Archive | novembre 4, 2007

Il Ku Klux Klan de’ noantri

CONDIVISIBILE? NON SO. CERTO E’ CHE HA UN BEL NUMERO DI SPUNTI DI RIFLESSIONE QUESTO PEZZO DI BLONDET. UN GIORNALISTA DISCUSSO, ANCHE VITUPERATO, DI AREA CATTOLICA, MA NON CERTO UN IMBELLE. E IL PEZZO LO DIMOSTRA.

mauro



di Maurizio Blondet

04/11/2007

La Casta al contrattacco: «Emergenza razzismo». Giungano i nostri più sarcastici applausi a quelli che in questi giorni picchiano i romeni:
hanno regalato alla Casta un alibi insperato.
La Casta, colpevole di tutto, era alle corde.
Ora può proclamare: restiamo al potere per salvarvi dai razzisti; dal fascismo che ritorna; dal Ku Klux Klan de’ noantri.
Applausi alle tifoserie romaniste e serenissime, del Centro e del Nord (a Padova un serenissimo ubriaco e tossico ha travolto una zingarella e poi l’ha picchiata, il vendicatore), senza distinzione geografica.
Amato non aspettava altro per stringere le viti su chi protesta civilmente.

Mancino già esige che la sua legge famigerata contro la libertà di pensiero trovi la più ampia applicazione.
Tutte le cosche associate alla Casta, tutte le burocrazie inadempienti si sono messe dalla parte della ragione e moraleggiano, s’indignano, chiedono «provvedimenti».
Poi li applicheranno: non contro di voi, perennemente impuniti degli stadi e delle discoteche, ma contro di noi, che ci limitiamo a scrivere, e per questo è più facile prenderci.
La Casta infatti colpisce gli innocui, perché è vile.
Ma anche voi siete vili, e per questo siete anche voi ausiliari della Casta, che vi coccola e vi alimenta a partite, notti bianche e tutti gli altri «circenses» cafoni pensato apposta per voi.
Ora rischio la legge Mancino per ripetere quello che sa chiunque conosca la storia: la violenza è, e deve restare, come possibilità estrema della politica.
L’uso della violenza può essere persino necessario, come difesa ultima della dignità di un popolo oppresso e taglieggiato, quando tollerare oltre è vergogna – e noi pecore abbiamo già tollerato troppo.

Ebbene: voi avete deciso di saltare il fosso, di sfidare le leggi.
Come?
Picchiando qualche passante straniero, rom o romeno che sia.
Almeno non avreste potuto pestare qualcuno della Casta?
Partire in spedizione punitiva contro quel sindaco che paga coi soldi nostri il residence dello zingaro stragista?
Spintonare un senatore a vita cocainomane?
Gettare almeno qualche monetina a Veltroni?
No, naturalmente: quelli hanno le scorte.
Avete scelto la via facile.
Come quelli che sfregiano gli antichi muri di Roma con i loro anonimo sgorbi sub-umani, avete dato il vostro contributo all’inciviltà.
E magari alcuni di voi si sentono legionari, impegnati nella difesa della romanità.
Ovviamente, non sapete che Roma (l’antica Roma non la squadra di calcio) fu il più grandioso sistema d’incorporazione mai visto nella storia: incorporazione di genti diverse nella cittadinanza giuridica, senza la minima ombra di xenofobia.
Per questo lodò Roma Rutilio Namaziano: «Urbem fecisti quo prius orbis erat».
Ma è inutile sprecare il latino.
Voi siete parte di quella maggioranza di italioti che sono, a rigore, extracomunitari: ossia estranei alla comunità, irresponsabili verso di essa.
E’ soprattutto per questo che io personalmente temo l’immigrazione accelerata in corso: perché è gente come voi che dà il cattivo esempio agli stranieri, i quali hanno già capito benissimo che aria tira qui: istituzioni sgangherate e vili coi pregiudicati quanto spietate con gli onesti innocui, corruzione e clientelismo come sistema, stracciona persino nella «carità», che distribuisce minestre e abiti usati ma mai, mai, un laboratorio di ricerca agli immigrati più intelligenti e dotati.
Una nazione così furba non è in grado di incorporare gli stranieri nel diritto – perché non ha diritto ma solo una sua maceria.

E’ troppo ignorante per distinguere tra chi viene a lavorare e chi viene a rubare.
Di vedute troppo ristrette per avere un’idea di quali mondi questi hanno abbandonato, con quali dittature o oppressioni.
Troppo maleducata per insegnare con l’esempio la civiltà quotidiana.
Troppo incapace di riconoscere un’autorità a chi la deve (ho appena sentito a RAI2 un comico che imitava il Papa deridendolo) per poter imporre una legittima autorità.
Troppo densa di una sua ottusa ferocia per poter dare lezioni.
A Perugia si cerca ancora l’assassino di una studentessa inglese.
Sono quasi sicuro che finirà per risultare un italiano: non sia mai che ci lasciamo superare in stupro-assassinio da uno zingari danubiano.
Questo è un pullulare di bassezze e secessioni morali, non una comunità vivente: se integra qualcuno, lo integra nelle sue cosche e mafie, nel piccolo spaccio, nella camorra napoletana o politicante, nel branco dei bulletti che angariano lo studente bravo e povero.
Se poi qualcuno di voi intendeva difendere la «italianità», è meglio che lasciate perdere.
L’Italia, nata bastarda e falsa – con il saccheggio del Sud sotto il tricolore massonico – è morta per sempre l’8 settembre del 1943.
Da allora, non rimane che la carogna in avanzato stato di putrefazione.
La cui unica vita residua consiste nel pullulare di migliaia di vermi, ciascuno dei quali s’impanca a «comandare», imporre una sua «idea», proclamare il suo «diritto» ad esistere contro e in ostilità a tutti gli altri.
No, queste pullulare di particolarismi l”uno contro l’altro armati non farà alzare e camminare il cadavere: nessuno dei vermi è in grado di associarsi con alcun altro per questo scopo unitario e coerente.
Non siete voi soli, è chiaro.

I vermi peggiori navigano sui panfili di D’Alema e di Della Valle, e sono i più divoratori e pericolosi.
Verme è Prodi, il moralista che sta dilapidando il denaro pubblico per dare favori a destra e a manca e così tenere insieme – con la corruzione – il suo «governo».
Verme è la Rossana Rossanda, che decreta che questo popolo è «malato», proletaria da Parigi, dove (ci dicono le agenzie) «vive ormai stabilmente», grazie alla pensione d’oro di ex-parlamentare: mai che queste avanguardie proletarie si adattino a vivere a Tor Bella Monaca o al Corviale, per dare esempio missionario di come si accolgono i rom, «socialmente vicini».
Vermi i dipendenti di Alitalia che scioperano pure, mentre paghiamo il loro non-lavorare.
Vermi i dipendenti del Comune di Roma, settemila dei quali (uno su tre) risultano assenti ogni giorno.
Ma la lista è infinita, bisogna finirla.
Quel che conta è vedere quel che unisce tutto il verminaio: stesso anonimato e stessa viltà, stessa furbizia e rozzezza primitiva.

Ecco cosa avete ottenuto: dare l’alibi a questa casta farabutta che ha decretato in Finanziaria 55 euro annui di bonus fiscale per i disabili nostri (4,6 euro al mese), mentre ad ogni capo-cosca rom assegna, appena entra, 780 euro mensili.
Che fa pagare il ticket sanitario al pensionato italiano da 900 euro mensili, ma niente al marocchino, allo zingaro o al romeno, per il fatto che è marocchino, zingaro o romeno.
Se non è razzismo questo!…
E invece possono dire che i razzisti siete voi, che siete il KKK der Tufello, la reazione in agguato.
E’ facile placare dei coglioni come voi.
Vi hanno dato il «decreto d’espulsione» d’emergenza: con il quale naturalmente continueranno a pagare i 780 al capocosca rom, e invece vieteranno l’ingresso e metteranno ostacoli alla infermiera romena che, al suo Paese, per quel lavoro qualificato, ne guadagna 300.
Così fan sempre: perseguono chi sgobba e lo tartassano, ma passano le vacanze sull’evasore con yacht che inalbera la bandiera di un paradiso fiscale.
E’ più facile, meno pericoloso.
Poi un giorno voi vi lamenterete della «malasanità».
Ma per intanto hanno calmato il vostro «allarme sicurezza».
E sono al potere più saldi che mai.

Maurizio Blondet

Copyright © – EFFEDIEFFE – all rights reserved.
(pubblicato per gentile concessione dell’Editore)

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Feto malato non si arrende alla condanna:


sopravvive all’aborto selettivo e nasce sano

LONDRA (4 novembre) – I medici avevano deciso di sacrificarlo nell’utero di sua madre per non mettere in pericolo il gemello, visto che il suo cuore era troppo grande e lui invece non si sviluppava normalmente. Prima hanno tentato di tagliare il cordone ombelicale, ma non ci sono riusciti, poi hanno diviso la placenta in due convinti che sarebbe morto. Ma lui, Gabriel, non ne ha voluto assolutamente sapere e ora è un bel pupo di sette mesi, senza più i drammatici problemi di salute che minacciavano di farlo nascere morto.

La sentenza dei medici. «E’ davvero un miracolo!», esulta Rebecca Jones, la mamma, che si era lasciata convincere dai medici sulla «assoluta necessità» di sopprimere Gabriel prima della nascita. Trentacinque anni, consulente finanziaria, sposata a Mark, un venditore d’auto di 36 anni, Rebecca ha raccontato al tabloid “Daily Mail” la sua angoscia quando alla ventesima settimana di gravidanza i medici le hanno detto che le cose si mettevano male: uno dei due gemelli – il futuro Gabriel – aveva un cuore ingrossato, non si sviluppava e rischiava di morire da un momento all’altro con conseguenze altrettanto fatali per il fratellino. «Meglio porre fine alle sue sofferenze prima, piuttosto che dopo»: quest’argomento ha finito per far breccia nella donna che, alla 25ª settimana, ha autorizzato la soppressione del feto malato.

I tentativi per sopprimerlo. L’impresa però si è rivelata molto più difficile del previsto: i medici del Women’s Hospital di Birmingham non sono riusciti a tagliare in due il robusto cordone ombelicale e nemmeno la separazione della placenta in due ha impedito a Gabriel di alimentarsi. Gabriel ha tenuto duro e assieme all’altro gemellino – Ieuan – è stato senza ulteriori problemi dentro la pancia di mamma per altre cinque settimane, quando entrambi sono stati portati prematuramente alla luce con il taglio cesareo.

Tenace come Rocky: lo hanno soprannominato così. «Mi sono resa conto che Gabriel non aveva alcuna intenzione di mollare – dice la madre, che vive a Stoke-on-Trent – la mattina dopo l’operazione, quando ho sentito che tirava i calci. I medici non riuscivano a crederci quando hanno sentito il battito del suo cuore. E’ un miracolo!». A quanto sembra, il “miracolo” è stato reso possibile proprio dall’operazione che doveva concludersi con la morte di Gabriel. Grazie alla separazione in due della placenta il piccolo – subito soprannominato “rocky” (roccioso) per l’eccezionale tenacia dimostrata – ha infatti ricevuto più nutrimento dalla mamma e ha cominciato a svilupparsi normalmente. A sette mesi Gabriel pesa cinque chili e mezzo, non ha più problemi di cuore ed è perennemente appiccicato a Ieuan.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=12423&sez=HOME_NELMONDO

Il soldato senza nome che unì l’Italia

di Umberto Maiorca


«I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senzasperanza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza»1. Il 4 novembre 1918 si concludeva,per gli italiani, la Prima Guerra Mondiale. Un conflitto che gli interventisti avevano salutato come la Quarta Guerra d’Indipendenza, vedendovi il compimento e la conclusione del Risorgimento, con il raggiungimento dei confini naturali e la liberazione degli italiani ancora sotto il dominio degliAsburgo.

Una guerra che fu, comunque, una prova durissima, superata da una nazione unita da poco più di cinquant’anni, non senza difficoltà e con un costo in vite umane altissimo: 650.000 morti, un milione tra mutilati e invalidi. Papa Benedetto XV la definì, a più riprese, «flagello dell’ira di Dio»2; «orrenda carneficina che disonora l’Europa»3; esternando preoccupazione per un mondo «fatto ospedale e ossario»4; “il suicidio dell’Europa civile» e «la più fosca tragedia dell’odio umano edell’umana demenza»6 per arrivare, infine, all’invito di cessare da «questa lotta tremenda, la quale,ogni giorno più, apparisce inutile strage»7

Finita la guerra per Benedetto Croce la vittoria «è venuta piena, sfolgorante e, quel che è meglio, meritata». Le riflessioni di Croce alla fine della guerra mondiale, però, rispecchiano anche uno stato d’animo che era in tutti coloro che vi avevano preso parte, in maniera diretta o meno. Era la pietosa memoria dei morti, quel sentimento che si stava diffondendo in tutta Italia e che dava luogo, fin nei borghi più sperduti, all’innalzarsi di monumenti ai caduti. Statue di marmo e targhe di bronzo ricordavano il sacrificio di chi era morto combattendo per l’Italia. Tra il 1918 del 1921, quindi, si passò dall’aperto bellicismo, dall’esaltazione della guerra e della vittoria, al mito dei caduti; ad un ripiegamento interiore, vedendo la guerra non solo come completamento dell’Unità d’Italia, ma come una tragedia di tutti, anche degli sconfitti, la cui morte non poteva considerarsi inutile. Nel 1921, quindi, venne presentato al Parlamento italiano un disegno di legge per “trasportare solennemente a Roma i resti di un Caduto ignoto, perché ivi ricevano i più alti onori dovuti a Loro e a seicentomila fratelli”.

Il 24 maggio del 1915 il paese aveva dichiarato guerra agli Imperi Centrali, pur essendo diviso fortemente tra interventisti e neutralisti. Divisioni che erano state fortemente attenuante dalla sconfitta di Caporetto e dalla volontà di non cedere di fronte al nemico e che, nel 1918, saranno cancellate dalla Vittoria. Alla fine del conflitto, portati a termine i festeggiamenti, molti italiani,soprattutto, madri e mogli piangono ancora i propri cari, caduti sui vari fronti. Tra queste molte non hanno neppure una tomba su cui posare un fiore.

Caduti senza nome e corpi mai ritrovati erano,infatti, all’ordine del giorno tra le trincee e il filo spinato della prima linea. Per cercare di lenire il dolore di queste donne e, soprattutto, con l’idea di onorare le migliaia di caduti attraverso l’uso simbolico della salma di un solo combattente anonimo prese corpo in tutte le nazioni che avevano partecipato al conflitto. In Italia la proposta fu lanciata dal colonnello Giulio Douhet il 24 agosto1920. L’idea non piacque per nulla allo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano. Non piacque perché proponeva un vero e proprio capovolgimento della storia, della politica, dell’ordinamento sociale e dell’idea risorgimental-sabauda, dell’Unità d’Italia raggiunta attraverso solo i propri capi e non attraverso i soldati che avevano combattuto (quella stessa idea che non faceva considerare il numero di perdite per conquistare qualche metro di terra di nessuno).

In secondo luogo, attribuire la vittoria non più al condottiero, al capo, ma al soldato e, in particolare, a quello di cui non si conosceva né il valore né il nome era in netto contrasto con le basi stesse del regime politico al potere. Per questo lo Stato Maggiore non vedeva di buon occhio una proposta che capovolgeva imeriti dal generale al fante.

L’idea, invece, piacque molto ai socialisti. Sull’“Avanti” venne scritto che «il milite ignoto era certamente un figlio del popolo un proletario e che tutti avrebbero dovutorendergli omaggio senza che questo risultasse un’esaltazione della guerra»8.
L’invito del giornale si chiudeva con: «onoratelo maledicendo la guerra»9. La proposta fu, comunque, approvata e l’esercito inviò 6000 soldati, 150 ufficiali, 35 cappellani militari e 700 soldati a setacciare tutto l’arco alpino per dare degna sepoltura ai caduti. Vennero eseguite 200.000 tumulazioni; 2000 di soldati senzanome. A questo punto venne anche scelto il luogo ideale dove celebrare il soldato, non il condottiero. Sarebbe stato l’Altare della Patria, proprio ai piedi della dea Roma. Per scegliere la salma venne eseguita una ricognizione in tutti i luoghi dove si era combattuto e furono selezionate undici spoglie.

Già negli anni di guerra la maggior parte dei caduti era stata trasportata nelle retrovie, ove erano sorti i primi cimiteri, contrassegnati da paletti e croci, da nomi incisi sul legno dalla pietà dei compagni. In diversi villaggi alpini le popolazioni ottennero di mantenere intatti in custodia i piccoli cimiteri militari ai quali si erano affezionati e per i quali promettevano assidua cura. Dall’arco alpino al mare, per centinaia di chilometri, una costellazione di cimiteri raccoglieva la sacra testimonianza del sacrificio offerto dai soldati italiani durante gli anni di guerra.

La commissione per la designazione del Milite ignoto era costituita da un generale e un colonnello, da un tenente mutilato e da un sergente decorati di medaglia d’oro, da un caporale maggiore e da un soldato semplice decorati di medaglia d’argento. Tutto l’esercito era rappresentato. La commissione partì dallo Stelvio per scegliere una salma per ciascuna delle zone di Rovereto, Dolomiti, Altipiani,Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele e da Castagnevizza fino al mare, in rappresentanza dei caduti dei reparti da sbarco della Marina. Le salme ignote erano raccolte in campi speciali e distinte da un numero. I foglietti venivano mescolati e un membro della commissione ne estraeva uno. Se durante la dissepoltura appariva un elemento che potesse portare all’identificazione, anche parziale del caduto, le spoglie venivano sotterrate. Il triste compito si concluse nella zona del Carso e del fiume Timavo dove la salma di un soldato con le gambe spezzate e il capo perforato venne rinchiusa in una cassa di legno identica alle altre dieci che custodivano le spoglie già raccolte.

A Udine, dietro gli affusti di cannone sui quali vennero trasportate le bare avvolte nel tricolore,c’erano centinaia di madri e di vedove. Dovunque le salme passarono, la commozione dilagò e il popolo si affollò a gettare petali di fiori. Le salme vennero poste nella chiesa accanto al Castello e circondate da una ringhiera di vecchi moschetti raccolti nelle trincee. A Gorizia, per accogliere le bare, venne scelta la chiesa di Sant’Ignazio, devastata dalle granate, con la statua del santo decapitata e mutilata. Dinanzi ai feretri la popolazione sfilò giorno e notte per otto giorni per recitare il rosario. Il 26 ottobre il corteo mosse alla volta di Aquileia, mentre le salve del cannone tuonavano e un cappellano militare benediceva le salme. L’itinerario dovette essere allungato, poiché molti sindaci richiesero che le salme transitassero per ricevere il saluto delle popolazioni. Il 27 ottobre del 1921 le salme raggiunsero la basilica di Aquileia.

La Canzone del Piave intonata dagli alunni delle scuole elementari accolse il corteo. Le bare vengono portate in cattedrale da madri di caduti, da combattenti e mutilati. Le accolse un mazzo di undici crisantemi. Era stato inviato da Ines Meneguzzo, una bambina di sei anni, che non ricordava il papà, partito per la guerra quando era troppo piccola. C’era anche un biglietto: “Chissà che questi fiori vadano al mio papà, che morì e non fu ritrovato”. Le urne erano identiche, contenenti i resti dei militi ignoti, coperte con la bandiera. Furono anche scambiate di posto per attribuire la scelta solo al fato e alle mani di una donna, una madre che non aveva più rivisto il figlio da quando era partito per il fronte. Anche in questa scelta si cercò di dare un segno simbolico e fu scelta una donna di Trieste; si chiamava Maria.

1Bollettino della Vittoria del generale Armando Diaz.
2Messaggio dell’8 settembre 1914.
3Messaggio del 28 luglio 1915.
4Appello di Natale del 1915.
5Messaggio del 4 marzo 1916.
6Messaggio del 31 luglio 1916.
7Messaggio del 1 agosto 1917.
8L’Avanti del 27 ottobre 1921.
9Ibidem.

fonte: http://www.drengo.it/sm/11/maiorca.milite.pdf.

Ondata di repressione in Pakistan

“Il secondo colpo del generale Musharraf”, titolano i giornali
Benazir Bhutto: “E’ una legge marziale, il popolo reagisca”

La Rice: “Rivedremo gli aiuti”

Arrestati leader dell’opposizione, sciopero delle toghe
Governo potrebbe “rivedere” data delle elezioni
ISLAMABAD – Subito dopo l’imposizione dello stato di emergenza in Pakistan le autorità hanno arrestato numerosi leader dell’opposizione; gli avvocati, a capo del più forte movimento della società civile, hanno annunciato uno sciopero delle toghe a partire da domani. E dagli Stati Uniti arriva la prima minaccia concreta dopo la ferma condanna di ieri del colpo di mano del presidente: alla luce della nuova situazione, Washington riconsidererà gli aiuti finanziari al Paese, fa sapere Condoleezza Rice da Gerusalemme. “Ovviamente, dovremo riesaminare la situazione degli aiuti, in parte perché dobbiamo vedere cosa potrebbero innescare certe leggi”, ha spiegato Rice ai giornalisti che l’accompagnano nella visita in Israele. Il segretario di Stato americano ha però aggiunto che gli Stati Uniti intendono portare avanti la collaborazione avviata col Pakistan nel campo della lotta al terrorismo internazionale.

Poche ore dopo il lungo discorso del presidente generale Pervez Musharraf, che giustificava l’imposizione di misure speciali per contrastare il terrorismo e le ingerenze della magistratura che “paralizza” il governo, a Islamabad forze paramilitari hanno circondato i centri del potere, i palazzi degli organi d’informazione e grandi alberghi. Ma la situazione è tranquilla, i negozi sono aperti, riferiscono testimoni nella capitale.

“Il secondo colpo del generale Musharraf”, “E’ legge marziale”, hanno titolato oggi i giornali, che attaccano il presidente – al potere da otto anni con un colpo di stato militare – malgrado ieri Musharraf abbia minacciato fino a tre anni di carcere per chi “diffama, ridicolizza o mette in difficoltà il capo dello Stato”.

Nella notte la polizia ha arrestato nella città di Multan uno dei principali leader del partito dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, Javed Hashmi, presidente ad interim della Lega musulmana pachistana-N (di Nawaz). La polizia ha messo agli arresti domiciliari a Lahore anche il leader dell’opposizione ed ex capitano di cricket Imran Khan. “Musharraf cerca di stare al potere a tutti i costi”, ha detto Khan. Fermati o costretti agli arresti domiciliari anche numerosi avvocati.

Il premier Shaukat Aziz ha riferito che in tutto il Paese sono già stati eseguiti tra i 400 e i 500 ordini di custodia cautelare. Fonti di polizia hanno riferito alla Cnn che il governo ha diramato una lista di 1.500 persone – per lo più attivisti politici e avvocati – che devono essere arrestate. E i fermi sono già iniziati in tutto il Paese: soltanto in Punjap il Partito popolare di Benazir Bhutto ha fatto sapere che sono stati arrestati 200 suoi attivisti.

A Karachi, proprio la Bhutto, rientrata due settimane fa dopo otto anni di esilio, ha denunciato la “mini legge marziale”, imposta dal rivale Musharraf, con il quale peraltro aveva un patto di spartizione del potere che le ha permesso il rientro in Pakistan. La Bhutto è tornata ieri da un breve viaggio a Dubai.

“Non si tratta di uno stato di emergenza – ha affermato la Bhutto in un’intervista ieri a Sky News – ma di una legge marziale e il popolo pachistano deve sollevarsi contro questa decisione”. La Bhutto ha dichiarato poi che Musharraf ha violato gli impegni con lei per una transizione alla democrazia.

Musharraf ha dichiarato ieri che lo stato di emergenza era indispensabile: “Non agire sarebbe in questo momento un suicidio e io non posso permettere a questo Paese di commettere un suicidio”. L’estremismo è dilagante e incontrollato, ha detto Musharraf senza spiegare il perché di tale situazione, e il Paese è vittima di attentati. Un’ondata di attacchi suicida ha fatto 420 morti da luglio, di cui 139 a Karachi, il giorno del rientro della Bhutto.

La Costituzione è stata sospesa, anche se il governo e le assemblee (Parlamenti) continueranno a lavorare. Musharraf, che nel suo discorso ha assicurato, in inglese agli Stati Uniti, che la transizione democratica proseguirà, non ha detto se le elezioni generali previste per gennaio saranno rinviate.

In seguito il viceministro per l’Informazione, Tariq Azeem, ha annunciato che la data delle elezioni politiche in programma a gennaio potrebbe essere “rivista” alla luce dell’imposizione dello stato d’emergenza. “Le elezioni si terranno ma le date e le modalità di svolgimento potrebbero essere leggermente riviste a causa dello stato d’emergenza”, ha spiegato, precisando che “non vi è nulla di certo al momento”. Le elezioni di gennaio dovrebbero essere un passaggio chiave nella transizione promessa dal generale Musharraf verso una democrazia a guida civile.

Voci di una possibile proclamazione dello stato d’emergenza correvano da settimane e si sono rafforzate sull’ipotesi che la Corte suprema non avrebbe riconosciuto la legittimità della rielezione il 6 ottobre di Musharraf, 74 anni, a capo dello Stato, contestata dall’opposizione per il ruolo di comandante delle forze armate che il generale ancora ricopre. Il suo mandato scade il 15 novembre. La Corte si sarebbe dovuta riunire domani e prendere una decisione entro il 12 novembre. Otto giudici della Corte suprema hanno dichiarato illegale la proclamazione dello stato d’emergenza, ma il presidente della stessa Corte Iftikhar Mohammed Chaudry è stato destituito e sostituito con Hamed Dogar, uomo vicino al generale.
(4 novembre 2007)

Guai a disturbare il manovratore: come ti distruggo le inchieste.

di Elio Veltri

Se Luigi De Magistris e Clementina Forleo non avessero saputo fare il loro lavoro non li avrebbe importunati nessuno e tanto meno alcuni loro colleghi zelanti e servili.

Se De Magistris e Forleo non si fossero occupati del capo del governo, dei ministri degli esteri e della giustizia, avrebbero ricevuto la richiesta di fare i consulenti giuridici del Presidente del consiglio, del Ministro degli esteri, del Ministro della giustiza o del Presidente della commissione antimafia. Tanti soldi e nessun grattacapo.

Ma De Magistris e Forleo hanno rotto… e il potere non perdona. Più corrotto è e meno perdona.

Le inchieste “ Toghe Lucane”e “Why not” di De Magistris sono state maciullate. Il modo in cui è avvenuto è da manuale di una Repubblica delle banane.

Il PM che le conduce prima viene sputtanato perché è andato due volte in televisione.

Come se altri magistrati noti e che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a questo Stato che non la merita, mi riferisco a Falcone e Borsellino, e a tanti altri, non ci fossero andati perchè costretti dall’isolamento in cui lo Stato li aveva lasciati.

Poi il Ministro della giustizia, indagato da De Magistris, utilizzando la legge Castelli( chi l’ha detto a che a questo centro sinistra non piacciono le leggi del governo Berlusconi?) sull’ordinamento giudiziario chiede il trasferimento di De Magistris.

Poi un Procuratore generale facente funzione, tal Dolcino Favi, pur sapendo che sta per arrivare a Catanzaro il titolare dell’ufficio nominato dal CSM, fa una corsa contro il tempo e avoca l’inchiesta Why not.

Poi il Procuratore della Repubblica di Salerno si mette ad indagare su De Magistris per abuso d’ufficio. Poi il comando dei carabinieri trasferisce il capitano Pasquale Zacheo,” archivio vivente” di Toghe Lucane, braccio destro di De Magistris, il quale aveva chiesto di rimanere a Catanzaro finchè l’inchiesta fosse chiusa.

Infine, il Procuratore facente funzione, mentre il titolare della Procura Generale sta salendo le scale per prendere possesso del suo nuovo ufficio licenzia il “ superconsulente informatico” braccio sinistro di De Magistris.

Infine sequestrano Tursi Prato testimone di accusa degli intrallazzi e dei ladri di fondi europei, lo sottraggono a De Magistris e lo interrogano a Roma.

Mentre succede tutto questo De Magistris è impegnato a difendersi davanti la commissione del CSM, l’assemblea plenaria del CSM, i procuratori di Salerno.

Morale per il magistrato onesto: se vuoi campare tranquillo, non toccare mai i potenti. Occupati solo di immigrati e ubriachi che non vanno a cena con i ministri e non distribuiscono tangenti.

fonte: http://www.democrazialegalita.it/elio/elio_inchieste%20Catanzaro_whyNot_tocheLucane=01novembre2007.htm

FORSE NON TUTTI SANNO CHE..

Roma, 26 ott. (Apcom) Sono arrivati a Roma gli atti inviati dalla Procura di Catanzaro sull’inchiesta del pm Luigi De Magistris denominata ‘Why not’. I 30 faldoni di carte riguardano essenzialmente la posizione del ministro della giustizia Clemente Mastella e di quelle di alcuni soggetti collegati negli accertamenti al guardasigilli. Mastella era indagato a Catanzaro per abuso d’ufficio, finanziamento illecito dei partiti e truffa. Ora le fattispecie saranno rubricate anche nella Capitale.

Gli inquirenti della Procura di Roma dopo aver proceduto la ‘reiscrizione’ delle persone indagate da De Magistris dovranno avviare il fascicolo al competente tribunale dei ministri, che svolgerà in pratica la funzione di giudice dell’udienza preliminare. Decidendo di fatto se dare o meno seguito all’inchiesta nel suo complesso. Secondo quanto si conferma a piazzale Clodio nelle carte arrivate oggi a Roma, non è compresa la posizione del presidente consiglio Romano Prodi, che sarebbe coinvolto – secondo l’ipotesi del pm De Magistris – nel giro di finanziamenti, rilasciati dall’Unione europea, che ruoterebbe attorno ad alcuni faccendieri con residenza operativa a San Marino.

fonte: http://www.tendenzeonline.info/apcom/view.php?s=20071026_000055.xml

FINANZIAMENTI PUBBLICI, TRUFFE E MASSONERIA *

CATANZARO – Ruota attorno al ruolo della Loggia di San Marino, una loggia massonica coperta della quale avrebbe fatto parte la maggiore parte degli indagati, un’inchiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro sul gruppo di potere trasversale che avrebbe gestito truffe utilizzando finanziamenti pubblici. Sono 26 le perquisizioni fatte dai carabinieri in Calabria, a Roma, Padova e Milano.

La loggia di San Marino ha rappresentato il collante che avrebbe unito gli indagati creando tra loro un vincolo che era la premessa per l’ attuazione del disegno criminoso su cui avrebbe fatto luce l’ inchiesta. Il ruolo svolto dalla loggia, costituita in violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, sarebbe stato quello di una vera e propria lobby che ha influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’ assegnazione di appalti. Della Loggia di San Marino avrebbero fatto parte anche massoni in sonno che avrebbero mantenuto, grazie alla loro appartenenza al gruppo, il vincolo massonico con altri associati finalizzato alla gestione di affari basati sull’ utilizzo di finanziamenti pubblici.

A venti delle persone che hanno subito le perquisizioni i carabinieri hanno notificato contestualmente informazioni di garanzia, emesse dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.

PERQUISIZIONI IN UFFICI CONSIGLIO REGIONE CALABRIA

Perquisizione dei carabinieri negli uffici del Consiglio Regionale della Calabria effettuata in alcuni degli uffici privati dei consiglieri e degli assessori regionali, disposta dalla Procura di Catanzaro.

INDAGATO ANCHE GEN. POLETTI (GDF)

Nell’inchiesta della Procura di Catanzaro ha subito una perquisizione anche il generale Paolo Poletti, della Guardia di Finanza, di 51 anni, attuale capo di Stato Maggiore delle Fiamme Gialle. Poletti è accusato di avere fatto parte all’epoca dei fatti in questione (cioé dal 2001 in avanti) di un presunto gruppo di potere che avrebbe gestito affari con truffe basate sull’utilizzo di finanziamenti pubblici, statali e comunitari. Secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento dell’ imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.

LE INFORMAZIONI DI GARANZIA

Le persone che hanno ricevuto le informazioni di garanzia sono Franco Bonferroni, consigliere d’ amministrazione di Finmeccanica e con cariche in diverse società e con collegamenti con esponenti del mondo bancario ed imprenditoriale; Pietro Macrì, presidente della società Met Sviluppo e del settore terziario della Confindustria di Vibo Valentia; Luigi Filippo Mamone, dirigente della Regione Calabria; Francesco De Grano, dirigente della Regione Calabria e responsabile del settore finanziamenti Por 2007-2013; Maria Angela De Grano, sorella di Francesco, con cariche in diverse società; Paolo Poletti, capo di stato maggiore della Guardia di finanza; Valerio Carducci, punto di riferimento di Antonio Saladino (ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria) per i contatti con gli ambienti parlamentari; Gianfranco Luzzo, ex assessore alla Sanità della Regione Calabria, anch’ egli legato a Saladino; Mario Pirillo, attuale assessore all’ Agricoltura della Regione Calabria; Massimo Stellato, capocentro del Sismi di Padova, ed il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, persona che insieme a Saladino avrebbe avuto un ruolo di rilievo nell’ attuazione del presunto disegno criminoso; Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale della Calabria dei Ds Antonio Acri; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione Calabria ed assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale della Calabria; Brunella Bruno, in servizio al Cesis, indicata come persona legata ai generali della Guardia di finanza Cretella e Poletti; Armando Zuliani, imprenditore; Francesco Indrieri, commercialista, persona vicina all’ imprenditore del settore della grande distribuzione commerciale Antonio Gatto; Salvatore Domenico Galati, componente dello staff del senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, coordinatore regionale del partito, e Piero Scarpellini, imprenditore emiliano.

* ANSA » 2007-06-18 14:51