e dei Comunisti italiani — dice il responsabile Lavoro dei Ds, Pietro Gasperoni — c’è di che restare esterrefatti. I giudizi che vengono espressi sulle politiche sociali e del lavoro prodotte dal governo di cui sono parte non secondaria, sembrano dettati più dal desiderio di smarcarsi dalla responsabilità di governo che da una critica costruttiva ».

Sul tema torna anche il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, diessino anche lui: «Non accetto che qualcuno dica che non stiamo attuando il programma». Il ministro dice quindi che alcuni cambiamenti della Biagi si stanno facendo. E sul punto delicato dei contratti a termine fa una cauta apertura a Rifondazione: «Se nel protocollo ci sono parti che possono aver generato degli equivoci, nella scrittura dei testi legislativi rimuoveremo quegli ostacoli sentendo le parti sociali». Damiano invita quindi i ministri della sinistra massimalista a non scendere in piazza il 20 ottobre nella manifestazione contro la precarietà.

L’iniziativa, lanciata con un appello pubblicato su Liberazione (quotidiano di Rifondazione) e Il manifesto, servirà anche per chiedere modifiche all’intesa del 23 luglio. Ma, sempre dall’interno della maggioranza, Lamberto Dini (Ulivo) avverte che se il governo dovesse accettare «il ricatto» dei massimalisti, lui potrebbe uscire dalla coalizione. E a Giovanni Russo Spena (Rifondazione) che lo accusa di voler far cadere il governo replica ricordando che è stato lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi, a dire che l’accordo non è più negoziabile.

Le sinistre radicali però non demordono. Maurizio Zipponi, responsabile Lavoro di Rifondazione, annuncia che il partito spingerà per l’approvazione di un progetto di legge sottoscritto già da più di 100 deputati della sinistra per modificare profondamente la Biagi. E Marco Rizzo per il Pdci dice a Damiano che «si sbaglia, e di molto» se pensa di non cambiare radicalmente la legge. A dare battaglia in Parlamento si prepara anche l’Udc: «Per difendere la legge Biagi—dice Francesco Pionati—e far esplodere le enormi contraddizioni interne al centrosinistra. Prodi è tra due fuochi: da una parte Giordano e Caruso, dall’altra Dini, Treu e Mastella».

Enrico Marro

20 Ottobre: Noi non ci saremo

Sull’appello per la Manifestazione del 20 Ottobre promosso da” Il Manifesto” e “Liberazione”

(8 agosto 2007)

Da poche settimane è nato il “Coordinamento per l’Unità dei Comunisti”, formato da delegati sindacali, giovani, associazioni, compagne e compagni provenienti da molte esperienze (PRC, PdCI, McPCL, associazioni e collettivi della sinistra “extra-parlamentare”) che avvertono il bisogno di una nuova soggettività politica organizzata, fuori e contro le gabbie del centrosinistra e del bipolarismo.

Non pensiamo sia vera la tesi secondo cui la caduta di consensi del Governo Prodi sia dovuta alla mancanza di risposte ai problemi fondamentali per i quali molti lavoratori e lavoratrici, e gran parte dei precari, lo avevano votato (anche se solo in funzione anti-Berlusconi). Queste risposte ci sono state ma, come purtroppo era ampiamente prevedibile, si sono rivelate assolutamente inaccettabili!

Il centrosinistra aveva creato l’aspettativa della rottura con le “politiche di guerra” ed ha, invece, avallato la costruzione di una nuova e più grande base militare USA a Vicenza, confermato la missione NATO in Afghanistan, spostato parte delle proprie truppe d’occupazione dall’Iraq al Libano e, senza nemmeno un dibattito parlamentare, ha dato l’assenso allo scudo stellare voluto da George W. Bush.
Si era presentato ai propri elettori promettendo la cancellazione della Legge 30 (ancora viva e vegeta insieme al Pacchetto Treu) e l’abbattimento della precarietà, che invece viene blindata dall’ultimo Protocollo sul Welfare sottoscritto, chissà perché, a luglio inoltrato!
Si parlava esplicitamente di cancellare gli scaloni pensionistici introdotti da Maroni e invece arrivano gli scalini con, addirittura, un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile…

Le risposte ci sono state, dunque, ma sono state positive per Confindustria ed assolutamente negative per milioni di lavoratrici e lavoratori!
Il solco tra Governo e sinistra di governo, da un lato, e movimenti e paese reale, dall’altro, si è ulteriormente allargato lo scorso 9 Giugno quando quasi 100 mila persone hanno manifestato contro le politiche di guerra di Bush e Prodi… mentre PdCI, Verdi, PRC, Arci e la sinistra-stampella, venuti tutt’insieme a soccorso di un governo di banchieri e faccendieri, radunavano solo qualche centinaio di funzionari a Piazza del Popolo.

Proprio perché abbiamo a cuore la nostra sorte di lavoratori e lavoratrici, questo autunno non scenderemo in piazza a manifestare senza gridare a voce alta il nostro NO! al Protocollo di Luglio ed alla nuova controriforma delle pensioni, senza opporci alla politica estera di questo sciagurato Governo, senza tacere sulla necessità di uno sciopero generale contro precarietà, contratti da fame e carovita. Infine, ha ribadito la volontà di costruire lo scempio economico-ambientale del TAV in Val di Susa ed in Val Sangone, infischiandosene dell’opposizione popolare largamente maggioritaria nella zona.
Scendere in piazza per difendere i nostri interessi significa, oggi, manifestare contro il Governo Prodi. Ed ogni eventuale conseguenza sulla stabilità di questo vergognoso esecutivo saranno da attribuire esclusivamente alle sue scelte antipopolari.

La nostra urgenza di partecipare alle scelte che contano non significa affatto firmare assegni in bianco al Governo Prodi, ma riconoscere una diffusa conflittualità di classe ed adoperarsi per far crescere il potere di contrattazione del popolo contro la guerra, dei movimenti contro gli ecoscempi e, soprattutto, dei milioni di lavoratori italiani che, anche con Prodi e Padoa Schioppa, hanno perso ulteriormente diritti, potere di acquisto e di contrattazione.

Per gli stessi motivi, invece, saremo all’assemblea di Roma del 12 settembre, dove si prefigura un percorso di resistenza a tutte queste politiche guerrafondaie e antisociali. Crediamo nella piena autonomia dei movimenti di lotta. E’ finito il tempo del loro legame (più o meno “invisibile”) con le compatibilità di sistema, a fianco o in sostegno di un Governo ormai servo dei patti di stabilità e delle compatibilità decise da Confindustria, BCE e FMI.

I compagni e le compagne del “coordinamento per l’unità dei comunisti”
cucnazionale@yahoo.it

fonte: cucnazionale@yahoo.it

doccia per precario – NOVITA’!

Nel "paese dei pastori" di Corrado Alvaro

Dal Natale 2006, sei omicidi e sei tentati omicidi. Oggi la strage
Decimati i due clan, uomini in fuga, ora si colpiscono gli amici

Tutto cominciò per una rissa a Carnevale

E San Luca è un paese deserto: si sentono solo urla di dolore


Una veduta di San Luca, paese
sul versante jonico dell’Aspromonte

DUISBURG – Quanta ferocia, quanto odio: tutto nasce nel paese dei sequestri e di Corrado Alvaro, uno dei più grandi scrittori del Novecento. L’ultimo omicidio a San Luca, a Natale del 2006: una donna del clan Nirta che aveva solo 33 anni, trucidata sulla porta di casa. Il marito era appena uscito dal carcere, condannato per traffico di stupefacenti. Da allora si è reso irreperibile.

Naturalmente il sanguinoso scontro fra i clan Pelle-Vottari-Romeo e gli Strangio-Nirta nasconde anche una battaglia per il controllo del territorio. L’Aspromonte non è più terra dei sequestri (clamorosi intorno a San Luca quelli di Paul Getty Jr. e del giovane Casella, la cui madre si incatenò sulla piazza), ma la zona, molto vicina alla costa, resta un passaggio obbligato per i grandi quantitativi di droga.

Oggi San Luca è un paese fantasma. Nessuno per la strada, dalle case dei familiari delle vittime si sentono urla di dolore. In giro ci sono più giornalisti che abitanti: solo un anziano si rifornisce d’acqua nella fontanella della piazza.

Quanto odio: tutto iniziò nel ’91 per una banale lite con lancio di uova a una festa di Carnevale. Due persone rimasero uccise e due ferite: Francesco Strangio aveva 20 anni, Domenico Nirta 19. Giovanni Luca Nirta e il fratello Sebastiano rimasero feriti.

Una faida incomprensibile e sanguinosa, difficile districarsi perfino fra i cognomi. Ai funerali di Maria Nirta Strangio andò anche Giovanni Strangio, esponente di una cosca avversa: ci andò armato e fu bloccato e ferito dai carabinieri. Forse cercava il marito della donna uccisa.

L’uccisione di Maria Strangio ha provocato la riapertura della faida, che da quel giorno ha registrato altri cinque omicidi e sei tentati omicidi. L’ultimo è accaduto il 3 agosto scorso, con l’agguato fatto contro Antonio Giorgi, ucciso a colpi di fucile mentre si trovava in un terreno di sua proprietà.


Una faida che ha colpito in modo trasversale: non potendo arrivare ai capi, si cercano i parenti lontani, i collaboratori o i sicari. Una caccia all’uomo privata andata avanti per anni, che gli inquirenti non sono riusciti a bloccare. E San Luca è diventato il paese dei fantasmi: tutti nascosti o in fuga.

Un paese che Corrado Alvaro raccontò come fatto di “pastori più che di contadini”. Molti di loro per paura o bisogno sono emigrati in Germania. I pastori sono diventati minatori o operai nella acciaierie della Ruhr. Molti senza rimpianto, altri con la voglia di tornare, da anziani, al paese. Scrive Alvaro in un articolo del 1949. “L’incitamento continuo era di fuggire, abbandonare questo paese maledetto: tutti quelli che siamo fuggiti ce lo siamo sentito dire dal padre e dalla madre”.

(15 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-morti/san-luca-natale/san-luca-natale.html

PUNK: "Una rivolta contro il futuro"



CONTROCULTURA

di Helena Velena
recensione di “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat

Se c’è una cosa che come punk sicuramente non abbiamo mai voluto, era lasciarci studiare, analizzare, disinnescare. Volevamo vivere la nostra vita, crearci la nostra realtà in base alle nostre scelte, i nostri rifiuti, la nostra rabbia e il nostro schifo, anche quello che facevamo a chi voleva studiarci pretendendo di informarci che il punk era morto, come mi disse una poliziotta una notte del 1979, mentre appiccicavamo manifesti di un concerto de CCM, e tentavamo con grande energia e forza di volontà di farlo nascere.

Allora come oggi è inaccettabile che il nostro percorso di vita sia incasellato negli archivi digitali sulle bande giovanili metropolitane, studiato, confrontato magari pure storicizzato in positivo, dall’ennesima generazione di ex-ribelli reintegrati nelle strutture culturali della “sinistra”. Perché questo di Philopat è un coagulo di volantino + fanzine + hardcorepunk + lanostrasceltadivita*cazzo*la nostra a scoppio ritardato. Ma che scoppia con la stessa intensità di allora, anche se per molti sembrerà solo un documento, magari da istituzionalizzare, al pari di una versione anni ’80 del giovane Holden.


Il punk partì dallo zero assoluto dalla morente cultura settantasettina, dal degrado degli espropri dei proletari sui proletari, al Parco Lambro di “Re Nudo”, dal riflusso e dal “Convegno di Settembre” a Bologna; forse meno eroina che a Milano, ma la stessa atmosfera di sconfitta, di voglia di ritornare nella cuccia protettiva di una società che non aveva nulla da offrire se non nuove catene, ma col velluto intorno ai polsi. Noi non conoscevamo nulla o quasi di tutto ciò, e non ne venimmo influenzati, ma fummo costretti a crearci da soli un percorso politico, una nostra dignità di sopravvivenza, una propria scena, un proprio senso dell’esistenza.

Il punk fu un’esperienza radicale totale, adrenalinicamente concentrata in poco più di 5 anni in cui passammo dall’andare a Londra per vedere come erano i punk e come facevano a tenere i capelli dritti in testa, al teorizzare e poi mettere in pratica una struttura completamente autogestita di spazi e produzioni antagoniste, e di vita completamente al di fuori del “sistema”. Ai “nuovi sociologi” che recentemente hanno iniziato la cannibalizzazione della “storia del punk”, questo libro dimostrerà che invece si trattò di una esperienza totalmente “altra”. Questo non era un “disagio giovanile” con boutiques dove comperare abiti di “appartenenza” o cappellini da indossare alla rovescio, o negozi dove trovare montagne di materiale sonoro, o decine di libri/manuali sull’argomento.

La storia del punk fu quella di una manciata di anni gloriosi dimenticati dalla storia, che ricorda lo yuppismo rampante craxiano come atmosfera dominante del periodo. Ed invece fu un deflagrante movimento internazionale, e in Italia l’unico che dal dopo guerra ad oggi sia stato in grado costruire una nuova cultura totalmente autonoma. Punk significò inoltre l’uscita dalle logiche del mercato “giovanilistico”. Non ricorderemo quindi, pedantemente, come il Punk abbia pesantemente influenzato la grafica, l’estetica, la poetica espressiva dei videoclips, il look, il concetto di identità giovanile e di tribalità sociale, la musica (dalle varianti del trash e neopunkrock che ora vendono milioni di copie), le relazioni tra i generi, il senso di appartenenza in relazione ad una scena precisa, con tutti i suoi segni e le sue motivazioni.

È importante ricordare invece che il punk fece tutto questo come atto insurrezionale, portandosi dietro (e dentro) violenza (e una intensissima dolcezza!!!) e scatenando intorno a sé distruzione cultura e rifiuto sociale, perché, come ben descrive la canzone dei Fear a fumetti in chiusura del volume, ci si trovava a “rifiutare di vivere una società marcia che nostro malgrado si finisce a ricreare”. Ed è proprio nel rapporto tra il degrado rifiutato e quello creato che sta il punto fondamentale, ma anche l’unicità di tutta l’avventura punk.

Sta nell’aver trasformato il rifiuto verso la vita e la famiglia borghese con le sue false speranze e le sue aspettative mediocri, in una consapevolezza in cui “No Future”, ma anche “nessuna illusione”, “distruggi le tradizioni”, “fotti l’autorità”, “rifiuta le regole”, non erano solo slogan ma le basi di una precisa scelta antimilitarista, anticlericale, e da lì pacifista, antinucleare, vegetariana, che erano condotte sul filo di una lametta davvero insanguinata, con davvero la consapevolezza della mancanza di illusioni, e quindi senza progettualità buoniste. E che terminò nel marciume decomposto e nel dramma dell’impossibilità di una soluzione totale e radicale che, messa a confronto con una capacità analitica realistica, poteva portare solo depressione e implosione (o la morte), anche perché accompagnata dall’invisibile (e allora inconsapevole) guida della critica situazionista.

Il vero progetto vincente del punk però fu di mettere in pratica esperienze di “vita ed economia” alternative realmente funzionanti. Si strutturò un collettivo, PUNKamIN/azione, che produsse una rivista la cui redazione (anche finanziaria) era gestita volta per volta in una città diversa, e da qui si creò una struttura di locali occupati e/o autogestiti, varie situazioni di produzione e distribuzione interna di dischi e materiale di controinformazione, si occuparono appartamenti e palazzine e si mise in pratica una socialità “nostra”, totalmente aliena alla logica post-capitalista che fluiva allora e che avrebbe poi gestito il marketing di tutti i “disagi giovanili” successivi. Ma non il nostro. Questo gli scoppiò tra le mani nelle manifestazioni, negli scontri con la polizia e nelle interruzioni dei consigli comunali, nelle occupazioni di case, spazi e perfino nelle mattonate alle vetrine dei negozi di dischi “ufficiali”.

Punk fu la dimostrazione che “la musica è politica” e non canzoncine coi testi ribellistici, ma solo quando è un tutto integrale con la scena che la produce e la vive. E tale integralità, compreso il rigore a volte grottesco delle scelte “contro” tutto e a qualunque drammatico prezzo, e la radicalità espressiva che non rese mai consumabile dalle “masse piattomarroni” l’aspetto estetico/espressivo e la musica (quel “rumore perché non si era capaci neppure di copiare”, ma che tutti potevano fare) fu un percorso di crescita individuale assolutamente fondamentale per tutti/e quanti/e noi che lo vivemmo.

Fu in pratica la creazione di un anticorpo ai virus della società dello spettacolo, usandogli contro un virus più sporco, allucinato, rovinato e malato del loro, il punk. “Costretti” a sanguinare “per scelta inevitabile”, come Syd MGX, o a morire suicidi come Darby Crash che la cantò, una frase che intensissimamente descrive uno stupendo libro che non va analizzato, ma interiorizzato. Non va capito ma “sentito”, perché non è un manuale di ribellione giovanile, ma la fondamentale esperienza di chi, contando solo sulla forza del proprio rifiuto e la propria energia propositiva, ha reso ribelle non solo la sua gioventù, ma tutta la vita. Tutto il resto, e men che meno la musica, sinceramente non conta.


fonte: http://www.urla.com/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=41

CHI E’

Helena Velena, transgender, hackeratrice, agitatrice televisiva, polemista irrefrenabile. E’ autrice di libri come: “Culture contro”, “Dal cybersex al transgender” e “Il popolo di Seattle”.

Il progetto di Bologna: una casa per i trans

Antonella (Miss Trans Puglia 2005) e Mariah Miss Trans Puglia 2006



La vicesindaco si sta occupando del caso. L’idea è di concedere sostegni simili a quelli per chi abbandona la prostituzione

Il Comune studia una nuova proposta: lavoro e aiuti a chi lascia la strada

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BOLOGNA — Il Comune di Bologna potrebbe avviare un’esperienza pilota a livello nazionale: una casa per accogliere e aiutare anche con un lavoro i trans che vogliono sottrarsi alla strada e allo sfruttamento. La richiesta viene dal Mit, il Movimento italiano transessuali, che ha proposto un progetto che dovrà essere esaminato dagli assessorati competenti. Il Corriere di Bologna, che anticipa l’iniziativa finora rimasta riservata, riferisce che la vice sindaco Adriana Scaramuzzino, con delega alle politiche sociali, si appresta ad approfondire lo studio del progetto. Negli ambienti comunali la proposta verrà presa in attenta considerazione, anche perché esiste già un sostegno organizzato per le donne che vogliono uscire dalla prostituzione.

È facile immaginare che quest’argomento sarà oggetto di nuove polemiche in una città che nei giorni scorsi si è divisa sull’orientamento espresso da Libero Mancuso, autorevole esponente di giunta con competenze sulla sicurezza, il quale ha proposto di spostare la prostituzione in zone periferiche, circoscritte e ad essa dedicate, scelte a rotazione. Per molti si tratta di istituire quartieri a luci rosse a macchia di leopardo al fine di distribuire a turno il disagio sociale del mercato del sesso che ora grava su punti fissi della città.

La proposta della Casa per i trans è spiegata da un esponente del Mit, Marcella Di Folco, una precedente esperienza di consigliere comunale. L’idea parte dall’osservazione che per i transessuali è necessario l’istituzione di una struttura specifica, mentre fino ad oggi essi sono stati assistiti in quelle esistenti per prostitute. «Occorre una struttura destinata in modo esclusivo ai trans. Può essere realizzata in città o comunque nelle vicinanze — ha detto la Di Folco —. Noi abbiamo presentato la richiesta e siamo fiduciosi. Puntiamo a un centro di accoglienza e assistenza che raccolga trans da tutt’Italia, e pensiamo che saranno giovani stranieri i più interessati a liberarsi dallo sfruttamento al quale sono sottoposti ».

Se il Comune sceglierà di appoggiare concretamente l’iniziativa, i trans troverebbero vitto, alloggio e aiuto all’inserimento nel mondo del lavoro per ricostruirsi una vita. Forse sulla valenza nazionale del progetto potrebbero appuntarsi le polemiche più insistenti, in relazione ad un effetto calamita e quindi al lievitare dei costi. Tra i potenzialmente favorevoli però si farà sicuramente notare che ogni persona sottratta al mondo della prostituzione è un passo di migliore convivenza per tutta la collettività. In Emilia-Romagna è già attiva da alcuni anni un’iniziativa chiamata «Oltre la strada» che ha dato buoni risultati.

Contro l’idea delle zone a luci rosse individuate con un criterio di turnazione si sono dichiarati in molti, facendo notare che la legislazione attuale vieta simili iniziative. Tra i più duri don Oreste Benzi, il prete che da anni si batte contro la prostituzione: «Il male deve essere radicato, non regolamentato. Le schiave vanno liberate». Assumendo il criterio dell’aiuto al riscatto, è evidente che l’eventuale scelta del Comune per i trans dovrebbe essere accolta con favore. Anche perché la pressione della prostituzione, nelle sue varie forme, è diventata ormai insopportabile, tanto da avere indotto le autorità di polizia a raffiche di contravvenzioni ai clienti che, in auto, contattando le lucciole, intralciano il traffico.

Vittorio Monti

Bonas ferias augustales

Fu durante queste “feriae” nella Roma dei Re, che avvenne il ratto delle Sabine e si sancì la comunanza tra il mondo degli agricoltori sabini e quello dei pastori romani. Per trasformazione, da quelle Consualia derivarono le “feriae Augusti”, (in onore di Cesare Ottaviano. Le persone, incontrandosi per strada si scambiavano auguri e doni, salutandosi con la frase “bonas ferias augustales”. Il Cristianesimo, vi ha sovrapposto poi la solennità dell’Assunzione, l’elevazione di Maria in cielo “anima e corpo”, presente liturgicamente fin da VI°sec. A questo proposito, erano e sono celebrate tutt’oggi, in varie località italiane, imponenti processioni religiose. Per festeggiare degnamente con il cibo ferragosto, l’ Artusi consiglia “prosciutto e vino”, come dire: cibi semplici, trasportabili, non impegnativi, indispensabili nelle tradizionali scampagnate o gite fuori porta. In più, l’assaggio delle uve primaticce e dell’ anguria in fette raffreddate, rappresenta il ringraziamento ideale da fare alla buona terra per i suoi frutti stagionali.

Prosciutto, melone e fichi

clicca per ingrandire

Tagliare la polpa di un melone a dadini, metterla in una terrina e cospargerla di succo di limone e d’abbondante pepe.
Tagliare dei fichi maturi a metà e eliminare quelli con l’ospite.
Avvolgere i mezzi fichi e i dadini di melone con del prosciutto. Poi infilarli alternati in uno spiedino di legno.
Disporre gli spiedini a raggio in un piatto da portata e servire.

fonte: http://www.taccuinistorici.it/newsbrowser.php?news_id=198&news_dove=3

India e Pakistan: 60 anni fa l’indipendenza

Festeggiameni congiunti al confine
Festeggiameni congiunti al confine

Si svolgono all’insegna della lotta al terrorismo le celebrazioni per il sessantesimo anniversario dell’indipendenza di India e Pakistan dalla
dominazione britannica. Anche se gli indiani festeggeranno solo domani, entrambi i paesi hanno ribadito oggi di essere in allerta contro il terrorismo e sicuri di poterlo combattere.

Il Pakistan proclamo’ l’indipendenza il 14 agosto 1947 e l’India il 15. I due governi nascenti avevano inizialmente trovato un accordo con l’allora vicere’ inglese Mountbatton per il 15 agosto ma, secondo gli astrologi indiani, le
configurazioni astrali di quel giorno potevano essere sfavorevoli all’India e cosi’ si decise di scegliere la mezzanotte del 14 come data dell’indipendenza. In questo modo, Mountbatten pote’ partecipare il 14 alla cerimonia per il
Pakistan, a Karachi, e il 15 a quella per l’India, a New Delhi.

“E’ tempo che l’intera nazione insorga per fronteggiare i terroristi”, ha detto oggi il presidente pachistano Pervez Musharraf nel suo discorso. Noi lottiamo contro il terrorismo per noi stessi, non per l’America. Io guardo ogni cosa dal punto di vista del Pakistan. Se poi il punto di vista pachistano sta
bene anche agli Usa, bene”.

Parole, quelle del generale, che intendono ribadire l’autonomia del suo Paese rispetto agli Stati Uniti, soprattutto dopo le affermazioni del presidente George W.Bush che si era detto pronto ad autorizzare un intervento militare in Pakistan qualora disponesse di elementi di intelligence che consentissero
di localizzare i nascondigli di figure di spicco di Al Qaida, senza tuttavia specificare se ritenesse necessario un via libera da parte di Islamabad. Dubbi questi che Musharraf ha liquidato senza esitazione, dichiarando di essere certo che gli Stati Uniti non lanceranno raid anti-terrorismo senza concordarli
preventivamente con le autorita’ pachistane.

“Nessun potere straniero avra’ il permesso di entrare nel territorio pachistano – ha incalzato il primo ministro Shaukat Aziz – il terrorismo e’ ora una sfida globale. Noi useremo tutte le nostre risorse per eliminarlo”.

Oggi Musharraf ha anche ammesso di aver perso il consenso popolare, soprattutto dopo le vicende legate all’estromissione del capo della Corte suprema, Iftikhar Mohammed Chaudhary, che hanno raccolto intorno al giudice – e contro il presidente – la maggioranza della popolazione. “Si’, la mia popolarita’ e’ in calo”, ha detto Musharraf ad una televisione locale.

L’anniversario dell’indipendenza e’ stato celebrato con marce, fuochi di artificio e canti. I palazzi del centro di Islamabad sono stati decorati con colori vivaci e in tutte le principali citta’ sono state organizzate conferenze e spettacoli. Il tutto pero’ improntato ad una certa sobrieta’, dovuta anche al dispiego di ingenti misure di sicurezza per la paura di attentati. A Karachi un’esplosione ha seminato il panico – ma non ha causato vittime – vicino al mausoleo del
fondatore del Pakistan, Mohammad Ali Jinnah.
E mentre i festeggiamenti del Pakistan si avviano a conclusione, l’India si prepara a celebrare il suo anniversario, domani. A New Delhi tutto e’ pronto, in un clima di massima allerta, soprattutto dopo le minacce rivolte la scorsa settimana da Al Qaida.

E intanto e’ giallo sulla scomparsa della storica, prima bandiera dell’India libera, il vessillo innalzato dall’allora primo ministro Jawaharlal Nehru nel 1947, subito dopo la dichiarazione dell’indipendenza.

fonte: http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=72891


Il messaggio della capanna di Gandhi

Ivan Illich

Fonte: Quaderni Satyagraha n.6
1 luglio 2005

Ritratto di Ivan Illich - Il grido dei poveri, mensile di riflessione nonviolentaStamattina, seduto in questa capanna dove Mahatma Gandhi ha vissuto, ho cercato di assorbire lo spirito della sua concezione e di accoglierne il messaggio. Due cose della capanna mi hanno fatto grande impressione. Una è il suo aspetto spirituale, l’altra la natura del suo carattere accogliente. Ho cercato di capire il punto di vista di Gandhi nel costruire la capanna. Ho molto apprezzato la sua semplicità, la sua bellezza e il suo ordine. La capanna proclama il principio dell’amore e dell’uguaglianza fra tutti. Poiché la casa che mi è stata allestita in Messico è per molti versi simile a questa capanna, non mi è stato difficile comprenderne lo spirito. La capanna ha sette tipi di spazi. All’ingresso, c’è il luogo dove si lasciano le scarpe e dove ci si prepara fisicamente e mentalmene a entrare. Poi viene la stanza centrale, che è abbastanza grande da poter accogliere una famiglia numerosa. Stamattina alla Quattro, quando mi ci sono recato per la preghiera, c’erano quattro persone sedute accanto a me con la schiena contro il muro; e dall’altra parte della stanza avrebbero potuto starcene altrettante, sedute una vicino all’altra. Questa è la stanza dove chiunque può andare e ritrovarsi con gli altri. Il terzo spazio è quello dove Gandhi stesso sedeva e lavorava. Poi ci sono altre due stanze, una per gli ospiti, l’altra per i malati. C’è una veranda aperta e un comodo bagno. E tutti questi spazi stanno tra loro in una relazione molto organica.
Foto con Gandhi nell'ashram di Wardha - GandhiserveUn ricco che venisse a visitare questa capanna, potrebbe essere portato a fare dell’ironia. Ma dal punto di vista di un semplice indiano non vedo perché una casa dovrebbe essere più grande di così. Questa casa è fatta di legno e di fango. Nella sua costruzione non hanno lavorato le macchine, ma le mani dell’uomo. La chiamo capanna, ma è veramente una casa. Una casa non è semplicemente un edificio dove l’uomo tiene i suoi bagagli e i suoi mobili. Molti edifici sono chiamati case, ma sono costruiti più in funzione dell’arredamento che per l’uomo stesso. Nella casa dove sono stato alloggiato a Delhi ci sono molti comfort e l’edificio è costruito in funzione di questi comfort. E’ fatto di cemento e mattoni ed è una scatola in cui i mobili e le altre apparecchiature si collocano bene. Dobbiamo capire che tutto il mobilio e gli oggetti che continuiamo a raccogliere nel corso della nostra vita non ci daranno mai forza interiore. Sono, per così dire, le stampelle di uno storpio. Più comfort possediamo, più diventiamo dipendenti da essi e più la nostra vita si contrae. Il tipo di arredamento che trovo nella capanna di Gandhi è di un ordine diverso e induce ben poco a diventarne dipendenti. Una casa attrezzata con ogni comfort mostra la nostra debolezza. Pìù perdiamo la capacità di vivere; più diventiamo dipendenti dagli oggetti che possediamo. E’ come la nostra dipendenza dagli ospedali per la salute e dalle scuole per l’educazione dei nostri figli. Disgraziatamente, ospedali e scuole non sono un indice della salute e della intelligenza di una nazione. In effetti, il numero degli ospedali misura il grado di malattia e il numero delle scuole l’ignoranza della gente. Analogamente, l’abbondanza di comfort abitativi minimizza l’espressione della creatività nella vita umana. Disgraziatamente, il paradosso è che coloro che dispongono di più comfort vengono considerati superiori. Non è una società immorale quella che accorda uno status superiore alla malattia e tiene in maggior considerazione l’ignoranza? Seduto nella capanna di Gandhi, mi ha rattristato pensare a questa perversità. Sono giunto alla conclusione che è sbagliato pensare che la civiltà industriale sia una via per lo sviluppo dell’uomo. E’ un fatto dimostrato che per il nostro sviluppo economico macchine produttive sempre più grandi e schiere sempre più nutrite di ingegneri, medici e professori sono semplicemente superflue.
Quelli che desiderano una casa più grande di questa capanna dove Gandhi ha vissuto sono poveri nello spirito, nel corpo e nello stile di vita. Li compiango. Hanno consegnato se stessi e il loro sé vivente a una struttura inanimata. Così facendo, hanno perso l’elasticità dei loro corpi e la vitalità della loro esistenza. Hanno perso quasi ogni rapporto con la natura e ogni senso di vicinanza agli altri esseri umani.
Quando chiedo ai pianificatori contemporanei perché non capiscono il semplice approccio che Gandhi ci ha insegnato, mi rispondono che la via di Gandhi è molto difficile e che la gente non è in grado di seguirla. Ma la verità è che, siccome i principi di Gandhi non tollerano la presenza di intermediari o di un sistema centralizzato, i pianificatori, i manager e i politici si sentono esclusi. Come mai un principio di verità e di nonviolenza tanto semplice non viene capito? Forse la gente pensa di poter realizzare i propri desideri con la menzogna e la violenza? No, non è così. L’uomo comune capisce benissimo che i giusti mezzi portano al giusto fine. Sono solo coloro che hanno un qualche interesse costituito che si rifiutano di capire. I ricchi non vogliono capire. Quando dico ‘ricchi’, intendo quelli che dispongono di comodità che non possono essere condivise da tutti. Ci sono persone ricche nell’abitare, nel mangiare e nel viaggiare; e le loro modalità di consumo che le hanno rese cieche alla verità. E’ per i ciechi che il messaggio di Gandhi è difficile da capire e da assimilare. Essi sono quelli per cui la semplicità non ha senso. Disgraziatamente le loro circostanze non gli consentono di vedere la verità. Le loro vite sono diventate troppo complicate per permettere loro di uscire dalla trappola in cui si trovano. Fortunatamente, la maggior parte delle persone non dispone di tanta ricchezza da divenire immune alla verità della semplicità e neppure versa in tale penuria da essere incapace di capire. I ricchi, anche se vedono la verità si rifiutano di comportarsi di conseguenza. E ciò accade perché hanno perso il contatto con l’anima di questo paese. Dovrebbe essere chiaro che la dignità dell’uomo è possibile solo in una società autosufficiente e che essa declina man mano che l’industrializzazione cresce.
Capanna di Gandhi a Sevagram - GandhiserveQuesta capanna evoca i piaceri resi possibili dall’essere in un rapporto di uguaglianza con la società. Qui l’autosufficienza è la nota dominante. Tutti gli oggetti inutili che un uomo possiede riducono la sua capacità di assorbire felicità dall’ambiente circostante. Perciò Gandhi ha ripetuto più volte che la produttività va mantenuta entro i limiti dei bisogni. Il modo di produzione odierno è tale che non conosce limiti e continua a crescere, senza freni. Finora abbiamo tollerato tutto questo, ma è venuto il momento di capire che, con la crescente dipendenza dalle macchine, l’uomo va verso la propria distruzione. Il mondo civilizzato, sia esso la Cina o l’America, ha cominciato a capire che, se vogliamo progredire, non è questa la via. Dobbiamo renderci conto, per il bene dell’individuo come per quello della società, che è meglio che le persone tengano per sé solo quello che basta ai loro bisogni immediati. Dobbiamo trovare il metodo per tradurre questo indirizzo di pensiero in un mutamento dei valori del mondo odierno. Un cambiamento del genere non può essere realizzato dall’azione di governi o di istituzioni centralizzate. Bisogna creare un clima nell’opinione pubblica atto a far capire alla gente gli elementi fondamentali della società. Oggi l’uomo in auto si sente superiore all’uomo in bicicletta, benché la bicicletta sia il veicolo delle masse. Perciò la bicicletta dovrebbe avere importanza primaria e la pianificazione della strade e dei trasporti dovrebbe essere fatta in funzione della bicicletta, mentre l’automobile dovrebbe occupare un posto secondario. Ma la situazione attuale è esattamente l’opposto: tutti i piani sono in funzione dell’automobile e mettono la bicicletta al secondo posto. Le esigenze dell’uomo comune sono trascurate a vantaggio di quelle delle classi superiori. Questa capanna di Gandhi mostra al mondo come è possibile innalzare la dignità dell’uomo comune. E’ anche un simbolo della felicità che possiamo trarre dalla pratica dei principi della semplicità, del servizio e della verità.
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Documenti allegati
L’incontro con Gandhi
(32 Kb – Formato HTM)
Lanza del Vasto racconta il suo incontro con Gandhi nella capanna del villaggio Sevagram a Wardha.

fonte: http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_11816.html

Gandhi in Simla, 1931

“My Spiritual Message”

Mahatma Gandhi

1931

“In my tour last year in Mysore [State], I met many poor villagers, and I found upon inquiry that they did not know who ruled Mysore. They simply said some God ruled it. If the knowledge of these poor people was so limited about their ruler, I, who am infinitely lesser in respect to God than they to their ruler need not be surprised if I do not realize the presence of God, the King of Kings. Nevertheless I do feel as the poor villagers felt about Mysore, that there is orderliness in the universe.”

Download and Listen
to the entire messsage
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Watch 30 second speech excerpt with film footage of Gandhi in 1931 on Google Video

fonte: http://www.harappa.com/gandhi.html

L’aviaria fa strage di paperi

15 agosto 2007

Per l’uomo nessun pericolo

di Loredana Demer

Oltre duecento volatili acquatici, almeno trenta al giorno nel corso dell’ultima settimana, sono morti alla foce del torrente Impero e nella zona di Santo Stefano al mare perché colpiti da aviaria. Non il ceppo pericoloso per l’uomo: cioè l’H5N1, bensì l’H7, mortale, comunque, per tutti i volatili, e non solo quelli migratori. Una morìa che, stando alle statistiche dell’Asl provinciale e degli esperti, non si è mai verificata prima in Liguria e con rari riscontri in Italia. Gli esami compiuti sui volatili hanno confermato proprio ieri mattina la presenza nel sangue degli animali del ceppo H7 dell’aviaria. Che non lascia scampo agli uccelli.

E dopo aver ricevuto la notizia, il veterinario Pier Luigi Conte – responsabile per l’aviaria nell’Asl imperiese – ha subito dato vita ad una unità di crisi provinciale e ha contattato via fax tutti i sindaci delle zone interessate in modo da emettere immediatamente l’ordinanza che avvisi gli allevatori di provvedere con urgenza a tutte le cautele possibili. Ma, soprattutto, affinché gli stessi chiudano in recinti con reti doppie i polli da cortile. Vietati anche mostre, mercati e fiere da Sanremo a Diano Marina, l’area ritenuta a rischio di contagio.

«E’ un ceppo assolutamente innocuo per le persone – ribadisce il capo dell’unità di crisi – ma occorre prestare molta attenzione agli animali da cortile. Finora questo tipo di patogenicità, ad alto rischio, ha colpito solo i volatili acquatici, cioè i migratori, ma qualora ci fossero animali da cortile lasciati liberi potrebbero venir contattati da altri uccelli infetti. E per loro non esisterebbe cura». Morte certa, insomma e successiva crisi di un settore che già in un recente passato è stato messo in ginocchio.

La morìa di uccelli è iniziata la scorsa settimana. Oltre trenta volatili al giorno senza vita sono stati rinvenuti alla foce del torrente Impero, nel capoluogo. Ma un focolaio è stato trovato anche alla foce del torrente che scorre a Santo Stefano al mare. Gli esami effettuati sui corpi degli animali hanno, purtroppo confermato i sospetti dei medici e ieri mattina si sono avuti i riscontri scritti della presenza nel sangue del virus H7 non pericoloso per l’uomo («nemmeno se si cibasse degli animali infetti», puntualizza ancora il dottor Conte), ma sicuramente mortale per tutti gli altri volatili.

Per i volatili non esiste cura e la diffusione, purtroppo, è rapidissima. Ecco perché l’unità di crisi ha stabilito di allertare tutti i comuni interessati (Sanremo, Arma di Taggia, Santo Stefano al mare, Riva Ligure, Imperia, Diano Marina), affinché i sindaci attraverso le loro ordinanze possano avvertire gli allevatori.

Fino a tre chilometri dai focolai circoscritti (Santo Stefano e la foce dell’Impero) è stata creata una zona di protezione totale con prelievi di sangue continui sugli animali e controlli a tappeto negli allevamenti presenti sul territorio in questione. E poi è stata decisa una fascia di sorveglianza entro i dieci chilometri.

Ma quali possono essere le cause dell’improvvisa quanto virulenta epidemia di aviaria? Secondo il veterinario la colpa potrebbe essere attribuita ai mutamenti climatici e alla loro influenza sui fenomeni migratori. Solitamente le migrazioni avvengono nel periodo compreso tra dicembre e marzo. Ma le probabili variazioni di clima potrebbero aver costretto i volatili a ritardare di mesi gli spostamenti. E fra questi erano sicuramente presenti animali malati. Che hanno poi contagiato i volatili presenti nelle oasi alle foci dei corsi d’acqua imperiesi. La morìa ha colpito soprattutto germani reali e papere.

«Non si vuole creare nessun allarmismo inutile – ribadisce Pier Luigi Conte, delegato all’ambiente anche nel Comune di Vallecrosia – ma è chiaro che gli allevatori devono seguire scrupolosamente quanto prevedono le norme in merito. L’importante è che gli animali vengano tenuti ben chiusi e non possano avere contatti con i volatili selvaggi». Già ieri pomeriggio la prima ordinanza urgente firmata dal sindaco di Taggia, Vincenzo Genduso.

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/italia_e_mondo/view.php?DIR=/italia_e_mondo/estrazione_timone/2007/08/15/&CODE=e8b487c8-4ada-11dc-95e6-0003badbebe4

René Lourau: Il mio ’68


Il 1977 verrà ricordato come il ’68 italiano. Ma cosa è stato veramente il ’68? E che lezione ci ha lasciato? Ce lo dice Renè Lourau, il grande sociologo libertario, purtroppo scomparso prematuramente nel gennaio del 2000.

Mi chiamo René Lourau e sono attualmente professore di sociologia all’Università di Paris 8, cioè un’università inaugurata nel ’68 a Vincennes. Mi occupo ormai da molto tempo di un filone di ricerca denominato “analisi istituzionale”, in stretto rapporto con l’autogestione e con le idee libertarie in quanto si tratta di analisi e critica dello Stato.
È appunto nel ’68 che ho cominciato queste ricerche, quando ero assistente di Henri Lefevre all’Università di Nanterre. È noto che molti degli eventi del ’68 sono cominciati nel dipartimento di sociologia di Nanterre, dove non c’erano soltanto docenti come Henri Lefrevre o Jean Baudrillard, ma c’erano anche degli studenti, come un certo Cohn-Bendit o come Duteuil e qualche altro. Quindi il ’68 è per me non un simbolo ma una realtà.
Ora, una delle idee uscite dal movimento del ’68, e non soltanto nel campo dell’educazione, è stata l’idea dell’autogestione; idea assolutamente non nuova, ma già messa in pratica dai repubblicani spagnoli nel ’36-’38 e da altri movimenti anarchici dall’Ucraina alla stessa Francia, che però appariva nuova perché caduta nell’oblio.
Un’altra cosa che mi ha colpito del ’68, nella pratica stessa del movimento – del quale ben preso abbiamo fatto parte anche noi insegnanti, anche se dal punto di vista statutario eravamo diversi dagli studenti – è stata la reinvenzione delle forme sociali. Dico “reinventate” perché non esistono mai nella storia invenzioni pure e semplici e perché ci sono periodi di oblio – più o meno lunghi – che danno l’impressione di scoprire nuove forme sociali di ribellione che invece sono sempre esistite.

Un movimento molto più vasto

Un terzo elemento di cui mi piacerebbe parlare – ma ce ne sarebbero molti di più – è il fatto che non siamo stati subito consapevoli che si trattava di un fenomeno non solo francese. Eravamo naturalmente informati di quanto era successo negli Stati Uniti dal ’66, di tutto il movimento della controcultura, nata in parte dalla contestazione politica contro la guerra in Vietnam, di quanto era avvenuto in Germania l’anno prima.
Ma è solo un po’ più tardi che ci siamo accorti che si trattava di un movimento veramente mondiale; si è saputo delle forme, certamente molto più militariste, che aveva preso in Giappone con i zengakuren. In Messico c’erano stati più di 200 morti nella Piazza delle Tre Culture: lì non erano militaristi, ma erano stati i militari, il governo, a massacrare la gente. In Italia e in molti altri Paesi europei, in tutti i continenti, perfino in alcune università africane – l’abbiamo saputo soltanto in seguito – erano successe cose. Per la prima volta dopo le rivoluzioni del 1848 ci siamo resi conto che non eravamo soltanto noi francesi a manifestare contro il governo, che – senza saperlo e senza ancor oggi poter analizzare le cause planetarie del fenomeno – facevamo parte di un movimento molto più vasto.
In assenza di un’ideologia precisa – cosa di cui, naturalmente, i politici e in particolare i comunisti e i marxisti si rammaricavano – in assenza di un’ideologia predominante e di uno stato maggiore (cose che vanno insieme) nel movimento, bisogna accettare l’idea che esisteva all’epoca, creata da condizioni che sarebbe troppo lungo analizzare, tutta una produzione di immaginari sulla società – come era, come non doveva essere, come avrebbe dovuto essere – senza che però ci fosse, salvo nei gruppuscoli più organizzati di tipo trotzkista o marx-leninista, un programma “chiavi in mano”, una società di sostituzione (nello stesso modo in cui si riceve un’automobile di rimpiazzo quando si è avuto un incidente e si ha una buona assicurazione).
Questa è davvero un’originalità sociologica del movimento del ’68: il fatto che per qualche settimana l’immaginazione ha preso il potere, anche se ha poi dovuto cedere il posto, dopo le elezioni di fine giugno, alla dura realtà; che in effetti non era la realtà bensì anche in quel caso l’immaginazione, ma l’immaginazione della paura, cioè della Francia profonda che aveva voglia di ritornare all’ordine e che ha dato un’inaspettata maggioranza alla destra.
È difficile fare un bilancio trent’anni dopo. Ho cercato di mostrare che non era una rivoluzione come le altre: non si è prodotta come le altre, non si è svolta come le altre ed ha avuto, in fondo, conseguenze molto più importanti delle rivoluzioni omologate dalla storia. Le rivoluzioni omologate sono quelle che corrispondono ad un cambiamento degli uomini politici, cioè quelle che iniziano un processo d’istituzionalizzazione, e come Max Weber ed Hegel hanno dimostrato, interviene la negazione, cioè si assiste ad una specie di rinnegamento – programmato ed orchestrato – del progetto rivoluzionario iniziale.
Naturalmente anche molti protagonisti del ’68 sono “entrati” in questa istituzionalizzazione neo-liberale che ha cominciato a manifestarsi negli anni Settanta. Ma non c’è stato, né in Francia, né in altri Paesi, un processo d’istituzionalizzazione concretizzatosi in una dottrina sociale o in un cambiamento di uomini politici. Quindi, ancora una volta, c’è qui una grande originalità dalla quale discende la difficoltà di fare un bilancio.

Programma anarchico classico

Tenderei però a non ripetere, come tutti, che c’è soprattutto un’eredità culturale. Non ne sono così sicuro, perché la cultura è qualcosa che cambia molto spesso, che possiede una temporalità abbastanza frammentaria, abbastanza rapida, soggetta alle mode. Tra l’altro, la nozione di cultura – che è una nozione da selvaggi, in quanto consiste nel rigettare le altre culture – non mi piace affatto. Ci sono stati, nel campo culturale (senza insistere troppo su questo termine) cambiamenti profondi. Non per niente molti artisti sono stati implicati nel movimento: ricordiamoci dell’occupazione dell’Odéon da parte di Jean-Louis Barrault. Anche in questo caso c’è stata quella che definirei “un’autorizzazione”, una libertà data all’immaginazione. In definitiva, si trattava del programma anarchico classico (già ideato da Bakunin, che aveva molta immaginazione e senso estetico), ma non costituiva il nucleo dei programmi anarchici contemporanei agli eventi. Io credo che la vita artistica – definita vita culturale, ma che è soprattutto artistica poiché in letteratura ce ne sono meno tracce – resta ancora oggi largamente tributaria di quel terremoto del ’68.
Castoriadis aveva scritto in un articolo che il ’68 è soprattutto la critica delle istituzioni. Ci si rende conto che c’è l’istituzione, che non ci sono soltanto i governi, gli uomini politici, i partiti, ma che c’è qualcosa di più profondo, qualcosa di fondamentale che permea tutti gli aspetti dell’esistenza. E l’idea che si possa (traduco alla mia maniera) analizzare l’istituzione – come tanti operai, contadini, studenti hanno fatto nel ’68 e anche dopo, sul posto di lavoro o d’attività – è qualcosa che è rimasto, pur se in maniera molto meno netta e visibile. Tuttavia, secondo me è proprio questa la fibra che si può chiamare libertaria (anche se forse si fa troppo onore a certi libertari che non hanno dato l’esempio nella misura in cui si sono anch’essi istituzionalizzati, cosa normale del resto) e che è veramente un’eredità inalienabile, pur se può divenire oggetto di contestazione e di processi, o essere resa completamente invisibile, cosa che avviene in quelle epoche che spingono al pessimismo (non è il mio caso).
Dietro quest’idea, generale e sociologica, secondo la quale c’è qualcosa contro cui ci si può ribellare (il proprio capo, il direttore, la burocrazia o qualsiasi altro organismo), c’è l’altra idea profondamente sociologica – che mi ha fatto dire in precedenza che tutti, in quei momenti, erano sociologi e tutti possono ridiventarlo in qualsiasi momento, perché il ’68 ha sparso semi ancora vivi – dell’istituzione-Stato e della critica, sempre più necessaria, dello Stato in tutte le sue metamorfosi. E questo in un pianeta in corso di mondializzazione, dove l’economia sembra regnare su tutto; cosa che scontra continuamente con delle contraddizioni perché assolutamente falsa. Se l’ultima crisi, nata a Hong Kong, è in via di soluzione, lo è per ragioni politiche e non economiche: due frasi di Clinton sono bastate perché questo sedicente flusso economico non si sia esteso e non abbia inondato il pianeta intero. Più che mai, sotto forme che sia gli anarchici che i sociologi dell’analisi istituzionale devono analizzare, è sempre la forma-Stato che – anche se si crede che stia deperendo o che bisogna farne a meno o che ce ne voglia il minimo possibile – è veramente la forma della sovranità, la forma, direi, quasi mistica, in cui tutto finisce per convergere, in cui tutto attraversa le istituzioni. Ed è cercando di capire che cosa rappresenta per noi l’istituzione, il gioco di poteri in cui siamo implicati, che si può capire questa trasversalità statuale, questo vero e proprio modus vivendi, queste modalità con cui lo Stato vive e sopravvive a spese nostre, aggrappandosi a noi, alle nostre vene giugulari come Dracula, e spesso in maniera implicita, invisibile o addirittura inconscia (compresi quegli intellettuali che si credono grandi sociologi, grandi politologi, convinti di conoscere il funzionamento della società).
Ecco, quello che resta del ’68 è una grande lezione di sociologia, di cui vedo ancora delle tracce, anche se questa lezione è lungi dall’essere vistosa e squillante come allora. Ma l’estate e la primavera ritornano periodicamente. Non credo assolutamente alla fine della storia, che sia di taglio neoliberale o di taglio nichilista di sinistra: tutto ciò mi è completamente estraneo e se sono portato a pensare così, non è a causa di origini intellettuali specifiche, ma è perché è proprio questa la grande lezione sociologica e politica del ’68.

René Lourau
tratto dal Bollettino Archivio G. Pinelli n° 13

fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/261/29.htm

Ritratti storici: Simon Bolivar

Le guerre dell’eroe venezuelano (XVIII sec.) contro i dominatori spagnoli portarono ai Paesi latinoamericani l’indipendenza ma non le libertà democratiche

IL VINCITORE DIMEZZATO

di MARIA BELÈN GARCIA


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Simon Bolívar, il condottiero che guidò
i sudamericani alla conquista delle libertà

Nel 1782 un trattato mise fine alla guerra tra la Gran Bretagna e le sue colonie della costa atlantica nordamericana. Nasceva così una repubblica indipendente popolata da europei nel nuovo mondo strappato agli indigeni. Si sarebbero separate dai loro dominatori anche le colonie americane della Spagna e del Portogallo? Nei vicereami iberici niente sembrava presagire tale separazione. Durante il XVIII secolo, i tentativi di modernizzare l’amministrazione e, soprattutto, di sfruttare le risorse economiche, avevano peggiorato il contrasto tra gli europei nati in America, i creoli, e la minoranza di spagnoli e portoghesi. Ma i compromessi tra le elite dominanti erano sempre possibili, soprattutto in società basate sullo sfruttamento, dove si temevano in modo particolare, le rivolte razziali. Tuttavia, le colonie spagnole e portoghesi si resero indipendenti, agli inizi del XIX secolo, approfittando dello scenario politico internazionale. A causa della fine della monarchia spagnola, dopo l’occupazione francese della penisola nel 1807-1808, i creoli assunsero l’autogoverno che desideravano. Nel 1814, tuttavia, con il ritorno in Spagna di Ferdinando VII, si produsse una riconquista legittimista che obblighò i ribelli a fare ricorso a eserciti di professionisti per sconfiggere i realisti. Brasile e Messico avrebbero ottenuto l’indipendenza senza violenza, attraverso un patto con i colonizzatori, e avrebbero conservato un’istituzione monarchica. In questo contesto si inserisce il venezuelano Simon Bolivar, che dedicò la sua vita alla causa dell’indipendenza, e seppe sfruttare le risorse politiche ed economiche che gli permisero di raggiungerla. Non riuscì, comunque, ad imporre nè i suoi modelli costituzionali nè i suoi piani di confederazione. La sua personalità, ricca e complessa, ha ricevuto ogni tipo d’interpretazione, ed è una delle figure chiave nel processo di formazione delle nazioni americane. Nacque a Caracas, capitale del Venezuela, da una ricca famiglia spagnola, il 24 luglio 1783. Aveva appena 9 anni quanto perse sua madre, morta di tubercolosi, malattia che tragicamente lui ereditò, e che lo portò ad una morte precoce. I suoi nonni, nonostante i titoli e i soldi, non appartenevano alla nobiltà, nè erano spagnoli puri come il vicerè, e quindi venivano esclusi da molte attività, soprattutto, dall’occupare posti pubblici. A 19 anni, Bolivar sposò Maria Teresa de Toro, giovane appartenente alla nobiltà venezuela, che però morì pochi mesi dopo per colpa di una malattia tropicale. Bolivar restò, così, completamente solo e giurò di non sposarsi mai più. Simon Bolivar era, anzitutto, uno spirito romantico. Era stato educato secondo le idee dell’Illuminismo, aveva vissuto in Spagna, visitato gli Stati Uniti, percorso Francia, Italia e conosciuto da vicino la Rivoluzione francese e l’ascesa di Napoleone.

Bolívar riuniva in sè il pragmatismo dei ricchi creoli di Caracas e il patriottismo idealista e lo sforzo illuministico, al fine di conoscere la realtà americana e progettare un futuro politico indipendente. Durante un lungo viaggio in Europa, a Parigi, incontrò lo scienziato tedesco Alexander von Humboldt, che era appena tornato da un viaggio in America. Dalla loro conversazione emerse in Bolivar la consapevolezza che le colonie americane potevano e dovevano essere libere. I tempi erano maturi e Bolivar cominciava a vedere chiaramente nella sua anima lo scopo della sua vita: impiantare in America le nuove idee, mettere in prattica quelle di Rousseau e Washington, lottare per l’indipendenza e la libertà. Così, a 20 anni, sotto la guida di Rousseau, Napoleone e Humboldt, Bolivar cominciò a incamminarsi verso la gloria. Continuando il suo viaggio in Europa, Bolivar arrivò a Roma in compagnia del suo maestro e amico, Simon Rodriguez. Un giorno salirono insieme al Monte Aventino, dove il giovane giurò ” per il Dio dei miei genitori, giuro per loro; giuro per il mio onore e giuro per la Patria, che non darò pace al mio braccio, nè riposo alla mia anima, finchè non avrò spezzato le catene che ci opprimono!” Bolivar trasse ispirazione, per la costruzione del suo modello, anche dalla nuova repubblica americana, gli Stati Uniti. I fatti di Filadelfia del 1776 furono imitati a Caracas una generazione dopo, addirittura con somiglianze nel testo dell’Atto di Costituzione. Tuttavia, c’erano differenze fondamentali tra le due regioni. Le colonie inglese avevano strappato il potere ai bianchi per passarlo agli stessi bianchi. In Sudamerica, invece, la minoranza bianca cercava l’indipendenza senza l’appoggio della gente di colore e degli indios, che formavano la grande maggioranza della popolazione. Tuttavia, fu un successo d’origine europea ad accendere la miccia della ribellione. Nel luglio del 1808, Napoleone invase la Spagna, deponendo il re Ferdinando VII e mettendo sul trono suo fratello, Giuseppe Bonaparte. In tutte le provincie non occupate della penisola si formarono Giunte Autonome di Governo, e lo stesso accadde nelle colonie americane.

Caracas fu la prima città a ricevere le notizie. Il 19 aprile 1810 una riunione del Comune depose il capitano generale Vicente Emparán, ed elesse una Giunta, che rifiutò l’autorità del Consiglio di Reggenza, e, sotto la maschera del riconoscimento di Ferdinando VII, adottò misure radicali come la riduzione della pressione fiscale, l’apertura commerciale e la tolleranza razziale. Non riuscì, tuttavia, a trasmettere la rivoluzione ad altre città della capitanía. Nel giugno del 1811 si riunì a Caracas un Congresso di Notabili che, il 5 luglio, proclamò l’indipendenza e in dicembre adottò una Costituzione federalista, basata su quella americana, che manteneva l’egemonia politica e i privilegi dell’oligarchia, anche se con certe pretese liberali. L’esperienza rivoluzionaria di Caracas non ebbe supporto regionale. Nei Llanos, regione di endemiche agitazioni, contrapposta all’oligarchia di Caracas, si ribellarono i gruppi di llaneros di José Tomás Boves, che appoggiarono la contraoffensiva o riconquista delle truppe realiste del generale Monteverde. Questi ottenne, nel 1812, la capitolazione di Puerto Cabello, difesa da Bolívar, e poi la resa di Miranda, indipendentista che fu consegnato alle autorità spagnole. Così finì la prima esperienza repubblicana del Venezuela. Bolívar si diresse a Cartagena per mettersi al servizio della Giunta e della rivoluzione di quella città.

Scoprì in sè un soldato. Sapeva già che con piccoli eserciti in America, senza strade, attraverso pianure e montagne, l’arte militare non poteva essere imparata dai libri, dal momento che non è una scienza, ma un complesso di audacia e previsione. La sua tenacia e capacità di imparare dai suoi errori riempirono in quegli anni il vuoto della sua scarsa preparazione militare e politica. Con la caduta di Napoleone e il ritorno di Ferdinando VII in Spagna, cominciarono le campagne di riconquista spagnola. Bolivar si diresse a liberare Caracas dalla Nueva Granada (attuale Colombia). Nel gennaio 1813, Santiago Mariño, indipendentista che aveva trovato rifugio nell’isola britannica di Trinidad, invase la zona orientale del Venezuela. In agosto Bolívar arrivò a Caracas, dove abbandonò la prima Costituzione venezuelana, fondò una nuova repubblica con un forte potere esecutivo, e assunse poteri dittatoriali. Ma questa esperienza durò appena un anno, perchè le truppe di Boves sconfissero Bolívar e Mariño alla battaglia della Puerta, nel giugno 1814.

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Il filosofo Jean Jacques Rousseau:
Bolívar si ispirò al suo pensiero

Bolívar decise di abbandonare la resistenza e si imbarcò verso Cartagena delle Indie, dove, dopo un tentativo fallito di liberare le città di Santa Marta e Maracaibo, si ritirò ancora, questa volta con destinazione le Antille inglesi. Il principale porto di Nueva Granada, Cartagena, cadde in mani spagnole il 6 dicembre 1815; in giugno 1816, tutta la Nueva Granada era stata riconquistata. Bolívar aveva trovato rifugio in Giamaica, dove potè riflettere sugli errori delle esperienze rivoluzionarie precedenti. La Carta di Giamaica, che lì scrisse, è un modello di programma politico. Fa un salto di un secolo sulle questioni del Venezuela, circoscritte nel tempo e nello spazio, e concepisce una Società delle Nazioni, come cento anni dopo Woodrow Wilson cercherà di creare. Di lì passò ad Haiti, dove ricevette l’appoggio del presidente Pétion, al quale aveva promesso che la libertà degli schiavi sarebbe stata parte del programma indipendentista. Dopo avere stabilito contatti con i guerriglieri all’interno del paese, quelli delle Guyane (Piar) e quelli dei Llanos (Páez), Bolívar tentò uno sbarco a Ocumare, nel maggio 1816, che fallì, e un altro alla fine di quell’anno, a Nueva Barcelona, che finalmente riuscì. Istallò il suo quartiere generale, e l’embrione del nuovo stato, nella città di Angostura, sull’Orinoco. Quasi tutto il territorio era sotto il controllo degli spagnoli. I ribelli, uniti o separati, mantenevano appena una guerriglia. L’anno 1817 fu favorevole alle armate del re, mentre Bolívar continuava ad arruolare uomini per le sue truppe, compresi molte mercenari. In Angostura gli sforzi si dedicarono alla preparazione delle campagne militari e alla creazione della nazione.

Un Congresso, nel 1819, proclamò la Terza Repubblica, un’adattamento delle istituzioni democratiche al caso americano, evitando le velleità federaliste della prima esperienza, accentuando i tratti conservatori, creando un esecutivo con grandi poteri, un senato ereditario, e un quarto potere o “potere morale”. Bolívar propose, inoltre, una grande nazione che unisse i territori dell’antico vicereame di Nueva Granada (Venezuela, Colombia ed Ecuador), chiamata Gran Colombia, e un sistema parlamentare avanzato, e accettò di diventare il suo presidente provvisorio fino al termine delle guerre d’indipendenza. Nel 1819 iniziò un’altra campagna attraverso le Ande, ma questa volta in senso opposto, cioè, dal Venezuela verso la Colombia. Sconfisse gli spagnoli nella battaglia di Boyacá, il 7 agosto, spianandosi la strada verso Bogotá e la successiva liberazione della Nueva Granada. A Santa Fé de Bogotá fu proclamato Libertador, e, pochi giorni dopo, fondò il nuovo Stato di Colombia. L’applicazione delle riforme liberali del 1820 obbligò il generale spagnolo Morillo, in Venezuela, a iniziare delle trattative con Bolívar. In novembre entrambi firmarono un armisitizio che, sebbene fosse durato solo pochi mesi, riconoscendo i ribelli come belligeranti, dava loro di fatto un trattamento di uguaglianza. I patrioti sapevano che l’occasione era propizia per tentare il colpo finale e, il 24 giugno 1821, la vittoria nella battaglia di Carabobo, al sud di Valencia, consentì di occupare Caracas. Il Venezuela era libero. Da lì, Bolívar si avviò di nuovo verso ovest per prendere alcune città ancora realiste della Nueva Granada, e poi si diresse verso Quito. Antonio José de Sucre, generale di Bolívar, arrivò per primo a Guayaquil, liberata nel 1820, e cercò di incorporarla alla nuova repubblica, e poi proseguì verso Quito: furono le sue truppe a sconfiggere gli spagnoli nella battaglia di Pichincha, nel maggio del 1822, e a liberare l’antica capitale degli Inca. Ottenuta l’indipendenza di Quito e Lima (liberata da San Martín, il generale argentino che liberò anche Cile e Argentina), restava comunque il bastione realista dell’Alto Perù (l’attuale Bolivia) e la zona andina peruviana.

San Martín, che non riuscì a trovare appoggio tra la borghesia peruviana, si rivolse a Bolívar in cerca di aiuto, e i due si trovarono a Guayaquil, nel luglio del 1822, per coordinare i loro sforzi. Tuttavia, dopo l’incontro, del quale non esistono testimoni affidabili, San Martín abbandonò le campagne indipendentiste e si esiliò volontariamente in Europa. Anche Argentina e Cile abbandonarono l’impresa, che dovette essere conclusa da Bolívar e dalle sue truppe venezuelane e neogranadine. Per preparare la vittoria definitiva, e porre fine alla presenza spagnola in America, Bolívar pose il suo quartier generale sulla costa peruviana, dove assunse anche tutti i poteri con carattere dittatoriale, con l’approvazione del Congresso. Nel maggio del 1824 iniziò l’avanzata verso sud, che fu accompagnata dalle vittorie di Junín (6 agosto) e Ayacucho (9 dicembre), quest’ultima ottenuta dal generale Sucre, che, agli inizi del 1825, eliminò gli ultimi nuclei di resistenza in Charcas. A quel punto si dovette dare statuto giuridico all’Alto Perú, un territorio che era stato prima soggetto al vicereame del Perú, e poi a quello del Río de la Plata, e che ora si presentava come repubblica indipendente, per la quale l’Assemblea di Chuquisaca propose il nome di Bolívar (cambiato poi in Bolivia). Simón Bolívar elaborò personalmente la Costituzione della repubblica che avrebbe portato il suo nome, un curioso regime presidenzialista, aristocratico e conservatore.

Istituì un complesso potere legislativo formato di tre Camere: tribuni, senatori e censori, e un presidente vitalizio che nominava il suo successore. Questa stessa Costituzione fu adottata più tardi dal Perú, senza molto entusiasmo e con scarsi risultati. Simón Bolívar aveva sognato, sin dalle prime sconfitte, la possibilità che i paesi appena resi indipendenti coordinassero i loro sforzi e costituissero una vera forza nel panorama politico internazionale. Al suo progetto di formare la nazione chiamata “Gran Colombia” nella parte settentrionale del Sudamerica, aggiungerà poi quello di formare una Confederazione delle Ande, composta da Colombia, Bolivia e Perú. Un altro suo progetto era quello di riunire nell’istmo di Panama tutti i neonati paesi ispanici, di fare un “Congreso Anfictiónico“, i cui punti principali comprendessero la neutralità perpetua, l’inclusione del diritto internazionale nella legislazione di ogni paese, l’abolizione della schiavitù, un’organizazzione democratica interna, sanzioni contro i violatori di questi principi, e la creazione di

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Una famiglia di Indios
all’ingresso della propria capanna

un esercito e di un flotta federali. Furono invitati anche rappresentanti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna che, però, non arrivarono in tempo. Il Congresso si riunì, in effetti, a giugno e luglio del 1826, ma non fu stabilito alcun tipo di cooperazione. Queste iniziative, così moderne e attuali (si pensi alla Società delle Nazioni, citata in precedenza, e all’evoluzione che ha portato all’attuale Comunità Europea), non erano in sintonia con gli interessi e le aspirazioni delle nuove repubbliche. Come poteva sorgere una unione economica, politica e sociale tra nazioni, in cui permaneva un rigido sistema di caste, che nessuno, nell’elite di governo voleva cambiare? Infatti, l’indipendenza non fu una vera rivoluzione sociale, bensì il passaggio di consegne dai peninsulari ai creoli. Nel 1830, si poteva leggere su un muro nella Piazza Grande di Quito una scritta che recitava: “Ultimo día del despotismo y primero de lo mismo” (Ultimo giorno del dispotismo, e primo giorno della stessa cosa). Bolívar, dunque, era un eroe romantico, un idealista che lottò non solo per la libertà, ma anche per modernizzare e sviluppare la politica sociale dell’America Latina. Intanto continuava a peggiorare la situazione della Gran Colombia: le oligarchie locali non vedevano i vantaggi della cooperazione delle tre unità regionali, con pochi legami comuni, e non accettavano neanche il nuovo ruolo sociale e politico degli ufficiali degli eserciti vincitori. Nel dicembre del 1829, Juan Antonio Páez, che comandava il movimento secessionista in Venezuela, ritirò definitivamente il suo paese dalla Gran Colombia. Juan José Flores fece lo stesso con l’Ecuador. Il nome “Colombia” lo conservò la Nueva Granada, con capitale a Bogotá. In questo paese Bolívar perse popolarità. A gennaio di 1830 confessava ai suoi concittadini: “Mi vergogno a dirlo, ma l’indipendenza è l’unico bene che abbiamo ottenuto a spese degli altri.” A marzo di quell’anno, il Libertador, malato, si dimise e si ritirò verso la costa con l’intenzione di imbarcarsi verso l’Europa. Tuttavia, morì in breve tempo, nel dicembre del 1830, nell’isola di Santa Marta, tormentato anche dalla depressione nel vedere resi vani tutti i suoi sforzi. In una delle sue ultime lettere scrisse: “Ho governato per venti anni e in questi non ho ottenuto che pochi risultati certi; primo, l’America è ingovernabile per noi (nativi); secondo, colui che serve una rivoluzione sta arando nel mare; terzo, l’unica cosa che si può fare in America è emigrare; quarto, questo paese cadrà inevitabilmente nelle mani della folla scatenata, per passare poi a quelle di tiranni quasi impercettibili, di tutti i colori e razze…” La lettura di qualunque testo di storia Latinoamericana del XX secolo può dare l’idea di quanto fossero profetiche le parole di Bolívar…

fonte: http://www.storiain.net/arret/num40/artic5.htm