Archivio | agosto 20, 2007

Giovedì 23 Agosto: cena per Marcello Lonzi.

Le immagini che vedete non sono state aggiunte al testo per puro dettaglio grafico, ma perché susciti in noi il giusto senso dell’orrore per tutte le violenze che i vari Marcello patiscono inutilmente per mano dei “custodi” di giustizia, che restano impuniti, si ha il sospetto, solo perché “servitori” dello Stato. Uno Stato che dovrebbe rappresentarci, ma che in queste forme noi RIGETTIAMO senza mezzi termini. GIUSTIZIA PER MARCELLO. E SUBITO!

Marcello

13 agosto 2007

Sono trascorsi 4 anni da quando Marcello Lonzi, 29 anni, morì in circostanze tutte da chiarire nel carcere livornese delle “Sughere”.
“Morte naturale” sentenziò la Procura di Livorno, il corpo seppellito in fretta, la madre Maria Ciuffi avvisata solo dopo 12 ore dalla morte di quell’unico figlio, condannato a 6 mesi di carcere per tentato furto (in realtà ballava un po’ alticcio all’interno di un cantiere edile!).

Solo alcuni giorni dopo la madre vide alcune istantanee del corpo di Marcello scattate dal medico legale chiamato nel penitenziario. Quelle foto le confermarono i dubbi affiorati alla vista del viso di suo figlio prima della veloce sepoltura: il corpo giaceva in una pozza di sangue, una profonda ferita alla fronte, ecchimosi sul dorso e in altre parti del corpo, macchie di sangue nel corridoio e non solo nella cella dove sarebbe avvenuto il “malore”.

Inoltre numerose inesattezze e contraddizioni nella versione riferita dalle guardie.

Marcello era un ragazzo sano e robusto, mai aveva sofferto di cuore, “radio carcere” riferiva di un pestaggio subìto da Marcello da parte degli agenti di custodia, forse aveva dato fastidio.

Da allora una lunga, costosa e spesso frustrante lotta della madre, supportata da amici e compagni, per ottenere verità e giustizia. Solo nel marzo di quest’anno, dopo lungaggini e ostacoli di ogni tipo, è stata riesumata la salma di Marcello ed una nuova perizia ha messo in luce ciò che si sospettava: 8 costole rotte, un polso fratturato ed altre evidenti tracce che il perito di parte imputerebbe a percosse subite.

Non è escluso che il “caso Lonzi”, frettolosamente archiviato dall’allora Procuratore della Repubblica dott. Pennisi, venga ora riaperto dall’attuale Procuratore.

Maria è sola e percepisce una pensione di 250 euro mensili.
Crediamo sia importante sostenere la sua battaglia per avere verità e giustizia per suo figlio, ma anche per evitare che altre morti violente causate da “operatori di giustizia” siano coperte dalla solita formula: “arresto cardiocircolatorio” o “cardiorespiratorio”.

Per contribuire alle spese legali di Maria, il Centro di Solidarietà Internazionalista Alta Maremma invita tutte/i alla cena sociale che si terrà Giovedì 23 agosto alle ore 20:00 alla Pinetina di Riotorto (LI).
Prezzo 15 euro.

La cena e le spese di organizzazione e gestione saranno sostenute dal Centro di Solidarietà Internazionalista Alta Maremma; il contributo della serata sarà totalmente devoluto a Maria, che ha assicurato la sua presenza.

Non essendo attivo un servizio di ristorante, la cena sarà esclusivamente su prenotazione, chiamando il 339-5001336 entro lunedì 20 agosto. Si richiede la massima serietà (ovvero, chi prenota deve mantenere l’impegno preso).

Durante la serata sarà proiettato il film: ” O.P.- L’ordine pubblico durante il G8″, realizzato nel 2007 dalla segreteria del Genoa Legal Forum.


CENTRO DI SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA ALTA MAREMMA

fonte: http://www.reti-invisibili.net/morticarceri/articles/art_12958.html


Io sono un difensore e un difensore non può essere un vile, altrimenti meglio che se ne stia a casa” è la prima reazione di Vittorio Trupiano avvocato della madre del giovane livornese morto un anno fa in carcere. Continua Trupiano: “Non posso accettare che si dica che tutte quelle ecchimosi, quei lividi, e quant’altro sono le conseguenze di un tentativo di rianimazione“. La stessa madre del defunto è stata avvertita solo 12 ore dopo la morte del figlio. Perché tanto tempo? Cosa aveva da nascondere la direzione del carcere? “La verità è che non si è disposta una nuova autopsia solo per evitare che risultassero evidenti lesioni ossee. Questa storia non può e non deve finire qui –conclude Trupiano- farò tutto il possibile acchè il caso venga riaperto, anche se per ora ha prevalso la ragion di Stato“.

Sconsolata la madre di Marcello “Speravo nella giustizia ma mi sono sbagliata. La giustizia funziona solo contro i poveri perché sono loro che finiscono in carcere, loro che muoiono e i poveri detenuti non parlano perché sanno che potrebbero fare la stessa fine di Marcello“. Era il suo unico figlio e adesso vuole che la verità venga fuori: “Come mamma ho il diritto di sapere come è morto mio figlio“.

fonte: www.anarchaos.it/Il%20Rivoluzionario/Il_Rivol…

"’Ndrangheta senza confini lo Stato deve distruggerla"

Minniti: no al quieto vivere, è in gioco la democrazia: “Terremo
sotto pressione le ‘ndrine. Se si facessero la guerra, avremo morti a decine”

Il viceministro dell’Interno rivendica l’impegno del governo
“Le nostre indagini avevano avvistato il pericolo”
di GIUSEPPE D’AVANZO

San Luca, il paese della faida

DICE Marco Minniti che non bisogna farsi ingannare dalla povertà di quei paesi, San Luca, Platì, Africo. In quel triangolo di Aspromonte, la povertà quasi la ostentano, se ne ammantano, te la mostrano come se fosse una virtù che dovrebbe dare a intendere vite frugali, pane faticato, costumi controllati e non corrotti dall’Assoluto Denaro. E’ fumo negli occhi e non deve accecare. La realtà di quella Calabria e della ‘ndrangheta è un’altra.
la strage

Il viceministro – ha la delega per le polizie e il servizio segreto civile – racconta un episodio saltato fuori in una delle tante indagini con intercettazioni, cimici ambientali e tutto quanto. Una ‘ndrina ha un po’ di denaro da sistemare al sicuro. Il bottino è cash, come sempre. Cinque milioni di euro. Chi riceve l’incarico decide di nascondere il malloppo nell’intercapedine di un muro. Il muro è umido come in una cantina. In poche settimane, la muffa “mangia” il denaro. Il ragazzo è in imbarazzo. Deve dire del pasticcio al capobastone e, se quello pensa che il denaro se l’è sgraffignato, magari gli spara all’istante. Il ragazzo ha paura. Dice quel che deve dire, in fretta e angosciato. Si sente rispondere – e la cimice registra – “Figlio, non ti preoccupare. I soldi, come se ne sono andati, così ritorneranno…”. L’affare con cui prosperano le ‘ndrine – il traffico della droga lungo le rotte colombiane e nigeriane – ha un moltiplicatore economico di 1 a 50.
Nessun confronto con i profitti possibili con il commercio dell’oro, del petrolio, dell’uranio.

“Voglio dire – continua Minniti – che per comprendere la ‘ndrangheta bisogna accertarne i paradossi, non farsene confondere. I luoghi sono poveri o poverissimi; le famiglie che li abitano ricche o molto ricche o straordinariamente ricche. Vivono protette, quasi rinserrate nei legami di sangue, in un familismo inviolabile e autoreferenziale che sembra escluderle dal mondo e sono capaci di avere con il mondo le frenetiche e molteplici relazioni di una grande multinazionale. Appaiono soffocate in un spazio ristretto come i pirati sull’isola di Tortuga, ma proprio come quei pirati sanno solcare mari sconosciuti, incutere timore perché per loro la violenza è un’abitudine e la sopraffazione è una regola di vita.
L’arretratezza culturale e quell’asfissia familistica le rende protette, invulnerabili. Chi tradirebbe il padre o il fratello? Quel vincolo di sangue custodisce e nasconde, a petto di chiunque, i segreti di famiglia, le relazioni, le mire, la ricchezza; costituisce la prima risorsa per affrontare e umiliare le ambizioni degli altri, costi quel che costi anche spararsi addosso per una decina d’anni”.

La terra e il sangue. Sostiene Minniti che sono i due fili da non smarrire mai se si vuole sbrogliare la matassa della ‘ndrangheta. Sulla terra che abitano pretendono di avere la sovranità. Il “pizzo” che impongono al commercio e all’impresa, la subordinazione che esigono dalle amministrazioni pubbliche, il controllo di ogni transazione legale o illegale non arricchisce, non ne hanno bisogno: devono dimostrare che solo il loro potere – e non quello statuale – può essere autorizzativo. L’indistruttibile legame di famiglia, il sangue, è lo strumento e la forza visibile di quella pretesa. Non lo si può tagliare di netto, mai, nemmeno a volerlo. Giuseppe Sculli, il nipote di Giuseppe Morabito di Africo ‘u tiradirittu, era una promessa del calcio italiano. Nazionale dell’Under 21, cartellino della Juve. Avrebbe potuto andare lontano, per la sua strada. Ogni estate, tutto il tempo ad Africo invece e ad Africo – con le cimici che registrano – consiglia candidati al Comune; minaccia; “mette ordine” nelle discoteche. Il sangue non scolora e imprigiona con i suoi obblighi.

“E’ vero, dice Minniti, che non possiamo sorprenderci della strage di Duisburg, e io non se sono sorpreso infatti. Sono sorpreso della sorpresa dei nostri partners europei, le dico la verità. Mi spiego meglio. Se a Ferragosto, faccio per dire, ci fossimo trovati a Como con sei rumeni finiti con il colpo alla nuca, noi non avremmo detto: cara Romania, è un problema tuo! Ci saremmo chiesti che cosa non funziona da noi; quali sono i buchi nella rete; quali i controlli inefficienti; quali i sensori inattivi. Lo avremmo sentito un problema nostro. Mettiamola così, perché non voglio creare polemiche, non siamo riusciti a rendere consapevoli i Paesi europei dell’infezione e, dal suo canto, l’Europa fino a quando ha incassato investimenti “puliti” delle mafie italiane si è illusa che, al denaro che non ha odore, non debba necessariamente seguire una crisi della sicurezza pubblica, come accade oggi nella Ruhr e come può accadere presto in Costa Azzurra, nel Regno Unito, in Belgio, in Olanda dove da tempo affluiscono i capitali delle nostre mafie. Nessuno in Europa può sorprendersi perché siamo vigili e li abbiamo resi vigili. Ripeto, già nel 2001, con il nome in codice Lukas, i carabinieri del Ros compilarono con la collaborazione del Bka una mappa degli investimenti calabresi in Germania. In quella mappa, c’era anche, per dire, il ristorante “da Bruno” che è stato il teatro della strage.
Un luogo non neutro, come confido che presto dimostreranno le indagini. L’ordinamento legislativo tedesco ha impedito il prosieguo di indagini efficaci e preventive. Ora nutro la speranza che quanto è accaduto a Ferragosto possa inaugurare una nuova stagione, magari più consapevole che la minaccia mafiosa la patisce non solo il Paese che l’esporta, ma l’incuba anche chi la importa, magari qualche volta cedendo alla tentazione di chiudere gli occhi perché, si sa, pecunia non olet. Icasticamente Duisburg ci dice che il movente, i mandanti, le vittime e gli esecutori possono essere in un angolo d’Europa e il delitto a migliaia di chilometri. Credo che si debba cogliere l’occasione di quest’indagine per inaugurare una nuova stagione del contrasto ai reati transnazionali che vedano al lavoro squadre investigative comuni e una più stretta collaborazione delle magistrature”.

Anche Minniti ha le sue tentazioni, naturalmente. Sostiene che il governo fa quel che deve e può. Anzi, dice che mai nessun governo ha dato una così costante continuità al lavoro di prevenzione e repressione. Quel che il governo ha in animo di fare ora ha già un programma. Tenere sotto pressione le ‘ndrine per convincere che lo scontro tra i Vottari-Pelle e gli Strangio-Nirta è un gran cattivo affare per tutti, nella speranza che le cosche maggiori o abbandonino le ‘ndrine combattenti al loro disgraziato destino o le convincano a deporre le armi e a fare la pace, come è già accaduto in passato.

Non esclude, Minniti, che possa scoppiare una nuova guerra. E’ il suo timore maggiore. Troppo spregiudicati ed efficienti si sono dimostrati gli Strangio con “il colpo” di Duisburg. Curicarono il nemico, lo “coricarono”, lo stesero con un’azione impensata. Ne avranno un prestigio e un potere che può persuadere le famiglie più influenti, i Morabito di Africo, i Barbaro di Platì, se richiesti, a dare una mano ai Vottari in difficoltà. Si conterebbero morti a decine, in Italia e forse fuori dell’Italia.

“Non voglio però nascondermi dietro un dito – dice Minniti – quel che facciamo non può bastare. C’è una sfida che non è ancora sufficiente. La sfida della sovranità. Lo Stato deve poter capovolgere in quelle terre la convinzione diffusa che le sue funzioni di decisione, amministrazione, fiscali, distributive, repressive, di composizione delle controversie – penso alla giustizia civile – siano sott’ordinate al potere della ‘ndrangheta. Vogliamo ribadire costantemente, giorno dopo giorno, che quel potere appartiene in maniera esclusiva allo Stato. Dobbiamo avere l’ambizione pubblica di voler distruggere la ‘ndrangheta. Lo so che il programma è imponente, ma soltanto dandoci quest’obiettivo possiamo evitare gli equivoci e i danni che ha prodotto in passato la cultura e la strategia dell’emergenza: a un picco di violenza mafiosa, lo Stato replica con un picco di repressione. Questo metodo induce a credere che fino a quando, senza colpi di testa, senza rumore, la mafia coltiva il suo orto non sarà disturbata dallo Stato. Il messaggio finisce per rafforzare la mafia; ne enfatizza il potere; sottostima la capacità dei poteri legittimi; deprime i tanti cittadini onesti. Che speranza possono coltivare se anche lo Stato, in fin dei conti, si acconcia a un’indecente convivenza con quella gente? Noi dobbiamo poter dire che non lavoriamo per un quieto vivere che finisce per minacciare alla radice la stessa democrazia, che non ci accontenteremo di pareggiare, che vogliamo la vittoria piena. Non soltanto il governo, ma tutta intera la politica italiana dovrebbe assumere questo pubblico impegno”.

(18 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-2/ndrangheta-senza-confini/ndrangheta-senza-confini.html


«I figli? Costano e uccidono il desiderio»

FURBATA EDITORIALE O SEGNO DEI TEMPI?
PARLIAMONE..

La scrittrice: «Senza sarei stata più libera di girare il mondo»

Fa discutere No Kid il libro della psicanalista francese Maier che stila una classifica delle 40 ragioni per non procreare.

MILANO – I figli? Delle vere e proprie palle al piede. Anzi, dei «parassiti» che vivono alle spalle dei genitori e non esitano un secondo a trascinarli in tribunale. A sostenerlo non è una single dall’orologio biologico ormai in tilt, bensì la scrittrice e psicanalista francese, nonché madre di due bambini, Corinne Maier che nel suo ultimo, provocatorio libro «No Kid. Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant» («No Kid. Quaranta motivi per non avere figli», edito da Michalon) rompe il tabù della maternità, rivelando al mondo intero che «senza figli è meglio».

STATO E CAPITALISMO – «Se non avessi avuto dei figli, sarei stata libera di girare il mondo con i soldi guadagnati dai miei libri – scrive la Maier nel suo pamphlet – invece sono costretta a rimanermene a casa, ad alzarmi alle 7 del mattino, a cucinare per tutti e a fare lavatrici. Ci sono dei giorni in cui mi pento di avere dei figli e ho il coraggio di dirlo, al contrario di molte mie amiche, che pensano la stessa cosa, ma non la confesserebbero mai». A suo dire, i responsabili del falso stereotipo «maternità=felicità» sarebbero lo Stato (nel suo caso, la Francia) e la dottrina capitalista: «Lo Stato teorizza l’idea di un certo tipo di famiglia come modo per difendere il nostro nazionalismo – sottolinea la scrittrice – mentre il capitalismo incoraggia le persone a spendere un sacco di soldi, perché fare figli significa creare nuovi consumatori, che hanno bisogno di case più grandi, di macchine più grandi… E tutto questo crea miti fasulli e, soprattutto, ha effetti devastanti sulle donne».

LE RAGIONIDELLA NON MATERNITA’ – L’outing della Maier ha scandalizzato la Francia (dove però il volume è diventato uno dei bestsellers dell’estate) e catturato l’attenzione del Times dall’altra parte della Manica, che, dopo l’incontro con la controversa autrice, ha condensato i «40 motivi» del titolo originario in 20 buone ragioni per non avere figli, che spaziano dall’ovvio (la tortura del parto o la schiavitù dell’allattamento) al serio (il pianeta è già sovrappopolato) all’irriverente (le vacanze rovinate per aver scelto mete stupide come EuroDisney solo per far felici i bambini).

«CHILDREN FREE» – Avvertimenti in salsa agrodolce per un mondo «children free» che ha scatenato anche il popolo del web, con forum di discussione sull’argomento e giudizi al vetriolo da parte di quelli che pensano che «figli è bello». Se però siete curiosi di conoscere le «regole di Corinne» e non volete aspettare che il libro venga tradotto in italiano (uscirà per Bompiani l’anno prossimo), questa è una sorta di versione concentrata del perché non fare figli.
Simona Marchetti

Interview – Corinne Maier, “No Kids”

Une fois de plus, Corinne Maier renverse l’ordre établi. Après s’être attaquée à l’entreprise et à la fonction publique, la psy française s’attaque à la famille dans No Kid. Entrevue avec Adeulina.

le 02 juillet 2007

corinne maier no kidCorinne Maier est psychanalyste, elle est aussi essayiste. Depuis Bonjour Paresse, elle s’attache à pointer, avec un ton sarcastique, les travers de notre société. Dans No Kid, publié aux éditions Michalon, elle critique le culte de l’enfant qui règne en France, en nous donnant 40 raisons de ne pas avoir d’enfant.

madmoiZelle.com : Quelle est la cible de No Kid, à qui s’adresse l’ouvrage ?
Corinne Maier
: En fait, on ne sait jamais trop à qui on s’adresse précisément. Je pense déjà aux gens qui doutent, aux parents qui, de temps en temps, trouvent que le métier de parents n’est pas facile. Et puis également aux gens qui ont envie de rire des choses de la vie quotidienne… qu’on n’ose pas exprimer.

madmoiZelle.com : Étant vous-même mère de 2 enfants, comment avez vous réussi à prendre le recul nécessaire ?
C.M
: Mes enfants commencent à grandir un peu, ça m’a forcé à m’interroger sur un certain nombre de choses en rapport avec la maternité, au fait d’être parent. Et puis, quand on a des enfants, on côtoie aussi d’autres parents d’enfants, donc ça permet de s’interroger sur ce que c’est qu’être parents – pour soi ou pour les autres. Et puis à un certain moment, je me suis dit que ça serait drôle de renverser un certain nombre d’évidences concernant l’enfant.

madmoiZelle.com : Comment êtes-vous passée de Bonjour Paresse à No Kid ?
C.M : J’ai écrit pas mal d’autres livres. J’ai commencé par écrire des livres assez intellos, qui étaient en fait des commentaires de texte. Et puis progressivement, je me suis tournée vers des commentaires de la société d’aujourd’hui, en me disant qu’on pouvait la commenter comme un texte. A partir de ce moment-là, j’ai fait des ouvrages drôles, des pamphlets sur le monde d’aujourd’hui…

madmoiZelle.com : Pour en revenir plus précisément à No Kid, votre position de mère vous a donc largement inspiré, qu’en est-il de vos souvenirs d’enfant ?C.M : Effectivement, j’ai utilisé la relation que j’avais avec mes parents. Ma mère ne travaillait pas, elle était donc beaucoup à la maison, mais en même temps, elle n’était pas très impliquée dans mon éducation, ce qui été une grande chance pour moi au final. Parce que la merdeuf* qui ne travaille pas et passe son temps à s’occuper de ses enfants, c’est quand même un peu pesant parfois. Je pense que j’ai été élevée de façon assez permissive, mais quand même beaucoup moins que la façon dont j’élève mes enfants.

* mère de famille impliquée

madmoiZelle.com : Justement, la merdeuf, pouvez-vous la décrire en quelques mots ?
C.M :
Je crois qu’elle ne s’intéresse à rien d’autre qu’à ses enfants en fait. Elle ne vit que pour ses enfants et à travers eux, elle n’a pas d’autre existence sociale. C’est une caricature, bien sûr, mais ça existe. C’est une personne finalement assez vide, et l’enfant permet de lui éviter de se poser des tas de questions… un bouche-trou facile somme toute.

madmoiZelle.com : Et qu’en est il du père dans tout ça ?
C.M
: Le père est de plus en plus interchangeable, il décide de moins en moins. Au fond, c’est la mère qui décide qui va être le père de son enfant et avec qui elle va l’élever. Ce qui fait que je pense que la figure du père est relativement diminuée. Et ce qu’on peut dire du père aujourd’hui, c’est qu’effectivement, il est totalement gaga devant son enfant mais ce n’est pas pour autant qu’il rentre le soir pour s’occuper de lui.
En France, je ne suis pas convaincue que l’on arrive à une égalité père-mère. Il y a beaucoup d’obstacles culturels pour faire en sorte que ça soit en fait les pères qui s’occupent des enfants le soir. Et je ne pense pas que des mesures publiques, comme le congé paternité, puissent changer quoique ce soit.

madmoiZelle.com : Si vous deviez choisir une seule raison de ne pas avoir d’enfant, laquelle serait-elle ?
C.M
: Le fait de faire des enfants, c’est continuer la société dans laquelle on vit. La question est donc : est-ce que ça vaut vraiment la peine et est-ce qu’il faut continuer comme ça ?

madmoiZelle.com : Juste par curiosité, auriez-vous pu écrire : les 40 bonnes raisons d’avoir des enfants ?
C.M
: Non, parce que ça m’intéresse pas. Il y a assez de gens qui le font et puis on est toujours dans la surévaluation de l’enfant, une sorte de carte postale de l’enfance. L’enfant merveilleux, qui rend heureux, qui épanouit les parents. Ces 40 raisons d’en avoir, la société passe son temps à nous les donner, donc je pense que c’était intéressant de prendre le contre-pied justement.

madmoiZelle.com : Suite au succès de Bonjour Paresse, le New York Times vous a qualifié d’héroïne de la contre culture française, qu’est-ce que cela vous inspire ?
C.M :
Je trouve le titre élogieux, à moi d’en être digne. Mais oui, dans une certaine mesure, je ne représente rien en fait, pas d’institution. Je parle pas au nom de choses sérieuses comme le CNRS, ou l’enseignement supérieur. Et puis je suis assez peu convaincue par les valeurs officielles que j’essaie de bousculer un petit peu, donc c’est vrai qu’on peut dire que je fais partie d’une sorte de contre-culture. Mais c’est un titre assez dur à porter, un peu comme celui de Miss France.

madmoiZelle.com : Pour finir, après l’entreprise et la famille, quelle sera la prochaine institution sociale à laquelle vous pensez vous attaquer ?
C.M :
Il y a deux mois, j’ai sorti un petit livre sur les lettres de candidature, Ceci n’est pas une lettre de motivation, aux éditions Mille et Une Nuits, que je pense assez impertinent. Je pense que pour cette année, j’ai assez travaillé. Et puis, non, je verrai, je n’ai pas trop d’idée de ce que je vais faire pour la suite…

fonte: http://www.madmoizelle.com/page_corinne-maier-essayiste_2007-07-02.html

De Gregori: amico di Walter, non lo voterò

Il cantautore: il modello Roma? Città bellissima non certo per merito suo. Alle primarie del Pd sosterrò la Bindi

Veltroni e De Gregori in una foto del '96
Veltroni e De Gregori in una foto del ’96

Francesco De Gregori, tutti i giornali la arruolano sotto le bandiere di Walter Veltroni. È davvero così?
«È vero che sono amico di Veltroni, da tantissimi anni. Se mi metto a contarli, sono più di trenta. Ma essere arruolato mi dà un po’ fastidio. Un conto sono gli amici, un conto i simpatizzanti ».

Lei non simpatizza?
«Mi piacerebbe fare il tifo per lui, se lo capissi. E finora non l’ho capito. Non sono molto d’accordo con certe cose che Veltroni dice e fa. Lui ha una grossa capacità di comunicare, di proporsi come elemento di novità. Ma quel che dice spesso è difficile da afferrare, da decifrare. Usa un linguaggio aperto a ogni soluzione, dice tutto e il contrario di tutto. Mostra una grande ansia di piacere, di essere appetibile a destra e a manca, che magari gli porterà molto consenso ma è poco utile a capire cosa sarà davvero il Partito democratico».

Lo sa che lei sta scendendo dal carro del vincitore?
«Mi rendo conto che accade di rado. Nel mondo della canzone, poi. Ma nel vincitore annunciato, ammesso che sia tale anche alla fine, non trovo una linea chiara. Sento un gran bel parlare, belle promesse, i riferimenti coltivati da sempre, Kennedy, don Milani, Olof Palme. Ma non riesco a ricondurlo a una chiara intenzione politica. E vedo che non sono l’unico ad avere questa difficoltà».

Che cosa in particolare non la convince nel suo linguaggio? «Questo appellarsi di continuo al sogno, a un mondo migliore, ora vedo pure all’amore. Per carità, come si può essere in disaccordo, meglio basarsi sull’amore che sull’odio. Ma viviamo in un paese pieno di problemi. Buttare tutto sui sentimenti, cancellare le differenze, non significa dare risposte operative alle questioni di oggi».

Veltroni in campo rappresenta comunque una novità.
«Veltroni si presenta come un uomo nuovo, ma lo è fino a un certo punto. Veltroni è uomo navigato. Ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent’anni. Ora la sua candidatura è stata avanzata e sostenuta da poteri forti e consolidati, sempre gli stessi degli ultimi decenni. Non è l’homo novus tanto atteso. Mi convince poco anche questo clima di aspettativa, per cui tutti a dire che Veltroni è una risorsa, che Veltroni è l’uomo della Provvidenza… Non è scontato che sia il più adatto a fare voltar pagina al Paese; così come non dovrebbe essere così scontata la sua vittoria».

È un buon sindaco di Roma, no?
«Tutti parlano di modello Roma. Ma Roma mi pare sempre più una città che cerca di nascondere lo sporco sotto il tappeto. I grandi problemi di una grande città — traffico, sicurezza, legalità — sembrano più spesso elusi, che affrontati e risolti. Va da sé che Roma è bellissima, da San Pietro al Colosseo; ma certo non è merito di Veltroni».

De Gregori, le sue parole non passeranno inosservate. Lei è considerato uno degli artisti da sempre più vicini a Veltroni.
«Gli voglio un bene dell’anima. Abbiamo pranzato, cenato, siamo andati insieme in vacanza, sono stato suo testimone di nozze. Però non abbiamo mai parlato di politica. Anche quando dirigeva l’Unità e ogni tanto mi chiedeva un articolo, io glielo mandavo, lui mi diceva se gli era piaciuto o no, ma non c’è mai stata interferenza reciproca, né lui si è mai sognato di chiedermi consigli. Io lo prendevo un po’ in giro per la storia dell’Africa: “Guarda Walter che non ci crede nessuno”. Lui teneva il punto: “Ti dico che vado in Africa!”. Almeno su questo, per ora ho avuto ragione io».

Dubita della sincerità con cui si vota alle varie cause?
«No. Veltroni magari è sincero. Ma la sincerità dei politici non ci deve riguardare. Appartiene solo alla loro coscienza. Ci riguarda la loro capacità. Quel che dicono, quel che fanno. E Veltroni risponde solo di quello che fa. Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così. La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta. Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine ».

Vede anche pericoli per Veltroni?
«Lui sa coltivare la sua immagine. Ha una grande potenza mediatica. Molti giornali fanno il tifo per lui. Proprio per questo, dovrebbe guardarsi dalla sovraesposizione ipertrofica. Deve stare attento ai veltroniani. Perché a volte i veltroniani sono controproducenti».

Chi sono i veltroniani?
«I Bettini, le Melandri, quando partono lancia in resta contro i nemici. “Chi attacca Walter semina veleni…”. Ma dai! La ragazza deve stare attenta prima di parlare. E poi i Tardelli… Come si fa a essere contro Tardelli, il vincitore del Mundial? Ma l’Italia oggi è un paese sbandato, che ha bisogno di ricette meno spettacolari e più amare. E non so se Veltroni sia in grado di proporle. Al Lingotto non l’ha fatto. Forse lo farà da qui al 14 ottobre. Me lo auguro, perché l’idea del Partito democratico non è affatto male. La parola è bella, affascinante; ma non ci si può limitare alla scorza. La si deve riempire di contenuti, perché la gente vada a votare».

Quindi il progetto del Partito democratico la interessa?
«Sì. Mi auguro che le primarie abbiano successo. Che il nuovo partito ci porti fuori dalla politica stagnante di questi anni, non dia risposte ma ponga domande, conquisti credibilità, sappia chiedere sacrifici. Che stia lontano dalle paludi e dai pascoli consociativi, e nello stesso tempo stia lontano da una sinistra fondamentalista, sempre più decrepita e deprimente».

Lei voterà alle primarie?
«Credo di sì. E penso che voterò per Rosy Bindi, che mi sembra la vera novità di tutta questa storia. Dà l’impressione di essere più propositiva, più incisiva, più dirimente, più chiara. Più disposta a rischiare l’impopolarità. Più in grado di farsi dei nemici. Perché abbiamo bisogno di un leader che sappia farsi anche nemici, non solo amici».

Mi perdoni la malizia: non è che voi amici della prima ora siete un po’ ingelositi dagli scrittori, dagli sportivi e da tutti questi ammiratori arrivati dopo, con cui Veltroni ha molto legato?
«Lei mi fa un torto intellettuale se pensa che possa essere geloso della Melandri o di Tardelli ».

Aldo Cazzullo

Al grido di "Fuori gli stranieri" si scatena la caccia all’indiano


E’ successo durante una festa di paese in Sassonia: un gruppo di 50 giovani tedeschi ha cominciato a inseguire gli indiani che partecipavano alla manifestazione. Molti si sono rifugiati in una pizzeria. Dodici i feriti, di cui sette in condizioni molto gravi

una donna indiana col suo bambino Roma, 20 agosto 2007 – Si è trattato di una vera caccia all’immigrato. In Sassonia, Germania orientale, un gruppo di giovani tedeschi ha aggredito alcuni cittadini di origine indiana durante una festa locale nella città vecchia di Muegeln.

Gli indiani sono fuggiti dai tendoni dove si svolgeva la manifestazione e hanno cercato rifugio in una pizzeria, secondo quanto riferisce la polizia. Si contano 12 feriti. Lo scrive oggi la ‘Sueddeutsche Zeitung’ nella sua edizione online.
Prima sono volati insulti razzisti: “Auslaender raus” (fuori gli stranieri), secondo alcuni testimoni. Poi i due gruppi sono venuti alle mani ed è seguita la fuga.

“Un gruppo di circa 50 tedeschi che partecipava alla manifestazione ha inseguito i giovani indiani che scappavano”, ha riferito la polizia ad oltre 20 ore dall’accaduto. Alcuni hanno sfondato le porte d’entrata e sul retro del locale, mentre l’auto del proprietario della pizzeria è stata danneggiata. Sono intervenuti circa 70 agenti per far allontare la folla di giovani inferociti. Negli scontri sono rimasti feriti otti indiani, di cui sette in modo grave. Tra i feriti anche quattro tedeschi. Un indiano e un tedesco sono stati ricoverati. Anche due agenti hanno subito lievi contusioni.

fonte: http://qn.quotidiano.net/esteri/2007/08/20/31648-grido_fuori_stranieri.shtml

Uragano Dean, in Giamaica decretato lo stato di emergenza

Si temono i saccheggi. Probabile un rinvio delle elezioni in programma il 27 agosto
In Messico è allerta nello Yucatan, che dovrebbe essere la prossima zona colpita


KINGSTON
L’uragano Dean, con tutta la sua forza distruttiva, si è abbattuto sulla Giamaica. Sempre più potente e pericoloso, ha già seminato distruzione nelle Piccole Antille, nella Repubblica Dominicana e ad Haiti, dove sono morte cinque persone. Il governo giamaicano ha proclamato lo stato d’emergenza e si segnalano danni ingenti anche nella capitale Kingston. Cresce intanto la tensione sulle coste del Messico e del Texas, dove probabilmente l’uragano si dirigerà nei prossimi giorni.

In Giamaica, Dean ha colpito con venti a 230 chilometri orari, allagando la capitale Kingston, sradicando alberi, pali e tetti e lasciando molte zone senza elettricità, la cui erogazione era stata comunque sospesa quando la tempesta ha cominciato a colpire l’isola. Prima dell’arrivo dell’uragano, la gente era stata invitata a mettersi al riparo ma molti si sono rifiutati di lasciare le loro case. Almeno 4.500 abitanti hanno dovuto cercare scampo nei rifugi allestiti per l’occasione e le autorità stimano che il passaggio dell’uragano ne coinvolgerà in tutto almeno 350mila.

Il premier giamaicano Portia Simpson Miller ha dichiarato uno stato di emergenza di almeno un mese, che in caso di miglioramento delle condizioni atmosferiche potrebbe però essere revocato in qualsiasi momento. Con questo provvedimento, tra l’altro, alle forze dell’ordine saranno conferiti poteri straordinari per fare fronte alla criminalità: in varie località giamaicane si sono infatti già registrati ripetuti casi di saccheggio.

Lo stesso primo ministro ha inoltre annunciato che, in considerazione della calamità e delle conseguenze che potrebbe lasciare dietro di sé, le elezioni generali in programma il 27 agosto sono a rischio. Polizia e soldati dovranno infatti concentrare gli sforzi nell’assistere la popolazione ed è dunque tutt’altro che certo che, come prevede la legge, siano in grado di recarsi a votare già domani prima degli altri cittadini.

Dean, la cui intensità è attualmente di categoria 4 in una scala il cui massimo è 5, si muove verso ovest a una velocità di circa 32 chilometri l’ora. Nella penisola messicana dello Yucatan, che, a meno di un improbabile cambio di direzione dell’uragano, si prevede sarà la prossima zona colpita, lo Stato di Quintana Roo ha dichiarato l’allarme arancione “pericolo imminente” e la compagnia petrolifera Pemex ha annunciato di aver messo al sicuro tutto il personale di 140 piattaforme petrolifere. La località turistica di Cancun, invece, non dovrebbe essere toccata da vicino. Negli Stati Uniti è stato invece deciso il rientro anticipato dello shuttle Endeavour, nel timore che Dean possa raggiungere mercoledì il Texas dove si trova il centro di controllo della Nasa. La navicella spaziale atterrerà come previsto a Cape Canaveral in Florida, ma lo farà domani e cioè con un giorno d’anticipo.

(20 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/uragano-dean/giamaica-dean/giamaica-dean.html