Archivio | agosto 25, 2007

UN SISTEMA CHE CREA “PARTITI BRAMBILLA”

Em.ma
venerdì 24 agosto 2007
Em.ma

Nando Adornato, seduto in campagna su una poltroncina, al suo intervistatore ha detto brutalmente che in Forza Italia non c’è democrazia, che non si è selezionata una classe dirigente, che comanda solo uno e agli altri non resta che ubbidire. Ci sono voluti dieci anni per dirci quello che tutti sanno. Ieri Galli della Loggia ha ribadito cos’è Forza Italia (una filiale delle aziende del Cavaliere) e come cresce la nuova filiale affidata alla signora Brambilla.

Ora resta da capire perché questo signore e i suoi partiti dal 1994 (sono trascorsi 13 anni), continuano a ricevere consensi elettorali e adesioni di persone intelligenti e anche oneste. È vero che la delusione sul ruolo dei partiti tradizionali non è sostanzialmente diminuita; è anche vero che la “nuova borghesia” del Nord e del Sud non ha acquisito una coscienza di classe dirigente.

Ma sono vere almeno altre due cose: Berlusconi è il maggior beneficiario di questo bipolarismo malato e, tranne la “ribellione” di Casini, nel centrodestra c’è anche chi si adegua sperando di avere la sua fetta; nel centrosinistra col Pd si pensa di avere trovato la pietra filosofale per tutti i problemi e non ci si pone il tema di come superare un sistema politico che alimenta i “partiti brambilla”.


fonte: http://www.ilriformista.it/rubriche/documenti/testo.aspx?id_gpl=9


Le scimmie la pensano come noi

Curano i piccoli, sanno fare la spesa e usano sistemi anticoncezionali


ROMA (25 agosto) Ulteriori conferme alla similitudine tra uomini e scimmie. I nostri “antenati”, infatti, usano con i cuccioli lo stesso buffo linguaggio con il quale ci rivolgiamo ai bebè, comprendono il valore del denaro e usano persino metodi anticoncezionali. La scoperta è proprio di un italiano, Dario Maestripieri, che lavora all’università di Chicago. Con il suo studio, pubblicato dalla rivista Etology, ha scoperto che le scimmie femmine del macaco usano con i loro piccoli un linguaggio particolare, con toni alti e versi molto semplici, del tutto simile a quello che usa l’uomo quando si rivolge ai neonati. Il linguaggio ha anche una specifica funzione evolutiva per i cuccioli.

«I piccoli umani e di altre specie – ha spiegato il ricercatore – nascono con delle predisposizioni per stimoli visivi e acustici particolari. I bimbi umani, ad esempio, sono attratti dalle caratteristiche dei volti e da suoni come quelli del baby talk. L’uso di questo linguaggio e le interazioni sociali che ne susseguono favoriscono lo sviluppo cognitivo e comportamentale del piccolo, sia nella nostra specie sia in altre». La ricerca, effettuata su 19 femmine delle foreste di Porto Rico osservate per un anno, ha dimostrato anche che quando le femmine di macaco ne incontrano una con un piccolo parlano per l’80 per cento del tempo in “mammese”, proprio come fanno i nostri simili quando incontrano un bebè in una carrozzina.

Le scimmie sarebbero, però, anche delle brave massaie, gestendo i soldi perfettamente. Un altro studio italiano, stavolta di Elsa Addessi dell’istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione di Roma, ha dimostrato che capiscono il valore del denaro. In una ricerca pubblicata dalla rivista Proceedings of the Royal Society B, infatti, a dieci scimmie cappuccine è stato insegnato che un gettone blu corrispondeva ad una ricompensa di una nocciolina, mentre uno giallo a tre. Metà di loro sono state in grado di “fare la spesa” ottenendo il massimo numero di noccioline possibili scegliendo fra diversi gettoni a disposizione. «Quattro scimmie sono riuscite a massimizzare la ricompensa – ha confermato Addessi – e hanno capito, ad esempio, che quattro gettoni blu davano più ricompensa che un gettone giallo».

Altri studi hanno dimostrato che i primati sono in grado di tramandare di generazione in generazione alcuni comportamenti acquisiti, come l’uso di utensili o di alcune piante medicinali. In particolar modo si è notato che utilizzano molto una specie di prugna, la vitex doniana, per le sue proprietà anticoncezionali. Secondo i ricercatori inglesi dell’università di Roehampton, le femmine dei babbuini verdi, che popolano il parco naturale di Gashaka in Nigeria, in certi periodi dell’anno ne mangiano grandi quantità, allo scopo di non rimanere incinte. Queste prugne infatti contengono grandi quantità di un ormone progestinico che funziona proprio come la pillola anticoncezionale.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7714&sez=HOME_PIACERI


A Monterosso i fedeli sono con il parroco-papà


Ma don Sante Sguotti dovrà lasciare

Loren e Mastroianni in "La moglie del prete"

PADOVA (25 agosto) «Un po’ di tensione c’è, ma tutto sommato mi sento anche tranquillo». Don Sante Sguotti risponde al cellulare e la sua voce è ancora un po’ emozionata, dopo la semi-confessione della sua paternità di venerdì sera in chiesa davanti ai parrocchiani di Monterosso, un paesino di 800 abitanti del padovano.

«Cosa ho provato ieri sera? cerco di essere distaccato – dice il prete – sia da chi mi applaude sia da chi mi attacca». I fedeli di Monterosso però sono tutti schierati con lui, e la sua storia d’amore con una donna, una quarantenne separata che un anno fa gli ha dato un figlioletto, non sembra impressionare più di tanto. «L’affetto fa piacere, è normale – osserva il sacerdote – ma non è qualcosa di assoluto, può essere la risposta di un momento. Io del resto ho sempre lasciato libera la gente di farsi un’opinione, non ho cercato di trascinare nessuno, né di pormi a paladino di chissà quale battaglia».

Ieri in chiesa i ragazzi portavano magliette con lo slogan «don Sante è mio padre». «Perché – spiega il prete – probabilmente riconoscono che hanno ricevuto del bene. Mi hanno sorpreso, perché non mi aspettavo una risposta di questo tipo». Tuttavia, dopo l’invito perentorio del vescovo Mattiazzo a dimettersi, e la conferma della sua nuova vita, don Sante dovrà lasciare la comunità di Monterosso. Lui comunque non vuole anticipare nulla e rimanda alla conferenza stampa già convocata per la prossima settimana. «Aspettiamo martedì», si limita a concludere.

Ma non solo i fedeli di Monterosso sono con il parroco-papà. Con lui ci sono anche sacerdoti come don Albino Bizzotto, l’anima del gruppo «Beati i costruttori di pace». Si dice stufo dei «preti “corpo speciale”» e contento che il sacerdote di Monterosso abbia reso pubblica davanti ai parrocchiani la sua paternità, «anziché agire in segreto, come hanno fatto e continuano a fare altri sacerdoti». «Su questa vicenda – afferma don Albino – la mia posizione è chiara: meglio le cose aperte e quindi anche discusse che non le vicende segrete e tacitate». Per quanto concerne l’affettività e la sessualità, conclude don Bizzotto, «i preti sono persone esattamente come tutti gli altri».

link ad altro articolo: E’ padre di una bimba di tre anni il parroco che veglia sulle vacanze valdostane dei papi.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7715&sez=HOME_INITALIA

PRETI SPOSATI, VIETATO SOLO A ROMA

Torna sugli scudi l’annosa questione del celibato dei preti, un tabù solo nella chiesa di rito latino: nelle chiese cattoliche orientali si può. Timida apertura del cardinale brasiliano Claudio Hummes (nell’immagine)

di Mimmo de Cillis

Martedi’ 5 Dicembre 2006

Lo chiamano, con una definizione fredda e a volte dispregiativa, “clero uxorato”. E’ la realtà dei preti sposati, di quanti credono che il sacramento dell’ordinazione sacerdotale sia conciliabile con quello del matrimonio. Una realtà multiforme, presente nelle diverse confessioni cristiane, nella chiesa ortodossa come in quella protestante. E anche in quella cattolica, ma solo nei cosiddetti “riti orientali”, quelli regolati con il Codice del diritto canonico delle chiese orientali, appunto. Nelle chiese greco-cattolica, siriaca, armena, copta, antiochena, melkita, etiope, e in tutte comunità cattoliche dell’est Europa, si distingue la figura del monaco (non sposato) da quella del prete che può regolarmente sposarsi e avere figli. Sono chiese che hanno lo stesso papa di Roma e sono pienamente riconosciute dalla Santa Sede.

Nella chiesa di rito latino (quella occidentale), invece, la questione è ancora tabù. Il “no” è stato ribadito di recente alla riunione cardinalizia convocata da Ratzinger dopo l’ennesima evoluzione del caso Milingo. Ad aprire (e poi subito chiudere) una porticina ci ha pensato anche il cardinale brasiliano Claudio Hummes, un francescano appena giunto a Roma per ricoprire il nuovo incarico assegnatogli dal papa, quello di prefetto della congregazione del clero, uno dei dicasteri della curia romana. Il cardinale era stato preceduto in Italia da un’intervita rilasciata
al quotidiano di San Paolo Estrado do S. Paulo in cui aveva dichiarato una semplice verità: “Il celibato non è un dogma”. L’affermazione, certo priva di qualsiasi carattere rivoluzionario, aveva però assunto valore per il momento in cui era giunta, e perché si tratta della prima intervista del nuovo capo-dicastero. Vista
l’interpretazione data dai mass-media, per una “possibile nuova apertura del Vaticano” al matrimonio dei preti, il cardinale ha precisato ieri che “la questione dell’abolizione del celibato sacerdotale non è attualmente all’ordine del giorno delle autorità ecclesiastiche”. Affermando poi che “un allargamento della regola del celibato non sarebbe stato una soluzione neppure per il problema della scarsità delle vocazioni che è da collegare piuttosto ad altre cause, a cominciare dalla cultura secolarizzata moderna”.

Eppure la questione dei preti sposati è un di quelle che molta parte della chiesa cattolica e dell’associazionismo di base si aspetta venga ridiscussa nei prossimi anni. Proprio perché non rappresenta una verità di fede, ma una norma disciplinare che, come tante altre, può essere aggiornata e modificata. Ricordando che nelle comunità cattoliche di rito orientale il matrimonio dei ministri di culto è accettato e praticato, nella piena fedeltà al pontefice romano. Ai sacerdoti legittimamente ammogliati, vanno poi ad aggiungersi quanti nella chiesa latina hanno abbandonato le sacrestie per sposarsi, ricevendo l’automatico divieto di esercitare il ministero.
Secondo alcune stime, i preti in questa condizione, ansiosi di ritornare a celebrare messa, sarebbero oltre centomila: 20mila negli Usa, 5.000 circa in Italia, 3.000 in Canada. La Santa Sede, in molti casi (circa 70mila), ha poi offerto una “sanatoria”, rilasciando la dispensa dal sacerdozio e dunque permettendo al prete di cambiare del tutto vita. Ma intanto anche fra i vescovi latini si fa strada l’ipotesi di aprire al matrimonio per gli ecclesiastici: alcuni mesi fa l’arcivescovo di Dijon, mons. Roland Minnerath, figura di spicco della chiesa francese, aveva proposto l’abolizione del celibato in risposta alla crisi delle vocazioni sacerdotali, sempre più forte in Francia (si è scesi dai 566 nuovi preti del 1966 ai 90 del 2004).

Anche sul piano teologico, la sfida è aperta: don Basilio Petrà, ordinario di teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, nota che solo di recente, dopo le conquiste del Concilio Vaticano II, che aveva “dato dignità ecclesiale e teologica al sacerdozio uxorato”, la “teologia romana” l’ha trasformato in una sorta di “sacerdozio abusivo”, oppure in “un sacerdozio minore, meno perfetto”. Tendenza, questa, rafforzata da Giovanni Paolo II, con l’esortazione apostolica del 1992 Pastores dabo vobis.

fonte: www.lettera22.it/showart.php?id=6224&rubrica=21

Il celibato, lungi dal rappresentare un aspetto originario del sacerdozio cristiano, esiste in realtà solamente dalla seconda metà dell’undicesimo secolo, circoscritto alla parte occidentale della cristianità. I cinque testi medievali greci e latini, qui tradotti per la prima volta in italiano, esprimono in maniera vivace la loro lucida opposizione allo stabilirsi di questa nuova disciplina. Il libro illustra le fasi della lunghissima incubazione che fu necessaria alla creazione della norma del celibato obbligatorio, un processo sconosciuto al vasto pubblico che tende a considerare il celibato ecclesiastico quasi un dato di natura.

Viene evidenziato come il divieto dell’ordinazione degli uomini sposati sia potuto scattare in seguito alla convergenza di due ideologie: una antisessuale e un’altra antimatrimoniale.

Pur non toccando affatto l’attualità, lo studio dell’Autore induce a mettere in discussione la legittimità e l’utilità dell’obbligo del celibato per i ministri della chiesa cattolica.

L’autore

Francesco Quaranta,

nato a Reggio Calabria nel 1958, si è laureato nel 1982 in letteratura cristiana antica all’Università di Messina. Insegnante di letteratura italiana e storia negli Istituti superiori della provincia di Reggio Calabria e di quella di Roma, attualmente è docente bibliotecario al Liceo-ginnasio “T. Tasso” di Roma. Si è specializzato in lingua copta e siriaca presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma. Collabora all’edizione dei settecenteschi Catalogi dell’abate Armellini, promossa dalla congregazione benedettino-cassinese.

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Frida Kahlo, l’arte prorompente di una pittrice messicana

Frida Kahlo

Autoritratto con collana

Foto | Vita | Galleria | Frida a fumetti | Bibliografia | In libreria | Poster Art

lo studio

Una grande pittrice, molto amata in Messico, ma non solo. La sua pittura – molto intensa – comunica sensazioni di dolore e solitudine ma anche di grande forza, dignità ed amore per la vita. Un bagno ristoratore dopo troppa cerebralità.

Guardate le gallerie e se ancora non la conoscevate resterete colpiti dal suo modo di dipingere, in maniera assolutamente semplice ed efficace, quasi familiare, come certi ex-voto delle nostre belle chiese mediterranee.

testo: Roberta Balmas – Bollettino Telematico dell’Arte

(…) ripensando al suo VIVA LA VIDA, non posso dimenticare che questo è stato il suo ultimo saluto. Lo ha scritto otto giorni prima di morire (1954) mentre stava terminando il suo ultimo quadro, in mezzo alle sue angurie cariche di quel rosso vivo sempre ricorrente nei suoi quadri. E’ questo grido, questo desiderio continuo di gioia di vivere che ci sorprende sapendo che all’età di diciotto anni, in seguito ad un incidente, viene impalata da una sbarra di metallo dell’autobus su cui ritornava da scuola insieme ad Alex, suo compagno e amico: la sua spina dorsale viene fratturata in tre punti nella regione lombare, il bacino schiacciato, il piede destro spezzato, le pelvi rotte trapassate da parte a parte dal corrimano, situazione che le impedirà di conoscere la maternità, se non per pochi mesi, perché avrà solo aborti. Un esempio del suo dolore è il quadro, Henry Ford Hospital o Il letto volante (1932, 30,5×38 cm) eseguito a Detroit città che odiava ma dove restò per stare vicino al marito Diego Rivera. Qui ebbe il suo secondo aborto: stette in ospedale tredici giorni e il secondo iniziò a disegnare prima lei poi un feto. Realizza così questo quadro dove troviamo un letto ospedaliero in un paesaggio deserto e desolante: lei è distesa nuda in una pozza di sangue, una grossa lacrima bianca scende dal viso, la sua mano tiene un filo-cordone rosso sangue che si aprirà alla rappresentazione di sei strane figure con al centro un feto, il bambino non nato. Dolore, solitudine, tristezza, disgrazia, desolazione e quant’altro sono i sentimenti che questo quadro suscita ma Frida riuscirà a superare anche questa mancanza di maternità trasferendo il suo amore sui bambini degli altri, sui nipoti e sui figli di Rivera e Lupe o come qualcuno afferma sugli animali come le scimmiette e i pappagalli o ancora sulla raffigurazione di frutta e fiori sempre così vivi nei colori. Dipinse il quadro Letto volante per la prima volta su metallo e con tecniche che ricordano gli ex voto o i retablos messicani così precisi nel raccontare ed è così primitivo nella sua prospettiva sbagliata, negli strani colori pastello scelti per quel paesaggio industriale che si staglia all’orizzonte.

Per l’intera vita porterà con sé un dolore continuo e lacerante ma nonostante le trentadue operazioni, Frida Kahlo inneggerà alla vita con quella allegria che ha sempre ostentato in pubblico per nascondere invece la tristezza, il dolore, l’angoscia e la sofferenza che manifesterà sempre e comunque nei suoi quadri: un misto di dolore ma anche di forza, quella sola forza capace di reagire anche a situazioni che non hanno rimedio.

E proprio in questa immobilità forzata e duratura Frida troverà nella pittura il tramite, lo strumento per esprimere tutta se stessa con quel suo linguaggio particolare, di uno stile arcaico e nel contempo moderno. Era nata nel 1907 da padre ebreo di origine ungherese: era un giovane immigrato in Messico, sofferente di crisi epilettiche, fotografo di successo preciso e meticoloso nell’eseguire con cura luci ed ombre. Da suo padre forse prende quella precisione nel descrivere minuziosamente ogni particolare usando anche minuscoli pennelli di zibellino: tranne che per pochissimi quadri, Frida prediligerà il formato minore (30x37cm), più intimo, più suo, più adatto a raccontare quello che provava, come vedeva e percepiva il mondo, il fuori, l’altro.

Da piccola era un monello e anche se a sei anni si ammala di poliomielite e dovrà stare per nove mesi in camera, dopo la malattia fece di tutto – dalla boxe, al calcio, alla lotta libera al nuoto – per poter ristabilire l’uso della gamba destra che rimase invece sempre piccola: per nascondere indossava anche tre o quattro calze e scarpe dal tacco speciale che le lasciarono quel modo di camminare lievemente saltellante tipico dei passerotti. Con il padre si recava spesso in giro a passeggiare nei parchi, era la prediletta delle sei figlie forse perché l’unica che sapesse come lui cosa significasse la malattia e l’isolamento.

Mentre lui dipingeva, lei raccoglieva insetti e piante che poi a casa guardava al microscopio; imparò anche a usare la macchina fotografica, a studiare l’arte e l’archeologia messicana che ritroveremo sempre come parte integrante della sua inconfondibile arte. Dopo la sua nascita la madre si ammalò e lei, come si usava una volta, fu allattata da una balia: quando dipinse il quadro” La mia balia ed io” (1937, 30,5x 35 cm, uno dei sette quadri presenti in mostra alla Galleria Bevilacqua La Masa di Venezia dal 9 giugno all’8 ottobre 2001), si dipinse piccola nel corpo ma con la testa da adulta, la bocca semiaperta, lo sguardo fisso mentre le viene donato quel latte-sangue messicano che sgorga da un seno sezionato e dall’altro gocciolante come lo è il cielo che fa da sfondo a una foresta tropicale: latte dato da una donna il cui volto assomiglia ad una maschera tribale, un misto di mistero e morte, primitivo e folkloristico come fa notare Hayden Herrera nel suo libro Frida Vita di Frida Kahlo (ed. La Tartaruga) Frida dà l’impressione di essere simultaneamente protetta dalla balia e offerta come vittima sacrificale.


Frida Kahlo fece propria l’arte messicana, quella indigena, delle masse a cui legò anche l’impegno politico (fu membro della Lega giovanile comunista) sfociato in solidarietà e accoglienza a Lev Trockij quando arrivò in Messico nel 1937. Organizzò addirittura la partenza per il Messico di quattrocento lealisti spagnoli durante il suo soggiorno parigino: il suo impegno terminò dieci giorni prima di morire quando lei quasi inferma, in sedia a rotelle, partecipò alla manifestazione contro la destituzione da parte della CIA del presidente guatemalteco Jacobo Arbenz Guzmàn.

Agrigento, bagnino eroico salva 3 inglesi..


STRANA ITALIA

mille euro di multa per abbandono della postazione.

PALERMO (25 agosto) Un bagnino del litorale di Agrigento è stato multato per mille euro perché, durante un controllo, non era presente nella zona di propria competenza: si era allontanato per salvare tre turisti inglesi che stavano affogando nelle acque di San Leone.

Concluso il soccorso e portato in trionfo dai bagnanti, Gerlando Gramaglia ha trovato nello stabilimento gestito dal padre gli uomini della Capitaneria di Porto Empedocle, pronti a contestargli l’inflazione di mille euro per aver abbandonato la sua postazione.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7679&sez=HOME_INITALIA

Madre Teresa: «Cerco Cristo, ma non lo trovo»

Una raccolta di lettere svela la sua crisi di fede
Madre Teresa di Calcutta (foto Plinio Lepri - Ap)

ROMA (25 agosto) «Soffro per cercare e non trovare Cristo, per l’ascoltare senza udire. Il sorriso è una maschera o un mantello che copre ogni cosa». Sono parole di Madre Teresa di Calcutta, contenute in una delle sue lettere, che rivelano un periodo di crisi interiore e di distanza da Dio iniziato nel 1950 e durato fino alla fine dei suoi giorni. La missionaria aveva chiesto la distruzione delle epistole ma il portavoce delle Missionarie della Carità, padre Brian Kolodiejchuk, ha deciso di pubblicarle come esempio per la comunità cattolica. Madre Teresa, infatti, nonostante il vuoto interiore di fede aveva continuato a credere nel Signore e fare del bene. Il volume, intitolato Mother Teresa: come be my light, che uscirà in Italia il prossimo 4 settembre, è una raccolta epistolaria sviluppatasi nell’arco di 66 anni. La pubblicazione avverrà alla vigilia del decimo anniversario della morte della religiosa, accaduto il 5 settembre del 1997.

«Pochi anni dopo quello che lei stessa ha definito il suo periodo d’ispirazione – ha dichiarato al quotidiano La Stampa padre Kolodiejchuk -, Madre Teresa ha vissuto una lunga fase di oscurità interiore che si è protratta fino alla fine dei suoi giorni. Tutto è cominciato tra il 1949 e il 1950: in quel periodo la fondatrice dell’ordine dei Missionari della Carità confida di non avvertire la presenza di Dio. Si sentiva unita a lui ma non riusciva a percepire nulla. Questo inizialmente l’ha turbata profondamente». «Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio – ha scritto Madre Tersa in una lettera inviata all’arcivescovo di Calcutta, Ferdinad Pèrier, nel 1956 – non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero… Io non ho alcuna Fede. Nessuna Fede, nessun amore, nessuno zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il Paradiso non significa nulla… Io non ho niente, neppure la realtà della presenza di Dio».

E ancora, in un momento di disperazione, la missionaria ha scritto: «Signore, mio Dio, perchè mi hai abbandonato? Io ero la figlia del Tuo amore, divenuta ora la più odiata, quella che Tu hai respinto, che hai gettato via come non voluta e non amata. Dov’è la mia Fede? Ho dentro di me così tante domande senza risposta che temo di rivelarle per paura di dire una bestemmia. Se ciò accadrà, mio Dio, ti prego perdonami». Ad aiutarla è stato Padre Neuner, con il quale si confidava. Nel 1961, Neuner le ha fatto capire che quell’oscurità e quell’incertezza che la spaventavano in realtà rappresentavano la vera parte spirituale del suo lavoro e della sua opera.

In queste lettere appare un’immagine diversa di Beata Teresa da Calcutta, l’immagine di una suora fragile e confusa, alla ricerca di risposte sulla sua fede. «Pubblicare queste lettere private – ha spiegato, infatti, Brian Kolodiejchuk – serve anche a indicare agli altri membri dell’ordine come gestire i momenti di buio o di crisi spirituale, nel corso di una vita non facile, al servizio dei più poveri. In una di queste lettere Madre Teresa lo spiega, rivolgendosi alle sue consorelle, che la sfida più difficile non va combattuta là fuori, ma dentro ognuno di noi». Per questo motivo ne è stata decisa la pubblicazione in un volume, nonostante l’autrice avesse chiesto, nel 1959, al cardinale Lawrence T. Picachy, suo confessore, di distruggere tutte le lettere.

«Ci siamo consultati all’interno dell’ordine – ha spiegato Brian Kolodiejchuk – prima di decidere cosa fare. Il mondo è abituato a conoscere Madre Teresa attraverso la sua santità. Queste lettere invece raccontano più la sua profondità, il suo aspetto umano, la sua capacità di affrontare le situazioni più difficili». «Madre Teresa ha attraversato periodi di vuoto e di buio spirituale – ha affermato padre Lucas Sircar, arcivescovo di Calcutta – come ogni altro essere umano e le lettere da lei scritte ai suoi correligionari rivelano una grande umiltà». Non sembrano meravigliarsi, invece, dal Vaticano in quanto le crisi mistiche della religiosa erano state già rivelate ai tempi della beatificazione e le epistole erano state inserite negli atti del processo di canonizzazione.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7699&sez=HOME_SPETTACOLO

A settembre sciopero della pasta

Spesa famiglie 2007: +1100 euro

Lobby dei rincari: consumatori contro

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(Foto Giorgio Benvenuti/Ansa)

Il 13 settembre niente pasta. Per un giorno spaghetti e bambolotti, fettuccine e rigatoni, resteranno sugli scaffali dei supermercati. È quello che sperano le associazioni dei consumatori che hanno indetto per quel giorno uno “sciopero della pasta” per protestare contro gli aumenti «ingiustificati» di pane, pasta ed altri generi alimentari. In agosto, dicono le associazioni, i prezzi di pane e pasta sono schizzati del 15%, con punte del 20-25% per la pasta. Le associazioni segnalano, del resto, che ad agosto tutta la filiera alimentare ha fatto registrare forti aumenti e questo trend, dicono, proseguirà anche a settembre. Di qui la decisione di organizzare la protesta.

L’iniziativa è di Adoc, Adusbef, Codacons e Fedeconsumatori, che, oltre allo “sciopero”, prevedono numerose manifestazioni pubbliche in diverse «piazze italiane a partire da quella di

Montecitorio a Roma, e piazza Verdi dove ha sede l Antitrust». Con l’iniziativa di protesta annunciata, i consumatori vogliono denunciare gli «aumenti dei prezzi dei generi alimentari, a partire da quelli essenziali di pane, pasta, olio e latte, che vengono giustificati con i costi delle materie prime; i rincari per la scuola, dai libri alle varie tipologie di accessori; i rialzi di gas, elettricità e benzina; gli aumenti dei servizi bancari ed assicurativi».

Secondo i dati diffusi dalle associazioni, una famiglia media italiana spenderà nel 2007 1.100 euro in più del 2006, di cui oltre 400 solo per gli alimentari. In base alle proiezioni su tutto il 2007 la spesa media della famiglia tipo italiana crescerà di 1.098 euro. Secondo i calcoli, infatti, le uscite complessive si porteranno, in media, a famiglia, attorno ai 29.800 euro, contro i 28.700 euro calcolati dall’Istat per l’anno scorso. Solo per il capitolo alimentari l’esborso medio sull’anno passerà da 5.590 euro del 2006 a 6.004 euro, con un rialzo di 414 euro e un balzo del 7,4%.

Forti aumenti anche per il segmento “casa”, che di per sè è uno dei più pesanti dal punto di vista delle spese familiari. L’anno scorso questo capitolo, in cui non rientrano tutte le voci relative alle tariffe, ha fatto sborsare in media 7.600 euro. Nel 2007 i consumatori prevedono rincari almeno del 2,6% e a fine anno le famiglie si troveranno così ad aver speso 200 euro in più.

Su questa base, le associazioni avanzano una serie di richieste: «Trasformazione in decreto legge del disegno di legge Bersani giacente in Senato, dove si affrontano, tra l’altro, questioni condivise in tema di accisa dei carburanti e di maggiore competitività del settore; realizzazione di una legge definita sulla class action; rafforzamento dei poteri di verifica, controllo e sanzione delle authority; interventi immediati per la definizione della fascia di garanzia per le ricoli per la sicurezza». «Alla luce di tutto ciò – affermano le associazioni – chiediamo sia al Governo che alle istituzioni la convocazione di tavoli di confronto, per smascherare dove si annidano speculazioni al fine di eliminarle».

Pubblicato il: 25.08.07
Modificato il: 25.08.07 alle ore 17.23

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=68362


Grecia devastata dagli incendi, 50 morti


Atene chiede aiuto all’Ue: «non riusciamo a domare i roghi»

Proclamato lo stato di emergenza. Il premier: «È una tragedia nazionale. Il numero di roghi non può essere una coincidenza»

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Le fiamme presso Zakharo (Reuters)
Le fiamme presso Zakharo (Reuters)

ATENESi aggrava di ora in ora il bilancio delle vittime degli incendi che stanno devastando la Grecia, in particolare il Peloponneso. Durante la notte sono stati trovati nuovi cadaveri dai pompieri. Si teme purtroppo che il bilancio delle vittime possa aggravarsi. Le nuove vittime sono state ritrovate all’interno di auto e abitazioni intorno al villaggio di Zakharo, nella parte sud-occidentale del Peloponneso, dove ore prima erano state rinvenute altre undici vittime. Tra le vittime una madre e i suoi quattro figli tra i 5 e i 15 anni morti su una strada non lontano da Mahista. Già tra le vittime di venerdì si segnalavano tre bambini. «Non risultano italiani coinvolti», ha reso noto la Farnesina.

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STATO DI EMERGENZA
– Il governo di Atene ha dichiarato lo stato di emergenza nelle province di Laconia e Messenia. «Siamo di fronte a una tragedia nazionale», ha dichiarato il primo ministro Costas Karamalis, che ha convocato una riunione d’urgenza. Il capo del governo ha anche affermato che l’alto numero di focolai «non può essere una coincidenza» dando quindi credito all’ipotesi che si tratti di incendi dolosi, aggingendo inoltre che i responsabili saranno puniti.

SOCCORSI INSUFFICIENTI I servizi di soccorso sarebbero insufficienti a domare gli oltre 170 roghi in tutto il Paese e il ministro dell’Interno Spyros Flogaitis ha rivolto un appello ai Paesi della Ue per «mandare tutti gli aiuti possibili». La Francia ha già annunciato l’invio di due Canadair. In Laconia e Messenia la situazione è stata definita una «tragedia indescrivibile» dal primo ministro. Sabato mattina è stato evacuato un monastero e la superstrada che collega Atene all’aeroporto internazionale è stata chiusa. «Ci sono due aerei, un elicottero e venti autobotti dei pompieri per spegnare le fiamme», ha detto un portavoce dei vigili del fuoco.

ANCHE I SOLDATI – Per contrastare gli incendi nel sud del Peloponneso il governo ha inviato l’esercito e attualmente ci sono 700 soldati al lavoro per cercare di contenere le fiamme nelle tre zone più colpite: Laconia, Messenia e Ilias, a 200 chilometri a sud di Atene. Centinaia di persone sono state evacuate a bordo di piccoli traghetti da Nea Styra, nell’isola di Eubea. La Federazione greca di calcio ha sospeso gli incontri del fine settimana in segno di lutto.

Brucia la Grecia, almeno 37 morti

Colpita la regione meridionale del Peloponneso: trovati corpi carbonizzati. Tra le vittime anche una mamma e i suoi quattro figli tra i 5 e i 15 anni, rimasti intrappolati tra le fiamme

prova sul fuoco Atene, 25 agosto 2007Non accenna a rientrare in Grecia l’emergenza incendi: nella notte sono aumentati i fronti di fuoco, mentre il bilancio di vittime continua ad aggravarsi. E’ salito ad almeno 37 morti il bilancio delle vittime degli incendi scoppiati ieri in Grecia, nella regione meridionale del Peloponneso. Lo hanno riferito all’Afp i vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di spegnimento. Nella notte sono stati ritrovati altri 20 corpi.

Tra le vittime ci sono una mamma e i suoi quattro bambini, di età compresa tra i 5 e i 15 anni, uccisi dalle fiamme lungo una strada nei pressi di Mahista, insieme ad altre sette vittime. Lo ha riferito una fonte di polizia. Tra i morti ci sono altri tre bambini.

Il bilancio potrebbe ulteriormente aggravarsi nelle prossime ore. Pompieri e militari stanno controllando le zone bruciate, alla ricerca di altri corpi. La tv pubblica Net ha mostrato le immagini delle squadre di soccorso che trasportavano dei cadaveri in sacchi bianchi all’ospedale di Pyrgos, nel sud ovest del Peloponneso.

Le 20 vittime ritrovate nelle ultime ore giacevano carbonizzate o asfissiate, dentro le auto e le case intorno al villaggio di Zacharo, sempre nel sud ovest del Peloponneso. Altri undici corpi sono stati ritrovati ieri. Sei persone erano morte ieri in un altro incendio, scoppiato due giorni fa nella penisola di Magne, nel sud del Peloponneso.

fonte: http://qn.quotidiano.net/esteri/2007/08/25/32522-brucia_grecia_almeno_morti.shtml