Archivio | agosto 26, 2007

Enzo Baldoni, tre anni dopo

Tre anni senza Baldoni,
ostaggio dimenticato

Enzo Baldoni, scomparso in Iraq

La moglie accusa: “Non è stato fatto niente per riportare il corpo a casa”

ROMA
«Non è stato fatto abbastanza, anzi, penso che non sia stato fatto niente, per far sì che il corpo di Enzo potesse tornare a casa. Mio marito è stato dimenticato». A tre anni esatti dalla morte del giornalista umbro, Enzo Baldoni, ucciso dai suoi rapitori del sedicente «Esercito islamico dell’ Iraq», è la moglie Giusi Bonsignore a parlare con l’amarezza nel cuore ricordando la vicenda di suo marito del quale non sono stati ancora recuperati resti. È il 26 agosto del 2004, sono da poco passate le 23, quando Al Jazeera comunica di aver ricevuto un video, con le immagini, poi definite agghiacciantì dall’ambasciatore italiano a Doha, dell’esecuzione di Enzo Baldoni, giornalista freelance e collaboratore di Diario, sequestrato il 20 agosto in Iraq.

L’amarezza della moglie
«Sono passati tre anni – ha affermato Giusi Bonsignore – e mi sembra che fin dall’inizio questa questione sia stata accantonata. Avrei voluto vedere un intervento più deciso. Anche solo un intervento, ma non ho visto nulla. Ora tutta la famiglia sta aspettando. Io aspetto e mi aspetto, ogni giorno, di sentire qualcuno che mi dica: stiamo facendo qualcosa».

«Continuo a pensare che non sia difficile arrivare a Enzo – ha concluso la moglie del giornalista -. Ma il fatto è che è stato dimenticato e con lui la sua vicenda. Chi potrebbe fare qualcosa forse ha altro da fare e non reputa il recupero della salma di mio marito una cosa importante. Non penso che sia così complicato arrivare a lui dato che abbiamo anche avuto riscontri anche con il dna positivo». «C’è qualcuno che il corpo di Enzo ce l’ha e ha permesso di fare questo riscontro – ha proseguito Bonsignore – Nessuno mi ha mai detto più nulla. Quando dico che Enzo è stato dimenticato spero di sbagliarmi e che invece ci sia qualcuno che si stia adoperando per ottenere il rientro perchè ritengo doveroso riportare le spoglie di mio marito in Italia».

Il sindaco di Preci: “Enzo, un uomo di pace”
E a chiedersi «se veramente lo Stato italiano ha fatto tutto il possibile per salvare Enzo Baldoni quando era possibile» e se «veramente si sta facendo tutto il possibile perchè non svanisca quella minima possibilità e speranza del ritrovamento dei resti di Enzo» è anche il sindaco del piccolo comune umbro di Preci, Alfredo Virgili che, in questi giorni, ha fatto affiggere sul territorio di Preci manifesti «in ricordo di Enzo Baldoni, uomo di pace e solidarieta».

«In tanti, il padre di Enzo per primo, ci siamo fatti questa domanda – sottolinea Alfredo Virgili – Il fatto che di Enzo Baldoni non se ne parli più lascia qualche dubbio su quanto si stia facendo. C’è una famiglia che non può piangere il suo caro davanti ad una tomba, perchè una tomba per Enzo non è stata mai possibile averla. Sembra che oggi ci siamo dimenticati che i resti di Enzo non sono mai stati riportati alla famiglia». Tra i progetti dell’amministrazione comunale anche quello di dedicare un monumento al giornalista ucciso. «Un segnale importante da lasciare a Preci – ha detto il primo cittadino -, amministrazione particolarmente legata alla figura di Enzo Baldoni e alla sua famiglia. Una figura che ha segnato pagine importanti nel conflitto in Iraq».

Giovedì scorso, inoltre, Baldoni è stato ricordato con una messa, celebrata nella chiesa di Preci e alla quale ha preso parte la famiglia. «Noi ci siamo dati e ci stiamo dando da fare per ritrovare la salma di mio figlio – ha affermato il padre di Enzo, Antonio Baldoni -, ma qui sembra non si faccia mai giorno. Ci dissero che avevano trovato un rammento di osso. Poi abbiamo fatto la prova del dna che sembrava positiva. Da allora non abbiamo saputo più niente e c’è qualcosa che non ci convince. Se il dna era compatibile ci devono dare delle risposte perchè non è possibile vivere in sospeso».

Vinti: “Un esempio per le nuove generazioni”
Ad augurarsi che «il giornalismo coraggioso di Enzo Baldoni sia di esempio per le nuove generazioni» è stato il capogruppo di Prc-Se in Regione, Stefano Vinti, che ha voluto rinnovare il suo invito alle autorità, «affinchè facciano tutto il possibile per arrivare al ritrovamento del suo corpo martoriato, ed ai sindaci dei comuni umbri, perchè intitolino a suo nome una via o una piazza nella propria città». Vinti ricorda Enzo Baldoni definendolo «un giornalista coraggioso che si era recato in Iraq, un paese martoriato dalla guerra per capire e raccontare le sofferenze di un popolo che alla guerra stava pagando un enorme tributo di sangue».

«Per poterlo fare compiutamente – ha proseguito Vinti -, Enzo Baldoni non si sottrasse ai pericoli nei quali poteva incorrere ed anzichè seguire l’esempio di tanti suoi colleghi che parlavano di quel conflitto comodamente seduti nella hall di un hotel a cinque stelle, scelse una strada completamente diversa. Il contatto fisico con la gente, le escursioni nei luoghi più colpiti ed esposti, le visite agli ospedali, fra i feriti e gli intrepidi medici ed infermieri che facevano i conti con i pochi mezzi che avevano a disposizione nel tentativo disperato di salvare più vite possibili. Alla fine questa sua generosità e disponibilità l’ha pagata a caro prezzo, ma rimanga ai suoi cari, ai quali rinnoviamo la nostra sincera solidarietà, la consolazione che la sua vita non è stata spesa invano».

La notizia dell’uccisione di Baldoni colse tutti di sorpresa il 26 agosto di tre anni fa e fece gelare anche le ultime speranze che la famiglia e la Croce Rossa italiana avevano cominciato a nutrire. Erano, infatti, passate solo poche ore dalla scadenza dell’ultimatum dato dai terroristi all’Italia per ritirare i propri militari. La Farnesina comunicò subito la tragica notizia della morte del giornalista di Diario alla famiglia ed inviò l’ambasciatore in Qatar per verificare le tragiche immagini in possesso di Al Jazeera.

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200708articoli/25126girata.asp

26 agosto 2004: Enzo Baldoni è stato ucciso
Al Jazeera: “Abbiamo un video”

I terroristi: “L’Italia se ne doveva andare dall’Iraq”
Nelle ultime ore erano sembrati aprirsi spiragli di trattative

ROMA – Enzo Baldoni è stato ucciso. I suoi rapitori hanno inviato alla tv satellitare Al Jazeera un video con l’esecuzione del giornalista freelance sequestrato il 20 agosto scorso. “Sono immagini agghiaccianti”, ha detto l’ambasciatore italiano a Doha che ha potuto. “Abbiamo ricevuto il filmato che mostra Enzo Baldoni dopo essere stato ucciso”, ha detto un giornalista di Al Jazeera alla Reuters, aggiungendo di non volerlo mostrare “per rispetto della famiglia”. Il filmato mostrerebbe una serie di immagini confuse che si concludono con una colluttazione, forse l’ultima reazione dell’ostaggio. Baldonisarebbe stato ucciso con un colpo di arma da fuoco.

La tv ha anche detto che Baldoni sarebbe stato ucciso per il mancato ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. “L’Esercito Islamico in Iraq ha annunciato di aver compiuto l’esecuzione dell’ostaggio italiano rapito in Iraq – ha detto al Jazeera, citando un comunicato – su ordine del suo legittimo tribunale”. Baldoni, prosegue il comunicato, è stato ucciso perché “l’esecuzione risponde al rifiuto del governo italiano di ritirare i suoi soldati dall’ Iraq entro 48 ore”. La procura di Roma chiederà al Qatar di poter acquisire il video.

La notizia dell’assassinio di Baldoni arriva all’improvviso e gela le speranze che nelle ultime ore sia la famiglia che la Croce rossa italiana incominciavano a nutrire. L’ultimatum lanciato dal sedicente Esercito islamico dell’Iraq al governo italiano era scaduto oggi alle 16, ma qualche spiraglio nella trattativa per la sua liberazione sembrava essersi aperto.

C’erano alcuni elementi che inducevano all’ottimismo. Per esempio la natura di quell’ultimatum. Gli esperti, fin dal primo momento, avevano ritenuto non ultimativa la scadenza e considervano le 48 ore solo un termine per altre richieste. Tutti si aspettavano Quello che si aspettavano gli uomini dei Servizi era un secondo video, con nuove indicazioni.

Non solo. Anche i familiari erano ottimisti sui canali che sembravano aprirsi. Ancora oggi la moglie di Baldoni, Giusy Bonsignore, aveva espresso “piena fiducia nell’operato della Croce rossa italiana e del suo commissario straordinario Maurizio Scelli”. “Sappiamo quanto la Croce Rossa Italiana abbia fatto e stia facendo per alleviare le sofferenze del popolo iracheno. Confidiamo nella sua azione per poter riabbracciare presto Enzo”, aveva detto. E anche il commissario straordinario della Cri Scelli si era detto “preoccupato, ma ottimista”.

Invece tutto inutile. Inutili le trattative, inutile l’appello di ieri del ministro degli Esteri Franco Frattini su Al Jazeera per difendere il “giornalista coraggioso”, andato in Iraq “per aiutare”.

Restano però molti interrogativi. Non solo su dove esattamente si siano inceppate le trattative, ma anche sulla ricostruzione della cattura di Baldoni. Il settimanale Diario per il quale il giornalista freelance lavorava solleva molte perplessità sulla versione fornita dalla Croce rossa con cui Baldoni viaggiava quel giorno. In un’inchiesta che verrà pubblicata nel numero in edicola domani, Diario accusa l’organizzazione di essere stata reticente su alcuni passaggi importanti.

Non si sa nulla per esempio, sostiene il settimanale, delle ore della mattina di venerdì 20 agosto quando Baldoni era a Kufa insieme alla Cri prima che quest’ultima tornasse a Bagdad. Non si sa se, quando e con chi Baldoni avesse deciso di lasciare la città. Non si capisce perché in un primo tempo la Croce rossa abbia detto che Baldoni non era mai arrivato a Najaf, cosa smentita dalle immagini televisive della troupe della Rai che era con loro.

Fonte: http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/esteri/iraq31/jazeera/jazeera.html

leggete anche: http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/cronaca/enzobaldoni/ritratt/ritratt.html
e
http://franca-bassani.blogspot.com/2007/08/dimenticato.html

Ciao Enzo… noi ti ricordiamo ancora.


Il potere del silenzio

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

26 Agosto 2007

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immagine dal film “Dead Silence”


98 miliardi di euro di evasione da parte delle concessionarie dei Monopoli di Stato
non sono una notizia. Infatti non ne parla nessuno. Il potere del silenzio è il vero potere. In Italia ci sono 5 giornali e 7 canali televisivi che amministrano l’informazione, la costruiscono, la negano. Il cittadino è una foca ammaestrata, dice si, dice no, non capisce mai nulla di quello che gli succede.

98 miliardi di evasione meritano una risposta. Visco e Prodi devono rispondere. Se non lo fanno giustificano l’evasione. Chi paga le tasse non può essere preso per il c..o, paga anche il loro non miserabile stipendio.

Il blog ha pubblicato una prima lettera a Giorgio Tino, direttore dei Monopoli, nessuna risposta. Oggi ne pubblica una seconda. Se nessuno risponde, il blog continuerà. Tino non fare il tacchino. V-day, V-day, V-day.


LETTERA AL DIRETTORE DEI MONOPOLI DI STATO

Gentile dottor Giorgio Tino,
siamo preoccupati per Lei. Da mesi Le scriviamo dalle pagine del Secolo XIX e da questo blog, ma Lei non ci risponde.
Per favore, batta un colpo, altrimenti saremo costretti a presentare una denuncia per scomparsa. Dovremo andare a “Chi l’ha visto?”.

In fondo non Le chiediamo molto. Vorremmo soltanto sapere se ha notizie dei 98 miliardi di euro (sì, miliardi, quelli con nove zeri) che, tra tasse non riscosse e multe non pagate, le società concessionarie di slot machine devono allo Stato.

Secondo la Corte dei Conti e una commissione d’inchiesta presieduta dal sottosegretario Alfiero Grandi, questo tesoro che appartiene a noi cittadini sarebbe finito anche a società vicine a Cosa Nostra e ai partiti politici (An prima di tutti). I magistrati e la commissione sostengono che i Monopoli da Lei diretti avrebbero gravi responsabilità in questo “disguido”. Non solo: la Corte dei Conti ha avviato una procedura per ottenere la restituzione dei soldi dalle società interessate.

E anche a Lei potrebbero essere richiesti 1,2 miliardi di euro.
Noi ci siamo limitati a riportare le parole della commissione e della Corte dei Conti. In un Paese civile Lei avrebbe da mesi risposto alle nostre domande.
O si sarebbe dimesso. Invece tace e resta al Suo posto.

Ma tace anche il vice-ministro Vincenzo Visco che da mesi ha sulla sua scrivania una copia della relazione di Grandi.

Forse sperate che presto o tardi ci stancheremo di scriverVi. Invece no, abbiamo il diritto di sapere dove sono finiti i nostri soldi. E continueremo a scrivervi (ufficiostampa@aams.it) finché non ci darete una risposta. O non ce la darà responsabilmente il presidente Prodi. Cordiali saluti.” Marco Menduni e Ferruccio Sansa (giornalisti del Secolo XIX)


V-day:
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Fisco, duro intervento di Napolitano

Una nota del Quirinale che, pur senza mai nominarlo, si riferisce a Bossi

“La libertà del confronto politico deve rispettare i principi costituzionali”

“No agli eccessi, moderare il linguaggio”

Palazzo Chigi concorda con le parole del presidente
“Abbiamo sempre sperato toni meno accesi”

Il presidente Napolitano


ROMA
– Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene nell’acceso dibattito sul fisco per invitare alla moderazione. Nel comunicato del Quirinale Umberto Bossi non viene menzionato ma è chiaro che la condanna degli “eccessi clamorosi nella polemica” è riferita proprio alle ultime veementi dichiarazioni del leader della Lega.

“Il Presidente della Repubblica – si legge nella nota – ha la massima considerazione per la libertà del confronto politico, anche nelle sue asprezze, e per il pieno esercizio del ruolo e dei diritti di qualsiasi forza di opposizione. Ma dinanzi a eccessi clamorosi nella polemica e nella propaganda, sente di dover esprimere un forte richiamo alla moderazione del linguaggio, e al rispetto dei valori nazionali e dei principi costituzionali”.

Un monito, quello di Napolitano, che suona come indirizzato al leader del Carroccio che da giorni parla di sciopero e di rivolta fiscale e oggi è arrivato a dire che “c’è una prima volta anche per tirar fuori i fucili”.

Le parole del presidente sono state apprezzate da parte del mondo politico a cominciare da Palazzo Chigi. Fonti vicino al governo giudicano quello del capo dello Stato “un richiamo dovuto ai toni troppo accesi dell’opposizione nel dibattito politico degli ultimi tempi. Abbiamo sempre sperato che si potesse ricominciare il confronto politico, dopo la pausa estiva, con toni meno accesi, aggiungono le medesime fonti”.

Il ministro all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio è ancora più esplicito: “Alimentare un clima da guerra civile parlando di fucili è pericolosissimo e rischia di innescare una spirale di violenza incontrollabile. Ascoltando certe parole irresponsabili qualche squilibrato potrebbe davvero sentirsi autorizzato ad imbracciare le armi”.

Concorda con Napolitano anche il sindaco di Roma Walter Veltroni che da tempo sollecita “uno spirito costruttivo ed un rispetto reciproco come condizioni indispensabili per un corretto svolgimento della vita democratica”.

Ammette che le parole del presidente sono opportune anche Maurzio Gasparri : “Napolitano dice cose sagge sul linguaggio dei politici e quello di Bossi è inaccettabile”, ma poi l’esponente di An aggiunge una nota polemica: “Non mi pare che Napolitano fece un commento altrettanto tempestivo quando deputati comunisti hanno definito assassino Biagi“.

Silvio Berlusconi evita invece di commentare le parole del capo dello Stato. Ai molti gionalisti che gli domandano un giudizio sul monito di Napolitano, l’ex premier ha consegnato un laconico: “No, non dico nulla…”

(26 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/politica/bossi-milano-capitale/napolitano-modera/napolitano-modera.html

Inizia al Passo San Marco nella bergamasca la raccolta di firme della Lega Nord sul fisco
Il Senatur: “Lotta di liberazione, il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquente”

“Potremmo tirare fuori i fucili”
La frase di Bossi scatena la bufera

Veltroni: “Spero che qualcuno dei suoi alleati dica parole chiare e definitive”

Umberto Bossi


PASSO SAN MARCO (Bergamo)
Umberto Bossi, Senatur, dai duemila metri del Passo San Marco in provicia di Bergamo, rilancia la battaglia sulle imposte. E lo fa usando toni minacciosi e frasi sopra le righe, nel corso della manifestazione che avvia la raccolta di firme per la protesta fiscale: “A loro interessano solo i nostri soldi – attacca, riferendosi al governo – i lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta”. Parole che, come prevedibile, suscitano una bufera nel mondo politico, con reazioni indignate del centrosinistra.

Le parole di Bossi. “Andremo in fondo – dice il numero uno leghista – non ci fermeremo a metà, costi quel che costi. La rivolta e la protesta fiscale sono parte della lotta di liberazione in atto perchè il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquenziale”. E ancora: “Davanti alla rapina delinquenziale dell’estate che toglie la libertà, sappiamo come reagire ed arrivare al bersaglio. La protesta fiscale non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà”. E infine: “Se la Lombardia chiude i rubinetti l’Italia muore in cinque giorni perché vivono con i soldi dei lombardi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta”.

Le rezioni del centrosinistra. “Spero che qualcuno dei suoi alleati dica parole chiare, inequivoche e spero definitive su tutte le cose: Roma, tasse e fucile”, commenta da Parigi Walter Veltroni – sono tre cose su cui c’è attendersi che i suoi alleati abbiano qualcosa da dire”. “La migliore risposta a Bossi è il silenzio”, replica al leader del Carroccio il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi. Marco Rizzo del Pdci: “I suoi sono proclami pericolosi ed eversivi”. Il verde Angelo Bonelli: “E’ terrorismo politico”. E il diessino Giuseppe Giulietti: “Ora si scusi, come ha fatto Fanny Ardant (l’attrice aveva definito Renato Curcio “un eroe”, poi ha fatto marcia indietro”.

L’imbarazzo del centrodestra. Maurizio Gasparri di An: “I fucili di Bossi sono verbali, con Prodi invece sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere nelle file del terrorismo; e nel suo schieramento ci sono consigliori come chi ha ordinato l’esecuzione di Calabresi. Per non dimenticare le esecuzioni politiche, come quella del generale Speciale decisa da Visco”. Comprensivo ma non troppo verso il leader leghista il vicepresidente del gruppo Udc alla Camera, Maurizio Ronconi: “Bossi è come al solito un cane che abbia, ma non morde e, tuttavia, con le sue affermazioni continua ad offrire argomenti ad una sinistra ormai con l’acqua alla gola”.

(26 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/politica/bossi-milano-capitale/bossi-26ago/bossi-26ago.html


Walter Grecchi: sono in quella foto, chiedo la grazia

Walter Grecchi è riparato oltralpe. Quel giorno fu ucciso il vicebrigadiere Custra
Ora teme l’arresto: “Non scappo più, ho 49 anni, famiglia, un mutuo da pagare”

Ma io non ho mai sparato

dal nostro inviato ENRICO BONERANDI

L’immagine emblematica del ’77, il 14 maggio in via De Amicis a Milano: Walter Grecchi è il ragazzo al centro


MONTPELLIER –
Tre ragazzi con la faccia coperta da un fazzoletto. Uno punta verso la polizia la P38, gli altri due scappano. “Io sono quello col foulard e il rtascapane che se la dà a gambe”, sussurra Walter Grecchi. “Ho perso i capelli ma si capisce che sono io”, aggiunge trent’anni dopo quel pomeriggio milanese di cariche di polizia e lacrimogeni, scontri e bagliori di bottiglie molotov. E’ una foto famosa, l’immagine simbolo del terrorismo nascente in Italia. Manifestazioni armate non solo di spranghe e molotov, ma anche di pistole: sull’asfalto di via De Amicis, trafitto da una pallottola, quel 14 maggio del ’77 cadde il vice brigadiere Antonio Custra. Non è che poi che assomigli così tanto, quel ragazzo in fuga, al Grecchi di oggi, che è un uomo maturo, con moglie, figli grandi e un lavoro di informatico, anche se lui si sentirà per sempre inchiodato a quel fotogramma. Cinque anni fa Paolo Persichetti, poi Cesare Battisti, martedì scorso Marina Petrella: prima o poi Walter Grecchi sa che la polizia francese lo verrà a prendere, nel suo appartamento di Montpellier.

Cosa vede in quella foto, Grecchi?
“Vedo uno studente di 18 anni dell’istituto Cattaneo che sognava di cambiare il mondo e voleva fare la rivoluzione. Uno dell’Autonomia, parola che voleva dire tutto e niente. Gli ideali erano giusti, quelli non li rinnego. Eravamo in piazza per protestare contro l’arresto degli avvocati di Soccorso Rosso, era da poco stata uccisa a Roma Giorgiana Masi. Ho lanciato una bottiglia molotov, la pistola non l’avevo proprio”.

Ma le P38 c’erano e hanno sparato.
“Io non l’ho fatto. Non ho ucciso nessuno. Anche ai processi è stato dimostrato che sono stati altri. Mi hanno arrestato insieme agli altri della foto dopo una settimana. Prima condanna a 10 anni, ridotti a 4 in appello. In carcere, e li ho girati tutti quelli di massima sicurezza, ho fatto 3 anni e mezzo. Quando sono uscito l’esercito mi ha arruolato come bersagliere. Ma la Cassazione ha annullato la sentenza. Ho capito che tirava una brutta aria e sono scappato in Francia. I miei erano operai, hanno tirato su quello che potevano e me l’hanno dato. A Parigi ho saputo della condanna definitiva: 14 anni e 11 mesi per concorso morale in omicidio”.

Non se li merita, è questo che pensa?
“Mi sembra un’enormità. Ho solo lanciato una molotov. Questo non vuol dire che non senta una pena terribile per quella vittima innocente e per la figlia di Custra che doveva ancora nascere e che adesso ha 30 anni. Dentro ho un’angoscia che non riesco a descrivere. Non doveva succedere ma purtroppo è successo”.

Cosa ha fatto in Francia in questi anni?
“Tutti i lavori possibili. Dall’imbianchino al lavapiatti. In carcere avevo preso il diploma di geometra, qui ho fatto tre anni di architettura, ma ho smesso. Mi hanno assunto in una ditta tessile, poi ho cominciato a lavorare per il catasto e mi sono specializzato in cartografia: elaboro programmi informatici. Ho conosciuto una ragazza francese di origini italiane, Pia, e ci siamo sposati, andando ad abitare a Montpellier. Nell’89 ho presentato domanda di naturalizzazione e dall’anno successivo sono diventato francese”.

Nessun problema per la cittadinanza?
“Ho dovuto firmare una dichiarazione in cui attestavo di abbandonare la lotta armata e che mai avrei nuociuto alla Francia. L’ho fatto, ovviamente, anche se io con il terrorismo non ho mai avuto a che fare”.

Però gli altri fuorusciti italiani li ha frequentati.
“Quando ero a Parigi, li vedevo. Andavo a giocare a pallone a Vincenne con Toni Negri, qualche riunione ogni tanto. Oreste Scalzone dava una mano a tutti. Da quando abito a Montpellier, ho quasi perso i contatti”.

Si sente parte di quel gruppo?
“Non mi chiamo fuori, è una condizione oggettiva. Siamo le cosiddette primule rosse che il ministro Castelli ha inserito in una lista di 14 nomi, per i quali l’Italia chiede alla Francia l’estradizione. Non ho progettato il delitto Moro, non mi sono arruolato nelle Br, non ho ammazzato nessuno: questo è vero e sacrosanto. Sangue sulle mani non ce l’ho. Non so gli altri, io parlo per me. Però so che anche loro si sono rifatti una vita qui in Francia e che alla lotta armata non ci pensano proprio, e da decenni”.

E lei?
“Ripeto: io sono venuto via dall’Italia prima che iniziasse il terrorismo. Qui in Francia voto a sinistra, prima Mitterand poi, a malincuore, Chirac contro Le Pen. Quest’anno Ségolène Royal. Le storie italiane le conosco poco. Ogni tanto le leggo su Internet o me le raccontano gli amici che ancora mi vengono a trovare. Mio padre è morto di cancro, ma al suo funerale non sono potuto andare, con tutto quello che ha fatto per me”.

La giustizia italiana sta per bussare alla sua porta.
“Magari mi arresteranno per ultimo, visto che sono il pesce più piccolo. Ma succederà, con il vento di destra che spira in Francia. Mi sveglio di notte con questo incubo. Di certo non scappo un’altra volta. Ho 49 anni, una famiglia e un mutuo da pagare. Dove vado?”.

E che cosa spera?
“Che venga trovata una soluzione politica. La Francia ci ha impiegato anni, ma ha risolto la questione algerina. Bisogna che anche in Italia si chiudano certi conti. Con un’amnistia, dopo un dibattito serio e concreto”.

E’ la stessa richiesta che avanzano gli altri. Ma lei non è mai stato un terrorista.
“Cosa dovrei fare? Che rivedano il mio processo è quasi impossibile. Nel ’90 ho presentato la domanda di grazia, senza avere risposta. Ci riproverò adesso, parlerò col mio avvocato. Ma perché un’amnistia non venga presa in considerazione, questo non riesco a capirlo”.

(26 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/foto-77/foto-77/foto-77.html

Cossiga: “nel ’77 sconfissi Autonomia Operaia con l’aiuto del PCI e della Cgil”

“Bertinotti ha il compito di incanalare il dissenso dell’estrema sinistra”
Intervistato dal quotidiano della destra neofascista “La Nazione” del 21 maggio con un forzoso parallelo sulla Bologna del ’77 e quella di oggi governata da Cofferati, il capo dei gladiatori, Cossiga, si lascia andare ad alcune rivelazioni alquanto illuminanti sull’argomento.

Cossiga, che all’epoca delle rivolte studentesche del 1977 era ministro DC dell’Interno, guidò personalmente la feroce repressione poliziesca per stroncare il movimento che provocò molti morti; in particolare a Bologna, che fu messa a ferro e fuoco dai suoi reparti meccanizzati, come egli si vanta oggi compiaciuto davanti al pennivendolo di regime Andrea Cangini: “Devo ammettere che scaraventai contro i dimostranti una massa di forze impressionante. Non l’ho mai detto prima, ma predisposi anche l’intervento del reggimento paracadutisti del Tuscania, cui diedi l’ordine di indossare il basco rosso cremisi”, dice l’ex capo dello Stato ammettendo anche in questo la sua antica e inguaribile vocazione golpista.

Ma quel che di più illuminante e inedito emerge dalla sua intervista è il ruolo che ebbero il PCI revisionista di Berlinguer e la Cgil del crumiro Lama in questa truce vicenda, che fu di vero e proprio fiancheggiamento e addirittura di delazione a favore della sanguinosa repressione scatenata da Cossiga: “Ricordo bene – dice infatti quest’ultimo osservando che Cofferati ricalca `la logica della Cgil degli anni settanta’ – che in quel periodo il servizio d’ordine del sindacato collaborava strettamente con la Questura, e agiva secondo uno schema ben preciso… avevano il compito di isolare gli autonomi dai cortei, di picchiarli a sangue per poi farli arrestare dalle forze dell’ordine”.

E all’osservazione di Cangini che “in quegli anni, il vero partito d’ordine era il PCI”, Cossiga aggiunge: “Non c’è dubbio. Pensi che il PCI mi fornì persino le liste degli iscritti che non avevano rinnovato la tessera, in quanto potenziali brigatisti”.
Altrettanto istruttivo è il giudizio che egli dà del ruolo di Bertinotti nell’Unione di Prodi, che è quello di assicurargli i voti dei movimenti contestatori del sistema: “Perché senza l’estrema sinistra – osserva infatti Cossiga – Romano Prodi non potrà mai vincere le elezioni. Il suo futuro è nelle mani di Fausto Bertinotti, il quale, se vuole continuare a giocare un ruolo politico, dovrà allinearsi con la piazza giustificando ogni tipo di esproprio proletario”. D’altra parte il leader del PRC “fa bene” a fare così, perché “non può far altro – aggiunge l’intervistato dimostrando di conoscere molto bene i suoi polli – che accreditarsi come uno di loro nella speranza di incanalarne il dissenso’.

8 giugno 2005

fonte: http://www.pmli.it/cossiga77autonomiaoperaia.htm


APPROFONDIMENTI

MANIFESTO
PER IL MOVIMENTO DELL’AUTONOMIA OPERAIA

fonte: http://www.tmcrew.org/memoria/mao/index.htm#dove


Autonomia Operaia – documenti
http://www.nelvento.net/archivio/68/autonomia/autop.htm

LA NOTTE PIU’ LUNGA DELLA REPUBBLICA

Dalla bandella di copertina:

Per la prima volta due giornalisti, di opposta tendenza politica, indagano gli ultimi vent’anni della nostra storia politica e sociale, facendo parlare i fatti e i loro protagonisti.
In questo libro, che affronta in maniera cruda e diretta, il problema dell’estremismo politico e del terrorismo, non c’è alcun tentativo antistorico di voler pacificare due culture, ma solo la volontà di non rimuovere un pezzo di storia che appartiene a tutti e un problema, quello della lotta armata, che ha sconvolto migliaia di esistenze e più di una generazione.


Dalla nascita del movimento studentesco, alla contrapposizione frontale a questo fenomeno da parte della giovane destra, fino al “bagno di sangue” che ha accomunato in una strategia di morte rossi e neri, cioè due ideologie antitetiche, gli autori ripercorrono gli “anni di piombo” della nostra storia: dagli “opposti estremismi” alla “strategia della tensione”; da piazza Fontana al “giovedì nero” di Milano; dal rogo di Primavalle alla nascita dell’autonomia operaia; dalle Brigate rosse a Prima linea al terrorismo diffuso; dall’eccidio di Acca Larentia allo spontaneismo armato neofascista; dallo stragismo ai fitti misteri del Palazzo; dal caso Moro alla confitta del progetto armato.
Vent’anni di storia che nessuno vorrebbe rivivere, ma che è impossibile dimenticare, o peggio cancellare.

LA NOTTE PIU’ LUNGA DELLA REPUBBLICA. Sinistra e destra. Ideologie, estremismi, lotta armata.
(con Adalberto Baldoni)
Serarcangeli – Fuori catalogo

SALVIAMO PEGAH: LUNEDI’ A ROMA SIT IN DI PROTESTA

(AGI)Roma, 26 ago. – Un appello e un sit-in di protesta.

Cosi’ Arcigay e Arcilesbica, congiuntamente al Gruppo EveryOne, reagiscono alla decisione del governo del Regno Unito di negare l’asilo politico definitivo a Pegah Emambakhsh “la lesbica iraniana rifugiatasi a Sheffield (Regno Unito) che rischia la pena di morte nel suo Paese d’origine”.

“Al governo del Regno Unito – nel testo dell’appello – che si ostina a negarle questo diritto fondamentale con motivazioni assurde e pretestuose, e ha emanato l’ennesimo decreto d’espulsione per il 28 agosto (volo British Airways numero BA6633 delle 21.35 diretto a Teheran), le due associazioni nazionali lgbt, con l’adesione del Gruppo EveryOne, rispondono con la convocazione di un sit in di fronte all’Ambasciata Britannica a Roma, via XX settembre 80, prevista per lunedi’ 27 agosto dalle 18,30″.

“La vicenda di Pegah Emambakhsh – continua l’appello – e’ l’ennesimo caso di violazione dei diritti umani da parte dei nostri governi. Le decine di migliaia cittadini, gli attivisti e i politici che hanno aderito all’appello per la sua vita lanciato in questi giorni dal Gruppo Everyone hanno ottenuto una proroga della deportazione al 28 agosto”.

“Ma non illudiamoci – conclude l’appello – perche’ il governo sta solo aspettando che l’opinione pubblica si concentri su altri eventi per costringere Pegah a salire sull’aereo della morte. Deportazioni come quella riservata a Pegah si sono infatti gia’ verificate, anche in tempi recenti, nel Regno Unito e negli altri paesi”. (AGI)

fonte: http://cooperazione.agi.it/le-altre-news/notizie/200708260923-cro-rt11000-art.html

ARABI E OMOSEX

24/8/07

Eppur qualcosa si muove nella regione, dove i gay di religione musulmana provano a difendere i loro diritti. Confutando l’interpretazione che il Corano condanni l’omosessualità

di Paola Caridi

In fondo, le religioni del Libro non differiscono molto, quando si ha a che fare con l’omosessualità. “Quando si parla della condanna dell’omosessualità, l’islam non è né unico né insolito”, scrive Brian Whitaker, giornalista di punta del Guardian, ma soprattutto di uno dei rari (e recenti) studi sull’essere gay nel mondo arabo. “Abbiamo sentito cose simili in diversi periodi da importanti esponenti cristiani ed ebrei, e la reazione di molti cristiani ed ebrei gay o lesbiche è stato l’abbandono della fede nella quale erano cresciuti”, precisa l’autore di Unspeakable Love, Gay and lesbian life in the Middle East, pubblicato l’anno scorso in inglese e in arabo da quella che è forse la più vivace e brillante casa editrice araba, la Saqi Books della compianta Mai Ghoussoub.

Facile trovare conferme alle affermazioni di Whitaker, se pur ve ne fosse bisogno. Quando la comunità gay, lesbica e transessuale d’Israele tentò di organizzare il Gay Pride a Gerusalemme, esattamente un anno fa, le tre religioni monoteiste trovarono un terreno sul quale unirsi. Nessuna marcia omosessuale, nella città santa. E la comunità ebraica ortodossa cominciò a protestare, anche violentemente, per fermare la marcia. Risultato: il Gay Pride si spostò allo stadio universitario di Gerusalemme, un po’ in periferia, dove i partecipanti furono salutati da un grande scrittore (eterosessuale) di più di 80 anni, Sami Michael, presidente dell’Associazione nazionale per i diritti civili.

Una differenza pratica e politica, però, c’è. Ed è, lo dice anche Whitaker, che l’islam è una religione molto più influente nei paesi a maggioranza musulmana, di quanto – per esempio – lo sia il cristianesimo nei paesi a maggioranza cristiana. Anche a livello giuridico. È per questo che anche nelle comunità gay che vivono nei paesi musulmani (per esempio in quelli arabi) e nelle comunità omosessuali musulmane che vivono in Europa o negli Stati Uniti, la linea che sta emergendo da anni è quella di dire: non è vero che il Corano condanni l’omosessualità. L’islam, dicono molte associazioni, condanna la perversione e l’adulterio, ma nella lingua araba non c’è neanche un termine vero e proprio per indicare l’omosessualità maschile. Ancor di meno quella femminile.

I tentativi di riconciliare gli omosessuali musulmani con la loro fede sono diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Tentativi che, però, hanno avuto, tra i risultati, anche quello di rendere la repressione contro l’omosessualità più dura di prima. Nel codice sociale arabo vale una regola che non si limita all’omosessualità, ma a tutti i comportamenti relazionali: si può fare molto, si può fare magari tutto, anche ciò che non è permesso, basta che non si dia pubblico scandalo. Una pratica che in Italia conoscevamo bene, e che forse non è del tutto scomparsa, soprattutto quando riguarda la sfera privata delle persone. Ebbene, se la comunità omosessuale non vuole solamente sopravvivere di nascosto, tra le quattro mura, ma vuole essere accettata, lì nasce il problema: sociale, politico, giuridico, religioso.

C’è un caso per tutti, il più famoso, che serve a definire il cambio nel comportamento delle autorità. L’arresto di decine di gay in Egitto nel 2001: il famoso scandalo della Queen Boat, seguito dalla repressione di quelle persone che avevano creato un sito internet dove confutavano l’interpretazione secondo la quale il Corano condanna l’omosessualità. Da allora, internet ha dato prova di essere un terreno importante per le comunità gay, lesbiche e transessuali in tutto il mondo arabo. Dall’Egitto all’Arabia Saudita, dove la repressione è arrivata sulla Rete, dalle email alle chat, passando per l’oscuramento dei siti. Sino al Libano, caso a parte. Paese dove non esiste una vera e propria repressione dei gay. Paese dov’è nata la prima ong per difendere i loro diritti (Helem, sogno) e il primo magazine (Barra, Fuori), dove sono presenti locali gay, dove non ci si nasconde del tutto.

La questione dei diritti degli omosessuali (uomini e donne, anche se per le donne la repressione non è stata sinora così dura) non può, comunque, essere disgiunta dalle altre questioni. Democratizzazione compresa. Pace compresa. I cosiddetti regimi moderati arabi, quelli che l’Occidente considera pilastri della propria strategia mediorientale, hanno politiche non certo gay-friendly. Né si può sperare che in un Iraq stravolto dalla guerra, in una Palestina che non ha confini e che in compenso ha due governi, in un Libano instabile e ancora piegato dalla guerra dello scorso anno la questione gay possa essere dibattuta come se si fosse in un paese europeo, benestante e in pace. I fuochi accesi in Medio Oriente, per i quali l’Occidente non è innocente, colpiscono soprattutto le fasce più deboli. Le donne, per esempio, come aveva detto il rapporto Onu sullo sviluppo umano nel mondo arabo, che indicava non solo la tradizione e la religione come ostacoli allo sviluppo femminile, ma anche, se non soprattutto, i conflitti. Per i gay, il discorso non è poi così diverso.

Leggi l’articolo a p.7 del Riformista

fonte: http://www.lettera22.it/showart.php?id=7681&rubrica=80

Rincaro libri di testo, interviene l’Antitrust


“Verificheremo se ci sono intese tra editori”

Il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni: “Ben venga l’iniziativa del Garante”

ROMA Dopo l’allarme lanciato dalle associazioni dei consumatori sui rincari dei prezzi dei libri di testo, interviene ora anche l’Antitrust che promette una pre-istruttoria per fare chiarezza sugli aumenti e sugli aggiornamenti dei testi di studio. “Tra pochi giorni – ha assicurato il presidente dell’Authority Antonio Catricalà – faremo una pre-istruttoria per capire cosa sta succedendo in questo settore”.

Il presidente dell’Antitrust ha precisato che intende comprendere se tra gli editori si è verificata l’ipotesi di un “cartello” che può avere alterato le condizioni di concorrenza del mercato. “Gli uffici – ha sottolieneato Catricalà – sono già stati allertati per verificare se ci sono state delle intese tra le case editrici. Ma al momento si tratta solo di ipotesi, dobbiamo approfondire”.

L’annuncio è stato accolto positivamente dal ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni. “Ben venga l’iniziativa del Garante – ha commentato il ministro – e qualsiasi intervento in grado di assicurare a studenti e famiglie trasparenza nella dinamica del mercato e del contenimento della spesa”. Per Fioroni “un’opera di controllo e vigilanza renderà inoltre anche più efficace l’azione del ministero tesa a fissare tetti massimi di spesa oggetto di continuo monitoraggio”.


Favorevole all’intervento anche il segretario di Uil Scuola, Massimo Di Menna. “E’ un annuncio positivo – ha precisato il sindacalista – e sarà utile l’intervento dell’Antitrust anche sulla questione dei continui aggiornamenti dei libri scolastici, spesso marginali. Questa decisione dimostra che in passato c’è stata poca disponibilità da parte degli editori”.

Secondo le associazioni dei consumatori, ci sarà quest’anno un incremento sul prezzo pari all’11 per cento sia per i libri di testo sia perr il corredo scolastico (astucci, diari, zaini). Un’indagine di Altroconsumo condotta su 355 classi di 55 scuole medie di Milano, Roma e Napoli ha dimostrato che il tetto di spesa (280 euro) indicato dal ministro dell’Istruzione Fioroni non viene quasi mai rispettato. In alcuni casi gli aumenti arrivano anche a 394 euro.

(25 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-acquisti/antitrust-intervento/antitrust-intervento.html