Archivio | novembre 2, 2007

Enzo Biagi in gravi condizioni

ULTIMO MINUTO

MILANO – Enzo Biagi, 87 anni, il grande giornalista e scrittore, è ricoverato in gravi condizioni in una clinica milanese del centro. Lo ha confermato la famiglia autorizzando la diffusione della notizia.
Biagi è ricoverato da una settimana. Stamattina – secondo quanto spiegato dalle figlie Carla e Bice – le condizioni si sono molto aggravate tanto che la situazione è “particolarmente critica”.”E’ comunque lucidissimo, è sempre lui, capisce tutto” hanno aggiunto le figlie.

(02-11-2007)

Dal fiume carsico al fiume in piena

UNA RIFLESSIONE INTERESSANTE

di Paolo Flores d’Arcais*

La giaculatoria partitocratica d’ordinanza è dilagata sui media d’establishment, secondo copione: qualunquisti, populisti, perfino esaltatori dei terroristi. Questo sarebbero i partecipanti al “vaffanculo day” di Beppe Grillo. E cominciamo dall’ultima accusa, aver inneggiato alla morte di Biagi. Una menzogna che più menzogna non si può. Richiesti di uno straccio di prova, gli accusatori farfugliano di un passaggio sullo schermo di alcune frasi prese da un libro di Grillo sul precariato. Nessun attacco a Biagi, dunque, ma una critica, che più legittima non si può, alla “legge Maroni” che i media continuano invece a chiamare “legge Biagi”.

L’on.Casini, che ha continuato a stracciarsi le vesti contro questo (del tutto inventato) inneggiare agli assassini di Biagi, dovrebbe perciò, se è uomo d’onore, chiedere scusa ai manifestanti del “vaffanculo day”, uno per uno. Altrimenti, con la nuova “logica Casini”, chiunque critichi le “convergenze parallele” diventa un “inneggiatore” agli assassini di Moro. E tutti quelli che hanno inveito con Indro Montanelli (perché antiberlusconiano, quindi “comunista”), diventano solidali con i brigatisti che a suo tempo lo gambizzarono.

Ma lasciamo la “logica Casini” a questo impagabile riformatore del vecchio Aristotele, e torniamo alla democrazia, cioè al “vaffanculo day”. Titolo sboccato, dunque poco serio? E’ possibile, ma è la stessa prosa delle lettere con cui il senatore a vita Cossiga sta alluvionando da giorni il “Corriere della sera” per ingiuriare figlie e figli del generale Dalla Chiesa e dell’on.Berlinguer.

In realtà, i contenuti della grande giornata organizzata da Beppe Grillo disturbano la partitocrazia non perché poco seri ma perché molto seri. I manifestanti chiedevano infatti la cacciata dalle camere dei venticinque parlamentari condannati con sentenza definitiva (primo, secondo e cassazione, insomma). La cacciata, in parole più tecniche, di “criminali patentati”. Chi sono, perciò, i qualunquisti? Le centinaia di migliaia di cittadini che ancora conoscono il significato della parola dignità, o le centinaia di parlamentari che tollerano la coabitazione con pregiudicati acclarati, e insieme a loro “dettano legge” (alla lettera!)?

La seconda richiesta dei manifestanti era l’introduzione del tetto di due mandati parlamentari. Fai il “rappresentante della nazione” per dieci anni, poi torni nella società civile, alla tua professione. E non essendo “a vita” la prospettiva del tuo impegno politico retribuito, avrai meno tentazioni di trasformare quella che dovrebbe essere una “missione” (non sono proprio i politici a definirla tale?) in una fonte di lucro impropria (tangenti, amici degli amici e altre lepidezze). Qualunquista, una proposta del genere? Eppure uno dei politologi liberali più famosi del mondo, Giovanni Sartori (decenni di cattedra alla Columbia University di New York), è stato perfino più radicale: dopo un mandato, cinque anni fuori della politica, prima di poterci tornare. E nel nostro piccolo, su MicroMega, la proposta del limite dei due mandati l’abbiamo avanzata nel 1986 (avete letto bene: 1986), insieme alla riduzione delle due camere ad una (con cento parlamentari), alla incompatibilità tra ruolo di parlamentare e ruolo di ministro, e altre indicazioni di una riforma antipartitocratica della democrazia delegata.

Perché questo è, da più di un quarto di secolo, il problema della democrazia italiana: la deriva partitocratica, la sottrazione di sovranità e cittadinanza da parte di una gilda monopolistica e sempre più autoreferenziale di professionisti della politica, di partiti/apparati e relative nomenklature. La trasformazione della democrazia delegata, cioè formale, in democrazia FINTA.

Da oltre un quarto di secolo i partiti italiani parlano della necessità di una “grande riforma”, ma ogni misura che realizzano o che propongono aggrava il problema, riduce i margini di democrazia (delegata) ancora esistente, perché questi partiti sono il problema, e dunque non possono essere la soluzione.La partitocrazia da tre decenni dominante è la vera antipolitica, non i cittadini che cercano di farla rinascere attraverso i movimenti.

Quello portato in piazza dal blog di Beppe Grillo è solo il più recente tentativo di tornare alla politica, perciò. Non a caso il suo terzo obiettivo è quello di rovesciare la più recente innovazione partitocratica, cioè la più recente sottrazione di democrazia (delegata): le liste bloccate, con cui i vertici dei due poli “eleggono” a tavolino oltre il 90% dei parlamentari.

Da quando Mani pulite ha scoperchiato la cloaca di Tangentopoli, rivelando gli abissi corruttivi in cui la partitocrazia era precipitata, i “movimenti” non hanno fatto che moltiplicarsi. Il “popolo dei fax” in appoggio ai magistrati, anzi, ha costituito l’inizio di un vero e proprio fiume carsico, che ha cercato ogni occasione per manifestarsi. Ogni volta con forme diverse, ma sempre come bisogno di “cittadinanza autonoma”, cioè volontà di ri-formare la democrazia (delegata) sequestrata dalla partitocrazia. Perfino la partecipazione inattesa alle primarie di due anni fa, in larga parte esprimeva questo bisogno. E la stagione dei girotondi, ovviamente. E ora il movimento di Grillo (ma anche di Sabina Guzzanti, Marco Travaglio, Massimo Fini, Ferruccio Sansa e tanti altri, non dimentichiamolo).

I media, che hanno censurato ignobilmente una grande giornata di partecipazione democratica (tra i grandi quotidiani, solo “Repubblica” aveva la notizia in prima pagina. Quanto ai telegiornali, una pagina vergognosa di disinformacija. Una di più…) ora sono tutti concentrati sulle differenze tra Grillo e Moretti. I girotondi di Nanni e Pancho Pardi erano diversi dal popolo dei gazebo, e questi dal popolo dei fax, e i toni e le idiosincrasie di Beppe Grillo da quelle dei girotondi, ovviamente. Ma se non si capisce quanto vi è di continuo nel variegato (variegatissimo) ri-comparire del fiume carsico della “cittadinanza autonoma” non si capisce nulla di nessuno di questi fenomeni.

Questi movimenti hanno sempre dichiarato la necessità di inventare forme organizzative nuove rispetto ai partiti. Ma non ci sono mai riusciti, e il fiume carsico ogni volta è ripiombato nel sottosuolo. In questo, noi dei girotondi non siamo stati all’altezza delle passioni civili che pure avevamo catalizzato. Sarebbe bello che tutte queste esperienze di democrazia, anziché frammentarsi, passarsi il testimone, spaccare il capello in quattro su ciò che li ha divisi o li può dividere, trovassero il modo di diventare un solo e grande fiume in piena. Per la democrazia italiana sarebbe anche necessario.

*Questo articolo è stato pubblicato su Liberazione del 12 settembre 2007

Donne in politica, l’Italia pari merito con il Nepal

Non parliamo del 50 e 50, della parità. Basterebbe almeno sfiorare quel 30% che «rappresenta il minimo indispensabile per una democrazia che possa dirsi veramente paritaria», dicono da Arcidonna. Ma è ancora un sogno: l’Italia – con il 17,4 di elette alla Camera e il 13,6 al Senato – si ferma al 63° posto nella classifica mondiale della rappresentanza femminile nei parlamenti nazionali. Pari merito con il Nepal.

E dobbiamo anche consolarci: qualche anno fa eravamo pure messi peggio. Le ultime rilevazioni, successive alle regionali del 2005, dicono che «si è passati nei consigli dall’8,8% all’11,1, nelle giunte dal 12,8 al 17,5, mentre la media delle donne elette nelle giunte e nei consigli è adesso il 12,2% contro il 9,9% precedente». Magra consolazione. Il fatidico trenta per cento, è solo sfiorato dalla giunta della Regione Lazio, quella con la migliore prestazione che si ferma al 29,4% (cinque donne e dodici uomini). Maglia nera a Basilicata, Calabria e Valle d’Aosta che, in giunta, non hanno nemmeno una donna. Vince invece la Toscana se, oltre alla giunta, si considera anche il Consiglio regionale, seguita da Umbria e Trentino Alto Adige.

Ma certo, non è colpa delle regioni. Al Governo la media delle donne è dl 24%, ovvero sei ministri donna su 25: ma cinque di loro, quasi tutte quindi, sono senza portafoglio. Quindi ministeri con pure funzioni di supporto, senza possibilità di spendere nulla di propria iniziativa.

Non brilliamo nemmeno in Europa: sono donne il 17,9% delle europarlamentari italiane, contro una media del 30,4%: vanno peggio di noi solo la Polonia, Cipro e Malta. Cresce, invece, la presenza femminile nei Comuni, probabilmente, punzecchia Arcidonna, «a causa della minore “appetibilità” delle cariche comunali rispetto a quelle di organismi di maggiori dimensioni».

Pubblicato il: 02.11.07
Modificato il: 02.11.07 alle ore 17.03

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70283

Iraq, la diga più pericolosa del mondo

TRAGEDIE ANNUNCIATE


Secondo i rapporti statunitensi sta per cedere il più grande impianto del Paese
Fu realizzato nell’84 su terreno friabile. “Inutili le continue iniezioni consolidanti”

Usa: “A Mosul mezzo milione a rischio”

di CARLO CIAVONI

MOSUL – La più grande diga dell’Iraq rischia di cedere da un momento all’altro e rischia di travolgere almeno mezzo milione di persone. Si trova a una cinquantina di chilometri a nord-ovest di Mosul, la grande città settentrionale irachena, sulla sponda occidentale del Tigri, dove abitano un milione e settecentomila
persone.

La diga fu realizzata nel 1984 durante il regime di Saddam Hussein, quando fu scelto un punto particolarmente infausto per costruirla, cioè su un terreno gessoso e friabile che si erode lentamente a contatto con l’acqua, fino ad indebolire pericolosamente l’intera struttura.

A denunciare la possibile, imminente, catastrofe è il corpo del Genio dell’esercito statunitense che – fin dal maggio scorso – aveva chiesto al primo ministro in persona, Nouri al Maliki di affrontare la questione. Nel frattempo, l’acqua continua a premere e ad infiltrarsi in misura preoccupante, al punto che le continue “iniezioni” di materiale di contenimento, da parte degli ingegneri iracheni, si sta rivelando sempre più inutile. Eppure – sottolineano sia il generale del Genio, David Petraus, che l’ambasciatore in Iraq Ryan Crocker – per la diga sul fiume Tigri il governo di Washington sborsò oltre trentaquattro milioni di dollari che, peraltro, furono impiegati anche per stipulare contratti a dir poco discutibili.

Come quello con una società turca, pari a circa 640 mila dollari, per la costruzione di silos destinati al cemento, che però non vennero mai utilizzati, tanto erano stati costruiti male. O ancora altri contratti per impianti necessari alla produzione di malta, rivelatisi alla fine altrettanto inutili. Secondo il rapporto Usa l’impianto, considerato al momento il più pericoloso del mondo, potrebbe cedere sotto la pressione delle acque, provocando così un’ondata di oltre venti metri sull’area sottostante, che si abbatterà sui centri immediatamente limitrofi fino a raggiungere la stessa Mosul.

Del pericolo si era già parlato da tempo, tanto da far risultare sprecate anche le successive cospicue quantità di denaro stanziate per rinforzare la diga. Sprechi – si legge nel rapporto – dovuti “ad incompetenza e possibili frodi”. Tuttavia, tanto gli americani mettono le mani avanti denunciando il pessimo uso fatto delle risorse distribuite a pioggia per la diga, quanto le autorità irachene tendono a minimizzare. Il ministro delle risorse idriche Abdul Latif Rashid ha infatti fatto sapere di fidarsi molto di più dei rapporti sulla sostanziale stabilità della diga, che riceve dagli ingegneri iracheni, piuttosto che degli allarmi dell’esercito americano. Stesso atteggiamento è assunto dal direttore della diga, Abdulkhalik Thanoon Ayoub, il quale diffida del rapporto Usa, sebbene poi ammette che se il disastro dovesse avvenire, le vittime si conterebbero a centinaia di migliaia.

(2 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/esteri/mosul-allarme/mosul-allarme/mosul-allarme.html

Argentina – il giorno di Cristina

Di Maurizio Chierici
29/10/2007

Buenos Aires- Cristina Fernandez, moglie del presidente Kirchner, è diventata presidente dell’Argentina con 20 punti di vantaggio su Elisa Carriò, portabandiera dei socialcristianoradicali. Il trionfo l’ha intenerita. Dopo il discorso ha guardato l’orologio: “Cari elettori , si è fatto tardi andiamo a riposare. Buona notte Argentina”. Evita Peron non avrebbe detto cose diverse. Sparsi in plotoncini esangui arrancano i manipoli della frammentazione peronista. La mattina del 10 dicembre andrà in scena una cerimonia mai vista in Argentina e in nessun altra democrazia del mondo: Nestor Kirchner passerà alla moglie la fascia del potere come prevede la costituzione. Rito in famiglia che tanti trovano normale perché “molto peronista…”.

Cristina è stata eletta e regnerà da sola mentre l’avvocato Kirchner scivolerà nel passato prossimo della storia anche se tutti sanno che non è vero. Impossibile immaginarlo in vestaglia e ciabatte a sfogliare i giornali mentre la moglie lavora alla Casa Rosada. Kirchner annuncia la lontananza volontaria da quel potere che ha disegnato con pazienza negli ultimi quattro anni. Vuole riorganizzare “democraticamente” il partito giustizialista (peronista) la cui divisioni ricordano la vecchia Dc italiana: piccoli leader in concorrenza, deboli comprimari nel grande gioco. “Mancano 1057 giorni al ritorno di Nestor alla Casa Rosada”, annuncia con ironia l’opposizione rassegnata. Ma per tornare nel 2011, Kirchner marito ha bisogno di un movimento compatto alle spalle. Ci sta lavorando. Intanto Cristina continuerà la politica del capofamiglia confortata dalla democrazia ereditaria.

E’ la differenza che distingue il governo rosa di Buenos Aires dal rosa cileno di Michelle Bachelet diventata signora della Moneda misurandosi nelle primarie con la cattolica Soledad Alvear in una scalata decisa dalle scelte della gente. Invece Cristina é stata scelta dal marito. Una sera o un mattino: chissà come se lo sono detti. L’ha accompagnata da un comizio all’altro abbracciandola con parole che hanno sciolto la tenerezza di tutte le donne, campagna elettorale dove non si è detto niente. Copia ideale in politica e nella vita, perché non votarli? Lo scrittore Mempo Giardinelli scuote la testa: “elezioni che hanno abbassato qualità e contenuti della democrazia argentina “. Con una variante rispetto al Cile: per fortuna a Buenos Aire i militari ormai non contano mentre le alte uniformi di Santiago riescono ancora a salvare la faccia della famiglia Pinochet.

Per non confondere i voti ricevuti in eredità, la signora non si è sbilanciata nei programmi: solidarietà, meno povertà, sviluppo tecnologico e l’impegno a ridare all’Argentina “il posto che merita”. Belle parole, nessuna concretezza. Adesso deve spiegare come affronterà i problemi rimasti a mezz’aria per non disturbare lo scontro elettorale. Subito, a novembre, rinnovo di una fila di contratti, stipendi, orari, mobilità, posti di lavoro che non ci sono: tutto il mondo è paese. Ma questo è un paese dalle risorse immense con paghe da fame e un’insicurezza sociale che allarma milioni di persone: 39, 2 per cento di poveri, 10,1 gli indigenti, inflazione fuori controllo e il fantasma della crisi energetica frena gli investimenti stranieri.

La scommessa strutturale è perfino più impegnativa. Il Kirchner che nel 2003 ha affrontato l’economia allo sbando, è stato costretto a riattivare freneticamente l’esportazione delle ricchezze contadine: grano, cereali, carne. Vendere tanto per fare cassa subito. E subito allearsi politicamente a Chavez re del petrolio in modo da fargli comprare i bonus del debito argentino svuotando i diktat soffocanti di Banca Mondiale e Fondo Monetario. Senza rate in scadenza e riserve ripristinate (42 miliardi e 800 milioni di dollari) la macroeconomia respira in un certo modo, proprio come respirava cento anni fa. L’Argentina torna ad essere una gigantesca dispensa alimentare, esportazioni che volano.

Ma troppi piatti restano vuoti. Non solo prezzi alle stelle; dal mercato spariscono grano e bistecche nascoste nei frigoriferi e destinate ad economie lontane. Scuole e ospedali pubblici fanno impressione. E la febbre della soia crea un benessere dalle gambe ancora fragili anche se Pechino ambisce a diventare cliente privilegiato dell’energia rinnovabile. Divide Chavez da Lula, il Venezuela non la vuole, il Brasile si: Cristina chi sceglierà? Le esportazioni di soia incassano 250 milioni di dollari al mese. Nei quattro anni della gestione Kirchner, 3 milioni di ettari sono stati destinati alla soia e le coltivazioni si allargano. Ma attorno ai latifondi di Pergamena ( 200 chilometri dalla capitale ) i latifondisti del tesoro verde sono sul piede di guerra: mancano infrastrutture, strade come carraie, trasporti che devono arrangiarsi. La gente vive col ritmo di mezzo secolo fa. Il World Economic Forum ha mandato a Cristina una brutta notizia: l’Argentina è stata retrocessa dal posto 54 al posto 67 nella classifica che analizza la dinamicità delle economie mondiali. Esportazioni “primitive”, tecnologie in ritardo.

Cinquant’anni fa Ernesto Guevara montava sul treno per La Paz, Bolivia, ed impiegava 31 ore ad arrivare alla frontiera attorno a Tucuman. Oggi ne servono 53. Chi ha votato Cristina spera nella fine di questo periodo speciale e nel ritorno alla normalità con esportazioni organizzate come si deve, e consumi interni non sacrificati alla globalizzazione selvaggia. Il peso delle privatizzazioni imposte dal liberismo di Menem ancora frena strategicamente l’economia. Gas e petrolio in mani straniere. Giacimenti di rame pronti a far concorrenza alle miniere cilene, e poi uranio e poi oro, sigillati da chi ne ha disponibilità ma non intende inflazionare i mercati nell’attesa che le altre riserve si esauriscano.

L’Argentina della famiglia Kirchner è coinvolta negli stessi problemi che avevano reso fragile l’Argentina di Peron. Il confronto con gli gnomi dell’economia del nord, ne richiama i dubbi. Può il nazionalismo alzare le frontiere per difendere le convenienze argentine o deve arrendersi alle strategie estranee alla gente che sceglie i presidenti ? Con Lula e Chavez, Brasile e Venezuela, è vero che adesso il gioco sembra cambiato. C’é il gas di Evo Morales. Si associa l’Ecuador di Correa. Poi Mercosur (nel quale il Venezuela sta per essere ammesso), e Banca del Sud capitalizzata da Chavez a Caracas per offrire liquidità (170 miliardi di dollari) allo sviluppo autonomo dell’altra America.

Insomma, realtà che sembrano a portata di mano, ma infastidiscono le solite mani: il percorso non si annuncia facile. Mentre Cristina conta i voti, una delegazione parte da Washington per “una serie di colloqui” e il Fondo Monetario ammorbidisce l’intransigenza seppellendo in cantina i neocon della Casa Bianca. Dominique Strass Kahn, francese moderatamente progressista, ne è il nuovo direttore generale. Ha già annunciato il viaggio argentino. Problemi e soluzioni si aggrovigliano in uno scenario ancora indefinito: Lula fra tre anni se ne va; Chavez è il demonio da sbalestrare. Ogni giorno e ogni propaganda ci prova e non è complicato lasciandolo diluviare. Morales, spalle fragili; Correa, promessa ancora in erba. Ma l’attrattiva deve essere seducente se il liberista Uribe, presidente della Colombia, vuol diventare a tutti i costi socio della Banca del Sud disinteressandosi degli anatemi del Bush al quale è aggrappato.

Ecco lo scenario che il presidente Cristina deve affrontare, dimenticando per sempre le interviste a Novella 2000 concesse a giornalisti in ginocchio poche ore prima del voto: mai fumato marijuana, mai dal chirurgo a rifarmi qualcosa, di politica discuteremo dopo, eccetera, eccetera. Adesso vengono i pensieri. Urgenze interne; urgenze internazionali. Con la gente inquieta: se qualcosa non cambia (e subito) nella vita di ogni giorno, l’incantevole signora della Casa Rosada perderà rapidamente l’incanto. Kirchner marito si è forse nascosto con questo sospetto, pronto a rientrare nel caso la moglie abilissima nella schermaglia politica si impantani nella realtà. Per il momento godono la festa.

Circondati dall’orgoglio peronista: politici, scrittori – da Miguel Bonasso che è anche deputato ad Horacio Verbitsky -, campioni di tennis, i Puma del rugby, battaglioni di giornalisti e l’immancabile Maradona traslocato da Menem a Castro e adesso alla corte di Cristina. Anche Estella Carlotto, simbolo delle madri di piazza di Maggio, appoggia la signora: deve al governo Kirchner la fine dell’immunità per i colpevoli dei massacri militari senza contare i sentimenti giustizialisti ai quali è rimasta fedele.

Peronismo di sinistra, non peronismo di destra, ma sempre peronismo. Kirchner sta entrando nella galleria del pas-president. Gli amici già lo confrontano a Peron ma con una differenza: Peron inventava le cose senza calcolarne il costo, delegando i cortigiani a realizzarle per evitare di perdere tempo nei controlli mentre si avventurava in nuovi progetti. Con la pignoleria dell’ avvocato di provincia, Kirchner prima fa i conti e poi mette in fila i programmi non delegando nessuno. Accentratore esasperante, amministratore accorto. Ecco perché impossibile credere si sia arreso alla moglie tanto per farle un regalo. Deve essere la mossa che prepara lo scacco matto, chissà con quali precauzioni e quanti retropensieri.

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