Archivio | agosto 24, 2007

Ministri e associazioni mobilitati per salvare Pegah

Manifestazione per i diritti degli omosessuali, foto Themba Hadebe-Ap


ROMA
(24 agosto)L’Italia potrebbe accogliere Pegah Emambakhsh, la lesbica iraniana rifugiatasi in Gran Bretagna perché nel suo paese rischia la pena di morte e che Londra intende espellere. Il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, si è detto «assolutamente d’accordo con la proposta lanciata dal ministro Barbara Pollastrini che l’Italia dia asilo a Pegah». «Sono assolutamente d’accordo sulla proposta di asilo politico in Italia per Pegah Emambakhsh avanzata dal ministro Pollastrini», ha detto anche il sindaco di Roma Walter Veltroni.

Oggi alti diplomatici britannici avrebbero ventilato l’ipotesi che le autorità di Londra possano bloccare l’espulsione della donna davanti a un chiaro impegno politico dell’Italia ad accogliere Pegah come rifugiata politica. «È la prima volta che esponenti britannici dimostrano piena disponibilità nel caso di Pegah», ha dichiarato all’agenzia Aki-Adnkrosno Roberto Malini di EveryOne, l’associazione che si batte per salvare Pegah.

L’ambasciata britannica a Roma aveva invitato gli attivisti del gruppo Everyone a un incontro per «esporre in prima persona e più diffusamente le loro opinioni rispetto al caso di Pegah Emambakhah». L’ambasciata, consapevole della grande attenzione dedicata al caso negli ultimi giorni dalla stampa e dall’opinione pubblica italiane, ha spiegato di aver rivolto questo invito «al fine di poter meglio riferire a Londra circa la situazione che ha portato tanti cittadini italiani a manifestare la propria preoccupazione rispetto al caso della cittadina iraniana».

Malini ha anche riferito il disagio di alcuni diplomatici britannici dinanzi all’eventualità di una condanna a morte di Pegah. Oggi il gruppo ha consegnato in ambasciata una documentazione che rivela come in Iran sia stata già emessa ufficialmente contro Pegah una condanna a morte per istigazione all’insurrezione dall’estero. «Abbiamo anche presentato dieci testimonianze che attestano l’omosessualità di Pegah», ha detto Malini.

Londra ha respinto la richiesta di asilo politico di Pegah, sostenendo che la donna non può dimostrare i suoi orientamenti sessuali e di conseguenza il rischio di essere giustiziata nel suo Paese. Il 13 agosto la donna è stata arrestata e portata in un centro di accoglienza in attesa dell’espulsione. «Ci hanno assicurato che questi documenti verranno subito inviati al governo britannico», ha aggiunto Malini.

«Salvare una vita umana è un dovere del governo e di tutte le forze politiche. I Verdi chiedono al ministro Amato di offrire la disponibilità del nostro Paese a ospitare la cittadina iraniana Pegah, condannata a morte perché lesbica», ha affermato Gianpaolo Silvestri, responsabile diritti civili dei Verdi. «Grazie alla norma che prevede l’asilo per chi in patria è discriminato per l’identità sessuale – prosegue il senatore del Sole che Ride – l’Italia ha salvato già diverse persone. Si deve fare di tutto per evitare che Pegah sia lapidata e uccisa solo perché omosessuale».

«Lunedì dovremo essere tutti davanti all’ambasciata britannica a protestare contro l’assurdo balbettio di istituzioni giudiziarie e governative di quel grande paese sulla questione di Pegah Emambakhsh», è infine l’invito di Federico Orlando e Giuseppe Giulietti, presidente e portavoce dell’associazione Articolo21.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7671&sez=HOME_INITALIA

I matti sbarcano alla stazione di Pechino

Il treno di disabili, operatori e familiari alla sua ultima tappa
Dopo la pioggia sul lago Bajkal e la dolcezza della Mongolia

“Fratelli d’Italia” tra emozione e stanchezza

di FEDERICA MACCOTTA

L’URLO che accompagna la frenata del treno e l’ingresso alla stazione di Pechino è diverso da tutti gli altri. Più stanco, più emozionato. Si canta l’inno di Mameli e ci si abbraccia. Il treno dei matti, partito da Mestre l’8 agosto con a bordo 208 tra pazienti psichiatrici, operatori della salute mentale, familiari e volontari, è arrivato a destinazione. All’ultima tappa di un’avventura lunga 15mila chilometri, organizzata dai movimenti Anpis (Associazione nazionale polisportive per l’integrazione sociale) e “Le parole ritrovate” con il patrocinio del ministero della Salute.

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In ogni stazione, a ogni sosta – Budapest, Mosca, Irkutsk, Ulan Bator – la carovana si è fatta riconoscere. Canti e cori, striscioni e magliette: 208 persone non passano inosservate. Ma stavolta è diverso. Ci sono quindici giorni di viaggio sulle spalle e tanta stanchezza. “Mezz’ora prima di arrivare in stazione – racconta Margherita, volontaria di Imola – abbiamo cominciato a prepararci. Nei vagoni si sentiva l’emozione”. E quando il treno si è fermato, la gioia è esplosa. Profonda e palpabile, accompagnata da voci stanche ma eccitate che intonavano l’inno d’Italia. Qualcuno attacca Bella ciao, altri cori da stadio. L’ambasciatore italiano Riccardo Sessa saluta. Mettere piede a Pechino per tutti significa: ce l’abbiamo fatta.

La sfida di portare fino in Oriente la filosofia del “fare assieme” e della condivisione, combattendo il pregiudizio che avvolge la diversità, ha avuto successo. Nonostante la fatica, la “malattia del viaggiatore” che ha sfiancato molti dei 208 temerari creando infinite code ai bagni, la voce circolata lungo la Transmongolica che la carovana rischiava di non poter entrare in Cina proprio per la presenza di disabili psichici. “Lo scopo del viaggio è ridare una speranza” spiega Rosalia, utente di Palermo, mentre si gusta la prima cena a Pechino. “Abbiamo visto tante cose meravigliose, ma ora sto mangiando e non mi vengono in mente tutte”.

Il lago Bajkal. Tutte no, ma attraverso i 416 occhi si può ricostruire un puzzle di emozioni e paesaggi. Quelli siberiani, dell’arrivo a Irkutsk dopo quattro giorni su un treno speciale lungo la Transiberiana. Con la visita al lago Bajkal, il più profondo e il più antico del mondo, sotto un cielo grigio come piombo che rovescia gocce di pioggia. Il treno dei 208 circumnaviga l’enorme specchio d’acqua e si ferma su un binario antico e che non viene più usato. Il personale attrezza un barbecue all’aperto, ma la pioggia annacqua gli umori. Però uno spiedino e la leggenda che chi fa il bagno nel lago vive dieci anni di più convince qualche ucraino e un paio di italiani a lanciarsi. Sei-otto gradi di temperatura, ma un’emozione che scalda.

La spaghettata alla frontiera. L’attesa al confine tra Russia e Mongolia è lunga, come al solito si dovrebbe restare nelle cuccette per rendere possibili i controlli. Si dovrebbe, perché il gruppo siciliano, d’accordo con il cuoco Dimitrij, dà vita a una spaghettata di mezzanotte. La pasta – venti chili – viene dall’Italia, il sugo anche. Ma il momento di scolare coincide con la salita sul treno dei militari russi: loro chiedono i passaporti, i viaggiatori offrono piatti. Alla fine anche i soldati si arrendono e chiudono un occhio sulla confusione.

La Mongolia. La Transmongolica porta fuori dalla Siberia e dai suoi paesaggi duri. Dai finestrini del treno (dieci carrozze tutte per i 208) si guarda ammirati una nuova luce che inonda prati verdi e colline. Anche il primo impatto con la popolazione mongola, a Ulan-Ude, è dolce: “Tutti ci sorridono, non come in Siberia”, dice la volontaria Margherita. La Mongolia poi è Ulan Bator, con la visita a un monastero buddista e al Parco nazionale Terelj, una vallate verde in cui si svolge una rappresentazione degli sport nazionali: lotta libera, tiro con l’arco, contorsionismo e corse con i cavalli. E, soprattutto, Ulan Bator è l’incontro con l’Aifo, associazione locale di disabili, e con padre Ernesto Viscardi, missionario che aiuta i bambini mongoli costretti a vivere nelle fogne per non morire di freddo.

La Cina, alla fine. Ultima tappa la Cina, il viaggio è agli sgoccioli. A Erlian il treno speciale si deve fermare, e i 208 continuano il tragitto tra pullman e convogli di linea. A Datong si visitano le grotte Yungang, antichissime e piene di statue di Buddha. Poi, finalmente, Pechino. Qui i viaggiatori passeranno gli ultimi giorni, prima di tornare in Italia in aereo. Con un bagaglio di immagini e sorprese che forse nessuno aveva messo in conto, a Mestre. “Sto imparando anche a mangiare con le bacchette – racconta il catanese Francesco, il più piccolo del gruppo, nove anni (“Quasi dieci”, sottolinea) – Ma è difficile, ci metto ancora tanto”. Lui vorrebbe vedere l’esercito di terracotta, si dovrà “accontentare” della Grande Muraglia: una delle ultime visite dei matti sulle orme di Marco Polo.


(24 agosto 2007)

ARTICOLI PRECEDENTI:

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/treno-marco-polo2/arrivo-pechino/arrivo-pechino.html

ANNI SESSANTA: LA GRANDE OSSESSIONE DEL CAMBIAMENTO

di FRANCO CASSANO

Nessuna generazione ha uguagliato il protagonismo di quella degli anni Sessanta, la sua voglia di prendere la parola e di giudicare il mondo. I giovani di quegli anni si sentirono profeti e protagonisti di un passaggio straordinario, il mutamento non lo lessero sui libri di scuola, ma furono loro ad annunziarlo: The times they are A-changin’, cantava Bob Dylan.

Ogni generazione è segnata
in modo indelebile, ricorda Mannheim, dalle sue “prime impressioni”, che tendono a fissarsi come la sua concezione naturale del mondo, che rimane “viva e determinante”, anche quando tutto il corso posteriore della vita dovessecontraddirla. Ebbene, i primi anni Sessanta sono quelli in cui tante trasformazioni sembrano formulare una grande promessa. Il tramonto del colonialismo e della guerra fredda apre la prospettiva di un mondo molto diverso da quello della prima metà del secolo, aperto e pacifico, lontano dalla scarsità e dalla paura. L’orizzonte si allarga e c’è più luce: tutta la vita sembra abbandonare la fredda austerità del bianco e nero per tuffarsi nella gioiosa sensualità del colore.

Proprio perché è molto cambiato, il mondo sembra poter cambiare ancora: la parola “nuovo” in quegli anni non è ancora colonizzata dalle filosofie aziendali dell’innovazione ed ha una grande forza evocativa. A questo cambiamento contribuisce lo sviluppo di un capitalismo che, beffando le prognosi staliniane che lo condannavano alla stagnazione, è cresciuto vorticosamente ed ha trasformato in profondità, addolcendola, la vita quotidiana di grandi masse.

L’espansione dei consumi e dell’industria culturale incoraggia l’espressione dei desideri e delle aspirazioni ed erode il primato dell’etica della prestazione e del lavoro. A qualcuno questa trasformazione fa paura. Daniel Bell, che proprio in quegli anni ispira la nascita dei neo-conservatori americani, denuncia questa trasformazione come il passaggio “dall’etica protestante al bazar psichedelico”. È una diagnosi pessimista e riduttiva.

Quelli sono anche gli anni “keynesiani”, in cui l’onnipotenza del mercato è contrastata dall’espansione del Welfare State e i diritti di cittadinanza si espandono. Certo, nella rivendicazione di una libertà integrale c’è il pericolo che il no rimanga da solo: il titanismo è il rovescio del protagonismo e il sogno di affrancarsi da ogni limite spesso precipita nel vuoto. Ma quei giovani sono anche appassionati ai temi collettivi, la libertà di cui parlano non va
mai da sola, e ai no si accompagnano molti sì: il famoso slogan “fate l’amore e non la guerra” non era un invito a disinteressarsi del mondo, ma a cambiarlo radicalmente. La liberazione individuale e quella collettiva si limitano e si arricchiscono a vicenda.

E, proprio perché si è convinti che da soli non ci si può salvare, s’incrina la mitologia del successo.
Coloro che una volta erano disprezzati, i losere gli indiani, diventano i nuovi eroi: c’è più dignità in un uomo da marciapiede che nelle medaglie del dottor Stranamore.
Ma questa imperiosa e splendida libertà, che vuole cambiare il mondo, produce anche molte paure.

In una scena famosa di Easy Rider, cult movie di quegli anni, uno dei protagonisti si chiede perché lui e il suo amico, che stanno attraversando l’America in moto, si siano imbattuti ovunque
nella sorda ostilità degli abitanti. A questa domanda l’avvocato Hanson (Jack Nicholson) dà una risposta che merita di essere ricordata: «Essi non hanno paura di voi, ma di ciò che rappresentate. E quello che voi rappresentate è la libertà. Parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse, perché è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. Tutti parlano della libertà, ma quando vedono un individuo veramente libero hanno paura».

Il cambiamento ha infatti molti nemici, ed alcuni di essi giocano in modo pesante. Un’immagine soltanto solare di quegli anni sarebbe unilaterale, perché essi sono anche quelli in cui vengono assassinate, una dopo l’altra, quasi tutte le diverse espressioni del cambiamento: Patrice Lumumba, John Kennedy, Malcom X, “Che” Guevara, Martin Luther King, Bob Kennedy. In un mondo in subbuglio i nemici del cambiamento non stanno guardare. E non abitano solo ad ovest, perché tra essi occorre mettere, con un posto d’onore, la Russia Sovietica, la cui miserabile risposta al ’68 è stata l’occupazione di Praga.

Quel movimento non fu quindi soffocato, come oggi fa comodo pensare, solo dai suoi limiti che pure furono grandi, ma anche dall’ottusità repressiva del mondo che aveva sfidato.
Con effetti di lungo periodo: quando la prospettiva di una trasformazione collettiva s’inabissa, sopravvivono solo le schegge impazzite del terrorismo e i cambiamenti compatibili con il nuovo potere.

Le opzioni febbrili e brucianti di quegli anni si trasformano in target specializzati del mercato e il nuovo vangelo della competizione individualizza l’anima e i sogni. Tutto l’orizzonte si privatizza, offrendo come unica possibilità di cambiamento l’ascesa individuale ed il successo: i loser non vanno più di moda e il personaggio più ricercato è oggi il winner, colui che si salva da solo.

La libertà di oggi è più debole perché ha smesso di giocare con quella di tutti ed è consumata da un individualismo che la rende incapace di affiancare ai suoi tanti no alcuni sì altrettanto forti e precisi, non sa promettere e non sa legarsi.
Ecco perché lascia spazi immensi al ritorno aggressivo delle Chiese.

I FILM

IL LAUREATO
Anticipando il ribellismo che stava per esplodere nelle giovani generazioni americane, il film ha come protagonista Benjamin (un Dustin Hoffman ancora semisconosciuto) che intraprende una relazione con la borghese Signora Robinson ma si innamora di sua figlia Elaine.
Celebre la colonna sonora di Simon & Garfunkel.
Di Mike Nichols (1967)

IL SERPENTE DI FUOCO
Psichedelia allo stato puro. Viaggio all’Lsd di un regista in crisi (Peter Fonda) che si risveglia nel
letto di una sconosciuta.
Colori sgargianti e immagini surreali per raccontare il trip del protagonista.
Di Roger Corman (1967)

EASY RIDER
Musica, ribellione e droga nel road movie manifesto della cultura alternativa americana anni ’60. Billy e Wyatt, dopo aver venduto una partita di droga, partono per un viaggio in sella ai loro
choppers.
Di Dennis Hopper (1969)
fonte: Diario-LaRepubblica di oggi


"Le Vite degli Altri" distrutte dalla Stasi

SU GRADITO SUGGERIMENTO DI SKAKKINA, PUBBLICHIAMO LA RECENSIONE DEL BELLISSIMO FILM “LE VITE DEGLI ALTRI”.

E la Storia (dimenticata) rivive in un film

Il regista (Oscar per la migliore opera straniera): “In Germania tutti preferiscono rimuovere”
E per fare un parallelismo con l’Italia, cita lo scandalo delle intercettazioni
di CLAUDIA MORGOGLIONE

Una scena del film


ROMA –
E’ un caso davvero unico, nel panorama internazionale: un regista europeo (tedesco) praticamente sconosciuto, che col suo debutto su grande schermo ottiene un incredibile successo, in tutto il mondo. Aggiudicandosi una pioggia di premi, dai cosiddetti oscar europei all’Oscar vero e proprio, per la migliore pellicola straniera. Un exploit singolare, anche perché il film – bellissimo – affronta un tema oscuro, difficile, certo non popolare: le persecuzioni e lo spionaggio indiscriminato a opera della Stasi, la famigerata polizia segreta della Ddr. Una tragedia che ha pesato per decenni sulla popolazione della Germania Est, e che poi, dopo la caduta del Muro, è stata rimossa, oscurata.

Ma adesso, a squarciare il velo, ci pensa il cinema. Anche se Le Vite degli Altri – questo il titolo del film, diretto dal debuttante Florian Henckel von Donnersmark, classe 1973, e in arrivo nelle nostre sale a fine settimana – non è affatto una storia a tesi, ideologica. No, la sua forza è proprio nell’umanità e nella verità dei suoi personaggi principali. Oltre che nell’andamento da thriller, in cui si sta col fiato sospeso per le sorti dei protagonisti.


Siamo a Berlino est, nel 1984: il capitano Gerd Wiesler (Ulrich Muhe, bravissimo) è un ufficiale della Stasi, freddo, idealista, abilissimo a interrogare sospetti e a farli crollare. Viene contattato da un alto dirigente molto carrierista, il colonnello Anton Grubitz (Ulrich Tukur), che gli dà l’incarico di sorvegliare a tempo pieno lo scrittore e drammaturgo Georg Dreyman, fiore all’occhiello del regime. La cui unica colpa è essere il compagno dell’attrice teatrale Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), donna sensuale, tormentata e dipendente dalle pillole, di cui si è invaghito il ministro della Cultura (Thomas Thieme).

Per Wiesler, almeno in apparenza, un lavoro come un altro. E anche poco interessante, visto che Dreyman è attentissimo a non fare nulla che possa spiacere al regime. Le cose però cambiano quando un suo amico dissidente, il regista Albert Jerska, muore suicida; allora lo scrittore prende coraggio e decide di inviare clandestinamente un suo articolo di denuncia, al di là del Muro. Una scelta che porterà anche l’uomo che spia ogni sua mossa a cambiare atteggiamenti, modi di pensare, certezze. E solo dopo alcuni anni, con la riunificazione della Germania, la verità verrà a galla…

Il tutto in un film cupo, noir, in parte romantico, vista la storia di passione e disperazione che unisce lo scrittore e l’attrice. Girato nei veri luoghi simbolo della Ddr, come l’ex quartier generale della Stasi. Frutto di anni di ricerche, da parte del regista e sceneggiatore. Ricco di particolari realistici, sulla Germania comunista: dalle prostitute di regime, usate per alleviare la solitudine degli ufficiali della Stasi, al modo di condurre gli interrogatori dei sospettati.

E, soprattutto, efficace nel rendere quella atmosfera di sottile paura, di terrore vero anche se sottotraccia, in cui vivevano i cittadini. E che Henckel von Dommersmark, malgrado la giovane età, ricorda bene: “I mie genitori erano entrambi dell’Est – racconta oggi, alla presentazione italiana del film – ma erano andati all’Ovest prima della costruzione del Muro. A volte, però, ci portavano dall’altra parte, a trovare i parenti: ricordo bene la paura che provavamo, ogni volta. E anche l’atteggiamento di chi viveva lì, quel tenere sempre gli occhi bassi”.

Il suo, però, non è un film biografico. Ma un tentativo – riuscito – di raccontare quegli anni. Per questo l’autore ha visionato tantissimo materiale, e anche parlato con ex dirigenti della Stasi: “In nessuno di loro – racconta – ho visto il minimo rimorso. Un ufficiale, ad esempio, mi ha detto: ‘Era la guerra fredda, e in guerra ci sono altre regole’. Insomma, usava il concetto della guerra come scusante per tutto quello che aveva fatto”.

Un atteggiamento di rimozione che, paradossalmente, unisce i carnefici alle vittime. “Per legge, in Germania – racconta ancora il regista – tutti i cittadini dell’ex Ddr hanno diritto a consultare il fascicolo contro di loro della Stasi. Ebbene, solo il 10 per cento ha usato questa possibilità: gli altri preferiscono dire che in fondo allora si stava meno peggio di quanto si dice. Per non parlare dei collaboratori della polizia segreta: erano duecentomila, solo due o tre lo hanno ammesso. Gli altri sostengono che il loro risultare collaboratori era una bugia messa in giro proprio dalla Stasi!”.

Tra i pochi che hanno voluto subito vedere il proprio fascicolo c’è l’attore Ulrich Muhe, protagonista e vero eroe del film. Che ha così scoperto di essere stato spiato sia sia dalla moglie, sia da quattro membri della sua compagnia teatrale. Circostanze dolorosissime che spiegano – insieme al talento professionale – la sua straordinaria interpretazione del tormentato capitano Wiesler.

Certo, resta il fatto che, al di là del contesto storico ricostruito così dettagliatamente, Le Vite degli Altri – come ammette il suo stesso autore – “tratta un tema universale: le organizzazioni di potere che violano la nostra privacy. E quello che è successo a voi in Italia, con lo scandalo delle intercettazioni. E che ha spinto Sidney Pollack a chiedere i diritti per il remake del mio film: ambientandolo però nell’America attuale. Quella del Patriot Act”.
(2 aprile 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/spettacoli_e_cultura/vite-degli-altri/vite-degli-altri/vite-degli-altri.html

Addio, Ulrich Mühe

L’attore de ‘Le vite degli altri’ si è spento domenica scorsa a Lipsia. Prima di morire aveva annunciato di essere malato di cancro.


di Fabio Fusco

Addio, Ulrich Mühe

L’attore tedesco Ulrich Mühe si è spento domenica scorsa a Walbeck, vicino Lipsia: nei giorni scorsi l’interprete de Le vite degli altri aveva annunciato di essere malato di cancro allo stomaco e di essersi anche sottoposto ad un intervento chirurgico poco dopo la cerimonia degli Academy Awards, durante la quale il film di cui è stato protagonista ha vinto l’Oscar per il Miglior Film straniero.

Mühe, che era nato 54 anni fa a Grimma, in Germania aveva iniziato a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo iscrivendosi alla Hans Otto Theater Academy, e nel corso della sua carriera era stato tra gli interpreti di pellicole come Amen di Costa-Gavras, e Funny Games, diretto da Michael Haneke. L’ultimo film da lui interpretato è Nemesis, un thriller psicologico di Nicole Mosleh nel quale Mühe ha recitato accanto alla sua seconda moglie, Susanne Lothar, che gli aveva dato due figli. L’attore aveva anche un’altra figlia avuta dal primo matrimonio con l’attrice tedesca Jenny Gröllmann, scomparsa lo scorso anno per un tumore.

Mühe aveva deciso di trascorrere gli ultimi giorni a Walbeck per essere vicino ai suoi familiari.

25 Luglio 2007

fonte: http://cinema.castlerock.it/news.php/id=4370/notizia=addio-ulrich-muehe


Michael Moore e il suo "Sicko"

Il regista a Roma: “Voi avete lunghe liste d’attesa ma se siete gravi
vi curano subito. Da noi si muore e in questo modo si eliminano le liste”

“Che bella la sanità italiana”

Battute su Berlusconi. Sabina Guzzanti “una sorella, forse un giorno faremo un tour”


di CLAUDIA MORGOGLIONE


ROMA
Solo un personaggio controcorrente, trascinante e controverso come Michael Moore poteva riuscire a compiere la più impossibile delle missioni: far sentire gli italiani orgogliosi del proprio sistema sanitario nazionale. Proprio qui, nel paese dei mille episodi di malasanità, delle liste di attesa interminabili, degli scandali per episodi di corruzione veri o presunti. Ma lui, il regista già premio Oscar per Bowling a Columbine, nonché Palma d’oro per Fahrenheit 9/11, realizza il miracolo. Con poche, semplici frasi a effetto, come è nel suo stile spiccio e un po’ manicheo: “Certo, in questo settore così complesso avete delle lacune – spiega – ma impallidiscono di fronte al fatto che in America muori, se non hai i soldi per pagare… E poi presentatemi un solo vostro concittadino che è diventato homeless, perché l’ospedale in cui non ha saldato il conto si è preso la casa: la verità è che non ce ne è nemmeno uno, da noi tantissimi”.

Punti di vista, questi, che sono al centro della sua ultima fatica, Sicko, in uscita oggi nelle sale italiane: una denuncia durissima, e documentata, sul sistema sanitario a stelle e strisce. In cui 45 milioni di poveri vengono abbandonati al loro destino, perché non hanno una polizza assicurativa; ma in cui anche quelli che ce l’hanno devono scontrarsi col comportamento paracriminale delle potenti compagnie che decidono se, e quanto, risarcirti.


Da qui la breve trasferta romana di Moore. Che si presenta all’appuntamento con i cronisti, alla Casa del cinema di Roma, con un ritardo da rockstar: sessanta minuti, un’ora tonda tonda. “Scusatemi, colpa dell’aereo”, si giustifica lui. E poi via con la conferenza stampa. O meglio con lo show, in cui spesso il regista veste i panni, a lui congeniali, del comico, tra applausi e risate della platea (c’è anche il ministro della Salute Livia Turco, ovviamente lieta dello spot pro-sistema sanitario nazionale che gratuitamente riceve). Poi un breve riposo, e in serata per Michael c’è l’anteprima del film al Quattro fontane, con introduzione di Sabina Guzzanti (“una sorella, un’amica, forse un giorno faremo un tour insieme in giro per l’Italia”).

E allora, come nella pellicola, anche la conferenza stampa-comizio romano di Moore parte da un dato certo: gli Usa sono solo al trentasettesimo posto nella classifica mondiale della salute. La Francia è prima, l’Italia seconda. “Il fatto – spiega il regista – è che gli Usa sono una società in cui 45 milioni di persone non hanno il diritto umano alla cura. Il che è più di un reato, è un crimine. E anche tutti gli altri, quelli che hanno una polizza assicurativa, spesso fanno bancarotta, perché la copertura non è totale”. Conseguenza: “Milioni di persone muoiono perché non viene loro data assistenza. Certo, voi avete lunghe liste d’attesa, magari per una protesi all’anca o una liposuzione: ma se è questione di vita e di morte, venite curati subito”. “Da noi, invece – scherza – per sfoltire le liste, abbiamo eliminato 50 milioni di poveri”.

Tutto rose e fiori, dunque, in paesi come l’Italia? Su questo punto, l’autore di Sicko fa dei distinguo: “Berlusconi, ad esempio, è amico degli Usa – attacca – e allora ha cercato di ridurre la rete di assistenza e sicurezza sociale, escludendo i meno abbienti, e vi ha lasciato in una situazione non ottimale. E adesso spetta a questo governo sbrogliare ciò che lui ha incasinato, magari evitando di seguire l’America nelle sue guerre illegali e dando più fondi alla sanità”. E non è l’unico passaggio in cui Moore cita il Cavaliere. Per lui, ci sono anche riferimenti più ironici: “Gesù ha detto ‘gli ultimi saranno i primi, dividete pani e pesci, e andrete nella Grande Casa’. Berlusconi no, così lui non andrà nella Grande Casa. Che bello, ho anche potuto citare Gesù mentre sono a pochissima distanza dal Vaticano!”.

Dall’Italia alla Francia, vicina geograficamente così come nella classifica della salute. “Lì, così come da voi, ci si ammala meno anche perché il lavoratore ha diverse settimane di ferie pagate. Certo, Sarkozy dice di voler togliere lo stato sociale, ma come Chirac verrà fermato dalla protesta popolare. Quanto a Ségolène Royal, in America pensare a un candidato che si definisce socialista e ottiene il 46 per cento dei voti è roba da manicomio”.

Insomma, il ciclone Michael ha le idee chiare su tutto. E alla fine, come da copione, si prende anche i complimenti del ministro Turco: “Consiglio di vedere Sicko per tre ragioni. Primo: parla della salute, della malattia e della morte, che la nostra società spesso dimentica. Secondo: in modo preciso e rigoroso, racconta cos’è un sistema sanitario governato dalle assicurazioni. Terzo: fa vedere agli italiani che tesoro è, malgrado i tanti problemi che anch’io affronto ogni giorno, il nostro sistema sanitario”.

LO SPECIALE LE CLIP: QUATTRO STORIE DAL FILM
(24 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/spettacoli_e_cultura/sicko-moore/sicko-moore/sicko-moore.html

Tentazioni da "sinestra"




Left n.30 del 27 luglio 2007E se Veltroni fosse il Sarkozy italiano? La sinistra di Walter ha metabolizzato i valori della destra: mercato, sicurezza, oligarchia, leaderismo

di Rina Gagliardi

La Francia, si sa, non è quasi stata mai un modello “esportabile” nella vicinissima Italia – troppe le sue peculiarità nazionali, le sue Rivoluzioni, i suoi incomparabili Luigi XIV, Napoleone e De Gaulle. Ora, però, dopo le due ultime presidenziali, qualcosa sta mutando proprio in questo rapporto, in questa distanza. Cinque anni fa, per qualche settimana si diffusero anche da noi il “tifo” per Jacques Chirac e la paura del lepenismo. E adesso? Adesso, comincia a dilagare una sorta di “effetto Sarkozy”, a destra come a sinistra. Adesso, la Francia torna a proporsi come una possibile immagine di futuro, anche del nostro prossimo futuro, proprio come succede al marxiano “paese più avanzato” che ti anticipa o ti spiazza.

Vediamo. Ha cominciato, subito dopo la sconfitta di Ségolène Royal, il Corriere della sera, dedicando ben due editoriali all’invocazione, appunto, di un “Sarkozy italiano”. Un leader vincente della destra, prima di tutto, capace di unificare il proprio schieramento ma anche di andare oltre. Una figura “forte” e rassicurante, capace di restituire alla politica il suo perduto prestigio. Ma in Italia, nelle file del centrodestra, non c’è un Sarkozy – nemmeno in nuce, nemmeno in potenza. Ed ecco, martedì 24 luglio, sulle colonne dello stesso quotidiano, un lungo articolo-manifesto di Walter Veltroni: sono dieci proposte per sanare la malattia della democrazia italiana, che nel loro insieme configurano una vera svolta “di programma”. Drastica semplificazione della rappresentanza, fino al bipartitismo puro, poteri accresciuti per il premier, secco ridimensionamento della “libertà di movimento” per i parlamentari, più quote rosa obbligate al cinquanta per cento e voto (amministrativo) ai sedicenni: insomma, nel suo piccolo, un disegno di “Terza Repubblica”, dal sapore decisionista, quasi luhmaniano, se non autoritario, di fronte al quale impallidiscono i vecchi progetti di Grande Riforma prospettati, negli anni Ottanta, da Bettino Craxi. E, anche e soprattutto, un’idea “popolare”, facilmente comprensibile dalle larghe masse, alle quali si ripete, ogni giorno, dalle colonne di tutti i giornali e in ben confezionati best seller, che i partiti sono una iattura, le istituzioni un luogo di bagordi e privilegi, gli spazi pubblici una bazza per fannulloni, raccomandati e “immeritevoli”.

Che c’entra Sarkozy? C’entra, e come. Se il presidente francese può trovare una sorta di suo omologo, qui da noi, esso non sarà a destra, ma a “sinistra”: in una figura, come Walter Veltroni, che dalla sinistra proviene ma che è diventata “vincente” andando tanto oltre le tradizioni e i valori della sinistra da incontrare, sussumere e metabolizzare i valori diffusi dalla destra. La sicurezza fino alle ossessioni securitarie, per esempio. L’a-classismo dichiarato, che finisce in subalternità secca agli interessi del mercato. La “modernità”, tutta e solo sovrastrutturale, tutta e solo interna alla sfera dei diritti civili. E, ora, last but not least, la capacità di usare l’antipolitica per ridurre la politica stessa ad amministrazione, tra l’oligarchico e il leaderistico, di un astratto, impalpabile “interesse generale”. Sì, Veltroni sta già utilizzando, a suo modo, la lezione francese. Non certo perché abbia, personalmente, vocazioni autoritarie o a-democratiche, ma perché davvero il suo Piddì, inizialmente postideologico, ecumenico, liberale, “americano”, man mano che si delinea e cresce come il soggetto centrale della politica italiana, non ha proprio più nulla a che fare con la sinistra – con le sue radici, storia e progetti. E, siccome la partita delle prossime elezioni sarà durissima anche per il vincente supersindaco di Roma, non è difficile capire la tentazione-Sarkozy, in salsa italica e con molti adattamenti, s’intende.

Il principale, il più difficile, è quello che l’operazione, se avviene, avviene a schieramenti (politici, sociali, culturali) rovesciati: se Sarkozy era il leader della destra che doveva conquistare, per vincere, almeno un pezzo dell’elettorato di sinistra, Veltroni sarà il capo di una “sinistra” che, per vincere, dovrà simmetricamente recuperare un bel pezzo di elettorato della destra. E se il presidente francese ha avuto, relativamente parlando, facile gioco nel “parlare” a masse che, ormai, anche se storicamente collocate a sinistra, avevano smarrito ogni valore forte della sinistra stessa (l’eguaglianza, la solidarietà sociale, la pace, il rifiuto della logica del mercato e dell’impresa come paradigmi sovraordinatori della società, la centralità dei “beni comuni”), il leader italiano dovrà faticare molto di più sia nella ricerca del consenso di destra sia nel mantenimento del proprio originario elettorato di sinistra. Dal suo punto di vista, probabilmente, è l’unico tentativo praticabile: cavalcare l’ondata egemonica della destra che va avvolgendo l’Europa intera.

Ed è qui, sull’altro corno del dilemma,
che si ripropone l’effetto Sarkozy. Perché l’altra lezione seria della Francia riguarda proprio la sinistra: tutta sconfitta, e tutta molto divisa. Di là, una forza relativamente massiccia ma programmaticamente inconsistente, tenuta insieme quasi soltanto dalla forza di volontà di una donna oltre che da quel pezzo di Francia che non si rassegna a rinunciare alla parte più gloriosa della propria storia; di là, un insieme di piccole forze alternative, elettoralmente residuali. Ma né l’una né l’altra – ecco il punto drammatico – hanno saputo interpretare le domande sociali, i movimenti, il No all’Europa mercatista, le fiamme delle banlieue. Né hanno saputo usufruire, alle presidenziali, di uno scatto di partecipazione abbastanza straordinario, che ha coinvolto pressoché la totalità della cittadinanza francese. Una sinistra sconfitta, insomma, perché incapace di contrapporre alle ricette di Sarkozy un progetto davvero credibile, un’idea di società ed anche di modernità, una prospettiva di “sviluppo” economico, sociale e civile all’altezza del disagio e delle ansie diffuse in profondità nella società d’Oltralpe. Questa sinistra, come potenzialità e bisogno, non morirà, né in Francia né in Italia. Come non è mai morta negli Stati Uniti. Il vincente Sarkozy e il possibile vincente Veltroni, quando passeranno dalla fase della luna di miele con l’elettorato e i media al confronto con la durezza della crisi sociale, potranno fallire – anche clamorosamente. Ma quel che può morire, dobbiamo saperlo, è la sinistra politica, politicamente organizzata, dotata di radici sociali e ideali, e di efficacia concreta. Questo a noi manda a dire, da Parigi, Nicholas Sarkozy.

27 luglio 2007

fonte: http://www.avvenimentionline.it/content/view/1490/1/

Sicurezza sul lavoro – perplessità

Alla luce della nuova legge del 03/08/2007 n° 123, promulgata dal Presidente della Repubblica ed in vigore dal 25 corrente mese, si evince che tra riordini di Decreti precedenti, semplificazione delle procedure e delle documentazioni per le piccole e medie imprese, nuova modulazione del sistema sanzionatorio (finalmente come auspicavo in un post precedente in materia!) che sarà effettuato “in funzione del rischio”, dovremmo raggiungere il paradiso della sicurezza.
Sono anche previste pene più severe e ammende più rigide nei casi più gravi, compreso l’arresto fino a tre anni (un classico l’arresto triennale!).
Sarà rafforzata la figura del Responsabile della Sicurezza per i Lavoratori. Nota importantissima è che sarà modificato “il sistema di assegnazione degli appalti pubblici al massimo ribasso, al fine di garantire che l’assegnazione non determini la diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori“.

Questo ed altro (compreso assunzioni per nuovi ispettori) nel “favoloso libro dei sogni” che è questa legge promulgata dal Presidente della Repubblica, che udite udite… all’art. 1 così recita: “Il Governo è delegato ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, ….”
Praticamente siamo al punto di partenza! Nulla di fatto, se non una legge che gli para il culo dopo le numerose morti sul lavoro e che lo hanno fatto prendere impegni davanti alle TV nazionali. Eccoci serviti.

Speriamo comunque mi sbagli e che entro i fatidici nove mesi, si realizzi qualcosa di VERAMENTE UTILE e concreto.

Qui il testo della legge.