Il racket delle ragazzine

31 agosto 2007

Migliaia di clienti
per le baby prostitute

Decine di minorenni rumene si prostituiscono a Genova, nella zona di San Benigno, introdotte in Italia da un’organizzazione che approfitta dell’entrata della Romania nell’Unione europea.

Le informazioni, riportate dall’edizione di oggi del Decimonono, nascono dall’inchiesta diretta dal Pm Federico Panichi e condotta dalla squadra mobile genovese.

Le ragazze, anche di 14, 15 e 16 anni, secondo la ricostruzione effettuata dagli inquirenti, si prostituiscono volontariamente e godono di libertà di movimento; gli organizzatori trattengono il 50% degli introiti.

Gli incassi sono alti, per qualcuna anche 100.000 euro in tre mesi; l’orario va dalle 20.30 alle 4-5 del mattino, 20-25 i clienti a testa per notte.

31 agosto 2007

Il racket
delle ragazzine

Marco Menduni

Cela, 9325 euro. Cristina, 14.285. Mirela: 4995. Oana: 8430. Stavolta non sono stime. Non sono proiezioni né elaborazioni. Sono le cifre che ruotano intorno alla prostituzione minorile a Genova: ragazzine di 14, 15, 16 anni. I ricavi, in due sole settimane, delle adolescenti romene che si vendono nella zona di San Benigno. Il periodo è compreso tra il 21 dicembre 2006 e il 12 gennaio 2007. I taccuini sequestrati durante l’indagine della squadra mobile, diretta dal pm Federico Panichi, stavolta, non lasciano dubbi. Anche perché illustrano una realtà sconvolgente. Soltanto Cristina, nel periodo delle passate feste natalizie (l’«effetto tredicesima», lo chiamano i poliziotti) ha avuto quasi 350 clienti, più di venti al giorno. Un’altra giovane, in tre mesi, ne ha avuto duemila. Centinaia, migliaia di genovesi che non hanno esitato a metter mano al portafogli per consumare un rapporto sessuale con ragazze giovanissime.

Se da una parte c’è il racket, dall’altra c’è la legge della richiesta. E questa non affonda le radici nella malavita dell’Est, né nella spietata legge delle mafie. Ma anche e soprattutto nelle file ininterrotte di auto che, dalle dieci di sera fino alle luci dell’alba, puntano i fari alla ricerca delle “ragazzine”. Italiani, italianissimi i clienti. Consapevoli, consapevolissimi.

Laura spiega agli inquirenti di aver guadagnato, nella sua prima serata a Genova, 800 euro, la metà dei quali è rimasta nelle sue mani. «Guadagno di tre mesi – osserva quasi sbigottito il pm, con gran quantità di punti esclamativi – centomila euro!!!». In tre mesi, duemila clienti. Ancora una volta: italiani. Genovesi. Per una sola ragazza. Una ragazzina arrivata in Italia, come annota ancora il magistrato, «grazie a mille euro dati a un poliziotto, in maniera da disbrigare la pratica in un attimo».

Marcella racconta di aver dato agli “uomini” della gang la metà di quel che ha guadagnato in un anno: «Non meno di ottantamila euro, seppure con le interruzioni dovute a due permanenze in Romania, una per sua scelta, l’altra quando fu espulsa coattivamente». La sera in cui guadagna di più, il suo “uomo” scrive un sms a un connazionale: «2000 euro vinti al bingo». Un messaggio convenzionale, nell’ingenua convinzione di poter così sfuggire a eventuali intercettazioni delle forze dell’ordine.

Monica detta “Mona” è arrivata in Italia, con la precisa intenzione di fare la prostituta, a 14 anni. Ne ha 15 quando si presenta alla polizia. Non ne può più: la sera del 12 dicembre 2006 si è scatenata una rissa tra le giovani lucciole in via De Marini (zuffa sedata dal 113) e lei non ritiene più accettabili «le condizioni all’interno del gruppo». Si prostituisce a 14 anni, Mona, e i clienti non mancano. Le intercettazioni, d’altronde, confermano le attività del gruppo.

Una ragazza chiama una sera il suo “fidanzato” (il protettore): «Ho fatto 250», gli dice. Intende euro. Lui risponde: «Io ne ho giocato soltanto 100, finora». Intende alle slot machine. Ecco dove finisce gran parte del loro denaro.

Mona arriva in Italia per battere le strade. Non ingannata, né circonvenuta. «In grave condizione di disagio economico – scrive il pm – rappresentandosi in modo improprio il proprio futuro in Italia e i facili guadagni che avrebbe ottenuto dall’attività di prostituta, sapeva di venire a esercitare a Genova, come aveva già fatto la sorella».

Arriva e «di fronte al Novotel viene ricevuta da due connazionali. Viene condotta a casa di uno di loro. Racconta di aver dimorato all’inizio e per circa un mese presso quell’appartamento». A Sampierdarena, in vico Pieve di San Martino.

Lei è ancora vergine. E la storia, qui, si fa ancora più dura. E’ proprio lei che chiede di perdere la verginità al giovane che la ospita, perché «non sia un impiccio sul lavoro». Però, quando la situazione si prospetta davvero, lei ha improvvisamente paura. La paura di una ragazza che è poco più di una bambina. «Il consenso iniziale – insiste il pm – è assolutamente viziato e comunque revocato esplicitamente nella fase successiva del rapporto». Niente da fare. Il giovane, su ordine del “capo dell’associazione”, non ha esitazioni. Il pm ha chiesto al gip la nomina di un procuratore speciale per procedere contro questa persona pur in assenza della querela della giovanissima romena.

Questa è la storia personale di tante ragazzine che, alla sera, sono sulle strade di San Benigno, a Genova. Viveva, Mona, in un appartamento in via Cantore 11A, in una casa presa in locazione da un connazionale («grazie alla posizione di regolare nel nostro Paese», scrive il pm) che paga 5.000 euro all’anno di affitto ma ne pretende 300 al mese per ogni ragazza che ospita.

Certo, lo sfruttamento romeno non è crudele e violento come quello imposto dagli albanesi. Così è lo stesso pm, che in un primo tempo aveva contestato alla gang anche la “riduzione in schiavitù”, ad ammettere che lo scenario della prostituzione è cambiato: «Le ragazze godono di una loro libertà di movimento, seppure nella condizione di parziale soggezione loro imposta. Possono anche decidere di allontanarsi dal gruppo senza subire ritorsioni. Gestiscono parte del denaro guadagnato vendendosi sulla strada inviandolo alla famiglia. Trattano con toni se non paritari, almeno non deferenti con i propri sfruttatori, tanto da rivolgere loro insulti quando non svolgono con solerzia le loro funzioni di protezione».

Anche la suddivisione degli introiti è ricostruita dal pm e dalla mobile con grande precisione: «Le ragazze ricevevano la metà di quanto guadagnato, ma i modi e i tempi dei prelievi forzosi erano decisi dagli sfruttatori. Nei fine settimana si verificava la sottrazione della totalità dei proventi del lavoro “su strada”; quel che era stato trattenuto eccedente il cinquanta per cento spettante “per patto contrattuale tacito” alle ragazze veniva recuperato nei giorni successivi». Nel senso che le ragazze potevano intascare la differenza. Ed è per questo che serviva una contabilità molto precisa dei guadagni delle ragazze.

Non è certo generosità, spiega la polizia. Ma un meccanismo attraverso il quale i romeni riducono al minimo il rischio di “ribellione” delle ragazze, evitando di essere denunciati alle forze dell’ordine. Si assicurano guadagni comunque ingenti riducendo al minimo i rischi e per questo le indagini sono sempre più complesse.

A volte la complicità è addirittura interna al gruppo delle ragazze. Un esempio? Quando Mona decide di fuggire, è la sorella a contattarla sul cellulare: «Mona, non te la passerai male se torni indietro». Quante ragazze? «Vengono riconosciute come prostitute gestite e sfruttate dal gruppo – annota Panichi – ben 20 ragazze delle quali molte già identificate dalla polizia giudiziaria mentre si prostituivano in via De Marini e zone limitrofe».

C’è qualcuno che viene sempre e comunque rispettato: il cliente. E infatti, osserva la procura, non c’è traccia nelle conversazioni di alcun problema, alcuna lite, alcun dissapore.

Portano denaro. Guadagni enormi. Perché ogni ragazza, nell’”orario di lavoro” («dalle 20,30 alle 4-5 del mattino», scrive Panichi) ha dai 20 ai 25 clienti. E questi non li procura il racket. Sono italiani, genovesi. Che non si fermano di fronte agli occhi di una ragazzina di 15 anni. Anzi, la ricercano. E magari l’indomani se ne fanno vanto con gli amici.

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/genova/view.php?DIR=/genova/documenti/2007/08/31/&CODE=cab03ab2-579e-11dc-a4e3-0003badbebe4

Baby prostitute in strada a sette anni
by ANTI PEDOFILIA Tuesday, Sep. 06, 2005

Un fenomeno in costante aumento. E il mercato del sesso conta già più di duemila minori

Sette anni e sono già in strada, vittime di trafficanti senza scrupoli e di clienti che di scrupoli ne hanno ancor meno.

Il fenomeno delle “baby-prostitute” è in costante aumento e, secondo uno studio realizzato dall’Osservatorio sulla prostituzione minorile della Asl di Rimini, il mercato del sesso conterebbe pià di duemila minori. Un quadro a dir poco inquietante: c’è chi comincia già a sette anni e se lo sfruttamento sessuale dei giovanissimi italiani avviene per lo più in casa, i loro coetanei stranieri sono costretti, spesso dagli stessi genitori, a prostituirsi in strada o in locali particolari. Se per gli extracomunitari, nella maggior parte clandestini, la prostituzione è un modo, spesso solo un’illusione, per sfuggire alla povertà, lo studio rivela che molti giovanissimi si dicono pronti a vendere il proprio corpo in cambio di piccoli lussi: dal telefonino a vestiti e scarpe firmati.

I dati diffusi riaprono il dibattito su un fenomeno, quello della prostituzione, che dilaga a macchia d’olio e la cui soluzione diventa ancor più urgente proprio in virtù del legame con lo sfruttamento e gli abusi sui minori, per lo più stranieri che diventano merce di scambio e da macello. Un mondo variegato, che include baby-prostitute provenienti dall’estero e vendute dagli stessi genitori ad organizzazioni criminali, ragazze che vengono indotte con la forza ed il ricatto a vendere il proprio corpo e altre che invece decidono di farlo in modo autonomo. E poi ci sono i rom, molti dei quali hanno cominciato ad avviare i loro bambini alla prostituzione. Tra le misure per combattere quello che può essere definito un flagello ci sono il blocco degli ingressi clandestini nel nostro Paese, le indagini sulle grandi organizzazioni criminali, il controllo del territorio, ma anche quello dei campi nomadi .

“Ogni giorno, sulle strade delle città italiane, si svolge un commercio raccapricciante di minori, – dice il coordinatore nazionale del Moige (Movimento italiano genitori), Vittorio Gervasi – vittime allo stesso tempo dei loro sfruttatori e di clienti che, vista l’età di chi si prostituisce, possono essere considerati in molti casi dei veri e propri pedofili”.

Intanto ieri è stato arrestato il presidente onorario del centro di accoglienza “Elena Monaco”, che ha una sede distaccata a Merate in provincia di Lecco, con l’ accusa di abusi sessuali nei confronti di tre bambine, che sarebbero di età compresa fra i 4 e i 10 anni, figlie di ospiti della comunità. Una brutta storia che chiama in causa una persona che pareva al di sopra di ogni sospetto: Claudio Filippo Monaco, 63 anni, fondatore del centro d’accoglienza per donne che hanno subito maltrattamenti in famiglia, era stato più volte premiato per meriti inerenti l’attività della comunità.

Secondo l’accusa avrebbe in più occasioni approfittato della sua posizione per adescare le bambine all’interno del centro e invitarle nel suo appartamento, che si trova all’ultimo piano della struttura. L’arresto avvenuto ieri a Lecco è solo l’ultimo di una lunga serie di casi di pedofilia che si concentrano maggiormente in Lombardia, Sicilia e Lazio. Sono queste, infatti, le regioni nelle quali i reati legati alla pedopornografia, negli ultimi anni, hanno assunto proporzioni più allarmanti.

http://www.pedofilia.it/

2 risposte a “Il racket delle ragazzine”

  1. Franca dice :

    E questi “signori” sono gli stessi che si sentono disturbati dalla presenza dei lavavetri ai semafori

  2. Val dice :

    Concordo con Franca( moltissimi, sono loro).
    Ormai l’attuale dirigenza della sinistra è talmente impegnata ad omologare i vari Mastella che nemmeno si rende conto della realtà.
    Quello che serve è una severa legge contro i pedofili che ci vanno insieme o contro chi sfrutta la persona umana per lucrarci sopra.
    Personalmente,come estremo gesto d’amore nei loro confronti, li metterei vita meterna amen in quelle carceri messicane del 800.
    Avete presente?
    Botola con inferriate e vano sottoterra.
    Poco più di pane e acqua e lavori forzati con palla al piede di 30 Kg per tutti: preti pedofili compresi.
    Spero di essere stato abbastanza chiaro nello spiegare come intendo recuperare il terreno lasciato alla destra sul tema della sicurezza.
    Credo anche che al contrario degli ex della sinistra,che le carceri vadano rese più confortevoli per poi riempirli di delinquenti di ogni genere e nazionalità.
    Il problema e che per questi onorevoli wanted ,e molti dei loro amici,i veri delinquenti sono i lavavetri e non i loro presunti aguzzini o chi si dedica,o peggio ancora costringe a dedicarsi, ad attività tutt’altro che samaritane.
    Decisioni e comportamento normalissimo,perchè altrimenti i primi ad entrare in galera sarebbero proprio loro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: