Archivio | agosto 2007

don Sguotti: «Il vescovo di Padova è il capo di una setta»

Il parroco-papà attacca e non si dimette

Le lacrime di don Sante (foto Nicolo' Zangirolami - Ap)

PADOVA (30 agosto)E’ scontro aperto tra don Sante Sguotti, il parroco di un paesino veneto che sarebbe diventato padre di un bimbo di quasi un anno, e il vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo. «Questa non mi sembra la lettera di un Apostolo, del capo della Chiesa di Gesù Cristo, sembra la lettera del capo di una setta terrorizzato che un adepto riveli segreti inconfessabili», dice in lacrime il sacerdote riferendosi al messaggio con cui mercoledì il vescovo gli ha intimato di firmare le dimissioni da parroco della chiesa di Monterosso di Abano Terme, paesino di 800 abitanti vicino a Padova. Per replicare al vescovo, il prete oggi ha incontrato di nuovo i giornalisti, dopo la bizzarra conferenza stampa di martedì in cui alla domanda se fosse diventato padre o no aveva risposto più o meno: “decidete voi”.

Ma si dimette o no?, è stato chiesto a don Sante. «Rimarrò qui fino a quando la mia presenza sarà ritenuta opportuna», ha detto. Una risposta destinata a far infuriare le gerarchie ecclesiastiche già provate dalla storia del parroco, che ormai da giorni è deflagrata sui media. «Questa lettera – ha insistito – è un mandato di esecuzione è il via libera per il primo folle fondamentalista fanatico che penserà di fare un grande dono alla Chiesa eliminandomi». L’unico favore che don Sguotti dice di voler chiedere al vescovo «è che chiarisca che le sue parole non danno a nessuno il diritto di eliminarlo o di fare del male ai suoi cari, o alle persone che gli stanno vicino».

«Ho visto subito che era una lettera tremenda. Mi si è conficcata nel cuore come una bomba atomica», sono le parole con cui inizia il lungo comunicato che don Sante ha letto piangendo durante la conferenza stampa. «Ieri per tutto il pomeriggio e fino a sera tarda – dice don Sante – ho cercato di sdrammatizzare, come è mio solito. Poi questa notte mi sono svegliato e ho cominciato a piangere. È accaduto tre volte. Quando è suonata la sveglia, questa mattina, sono crollato e mi sono sfogato in un pianto profondo che non facevo più chissà da quanti anni».

Il sacerdote sostiene che la missiva di ammonimento di mons. Mattiazzo «lo ha piegato in due». «Ora la mia vita – si sfoga – si è abbreviata: il vescovo ha riscontrato in me due atteggiamenti tipici del demonio». «Don Sante è, in questo momento, il demonio – continua il sacerdote – il Principe delle Tenebre: basterebbe solo questo per uccidere un credente». Il parroco di Monterosso ammette che si aspettava «una reazione violenta», ma non così. «È il mio peggior difetto: far impazzire di rabbia chi non vuol ragionare – sostiene -. Ma questa reazione del mio padre vescovo mi toglie il respiro». «Non mi interessa più il mio fidanzamento. Se il papa vuole le mie …… me le taglio e gliele spedisco». Poi don Sante invoca Gesù: «Padre, perdonali, ti supplico, perché non sanno quello che fanno». L’ultimo pensiero è per la «donna e il bambino che amo: siate forti con me!».

Il parroco, che sembra oormai averci preso gusto a incontrare i media, ha annunciato una ennesima conferenza stampa per lunedì, per spiegare quali sarebbero le vere cause della “persecuzione” nei suoi confronti. Non contento, ha confermato che la sera del 4 settembre intende indire una sorta di referendum per chiedere ai parrocchiani se sono disposti ad accettare di avere come parroco un prete innamorato, «che intende – ha ripetuto – fidanzarsi ufficialmente in modo casto il 2 dicembre con una donna che è mamma di un figlio piccolo».

Il sacerdote ha annunciato anche l’apertura di un sito internet in appoggio al proprio movimento all’indirizzo www.chiesacattolicadeipeccatori.it (che però fino a oggi non era attivo). Rivolgendosi ai fedeli divorziati o in qualche modo esclusi dal rito dell’eucarestia, don Sguotti ha lanciato poi un appello: «Domenica prossima poco prima delle 11 trovatevi di fronte alle vostre parrocchie, disponetevi in cerchio, datevi la mano e recitate il padre Nostro».

articolo precedente: E’ padre di una bimba di tre anni il parroco che veglia sulle vacanze valdostane dei papi.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7991&sez=HOME_INITALIA

A 25 anni dall’assassinio di Pio La Torre

Un ricordo di Pio La Torre

Chiamava i mafiosi per nome e cognome

di Pietro Ancona

Cari compagni,
nel 25mo anniversario dell’assassinio di Pio La Torre vi invio un ricordo. Pio la Torre è stato anche segretario regionale della CGIL fino al 1964

Ero segretario generale della CGIL siciliana quando Pio La Torre fu mandato dalla Direzione del PCI a guidare il PCI in Sicilia. Nelle commemorazione che si sono susseguite nel corso di questi venticinque anni la sua morte è sempre fortemente legata alle sue proposte veramente incisive di lotta alla mafia. Ma Pio La Torre fu ucciso per molto di più. Fu ucciso perchè la mobilitazione dei siciliani contro i missili a Comiso era diventata una poderosa leva per un radicale cambiamento dei rapporti politici e sociali nell’Isola. A Comiso convenivano centinaia di migliaia di persone, in particolare di giovani, certo per protestare contro l’installazione della base missilistica ma consapevoli di rappresentare tutti insieme una nuova forza per operare una radicale rivoluzione civile in Sicilia.
Pio mi diceva: Sto scuotendo l’albero della Sicilia. Cadranno frutti abbondanti per un futuro migliore!

Qualcuno avverti il pericolo rosso di questo “agitatore” che stava facendo scolorire rapidamente i cliches della politica siciliana. Nell’equilibrio dei rapporti di forza, il milione e passa di voti democristiani erano fondamentali per il governo. Lo scardinamento dell’equilibrio siciliano avveniva attraverso la leva della mobilitazione per la Pace e l’attacco frontale alla mafia. Pio chiamava i mafiosi per nome e cognome! Questi ultimi venticinque anni spiegano bene la necessità della sua morte per il potere. Il movimento con epicentro Comiso e la Mafia si è spento e le speranze di diecine di migliaia di giovani si sono oscurate. Oggi abbiamo la Regione di Cuffaro che vuole privatizzare l’acqua e che ha prodotto una riforma dello Statuto che la trasforma in una satrapia di oligarchi

Sono fiero di essere stato al suo fianco in tutte le lotte per la pace e contro la mafia e di avere rilanciato, un mese dopo la sua morte, la lotta per distruggere i patrimoni di mafia in un Consiglio Generale della CGIL siciliana presieduto dalla indimenticata Donatella Turtora

(www.rassegna.it, 2 maggio 2007)

Articolo di Ugo Baduel.

“Aveva rotto la ‘grande quiete’ del potere mafioso”,

in ‘L’Unità’, 3 maggio 1982.

Palermo. Corre questo interrogativo: perché La Torre oggi? Tante risposte, tanti possibili “fili di ragionamento”, tanti possibili paradigmi indiziari. Si cerca di rispondere nelle riunioni e negli incontri di magistrati, di funzionari e ufficiali che svolgono le indagini. Si cerca di rispondere anche nei crocchi agli angoli di piazza Politeama e di piazza Massimo, e questo chiedevano, con quegli applausi tutti ben mirati e pensati, con quei volti di anziani rigati di lacrime, di giovani storditi, quei siciliani, quei cittadini di Palermo che a decine di migliaia erano in piazza ieri mattina a salutare Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Questo si è chiesto a un certo punto del suo discorso anche Enrico Berlinguer: perché La Torre oggi?

La risposta sta proprio in quella capacità di suscitare movimenti di massa – come già avvenne negli anni 50, gli anni di Li Causi, alla cui scuola furono educati La Torre e tanti altri dirigenti del movimento operaio – che ancora una volta i comunisti stanno dimostrando in Sicilia.

Il potere mafioso ha sempre bisogno di una grande pace. Una pace generalizzata, una quiete sociale fatta di rassegnazione e di arrangiamenti spiccioli, un torpore differenziato che non attragga attenzioni, che non faccia puntare i riflettori, che non ecciti le forze dell’indagine e della repressione del crimine, che non faccia scrivere i giornali. Tanto più questa pace serve quando c’è in gioco un “business” della portata di quello di questi anni e mesi. Un “business” che coinvolge i fratelli della costa atlantica USA, che porta nell’isola la silenziosa ed esplosiva ricchezza di oltre ventimila miliardi di lire all’anno per la produzione e il traffico della droga pesante. Questo gigantesco “laboratorio” (in senso proprio di raffinerie per l’eroina e in senso metaforico) deve essere lasciato nella più grande “pace”, perché i traffici prolifichino, innocui e benefici, senza che alcuno vada a vedere di dove sorgono.

Pier Santi Mattarella aveva cominciato a dare qualche segno di rinnovamento nel governare questa regione. Uomo doppiamente pericoloso: figlio di un esponente politico discusso per i suoi rapporti col mondo della mafia approdò infatti a una maturazione di cattolico e democratico pensoso del bene comune, innovatore prudente ma saldo di stampo moroteo.

Gaetano Costa, il Procuratore, aveva impresso una svolta, diciamo così “teorica” alle indagini giudiziarie contro la mafia. Si era mosso cioè con i mezzi tecnici di un magistrato, ma con la statura di un intellettuale che minacciava di porre micidiali mine a scoppio ritardato sotto le potenti “mura di Gerico” della cittadella mafiosa.

Ecco, ci pare giusto ricordare questi due fra i tanti che la mafia ha assassinato in questi ultimi anni, perché la loro uccisione avviene sotto lo stesso segno politico – tutto politico – che caratterizza quella di Pio La Torre.

Il potere mafioso non ha bisogno di uffici studi per capire queste cose, ha antenne sensibili ed intelligenti.

Pio La Torre era arrivato qui caricato di un “animus” già di per sè inquietante. Era arrivato forte di una sua nuova, aggiornata cultura su ciò che era la mafia di oggi. E si era mosso subito con una capacità di mobilitazione, un attivismo, una inventiva che sconcertavano il pianeta mafioso e che facevano presa in modo imprevisto fra la gente, fra i giovani, negli ambienti più diversi.

Pensiamo a questa campagna per la pace contro i missili a Comiso. Di colpo questa Sicilia, questa Comiso, diventavano una grande scritta in tedesco, in fiammingo o in svedese su cartelli portati da cortei imponenti del movimento per la pace nelle capitali d’Europa. E La Torre, il PCI, avevano insistito: un milione di firme siciliane contro la base di Comiso. Qualcosa di cui era arrivata notizia persino sui giornali degli Stati Uniti dove dell’Italia ci si occupa ben di rado.

E pensiamo intanto a quello che stava avvenendo in questa isola. Tavoli per le firme della pace davanti alle chiese, anche nei punti più remoti delle città e delle campagne, bene accettati dai parroci; un banchetto anche davanti al Duomo di Monreale; il cardinal Pappalardo che dice “Non posso oppormi ad un movimento che chiede la pace”; i centomila della marcia di Comiso; dieci deputati regionali dc (la DC di Sicilia) che firmano la petizione contro i missili a Comiso; il presidente dell’Assemblea Regionale, il socialista Lauricella, che si schiera per le firme; il sindacato che prima è incerto e poi si mobilita; il tavolo per le firme davanti alla stazione ferroviaria di Palermo dove fanno la coda, in arrivo da ogni provincia, casuali passanti per firmare; centomila firme solo nel capoluogo regionale dopo pochi giorni.

E intanto, si badi, i convegni del PCI sulla mafia e con la partecipazione di magistrati; magistrati che vanno poi al congresso regionale del PCI e parlano dalla tribuna contro la mafia. E la delegazione guidata da La Torre che va da Spadolini. E la pronta nomina di Dalla Chiesa prefetto a Palermo, nella città nella quale sino a poco tempo fa si pensava che bastasse per fare il questore uno che non era nemmeno funzionario di polizia, che era solo iscritto alla P2, come tutto merito.

Ma tutto questo non fa rizzare quelle tali antenne mafiose? Per una serie di ragioni anche generali e di diverso genere questo movimento stava attecchendo in modo imprevedibile. E una delle ragioni era proprio questa nuova capacità impressa al PCI di incidere, di darsi una cultura politica di massa adeguata.

C’è un “antico” che può finire con il coincidere con la neo-cultura del “post-moderno”. La Torre lo aveva felicemente capito. Ha ricordato un suo compagno palermitano della prima ora, Mario Collarà che è segretario della sezione “Francesco Losardo” che era da sempre, qui a Palermo, quella di La Torre: “Mi ricordo negli anni 50, quando si faceva la diffusione domenicale de L’Unità e Pio, in una mattinata, riusciva a vendere 700 copie. E quelli erano tempi nei quali qui al quartiere del “Capo” a saper leggere erano ben pochi”. E ha detto un altro compagno di quella sezione comunista palermitana, Mario Viale: “Sono stato con Pio due domeniche fa a raccogliere le firme per la pace. Era allegro, scherzava e convinceva tutti a firmare”. Ecco, appunto, l’antico che diventa messaggio moderno, che colpisce i giovani come una novità piena di fascino, come un “modo nuovo” di fare politica.

Questo, tutto questo, sfasciava il clima della “pax mafiosa”, quella tale pace all’ombra della quale si è potuto operare tranquilli per due anni dopo l’intimidazione degli assassinii di Mattarella e di Costa: quando le varie “famiglie” regolavano i conti tra loro (130 i morti negli ultimi 13 mesi, opportunamente “potate” le vecchie piante dei Badalamenti, degli Inzerillo, dei Bontade nella disperata lotta per il controllo del “business” dell’eroina) e la gente badava solo ai fatti suoi.

Ha detto Ninni Guccione, presidente regionale delle ACLI, pochi minuti dopo aver appreso la notizia dell’uccisione di La Torre: “Chi riesce a muovere le cose, ad innescare processi che comunque cambino le cose, qualcosa, che siano unitari e collettivi, qui in Sicilia ha solo una risposta, che è il piombo, la sentenza di morte”.

Non crediamo che sia sempre così. Questa volta il potere mafioso ha lanciato una sfida troppo ardita e dubitiamo fortemente che quel movimento che esso tanto teme, possa fermarsi – piuttosto che intensificarsi – perché il compagno Pio La Torre è stato fucilato a tradimento.



fonte: http://www.terrelibere.it/latorre3.htm#base

L’Espresso: uomo della ‘ndrangheta infiltrato alle riunioni dell’Interpol

La pizzeria Da Bruno

La pizzeria Da Bruno

Un uomo vicino ai clan che si infiltra in una riunione di vertice dell’Interpol e visita scuole di polizia insieme ai ministri. Lo scrive il settimanale l’Espresso in edicola domani in un nuovo servizio dedicato alla ‘ndrangheta dopo la strage di Duisburg e alle infiltrazioni delle ‘ndrine in Germania.

Era il 1994 – scrive il settimanale – quando Spartaco Pitanti, oggi 61enne, si presentò a una conferenza internazionale dell’Interpol a Roma. Si parlava delle nuove metodologie per la lotta al traffico di stupefacenti, una riunione di superinvestigatori per smascherare il commercio internazionale di droga. In quella conferenza era entrato grazie al cartellino che aveva appuntato sulla giacca: interprete della “delegazione uzbeka”.

Pitanti non era quindi né un poliziotto, né un magistrato. E soprattutto non era mai stato in Uzbekistan nella sua vita. In un certo senso era però un addetto ai lavori. Secondo i carabinieri del Ros e i servizi segreti tedeschi, Pitanti è “uno dei principali organizzatori del gruppo della ‘ndrangheta calabrese, e in particolare quella di San Luca, che decidono di investire in Germania comprando ristoranti, pizzerie e alberghi nella zona di Duisburg ed Erfurt”. La riunione di Roma per lui era una sorta di corso di aggiornamento. Da mettere a disposizione delle famiglie calabresi.

Nel rapporto informativo stilato tre anni fa dagli investigatori italiani e tedeschi sulla piovra della ‘ndrangheta in Germania c’è un elenco infinito di nomi e cognomi che si ripetono, date di nascita di emigranti di criminalità organizzata e soprattutto il resoconto scientifico di come “i clan di mafia, dopo l’entrata in vigore della legge relativa ai sequestri di beni mafiosi, effettuano sempre più investimenti all’estero e in particolare in Germania”.

La strage di Duisburg ha acceso i riflettori appunto sui capitali esteri delle famiglie calabresi. Secondo il dossier degli investigatori italiani e tedeschi, agli associati dei clan di San Luca appartengono in Germania 30 ristoranti, due hotel, tre ditte e due palazzine residenziali. Nella lista del rapporto è citato il ristorante “da Bruno”, quello della strage. E c’è anche l’hotel Landhaus Misler, quello che ha ospitato gli azzurri ai Mondiali di Germania. Gli investigatori dicono che la rete dei clan della ‘ndrangheta e’ cresciuta fortemente nell’ultimo periodo, grazie al “forte potenziale di associati che possono essere impiegati per perpetrare qualsiasi tipo di reato.

Inoltre queste famiglie hanno commesso delitti che vanno dal traffico internazionale di stupefacenti e di armi alle estorsioni, ai sequestri di persona e alla ricettazione a livello internazionale di automobili. In particolare i giovani componenti delle famiglie, che naturalmente non hanno precedenti penali, sono il personale più adatto per coprire i fabbisogni delle basi logistiche all’estero”. Sempre nel rapporto si legge che dopo l’arrivo in Germania di alcuni capi clan, a maggio del 1996, sono spuntati come funghi ristoranti di ottimo livello. “E come direttori o responsabili vengono impiegati esclusivamente persone legate da legami di parentela o associati al clan”. Un ruolo importante lo assume proprio Spartaco Pitanti, toscano di nascita ma calabrese di adozione, nonché “interprete della delegazione uzbeka”.

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=73334

La Finanza ha ‘scovato’ 21mila lavoratori in nero

Più 13% rispetto ai primi otto mesi del 2006. Al Sud il 37% degli irregolari, con un 15% solo in Campania. Recuperate ritenute non versate per 114 milioni di euro, con un incremento del 26%

sicurezza nei cantieri Roma, 30 agosto 2007 Le Fiamme Gialle nei primo 8 mesi del 2007 hanno ‘scovato’ oltre 21 mila lavoratori irregolari. L’importante operazione appena conclusa dalla Guardia di Finanza di Firenze, grazie alla quale è stata scoperta un’evasione contributiva di 9 milioni di euro perpetrata da 500 aziende della provincia di Prato, per lo più condotte da cittadini cinesi, offre lo spunto per un’analisi dei risultati conseguiti dalle Fiamme Gialle nel contrasto al «lavoro sommerso», con riferimento ai primi 8 mesi del 2007.

La Guardia di Finanza ha individuato, nel predetto periodo dell’anno, 21.384 lavoratori in nero e irregolari: un risultato superiore di oltre il 13% rispetto a quello conseguito nello stesso periodo del 2006 (18.898). Dal punto di vista territoriale, il «lavoro sommerso» è risultato maggiormente diffuso nelle Regioni meridionali, con il 37% delle posizioni irregolari complessivamente verbalizzate dalle Fiamme Gialle.

Di contro, nel Nord e nel Centro Italia la percentuale di lavoratori in nero ed irregolari si è attestata rispettivamente intorno al 31 e al 32%.

Le Regioni risultate più esposte al fenomeno sono state: nel Nord, la Lombardia (2.337 casi) e il Veneto (1.497 casi); nel Centro, il Lazio (2.819 casi) e le Marche (1.150 casi); nel Sud, la Campania (3.263 casi) e la Sicilia (1.500 casi). In assoluto, la Regione ove sono state individuate le maggiori irregolarità è la Campania (con il 15% dei casi), seguita dal Lazio (13%) e dalla Lombardia (11%).

Molti casi di «lavoro nero» e irregolare sono stati scoperti tra le attività di servizi alle imprese e manifatturiere, le attività alberghiere e di ristorazione, e le costruzioni.

Sotto il profilo dell’evasione fiscale, inoltre, le attività ispettive svolte dalla Guardia di Finanza hanno consentito il recupero di ritenute non operate e non versate sulle retribuzioni erogate «in nero» per oltre 114 milioni di euro, con un incremento del 26% rispetto all’analogo dato dell’anno scorso (più di 90 milioni).

Uno dei versanti operativi rispetto al quale la Guardia di Finanza sviluppa una consistente presenza ispettiva è quello del contrasto al lavoro sommerso, «un fenomeno che riguarda le imprese e i lavoratori autonomi che, pur rientrando nell’economia ufficiale, fanno ricorso a prestazioni lavorative rese al di fuori del prescritto perimetro normativo. Si tratta di una forma di illegalità assai dannosa perchè capace di incidere negativamente su più fronti. Il mancato adempimento degli oneri contributivi e fiscali, infatti, oltre che causare pesanti ricadute sul gettito erariale, consente alle aziende sleali di abbattere in maniera significativa i costi di gestione e, quindi, di offrire prodotti o servizi a prezzi particolarmente concorrenziali”, dicono le Fiamme Gialle.

“Il lavoro irregolare, inoltre, risulta di frequente correlato ad altre forme criminali di più ampio spessore, tra cui, più in particolare, l’immigrazione clandestina – uno dei canali di alimentazione del lavoro nero – e le connesse forme di violenza e sfruttamento della manodopera. Molto importanti sono, inoltre, le implicazioni che il fenomeno in commento ha rispetto alle condizioni d’impiego dei lavoratori, spesso costretti ad operare in contesti ambientali privi dei necessari requisiti di sicurezza e salubrità”, dice la GdF.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/08/30/33413-finanza_scovato_21mila_lavoratori_nero.shtml


Il mondo rischia di finire il cibo

Uno studio choc pubblicato dal quotidiano inglese The Guardian: il rebus biocarburi

Il cambio di destinazione provoca l’aumento dei costi delle derrate

Troppi campi dedicati al biofuel

Meno prodotti agricoli, sempre più cari. Aggiungete carenza d’acqua
disastri naturali e sovrappopolazione: è la ricetta per il disastro


dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRADa anni viviamo con l’incubo del riscaldamento globale. Ma un’altra minaccia, ancora più immediata, potrebbe essere la fame globale: sempre meno prodotti alimentari disponibili, sempre più cari, contesi da una popolazione terrestre sempre più grande, in un periodo già reso critico da risorse idriche sempre più scarse e da un clima sempre più imprevedibile. “La fine del cibo”, riassume il titolo del Guardian di Londra, puntando il dito contro un fenomeno che sta accelerando il deficit alimentare: sempre più terre, in America e in Occidente ma anche nel resto del pianeta, finora utilizzate per coltivare prodotti agricoli, adesso vengono adibite alla coltivazione di biocarburi, come l’etanolo e altri carburanti “puliti”, sia per ridurre l’inquinamento atmosferico, sia per ridurre la dipendenza dall’energia petrolifera di un esplosivo e instabile Medio Oriente. E’ questo, sostengono gli esperti, il fattore scatenante dell’aumento dei prezzi del cibo. Aggiungendovi il declino delle acque, i disastri naturali e la crescita della popolazione, ammonisce il quotidiano londinese, si arriva a “una ricetta per il disastro”.

Lester Brown, presidente della think-tank Worldwatch Institute e autore del best-seller “Chi sfamerà la Cina?”, presenta così la questione: “Siamo di fronte a un’epica competizione per le granaglie tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra”. Come in quasi tutte le sfide tra ricchi e poveri, non è difficile immaginare chi la stia vincendo.


Esortati dal presidente Bush a produrre entro dieci anni un quarto dei carburanti non fossili di cui necessitano gli Stati Uniti, migliaia di agricoltori americani stanno trasformando il “granaio d’America” in una immensa tanica di biocarburi. L’anno scorso già il 20 per cento del raccolto di granoturco Usa è stato usato per la produzione di etanolo, i cui stabilimenti raddoppiano di anno in anno. Una politica analoga è in corso un po’ ovunque, dall’Europa all’India, dal Sud Africa al Brasile. Diminuendo la terra destinata alla coltivazione di grano, il prezzo del frumento è aumentato del 100 per cento dal 2006, e ciò sta portando ad aumenti da record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne.

Ad accrescere le preoccupazioni del dottor Brown c’è il boom demografico ed economico di Cina e India, i due giganti in cui vive il 40 per cento della popolazione mondiale: anche perché cinesi ed indiani stanno abbandonando la loro tradizionale dieta ricca di verdure a favore di un’alimentazione più “americana”, che contiene più carne e latticini. Non tutti condividono gli scenari catastrofici. “Il Brasile ha 3 milioni di chilometri quadrati di terra arabile, di cui solo un quinto è attualmente coltivato e di cui solo il 4 per cento produce etanolo”, dice il presidente brasiliano Lula. Ma le Nazioni Unite calcolano che la richiesta di biocarburi aumenterà del 170 per cento solo nei prossimi tre anni. Ci sarà abbastanza cibo per tutti? O presto verrà il giorno in cui dovremo scegliere tra una pagnotta e un pieno di biocarburi per la nostra auto?

(30 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/ambiente/cibo-nel-mondo/cibo-nel-mondo/cibo-nel-mondo.html

Gli speculatori finanziari prendono di mira i beni alimentari
Tratto da Movisol www.movisol.org/07news130.htm


22 agosto 2007 (MoviSol)I prezzi delle materie prime alimentari stanno crescendo rapidamente, anche a causa dei consigli dati da Goldman Sachs e altri speculatori, ad investire nei beni di origine agricola, zucchero, mais, grano e caffé.
I nodi vengono gradualmente al pettine. Un broker specializzato in questo tipo di investimenti, intervistato da Bloomberg.com ha detto che “pur in presenza di un tracollo globale, i beni agricoli non saranno influenzati poiché la gente continua a mangiare. Acciaio, ferro, nickel possono anche soffrire [un calo dei prezzi]. Ma la gente andrà comunque nei negozi per comperare pane e patate.”
Dunque, gli stessi speculatori e direttori di hedge fund (tra i quali Marc Faber e l’ex socio di George Soros, Jim Rogers), che si sono resi responsabili dell’attuale collasso finanziario, sono dietro alla corsa al controllo delle risorse alimentari del pianeta, causando un aumento stratosferico dei relativi prezzi. In una e-mail del 16 agosto scorso, Faber ha scritto che i prezzi delle risorse agricole sono “attraenti”, e ha consigliato i suoi clienti a investire in esse. Si sta già parlando, nell’ambiente dei broker, di un raddoppio del prezzo dello zucchero previsto nei prossimi mesi.

Quali sono le cause dell’iperinflazione globale delle risorse alimentari?
Un gallone di latte al dettaglio, negli Stati Uniti, è cresciuto di più del 15% in soli sei mesi ($3.29 a gennaio 2007 – $3.80 dollari a luglio 2007). Altri prodotti alimentari hanno subito degli aumenti del 50%. In Francia, i prezzi del latte sono cresciuti del 5-10%. Nel Paese che è massimo produttore di latte a livello europeo, la Germania , il prezzo del burro è cresciuto nel mese di luglio da €0,79 a €1,19, mentre quello del formaggio fresco del 40%. In Italia la De Cecco ha già annunciato un rincaro dei prezzi della pasta del 20% a settembre a causa del rincaro del prezzo del grano duro del 50%.
L’inflazione del latte è indicativa del paniere alimentare, che contiene anche farinacei, carni, dolciumi, ecc. Il tasso di inflazione sul cibo per il primo semestre del 2007 negli Stati Uniti supera il tasso annuo riscontrato nel 2006. Il Bureau of Labor Statistics prevede una crescita dell’8% in quest’anno nei costi sostenuti per l’alimentazione; tuttavia, si sa che l’ente statistico è solito sottostimare. Le organizzazioni di soccorso mondiali stanno riducendo le proprie forniture di cibo destinato all’assistenza degli affamati, poiché i loro fondi non sono sufficienti a comprare beni divenuti improvvisamente più costosi. Ad una conferenza sulla povertà tenuta a Manila agli inizi di agosto, s’è discusso infatti della minaccia di aumento delle vittime della fame.

Perché dunque, c’è iperinflazione?
I media, ormai sottoposti ad un controllo globale, cercano di far passare una giustificazione che si articolerebbe in due soli aspetti:

1) la responsabilità sarebbe della Cina, perché intenta a sottrarre dai mercati internazionali tutto il cibo disponibile, sia in termini di volumi, sia in termini di tipologie (“nuove” per i consumatori cinesi, abituali per noi: yogurt, e altri prodotti caseari);

2) la speculazione sul bioetanolo starebbe sottraendo dal mercato alimentare tutto il mais prodotto.

Tuttavia, anche se l’ordine “biasimate la Cina ” riflette una realtà, e i biocarburanti sono un ottimo capro espiatorio, non si sta fornendo un’immagine completa dell’intero problema. La storia si compone anche di altri aspetti, alcuni dei quali sono:

a) Le riserve di grano a livello mondiale sono in constante declino da molti anni, da prima che prendesse piede l’idiozia dei biocarburanti. Le riserve di riso sono al loro minimo, considerando un periodo iniziato negli anni ’70. Subendo i trattati GATT/OMC, le nazioni sono state costrette a porre fine alle loro politiche di accumulo delle riserve di frumento, per affidarsi invece ai “mercati mondiali”.

b) I produttori di latte e latticini sono stati posti, progressivamente e in numero crescente, in condizioni di non poter più lavorare, osservando un incremento dei costi di produzione e un abbassamento dei prezzi imposti al loro latte fresco. In Francia, per esempio, a fronte di 3,8 milioni capi gestiti da circa 100000 allevatori, circa 5000 addetti ogni anno abbandonano l’attività, alla ricerca di lavori pagati meglio e meno pesanti. Al contempo, in giro per il mondo sono stati costruiti allevamenti e fattorie che ospitano lavoratori in condizioni di quasi schiavitù: Haiti e lo stato dell’Hidao sono due esempi di regioni selezionate per costituire la “fornitura globale” di cibo.

Il 12 marzo 2007 il senatore democratico Patrick Leahy del Vermont ha presieduto un’audizione concernente una “rete di sicurezza” per gli addetti al settore latticino-caseario, facendo notare che le fattorie non potranno sopravvivere a meno di prezzi equi per il latte da esse prodotte. Egli ha constatato che i costi sempre al rialzo dei carburanti e dei mangimi sono cause di fallimento di numerose attività.

c) Le multinazionali del cibo ADM, Cargill, Bunge, Kraft, ecc. stanno ricavando enormi profitti. Oltre che dall’impostura dei biocarburanti, i profitti derivano dalla speculazione sui passaggi commerciali. Di un dollaro pagato dal consumatore finale, il produttore vede poco e niente. Una pagnotta che al banco del forno costa due euro, contiene 6 centesimi di frumento. Se un tempo un allevatore riceveva il 60%-70% del prezzo pagato dal consumatore finale per il latte acquistato, ora riceve il 30%, e mentre scriviamo questa percentuale sta calando ulteriormente.

d) Un clima avverso, a fronte di un’agricoltura messa alle strette, significa carestia. In Australia la siccità quest’anno ha causato un calo di un miliardo di litri di latte. A livello mondiale, dei 620 miliardi di litri prodotti, soltanto il 7% è esportato, e la crescita dei prezzi è stata spettacolare: l’anno scorso il prezzo del latte in polvere è cresciuto dell’80%, mentre il burro industriale del 50%

No Lavavetri: Spariti da strade

Firenze, 15 denunce

28 agosto 2007 alle 13:53 — Fonte: repubblica.it voteWidget(346622, 0)


Lavavetri spariti dalle strade di Firenze, dopo una quindicina di denunce, avvenute questa mattina in varie zone della città a seguito dell’ordinanza comunale emessa ieri.

In particolare i controlli sono stati seguiti direttamente dal comandante della Polizia municipale, Alessandro Bartolini e dall’assessore alla sicurezza, Graziano Cioni. ‘‘Oltre al sequestro del materiale e alla denuncia, tutti sono stati fotosegnalati: ora stiamo rientrando — spiega Bartolini — perche’ in strada non ce ne sono più, evidentemente si sono passati la notizià‘. I vigili urbani hanno denunciato dieci lavavetri, altri cinque la polizia.

AGI

29 agosto 2007

Comunicato stampa.


Piero Fassino
(detto I-tube): “Non capisco proprio perché secondo Domenici bisognerebbe arrestare gli immigrati che lavano i vetri ai semafori. L’integrazione è un obiettivo imprescindibile per il governo e per il partito democratico, e non possiamo negare che il lavoro sia una delle fonti di integrazione più importanti. Certo, ci sono lavori più umili e lavori meno umili, ma tutti hanno la stessa dignità. E così come c’è chi fa i programmatore informatico, c’è anche chi lava le vetrine e chi lava i vetri ai semafori. Veramente, non capisco come un mestiere di pubblica utilità possa essere penalmente rilevante: se nessuno lavasse i vetri ai semafori, le luci sarebbero tutte sporche e confonderemmo tutti il verde con il rosso”.

fonte: http://angolosbocco.ilcannocchiale.it/post/1596209.html

Fisco. Maurizio Turco: Rivedere il Concordato? No, c’è da abolire l’articolo 7 della Costituzione

27 Agosto 2007

Se anche Monsignor Karel Kasteel (foto) crede che in Italia il 90% dei contribuenti scelga la Chiesa è urgentissimo che lo Stato faccia una campagna di informazione su come funziona in realtà l’otto per mille. Avevamo chiesto l’anno scorso, in sede di legge finanziaria, che lo Stato utilizzasse il 10% delle proprie entrate derivanti dall’otto per mille per informare sul funzionamento della famigerata legge: governo contrario, parlamento contrario. Oggi, come e se non più di ieri, è necessario rivedere la legge sull’otto per mille attribuendo ai soggetti la quota che ne deriva dalle scelte espresse, lasciando alla fiscalità generale la quota derivante dalle mancate scelte.

Ma quello che lascia interdetti è l’affermazione secondo la quale le esenzioni fiscali alla Chiesa cattolica, contestate dall’Unione europea, sono «materia da regolare bilateralmente». La contestazione dell’Ue arriva dopo una serie di denunce che abbiamo presentato con il fiscalista dott. Carlo Pontesilli e l’avvocato Alessandro Nucara presso la Commissione europea e la violazione è netta. Non c’è nulla da trattare: la Repubblica italiana deve cancellare le leggi (non c’è solo l’ICI) che prevedono esenzioni e quant’altro che sono in violazione delle direttive europee sulla concorrenza e chi ha beneficiato di questi privilegi deve restituirli.

Privilegio dei privilegi è però quello di scorrazzare impunemente sui mercati finanziari internazionali. Su questo sarebbe stato opportuno che Monsignor Kasstel dicesse una parola.

Ma non l’ha fatto, si è limitato a rincorrere l’attualità alla quale li abbiamo inchiodati.

Al punto che ha “recapitato” alla Repubblica italiana la proposta unilaterale di disponibilità a rivedere il Concordato. Proposta che è inadeguata. Infatti, fino a quando continuerà a persistere nell’ordinamento costituzionale l’articolo 7, che discrimina positivamente la Chiesa cattolica, continueranno ad essere giustificate tutte le nefandezze legislative approvate in oltre sessant’anni dai diversi governi e parlamenti. Ma noi continueremo a denunciarle alla Commissione europea che imporrà all’Italia di cancellarle.

Un gioco dell’oca truccato e dispendioso in cui gli unici a pagare sono i contribuenti italiani.

Maurizio Turco*

deputato della Rosa nel pugno

* La nota dell’on. Turco si riferisce all’intervista rilasciata a La Stampa da mons. Karel Kasteel. Fonte: www.radicali.it


fonte:http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=3679