Archivio | agosto 23, 2007

È morto Bruno Trentin. Il cordoglio di tutta la sinistra

Bruno Trentin - Foto Ansa - 23-08-07

È morto l’ex segretario generale della Cgil, Bruno Trentin. Lo si apprende dalla Cgil.

Trentin si è spento per una polmonite resistente alla terapia antibiotica e per una febbre intrattabile, aggravata da una carenza immunitaria legata al grave trauma cranico subito un anno fa. Trentin è morto nel pomeriggio di oggi all’ospedale Gemelli. Ne danno notizia «con immenso dolore» la famiglia, la Cgil e i Democratici di sinistra.

Bruno Trentin, morto oggi a Roma all’età di 81 anni, era nato a Pavia, in Francia, il 9 dicembre 1926.

Laureato in giurisprudenza, ha studiato anche presso la Harvard University, per poi tornare in Francia nel 1941, dove ha combattuto la Repubblica di Vichy. Dal 1943 al 1945 ha preso parte alla Resistenza, sia in Francia che in Italia, dove ha militato nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Liberta” alla cui fondazione ha contribuito, assumendo nel 1944 il comando di una brigata.

Nel 1949 si è iscritto alla Cgil, iniziando a lavorare nell’Ufficio studi economici. L’anno dopo è entrato nel Partito comunista italiano, diventando membro del Comitato Centrale dal 1960 al 1973: con il Pci è stato eletto consigliere comunale a Roma (1960-1973) e deputato nazionale (1962-1972).

Nel sindacato è stato eletto vicesegretario nel 1958, mentre dal 1962 è stato segretario generale della Fiom, mantenendo l’incarico, assieme a quello di segretario generale della Federazione unitaria della metallurgia (Flm), fino al 1977. In quell’anno è diventato segretario confederale della Cgil nazionale.

Eletto segretario nazionale della Cgil il 29 novembre 1988, succedendo a Pizzinato, ha ricoperto l’incarico fino al 30 giugno 1994. Nel 1993 ha stipulato con Cisl e Uil lo storico accordo sulla politica dei redditi che pose termine al sistema della scala mobile.

Negli anni successivi Trentin ha assunto la responsabilità dell’Ufficio programma della Cgil, carica ricoperta fino all’elezione al Parlamento europeo nel giugno 1999. Nel Parlamento europeo è stato membro della Commissione per i problemi economici e monetari, membro sostituto della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, membro della Delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese.

Membro anche del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), il 25 gennaio 2002 è stato eletto deputato nelle liste dei Democratici di Sinistra, divenendo presidente della Commissione nazionale per il Progetto. Ha scritto tre libri: Lavoro e libertà (1994), Il coraggio dell’utopia (1994), La città del lavoro (1997).

«Esprimo il dolore mio e di tutta la Cgil per la scomparsa di Bruno Trentin»: sono le parole del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che lo ricorda come «protagonista» della storia della Cgil a cui, dice il leader sindacale, «lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità». «Bruno ha rappresentato in tutto il dopoguerra un punto di riferimento fondamentale nella lotta per la democrazia, l’uguaglianza sociale e per i diritti del mondo del lavoro. Si può dire che non c’è pagina nella storia della Cgil e del movimento sindacale italiano in cui non sia stato protagonista. Il piano per il lavoro, la programmazione economica, la centralità del Mezzogiorno, le lotte operaie dell’autunno caldo, la stagione del sindacato dei diritti, gli accordi fondamentali del ’92 e del ’93 lo hanno visto protagonista indiscusso», ricorda Epifani. Alla Cgil, aggiunge il numero uno dell’organizzazione sindacale, «Bruno lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità. A lui deve molto non solo la Cgil ma l’insieme del movimento dei lavoratori, le forze politiche del Paese e le altre organizzazioni sindacali verso le quali ebbe sempre una grande attenzione unitaria a partire dall’esperienza dei metalmeccanici».

La Cgil si stringe «vicino alla famiglia e a Marie ed esprime il suo cordoglio e farà di tutto perchè il suo esempio e la sua figura restino come punto di riferimento per le nuove generazioni».

Grande tristezza anche da parte di Walter Veltroni. «La scomparsa di Bruno Trentin è una di quelle notizie che non si vorrebbero mai avere. La sua vita ha attraversato tutta la storia recente di questo Paese: da esponente di Giustizia e Libertà negli anni dell’esilio e della resistenza fino all’impegno per i lavoratori al vertice della Cgil e l’esperienza da europarlamentare». Lo ha detto il sindaco di Roma Walter Veltroni, secondo il quale «Trentin era un uomo coraggioso che sapeva coltivare il bene dell’unità».

«Negli anni sessanta e settanta, alla guida della Flm, lavorò con grande convinzione per l’unità sindacale dei metalmeccanici e nel 1993 – ha proseguito Veltroni – fu tra i protagonisti del coraggioso protocollo sulla politica dei redditi. Da europarlamentare si è occupato del rapporto tra formazione e lavoro, questioni innovative che riguardano concretamente il futuro del nostro Paese, soprattutto dei più giovani» .

Veltroni lo ha anche ricordato come «appassionato consigliere comunale di Roma. Bruno Trentin era una persona di grande curiosità e spessore intellettuale, aveva un tratto umano di eleganza e ironia, anche per questo lo ricordo con dispiacere e riconoscenza. Bruno Trentin non mancherà solo alla moglie Marcelle e alla figlia Antonella, cui va il più affettuoso cordoglio mio e di tutta la città di Roma, mancherà a tutto il Paese».

Pubblicato il: 23.08.07
Modificato il: 23.08.07 alle ore 20.37

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=68319

Bruno Trentin

Lavorare: perché?

Il Grillo (30/3/1998)

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Trentin: Mi chiamo Bruno Trentin, ho 71 anni. Ho passato tutta una vita nel lavoro sindacale. Probabilmente questa scelta l’ho fatta perché ho scoperto, anche quand’ero molto giovane, nella classe lavoratrice, una straordinaria voglia di conoscenza e di libertà, proprio in quei lavoratori che non avevano avuto la fortuna di un’educazione, di partecipare ad un’esperienza di studi. Proprio lì ho trovato un bisogno straordinario, molto più grande di quello di avere un alto salario, ecco, di diventare persone libere, di esprimersi attraverso il proprio lavoro liberamente, di conoscere. E questo spiega anche la grande fierezza, che risorge continuamente nel mondo del lavoro, in tutti i continenti, in tutti i paesi. Questa è la cosa che mi ha profondamente affascinato e che mi ha dato la voglia di mettermi proprio al servizio di questa causa. Allora, guardiamo la scheda, forse per capire meglio cos’è.

-Si visiona la scheda:

COMMENTATORE: “Noi vivremo del lavoro” recita una vecchia canzone del Movimento Operaio, un inno che raccontava l’orgoglio e il senso di appartenenza a un destino comune di chi, per sopravvivere, poteva contare solo sul proprio salario. Oggi, nei paesi occidentali, le cose vanno un po’ diversamente. Certo il lavoro continua ad essere la principale fonte di reddito delle persone, ma il livello complessivo della ricchezza, la sua distribuzione e la tenuta della rete di protezione delle famiglie hanno eliminato il problema della pura e semplice sopravvivenza. Se molti ancora vivono in condizioni di povertà, di fame, nei paesi industrializzati non si muore più. Ma se per mangiare non è obbligatorio avere un lavoro, allora ha ancora un senso lavorare? Per chi ha la fortuna di fare un lavoro che dà soddisfazione certamente sì, ma forse non solo per loro. Il lavoro a molti garantisce un’identità, il senso di appartenenza a una comunità, altri sul lavoro sono cresciuti, hanno imparato il valore dell’agire collettivo, di fare politica, di impegnarsi nel sindacato. Forse però vale la pena di allungare lo sguardo e di prendere un esempio opposto. Nelle periferie delle metropoli americane pochissimi hanno un lavoro stabile. La garanzia della sopravvivenza è data dai sussidi di disoccupazione e dal reddito di quei pochi che un lavoro vero ce l’hanno. Ma il degrado è spaventoso: delinquenza e droga dilagano, rispetto ad altri quartieri poveri, come quelli operai, non c’è paragone. La differenza fra queste due realtà appunto è l’assenza di lavoro come tratto unificante, portatore di una identità collettiva e strumento di emancipazione per donne e uomini. Perché il lavoro è fatica, talvolta sfruttamento, ma aiuta a sentirsi meno soli.

-Fine della scheda, inizia la discussione:

STUDENTE: Buongiorno. Alle soglie del Duemila, cambiando il rapporto uomo-lavoro, non crede che sia utopistico, se vogliamo illusorio, che il rapporto lavoratore-sindacato rimanga invariato?

Trentin: Certamente. Non può rimanere invariato, perché tende a cambiare profondamente il lavoro, occorre sempre più conoscenza per potersi esprimere attraverso un lavoro, e, occorrendo sempre più conoscenza, voglio dire, tutte le persone diventano degli individui con problemi diversi, bisogni diversi, capacità creative diverse. Il sindacato organizzava sempre grandi masse di lavoratori e cercava di cogliere, di rappresentare per tutto quello che hanno di identico. Oggi il sindacato, se vuole veramente rappresentare non delle masse, ma delle persone, ognuna con i propri bisogni, con le proprie identità, beh, deve sapere ripensare se stesso, completamente, le forme di rappresentanza, dare voce a tutte le diverse figure che stanno emergendo nella società e soprattutto fra i giovani, insomma.

STUDENTESSA: Mi scusi professore, ma, al giorno d’oggi, nel mondo della globalizzazione, dove ormai gli scioperi, le proteste, sono facilmente aggirabili dalle grandi imprese, cosa devono fare i sindacati del mondo per non perdere il loro potere contrattuale?

Ma è vero che in parte è possibile aggirare uno sciopero, quando ci sono delle grandi multinazionali, che possono spostare il lavoro da un paese all’altro. E’ anche vero il contrario, nel senso che la globalizzazione ha comportato lo sviluppo nelle singole unità di produzione, di ricerca, di distribuzione, di centri autonomi di decisione. E non bisogna immaginare la globalizzazione come, così, una piovra in cui c’è la testa a New York, per esempio, e poi dopo il resto sono tutti tentacoli, non intelligenti. Nella più piccola succursale di una multinazionale c’è un centro di ricerca, c’è un laboratorio, c’è della gente, che lavora e che pensa e che diventa sempre più insostituibile, per cui lo sciopero ancora pesa, conta, incide, in questo meccanismo, che è la grande impresa moderna, che è un’impresa con tanti cervelli distribuiti in tutto il mondo. E quindi, se uno di questi cervelli va in tilt, rischia di andare in tilt insieme. Questo non vuol dire anzi che non bisogna cercare nuove forme di coordinamento fra i lavoratori e i sindacati in tutte le parti del mondo.

STUDENTE: Professore, senta, oggi si parla molto di mobilità, come se fosse la risorsa con la quale si potrà sconfiggere la disoccupazione. Ma è anche vero che, d’altra parte, la mobilità garantirà soprattutto precarietà e licenziamenti. Senta, non crede che i sindacati dovrebbero opporsi più tenacemente, di quanto non abbiano fatto fino ad ora, a questa prospettiva? E quanto meno non crede che dovrebbero combattere di più per salvaguardare i diritti acquisiti dei lavoratori più anziani, che rischiano di trovarsi, così, all’improvviso, senza la terra sotto i piedi?

Sono tante domande. C’è una mobilità che io credo discende inevitabilmente anche dalle nuove tecnologie, mobilità professionale, prima di tutto, nel senso che immaginate che un serie di tecnologie invecchiano nello spazio di sei mesi, a volte. Nel software, per esempio, abbiamo delle innovazioni quasi ogni anno. E questo vuol dire che con le tecnologie invecchiano le professioni, invecchiano le mansioni. Bisogna cambiare. Le tecnologie nuove, per loro natura, sono estremamente flessibili, adattabili. Si possono produrre piccole serie, piccolissime serie, per una certa clientela. Finito quel lavoro, si cambia e molte volte addirittura una fabbrica scompare. Quindi c’è una mobilità delle persone, che è, in qualche modo fisiologica, obbligata di fronte ai cambiamenti giganteschi.

STUDENTE: Che la mobilità sia un dato di fatto questo è appurato. Però io credo che, a un certo punto, se si vuole ricalcare un certo modello di società liberista insomma, in cui i licenziamenti diventino insomma una cosa da fare, non crede che, comunque sia, debbano essere garantiti anche i nuovi posti di lavoro? Di cosa si possono occupare le persone che vengono messe in mobilità?

Questi posti di lavoro vanno trovati in due modi: uno certamente garantendo la possibilità di uno sviluppo sempre più grande, di innovazioni sempre più frequenti e soprattutto di innovazione di prodotti. E’ sempre stato così nella storia dell’umanità e non bisogna pensare, come scrivono a volte anche molti scrittori, più di fantascienza che di economia, che le nuove tecnologie distruggano il lavoro. C’è voluto, ci sono voluti cinquant’anni, dal momento in cui si sono introdotte le turbine elettriche, per dire, e usato l’elettricità nell’industria, fino al momento in cui si sono avuti gli elettrodomestici tutti i prodotti derivati, che hanno creato occupazione, eccetera. Questa è una prima occupazione. L’altra questione è legata alla conoscenza. Una persona oggi non può aspirare di essere occupata per tutta la vita in uno stesso posto di lavoro. Ma può aspirare ad avere una professionalità sicura. Il che vuol dire una professionalità che cambia continuamente, un aggiornamento continuo delle proprie conoscenze. Vuol dire che cambierà lavoro, ma non perderà in termini di capacità professionale, non perderà sul mercato del lavoro, sarà sempre impiegabile …

STUDENTE: Sì, ho capito, ma a me sinceramente sembra che i sindacati si stiano un po’ troppo adagiando in questa prospettiva, cioè non mi sembra che ci siano grandi lotte contrattuali tra imprenditori e sindacati, per difendere di più i lavoratori che rischiano di essere messi in mobilità. Cioè, cosa stanno facendo in concreto i sindacati per dare alla mobilità una direzione sicura, una direzione che favorisca i lavoratori, qual’è la strategia dei sindacati?

I sindacati hanno certamente molti limiti e molte volte arrivano in ritardo rispetto a queste trasformazioni. Questo non lo voglio assolutamente negare. Ma il problema dei sindacati non è, non può essere quello di resistere. Se questi cambiamenti sono di natura così profonda e irreversibili, però non è quello di resistere e poi perdere la partita, ecco. Il problema è quello di governare questo cambiamento nella direzione più utile per i lavoratori. Vuol dire, per esempio, contrattare il diritto alla formazione sul posto di lavoro, in modo che un lavoratore che cambia un’occupazione possa uscire dall’occupazione vecchia più ricco di conoscenze, più forte sul mercato del lavoro di quando è entrato. Questo, io credo, è la battaglia che bisogna fare.

STUDENTE: Scusi, proprio per inserirmi nel discorso, qui, del mio compagno, Le volevo chiedere: ma proprio questo qui è il giornale Liberazione di ieri, e riporta alcuni passi proprio del Suo intervento al Convegno Nazionale su Orari e condizioni di impiego. Ma Le sembra possibile che – qui c’è scritto: “Per Trentin l’orario di lavoro rischia di finire sotto il controllo unilaterale della direzione aziendale”. – ma è possibile che anche su un fatto, come quello delle 35 ore, il sindacato non si impegna veramente? Cioè è possibile ottenere, secondo Lei, la riduzione a 35 ore dell’orario settimanale, con una contrattazione? Non è forse più giusto cercare un po’ anche il muro contro muro, cioè cercare di non fare passi troppo piccoli, ovvero cercare di imporlo per legge? Perché, a questo punto, pare che i sindacati veramente rinuncino a cercare di imporlo per legge agli imprenditori le 35 ore settimanali.

Ma mi pare che l’idea di imporre una cosa per legge, quando non si riesce a imporla con la lotta e con la contrattazione sindacale, sia una reazione di deboli, non di forti. Prima risposta. Se non riesco a conquistare, con il consenso della gente, un determinato risultato e mi rivolgo alla legge, non è un atto di forza.

STUDENTE: Ma con il consenso di chi, Lei intende? Con il consenso degli imprenditori? Penso che non l’avrà mai.

No, no. Con il consenso dei lavoratori.

STUDENTE: Ma ci sono stati diversi scioperi dei lavoratori, anche in fabbriche, che chiedevano questa riduzione a 35 ore.

Davvero? Me ne cita una e sono molto curioso di saperlo.

STUDENTE: Il 21 di marzo non ci dovrebbe essere una manifestazione nazionale?

Sì, una manifestazione nazionale, adesso vedremo come andrà. Lei parlava di scioperi di lavoratori per le 35 ore. Se me ne cita uno.

STUDENTE: Eh, intendevo queste manifestazioni, non scioperi.

Allora qui troviamo un problema, se vogliamo essere concreti. Bisogna parlare di un paese reale, vero, perché questo paese vada avanti. Questo paese reale è fatto di una molteplicità di situazioni. Io non ho detto che le imprese controllano gli orari. Ho detto che le imprese controllano il tempo, che è una cosa molto, molto più complicata. E effettivamente il grande problema, che avvertono tutti i lavoratori, delle più diverse categorie di professionalità, è quello di governare il proprio tempo. Non è con una ricetta unica che si risolve questo grande problema di libertà, non è con una ricetta unica. Perché, se lei va a dire a un lavoratore, che lavora 32, ha 30 ore – ci sono molti casi di accordi di questa natura -, per lui il problema sarà quello, non di avere garantito per legge le 30 ore, ma di fare sì che in queste 30 ore lui abbia delle possibilità di pausa, di fronte a un lavoro stressante, avere la possibilità di avere una formazione con la riduzione dell’orario.

STUDENTE: Senta scusi, ma Lei ha detto: l’imposizione per legge è dei deboli. Ci sono alcuni sindacalisti che si vantano di portare avanti la storia delle 35 ore sin dal ’78, da anni e anni, però mi sembra che soltanto con l’imposizione di una forza politica si sia arrivati, si sia arrivati a parlare concretamente di 35 ore. Cioè in venti anni che cosa hanno fatto veramente i sindacati per cominciare a parlare concretamente di 35 ore? Ho capito: l’imposizione per legge sarà pure dei deboli, però a un certo punto forse è l’unico modo per imporsi agli imprenditori, che mirano esclusivamente a diminuire il costo del lavoro. E sicuramente con le 35 ore il costo del lavoro non diminuirebbe.

No, ma con le 35 ore, se lei adesso conosce un po’ come è regolamentato lo straordinario in Italia, le ore straordinarie costano molto di meno dell’ora normale di lavoro, costano il 40% di meno. Contrariamente a quello che strillano gli imprenditori, io non sono convinto che sia un grande dramma per loro avere una legge che dica 35 ore per tutti, perché dopo fanno tutti gli straordinari di questo mondo, senza nessun limite, e le proposte di legge di riduzione a 35 ore lasciano assolutamente irrisolto questo problema. Io sto a dire che il sindacato in questi anni, malgrado le gran difficoltà – disoccupazione non è una cosa che aiuta le battaglie per l’orario -, ha ottenuto, in molti casi che può suscitare, non 35 ore, ma 36, 34, 32, 30. Io conosco molte aziende, nel tessile, che lavorano a 30 ore. Beh, io scopro, per esempio, che in molti casi la condizione di lavoro della gente, anche a 30 ore, è peggiorata. Nello stesso tempo a un ricercatore, che ha un progetto che deve portare a termine, lei va a dire che lui lavorerà 35 ore e basta e poi ricomincerà la settimana dopo per continuare il suo progetto e il suo esperimento, questo le spingerà a un soluzione di questo genere.

STUDENTE: Son casi limite.

Son casi limite? Siamo al 28% circa di popolazione lavoratrice che è ad alta, ad altissima professionalità. Un ragazzo – e sono un milione, un milione e mezzo di collaboratori coordinati continuativi, che sono dei lavoratori subordinati, anche se sono stati collocati in questa forma contrattuale – , questi lavorano per missione. Quindi il problema del tempo per loro è del tutto diverso da una soluzione a ghigliottina. Ecco, questo voglio dire. Sono tanti infiniti casi. Il problema è quello di ridurre l’orario effettivo, non l’orario legale, e di consentire alla gente di governare il proprio tempo.

STUDENTESSA: Il sistema di produzione fordista-taylorista è oramai caduto. Volevo chiedere, il nuovo modo di produrre sarà riorganizzato in base alle nuove esigenze di mercato oppure senza un’ulteriore formazione di schemi?

Ma guardi, intanto possiamo parlare di una crisi del modello fordista, perché appunto le nuove, le nuove tecnologie dell’informatica, in modo particolare, hanno messo in crisi le produzioni di massa, standardizzate, ripetitive. Sul taylorismo sarei più prudente, perché c’è una parte di resistenza delle direzioni di impresa, un po’ in tutti i paesi, ad abbandonare un sistema gerarchico, oppressivo, di direzione del lavoro. Quindi siamo in una fase assolutamente aperta, ecco, e non c’è un nuovo modello, non c’è. Siamo di fronte a dei tentativi, in cui a volte prevalgono delle spinte veramente innovatrici, a volte addirittura dei ritorni all’indietro. Il problema del sindacato dei lavoratori è quello di muoversi in questa situazione e di avere proposte anche.

STUDENTESSA: Ma Lei pensa che, nonostante il lavoro dei sindacati, ci sarà sempre in questo modo di produrre nuovo, una specie di gerarchia, una volta eliminato…?

Ma una gerarchia minima ci sarà sempre: in un lavoro che si fa in tre o quattro persone c’è una divisione dei compiti e una divisione dei ruoli. Il problema è che questa divisione dei ruoli non sia fissa, che non ci sia sempre chi sta sotto e chi sta sopra, chi è governato e chi governa e che, soprattutto, tutti abbiano la possibilità di partecipare alla decisione. Questa è la grande scommessa, che è aperta in tutte le lotte sociali, in questi anni, in Europa, ma anche in altre parti, in altre parti del mondo. Dei primi passi si fanno. Credo che in tutte le industrie moderne il numero dei livelli gerarchici è diminuito, però sono pochi ancora i casi in cui c’è un lavoro di gruppo, in cui si consente al lavoro di esprimere tutte le sue capacità creative.

STUDENTESSA: Senta scusi, quale può essere la tutela sindacale per quei lavoratori che svolgono il lavoro in rete, dove non c’è più l’unità di spazio e di tempo, perché lavorano a distanza? Come può esistere la tutela sindacale, come si può controllare questa unità spazio-temporale che è andata un po’ a gambe all’aria?

Beh, c’è il lavoro in rete, poi ci sono forme addirittura di telelavoro, che sono una cosa un po’ diversa insomma. Il sindacato deve potere appunto avvicinarsi a tutte queste realtà frantumate, diciamo così, e rappresentare gli interessi della gente, certo non sugli obiettivi del passato, perché se si volesse dire 35 ore per tutti o un aumento salariale uguale per tutti, come se tutti fossero nella stessa identica condizione, come succedeva ben trent’anni fa, probabilmente falliremo. Ma dei problemi comuni ci sono: sono dei problemi di libertà, di diritti, di uguaglianza di opportunità, di governo del proprio tempo, di autonomia di decisione. E’ su questi problemi che il sindacato domani potrà rappresentare la nuova classe lavoratrice. Se io dicessi oggi, come dicevo, quando dirigevo i metalmeccanici, vent’anni fa, trent’anni fa: un aumento di centomila lire uguale per tutti, credete che muoverei una foglia in questo paese?

STUDENTE: Senta, ma in questo momento, quale linea economica segue il suo sindacato?

In che senso, linea economica?

STUDENTE: Se quella del governo oppure cerca di sviare, dando, insomma dando filo ai suoi lavoratori, ai suoi dipendenti?

Ma il sindacato non può che rappresentare o cercare di rappresentare questo mondo del lavoro. Quindi non rappresenta il governo, né un’autorità, non è una propaggine del governo. La linea di politica economica che il sindacato cerca di portare avanti è quella di cui ho parlato prima: cercare di creare delle nuove occasioni di lavoro, ma che siano delle occasioni di lavoro non precarie, non dequalificate, non provvisorie, ma basate sempre sulla possibilità di far crescere le conoscenze, la professionalità. E’ questo il futuro del lavoro. Il futuro del lavoro è quello di essere sempre più la merce insostituibile. Oggi la competizione su scala mondiale si svolge non più sui capitali, non più sull’invenzione, perché queste circolano con la velocità di un computer, insomma, passano attraverso Internet. L’unica cosa che rimane meno mobile, se vogliamo, relativamente meno mobile, sono le persone, e sono le persone che pensano, che possono risolvere i problemi. La competizione si svolgerà sempre più fra chi avrà un maggior numero di cervelli nei posti di lavoro e di cervelli capaci di risolvere problemi, capaci non di ripetere continuamente la stessa scocca come questa, infischiandosene dell’errore, del difetto che c’è qui, perché deve farlo entro trenta secondi questo pezzo e non può fermarsi, a controllarlo, a modificarlo, a ripararlo. No, oggi si chiede a un lavoratore giustamente di rispondere di una funzione, cioè di fare un pezzo, ma di saperlo correggere, di saperlo verificare, di vedere se funziona, se si adatta ad un altro pezzo e quant’altro. Di saper risolvere problemi. Questo era un capolavoro una volta, questo in legno, ma in realtà io ne ho visti fatti su leghe, anche molto più piccoli e molto più raffinati. Ed era il lavoro semiartigianale di un operaio di tanti, tanti anni fa. Per quarant’anni, si può dire così, nella grande industria automobilistica, questo tipo di capolavoro è scomparso. Si chiedeva alla gente di fare una sola operazione, la stessa per migliaia di volte, in condizioni magari molto disagevoli. E questa roba qui si montava, una volta, con le mani in alto per otto ore, per otto ore al giorno. E certo non ci si poteva preoccupare di sapere se aveva un difetto, come aveva, questa scocca. Tutto questo sta cambiando. Tutto questo sta cambiando e naturalmente i lavoratori, le persone in carne ed ossa, le ragazze e i ragazzi che entrano adesso in una fabbrica moderna, beh, di fronte a questi cambiamenti, chiedono due volte di più, chiedono di impadronirsi di maggiori conoscenze, chiedono di poter decidere come si fa una cosa, e non soltanto più in quanto tempo, eccetera. Questo mi pare la carta sulla quale scommettere come sindacato, ecco, per potere affermare, liberare questo grande bisogno di libertà, di fierezza di realizzazione di sé nel lavoro, della persona nel lavoro.

STUDENTESSA: Professore, Lei ha detto prima che nell’industria, sebbene ci fossero dei ritmi di lavoro incalzanti, c’era comunque la possibilità di competere, c’era la competizione tra lavoratori. Adesso con il telelavoro questa dimensione, umana e sociale, viene a mancare. Non è forse un passo indietro, quindi un diritto che il lavoratore si era conquistato, che adesso viene a mancare?

Vede io non ho detto che c’era la possibilità di competere fra lavoratori. Anzi il sindacato si è sempre battuto per impedire la competizione.

STUDENTESSA: Forse, più che competizione, era il confronto.

Sì, ma soprattutto, ho detto competizione fra le imprese oggi si realizza sempre più attraverso, attraverso il lavoro, attraverso la capacità creativa del lavoro. Giustamente. Però il lavoro è sempre stato un momento di vita in comune, di collaborazione appunto, non di competizione, fra tante persone diverse. E questo rischia di perdersi, quando ci si ritrova nella solitudine, per esempio, di un telelavoro, non c’è dubbio, anche se in questa solitudine, beh, c’è anche uno spazio di libertà, a cui io credo, un giovane che fa il telelavoro, per esempio, non rinuncerebbe facilmente, perché può decidere, ecco, può decidere di governare il suo tempo. Bisogna certamente trovare il modo che questo, che questo operatore del telelavoro, questo giovane, possa ritrovarsi con gli altri che fanno questo lavoro e vedere con gli altri quali diritti rivendicare insieme, non soltanto quale, quale retribuzione, quale possibilità anche qui di arricchire le proprie conoscenze. A questo dovrebbe servire un sindacato moderno. Cioè mettere insieme queste diverse persone, questi diversi individui. Io, come vedete, parlo sempre più di persone e poco di masse, perché la grande cosa di questo secolo, in cui voi entrate, è che la gente sempre più emerge con la sua personalità e non accetta di essere messo in una casella insieme a tanti, e vuole far sentire i suoi bisogni, le sue priorità. Questo è un diritto che va, che va difeso, eccetera, che va difeso certamente insieme, collettivamente.

STUDENTESSA: Professore, ma per quale motivo in questo periodo continua a lottarsi molto di più sulla quantità del lavoro e non sulla qualità di questo? Perché non si cerca di sistemare meglio le condizioni di questo lavoro e non soltanto le ore di lavoro?

Ma le due cose possono essere anche collegate. Perché se io riesco a lavorare di meno, parlo del lavoro effettivo, beh, riesco forse a studiare di più e ho bisogno di studiare di più, sempre più per potere lavorare meglio, per poter essere padrone del mio lavoro.

STUDENTESSA: Sì, ma per condizione intendo, ad esempio, nelle fabbriche, dove non ci stanno buone condizioni. Ad esempio ci stanno alcune fabbriche in cui la mano d’opera, a parte che è stressante, sì, per le ore di lavoro, ma anche in condizioni cattive, si può dire. Non sono buone fabbriche. Ad esempio sentiamo di molte fabbriche che stanno con mano d’opera nera, delle ragazze che avevano dei lavori al nero. Non si può migliorare questa situazione, invece che soltanto l’orario del lavoro?

Ma difatti non dico soltanto l’orario di lavoro, anche se per molte di queste ragazze, che, non so, fanno i collant nei sottosuoli, a Napoli o in Puglia, lavorare meno di dodici ore sarebbe già una cosa straordinaria, voglio dire, perché sono, oltre che mal pagate, oltre che a lavorare in modi nocivi, perché molte volte i prodotti che usano, per esempio per i collant, perché conosco questa cosa qui, sono assolutamente nocivi, si respira, si respirano degli acidi che sono, che fanno malissimo alla salute, beh, lavorare per dodici ore, come fanno in molti casi, vuol dire, vuol dire accorciarsi la vita. Allora le due cose non sono in alternativa. C’è una battaglia fondamentale per la salute, per il governo del proprio tempo, per essere pagati per quello che si fa realmente. Queste sono ragazze sottopagate, sfruttate in tutti i modi. E ritroviamo anche lì, in fondo, un problema di libertà, perché sono delle mezze schiave, che sono, in questo modo, costrette al lavoro, in molte regioni del Sud, ma anche in regioni del centro-nord, se vediamo le fabbriche clandestine di lavoratori immigrati, di lavoratori cinesi soprattutto, di alcuni lavoratori pakistani, in Emilia Romagna, nel Veneto, gente che fa un vita d’inferno, da Medioevo alla fine del XX secolo. Quindi c’è proprio un problema di liberazione del lavoro, in questo caso, anche qui prendendo di petto la questione delle persone, il loro diritto alla vita, il loro diritto a studiare, non essere costrette magari, a quindici, sedici anni ancora, a lavorare senza avere finito gli studi.

STUDENTESSA: Professore buongiorno. Allora, volendo informarci sulle rivoluzioni del lavoro, avvenute durante il corso del nostro secolo, abbiamo trovato su Internet questo sito di Riccardo Bellofiore, che, praticamente spiega un po’, diciamo, le conseguenze della rivoluzione fordista e parla di lavoro vivo e di lavoro morto. Io quindi volevo chiederLe se ai giorni nostri si può parlare ancora di questa differenza fra lavoro vivo e lavoro morto e secondo quali canoni.

Ma si può parlare sempre di lavoro vivo e di lavoro morto. E’ un termine marxista e, prima di Marx, anche degli economisti classici. Il lavoro vivo è il lavoro prodotto dagli uomini, il lavoro morto è il lavoro che si è incorporato nelle macchine, in quello che si è chiamato poi Il Capitale. Si può dire che ci sarà sempre un lavoro vivo e un lavoro morto. Ma mi pare che il fordismo si sia identificato molto di più con un altro concetto, quello del lavoro astratto, cioè di un lavoro che poteva essere scomposto in tante unità elementari, di un lavoro, direi, senza qualità, ecco. Si pensa al lavoratore a catena di montaggio: effettivamente fra il lavoro di uno e il lavoro di un altro, per fare quella scocca non c’era nessuna differenza. Si poteva benissimo suddividere in tante piccole operazioni questo lavoro e retribuirlo esattamente in modo uguale. Questo era il lavoro astratto, che appunto prescindeva completamente da quello che la persona conosceva, dal suo carattere, dalla sua personalità, dalle sue capacità creative, che non interessavano. Nella produzione fordista il dogma era: “Non pensate, ma eseguite, perché siamo noi che pensiamo per conto vostro”. Questo era il vangelo della fabbrica, della fabbrica fordista.

STUDENTE: Volevo, tornare a un tema di scottante attualità, quello delle ferrovie. Come si pone il Suo sindacato, di fronte a questa crisi che sta sconvolgendo uno degli ultimi servizi pubblici che ci sono in Italia?

Come si pone? Si pone cercando di, intanto, di liquidare una burocrazia che, per anni, ha campato su questo sistema, essendo incapace di rinnovarlo. Noi abbiamo oggi goduto delle strutture, che sono profondamente invecchiate, mentre le ferrovie hanno costato migliaia di miliardi alla collettività, evidentemente di fronte a una macchina burocratica enorme che se l’è mangiate. In secondo luogo difendendo certamente la qualità dei lavoratori, e mi permetto di dire la solidarietà fra i lavoratori. E ci sono dei gruppi corporativi, anche nelle ferrovie, che si sono, che si sono consolidati e che hanno rotto una solidarietà.

STUDENTE: Per quanto riguarda la solidarietà pare che ci sia, perché per questi cinque licenziamenti si è mobilitata quasi tutta l’azienda. E poi volevo chiedere un’altra cosa: ma pensa anche il sindacato che la soluzione possa essere nella privatizzazione?

Beh, intanto non è adesso questo il problema. La soluzione non è mai bianca o nera Importa di sapere se un’azienda è gestita, se i lavoratori hanno diritto di partecipare alle decisioni che riguardano il loro lavoro. Che l’impresa sia pubblica o privata questo è lo stesso, rimane sempre lo stesso problema. Abbiamo avuto, nell’Unione Sovietica, le imprese nazionalizzate dove c’è stata la più grande oppressione nei confronti dei singoli lavoratori. Quindi il problema non è anche qui: la soluzione mitica della proprietà. Il problema è la libertà delle persone nel lavoro. E noi difendiamo la libertà delle persone nel lavoro, anche nelle ferrovie, la possibilità che facciano il loro mestiere, lo facciano bene, lo facciano in solidarietà con altri.

STUDENTE: Sì, ma forse se la società era già privata, questi licenziamenti sarebbero passati, così, in sordina, e neanche sarebbero stati sentiti, mentre magari, essendo pubblica, questo ha fatto molto scalpore, ci sono stati scioperi…

Sì, ma il problema non è del licenziamento, mi permetti. Il problema è il licenziamento giusto. In un’industria privata, dove abbiamo conquistato lo statuto dei diritti dei lavoratori, non si può licenziare un lavoratore o una lavoratrice senza un giusto motivo, che va dimostrato anche in tribunale. Nel pubblico impiego c’è un’altra cosa: c’era il fatto che qualsiasi cosa si facesse non si era licenziati. Noi ci siamo battuti per abbattere questa situazione, per rendere tutti uguali in diritto. E c’è il diritto alla giusta causa, oggi, nel pubblico impiego. Per cui noi ci battiamo perché il lavoratori vengano giudicati, se sono responsabili. Se non lo sono responsabili, non possono essere licenziati. Ma questo è proprio un diritto che nasce dallo statuto dei lavoratori, non dal pubblico impiego.

STUDENTE: Scusi professore, in questi giorni, oltre al problema delle ferrovie, è scoppiato anche lo scandalo dei cosiddetti schiavi del nord-est, cioè persone che, provenienti da paesi stranieri, lavorano per 350 ore al mese nelle fabbriche di Porto Marghera e vengono retribuite con paghe molto basse. Ora lo scandalo più che altro è che questo è anche legalizzato, in quanto facente parte di un progetto di lavoro europeo. Non Le sembra assurdo, questo, questo fatto, non le sembra assurdo? E soprattutto come è possibile cercare di evitare che gli interessi delle multinazionali, cioè che la legalizzazione degli interessi delle multinazionali diventi una regola?

Sì, non sta scritto da nessuna parte che questo diventi una regola Se c’è il finanziamento di un progetto della comunità – io conosco il caso di Porto Marghera -, si tratta di una truffa alla comunità, prima di tutto, e di una violazione anche delle leggi più elementari che esistono in questo senso.

STUDENTE: Ecco, appunto, come è possibile che sia avvenuto e come è possibile che sia anche legalizzato?

Purtroppo avviene. No, legalizzato no, ripeto: si tratta di violazione della legge e si tratta di fare valere questa violazione attraverso la lotta. Vanno chiuse queste baracche. Bisogna avere il coraggio di grande movimento di massa per chiudere queste baracche, là dove si sfrutta la gente in questo modo. E’ una battaglia, perché probabilmente ci troviamo, proprio nel nord-est, di fronte anche ad una cultura media, ad una mentalità, che magari considera assolutamente normale che si possa sfruttare, magari perché sono di un altro colore o di un altro paese, certi lavoratori. Io sono per dire: questo si scioglie con la lotta, con la lotta, con “la guerra in mezzo al popolo”, come si diceva una volta.

STUDENTESSA: Professore in un Suo libro Lei afferma che i sindacati dovrebbero cessare di porsi in una logica di muro contro muro con gli imprenditori, ma, diciamo, di attivarsi alla direzione delle aziende. In questo modo certe volte dovrebbero appoggiare delle situazioni poco favorevoli per i lavoratori, come può essere, in questo periodo, la mobilità. Non crede che in questo modo si appoggi troppo le aziende, gli imprenditori?

Ma io non ho mai detto così, francamente è muro contro muro. Ci son delle volte in cui il muro contro muro va fatto, perché quando sono in gioco delle questioni fondamentali, come il diritto delle persone, il caso di cui si parlava prima, c’è il muro contro muro. Lì c’è poco da fare. Non si può cedere, non si può fare compromessi di qualsiasi natura. Se lei mi cita il caso della mobilità, ci sono delle mobilità che sono inaccettabili, perché rientrano puramente e semplicemente nell’interesse dell’impresa di usare e gettare della mano d’opera a poco prezzo. Ci sono dei casi di mobilità che diventano inevitabili con i mutamenti delle tecnologie. E in questo caso io dico combattere, resistere per poi registrare il fallimento, forse il fallimento anche nella stessa adesione dei lavoratori, come nella mia esperienza è successo molte volte, mi pare un errore. E allora bisogna, innanzi tutto, avere un sindacato capace di proporre, capace di proporre delle alternative. Ci sono sempre delle alternative alle scelte dei padroni o degli imprenditori. Ecco dobbiamo imparare a dire meno “no” e più dei “sì”, ma non dei “sì” a quello che dice l’imprenditore, dei “sì” a quello che vogliono i lavoratori.

STUDENTESSA: Ma realmente che ruolo svolge il sindacato nel tutelare i diritti anche degli extra comunitari che spesso vengono in Italia, anzi continuamente vengono in Italia, a svolgere lavori umili? In che modo il sindacato difende, tutela i diritti degli extra comunitari?

Beh, intanto perché sono lavoratori come altri e vanno tutelati da tutti i punti di vista, nella misura in cui questo è facile. Purtroppo ci sono molte situazioni in cui si crea una terribile complicità tra il lavoratore, non sempre e soltanto extracomunitario, molte volte – i casi di cui si parlava prima – sono delle lavoratrici, delle ragazze italiane, che accettano di lavorare al nero, di nascondere il fatto che lavorano al nero, di rinunciare a una serie di diritti, alla sicurezza sociale, eccetera, perché il padrone dice: “In questo modo ti dò un po’ di più. Se non ti dò questo un po’ di più, semplicemente ti licenzio”. Quindi si crea una situazione di complicità purtroppo, fra il negriero – perché questo sono: dei negrieri -, e il lavoratore, soprattutto il lavoratore extracomunitario, che a volte è indebitato con le varie mafie che l’hanno, che l’hanno trasportato in Italia, è indebitato per anni, e si trova costretto a racimolare quattro soldi, per pagare, per ripagare questi debiti. Quindi anche qui c’è una situazione diversa da quella del Veneto, ma abbastanza simile, di omertà, di fronte alle violazioni del diritto del lavoro, dei contratti di lavoro, eccetera. E bisogna farle venir fuori. Abbiamo condotto delle battaglie anche importanti, in Campania, per i lavoratori stagionali. In una di queste campagne è stato ucciso, addirittura, un dirigente molto bravo, che rappresentava i lavoratori nigeriani. E’ stato ammazzato, perché, perché intorno, non a caso, c’è la mafia, c’è la camorra, e ci sono queste realtà.

STUDENTESSA: Senta non c’è il rischio che la mobilità provochi una perdita di identità dell’individuo?

Assolutamente, c’è questo rischio e l’antidoto è quello che le persone riescono ad accumulare una maggiore competenza che gli consente di mantenere la propria identità anche mutando molte volte il posto di lavoro, non il tipo di lavoro, ma il posto di lavoro.

STUDENTESSA: Senta, ieri, con un altro esperto stavamo parlando del bene comune e del benessere, che può avere un popolo, dando fiducia completa allo Stato. E con questo esperto si diceva, si faceva anche l’esempio di Rousseau, che diceva della volontà comune e del benessere che questa poteva portare. Lei come pensa che potremo conciliare noi, nel 1998, queste due idee, quella che esalta l’individualità di una singola persona e questa specie di benessere comune, che dovrebbe essere creato, dando fiducia allo Stato e, diciamo, riunendo queste tante individualità per avere poi un bene comune.

Rousseau non dava fiducia allo Stato.

STUDENTESSA: No, non la dava, però diceva che, cioè, doveva esserci una volontà comune, che doveva essere data soltanto dallo Stato.

Certamente e la volontà comune si esprime su dei valori che mutano con il tempo. All’epoca di Rousseau, in parte Rousseau stesso, pensava che la volontà comune aspirasse ad un determinato grado di felicità. Ecco, io credo che oggi forse le cose cambiano, forse sbaglio, me lo direte voi, io mi batto anche per il diritto a essere infelici, ma scegliere la mia felicità o la mia infelicità.

STUDENTESSA: Ma questo è logico, perché c’è sempre il volere del singolo individuo.

E mi batto soprattutto per la mia libertà, per la possibilità di esprimermi. E qui trovo un punto enorme di solidarietà con tanti miei simili, che anche loro hanno questo problema di essere soli, di essere liberi, di essere se stessi. E questo sistema il modo di produzione, che ancora gli rimane, gli nega questo diritto, gli nega questo diritto di realizzare se stesso. E’ un diritto fondamentale, è quello che fa camminare una civiltà. Io non credo che sia il ripiegamento verso l’individualismo, quello che sto dicendo. La valorizzazione delle persone, della ricchezza che hanno dentro, è una grande battaglia di libertà e di progresso.


Biografia di Bruno Trentin

Trasmissioni sul tema Il lavoro

fonte: http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=212

Genova 2001, la verità di Agnoletto

I fatti di Genova 2001 stanno venendo faticosamente alla luce. Quel che resta nell’ombra sono le cause. Una tragica sequenza di errori? Un violento rigurgito di fascismo? Un freddo disegno di potere sfuggito di mano? A distanza di sei anni le domande chiave sono ancora inevase.

Perché i Carabinieri attaccarono il corteo? Perché la notte tra il 21 e il 22 luglio la Polizia fece irruzione alla scuola Diaz? Quale fu realmente la catena di comando? Quali i legami fra forze dell’ordine e politica? Per quale motivo la promessa commissione parlamentare di inchiesta non è stata costituita? Gianni De Gennaro che ruolo ebbe? Ed è vero che il suo gruppo di fidati collaboratori si avvia a monopolizzare ordine pubblico e servizi di sicurezza in questo Paese?

Vittorio Agnoletto, da portavoce del Genoa Social Forum, fu un protagonista delle giornate genovesi. In questa lunga intervista che mi ha rilasciato a fine luglio, esamina i fatti e ricostruisce un inquietante retroscena della “macelleria messicana”, parlando anche dell’evoluzione del Movimento ed esprimendo il suo dissenso nei confronti del G8 2009, programmato alla Maddalena. Ecco il video.

fonte: http://www.pieroricca.org/

Salviamo Pegah dalla lapidazione

La lesbica iraniana che Londra vuole cacciare
l’espulsione rinviata solo di pochi giorni

di JOHN LLOYD

Pegah Emambakhsh

LAPIDARE un uomo o una donna fino a farli morire può richiedere molto tempo, specialmente se coloro che scagliano le pietre desiderano di proposito prolungarne l’agonia. Il colpo di grazia alla testa, in grado di portare a uno stato di incoscienza o alla morte, può farsi attendere anche un’ora, mentre le pietre di piccole dimensioni che provocano contusioni sono rimpiazzate poco alla volta da pietre di dimensioni maggiori in grado di frantumare gli arti. Soltanto quando il corpo è in agonia in ogni sua parte può sopraggiungere la morte.

Questa è la sorte che potrebbe attendere Pegah Emambakhsh, una donna iraniana di quaranta anni, il cui crimine è quello di essere lesbica. Pegah Emambakhsh ha trovato rifugio nel Regno Unito nel 2005, in seguito all’arresto, alla tortura e alla condanna a morte per lapidazione della sua partner sessuale (non è chiaro, ad ogni buon conto, se la sentenza è stata eseguita o lo sarà in futuro). La sua domanda di asilo però è stata respinta: secondo l’Asylum Seeker Support Initiative di Sheffield, dove Pegah si trova rinchiusa in un centro di detenzione, quando le è stato chiesto di fornire le prove della sua omosessualità e lei non ha potuto farlo, le è stato riferito che doveva essere deportata. L’estradizione, che doveva avvenire oggi, all’ultimo momento è stata rinviata al 28 agosto: alla fine del mese potrebbe essere già morta.

La Repubblica Islamica Iraniana, si legge in un recente rapporto, è “più omofobica di qualsiasi altro paese al mondo o quasi. La tortura e la condanna a morte di lesbiche, gay e bisessuali, caldeggiate dal governo e contemplate dalla religione, fanno sì che l’Iran sembri agire in barba a tutte le convenzioni sottoscritte a livello internazionale in tema di diritti umani”.

Leggere il rapporto, redatto da Simon Forbes dell’organizzazione londinese Outrage, è terribile: vi si leggono storie di giovani uomini e giovani donne perseguitati, arrestati, picchiati, torturati e giustiziati – spesso con soffocamento lento – per avere avuto rapporti omosessuali.

Il brutale giro di vite nei confronti dei gay iraniani – gruppo che non ha mai goduto di grande supporto nel suo stesso paese – è iniziato dopo il 1979 e l’arrivo al potere del regime religioso ispirato dall’Ayatollah Khomeini. All’epoca gli omosessuali colti in flagranza o sospettati di essere gay erano impiccati agli alberi sulla pubblica piazza. In linea di massima si trattava di uomini, ma non mancavano le donne. A quei tempi i diritti degli omosessuali non erano una causa granché popolare da nessuna parte e il nuovo regime, ispirato da un genere di fondamentalismo islamico che non poneva limiti al proprio radicalismo e che addossava a Stati Uniti e Occidente la responsabilità di tutti i suoi mali, non vedeva necessità alcuna di dissimulare le proprie azioni. Tutto ciò è andato avanti fino alla fine degli anni Ottanta, quando i diritti dei gay hanno riscosso ovunque maggiore comprensione: le proteste internazionali hanno iniziato a moltiplicarsi e il regime, preoccupato in maggior misura per la propria immagine a livello internazionale, è diventato meno radicale e ha posto fine a queste dimostrazioni.

Ciò non significa che le esecuzioni fossero cessate. Il 19 luglio 2005 due adolescenti gay della città iraniana di Mashhad sono stati impiccati in pubblico, giustiziati con un lento strozzamento. Sono stati condannati a morte per il fatto di essere gay. Le autorità li avevano accusati di aver rapito e stuprato un minore, ma a loro carico non è mai stata prodotta alcuna prova. La comunità gay iraniana e i gruppi di difesa dei diritti umani non hanno mai creduto alle accuse ufficiali. La loro condanna a morte è servita a rammentare a tutti che l’omosessualità, nell’Iran di Ahmadinejad, è tuttora considerata un reato punibile con la condanna a morte. Per gli uomini o le donne sposate la condanna a morte è eseguita tramite lapidazione, perché nel loro caso il reato è considerato più grave. (Pergah, che ha due figli, ha dovuto contrarre un matrimonio organizzato).

Quantunque negli ambienti della middle-class di Teheran una certa discreta attività gay sia ancora possibile, il rischio – estremo, di morte – lo si corre sempre. Il rapporto di Outrage così commenta: “Affermare che per gli omosessuali del 2006 alcune zone dell’Iran sono più sicure di altre equivale ad affermare che per gli ebrei del 1935 alcune zone della Germania erano più sicure di altre”.

Deportare una donna sulla quale incombe una morte tramite lenta agonia per il fatto di esercitare le proprie preferenze sessuali non è azione degna di uno Stato civile: non possiamo che augurarci che le autorità britanniche facciano dietrofront. Una speranza ancora c’è: uno dei membri del Parlamento dell’area di Sheffield dove vive oggi Pegah, Richard Carbon, Ministro dello Sport, alcuni giorni fa ne aveva bloccato la deportazione e le autorità l’hanno rinviata a domani sera. Le associazioni gay hanno diffuso la notizia in tutto il mondo e i media di molti paesi, Italia inclusa, hanno sollevato il caso.

Per la Gran Bretagna in tutto ciò vi è un triste paradosso: essa è stata e rimane il rifugio di molti musulmani che professano apertamente di odiarla, in parte proprio per le sue opinioni relativamente liberali in fatto di omosessualità, e per le sue leggi sui diritti umani. Alcuni musulmani, accusati di istigare al terrorismo, sono stati deportati, la stragrande maggioranza no. Eppure, adesso una donna che in Gran Bretagna ha trovato salvezza da una pena efferata e che ha fatto appello alle autorità perché le considerava tolleranti, potrebbe essere rispedita indietro e, di fatto, mandata a morire. Deportare Pegah Emambakhsh non sarebbe semplicemente un’ingiustizia: sarebbe indegno di uno Stato civile.

Traduzione di Anna Bissanti


(23 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/gb-iran-pegah/gb-iran-pegah/gb-iran-pegah.html

“CHI VUOLE IL SANGUE DI PEGAH EMAMBAKHSH?” La deportazione di Pegah prorogata al 28 agosto. Ma non illudiamoci

COMUNICATO STAMPA

22 agosto 2007


GB-IRAN: Ambasciatore Britannico in Italia promette al Gruppo EveryOne: “Non deporteremo Pegah se esistono rischi per lei in Iran”


Con una lettera a Roberto Malini del Gruppo EveryOne l’Ambasciata Britannica d’Italia manifesta con parole chiare un impegno nei confronti di Pegah Emambakhsh, la donna lesbica iraniana che si è rifugiata nel Regno Unito per sfuggire la tortura e la pena di morte che l’attendono qualora fosse rimpatriata.


“Il Regno Unito rimpatria solo coloro che non hanno bisogno di protezione internazionale e che possono tornare sani e salvi nel loro Paese di origine,” scrive l’Ambasciatore, che ha assunto il suo incarico in Italia lo scorso anno.


“E’ un impegno solenne, ma lo rispetterà il governo del Regno Unito?” si chiedono Malini e Pegoraro, leader del Gruppo EveryOne. “Purtroppo la casistica ci suggerisce quantomeno di dubitarne. L’impressione è che si cerchi di dimostrare l’assurdo, ovvero che Pegah non subirà alcuna forma di persecuzione nell’Iran di Ahmadinejad e degli spietati tribunali islamici.”


Si ricorda che Edward Chaplin conosce perfettamente la mancanza di leggi che tutelino i diritti umani nella repubblica islamica dell’Iran, sia perché è un importante esperto della cultura e della politica mediorientale, sia perché le tappe della sua luminosa carriera l’hanno condotto più volte in Medio Oriente, con incarichi di grande responsabilità.


Nel 1991 Edward Chaplin fu inviato quale funzionario britannico con competenza per il Libano, Israele ed i Territori Occupati e nel 1985 fu assegnato a Teheran in qualità di Capo della Sezione Politica. Tornato a Londra nel 1996, fu Direttore del Dipartimento Medio Oriente dell’FCO, in un periodo dominato dai rapporti della comunità internazionale con Iraq ed Iran. Quindi, nel 2000, è stato nominato Ambasciatore presso il Regno Ascemita di Giordania. Richiamato nel 2002, ha assunto l’incarico di Direttore del’FCO per Medio Oriente e Nord Africa. Nel 2004, dopo la fine del regime di Saddam Hussein, il Sig. Chaplin è stato nominato Ambasciatore britannico in Iraq, istituendo di nuovo l’Ambasciata dopo un’interruzione nelle relazioni fra i due paesi durata 13 anni.


Ecco il testo della lettera:

“Egregio signor Malini, grazie per i suoi commenti riguardanti il caso di Pegah Emambakhsh. Ogni disposizione per l’asilo è attentamente considerata da autorità con grande esperienza, che si basano su un’analisi accurata di tutte le informazioni, e considerano ogni possibile circostanza legata alla richiesta di asilo. Noi rimpatriamo soltanto coloro i quali, al termine dei processi giudiziari, vengono ritenuti non bisognosi di protezione internazionale e che dunque possono tornare in patria in sicurezza. Consideriamo ragionevole che solo un individuo in tale situazione ritorni al suo Paese di origine e se non parte volontariamente possiamo obbligarlo a tornare nei tempi stabiliti. E’ importante seguire un sistema efficace e giusto dell’asilo per evitare che venga concesso a chi non necessiti di protezione internazionale e quindi possa essere rimpatriato. Esaminiamo con grande cura ogni caso specifico prima di rimpatriare una persona e non rimpatriamo chi possa correre un rischio al suo ritorno in patria. Cordiali saluti.”


“CHI VUOLE IL SANGUE DI PEGAH EMAMBAKHSH?” La deportazione di Pegah prorogata al 28 agosto. Ma non illudiamoci


Per sottoscrivere l’appello del Gruppo EveryOne per salvare Pegah Emambakhsh, inviare una mail con nome, cognome e nazione a savepegah@gmail.com e con oggetto “Save Pegah”


La vicenda di Pegah Emambakhsh è l’ennesimo caso di violazione dei diritti umani da parte dei nostri governi. Il Gruppo EveryOne, gli attivisti e i politici che hanno aderito all’appello per la sua vita hanno ottenuto una proroga della deportazione al 28 agosto. Ma non illudiamoci, perché il governo sta solo aspettando che l’opinione pubblica si concentri su altri eventi per costringere Pegah a salire sull’aereo della morte. Deportazioni come quella riservata a Pegah si sono già verificate, anche in tempi recenti, nel Regno Unito e negli altri paesi che si definiscono “democratici”. Se abbandoneremo Pegah, rinunceremo alla nostra umanità e saranno “loro” a vincere.

Il caso di Pegah Emambakhsh dimostra come i fondamentali diritti umani siano ancora oggi calpestati non solo nei regimi totalitari, ma anche nei paesi che si ritengono civili. Le leggi della repubblica islamica dell’Iran prevedono la tortura e la pena di morte tramite lapidazione per le lesbiche, l’impiccagione per gli omosessuali maschi. Sono forme di persecuzione disumane e non a caso, in quanto a diritti umani, l’Iran è paragonato alla Germania di Hitler. I paesi democratici ritengono di essere migliori e di considerare la vita umana il massimo bene e per questo hanno accettato e sottoscritto la Convenzione Europea sui Diritti Umani in cui è stabilito che nessuno debba essere deportato qualora la sua vita sia in pericolo e che, dunque, deportare una persona omosessuale che chiede asilo è una grave infrazione del patto sottoscritto dai paesi democratici europei. E’ un ideale che tutti condividono, finché si trova scritto sulla carta. Quando però si presentano casi reali, ecco che i governi cercano ogni pretesto per deportare i rifugiati omosessuali nei loro paesi di origine, negando il diritto legittimo di asilo e di fatto assassinandoli.

E non ci riferiamo al lontano passato: nel 2005 il governo giapponese negò il diritto di asilo a un rifugiato fuggito dall’Iran, dove era condannato a morte. Lo stesso anno la civilissima Svezia negò l’asilo a un altro gay iraniano. L’Olanda ha smesso di deportare gli omosessuali iraniani in patria, verso la morte, solo nel 2006. Ma è una decisione “temporanea”. Il Regno Unito, grazie alla complicità dei media, nasconde una realtà tragica, caratterizzata da una politica diretta a rifiutare asilo ai gay che fuggono da paesi in cui sono perseguitati. Alcuni gay in attesa di deportazione dal Regno Unito verso l’Iran hanno preferito suicidarsi piuttosto che salire sugli aerei della morte. Per facilitare il compito ai governi insensibili ai diritti umani, i giudici iraniani non condannano gli omosessuali solo per la loro inclinazione, ma aggiungono altri reati, che facilitano le espulsioni: corruzione di minore, violenza, cospirazione ecc.

Nel Regno Unito e in Germania spesso si chiede agli omosessuali di provare la loro inclinazione. E’ un altro vergognoso prestesto per deportarli, perché i rifugiati dovrebbero mostrare ai loro inquisitori, per fornire una prova, la pratica di atti sessuali o documenti videofotografici comprovanti tali atti, visto che non esistono altre possibili prove, al di là della loro parola. Grazie all’appello del Gruppo EveryOne, cui hanno aderito migliaia di persone – fra cui politici, intellettuali, attivisti, persone comuni e tanti giovani disgustati dall’orrore del pregiudizio che rende barbari anche i paesi che si vantano di essere civili – il magistrato ha prorogato la deportazione di Pegah dal 23 al 28 agosto.

Il governo britannico vuole prendere tempo, perché spera che nel frattempo l’opinione pubblica sposti la sua attenzione su argomenti futili come la convocazione di Beckam in nazionale. Noi del Gruppo EveryOne continueremo a parlare, scrivere, impegnarci perché il diritto alla vita di Pegah e di tutte le vittime del pregiudizio che fuggono da regimi che li perseguitano sia rispettato, perché i perseguitati trovino asilo nei paesi in cui tutti noi viviamo, paghiamo le tasse, votiamo e rispettiamo le leggi. Non lasciateci soli, non lasciate sola Pegah, non chiudete gli occhi, non tappatevi le orecchie, non anestetizzate i vostri cuori e le vostre coscienze. L’indifferenza equivale alla complicità in uno sterminio e se vogliamo che i nostri governanti cambino, che diventino uomini buoni e giusti, dobbiamo vigilare sul loro operato e avvertirli con fermezza quando sbagliano, quando gettano la prima pietra. Non lasciamoci ingannare dai loro sorrisi, dai bei vestiti, dai discorsi melliflui: anche i carnefici di Hitler sembravano persone rispettabili. L’orrore e la crudeltà sono molto abili a mascherarsi: sono puliti, impeccabili, hanno larghi sorrisi e a volte portano corone sulla testa. Se vogliamo impedirgli di versare sangue, dobbiamo imparare a guardarli “ai raggi X”. Migliaia di persone in tutto il mondo chiedono che Pegah viva, che i suoi diritti siano rispettati. Pubblicheremo presto alcuni dei loro nomi, ma li sentiamo tutti vicini a Pegah, a Yasmine K (la lesbica iraniana che sta per essere deportata da una Germania che non perde il vizio), a tutti coloro che soffrono e rischiano la vita a causa del pregiudizio, della disumanità di chi ci governa e della colpevole ignavia dei media.


Per il Gruppo EveryOne: Roberto Malini e Matteo Pegoraro

Gruppo EveryOne – Info: + 39 334 8429527

roberto.malini@annesdoor.com

matteo.pegoraro@infinito.it


fonte: http://open-mind.noblogs.org/


Piromani con le ali

a cura di Zret

Nei giorni scorsi purtroppo numerosi e disastrosi incendi hanno aggredito alcune regioni italiane, soprattutto nel Centro-sud e nelle isole maggiori: i roghi hanno causato la distruzione di numerosi ettari di patrimonio boschivo, la morte di moltissimi animali selvatici e pure di alcune persone nel Gargano. Osservando le mappe satellitari dei giorni che hanno preceduto lo sviluppo delle fiamme, si è potuto notare una massiccia irrorazione chimica nelle aree poi divorate o lambite dal fuoco nei giorni immediatamente successivi. Varie testimonianze e diversi dati provenienti sia dall’Italia sia dall’estero si riferiscono alla dispersione nell’atmosfera e nell’idrosfera di zolfo, il cui sgradevole odore è pressoché inconfondibile. (Vedi M. Fratini, Scie chimiche sui crop circles inglesi). Sono state anche registrate e documentate attività chimiche in Croazia e Romania, nazioni dove poi si sono originati i focolai da cui si sono estesi gli incendi.

Lo zolfo (S) è un elemento chimico molto diffuso sia allo stato elementare (zolfo nativo) sia in vari composti. Il primo si rinviene nelle solfatare e nelle solfare ed è presente solo come fase polimorfa rombica bipiramidale in cristalli bipiramidali o in masse compatte irregolari, dal peculiare colore giallo e fragili. Può contenere piccole quantità di selenio e si origina come prodotto di diretta sublimazione o per incompleta ossidazione dell’idrogeno solforato dei gas delle fumarole nei crateri di vulcani attivi o spenti (solfatare) o per riduzione di solfati, per azione dei cosiddetti solfobatteri (solfare).

Lo zolfo ha le seguenti principali proprietà: è un tipico non-metallo, il cui comportamento chimico è simile a quello del selenio e del tellurio. È insolubile in acqua, mentre è solubile in solventi organici. Inoltre – e ciò è cruciale nell’ambito di questo discorso – brucia facilmente a contatto dell’aria con produzione di anidride solforosa (SO2). Infine lo zolfo si combina direttamente con numerosi metalli e non-metalli.

Lo zolfo è usato per la fabbricazione di anidride solforosa e derivati, tra cui l’acido solforico. È impiegato nella vulcanizzazione della gomma sia naturale sia sintetica, in viticoltura e frutticoltura come antiparassitario, nella preparazione di esplosivi, fuochi d’artificio e fiammiferi.

La correlazione tra diffusione di zolfo, attraverso i velivoli chimici, elevate temperature (H.A.A.R.P) e roghi è, per lo meno, evidente, sebbene sia, per ora, prematuro ed un po’ arrischiato, stabilire un nesso di causalità. È, però, indubbio, come abbiamo appreso in questi anni, che apparati occulti (a volte neanche tanto occulti) creano i problemi o provocano calamità, per poi proporre pseudo-rimedi. Non accuserei quindi soltanto i soliti incendiari di aver appiccato i roghi…

Piromani con le ali, dunque ? Temo di sì.

Data articolo: agosto 2007
Fonte: www.sciechimiche-zret.blogspot.com


Cancro: Fatti e finzioni

Sempre più spesso, purtroppo, ci ritroviamo a dover affrontare il discorso cancro. Negli ultimi anni sembra si sia divulgata come un’epidemia, in modo diretto o indiretto questa malattia è diventata l’incubo dell’intera popolazione. Come la peste nel XIV secolo il cancro oggi è un’incognita, o almeno così ci vogliono far credere. Nel 2005 si sono registrati 252.662 nuovi casi di cancro[1], nello stesso anno sono morte 129.833 persone di tumore[2]. Ciò, al contrario di quanto possiamo pensare al primo impatto non vuol dire che le percentuali di sopravvivenza sono del 50%, anzi.

Attualmente le percentuali di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi variano a secondo delle fonti, slittano da una media del 46% generico[1] a una media del 2,3% – 2,5% secondo uno studio fatto su 225.000 persone a 5 anni dal trattamento con le cure ufficiali pubblicato su “A Clinical Oncology”[3]. Incredibile ma vero. E’ praticamente impossibile calcolare una media reale dei sopravvissuti a 5 anni dalla malattia, una sola cosa è certa, qualcosa deve cambiare, ancora troppe persone muoiono ogni anno.

Intorno a noi ci sono moltissimi fattori scatenanti, a partire dall’inquinamento passando per gli alimenti con additivi cancerogeni, i cibi OGM, le radiazioni tecnologiche come le microonde e via dicendo. Tutti fattori scatenanti che potrebbero essere evitati se solo i produttori pensassero un po’ più a noi.

Secondo i più recenti dati pubblicati nel 2006 dall’American Cancer Society nel “The Cancer Atlas” il rischio di ammalarsi di cancro è maggiore nei paesi più sviluppati, dove compare il 46% del totale dei nuovi casi di tumore, pur essendo presente solo il 19% della popolazione mondiale. Si rimane sconcertati quando si pensa che esiste l’automobile ad aria, esiste quella a idrogeno ma ancora oggi l’industria preferisce il soldo dato dalla ricca combustione della benzina. A volte mi domando se il mondo non sarebbe un posto migliore se i miliardi spesi nelle inutili e finte ricerche sul cancro venissero spesi per progetti di prevenzione. Se tutti quanti ci impegnassimo per un mondo pulito, meno inquinato, se le verdure tornassero quelle di una volta e se potessimo proteggere in nostro corpo con i necessari nutrienti, non si abbasserebbe il tasso di mortalità?
E’ un discorso forse un po’ fuori luogo specialmente quando è evidente che il mondo non va come dovrebbe, considerando che viene silenziosamente radiato dall’ordine dei medici chi del mestiere osa solamente avvicinarsi a ricerche alternative che coinvolgono il naturale.


La storia del Dott. Rossaro

L’articolo 5, lettera C della Dichiarazione di Helsinki dichiara: “il trattamento di un paziente, laddove non esistono comprovati metodi preventivi, diagnostici e terapeutici o questi siano inefficaci, il medico, con il consenso informato del paziente, deve essere libero di usare mezzi preventivi, diagnostici e terapeutici non provati o nuovi, se a giudizio del medico essi offrono speranza di salvare la vita, ristabilire la salute o alleviare la sofferenza”.

Il Dott. Paolo Rossaro, che cura i suoi pazienti da oltre 30 anni è indagato di omicidio colposo per avere curato i suoi pazienti con la più classica delle medicine allopatiche e un sostegno psicologico che di certo non si riceve nella maggior parte degli ospedali.[4]
I suoi pazienti lo difendono ma lo Stato lo accusa per non aver usato le cosiddette medicine ufficiali. Purtroppo 2 pazienti non ce l’hanno fatta, sì fanno parte delle 130.000 persone che ogni anno non ce la fanno. Dove sono le denunce agli altri medici che non sono riusciti a far guarire i loro pazienti? Confrontando la medicina naturale con la chemioterapia si riesce a capire meglio il meccanismo della sanità attuale nel trattare i malati di cancro.
I dati epidemiologici delle cure ufficiali indicano che a 5 anni dal trattamento la sopravvivenza è del 2,3% – 2,5%, mi sembra una percentuale troppo scarsa perché possa essere considerata una terapia efficace. In ogni caso la procedura usuale di cura dopo la diagnosi consiste in: chemioterapia, radioterapia e chirurgia. Uno alla volta, in coppia o addirittura a cicli includendo tutti e tre.

La chemioterapia – una pratica assassina

Tra gli oncologi americani il 75% rifiuterebbe la chemioterapia in caso di malattia a causa degli effetti devastanti sull’organismo e la sua inefficacia.
Tra gli effetti indesiderati con più rilievo, la chemioterapia causa sterilità, aborti, malformazioni nei figli, danni a cuore, fegato, reni, sistema nervoso e produzione di tumori secondari. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Biology, la terapia farmacologica per la cura del cancro può indurre una vasta gamma di effetti neurologici collaterali, anche un’insorgenza di demenza.[5]

Nonostante le basse percentuali di successo, nonostante le svariate ricerche che provino gli effetti devastanti sull’organismo, chi ha il coraggio di chiamarla CURA? In quale buco nero è finito il giuramento d’Ippocrate sul quale i medici giurano “di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza”?

Qualche anno fa, due studi indipendenti statunitensi hanno rilevato che l’analisi di due geni nel DNA può prevedere se una chemioterapia ha possibilità di successo o meno. [6]
Questo test potrebbe salvare moltissime vite, potrebbe evitare a moltissime persone di patire inutilmente gli effetti indesiderati della chemio dando la possibilità a molti di cercare metodi alternativi che potrebbero migliorare la qualità della vita e/o curare.

Le alternative esistono, non smetterò mai di ripeterlo.

La terapia del Dott. Di Bella, il protocollo di Giovanni Puccio, l’ascorbato di potassio del Dottor Pantellini, le cure con l’aloe come quella di padre Romano Zago e moltissimi altri che mirano a rafforzare l’organismo per far sì che sia il nostro sistema immunitario a sconfiggere la malattia senza danneggiare e indebolire il resto del nostro corpo. Per completare il quadro cosiddetto alternativo ci sono medici che hanno rivoluzionato il pensiero scientifico, il Dottor Hamer con le 5 leggi biologiche del cancro sta ottenendo ottimi risultati, collegando la malattia al trauma subito e risolvendo il conflitto scatenante che è all’origine del “cortocircuito” nel cervello.

Esiste una precisa corrispondenza tra il decorso del conflitto, l’evoluzione del tumore e quella del focolaio di Hamer nel cervello. Il conflitto colpisce quindi in modo quasi sincrono, la psiche, il cervello e l’organo. Allo stesso modo, il superamento del conflitto coinvolgerà contemporaneamente la triade psiche, cervello, organo. Risolto il conflitto, il focolaio di Hamer si rigenera, con la formazione di un edema perifocale, mentre le cellule cancerose, la cui proliferazione anarchica era dovuta ad un errore di codificazione del cervello (considerato come emittente di ordini), cessano dall’essere stimolate da codici erronei ed il cancro viene arrestato. [7]
Il Dott. Tullio Simoncini è un altro medico che ha rivoluzionato le teorie scientifiche sul cancro[8]. Attraverso i suoi studi dimostra che il cancro è causato dal fungo della Candida. Simoncini sostiene che l’unico mezzo per distruggere queste colonie fungine ed impedire che si rinnovino, consiste nel somministrare forti concentrazioni di sali, in particolar modo Bicarbonato di Sodio.[9]
Sembra una teoria semplicistica in confronto all’enorme calvario che subiscono migliaia di persone ogni anno, ma dal mio punto di vista è necessaria una vera rivoluzione nel campo medico e scientifico. Ci sono troppi morti. E’ ora di agire, è ora di confrontare realmente i risultati della medicina ufficiale a quelli delle nuove medicine rivoluzionarie, non individualmente ma insieme si può guarire, si può prevenire e si può migliorare notevolmente la qualità della vita.

Amanda Adams
La Leva di Archimede

1. American cancer Society (ACS) “The Cancer Atlas 2006”
2. Tutti i tumori: stime di mortalità 2005 www.tumori.net
3. PubMed – A Clinical Oncology Autore: Morgan
4. Su laleva.org: http://tinyurl.com/2dq49s
5. Pubblicato su laleva.org: http://tinyurl.com/2x2slt
6. Pubblicato su laleva.org: http://tinyurl.com/27r5sd
7. Kankropoli di A. Mondini http://tinyurl.com/ypqg68
8. Tullio Simoncini http://tinyurl.com/2hzfr3
9. Tulli Simoncini http://tinyurl.com/2zeln4

fonte: http://www.laleva.org/it/2007/07/cancro_fatti_e_finzioni.html

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Arnoldo Foà, un ragazzo di 91 anni

L’attore, a Spoletoestate con “Il vecchio è scappato”, racconta il suo rapporto con l’età
“Me ne rendo conto solo davanti allo specchio. Per il resto, poco è cambiato”

“La vecchiaia? Solo una convenzione”

Settant’anni di carriera soprattutto a teatro ma anche al cinema e in tv
Quattro mogli, l’ultima è Anna: “Una meraviglia, ci divertiamo un sacco”
di ALESSANDRA VITALI


Arnoldo Foà


“NON so bene che cosa significhi essere vecchio. Però lo sono”. Ha 91 anni, Arnoldo Foà, ma non ci fa caso. Solo, dice, davanti allo specchio. Per il resto fa le cose che ha sempre fatto. Anche amare: la quarta moglie, Anna. Foà somiglia al protagonista di Il vecchio è scappato, lo spettacolo scritto e diretto da Luis Gabriel Santiago che porta in scena domenica 26 agosto a Spoletoestate 2007, in corso nella città umbra fino al 7 settembre. La storia di un vecchio, appunto, che trova aperto il cancello dell’ospizio, esce, “e pensa, e parla, e racconta, e ricorda…”. Di ricordi, l’attore ne ha un baule pieno, settant’anni di carriera fra teatro, soprattutto, ma anche televisione e cinema. E scrittura: commedie, poesie, racconti, pensieri. Come Recitare, del 1998, in cui spiega il mestiere. “Fare l’attore è difficilissimo, di una serietà infinita, assoluta”.

Arnoldo Foà, lei si sente vecchio?
“No. Però me ne accorgo. Uno, quando vive, vive, poi si ferma e capisce che qualcosa è cambiato. L’aspetto fisico, ad esempio. Guardarmi allo specchio è terribile”.


Non dica così.
“Guardi, proprio oggi ho scritto una poesia. Gliela leggo. Quando mi vedo nudo / mi faccio pietà / perché 91 anni / sono una bella età / ma vederti la pelle cadente e tutta grinze / e i capelli sfoltiti, bianchi come la neve… Alla fine mi chiedo: io, che ho campato a fare?”

Ha avuto una vita ricchissima, le sembra così inutile?
“No, anzi, mi sembra tanto lunga, se ricordo i posti dove sono stato, le mogli che ho avuto…”.

Quante?
“Sono alla quarta. Anna. Meravigliosa. La chiamo ‘il culo della mia vita’, nel senso di fortuna. Perché la fortuna è una scelta di cose che conosci, mentre il ‘culo’ è una cosa che non pensavi possibile. La penultima moglie è stata un tale disastro…”.

Come si ama a 91 anni?
“In tutti i modi. Non le sto a descrivere quali, ma ci sono anche quelli. Un desiderio fisico che è amicizia, amore, bellezza, ammirazione, simpatia, mille cose”.

Vi divertite?
“Molto. Scherziamo in continuazione. Litighiamo, anche. Poi facciamo pace e ci baciamo”.

E la vecchiaia?

“Ma la testa è la tua, quella di sempre. Scrivo una poesia oggi come la scrivevo quand’ero ragazzo. In teatro, lavoro come lavoravo prima. Sono gli altri che ti vedono vecchio e ti giudicano come tale”.

Una convenzione?
“Direi di sì. Anche se qualche abitudine è cambiata. La notte può succedere che mi svegli alle quattro. Allora giocherello col computer, verso le sei faccio colazione, mi rimetto a dormire e mi alzo alle 11″.

Usa anche internet?
“No, non mi interessa. Al computer scrivo poesie, racconti, pensieri, ma non navigo. Ci pensa mia moglie, per esempio prima di partire guarda come sono gli alberghi dove dobbiamo andare”.

Viaggia anche quando non lavora?
“Le racconto cosa mi disse un impiegato di mio padre. Era nato vicino Firenze, figlio di uno stradino, un uomo intelligentissimo che nella vita non aveva visto nulla. Prima di morire disse: ‘Arnoldo, faccia la fame ma veda il mondo’. Mi ha cambiato la vita. Ho fatto l’attore per vedere il mondo. Un mestiere di una serietà infinita: devi saper fare tutto, leggere molto, conoscere tutto”.

Prossimo viaggio?
“Non faccio progetti. Mi piacerebbe visitare la Grecia, ho visto solo Atene. Ma soprattutto vorrei finire una commedia alla quale lavoro da anni. Una difficoltà bestiale”.

Perché?
“E’ la storia di Joshua, un ebreo della Palestina, seguace di Cristo e contrario alla Chiesa cattolica apostolica romana, che disprezza in modo assoluto. Come me. Anch’io disprezzo la Chiesa cattolica romana, si interessa di cose di cui non dovrebbe interessarsi. Dovrebbe essere umile, com’era Gesù. Invece non lo è più. Anzi, non lo è mai stata”.

(22 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/persone/arnoldo-foa/arnoldo-foa/arnoldo-foa.html

La comunità marocchina in Italia: "Nessuno tocchi la Madonna"

Durissima presa di posizione della presidente Souad Sbai nei confronti dell’immigrato che ha cercato di murare una edicola votiva con all’interno una statua della Madonna: “I monumenti religiosi fanno parte della tradizione del paese che ci ospita. Basta leggere il Corano per capire quanto sia importante la figura di Maria per i musulmani”

Un'edicola con una statua della Madonna Roma, 22 agoSTO 2007 – “Le edicole votive non si toccano, così come tutti i monumenti religiosi che si trovano in Italia, perchè fanno parte della storia e della tradizione del paese che ci ospita”. È una Souad Sbai davvero irritata quella che commenta il gesto compiuto da un extracomunitario musulmano a Cascina Rimoldo, nel comune di Casatenovo (Lecco), che ieri ha cercato di murare una edicola votiva con all’interno una statua della madonna.

Per la presidente della Confederazione dei Marocchini in Italia, si è trattato di un episodio che ha turbato non poco la comunità maghrebina che vive nel nostro paese. “Per quanto riguarda questo caso specifico – ha affermato – riteniamo che quello compiuto sia un atto selvaggio e di ignoranza: basta leggere il Corano per capire quanto sia importante la figura di Maria per i musulmani. Inoltre è un gesto che denota una mancanza di rispetto da parte di questa persona verso il paese che lo ospita e le sue tradizioni. Chi non accetta la presenza di questo genere di monumenti di cultura secolare in Italia è pregato di ritornare al proprio paese e di lasciare gli italiani liberi di professare il loro culto come meglio credono”.

Secondo la Sbai alla base di questo gesto ci sarebbe dunque l’ignoranza, mista però al fanatismo ideologico propagandato in alcune moschee a immigrati che non hanno alcuna scolarizzazione.
“Invitiamo per questo la polizia e le autorità locali ad intervenire per far rispettare la legge – aggiunge la presidente della Confederazione dei marocchini – in difesa non solo delle edicole votive ma di tutti i monumenti. È necessario per questo punire coloro i quali dovessero violarli”.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/08/23/32086-comunita_marocchina_italia.shtml