Archivio | agosto 19, 2007

Cinisi, il Centro Impastato festeggia i trent’anni d’attività

di Gemma Contin

Fonte: Liberazione, 17 agosto 2007

Il Centro di documentazione antimafia “Peppino Impastato” compie quest’anno l’importante traguardo di trent’anni di attività.
Attività che prima di ogni cosa significa “permanenza in vita”, nonostante tutto e nonostante i ripetuti tentativi di chi ha cercato di farlo tacere, anche negli ultimi mesi, con attentati dimostrativi e intimidatorii, quando il Centro Impastato si è messo di traverso alla giunta comunale di Cinisi che voleva intestare l’aula consiliare all’ex sindaco Pandolfo, deputato regionale socialdemocratico amico del capomafia Tano Badalamenti che, come è noto, l’11 aprile 2002 è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’assassinio del giornalista di Radio Aut.
Quasi un traguardo, questo anniversario, trent’anni dopo l’uccisione del giovane di Democrazia proletaria fatto saltare dalla mafia sui binari della linea ferrata nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, simulando un atto terroristico di cui il giovane Impastato doveva sembrare allo stesso tempo artefice e vittima. E questa, infatti, fu la versione abbracciata in un primo tempo dalle “forze dell’ordine” e da settori della magistratura contigui ai “servizi deviati”, cercando prima di insabbiare, poi di depistare le indagini, infine di far archiviare il caso, come scrive il 6 dicembre del 2000 nella sua relazione la Commissione parlamentare antimafia, che fa proprie le conclusioni a cui è giunto il Comitato sul caso Impastato coordinato da Giovanni Russo Spena.
Versione, quella dell’attentato-incidente – alla Gian Giacomo Feltrinelli, per capirci – contro cui si sono battuti come leoni per anni il fratello e la mamma di Peppino, Giovanni e Felicia Bartolotta, il sociologo Umberto Santino e gli altri fondatori del Centro Siciliano di Documentazione, fino a che l’opinione pubblica non si convincerà, anche per merito del bellissimo film di Marco Tullio Giordana “I cento passi”, che l’omicidio di Peppino Impastato ha un’altra versione, e l’indagine non verrà riaperta a carico di Badalamenti: “don Tano”, come lo chiamavano con rispetto gli “uomini d’onore”; “Tano Seduto”, come lo chiamava invece senza rispetto e con derisione Peppino dalle onde di Radio Aut, nelle sue denunce su Mafiopoli, alias il consiglio comunale di Cinisi, e sugli affari che Cosa Nostra intrecciava con l’amministrazione comunale democristiana per accaparrarsi gli appalti pubblici e i cospicui interessi speculativi sui terreni dell’aeroporto di Punta Raisi e dintorni.
Basta collegarsi via internet al sito http://www.csd.it per una veloce verifica di questi trent’anni di attività, cominciata con un primo convegno nel 1977 sulla strage di Portella delle Ginestre e sul blocco politico-mafioso che cercò di spegnere nel sangue le lotte contadine del dopoguerra per l’esproprio del latifondo e l’assegnazione delle terre incolte ai braccianti e ai contadini poveri.
Verranno poi le manifestazioni antimafia; le mostre fotografiche di Letizia Battaglia e Franco Zecchin; la partecipazione ai convegni di Magistratura democratica su “mafia e istituzioni”; la presenza a manifestazioni e convegni sul disarmo; a seminari su droga e tossicodipendenze; nel 1982 al Campo internazionale di pace a Comiso e a un seminario in Germania su “mafia e militarizzazione”. E poi convegni sulle leggi antimafia in collaborazione con l’università e la magistratura, e la costituzione di un Coordinamento antimafia che confluirà, in tempi più recenti, nel Forum sociale antimafia.
Il Centro ha pubblicato anche libri significativi, per qualità e quantità, sul fenomeno mafioso e il suo dilagare nei palazzi e negli anfratti della società e della cultura siciliana; a partire dal libro di Felicia Bartolotta Impastato “La mafia in casa mia”, curato da Anna Puglisi che assieme a Santino è una delle fondatrici e tra le principali animatrici del Centro.
Altre ricerche e pubblicazioni hanno riguardato “La mafia finanziaria”, “Mafia e società”, “Donne e mafia”, “L’Antimafia difficile”, il dossier “Notissimi ignoti” con gli atti giudiziari sull’assassinio di Peppino, fino alle ultime analisi di Umberto Santino sulla “Borghesia mafiosa” e sull’evoluzione e la globalizzazione di Cosa Nostra con un volume che si intitola “Dalla mafia alle mafie”.
Le due figure di spicco del Centro, Umberto Santino, che ne è il direttore, e Giovanni Impastato, che ne è il presidente, hanno pagato a caro prezzo il loro impegno, in quello che è l’elemento più odioso della mafia, quando a pagare il conto di una giustizia cieca sorda e ottusa, dunque ingiusta, sono le vittime.
Non parliamo delle “grandi” vittime, cioè dei morti ammazzati, o degli estorti, sfruttati, violentati, ridotti in schiavitù morale e materiale. Parliamo delle “piccole” vittime di un sopruso che grida vendetta al cospetto di Dio: come quando Giovanni è costretto a farsi pignorare la pizzeria per pagare un’ammenda di 5.000 euro per spese legali e per risarcire l’avvocato di don Tano Badalamenti, che lo ha querelato perché nel corso di una trasmissione televisiva Giovanni aveva dato dell’imbecille a chi continuava a parlare di Peppino come di un terrorista che si è fatto saltare sui binari, nonostante il riconoscimento della matrice mafiosa di quell’attentato e dopo la condanna all’ergastolo del boss di Cinisi come mandante dell’omicidio.
L’avvocato Paolo Gullo aveva sentito Giovanni dire a Maurizio Costanzo che la tesi di “Peppino terrorista-suicida sui binari” era la tesi “di un imbecille” e ha sporto querela. Il giudice gli ha dato ragione scrivendo nella sentenza che «chi sostiene una tesi in un processo può essere criticato ma non offeso».
Storia analoga a quella di Umberto Santino, querelato dall’ex ministro dc ora senatore di Forza Italia Calogero Mannino.
Intimidazioni, e non le sole, che invece di scoraggiarli hanno stimolato la moltiplicazione delle iniziative del Csd, rivolte soprattutto alla scuola, per una cultura della legalità, in collaborazione anche con gli altri centri e fondazioni intitolati ad altri martiri e vittime della mafia, «per un progetto di antimafia sociale» sintetizzato nell’intervento di Umberto Santino davanti al Presidente della Repubblica lo scorso 15 giugno, quando nel giardino di Ciaculli sono stati piantati quattro nuovi alberi, tra cui un querciolo in memoria di Peppino: «Occorre una normativa non legata all’emergenza delittuosa – ha detto Santino – capace di seguire e prevenire l’evoluzione delle mafie, di cogliere e perseguire le articolazioni del loro sistema di rapporti, la formazione di borghesie mafiose, e un progetto di antimafia sociale che leghi insieme l’uso razionale delle risorse e la partecipazione democratica, nel contesto di una politica rinnovata, sottraendo il voto al ricatto del bisogno e spezzando ogni legame con le mafie e con il malaffare, disponendo, tra l’altro, come ha proposto il presidente della Commissione antimafia Francesco Forgione, l’incandidabilità di chi è stato condannato e la sospensione di chi è stato rinviato a giudizio per reati incompatibili con l’esercizio di funzioni pubbliche».
Dato che di costoro ce n’è un certo numero sia sugli altri scranni dell’Assemblea regionale sia nei due rami del Parlamento nazionale, l’augurio che si può fare al Centro di documentazione Peppino Impastato in questo trentesimo anniversario è un vaticinio per tutti: lunga vita.

segnalato da http://www.reti-invisibili.net/giuseppeimpastato/articles/art_12960.html

Nota di elena: ho provato ad andare sul sito indicato (www.csd.it) ma non credo sia quello che l’autrice intendeva segnalare. Se siete interessati, andate su http://www.centroimpastato.it/
Questo dovrebbe essere il link corretto. Andate anche su http://www.cuntrastamu.org

Calderoli: Bertone benedice sciopero fiscale

L’esponente leghista: «Le sue dichiarazioni sono il miglior viatico per la rivolta fiscale che intendiamo mettere in atto»

MILANO – La Lega non ci sta. E prosegue la polemica sullo sciopero fiscale. «Le dichiarazioni odierne del cardinal Bertone rappresentano il miglior viatico per la rivolta fiscale che intendiamo mettere in atto». Lo afferma Roberto Calderoli, Vice Presidente del Senato e Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord. «Da una parte, infatti – osserva Calderoli – il cardinale sostiene che è un dovere pagare le tasse, e noi intendiamo pagarle così come abbiamo sempre fatto, cosa che tra l’altro non accade in tutto il Paese, ma dall’altra il cardinale aggiunge che è un dovere pagare le tasse quando dettate da leggi giuste e a questo noi aggiungiamo che dopo l’iniquità della Finanziaria dell’anno scorso, che ha drammaticamente aumentato le tasse e messo in ginocchio il Paese, una legge pertanto ingiusta, ci attende una Finanziaria con nuovi tributi e contributi dai 22 ai 30 miliardi di euro».

CRITICA A VELTRONI – Poi Calderoli ha replicato alla dura critica all’idea dello sciopero fiscale fatta dal sindaco di Roma e aspirante leader del Partito democratico alter Veltroni: «È impossibile che tutto il resto del mondo si metta a ridere, come sostiene Walter Veltroni, per la nostra proposta di rivolta fiscale perchè tutto il resto del mondo ha continuato a ridere fino a poco tempo fa di questo Paese, del suo governo, della sua linea politica e delle dichiarazioni della sua maggioranza». «Riso che, però – prosegue Calderoli – si sta trasformando in preoccupazione e in timore rispetto alle ambigue posizioni che questo governo sta assumendo rispetto ai Paesi o ai movimenti vicini, se non addirittura in qualche modo sostenitori, rispetto al terrorismo internazionale. In ogni caso il mondo intero non riderà, come immagina Veltroni, il giorno che ci sará una rivolta fiscale e anzi dirà finalmente, per fortuna, si sono svegliati e si sono rifiutati di subire quello che neppure nei peggiori regioni sudafricani viene più imposto».

VOLONTE’ (UDC): NON SI TIRI BERTONE PER LA GIACCA – Ma dall’ala cattolica dell’opposizione non si fa attendere una decisa critica all’interpretazione di Calderoli sul presunto appoggio dato dalla Chiesa al progetto di sciopero fiscale della Lega. «E’ incomprensibile per chi conosce la dottrina sociale della Chiesa e la storia dei cristiani tirare per la giacchetta il cardinale Bertone e usare le sue parole in un senso o nell’altro». Il capogruppo dell’Udc alla Camera Luca Volontè ribatte senza mezzi termini a chi, come lo stesso senatore leghista Roberto Calderoli, vuole “piegare” le parole del segretario di Stato Vaticano in un modo o nell’altro. Per Calderoli le parole di Bertone sono “benedizione” alla rivolta fiscale rilanciata dal Carroccio, per Volontè questa lettura non può essere accettata.

ULIVO – Critica con Calderoli anche la maggioranza. «Al cardinale Bertone, che, citando il Vangelo di Matteo e San Paolo, ha ribadito con chiarezza il dovere morale e civile di pagare le tasse, Calderoli attribusce la benedizione della rivolta fiscale proposta da Bossi. Che dire? Sapendo che Calderoli non ci è ma ci fa, non possiamo dargli dell’ubriaco, ma siamo costretti ad essere più severi: c’è un limite nello stravolgere la verità, nella dissacrazione e nel prendersi gioco degli uomini di Chiesa e del loro magistero». Lo afferma in una nota Franco Monaco, deputato dell’Ulivo. «Scherzino coi fanti e con i celtici – conclude Monaco- ma la facciano finita con la bufala di difendere la civiltà cristiana».

Human Rights First, allarme in Europa

I dati del rapporto della ong mostrano una crescita dei crimini legati all’odio
Ebrei, musulmani, omosessuali e minoranze etniche le vittime più frequenti

Human Rights First, allarme in Europa
“In aumento antisemitismo e omofobia”

Il presidente dell’organizzazione: “Servono leggi che prevedano pene adeguate
ma la gran parte dei Paesi europei non ha nemmeno sistemi di monitoraggio”

Violenze al Gay Pride di Mosca
alla fine dello scorso maggio


ROMA
– Aumentano, nell’ultimo decennio, i crimini legati all’odio, e con inquietante intensità. E si registra una recrudescenza nei fenomeni di antisemitismo e di violenza contro gay e lesbiche. Queste le principali conclusioni del rapporto 2007 realizzato dalla “Human Rights First”, una ong che si occupa della difesa dei diritti umani. Il documento si riferisce agli avvenimenti del 2006, e spiega come i governi europei – soprattutto in Francia, Germania, Regno Unito, Federazione Russa e Ucraina – si siano impegnati nel combattere i crimini legati all’odio razziale, anche se è ancora lunga la strada da percorrere.

Antisemitismo. Nel rapporto si legge che “l’antisemitismo persiste ad alto livello in tutta Europa e in America del Nord”. Nel 2006, gli attacchi a sfondo antisemita sono aumentati rispetto all’anno precedente, raggiungendo il picco più alto dal 1984, anno in cui è iniziato il monitoraggio del fenomeno.

Musulmani. La discriminazione e le violenze nei confronti della popolazione musulmana europea restano inalterate nel corso del 2006, nonostante un numero di casi inferiore al 2005, quando si verificò un picco vertiginoso dopo gli attacchi terroristici alla metropolitana di Londra.

Omosessuali. La violenza contro gli omosessuali è sempre più manifesta in numerose parti d’Europa, e solo Svezia e Regno Unito si sono impegnati a monitorare gli episodi in modo dettagliato e ufficiale. Una maggiore presenza pubblica degli omosessuali ha portato con sé, in molti casi, un incremento nella retorica omofobica e nelle ripercussioni violente. Come nel caso dei Gay Pride organizzati in cinque città dell’Est europeo – Mosca, Bucarest, Varsavia, Riga e Tallin – durante la primavera e l’estate del 2006.


Russia e Germania. Nella Federazione Russa c’è stata una proliferazione di attacchi violenti nei confronti di minoranze etniche e religiose nazionali. Un caso per tutti: lo scorso gennaio, un estremista ha ferito con un coltello nove fedeli riuniti in preghiera nella sinagoga di Mosca. Con la stessa intensità si sono registrati attacchi razzisti in Ucraina nei confronti di persone di origine africana e di altre minoranze. Crimini di matrice razziale hanno raggiunto le soglie più alte dall’introduzione dell’attuale sistema di monitoraggio, nel 2001.

Ong: “Governi indifferenti”. Nel corso della conferenza di presentazione del rapporto, Maureen Byrnes, direttrice di “Human Rights First”, ha osservato che “la violenza motivata da pregiudizi razziali è un serio problema in Europa. Mentre alcuni Paesi, come Francia, Germania e Regno Unito, si sono impegnati a monitorare sistematicamente i crimini, la maggior parte non raccoglie neanche dati che consentano di compilare statistiche. Il che riflette l’indifferenza da parte di molti governi”.

Lotta all’odio fra le priorità. “Gli Stati europei in particolare – ha detto Byrnes – devono porre fra le priorità politiche la necessità di combattere i crimini legati all’odio razziale”. Secondo “Human Rights First”, gli strumenti si trovano nelle mani dei governi europei: le conclusioni del rapporto invitano all’adozione di leggi che prevedano pene adeguate per tali reati, a stabilire dei sistemi ufficiali di monitoraggio dei crimini legati all’odio, e ad adottare una politica di tolleranza zero.

(19 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/rapporto-human-rights/rapporto-human-rights/rapporto-human-rights.html

Le «rosse»? Rischiano di estinguersi

Ma il loro fascino non conosce crisi

Lo sostiene un report della rivista National Geographic. Solo il due percento della popolazione mondiale possiede i geni «giusti»

NEW YORK – Già se ne era parlato a proposito delle bionde (e dei biondi). Questa volta l’allarme riguarda le rosse (e i rossi). Secondo un report pubblicato dalla rivista americana National Geographic, infatti, i geni che determinano una chioma ramata o fiammeggiante e un incarnato lentigginoso rischiano di scomparire dal pianeta. Gli esperti citati dal giornale hanno spiegato che ormai meno del due per cento della popolazione del globo è in possesso dei tratti genetico che porta ad avere capelli come quelli di Nicole Kidman, Julianne Moore o Lindsay Lohan.
E ci sono ben poche speranze che la loro diffusione aumenti, perchè si tratta di un gene «recessivo», che cioè si «esprime» solo quando si unisce a un altro gene recessivo. Tradotto: se mamma o papà sono rossi (o anche biondi), significa che hanno nel loro codice genetico due geni recessivi (ereditati a loro volta dai rispettivi genitori). Se invece un gene recessivo si incontra con uno dominante, come quello che «produce» capelli neri e occhi scuri, è destinato a «soccombere».

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«GLOBALIZZAZIONE» –
E’ vero che ciò non ha impedito finora che i geni dei capelli rossi continuassero a circolare nel mondo, ma è anche vero che gli incroci globali tra le razze e popolazioni rendono sempre più improbabile che due individui dai capelli rossi si incontrino e mettano su famiglia, il modo più affidabile per produrre un figlio con la chioma dello stesso colore.
VANTAGGI E SVANTAGGI GENETICI – La rivista ricorda che il gene dei capelli rossi è comparso come mutazione nel Nord Europa alcune migliaia di anni fa e inizialmente servì a compensare e aumentare la capacità dell’organismo di produrre vitamina D dalla luce solare. Oggi però il gene dei capelli rossi porta effetti collaterali negativi: rende chi lo possiede più sensibile al timore alla pelle e provoca una maggiore sensibilità ai colpi di calore e ai colpi di freddo. La Scozia resta uno di Paesi al mondo dove i rossi sono quasi dominanti, con il 40 per cento degli abitanti portatori del gene «pel di carota» e il 13 per cento della popolazione dotata di una chioma rossa.

FASCINO INTRAMONTABILE – Ma anche se i capelli rossi naturali sono destinati a diventare sempre più rari il fascino della loro rarità non accenna affatto a diminuire: secondo il «National Geographic», soltanto l’anno scorso le donne americane hanno speso 123 milioni di dollari per dotarsi di una chioma simile a quella della Kidman.

Sarebbe esistita realmente la ragazza dei sogni di Charlie Brown

foto intervento
I suoi bei capelli fulvi adesso sono bianchi per via dell’età ma Donna Wold fu davvero la fiamma di gioventù di Charles Schulz, una ragazza che lo respinse ma di cui lui non si dimenticò mai al punto da immortalarla per sempre nell’invisibile ed impossibile amore di Charlie Brown.

D’altronde è risaputo che tutti i personaggi delle storie del disegnatore sono ispirati alla sua vita. Schulz ha, infatti, preso in prestito i nomi dei suoi amici creando altrettanti eroi nelle sue strisce: Charlie Brown era il nome di un suo compagno di scuola, Frieda e Linus (Maurer, non Van Pelt) quelli dei suoi vicini di casa.
Ma torniamo alla ragazzina dai capelli rossi: dopo aver partecipato alla Seconda guerra mondiale, Schulz trovò lavorò per qualche tempo in una scuola nel centro di Minneapolis dove si innamorò subito di una bella ragazza dai capelli rossi che lavorava nell’ufficio contabile, Donna appunto.

Quando mi fece la sua dichiarazione fu molto difficile per me – dice la Wold che oggi ha più di settanta anni – Lo amavo, ma è terribile essere attratta da più persone contemporaneamente.

Donna lasciò perdere Schulz e perferì sposare Allan Wold, un vecchio amico che conosceva dai tempi della scuola e che frequentava la stessa parrocchia della sua famiglia. Suo marito è diventato un pompiere e hanno avuto quattro figli.
Per Schulz fu un brutto colpo. Amavo quella ragazza, ma sua madre la convinse che non sarei mai stato capace di combinare nulla di buono nella vita – confessò Schulz nel 1997 durante un’intervista al giornale americano Star Tribune – Non si supera mai il primo amore. Si accetta più facilmente di veder respinti i propri disegni. Quando una donna ti dice ‘No, non ne vali la pena’, tutta la tua persona è respinta.
La Wold, dal canto suo, non ha rimpianti e sostiene che sua madre non ebbe un ruolo così importante nella sua decisione. Negli anni la bella ragazza dai capelli rossi è rimasta in contatto con Schulz. Quando ha saputo della sua malattia ha parlato con sua moglie Jean.
Ha anche conservato una serie di fumetti in cui è protagonista. Fra questi ce ne è uno con una dedica di Schulz: Per Donna, con amore, Sparky. Ha anche una serie di schizzi che il fumettista le lasciava sul suo tavolo ai tempi del loro incontro.
Così la ragazza dai capelli rossi che lo fece innamorare tanti anni fa, sulle strisce è rimasta senza nome (e anche senza volto) come è accaduto a tutti i personaggi ispirati a persone ai quali Schulz era più attaccato sentimentalmente.

fonte: http://guide.dada.net/peanuts/interventi/2003/05/134989.shtml

Pino Masciari: un morto che cammina


Dal sito di Rita Atria, cui chiediamo di tenerci aggiornati sull’iniziativa perché, se lo riterranno, vorremmo sottoscrivere la loro lettera:

17/08/2007 – Strage di Duisburg. Pino Masciari: la ‘ndrangheta sa dove abita. E’ un morto che cammina

La strage a Duisburg non può che farci seriamente preoccupare per l’incolumità dell’imprenditore Pino Masciari e della sua famiglia. Ci preoccupa la sua incolumità perché abbiamo visto a Reggio Calabria uno Stato debole che contro un super potere della ‘ndrangheta risponde con due uomini di scorta stanchi morti. Andiamo per gradi.

Sabato 11 agosto Pino Masciari è intervenuto al meeting dei ragazzi di “Ammazzateci tutti” per parlare di Testimoni di Giustizia; noi di “Rita Atria” ci aspettavamo di certo lo stesso trattamento che il 25 e il 26 luglio hanno riservato per la Testimone Piera Aiello intervenuta in due iniziative in Sicilia. E invece siamo rimasti allibiti nel vedere come lo Stato sia poco rispettoso non solo verso il Testimone Pino Masciari, ma anche verso i propri uomini. Mentre le scorte di Piera Aiello sono state supportate da uomini appartenenti alle polizie locali, gli uomini di Pino Masciari sono stati lasciati soli con le proprie stanchezze. Abbiamo troppa esperienza per non notare che Pino Masciari poteva essere ammazzato in qualsiasi momento, anche il mafioso più inesperto non avrebbe avuto alcun problema…

Oggi Pino Masciari è vulnerabile, gli uomini della ‘ndrangheta sanno dove si trova e in questo afoso agosto, mentre gran parte degli italiani è distratta dai problemi della tintarella, c’è una intera famiglia che vive nel terrore e soprattutto vive affrontando ogni minuto con la morte nel cuore.

Chiediamo allo Stato di alzarsi dalla propria sedia sdraio e di recuperare la dignità restituendo a Pino Masciari il diritto di vivere una vita il più possibile dignitosa. Il SUD si ribella…ma lo Stato deve SVEGLIARSI!!!

Anticipiamo che le nostre preoccupazioni verranno inviate in una lettera più articolata a:

*
Ministero degli Interni
*
Commissione Nazionale Antimafia
*
Presidenza dello Stato

fonte: http://www.ritaatria.it/

Veronesi: «L’umanità sarà bisessuale»

L’oncologo: «Si farà l’amore per affetto e non per riprodursi. È il prezzo positivo pagato dall’evoluzione naturale della specie»

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MILANO Il futuro? È bisessuale. Parola di Umberto Veronesi. Intervistato ieri dal Riformista, l’oncologo ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio ha scosso l’atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l’uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l’unica via per procreare, finirà col privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l’oncologo — ma solo come gesto d’affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso.

Insomma, saremo tutti bisessuali? Raggiunto dal Corriere, il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all’evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent’anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un’attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline. Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all’Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni».

Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l’amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell’Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all’argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L’amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all’eros passionale».

Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime». E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d’affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d’accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell’ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l’uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell’attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all’evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l’orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».

Giulia Ziino

E il boss rifiutò la tregua "Piuttosto moriamo tutti"

L’omicidio della moglie di Nirta è stato un incidente di percorso, era lui che volevano eliminare In campo due mini eserciti, cento uomini di qua e cento di là, con decine di soldati pronti a sparare

DI GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA“Cu campa campa e cu mori mori”. Quando i Vottari risposero agli emissari di pace dei Nirta-Strangio, con la frase “chi vivrà vivrà e chi morirà morirà”, sapevano che si stavano infilando in una guerra di mafia che sarebbe finita solo con lo sterminio di una delle due parti. Lo sapevano e non hanno esitato lo stesso. Troppi morti c’erano gia stati, e troppo era il rancore che si portavano dentro. Rabbia, cresciuta in 16 anni, fin dai tempi della strage di Carnevale. Da quando ogni tentativo di mediazione per cercare di ricomporre la frattura tra le famiglie di ‘ndrangheta era fallito.

La guerra di San Luca è raccontata nelle pagine del rapporto consegnato dai carabinieri ai pm antimafia lo scorso 13 agosto, 48 ore prima della strage di Duisburg. Un corposo documento nel quale vengono annotati, nomi, agguati, omicidi e ferimenti con dovizia di particolari. Le due consorterie possono contare fino a cento uomini l’una. Molti fiancheggiatori, parenti ed amici. Una prima linea di 70 persone e alcune decine di soldati in grado di sparare. È un fascicolo a cui presto si aggiungeranno i risultati delle indagini della Squadra mobile di Reggio Calabria. Si completerà così il puzzle degli interessi dei clan in Italia e all’estero.

Il nome di Marco Marmo, uomo dei Vottari e obiettivo principale dei killer che hanno sparato in Germania, compare sia nel rapporto dei carabinieri che in quello della polizia. Marmo era infatti considerato tra gli organizzatori dell’agguato che a dicembre del 2006 costò la vita a Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta. Secondo una delle piste seguite dalla Dda, Marmo era in Germania per cercare armi. Molto probabilmente il clan rivale ha deciso di entrare in azione a Duisburg per una sorta di strage preventiva, voluta cioè per neutralizzare un gruppo di fuoco che si stava organizzando per sparare ancora.


I segnali di una deriva violenta dello scontro sono tutti nel rapporto, che contiene i possibili obiettivi dei clan. Come pure vi si trovano i tentativi di ricomposizione falliti nel tempo. I gruppi trovarono un primo accordo nei mesi successivi alla mattanza di Carnevale del ’91 dove persero la vita Francesco Strangio e Domenico Nirta. Si disse che Antonio Vottari aveva sparato perché provocato. E si stabilì che avrebbe avuto salva la vita a patto che lasciasse San Luca. Vottari fece orecchie da mercante e per questo fu ucciso il 25 luglio del ’92. Crivellato. Ogni famiglia avversaria gli sparò un colpo in faccia, l’autopsia stabilì che i proiettili che gli devastarono il volto furono almeno dodici. Il primo maggio dell’anno successivo caddero Giuseppe Vottari e Vincenzo Puglisi, poche ore dopo la risposta arrivò col massacro di Antonio Strangio e Giuseppe Pilia.

Fu allora che i capi storici della famiglia Nirta, appartenenti alla cosiddetta “Maggiore”, il livello più alto della ‘ndrangheta, si resero conto che si stavano aprendo pericolose crepe nell’organizzazione di San Luca. Nel 1993 il vecchio boss Antonio Nirta, chiese ai De Stefano di Reggio Calabria una intercessione esterna, capace di placare gli animi. La pace sembrò tenere, ma l’odio continuava a crescere a San Luca, di pari passo con gli affari. La droga innanzitutto, ma anche i soldi per gli appalti della trasversale dell’Aspromonte, la strada da Bovalino a Bagnara, e per la statale 106. E poi le estorsioni. Milioni di euro.

Gli equilibri si rompono nuovamente nell’ottobre del 2005. Viene ucciso Antonio Giorgi, dei Nirta-Strangio. L’omicidio implica la rimessa in discussione degli equilibri per la “spartizione”. In paese è rientrato Francesco Pelle. Secondo i magistrati è un uomo chiave, di vertice. Vuole nuovi assetti. Pelle è alleato dei Vottari. Viene ferito nell’agosto del 2006. Vivrà condannato alla sedia a rotelle. L’agguato dello scorso Natale, in cui muore Maria Strangio, sarebbe la risposta a quel ferimento, anche se il vero obiettivo era il marito Giovanni Luca Nirta. Dal 25 dicembre si conteranno ancora tre morti. Due sono ritenuti vicini ai Vottari e uno agli Strangio-Nirta. Negli stessi mesi si sarebbe tentata la mediazione a cui, secondo fonti degli investigatori, i Vottari avrebbero risposto “cu campa campa e cu mori mori”. Il 2 settembre a Polsi, alla festa della Madonna della Montagna nel cuore dell’Aspromonte, storicamente si incontrano le famiglie di mafia della Provincia. Si vedrà chi fa le condoglianze a chi. Si capirà, forse, “cu campa e cu mori”.

(19 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-2/boss-rifiuta-tregua/boss-rifiuta-tregua.html

A San Luca

Giovanni Nirta «Io il boss? Coltivo l’orto»

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DAL NOSTRO INVIATO

SAN LUCA (Reggio Calabria) — Se questa di San Luca è davvero una faida, cioè «corpo contro corpo», «fare il torto per non patirlo», come dicono i vecchi del paese, allora bisogna scendere a valle, arrivare alla contrada Ferrigno e fermarsi davanti a un cancello. Sul citofono c’è proprio scritto il suo nome: Giovanni Luca Nirta, il capo dei Nirta-Strangio. Se pronunci quel nome, in paese, la gente abbassa lo sguardo. Dopo la strage di Duisburg dicevano tutti che si era nascosto tra i boschi d’Aspromonte per sottrarsi alla vendetta delle famiglie rivali. Invece è qui: 38 anni, smilzo, barbetta nera curata e gli occhi celesti dello Jonio.

Una polo bianca, un paio di jeans, Giovanni Nirta si siede nel cortile di casa tenendo in braccio uno dei suoi tre figli piccoli, orfani di madre. Con lui ci sono anche tre donne vestite di nero: sono la mamma e le sorelle di sua moglie, Maria Strangio, ammazzata a Natale. Lui porta ancora la fede.
Dopo anni di silenzio Nirta accetta di parlare: «Io sarei ’u boss? La mia casa è blindata? Lo vedete voi, sono qui, niente reti, niente cancelli, io sono solo un bracciante agricolo, coltivo l’orto e sto coi bambini. Da gennaio non esco più di casa perché sono in lutto. Mai indagato per associazione mafiosa e neanche per traffico di droga. Solo un arresto per rapina a Milano nell’89 e mi sono fatto 4 anni e sei mesi di galera da innocente (ma è stato condannato in via definitiva, ndr). A San Luca c’è la faida? Non lo so, mettete un punto interrogativo alla risposta. La faida c’è in tutti i paesi. I morti di Duisburg io non li ho mai visti. E poi non sono mai stato in Germania in vita mia. So che Marco Marmo aveva una ditta di ferramenta, che ha fatto anche dei lavoretti in casa nostra, ma le altre famiglie lo sanno che noi non c’entriamo con questa storia. Se sono intelligenti, i Vottari e i Pelle, lo sanno. Quando l’ho saputo dalla televisione ci sono rimasto male, è chiaro, anche a noi dispiace. Intanto, però, io sto ancora aspettando giustizia dalla legge per chi ha ammazzato mia moglie. Se succedeva a Milano li avevano già presi, invece quaggiù si parla e basta. Ci pensi, il ministro Amato. Quella notte hanno sparato a me, a mio fratello, mia moglie è finita in mezzo ed è morta sotto gli occhi dei bambini. E io questo non posso dimenticarlo, i bambini la notte non dormono più, io non posso perdonare e anzi provo rancore. Lei mi manca tanto. Se un giorno sapessi chi è stato, però, non penserei alla vendetta, vorrei solo che andassero in galera. Ma ancora non so perché è morta. Forse all’origine c’è un equivoco: loro pensano che noi abbiamo fatto una cosa che noi invece non abbiamo fatto. Ora si dice che la prossima data a rischio qui a San Luca sia il 2 settembre, la festa della Madonna di Polsi. Io ho paura di morire, certo, però mi auguro che non succeda più niente».

Fabrizio Caccia