Archivio | agosto 28, 2007

Help 2.0

martedì 28 agosto 2007

HELP 2.0

I rapporti fra i blog e il mondo si stanno stringendo, la velocità dei post accelera le comunicazioni.
Qualcosa di nuovo c’è nell’aria, sta esplodendo.
Un’onda non prevedibile nella sua dimensione che in pochissimo tempo può mutare un’esistenza. Esserci o non esserci. Chi c’è fa parte della prima folata, gli altri lenti, emarginati, soli.
Numerosissimi con lo stesso cuore virtuale. Sentite il battito? Rimanete pronti sulla tastiera, martedì 4 settembre uno tsunami di inaudita potenza emergerà dalla rete e noi potremo essere i protagonisti. Fatelo sapere in giro. Molti ne parleranno.
Che cosa sta accadendo? Lì, davanti al tuo monitor, puoi fare parte della prima onda per entrare come un fulmine nel mondo reale. Non solo parole, polemiche, urla e riflessioni, ma fatti concreti… e tutto con un blog. Preparati ad essere veloce come le tue dita sulla tastiera, insieme possiamo creare uno tsunami.

La quarta funzione costituzionale dello Stato: la Sovranità Monetaria

A SCUOLA DI ECONOMIA

di Giacinto Auriti


Quando la moneta era d’oro, lo stato aveva la sovranità monetaria perché la moneta, sin dall’emissione, era proprietà del portatore. Dei valori monetari partecipava tutta la collettività secondo il principio della società organica che è la proiezione storica dell’apologo di Menenio Agrippa: lo stomaco gode della sua funzione a parità di condizioni con tutte le membra.
Con l’avvento dello stato costituzionale, la quarta funzione dello stato è stata assunta dai grandi usurai. Ciò spiega perché la Rivoluzione Francese fu promossa dalla Banca d’Inghilterra e dall’eresia protestante che entrò in Europa continentale non con la fondazione di una “chiesa”, ma di una “banca”: la Banca Protestante presieduta dal Necker, consigliere finanziario di Luigi XIV.

I banchieri ben sapevano che il valore sta nel “tempo” non nello “spazio”: è una “previsione” e non una “merce”, tanto è vero che la moneta ha un valore arbitrariamente illimitato, anche se il simbolo è di costo nullo (carta). Anche il valore dell’oro non stava nel metallo, ma nella “previsione di poter comprare”.
Facendo leva sul riflesso condizionato causato dall’abitudine secolare di dare sempre un corrispettivo per avere denaro, le banche centrali hanno emesso la moneta col corrispettivo del debito, cioè “prestandola”. In tal modo i grandi usurai non si sono solo limitati ad espropriare i popoli dei valori monetari, ma li hanno indebitati di altrettanto, caricando, sin dall’origine, il costo del denaro del 200%. In tal modo le monarchie cattoliche della vecchia Europa sono crollate perché trasformate da “proprietarie” in “debitrici” del proprio denaro. I banchieri si sono comprati i re, digiuni di cultura monetaria, con il corrispettivo del debito, cioè “arricchendoli” di “moneta-debito”: la c.d. “moneta nominale”.

Quando la moneta era d’oro chi trovava la pepita se ne appropriava senza indebitarsi verso la miniera e questa regola valeva per tutti: re, nobili e plebei.
Con l’avvento dello stato costituzionale, al posto della miniera sta la banca centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito perché la banca emette moneta solo prestandola e la moneta circola gravata del debito non dovuto al signoraggio bancario.
Con un costo iniziale del denaro, all’origine, del 260% comprensivo di capitale ed interessi, si è resa impossibile la puntualità dei pagamenti. È nata così l’epidemia del
suicidio da insolvenza che non ha precedenti nella storia e che è il segno dell’avvento dell’usurocrazia.

Le vicende scandalose dei drammi economici, che hanno dilaniato la società del nostro tempo, impongono ormai l’assoluta, inderogabile necessità, di considerare nella costituzione la funzione monetaria dello stato. Fino ad oggi ciò non era possibile perché mancavano i due cardini fondamentali della scienza monetaria: a) la definizione del valore monetario come valore indotto, e b) la legge della rarità monetaria che, in sintesi, sono i seguenti: a)Il valore indotto – Posto che ogni unità di misura ha la qualità corrispondente a ciò che deve misurare, come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore e la qualità della rarità perché sono rari (economici) i beni di cui misura il valore.. La moneta è pertanto misura del valore e valore della misura che è il potere d’acquisto che basa sulla previsione di poter acquistare (creata per convenzione come ogni misura) e non sulla riserva. b) La legge della rarità monetaria. Poiché il prezzo di mercato non è solo l’indice del valore dei beni, ma anche del punto di saturazione del mercato – per cui il mercato è saturo quando i prezzi tendono a coincidere con i costi di produzione – solo quando questa coincidenza tende a verificarsi, occorre fermare sia la produzione dei beni che l’emissione monetaria.

Su questi fondamentali principi è possibile concepire la funzione monetaria come quarto potere dello stato costituzionale perché consentono di definire il “dover essere” dell’organo monetario. All’attuale “arbitrio” dei governatori delle banche centrali va sostituita la “discrezionalità tecnica” di una funzione organica, esattamente definita ed eticamente e giuridicamente limitata e finalizzata al bene comune, non a quello dell’usura.
L’emissione e l’utilizzazione della moneta vanno programmate sulle finalità di interesse pubblico e privato senza alcun problema di rarità perché – liberata la moneta (con la scoperta del valore indotto) dall’equivoco della riserva (peraltro abolita dal 15 agosto 1971) – l’emissione monetaria va commisurata alla quantità dei beni e servizi misurati e misurabili nel valore, considerando come tali, non solo i beni e servizi esistenti, ma anche quelli previsti. La previsione dei beni producendi è, di per se, un bene (Si pensi ad es. al valore di un brevetto).

Per quanto riguarda la destinazione d’interesse pubblico, va evidenziato che – dichiarata la moneta di proprietà dei cittadini – lo stato dovrà trattenere all’origine quanto necessario per esigenze fiscali e di pubblica utilità, liberando i contribuenti dal peso di milioni di ore di lavoro banalmente distrutti per mere formalità contabili e amministrative.
Merita inoltre di essere evidenziato il comportamento delle banche centrali che pretendono di vantare, come pubblico interesse, la destinazione a “riserva” anche dei beni diversi dall’oro. La riserva aveva un significato quando la banconota era convertibile in oro a richiesta del portatore. È diventata ormai una ridicola sceneggiata, per mascherare la truffa dell’emissione con cui la banca centrale consegue un arricchimento parassitario pari alla differenza – duplicata dall’equivalente prestito – tra costo tipografico e valore nominale della moneta.

Per quanto riguarda la destinazione d’interesse privato, va precisato che ad ogni cittadino spetta, all’atto dell’emissione, la sua quota di “reddito monetario di cittadinanza”, in attuazione del disposto del 2° co. dell’art. 42 della Costituzione, che prevede l’accesso alla proprietà per tutti.
Si realizza in tal modo un diritto della persona con contenuto patrimoniale, non come elemosina di stato, ma come acquisto della proprietà, a titolo originario, perché ogni membro della collettività contribuisce a creare il valore convenzionale della moneta, per il solo fatto che l’accetta. Col reddito di cittadinanza si finanziano i produttori, finanziando i consumatori, che è l’unico modo razionale per evitare elargizioni di moneta in base a scelte arbitrarie e clientelari.

Sostituendo all’oro il simbolo cartaceo, la moneta nominale ha acquistato due qualità tra loro in contrasto, anche se non incompatibili: la rarità programmata ed il costo nullo che hanno dovuto operare nell’esperienza della circolazione monetaria esasperando la separazione culturale tra quelli che sanno: i padroni del signoraggio monetario, e quelli che non sanno: gli altri.
In conclusione, il quarto potere costituzionale deve essere concepito sulla finalità di restituire allo stato la funzione monetaria ed al popolo la proprietà della moneta. Questa riforma è diventata ormai indispensabile per uscire dall’asservimento al “signoraggio bancario” e dare inizio ad un regime di democrazia integrale in cui i popoli non abbiano solo la sovranità politica, ma anche quella monetaria, per vivere tempi nuovi a dimensione umana, liberi dall’angoscia dell’insolvenza ineluttabile dei debiti non dovuti alla grande usura.

Giacinto Auriti

Marco De Berardinis
E-learning http://www.antropocrazia.com/MarcoMarcuse/MarcoMarcuse.htm


La sai l’ultima dei media italiani su Chávez?

lunedì 27 agosto 2007

di Gennaro Carotenuto

Chávez propone la fine dell’apartheid a Caracas, dove ricchi e poveri vivono rigidamente separati e crea, come negli Stati Uniti, il Distretto Federale nella capitale. Con ritardo, ed in maniera stranamente concertata, solo la stampa italiana trova il modo di ridicolizzare anche questa proposta e di non parlare della sconfitta della mediazione di Chávez per liberare la Betancourt e gli altri sequestrati dalle FARC in Colombia. Strano, no?

“Quel buffone di Chávez cambia il nome di Caracas in ‘la Cuna de Bolívar y Reina del Guaraira Repano’ “! Oggi tutti i giornali, telegiornali, radiogiornali, italiani, MA SOLO GLI ITALIANI, in maniera sospettosamente concertata, parlano del cambiamento del nome di Caracas con dovizia di spazi, “La Stampa” mezza pagina, la RAI sveglia Raffaele Fichera nella notte… Ovviamente i toni sono i soliti: “La sai l’ultima di Chávez…

E’ assolutamente straordinario. Sulla stampa latinoamericana la notizia del cambio di nome non esiste (neanche la BBC ne parla minimamente e men che meno se ne parla negli Stati Uniti) ma in compenso tutti hanno un’altra notizia in prima pagina, che stranamente, sospettosamente, alla stampa italiana non interessa. Ne parleremo tra poche righe. La stampa venezuelana, controllare per credere, di fatto non ne parla, quasi non si è accorta del dettaglio che leva il sonno a Raffaele Fichera. “El Universal” di Caracas, il “Corriere della Sera” venezuelano, da sempre oppositore, vi aveva dedicato un articolo critico il 18 agosto, e poi ne ha riscritto il 25, una settimana dopo, con delle interviste ad alcuni intellettuali dell’opposizione. Anche “El Nacional”, l’altro grande quotidiano caraqueño, possiamo compararlo a “Il Giornale”, ne aveva parlato, ma il giorno 19 agosto. Il mio calendario mi dice che oggi è il 27. I giornali italiani si son dati di gomito (o hanno alzato il gomito…) ieri pomeriggio, e ne scrivono oggi.

Se i due principali giornali venezuelani, entrambi oppositori, “El Universal”, che ha tinte più paludate, e perfino “El Nacional” non si preoccupano più di tanto del cambio di nome, converrete che non è proprio il massimo come notizia che svegli gli italiani tra i primi titoli del GR nel primo lunedì dopo le ferie.

La notizia, pur se vecchia di ben dodici giorni ovviamente c’è, ma non è il cambio di nome ma la nascita a Caracas del Distretto Federale, come Washington negli Stati Uniti. Se sarà approvata dal referendum popolare sarà una profonda riforma nella storia e nell’urbanistica della capitale, della quale accennammo qui. Nascondere una notizia importante con la ridicolizzazione della stessa è un gioco conosciuto.

Il nuovo nome, “la Cuna de Bolívar y Reina del Guaraira Repano”, accompagnerebbe e non sostituirebbe quello di Caracas, anzi, Santiago de León de Caracas, recuperando anche il nome tradizionale indigeno della valle, un terzo della popolazione venezuelana. Purtroppo chi ne scrive su la stampa italiana è troppo ignorante per saperlo, ma quasi tutte le città latinoamericane hanno nomi ufficiali lunghi un paio di righe. Ci sarebbe spazio per un approfondimento, ma mai e poi mai per una notizia. Eppure proprio così viene presentata: “quel folle di Chávez stamattina s’è svegliato e ha cambiato nome alla capitale”. E’ giornalismo questo?
Approfondimento, bella parola… bisognerebbe saper spiegare per esempio che capitali come Caracas o Santiago del Cile, vivono da sempre nell’apartheid. Ogni quartiere ha un proprio governo con dei poteri enormi, dalla fiscalità alla polizia, assolutamente incomparabili con quelli europei. Ogni quartiere è una città nella città, uno stato nello stato: i ricchi stanno con i ricchi e i poveri con i poveri. I ricchi hanno servizi per ricchi e i poveri hanno servizi per poveri o non li hanno affatto. Basta attraversare una strada per entrare in un altro mondo. Contro l’apartheid, va la profonda riforma della città di Caracas e la nascita del Distretto Federale. Altro che cambio di nome… e ce ne sarebbero di cose interessanti da dibattere!

Ma al di là dell’ignoranza e della profonda malafede (vendo questo articolo solo se faccio folklore, e parlo male di Chávez, altrimenti, se scrivessi la verità non me lo comprerebbero) di chi scrive su la stampa e parla alla radio o in TV oramai in Italia si va ben oltre. La pervicace volontà di far passare Chávez come un pazzo pericolo e i democratici partecipativi venezuelani come dei burattini nelle sue mani, si affianca all’incompetenza, la malafede e la mancanza di professionalità.

Qualche giorno fa l’intera stampa italiana fu ridicolizzata all’estero per avere dato uno spazio abnorme alla prevedibilmente falsa notizia della liberazione di Ingrid Betancourt, tra centinaia di sequestrati dalle FARC l’unico ostaggio pregiato. Ne riferimmo qui.

La notizia non esisteva e la fonte era giudicata di infima credibilità. Ne parlammo solo noi. In Francia ne hanno riso a lungo. Chi aveva diffuso la notizia falsa e tendenziosa era infatti la rampolla di una prominente famiglia venezuelana, Patricia Poleo, accusata di aver fatto assassinare il giudice Danilo Anderson. Ci furono grandi quotidiani italiani che pur di spacciare paginate improbabili, arrivarono a trasformare il pensiero della madre di Ingrid Betancourt da “speriamo che la Poleo sia credibile” in “la Poleo è credibile”. E’ triste ammettere che la Poleo, per la stampa italiana, era credibile “in quanto antichavista” e perché in maniera falsa e tendenziosa collegava Chávez alle FARC colombiane.

Ebbene la notizia di prima pagina di ieri e di oggi su tutta la stampa latinoamericana è che le FARC hanno rifiutato la mediazione di Chávez per la questione del cambio degli ostaggi. Chávez, da sempre scettico sulla possibilità di fare da mediatore tra governo colombiano e FARC, si era infine speso offrendo il territorio venezuelano come luogo dello scambio. Ma ieri si è visto bocciare la sua proposta di scambio, che avrebbe incluso la Betancourt, dal portavoce delle FARC, Raúl Reyes. E’ una concreta sconfitta politica per Chávez, ed è una notizia da prima pagina in America. Ma ovviamente, al contrario che per la bufala della Poleo, questa notizia è tergiversata dalla stampa italiana che la nasconde e preferisce riciclare il cambio di nome di Caracas.

Interessa o non interessa la Betancourt? Decidetevi! Scrivete paginate per una bufala e neanche una riga per una notizia vera e importante sulla sorte della Betancourt? Ma a chi vi affidate per coprire un continente dove vivono 550 milioni di persone? Siete sicuri che non vi stia ingannando?

Oramai ogni settimana va trovata una balla per battere il ferro caldo della demonizzazione di Hugo Chávez. La settimana scorsa una misura tecnica come il cambio di fuso orario è stata in malafede comparata addirittura al calcolo dell’era fascista in Italia. Oggi si spara questa del cambio di nome di Caracas, slegandola completamente dalla nascita del Distretto Federale. Intanto notizie importanti sul Venezuela e l’America latina vengono negate ai lettori. Ma non vi vergognate?

fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1278

di Raúl Isaías Baduel (traduzione di Irene Caporale)

MuchachasChavistas2.jpg[Mentre continuano a ritmo quasi quotidiano le diffamazioni del presidente del Venezuela Hugo Chávez, e mentre Il Corriere della Sera giunge a dedicare un’intera pagina all’ “idea balorda” di spostare di mezz’ora l’ora ufficiale venezuelana, dimostrando la più crassa ignoranza (condivisa dalla totalità dei nostri media) (1), conviene interrogarsi su cosa sia quel “socialismo del XXI secolo” di cui parla Chávez. Proponiamo a questo fine il discorso pronunciato dal generale Raúl Isaías Baduel, già ministro della difesa e capo delle forze armate, il 18 luglio 2007, alla fine del suo mandato. Alcuni giornali lo hanno menzionato, interpretandolo – convinti come sono che Chávez intenda imporre un modello castrista – nel senso che Baduel avesse intenzione di prendere le distanze dal suo presidente. In realtà Chávez la pensa esattamente alla stessa maniera, come dimostra la sua intervista alla giornalista uruguaiana Raquel Daruech, visibile qui.

<!– –> frecciabr.gif (continua a leggere “Chávez e il socialismo del XXI secolo”)


26 Ago 2007, 03:46
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fonte: http://www.carmillaonline.com/

In Val di Noto torna l’incubo trivelle

Per il tribunale la richiesta di valutazione di impatto ambientale era arrivata in ritardo
Uno dei pozzi potrà essere aperto. Il sindaco: “Andremo avanti nella nostra battaglia”

Il Tar accoglie ricorso dei petrolieri

I Verdi: “Siamo pronti a metterci davanti alle ruspe”

PALERMOLa Val di Noto torna nel mirino dei petrolieri. Il Tar di Catania ha accolto un ricorso della società “Panther Eureka”, ridando così un parziale via libera alle trivellazioni nel territorio del barocco dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Pronta la reazione del sindaco di Noto, che ha annunciato battaglia contro la decisione e ha invocato nuovamente il sostegno del mondo della cultura e dello spettacolo, come era accaduto, evidentemente con un successo solo parziale, all’inizio di giugno. Dure prese di posizione da parte dei Verdi, che si sono detti pronti a mettersi “davanti alle ruspe”.

I giudici amministrativi hanno accolto uno dei due ricorsi presentati dalla società con sede a Ragusa, quello relativo al pozzo di esplorazione da aprire tra Noto e Rosolini, in contrada Zisola-Portelli. Secondo il Tar, l’assessorato regionale a Territorio e Ambiente aveva comunicato in ritardo la necessità di una valutazione di impatto ambientale, facendo così scattare il silenzio-assenso.

Rigettato invece il ricorso per l’escavazione del pozzo “Gallo Sud 1”. In quel caso, il tribunale ha ritenuto che la valutazione di impatto ambientale sia effettivamente necessaria per la presenza nella zona di falde acquifere e di una vasta discarica di rifiuti.

Immediata la reazione di Corrado Valvo, sindaco di Noto, che non vuole trivelle nella sua zona, che contiene patrimoni artistici di grande valore. “Lotteremo ancora con più forza chiamando a raccolta la gente, come abbiamo fatto fino a oggi. Ci opporremo in tutte le sedi e continueremo con le mobilitazioni. Il nostro è un territorio nel quale è impensabile prevedere impianti petroliferi o trivellazioni industriali”.

Valvo ha invocato il sostegno del mondo della cultura e dello spettacolo, già arrivato in passato. In difesa del barocco del Val di Noto e contro le ricerche di petrolio nella zona si era schierato anche lo scrittore Andrea Camilleri, autore all’inizio di giugno di un appello dalla prima pagina di Repubblica che aveva raccolto in poche ore migliaia di adesioni.

Anche diversi media stranieri si erano occupati della vicenda, divenuta rapidamente un caso. Il 15 giugno, il governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro aveva annunciato la rinuncia della Panther Oil alle trivellazioni “in tutto l’abitato della città di Noto, in tutto il sito Unesco e nell’intera area di Noto Antica, oltre alla porzione di area vicina alla zona sud-est della riserva di Vendicari”. Una vittoria accolta però con cautela dagli ambientalisti: il Wwf aveva subito chiesto di non lasciarsi andare a facili entusiasmi. Parole che, a poco più di due mesi di distanza, appaiono quasi profetiche.

Le polemiche politiche. Contro la decisione del Tar si sono immediatamente schierati diversi esponenti politici. “Difenderemo l’immenso patrimonio del Val di Noto anche mettendoci davanti alle ruspe”, ha annunciato il capogruppo dei Verdi alla Camera Angelo Bonelli. “Effettuare trivellazioni in un sito che è patrimonio Unesco è uno scempio ingiustificabile. La giunta di Cuffaro ha richiesto la valutazione d’impatto ambientale fuori dai tempi massimi” dimostrando che le “trivellazioni gli stanno più a cuore della tutela del più grande patrimonio del Barocco nel mondo”. “C’è un inquietante intreccio tra sottili interpretazioni e defaillance burocratiche che finirà per dare il via libera alle trivellazioni in Val di Noto”, ha dichiarato invece il deputato della Margherita Franco Piro. “Su tutto prevale la mancanza di volontà della Regione siciliana, che può sfociare in aperta complicità”.

(28 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/noto-trivellazioni/noto-trivellazioni/noto-trivellazioni.html

La figlia di Custra: vorrei parlare con Grecchi

Nella scorsa primavera ha incontrato l’assassino del padre:
“Gli ho dovuto fare coraggio, sembrava morto dentro”Ho smesso di odiare, direi sì alla grazia

di ENRICO BONERANDI

Un’immagine degli scontri in via De Amicis quando venne ucciso Custra


“ANCHE Walter Grecchi ha una madre, una donna anziana che ha tanto sofferto. Molti anni fa scrisse alla mia: chiedeva perdono, si appellava all’amore materno. Mia madre stracciò la lettera. Anch’io ero indignata. Ma adesso i miei occhi sono cambiati. Perché aggiungere alla nostra altra sofferenza? Quella di un figlio che vive lontano nell’angoscia di finire in carcere e quella di una mamma che non lo può mai vedere”. Così parla oggi Antonia Custra. Poi aggiunge: “Non serve a far tornare vivo mio padre. Lui è stato un uomo buono, so che sarebbe d’accordo con me”.

Antonia Custra ha quasi trent’anni: quando suo padre, il vice – brigadiere Antonio Custra di cui porta il nome con orgoglio, venne ucciso in via De Amicis, a Milano, il 14 maggio del ’77, la figlia tanto desiderata aspettava di affacciarsi alla vita, nel ventre della mamma, che era incinta di sette mesi e stava a Napoli per una visita medica di controllo.

La vedova Custra non è mai tornata a Milano. Non si è risposata. Ha vissuto trent’anni in una sorta di clausura dolorosa: mai un cinema, un bar, una vacanza. E anche Antonia è segnata dalle stigmate della storia crudele che ha distrutto la sua famiglia. Depressione, problemi di anoressia e di bulimia, e un odio che l’ha divorata dentro per 29 anni. Poi ha detto basta. Per salvarsi dalla spirale implacabile del desiderio di vendetta, che prosciuga ogni altro sentimento, e anche perché è una ragazza generosa, che soffre nel non potersi aprire agli altri. D’animo buono, si potrebbe semplicemente dire.

La scorsa primavera ha voluto incontrare il probabile assassino del padre, Mario Ferrandi, un terrorista “pentito” che da anni è tornato in libertà. Un incontro nato dopo quello con Mario Calabresi, che per primo le aveva parlato dell’ex terrorista intervistandola per il suo libro Spingendo la notte più in là. Proprio da Ferrandi si è fatta accompagnare dove il padre è stato ucciso. Ha cercato di capire. E ora, dopo l’intervista a Repubblica in cui Walter Grecchi, condannato a 14 anni e 11 mesi per concorso morale nell’omicidio Custra e fuggito in Francia, annuncia l’intenzione di presentare domanda di grazia, anche a lui Antonia è pronta a tendere la mano.

“La prima cosa che ho pensato è: come posso aiutarlo, lui e la sua famiglia? Lo so che sembra strano. Provo a spiegarmi. La mia vita è stata molto dura. Quella di mia madre, terribile. Non mi ricordo quando ho saputo la verità sulla morte di mio padre, chi me l’abbia detto. Ero già grandicella, facevo sempre domande sulla foto di quel ragazzo che sorrideva in divisa, in salotto. Subito ho odiato l’assassino che me l’ha portato via prima ancora che nascessi. Lo ammazzerei con le mie stesse mani, pensavo. Ma quest’odio mi ha logorato. La vita sempre dipinta di nero non è vita”.

Come si può smettere di odiare?
“E’ un percorso lungo. Ho cercato di capire chi erano gli assassini, sono riuscita a vederli, loro stessi, come vittime. Non li giustifico, ci mancherebbe. Ma quegli anni erano difficili e loro probabilmente sono stati burattini in mano ad altri. Mi ha aiutato pensare che avessero degli ideali. Non so quali, non ha importanza. Non hanno ucciso per soldi o per qualche tornaconto: combattevano in nome di qualcosa che a loro sembrava importante e giusto. La violenza, quella ha rovinato noi e loro. Non va bene, la violenza. Mai”.

Sua madre condivide con lei questi pensieri?
“Mia mamma non comprende fino in fondo, ma mi lascia fare. Sa che ne ho bisogno per andare avanti, per guarire”.

Lei è riuscita a trovare la forza di stringere la mano a Ferrandi, che probabilmente è quello che ha sparato a suo padre.
“Era molto imbarazzato, poi dopo un po’ si è sciolto. Gli dovevo addirittura far coraggio io, sembrava una persona morta dentro. Abbiamo parlato molto. Non ero mai stata a Milano, mi son fatta portare in via De Amicis, che avevo visto solo in quelle foto che tutti conoscono. Ho provato un dolore che mi ha tolto il respiro, ma a un certo punto ho sentito che mio padre mi era accanto. E pian piano ho provato tanta serenità. Non mi era mai capitato. La pace mi cresceva dentro”.

Walter Grecchi, a quanto hanno stabilito i processi, in quella manifestazione si limitò a lanciare bottiglie molotov.
“Era lì. Vicino a quelli che sparavano. Ma lui non aveva la pistola. Vorrei che mi raccontasse quel pomeriggio maledetto visto con i suoi occhi. La foto in cui c’è lui che scappa non sono mai riuscita a guardarla. Solo di striscio, mi fa troppa impressione. Quando mi capita, e a volte si fanno le cose anche se poi fanno male, ci metto un’ora per riprendermi”.

Si discute sulla possibilità di un’amnistia per i terroristi degli “anni di piombo”. Lei è d’accordo?
“Io posso parlare solo per me stessa. A nome dei parenti delle altre vittime non mi permetto di dire niente. Nella vicenda mia, c’è una consolazione: né Ferrandi né il suo gruppo, me lo ha spiegato bene lui, ce l’avevano con mio padre. Sparavano nel mucchio. Contro un simbolo o quello che sentivano come una minaccia. Se fosse stato un omicidio mirato, se si fossero armati per far fuori proprio mio padre, non potrei mai perdonare. Odiavano la divisa, non una persona. E’ difficile, ma posso arrivare a capire”.

Lei ora lavora in una questura.
“Sì, ma vesto in borghese. Sono civile, non poliziotta. Avrei voluto tanto fare il lavoro di mio padre, ma mia madre non ha voluto. Indossare la divisa era il mio sogno. La divisa dà emozioni forti. Per me sono positive, ma posso capire, non giustificare, che in quegli anni qualcuno abbia potuto prenderla in un altro modo. Era un periodo brutto, molto brutto”.

Cosa si sente di dire a Walter Grecchi?
“Lui sta in Francia, lontano, ma spero un giorno di poterlo incontrare. Voglio che possa riabbracciare sua madre. Se presenta domanda di grazia, sono favorevole. Le sofferenze della sua famiglia devono cessare, per quanto possa dipendere da me. Solo così anche noi qui, forse, potremo trovare la nostra pace”.

(28 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/foto-77/figlia-custra/figlia-custra.html