Archivio | agosto 27, 2007

Il caso Petrella e la discarica Italia

L’ARGOMENTO E’ SCOTTANTE, MA PIU’ CHE MAI DI ATTUALITA’. E PER NULLA ACCADEMICO.
PUBBLICHIAMO L’ARTICOLO CON L’INTENTO DI APRIRE UN DIBATTITO SERIO ED IL PIU’ POSSIBILE ARTICOLATO.

petrella.jpgdi Giuseppe Genna


E’ davvero curioso e tipicamente italiano che il premier Romano Prodi, cattolicissimo, commenti così l’arresto di Marina Petrella [a sinistra in foto di repertorio], ex Br rifugiatasi in Francia con l’assicurazione che garantiva, fino al caso Battisti, la cosiddetta “dottrina Mitterrand”: “Grande soddisfazione per la brillante operazione. L’arresto – ha aggiunto il premier – dimostra l’importanza della cooperazione internazionale in tema di lotta alla criminalità e al terrorismo. Confidiamo che la richiesta di estradizione già avanzata negli anni scorsi possa essere presto soddisfatta. Con questo arresto – ha concluso Prodi – siamo certi si potrà cercare di fare luce su uno dei periodi più bui, tragici e assurdi della nostra storia repubblicana”.

Cominciasse lui a fare luce su quel periodo, visto che ci sta immerso da quasi trent’anni: il cattolicissimo premier stava infatti seduto a un tavolino a fare una seduta spiritica, quando emerse il nome “Gradoli” – e si andò a cercare Moro a Gradoli, non in via Gradoli a Roma, covo delle Br. Un bell’atto di occultismo: della notizia che poteva salvare la vita al presidente Dc. In realtà, visto che non possiamo non dirci cattolici e ai medium non crediamo, una bufala: da dove Prodi seppe di “Gradoli”?
E’ soltanto un rilievo superficiale, a fronte della gravità di quanto sta accadendo in queste ore. Iniziamo da questo: Marina Petrella non è una terrorista.

Marina Petrella è stata una terrorista, piuttosto. La “brillante operazione” che soddisfa tanto Romano Prodi nasce da un casuale controllo effettuato da una pattuglia della polizia stradale. C’è una lista, inviata ai tempi del governo Berlusconi a quello francese, in cui sono indicati i nomi dei rifugiati che l’Italia desidera siano estradati. Poco è cambiato da Berlusconi a Prodi: quella lista è la pietra tombale su una promessa fatta da un Presidente di Francia, rispettata da nove primi ministri e, di colpo, inapplicata. Con quali effetti andiamo a vedere.

Prima di tutto, inquadriamo il caso di Marina Petrella. Ecco come l’approccia Repubblica.it: “La brigatista ha subito una condanna all’ergastolo al termine del cosiddetto processo Moro Ter. Il dibattimento, che riguardava le azioni delle Brigate Rosse a Roma compiute tra il 1977 e il 1982, si era concluso con 153 condanne. Di queste 26 erano ergastoli e 1.800 anni erano gli complessivi di detenzione. Solo 20 assoluzioni. All’epoca della condanna inflittale dalla Corte d’Appello di Roma, la Petrella era contumace in quanto scarcerata per decorrenza dei termini e aveva trovato da anni rifugio a Parigi, dove viveva un’esistenza irreprensibile. La sentenza venne poi confermata dalla Cassazione che annullò, con rinvio a un’altra sezione penale della Corte d’Appello di Roma, solo la sentenza nei riguardi di Eugenio Ghignoni, condannato in secondo grado a 15 anni di prigione. La ‘primula rossa’, già sposata al brigatista Luigi Novelli, si era successivamente legata a un algerino dal quale ha avuto una figlia”. Il gioco è già fatto: “brigatista”, “primula rossa”, “contumace” mentre erano scaduti i termini di custodia. L’atteggiamento del lettore medio è già plasmato.

Stare a Parigi viene evidentemente interpretato come un paradiso. Mutare l’esistenza, rifarsi da capo una famiglia, apprendere a vivere normalmente in un contesto sano. Esiti che il carcere dovrebbe iscrivere in cima alla lista dei suoi effetti primari e che invece svaniscono a fronte della realtà. Poco importa che, a trent’anni dall’affaire Moro, Petrella fosse una donna qualunque, rispettosa delle leggi e della disciplina che una nazione aveva adottato come promessa indelebile per accoglierla e cercare di porre uno stop all’impossibilità di metabolismo storico che l’Italia, a una simile distanza di tempo, sembra tuttora incapace di agire sulle proprie tragedie. Però queste sono considerazioni ancora superficiali, rispetto a una questione un poco più profonda e a un successivo problema che va eviscerato fino ad abissali artesianesimi.

Anzitutto il paravento del terrorismo. Questa dottrina di contenzione psichica collettiva, la lotta al terrorismo, che è il residuo tossico di ciò che è rimasto dopo gli entusiastici annunci di un Nuovo Ordine Mondiali lanciati dal Presidente USA che faceva guerra all’Iraq ed era ed è il papà del Presidente USA che fa guerra all’Iraq ora – questa indegnità globale usata come paravento per operazioni di ogni natura, che coprono l’intero spettro del criminogeno planetario, è proprio l’ombrello sotto cui si pone il premier italiano accomunando Petrella ai terroristi di oggi. Lo fa del tutto spontaneamente.

La lotta al terrorismo è andare a perseguitare una persona che, dopo trent’anni, è distante miliardi di miglia dal terrorismo. A spingere a questa allegra equazione il nostro bonario premier è un fatto decisivo: Petrella non ha pagato, non si è pentita, non si è contrita dietro le sbarre, non ha subìto le violenze che i nostri carceri sovraffollati garantiscono come corollari impliciti alla permanenza in quei civili soggiorni. Ecco l’anima giacobina, ecco il fascismo italiano di destra e sinistra, il fascismo antropologico, uscire in tutto il suo splendore, assai simile al lucore sul dorso delle blatte soprese dall’accensione repentina della luce: l’ex terrorista deve marcire in carcere, deve piegarsi e martirizzarsi, deve chiedere perdono e stare zitto perché tanto il perdono non glielo si concederà, poiché soltanto un atto eccezionale, umanissimo e cristiano, potrebbe condurre il parente di una vittima di terrorismo a perdonare l’uccisore.

Ma, nonostante non possiamo non dirci cristiani, di fatto possiamo: questo non era nei Settanta e tantomeno è adesso un Paese umano o cristiano. Sembra un Paese cattolico, ma di fatto non lo è. E’ un’accolita di spiriti legalitari secondo la legge del taglione, è una nazione in cui, all’indomani della strage impensabile di Duisburg, il quotidiano Libero titola “Finché si ammazzano fra loro”, è un termitaio dove chiunque è mosso da una sete di violenza giunta al culmine per l’incredibile assenza di sicurezza minimale a cui il cittadino è sottoposto o per le bizzarrie di un sistema legale che appare impazzito (l’altroieri un calabrese disoccupato e disperato è stato arrestato, per avere mangiato un pranzo con i prodotti di un ipermercato lombardo prima di presentarsi alle casse: rischia vent’anni – ripeto: vent’anni).

Le dichiarazioni di Prodi, la sua felicità contenuta e bonacciona a carico di due tragedie (quella di Marina Petrella e quella dei familiari di Moro), sono la migliore esperienza dimostrativa che il Paese può fottersene ormai delle distinzioni tra destra e sinistra, poiché è rattrappito sui suoi minimi storici, cioè ai suoi elementi basali: guelfi contro ghibellini, riunificati dalla sete di una giustizia tutta particolare, implacabile e postuma fino al fuori tempo massimo, nella cecità più assoluta e nel disinteresse rispetto a ciò che questa supposta “giustizia” comporta per la società – cioè nulla.

Poiché Petrella in carcere non dà alcun vantaggio ad alcuno in Italia. Nemmeno ai familiari di Aldo Moro, che immagino siano ben più assetati di giustizia giusta: vogliano, cioè, conoscere i responsabili e le meccaniche effettive che condannarono l’ex presidente del Consiglio a una morte devastante per il nostro Paese, per il suo sviluppo civile. E’ un caso ampio, che ha prodotto, in sede processuale e di commissione governativa migliaia di pagine, coinvolgendo tutto il momento storico vigente ai tempi del rapimento e dell’assassinio: attuale premier incluso, come abbiamo visto – oltre ad Andreotti, il Papa, la Cia, la loggia P2, la banda della Magliana e, come ultime ruote del carro, gli esecutori materiali, cioè i brigatisti.

Dopo i casi Battisti e Petrella non c’è nemmeno più da preoccuparsi: la deriva antiterroristica che Francia e Italia hanno intrapreso è ben chiara. La Francia, che ha vergognosamente mancato alla sua parola, è squalificata nel suo onore nazionale: castri chimicamente i pedofili e si bei del suo presidente peronista; l’Italia, che cerca vendetta per non smettere mai di chiudere una stagione che soltanto qui poteva rimanere aperta (ma c’è chi apre revisionisticamente, senza la minima ombra di un’indagine innovativa, la fase della Resistenza…), è lasciata ai suoi contorcimenti storici, presa in un’impossibilità di sfogo energetico, poiché le due lotte fondamentali, con questa politica della beatitudine codina, non riusciranno ad avere libero sfogo: e intendo la lotta di casta che ha sostituito quella di classe, e la lotta tra generazioni.

FIRMA LA PETIZIONE CONTRO L’ESTRADIZIONE DI MARINA PETRELLA

data prima pubblicazione: Agosto 22, 2007

fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/08/002348.html#002348


Sciopero su SecondLife degli avatar IBM

NO COMMENT

Alessia Grossi

 Logo Ibm foto interna

«I diritti dei lavoratori IBM non sono in svendita! Vogliamo il contratto integrativo aziendale, difendiamo il nostro futuro e la nostra professionalità». I dipendenti italiani della IBM sono in sciopero per il rinnovo del contratto. E fin qui, niente di straordinario. L’aspetto innovativo della protesta è che i dipendenti non marceranno personalmente, almeno non con le loro gambe, ma manderanno avanti il proprio avatar. Si protesta nella seconda vita per reclamare diritti appartenenti alla prima. È la prima protesta virtuale dei lavoratori su SecondLife: la data, però, non è ancora decisa.

La notizia è apparsa su tutti i blog e le newsletter del settore IT (information technology) . Ma soprattutto ha già fatto il giro tra i quasi nove milioni di avatar di SecondLife. E sul sito della rappresentanza sindacale IBM si legge che questa protesta sarà un evento unico al mondo. In quale mondo, però, non è chiaro. E ancora sul sito si legge che «i sindacati mantengono il massimo riserbo ma riteniamo che gli effetti saranno eclatanti». Una cosa è certa: in questo mondo una dimostrazione online non si era mai vista. E non si vedrà se non collegandosi con il proprio avatar a SecondLife nel momento in cui i dipendenti virtuali brandiranno le bandiere del sindacato e gli slogan della protesta. Resta il fatto comunque che uno sciopero per i diritti dei lavoratori virtuali o reali che siano non è cosa sulla quale scherzare. In modo particolare quello indetto dai dipendenti italiani di una delle maggiori multinazionali al mondo, a quanto pare, è cosa seria.

L’aspetto interessante è che la protesta da farsi su SecondLife sarebbe nata proprio da una considerazione dei dipendenti italiani: una società come l’IBM che investe nella seconda vita non può non rinnovare il contratto di lavoro ai suoi dipendenti nella prima vita. Il gigante informatico IBM, infatti, ha creato a maggio di quest’anno il suo centro virtuale su SecondLife per fornire assistenza e vendita per i clienti e visitatori della seconda vita dotandolo di personale in carne e ossa: dall’America e dall’Europa.

In un’intervista a Reuters, Maggie Blaney, direttore strategia web di Ibm, ha dichiarato che «la vera ragione per cui lo facciamo è perché percepiamo l’inizio di una grande trasformazione di come le persone interagiscono sul web, da un’esperienza piatta ad una full immersion». Da quando ha aperto la sim (il luogovirtuale di SecondLife) Ibm su SL ha ricevuto 10mila visite, certo ancora poco visti i 250mila visitatori l’anno che navigano sul sito della società.

Ma per quanto riguarda l’approccio al web non più piatto, i lavoratori italiani di IBM la strategia del direttore sembra l’abbiano compresa bene. Al vecchio e obsoleto sciopero di fabbrica hanno sostituito quello virtuale sul nuovo mondo da conquistare. Se l’azienda non può prescindere dall’investire nella seconda vita, i lavoratori italiani raggiungono l’azienda nel mondo virtuale per chiedere il rinnovo del contratto in questa vita.

Sul sito del sindacato dei lavoratori IBM Italia si legge ancora che il morale interno dell’azienda è «al di sotto di tutte le altre aziende IT. A far traboccare il vaso è stata la lunga e inconcludente trattativa per il contratto interno». Il sindacato ha richiesto un aumento irrisorio, a quanto si legge nel comunicato. Nello stesso momento IBM rispondeva «cancellando il premio di risultato con una perdita per ogni lavoratore di circa 1000 euro l’anno. Sembra che per la protesta virtuale «la preoccupazione serpeggi ai piani alti dell’azienda anche perché» continua il comunicato «questa azione accenderà i riflettori sul progetto di creazione di un sindacato mondiale IBM che coinvolge i sindacati di oltre 16 paesi, compresa la nuova frontiera dell’informatica, l’India. E dal sindacato annunciano: «Comunicheremo ai dipendenti IBM e a tutti gli avatars data, luogo e modalità di questa protesta virtuale.Tenetevi tutti pronti a settembre….e spargete la voce fra i vostri amici e colleghi di lavoro».

Pubblicato il: 27.08.07
Modificato il: 27.08.07 alle ore 14.15

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=68388

Second Enterprise

Tra le grandi imprese continuano a diffondersi sistemi di realtà virtuale che permettono ai dipendenti di comunicare e lavorare insieme.

IBM, Sun, Intel, HP, Rytheon, Cisco, Motorola… le multinazionali con sedi in ogni angolo del Globo hanno trovato nei mondi virtuali la soluzione perfetta.

Ispirandosi a Second Life, il più famoso esempio di metaverso online, le grandi imprese hanno sviluppato ambienti virtuali tridimensionali dove i propri dipendenti possono ‘vivere’ impersonando un avatar, proprio come in un videogioco.

Qui però c’è ben poco da giocare. L’obiettivo di questi progetti, già attivi ma in continuo sviluppo, è consentire ai dipendenti di lavorare insieme, comunicando e intessendo relazioni sociali fondamentali per la condivisione delle conoscenze tacite.

A differenza di Second Life, gli universi alternativi aziendali non sono costruiti su internet ma sulle intranet delle imprese, protette da firewall che impediscono l’accesso di visitatori non autorizzati.

Per Sun si tratta della soluzione ottimale che consente a lavoratori, che fisicamente si trovano in diversi Paesi, di lavorare proprio come se fossero nello stesso ufficio. La comunicazione è garantita, oltre che dalle chat testuali, da un sistema audio che permette di parlare con la propria voce.

Per questo, IBM sta mettendo a punto un sistema di traduzione automatica, indispensabile quando gli avatar appartengono a persone di diversa nazionalità che parlano lingue differenti. Ma sono proprio gli avatar tridimensionali la vera marcia in più: rappresentando esteticamente il dipendente, offrono un surrogato accettabile della comunicazione face-to-face, a tutto vantaggio dell’efficacia.

fonte: www.multi-consult.com/…/18/second-enterprise/


"NON SI FUCILA ABBASTANZA!"

(clicca sul link per scaricarla in versione ingrandita)

Invece qui, con cuore spezzato, riflettiamo su un pezzo di storia patria che nessuno vuole ricordare.

I CRIMINI DI GUERRA ITALIANI NELLA EX-JUGOSLAVIA

di Girolamo De Michele campoarbe.jpg

[nella foto a destra: detenuti slavi nel campo di concentramento italiano di Arbe]

La favola degli Italiani brava gente, dei colonizzatori buoni e gentili è ancora dura da sfatare, a dispetto di ricerche storiche accurate e dettagliate anche dal punto di vista documentaristico, come quelle di Angelo Del Boca, Tone Ferenc, Gianni Oliva, e di riviste come il Diario, I viaggi di Erodoto (Il confine orientale, n. 34/1998), Novecento. Proprio quest’ultima rivista, nel n. 3/2003, ha pubblicato una corposa inchiesta curata da Mimmo Franzinelli: I crimini di guerra italiani. All’interno di questa inchiesta, un drammatico quadro dei crimini commessi sulla popolazione slava dall’esercito italiano nell’ex-Jugoslavia nel periodo 1941-43.

«Controguerriglia ed eccidi di civili: questa la percezione delle popolazioni dell’ex-Jugoslavia sull’occupazione italiana. Direttive e rapporti delle autorità militari sull’attività delle nostre forze armate in Siovenia e Croazia documentano l’adozione di una politica spietata, avviata nella regione di Lubiana sin dal 1941 con uccisioni in massa di prigionieri senza processo, in una catena di violenze contro i civili che raggiunse l’apice nel 1942 43». Così inizia la sezione del saggio di Franzinelli dedicata ai crimini italiani nella ex-Jugoslavia.

Artefice principale dei massacri perpetrati ai danni della popolazione civile e dei resistenti contro l’occupazione nazi-fascista fu il generale Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata, che nell’estate del 1942 decretò l’invio in “campi di prigionia” dei maschi tra i 18 e i 55 anni trovati in località isolate: «Internare tutti gli sioveni e mettere al loro posto degli italiani (famiglie dei feriti e dei caduti italiani). In altre parole far coincidere i confini razziali con quelli politici». Inizia così la pulizia etnica italiana. «Ad analoghi intenti, prosegue Franzinelli, si conformò la strategia adottata nel luglio agosto 1942 dal generale Umberto Fabbri, che ordinò al raggruppamento della Guardia a frontiera dei 5° corpo d’armata la fucilazione di centinaia di croati e di sioveni residenti nella parte della Croazia annessa alla provincia di Fiume: interi villaggi furono bruciati e le popolazioni internate».

reticolatoGonars.jpg
In Italia non si ama ricordare che i campi di concentramento non furono una prerogativa tedesca: li abbiamo istituiti anche noi [nella foto a sinistra il campo di concentramento di Gonars]: «Campi di concentramento per oltre 100mila civili furono allestiti nel golfo dei Quarnaro sull’isola di Arbe, in Friuli a Gonars e a Visco (Palmanova), in Veneto a Monigo (Treviso) e a Chiesanuova (Padova), in Toscana a Renicci (nel comune di Anghiari). L’esistenza dietro i reticolati era miserevole, per deliberata volontà dei comandanti militari. Le proteste inoltrate dalla diplomazia vaticana contro il regime disumano instaurato nei campi suscitarono commenti sprezzanti e ipocriti.

Il generale Mario Roatta, comandante superiore delle forze armate in Siovenia Dalmazia, liquidò le richieste di miglioramento dei lager di RabArbe, dove languivano circa 6.500 prigionieri, con una frase irritata: «Sarebbe stato assai meglio se autorità ecclesiastiche locali, anziché dipingere a tinte fosche le condizioni dei campi di concentramento, avessero indotto i fedeli a non affiancarsi ai partigiani, nemici giurati della civiltà e della religione, contribuendo così a rendere superflui o, quanto meno, a ridurre quei campi di concentramento di cui ora soltanto, a cose fatte, si occupano» (16 dicembre 1942 al comando supremo, oggetto: «Situazione in Siovenia Campi di concentramento»). Reazioni egualmente ciniche manifestò l’indomani il generale Gastone Gambara (succeduto a Robotti nell’incarico di comandante deIl’XI corpo d’armata): ”Logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo. Ad ogni modo alla lettera rispondere: ‘prendo atto – comunicherò arrivi’. Praticamente faremo poi ciò che ci sembrerà meglio”».

Lo stesso feroce cinismo viene messo in atto nelle rappresaglie contro la popolazione civile, con una ferocia che nulla ha da invidiare a quella nazista durante la resistenza: «Ecco una direttiva impartita dal generale Emilio Grazioli: «Estensione delle rappresaglie agli abitati situati in prossimità dei luoghi ove si verificassero rappresaglie, attentati, atti di sabotaggio ecc.» (dispaccio riservato n. 10826 dell’alto commissario per la provincia di Lubiana al comando dell’XI corpo d’armata, per Siovenia e Dalmazia, 20 giugno 1942). Il generale Vittorio Ambrosio stabilì che alle fucilazioni seguisse l’incendio delle abitazioni dei giustiziati. Il tribunale militare di guerra insediato a Lubiana decretò 83 pene capitali (tre delle quali contro militari italiani); nella sola seduta dei 7 marzo 1942 sanzionò la morte per 28 abitanti di Borovnica, 16 dei quali furono fucilati per ritorsione contro l’attacco partigiano a un ponte ferroviario: il plotone d’esecuzione era composto da elementi dell’ottavo battaglione «M» (dove «M», ovviamente, sta per Mussolini).

A macchiarsi dei più gravi crimini furono proprio i reparti delle camicie nere; sostenuti da forti motivazioni ideologiche, essi infierirono sulle popolazioni nella convinzione di adempiere a un dovere patriottico. Ne facevano parte vecchi squadristi dei 1921-22, che si erano arruolati volontari per ragioni politiche; i loro valori di riferimento si desumono dalle lettere da essi scritte in patria. Ecco un eloquente stralcio epistolare della camicia nera Ricci Guglielmo (I Battaglione Squadristi toscano), al «Carissimo Camerata Fasolino», in data 26 giugno 1942: «Come son cierto saprete che mi trovo in terra di Dalmazia e proprio nella città di Spalato. Qui facciamo la guerra al Comunismo e non gli diamo pace poiché, escruso gli italiani, sono tutti comunisti e come son vili spesso ci fanno delle imboscate e a tradimento uccidono tanti nostri fratelli. Però quando ne prendiamo qualcuno li cambiamo i connotati tanto basti che anche pochi giorni orsono si andò a Sebenico e si fece il plotone di eseguzione e se ne fucilò ventisei e con buona soddisfazione a me tocò proprio il capo di tutti i comunisti della Croazia. Se avessi visto Fasolino che sciena tanto e che per aver tirato tanto bene che non ci fu bisogno dei colpo di grazia si ebbero molti elogi, e fra tanti quello dei governatore S.E. Bastianini».

La documentazione fotografica ha riproposto, per l’occupazione militare nei Balcani, le raccapriccianti immagini di teste mozìe di partigiani esibite da militari italiani sorridenti: immagini tragicamente somiglianti a quelle scattate negli anni trenta dai colonizzatori in terra d’Africa».

Franzini ricorda infine, a titolo di esempio, la testimonianza di un cappellano militare, Don Pietro Brignoli, dislocato dal 1941 al 1943 in Siovenia e in Croazia tra i Granatieri di Sardegna, che descrisse «nei più minuti particolari la marcia distruttiva delle nostre forze regolari. Il diario dei sacerdote bergamasco, scritto in uno stile diretto e franco, non può certo essere tacciato di faziosità e di falsificazioni, stante l’abbondanza di particolari e la figura dei suo estensore».

Il diario di Don Brignoli fu pubblicato in modo parziale e ambiguo quattro anni dopo la morte del parroco (17 agosto 1969) con il titolo Santa Messa per i miei fucilati, senza spiegazioni sui criteri censori né segnalazione delle parti omesse, e con questa premessa: «Dobbiamo precisare che abbiamo esitato a lungo prima di prendere la decisione di pubblicare un documento eccezionale sì, ma spaventoso». Il diario di Don Brignoli è finito rapidamente fuori commercio, e non ha mai avuto ristampe. È possibile acquistarne una delle copie esistenti qui.

«Nonostante le amputazioni subite, scrive Franzinelli, la lettura di quel libro è sconvolgente […]. Don Brignoli, aggregato al 2° reggimento Granatieri di Sardegna, enumera le crudeltà dell’azione militare italiana, preoccupato dei prevedibile trascinarsi degli odii oltre la stessa conclusione dei conflitto. I metodi d’occupazione sono descritti in stile asciutto, con il rammarico del testimone impotente. Ecco un esempio: «La nostra artiglieria e un gruppo di artiglieria alpina aprono un fuoco infernale, da un’altura, su un paesetto nella valle: qualche donna e qualche bambino uccisi, il resto della popolazione fuggita nei boschi, dove tutti i maschi incontrati dai nostri battaglioni venivano considerati come ribelli e trattati di conseguenza» (16 luglio 1942). Le esecuzioni in massa erano all’ordine dei giorno: «Le camicie nere avevano arrestato tutti i maschi validi che non erano fuggiti: il tribunale di guerra dei nostro reggimento, che li giudicò, ne condannò a morte 18» (21 luglio 1942). Il cappellano depreca le ruberie dei soldati ai danni dei civili, divenute abitudine inveterata: «Non feci che predicare e arrabbiarmi: “Ma almeno qui, dove la popolazione ci ha ricevuto bene e ci ha dato ogni ben di Dio, non rubate!”. Era come parlare ai muri» (25 luglio 1942). Dinanzi al ripetersi dei furti, che non risparmiavano nemmeno i collaborazionisti, questa la sconsolata conclusione dei reverendo: «Il soldato italiano non solo fa piazza pulita nei campi e nei pollai dei nemici, ma non rispetta neppure quelli degli amici» (27 agosto 1942, a commento delle razzie compiute in un villaggio che aveva accolto favorevolmente le nostre truppe). Quando qualche civile convinto delle promesse di correttezza campeggianti nei manifesti murali redatti dagli uffici di propaganda, si presentava per rivendicare il maltolto, accadevano scene pietose: «Un contadino ebbe il coraggio di venire a domandare un indennizzo, perché i soldati gli avevano portato via le patate, ma l’ufficiale dice all’aiutante: “Questo deve essere un partigiano di certo: fa’ venire i carabinieri!”» (7 agosto 1942). La strategia dei vertici militari è stigmatizzata in una pregnante considerazione: «Distruggendo, noi leviamo anche ai ribelli il mezzo di vivere; spaventando questa gente più di quanto non siano in grado di fare i ribelli per la minor copia di mezzi, la faremo piegare verso di noi» (5 agosto 1942). I rapporti tra il cappellano e gli ufficiali volsero al peggio: «In tutta la divisione era conosciuta la mia ritrosia, anzi la mia aperta avversione contro quel perverso sistema di mandare all’altro mondo i cristiani come se, anziché di uomini, si trattasse di ragni.

Tanto che qualcuno, al Comando di divisione, se n’era lamentato, perché impacciavo il Comando militare nell’adempimento dei suo eroico dovere, facendo osservare che gli altri cappellani (e non era vero, almeno di tutti) si mostravano militari di più spirito, e quando si fucilava qualcuno, anche loro erano contenti e dicevano che più si ammazza di questa gente e meno nemici si hanno». Rimpatriato, Don Brignoli, nelle giornate dell’8 e 9 settembre 1943, partecipò ai tentativi di resistenza contro i reparti tedeschi che entravano a Roma. Nel dopoguerra si sarebbe dedicato all’assistenza degli orfani di guerra. Quelle sue sofferte pagine diaristiche meriterebbero senz’altro una riedizione e un’attenta lettura».

Per approfondire:
Materiale documentario e fotografico sui crimini italiani nella ex-Jugoslavia è visionabile sul sito Crimini di guerra

Pubblicato Febbraio 12, 2007

fonte:
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/02/002141.html


SATAN’S SCHOOL FOR GIRLS


RIFLETTIAMO SORRIDENDO 🙂

Cronache di Bassavilla 50

SATAN’S SCHOOL FOR GIRLS

di Danilo Arona

SatansScool.jpg
Capita.
Capita soprattutto a chi ha scritto qualche anno prima un libro che s’intitola Satana ti vuole. Non da solo, per carità: il diavolo è una missione impegnativa. Il vecchio amico Gian Maria Panizza, direttore dell’Archivio di Stato in Bassavilla, mi ha tenuto compagnia per un democratico 50%. Così, nel corso del tempo (il tomo è del ’95), siamo stati qua e là per l’Italia a sproloquiare di Anticristi e di sette sataniche. E un paio di volte, in televisione, abbiamo guardato con un po’ di sconcerto il nostro libro (edizioni Corbaccio, cancellato in fretta e furia dal catalogo) far capolino fra i materiali sequestrati e repertati nei covi dei presunti satanisti. E’ un libro che ha venducchiato, però lo hanno comprato soprattutto loro, i cultori del maligno, perché con quel titolo e quella copertina sembrava una bibbia per apprendisti stregoni. Siccome non sono poi in tanti, non si è riscontrato l’auspicato picco di vendite.

Un mese fa il Panizza mi squilla e mi comunica: “Ci vogliono ad Asti al liceo scientifico, conferenza sul satanismo.”
“Ancora?”, sbuffo. “Ce ne libereremo mai?”
“Eh, l’argomento è caldo, sai. Le Bestie di Satana…”
“Eh, ho capito. Ma Introvigne a Torino…”
“No, no, hanno chiesto proprio di noi. Sai, quelle ore che i ragazzi si autogestiscono…”
“Vabbé, ma è l’ultima. Non voglio più occuparmene. Non sono l’uomo per tutte le stagioni.”
“Nemmeno io. Ma sai, ti lusingano quando ti chiamano…”
“Okay, ma teniamo un basso profilo. So’ ragazzi, per dirla con Greggio.”
“Chi?”
E’ un giovedì, se non ricordo male, e per farsi trovare allo scientifico di Asti alle 8,30 ci dobbiamo autopunirci con una levataccia demenziale. Panizza va a dormire con le galline e si sveglia normalmente alle 5, ma io no, ci sto male fisicamente a saltare nel letto per una sveglia che rompe i marroni alle 6 o giù di lì. Andrew Masterson scriveva che le 8 del mattino sono l’incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo. Già, e le 6 che cosa mai saranno?
Alle 8, superate mille difficoltà logistiche, imbocchiamo l’autostrada. Non potremo mai essere alle 8,30 sul luogo.
“Tranquillo, ho avvertito che arriviamo con mezz’ora di ritardo”, esclama il Panizza, fresco e sveglio come una lepre inseguita dai pallini il primo giorno d’apertura della caccia.
Guadagno qualche minuto per merito dello scarso traffico e alle 8,45 imbocchiamo l’ingresso del liceo. In portineria perdiamo un po’ di tempo per capire dove dirigerci. E, mentre discutiamo come due comari rimbambite per decidere la direzione (destra o sinistra, in alto o in basso), un ragazzotto contenuto in una larga t-shirt con la scritta “staff” ci viene incontro, esclamando:
“Arona e Panizza per gli esorcismi?”
“Esorcismi?”, gracchiamo all’unisono. Ma il pupo non ci caga e ordina perentorio: “Seguitemi in aula magna.”
Scendiamo al suo seguito e la grottesca inquietudine che inizia a pervaderci si trasforma in una sensazione di spiacevole estraneità quando leggiamo all’ingresso queste parole scritte con pennarello sopra un pannello bianco: “ORE 8,30: ESORCISMI”.
“I preti hanno già iniziato”, ci comunica il capostaff. “Ma venite, prego…”
“Quali preti?”, fa Panizza con un’espressione che pare Vanna Marchi in tribunale prima della crisi di pianto.
“Un esorcista e un giovane trinitario dell’America Latina, andiamo.”
Ci tocca far buon viso, è ovvio, e mentre procediamo verso il palco tra due ali di ragazzotti seduti e sogghignanti, non resisto più e sbotto sottovoce:
“Che scherzo è questo, Panizza? Dove siamo capitati?”
“Non lo so. Mi avevano detto che avremmo dovuto parlare di sette e satanismo. A casa mi hanno telefonato!”
Saliamo sul palco. Nelle orecchie il divertito brusio dei ragazzi che si capisce lontano un miglio che si trovano lì per bigiare quattro ore di scuola e divertirsi alle spalle dei conferenzieri. Questa è perlomeno la prima impressione. I due sacerdoti sembrano proprio loro, Padre Karras e Padre Merrin. Ma quanto sta uscendo dalla bocca del primo costringe Panizza a farmi piedino e a roteare gli occhi verso il soffitto. Cercherò di essere il più fedele possibile.
“…. varie sono le porte d’ingresso per il diavolo. La prima è la musica rock. La seconda è l’occultismo in tutte le sue forme: magia, parapsicologia, spiritismo, cartomanzia e varianti sul tema. La terza è il sesso, benintenso escluso quello praticato all’interno del matrimonio con lo scopo di procreare. La quarta è la New Age con tutte le sue finte religioni d’importazione. Infine le arti marziali, diffidate dalle arti marziali e da quelle discipline in cui si cita Kundalini…. Kundalini è un demone pericolosissimo!”
Non so che espressione mi si dipinge sul viso. Anche i ragazzi – anzi, le ragazze perché all’80% trattasi di femmine – si accorgono di qualcosa, perché con educata discrezione si danno di gomito, portandosi le mani alla bocca. Panizza intanto si è trasformato in una turgida maschera color vinaccia: quando sta per esplodere, prima diventa rosso. Per tutti i numi: allora io devo essere il re degli indemoniati… Sono un ex rockettaro non pentito, bazzico sul Lato Oscuro della Realtà e quando c’è trippa per gatti, non sto a pormi il problema della procreazione. Per di più la mia personal trainer ayurvedica mi ha aperto i chakras con mia somma soddisfazione. Sono salvo solo per le arti marziali, ma il mio povero amico Nerozzi che è tra i massimi cultori di karate dello stivale? Capperi, con quel che scrive poi, lui è di sicuro il Papa Nero d’Italia.
Afferro la bottiglia dell’acqua, mentre la conferenza prosegue tra esorcismi e storia della pratica dell’esorcismo dall’anno zero a oggi. L’acqua è naturale, non gassata. Hai voglia, le bolle: troppa trasgressione. Evito che i miei occhi s’incrocino con quelli di Panizza. Al di là della nostra ingiustificata presenza sul quel palco, il problema reale tra qualche minuto sarà capire che cosa dire senza fare brutte e senza creare inutili incidenti diplomatici davanti alle ragazze.
Padre Karras finisce l’ardente pistolotto anti-tutto e il più posato Merrin prende la parola. Ci tende la mano, ci presentiamo. Poi, sottovoce, ci chiede: “Siete esorcisti laici?”
“Laici, di sicuro”, rispondo diplomaticamente. “Ma francamente saremmo qui per parlare di sette e di satanismo.”
“Bene. Uniti contro l’avversario.”
Non ne ho voglia. Sono le nove e mezza. Ho sonno e mi tocca far buon viso perché qui mi hanno invitato. In più mi ritengo una persona beneducata. E che posso dirgli io a questo qui? Avrà sì e no 28 anni e delle idee quanto mai precise, il carisma del predicatore e la certezza sul nemico. No, bisognerà gestire con astuzia i nostri interventi.
Così, quando Merrin ci passa la palla, Panizza apre il suo microfono e lancia:
“Sono un ricercatore laico. Permettetemi di parlare del diavolo sotto il profilo storiografico. Soprattutto di quel diavolo la cui immagine scaturì all’alba del XV secolo dalla triplice alleanza fra il potere ecclesiastico, quello teologico-giuridico e quello imperiale dei sovrani…”
Bravo, Panizza. L’attacco al potere fa sempre il suo effetto, anche se con evidenza le ragazze forse si attendevano una polemica meno velata. Quando tocca a me, la butto sull’attualità: Bestie di Satana, la sentenza sulle medesime che risale proprio a qualche giorno prima, i tentativi – respinti – d’inserire il tema della possessione tra le carte giuridiche. E concludo con una notizia che manda in sollucchero Karras e Merrin: qualche psichiatra laico usa nel proprio studio la pratica dell’esorcismo a fini terapeutici, con la presenza di un sacerdote autorizzato.
“Ah”, sento commentare. “E’ la medicina che riconosce la realtà di Satana!”
Ci sarebbe da rimodellare il giudizio, ma qui si alza un professore che per inciso è anche un notevole scrittore, Edoardo Angelino (L’inverno dei mongoli, Einaudi, 1995), e che sbotta:
“Accidenti, basta, ma non vi rendete conto che le parole sono macigni? Il sesso, la musica rock, le arti marziali! Con tutto il rispetto, consiglierei una certa prudenza… Non crederete che questi ragazzi siano a digiuno degli argomenti che avete definito come ‘porte d’ingresso’? Vedete per caso degli indemoniati qui seduti?”
Il silenzio cade, questo sì, come un macigno. E allora, in una specie di limbico e sospeso imbarazzo, si alza dalla prima fila un ragazzo che pare un clone del cantante dei Cure, Robert Smith, e che chiede con un rabbrividente fil di voce:
“Sì, basta menate, descrivetemi per filo e per segno un esorcismo. A noi quello interessa.”
Due ore dopo stiamo tornando in macchina verso Bassavilla. E Panizza, dopo che abbiamo passato il casello, azzarda:
“Strano clima che c’è oggi in Italia, cosa dici?”
“Già, nessuno che ha fatto una piega sulle porte d’ingresso. Mi sarei aspettato qualche contestazione, almeno sulle arti marziali.”
“E’ la TV…”
“Sì, Berlusconi, Ruini, ‘er Mutanda…”
“Chi?”
“Lascia stare. La nostra porca figura l’abbiamo fatta. La classe non è acqua. E adesso ascoltati questo CD dei Mercyful Fate…”
Chi?”
E’ Bassavilla, amici, anche ad Asti. Anche in autostrada. Anche nella mente e nella coscienza. E i Mercyful Fate attaccano una loro hit del ’96 che s’intitola, vedi tu, Melissa e che fa:

I’m kneeling in front of the altar
Satan’s cross upon the wall
Strange emptiness, a crystal ball between two candles
Melissa, you were mine
Melissa, you were the light
She was a witch
Why did they take you away?
Melissa, you were the queen of the night
Melissa, you were my light
I swear revenge on the priest
The priest must die
He must die in the name of Hell
Melissa, can you hear me?
Melissa, are you there?
Nothing is left outside at the stake
They’re taken her away from me!

Proprio così: le porte d’ingresso….

Pubblicato Febbraio 27, 2006 03:10 AM

fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2006/02/001691print.html


P2P, il grande ritorno di SuprNova.org

News di Alfonso Maruccia

AlfonsoMaruccia

lunedì 27 agosto 2007

function ShareURL() {return encodeURIComponent(‘http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2053670’);}function ShareTitle() {return encodeURIComponent(‘P2P, il grande ritorno di SuprNova.org’);}function ShareAbstract() {return encodeURIComponent(‘Il celebre motore di torrent si ripresenta ora più combattivo che mai sotto le ali protettrici della Baia dei Pirati svedese. E mentre il P2P subisce nuovi attacchi, aumenta la diffusione di musica senza DRM’);}function ShareID() {return encodeURIComponent(‘2053670’);}RomaMolte le novità sul fronte P2P per agosto, basti pensare che è tornata a farsi vedere quella che un tempo era considerata la più importante risorsa per i download in salsa BitTorrent. Il tutto proprio mentre Universal inizia a giocare, seguendo la via di EMI, con la diffusione di musica DRM-free.

Il fatto centrale è certamente la rinascita del tracker sloveno di SuprNova.org, buttato giù nel dicembre del 2004 a seguito di un raid delle forze di polizia negli uffici del suo provider e nell’abitazione di sloncek, webmaster del portale. All’epoca SuprNova.org era considerato il cuore centrale della comunità BitTorrent, e la perdita di una così importante risorsa di indicizzazione fu considerata come una vittoria di notevole caratura per RIAA, MPAA e le altre organizzazioni dell’industria multimediale.

In questi anni le cose sono cambiate in maniera vistosa, BitTorrent ha acquisito una centralità ancora maggiore per l’intero settore del file sharing e, nonostante il contrasto allo scambio illegale sia sempre più pressante, e le major siano entrate in pianta stabile nella distribuzione di contenuti sul P2P, i torrentisti impenitenti che scaricano senza preoccuparsi molto di copyright, legalità e questioni collegate hanno trovato in Pirate Bay, la baia inaffondabile dei pirati svedesi, un porto franco capace di resistere ai marosi legali costantemente provocati dalle big corporation dell’intrattenimento.

La Baia risponde a questa dimostrazione d’affetto digitale sfidando apertamente le major con la distribuzione del rip dell’ultimo film dei Simpsons e infine, ultima iniziativa in ordine di tempo, proprio con la riproposizione della bandiera di SuprNova.org. Sloncek, dopo aver passato un brutto quarto d’ora con cybercop, sequestri e lettere del tribunale riuscendo a scampare alla condanna, ha deciso di donare il suo dominio a The Pirate Bay, con gli obblighi per quest’ultima di mantenere l’apparenza del portale com’è sempre stata e di continuare ad offrire i download in forma di .torrent pubblicamente accessibili da chiunque.

Richieste che sembrano essere state accettate: nella sezione news del sito appena riaperto si può leggere un trionfale “Siamo tornati!” a firma di brokep, perno della crew che gestisce Pirate Bay. Il sito è attualmente in fase di betatesting pubblico, e gli utenti sono incoraggiati a segnalare qualunque bug o comportamento incoerente riscontrato nel funzionamento di tracker e portale. Quel che è invece pacifico è la grande forza simbolica del ritorno di SuprNova.org, segnalata com’è nello stile dell’istrionico pirata svedese con parole di sfida aperta e sprezzante nei confronti dell’industria dei contenuti.

“Infine – scrive brokep – alcune parole per le società che non amano Internet: le cose funzionano così. Qualunque cosa abbattiate, noi siamo sempre un passo avanti a voi. Voi siete il passato che verrà presto dimenticato, noi siamo la Rete e il futuro. Y’arr!”. Il più grande successo di RIAA, MPAA e le altre è stato così tramutato in occasione di rivalsa e sberleffo da parte di Pirate Bay, che non arretra di un centimetro ed anzi avanza sempre più nella sua mission.

SuprNova.org ha ad ogni modo subito un sostanzioso restyling, se non nella forma quantomeno nella sostanza: ora è persino possibile scaricare i torrent senza l’impiego di un client esterno, grazie all’integrazione dell’applet java BitLet con cui il download parte direttamente all’interno del browser. Una caratteristica questa che potrebbe giocare in favore di una diffusione ancora maggiore della rete di scambio di BitTorrent, anche tra quegli sparuti netizen ancora poco familiari con le tecnologie di condivisione dei contenuti.

I danni del P2P

L’industria ha dunque perso l’ennesima battaglia, ma il contrasto al file sharing acquista nuova linfa propulsiva grazie ad uno studio appena pubblicato dall’Institute for Policy Innovation (IPI), think tank fondato dal deputato americano Dick Armey che professa un approccio “non-partigiano” nei confronti di problematiche inerenti alla sfera e al comportamento pubblico. Lo studio, di cui riferisce tra gli altri ZeroPaid, descrive nel dettaglio le presunte perdite dell’intera economia americana a causa del file sharing illegittimo, arrivando a pontificare su decine di migliaia di posti di lavoro persi e decine di miliardi di dollari di guadagno andati in fumo.

Non bastasse, a perderci è anche lo stato federale USA, che a causa dei download musicali si vede sottratti un minimo di 293 milioni di dollari in tasse annuali. Stime opinabili, ricorda ZeroPaid, che cita un contro-studio della prestigiosa pubblicazione Journal of Political Economy risalente al febbraio scorso, secondo cui il P2P ha un effetto statisticamente irrilevante sulle vendite musicali.

DRM, tecnologie al capolinea

Qualunque sia la verità, quel che è invece certo è il progressivo rifiuto delle tecnologie anticopia da parte delle grandi sorelle del disco: dopo aver conosciuto l’abbandono da parte di EMI Group, le discusse DRM vengono “licenziate” anche da Universal Music Group, la più grossa major internazionale per volume di affari totali. Sebbene UMG parli per ora di un progetto pilota della durata di sei mesi, la vendita di MP3 senza restrizioni da parte dell’etichetta che controlla oltre il 25% del mercato musicale mondiale viene percepita come l’ennesima conferma della sorte oramai segnata di uno degli ambiti tecnologici più fallimentari di sempre.

Tra i canali autorizzati a distribuire i contenuti marcati UMG troviamo store e grandi catene commerciali del calibro di Amazon, RealNetworks, Best Buy e Wal-Mart. Non stupisce l’assenza eccellente di iTunes, considerando le divergenze esistenti da tempo tra Apple e la major sul controllo delle modalità di vendita dei brani musicali: a Universal non va giù la perdita di “potere” su decisioni chiave quali il prezzo per file, la diversificazione dell’offerta (e il rincaro del costo per le “hit” più in voga) e il fatto di dover obbligatoriamente vendere gli MP3 senza DRM a 30 centesimi in più rispetto agli AAC protetti.

Non che Universal sembri avere le idee ben chiare a riguardo della sua nuova iniziativa: i brani musicali verranno sì distribuiti senza restrizioni alla copia, ma porteranno in dote una filigrana invisibile grazie alla quale saranno individuabili facilmente. Misura che a conti fatti parrebbe avere un’efficacia piuttosto dubbia, ma che è forse indicativa della confusione costante che regna sotto il sole del P2P quando l’argomento entra in consessi forse troppo “ingessati” per aprirsi al nuovo come il tradizionalmente ben foraggiato management dell’industria musicale.

Alfonso Maruccia

fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2053670


ATTENZIONE! Certificati di malattia obbligatori anche per un solo giorno

24 agosto 2007

di Luigi Caiazza

Le assenze per malattia, anche per un solo giorno, devono essere documentate. Non basta la semplice comunicazione. È quanto ha deciso la Corte di cassazione con la sentenza 17898 del 22 agosto, confermando, nella sostanza, i giudizi di merito.


Il caso
Un lavoratore aveva fatto ricorso contestando la trattenuta operata nella sua busta paga in conseguenza di assenze per malattia. Queste, della durata di un solo giorno e avvenute in periodi diversi dell’anno, erano state giustificate il giorno successivo al proprio capo ufficio, ma mai documentate. Il lavoratore sosteneva che questa fosse la prassi aziendale: le assenze di solo giorno non richiedevano l’esibizione di certificato medico.
Il contratto collettivo di categoria, invece, stabiliva che le assenze devono essere giustificate, e non solo comunicate, al datore di lavoro, «mediante esibizione di certificato medico». D’altro canto, come sostenuto dal ricorrente, la «prassi consolidata, salvo alcune eccezioni» dell’azienda risultava da due circolari del datore di lavoro.

I giudici di merito, però, non l’hanno ritenuta sufficiente per l’accoglimento della domanda: nelle medesime circolari, infatti, c’è la precisazione che «nessuna innovazione deve essere apporta-ta alla prassi in atto, qualora a fronte di assenze per singole giornate di malattia già venga richiesta, in taluni casi, la certificazione medica ».In sostanza,l’azienda siriservava di chiedere il certificato come da contratto. Il che dagli atti processuali risulta comunicato al lavoratore già prima delle assenze. Il ricorrente, invece, davanti alla Cassazione ha articolato la propria difesa su tre motivi:

la prassi, pur non configurabile come norma, ha forza vincolante quando rappresenti un miglioramento alla normativa collettiva, e l’azienda avrebbe potuto derogarvi solo sulla base di criteri oggettivi e uguali per tutti dipendenti;

il giudice di merito nella sua decisione ha ritenuto verosimile la comunicazione del capo ufficio al ricorrente circa l’obbligo di esibire il certificato anche per un solo giorno di assenza;

considerare la trattenuta non una sanzione disciplinare, ma una conseguenza della mancata prestazione, stante il principio di corrispettività della retribuzione viola l’articolo 7 della legge 300/70.

La pronuncia
La Cassazione ha invece ritenuto la prassi aziendale mitigata dalla riserva dell’azienda di applicare la disciplina contrattuale. Il datore di lavoro può pretendere il certificato medico qualora ne ravvisi l’opportunità (ad esempio per assenze frequenti).

Peraltro, rileva la sentenza, il ricorrente non ha mai provato di essere stato assente per malattia, neanche nei giorni successivi alla contestazione dell’assenza ingiustificata, né ha dimostrato in sede di merito che la prassi aziendale fosse tassativa e le eccezioni circoscritte, per cui l’azienda non avrebbe mai potuto pretendere una documentazione dell’assenza per malattia, neanche in caso di dubbio. Non sussiste, infine, per la Corte la contraddittorietà della motivazione, perché la verosimiglianza di un fatto dedotto da un teste si può trasformare in verità giudiziaria se la deposizione è confortata da altro elemento probatorio.

La Corte ha così confermato che, nel caso in cui non venga fornita prova dell’assenza giustificata dalla malattia, mancano le condizioni che consentono di ritenere dovuta da parte del datore di lavoro una prestazione imputabile a titolo di retribuzione. Pertanto la trattenuta della paga giornaliera è la conseguenza della mancata prestazione lavorativa e non una sanzione disciplinare.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2007/08/malattia-certificati.shtml?uuid=f0d7b0bc-520d-11dc-9e19-00000e251029&type=Libero

Clima, accuse reciproche tra Germania e Cina

il cancelliere Angela Merkel, presidente G8 e il premier cinese Wen Jiabao, foto Epa

Il cancelliere tedesco,Angela Merkel, ha esortato la Cina a fare di più per contrastare i cambiamenti climatici. Ma questo richiamo non è stato gradito dai dirigenti di Pechino, i quali hanno fatto presente che l’Occidente industrializzato inquina i cieli da molto più tempo di una Cina entrata di recente nella grande corsa allo sviluppo. Alla sua seconda visita da cancelliere a Pechino, dove è arrivata domenica anche in veste di presidente del G-8, la Merkel ha in agenda proprio il clima, in vista dell’incontro mondiale tra quattro mesi a Bali dei ministri dell’Ambiente, cui spetterà preparare una nuova tornata di colloqui finalizzata a prorogare oltre il 2012 il protocollo di Kyoto. Il primo incontro della giornata è stato con Wen Jiabao.

Il premier cinese ha accolto l’ospite lunedì a metà mattinata con una cerimonia davanti alla Grande Sala del Popolo, nel centro di Pechino.

In questa missione, che mercoledì proseguirà in Giappone, la signora Merkel prepara il terreno a una serie di importanti accordi commerciali e questo spiega un seguito di 25 dirigenti d’azienda e d’industria.Il cancelliere ha chiesto maggiore protezione del diritto d’autore e fatto presente che le regole di fondo per l’approvvigionamento di risorse devono essere uguali per tutti e ovunque: un’implicita critica alle relazioni tra la Cina e il regime del Sudan. Nel Paese africano sono enormi gli interessi di Pechino che finora non ha prestato ascolto alle pressione internazionali affinché tenga un atteggiamento più critico nei confronti di Khartum: molti denunciano che con gli aiuti cinesi il regime sudanese alimenta la violenza nella devastata regione del Darfur.

Se Wen ha assicurato un impegno della Cina a fare il possibile per contrastare la pirateria commerciale, sul fronte ambientale ha detto che le posizioni non coincidono. «I cinesi vorrebbero, come tutti, cieli azzurri, colline verdi e acque cristalline», ha detto Wen nella conferenza stampa congiunta. Ma -ha aggiunto- il compito di ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra è più difficile in Cina che in Germania, perché ampie fasce della sua popolazione non hanno ancora raggiunto la crescita economica dei Paesi industrializzati in termini di Pil pro capite. «La Cina si assume parte di responsabilità per i cambiamenti climatici soltanto per gli ultimi trent’anni, mentre i Paesi industrializzati per gli ultimi duecento anni», ha sottolineato Wen.

Pubblicato il: 27.08.07
Modificato il: 27.08.07 alle ore 9.56

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=68384


Mosca, arrestate dieci persone per l’omicidio della Politkovskaya

Il procuratore generale parla di “progressi importanti” nelle indagini
Secondo un giornalista, i responsabili farebbero capo al presidente ceceno

Anna Politkovskaya

MOSCA – Dieci persone sono state arrestate in relazione all’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaya. Il procuratore generale Yuri Chaika, citato dall’agenzia di stampa Itar-Tass, parla di “progressi importanti nella ricerca dei responsabili” dell’assassinio della donna. Le persone arrestate, ha aggiunto il procuratore, “saranno presto incriminate”.

Nota per i suoi reportage sulla Novaya Gazeta, sempre critici nei confronti dell’amministrazione Putin, e premiata con una serie di riconoscimenti giornalisti, la Politkovskaya, 48 anni e due figli, fu uccisa nel portone della sua abitazione a Mosca. Stava lavorando a un reportage sulle torture compiute dall’esercito in Cecenia. Il lavoro è stato completato da cinque colleghi ed è uscito postumo, a cinque giorni dalla sua morte.

Secondo Viacheslav Izmailov, l’ufficiale dell’Armata Russa e corrispondente di guerra che, su incarico della Novaya Gazeta, sta indagando sulla morte della collega, gli assassini fanno parte dell’entourage del presidente ceceno Ramzan Kadirov.

(27 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/politkovskaya-omicidio/politkovskaya-omicidio/politkovskaya-omicidio.html

L’ultima intervista di Anna Politkovskaja

«Kadyrov vuole uccidermi»

9/10/2006 di Natalia Mozgovaja

Anna Politkovskaja
Anna Politkovskaja

Dopo Beslan non è più andata in Cecenia?
«No, il direttore non vuole. Ritiene che oggi sia molto più pericoloso. Sono d’accordo: oggi il pericolo sono persone che hanno promesso di uccidermi»

Chi sono?
«Ramzan Kadyrov».

Perché?
«Non gli piace che io lo ritenga un bandito di Stato, che lo consideri uno degli errori tragici di Putin».

Lo sa da terze fonti o glielo ha sentito dire?
«Lui è pazzo, un idiota assoluto. Dice queste cose alle riunioni di governo. Come un bambino terribile, dice e fa ciò che vuole. Uccide molte persone, laggiù».

Sembra che questa verità non interessi molto ai russi, e nemmeno ai ceceni.
«Sì, è un vicolo cieco. Putin all’estero racconta che in Cecenia tutto funziona. Chi sa che il 99% di quello che dice sono bugie? Non c’è nessuno a cui appellarsi nel mondo: l’ho capito. Ma in qualche caso si riesce a fare qualcosa. Ogni volta si tratta di una vita salvata».

I suoi articoli sono mai costati la vita a qualcuno?
«Purtroppo. Oggi non succede più. Quando accadeva urlavo, usavo ogni occasione per parlarne in Occidente. Siamo riusciti a impedire un altro caso quando ci si voleva vendicare di chi aveva parlato con i giornalisti».

Perché nessuno scende in piazza per le sue denunce? Non ci credono? «La gente legge, poi ne parla con gli amici. Ne ho parlato con i difensori dei diritti umani, siamo stati costretti ad ammettere che non esiste una quantità di sangue sufficiente a portare i russi in piazza. Se scrivessi che ieri sono morti 200 mila ceceni direbbero, sì, in effetti sono tanti. Tutto qui. Nemmeno se morissero 200 mila abitanti di una città russa. La società oggi è molto crudele».

Si dice che i russi hanno il governo che si meritano.
«Certamente. Una volta la gente parlava. Oggi, se vado a fare la spesa, incontro sicuramente qualcuno che mi dice qualcosa, ma solo in un orecchio. Penso che sia perché nelle posizioni chiave ci sono gli uomini del Kgb. Nel dna della nostra gente c’è il ricordo che a “questi“ non ci si oppone. Gli unici che hanno il coraggio di alzare la voce sono i nazionalisti, i fascisti».

Non ha paura che ci sia un altro giro di vite, che chiudano i giornali? «Ne ho paura da morire. Ma ho deciso che resterò fino all’ultimo, fino a che non potrò più pronunciare una parola».

Lei non aveva mai fatto la corrispondente di guerra. Poi è finita in una fossa, prigioniera dei russi.
«È stato disgustoso. Continuavo a dire: vi sbagliate. Non ne avete il diritto, è illegale. Mi rispondevano che stavano lottando con il terrorismo e io ero una serpe che stava con i guerriglieri, che sarebbe stato giusto ammazzarmi, ma si sarebbero limitati a rendermi innocua. Secondo loro, se non consideravo i ceceni degli animali ero dalla loro parte».

Perché i ceceni l’hanno chiamata a fare la mediatrice nella crisi del teatro Dubrovka?
«Ci ho pensato a lungo, non ho una risposta. Avevano fiducia in me perché anch’io ero stata prigioniera dei russi. Tuttora non sappiamo cosa sia accaduto in quel teatro».

Si diceva che le vedove nere non volessero morire.
«Niente affatto. Avevo parlato con loro. In Cecenia c’era stata quasi una gara tra le donne per poter andare al Dubrovka. Volevano vendicarsi. È una verità crudele. Si è detto che erano state costrette, drogate. Nulla di tutto questo. Avevo parlato con loro, avevo parlato con quelli che avrebbero voluto far parte di quel commando e non ci erano riusciti. Sognavano il Dubrovka, ciascuno per un motivo personale. In Cecenia la sorella per un fratello spesso è più importante della moglie. Al Dubrovka c’erano molte sorelle i cui fratelli erano stati rapiti. Pensavano di vendicarsi così».

Si disse anche che le bombe fossero finte.
«È stato provato mille volte che non era così. Semplicemente non avevano una gran voglia di farsi esplodere. La sera prima del blitz si sperava ancora in un accordo. Le loro richieste erano primitive, ma avevano una logica: Putin doveva almeno far vedere di voler fermare la guerra. Dirlo in tv, ritirare le truppe da un distretto ceceno. Non chiedevano né treni, né aerei, né soldi, né droga. Avevo trasmesso le loro richieste dopo essere uscita. Poi è successo quello che è successo. Probabilmente, se avessi saputo come sarebbe andata a finire, non sarei entrata per il negoziato. Avevo capito che le cose stavano andando male alle due di notte: dovevo rientrare nel teatro, invece aveva vinto l’idea dei servizi, niente più trattative. Era chiaro che ci sarebbe stato l’assalto. Ma non potevo immaginare che avrebbero usato il gas, anche se li vedevo scavare passaggi».

La volta successiva, a Beslan, avevano cercato di avvelenarla.
«Il caso non è ancora chiuso. Dopo per sei mesi sono stata malissimo. Ancora adesso, non riesco a lavorare per una giornata piena. Dovrei curarmi».

Non teme che la prossima volta andrà peggio?
«Quando scegli la tua strada la vivi, anche perché c’è molta gente che conta su di te».

Nel suo libro «La Russia di Putin» lei attacca personalmente il presidente russo. Ritiene che sia colpa di Putin, o che sia una rivincita del vecchio sistema?
«Putin è stato messo lì da Berezovskij, ma non ha più importanza. All’inizio era mite, non si faceva notare. Poi ha deciso di diventare imperatore. È stato educato così. Ma a me questo ordine non piace. Piace al 51% della popolazione? E il rimanente 49%? È una minoranza che non si può nemmeno chiamarla tale, perché non ha diritto a dibattere con la maggioranza. All’inizio del secondo mandato di Putin è diventato chiaro che ha la sua responsabilità personale. Bisogna spiegare che le cose stanno così e che se ci sarà bisogno di eliminarvi verrete eliminati. Pensateci».

Cosa pensano i suoi figli?
«Mi rispettano, e così i loro amici. Le mie amiche sono rimaste. Mia suocera mi odiava, oggi mi adora perché pensa che la mia è stata una vita onesta. Per quanto riguarda mio marito, il giornalista Alexandr Politkovskij, sono contenta che ci siamo lasciati. Era vittima della propaganda ufficiale, beveva e mi diceva che mi ero venduta ai ceceni. Vivere insieme, dopo 22 anni, è diventato impossibile».

Ama l’adrenalina della guerra?
«No, non bevo, non fumo e non amo l’adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. È orrenda. Quando ero prigioniera nella fossa era terribile, sporcizia, puzza, senza bagno, acqua, cibo. Mi avevano tolto anche i bottoni, temevano che dentro ci fossero microfoni, mi avevano lasciato solo il burro di cacao e poi uno mi ha rotto pure quel tubetto, cercava i microfoni».

Nei suoi libri lei dice che oggi in Russia tutti i mezzi sono buoni. Per che fine?
«Non c’è fine. Solo restare al potere. Prima si poteva sperare che Putin avesse una strategia. Ma l’unica idea è restare al potere e prendere più soldi che puoi. Chi sono gli oligarchi? Gli uomini dell’amministrazione presidenziale».

Ma se il potere cambia si viene puniti…
«Ultimamente negli ambienti della gente ricca si dice che lui finirà come Ceaucescu».

Esiste la censura o l’autocensura?
«Succede che il direttore mi dice che basta scrivere di Putin, e per un po’ mi cancella delle cose. Vuol dire che qualcuno dal Cremino si è lamentato».

Ritiene di conoscere verità inaccessibili agli altri?
«No. Solo una parte della verità, ma anche quel poco che so viene ignorato dalla maggioranza».

Copyright Newsru.co.il

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200610articoli/11794girata.asp

Omaggio al grande Enzo

Per scoprire chi era Baldoni, la sua grande umanità, il suo impegno civile, la sua tenerezza di padre e marito non c’è nulla di meglio che andarsi a rileggere i suoi reportage ed i “pezzi” scritti per una miriade di testate. Quello che segue non è un necrologio ma un inno alla vita, alla gioia di vivere che Enzo sapeva trasmettere ancora nonostante tutte le brutture viste in giro per il mondo. Scopritelo con pazienza, ma scopritelo. ne vale la pena.

Non c’è niente da fare: quando uno è ficcanaso, è ficcanaso. E’ insopprimibilmente curioso, gli interessano i lebbrosi, quelli che vivono nelle fogne, i guerriglieri. E poi non gli basta fare il pubblicitario, deve occuparsi anche di critica di fumetti, di traduzioni, di temi civili e perfino di robbe un sacco zen. Ma soprattutto di ficcare il naso dove i governi non vorrebbero: dal Chiapas alle fogne di Bucarest, dallo sterminio dei Karen birmani ai massacri di Timor Est, dal lebbrosario di Kalaupapa ai dissidenti cubani fino alle montagne della Colombia dove si annida il più potente esercito guerrigliero del mondo: le FARC

I ROADBOOK: OVUNQUE CI SIANO CASINI



In Messico e in Chiapas sull’onda del caso e dei fucili

TAGLIATORI DI TESTE, LEBBROSI, GUERRIGLIERI: IL GRANDE FICCANASO

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Da Repubblica:
Il creativo e il
Subcomandante
Marcos: culo
e carisma.

Chiapas: l’Incappucciato del Banco
dei Segni

Birmania:
la crociata
dei bambini
Kalaupapa:
lo sceriffo
dei lebbrosi
Bucarest:
il diavolo
delle fogne
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Terremoto
Indonesia:
quando l’e-mail
mi salvò
la pelle.

Timor Est:
così salverò
la mia gente
Timor Est:
Ronaldo chi?
Indonesia:
Dieci giorni
a Giakarta
Timor Est:
l’isola delle teste mozzate
Ritorno
a Timor Est

Un po’ di piombo,
un po’ di tenerezza


PEDOFILI, UMORISTI, PUBBLICITARI, LE PROSPETTIVE SPOSTATE

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California: cancro?
Si faccia una canna

Non scoparmi, coccolami
Pedofilia: svegliatevi, mammine Nuovo: il mio primo Carosello
Applicando:
il Mac come passione
Essere:
la rivoluzione pigra
Un saluto affettuoso a Marcel Bich Pino Pilla: il topo, la brace,
la cenere
Il Latore della Presente OH! Che club!


DOONESBURY, MILLER, LAUZIER: UNA VITA A FUMETTI

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Linus:
vent’anni
di critica
del fumetto

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fonte: http://www.balene.it/enzo/

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Grecia, 63 morti e 80 incendi fuori controllo


Brucia la periferia di Atene. Arrestati 33 piromani

La vittoria alata sullo sfondo degli incendi di Olimpia

ATENE (27 agosto) Sono salite a 63 le vittime degli incendi che da quattro giorni stanno devastando la Grecia. Il totale è stato aggiornato questa mattina quando le squadre di soccorso hanno trovato due cadaveri in un villaggio del Peloponneso. Oggi la temperatura è scesa un po’ dovunque, mantenendosi comunque intorno ai 33 gradi, ma il vento soffia ancora oltre i 70 chilometri orari e alimenta così un’ottantina di incendi fuori controllo, anche di vaste proporzioni, soprattutto nel Peloponneso e sull’isola di Evia. Le fiamme si sono riaffacciate alle porte di Atene, nella zona di Papagou, dove sta bruciando un bosco e a metà mattinata un violento incendio è scoppiato di nuovo sul monte Hymettus, alla periferia nord-occidentale di Atene, a circa 20 km dal centro e le fiamme si stanno rapidamente estendendo alle pinete circostanti. Ieri le fiamme hanno minacciato da vicino il sito archeologico dell’antica Olimpia. Nella zona sono attivo 800 vigili del fuoco, appoggiati da quaranta velivoli antincendio e da squadre giunte da tutta Europa.

Piromani. La polizia ha fermato nelle ultime ore 33 persone sospettate di aver appiccato incendi, ha dichiarato Nikos Diamandis, portavoce dei vigili del fuoco greci. Ieri il governo ha posto una taglia fino a un milione di euro per l’arresto dei responsabili degli incendi. Il ministero per l’ordine pubblico ha offerto una ricompensa variabile da 100.000 a un milione di euro «a chiunque fornirà informazioni sicure che portino all’identificazione e all’ arresto degli appartenenti ad un’organizzazione criminale resisi responsabili degli incendi divampati nel paese dal primo luglio ad oggi».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7768&sez=HOME_NELMONDO

FOTO GALLERY:

Le fiamme raggiungono Olimpia ma il sito archeologico è salvo
Grecia, continua a salire il numero dei morti
Sono almeno 63 le vittime degli incendi, ma il bilancio è destinato a salire. Il governo offre soldi a chi fornisce notizie sui piromani

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ATENE
Olimpia è salva, ma il tempio di Bassae (V secolo a. C.) in Arcadia, nel Peloponneso, è minacciato da un violento incendio. Lo ha annunciato il ministro greco dell’Ordine pubblico, Vyron Polydoras. Intanto, con il ritrovamento di altri quattro cadaveri nell’Elide il bilancio delle vittime è salito a 63. Non si accenna quindi a fermarsi l’ondata di fuoco che sta devastando la Grecia. Da qualche giorno il Paese è duramente colpito dai roghi diffusi in varie zone e il primo ministro, Costas Karamanlis, ha dichiarato lo stato di emergenza. I politici hanno interrotto la campagna elettorale in vista delle elezioni di settembre, mentre le bandiere saranno a mezz’asta nei tre giorni di lutto indetti per commemorare i caduti. Inoltre il governo ha messo a disposizione ricompense fino a un milione di euro per tutti coloro che forniranno informazioni utili all’identificazione dei piromani che hanno causato l’ondata di incendi.

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IL SITO DI OLIMPIA
C’è mancato poco che i roghi che da tre giorni stanno devastando la penisola greca del Peloponneso riducessero in cenere anche Olimpia. Domenica pomeriggio le fiamme, provenienti dal villaggio di Pelopio a 4 km di distanza, si sono avvicinate al sito mettendo in pericolo l’antico stadio e il museo archeologico. Il posto è stato salvato grazie agli sforzi concentrati di una trentina di pompieri e di tanti volontari appoggiati da un elicottero e un aereo antincendio. Il forte vento che nelle ultime 48 ore ha alimentato i violenti incendi che stanno tuttora devastando il Peloponneso, è calato d’intensità nella mattinata di domenica, consentendo a pompieri e Canadair di combattere più agevolmente contro le fiamme.

CASE EVACUATEGli incendi propagatisi nella penisola del Peloponneso, sull’isola di Evia e in alcune zone alla periferia est di Atene, hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni mentre centinaia di case e uffici sono stati arsi dalle fiamme assieme a decine di migliai di ettari di bosco. In diversi villaggi nella zona di Keratea, sulla costa ateniese, molti residenti hanno preferito trascorrere la notte sulle spiagge.

RICERCA DELLE VITTIME«Ma la situazione è ancora critica», ha dichiarato un portavoce dei vigili del fuoco affermando che per ora il bilancio delle vittime è fermo ai 57 morti ma si teme che possa aumentare quando i soccorritori saranno in grado di entrare nei villaggi abbandonati ed entrare nelle case. Il timore, infatti, è che molte persone si siano barricate nelle loro abitazioni per sfuggire alle fiamme e che siano morte asfissiate dal fumo. Numerose abitazioni sono state distrutte dalle fiamme come pure sono andate in fumo estese coltivazioni di ulivi e alberi da frutta.

LA MAPPA DEI ROGHI Gli incendi proseguono nei pressi di Megalopoli, nel centro del Peloponneso, ma le fiamme sono arrivate a minacciare anche la periferia di Kalamata, una cittadina di 40 mila abitanti sulla costa occidentale, e i villaggi nei pressi di Pyrgos. In quella zona, ha precisato il portavoce, sono in questo momento in azione oltre mille pompieri e circa 400 militari con l’appoggio di diversi aerei ed elicotteri antincendio.

AIUTI DALL’EUROPAIn Grecia sono frattanto cominciati ad arrivare gli aiuti dell’Unione europea per dare manforte ai pompieri locali: in giornata si uniranno alle operazioni di spegnimento altri cinque Canadair (due italiani e tre francesi), una sessantina di vigili del fuoco francesi e circa 30 mandati da Cipro.

TERREMOTO – Intanto un terremoto di magnitudo di grado 5,1 sulla scala Richter ha colpito l’isola di Cefalonia, nell’ovest della Grecia. Lo ha annunciato l’Istituto di geodinamica di Atene. Il sisma è stato registrato alle 9.29 locali (le 8.29 in Italia), con epicentro sotto il fondo marino a largo della costa occidentale dell’isola, 300 chilometri a ovest di Atene. Cefalonia è stata teatro di almeno un incendio boschivo, divampato nel corso della notte nella parte meridionale.