Archivio | novembre 10, 2007

Grillo e gli agricoltori nella trappola delle banche

“Ma che Paese è questo se vi deve difendere un comico?”


Trattori a Cagliari, davanti al Palazzo di Giustizia;
Beppe Grillo a Decimoputzu, che arringa e si schiera al fianco degli indebitati. La giornata della protesta dei campi ieri ha rilanciato il fronte degli agricoltori, decisi a difendere le loro aziende. Beppe Grillo ha attaccato a Decimoputzu le banche, ha promesso che difenderà a Strasburgo gli interessi degli agricoltori: «Ma che Paese è questo se alle crisi ci deve pensare un comico?».

«Vi difenderò io dalle banche», parola del Grillo parlante. Così lo ha chiamato lo scultore di Villasor Gigi Porceddu in una poesia-augurio scolpita sulla pietra. E come pietre sono piovute le accuse del Beppe nazionale sul sistema bancario «la vera criminalità organizzata che strangola gli agricoltori. Non a caso, fra i nomi dei banchieri di maggior spicco ci sono noti pregiudicati». Era atteso con ansia l’arrivo dell’uomo del vaffa day, quello che, alla prima uscita, ha radunato 300 mila persone in piazza Maggiore a Bologna.

OCCUPAZIONE. Dopo 39 giorni di occupazione in Municipio, gli agricoltori di Decimoputzu avevano bisogno di ossigeno. Di qualcuno che li facesse sentire meno soli nella lotta che conducono per non affogare in un mare di debiti. Lui non si è tirato indietro, riscaldando una giornata nata sotto pessimi auspici. Con un maestrale teso e gelido che ha scoraggiato le migliaia di persone attese nel campo sportivo. Ne sono arrivate circa seicento, ma i contadini ora si sentono più sostenuti in questa singolare guerra di sopravvivenza che vede fianco a fianco il sindaco di Forza Italia Gianfranco Sabiucciu e Altragricoltura, associazione vicina a Rifondazione comunista. Era atteso nella sala consiliare per una riunione speciale, Beppe Grillo, ma appena arrivato, solita mise blu, occhiali da sole, aria scanzonata, ha iniziato a sparare alzo zero sul Banco di Sardegna e la sua casa madre, Banca popolare dell’ Emilia Romagna. E ha lanciato un ultimatum: «Staremo vigili sino al venti novembre, data in cui si terrà il vertice decisivo fra istituto di credito, Stato e Regione che deciderà sulla vita delle vostre aziende. Se entro quella data il problema non sarà risolto, chiederò ai correntisti del Banco di Sardegna di spostare i loro conti in un’altra banca, molto importante, che gli concederà lo 0,50 per cento di interesse in più».
E per far capire che non scherzava, ha aggiunto: «Con questa banca, della quale ancora non posso dire il nome, ho già raggiunto un accordo». Quanto all’istituto che gestisce le pratiche degli agricoltori sardi, «bisogna colpirlo sui soldi, tanto è l’unico linguaggio che capisce».

I RESPONSABILI. Ma il comico non considera il credito il solo responsabile della tragedia che sconvolge le campagne isolane e denuncia «l’intreccio sciagurato fra banche, informazione e politica». Con qualche distinguo. Perché a chi vorrebbe chiamare in causa il presidente della Regione Renato Soru risponde: «Credo che si sia comportato abbastanza bene, non l’ha fatta mica lui questa legge truffaldina». Si riferiva alla legge regionale 44 del 1988. «Tutti in questa storia dicono di aver agito secondo le regole, ma gli unici a rimetterci sono gli agricoltori, che si sono fidati». Certo, c’è il pericolo che, accusando le banche, poi si assolva la politica, ma Grillo para subito il colpo: «Io ho fatto una legge popolare per mandare a casa tutti questi politici». E giù botte al sistema di informazione: «Quando ho organizzato il V-day quelli che si sono incazzati di più sono stati i giornalisti: chi crea l’opinione pubblica, i grandi giornali, i grandi network televisivi sono maleodoranti; basta vedere chi c’è nei consigli di amministrazione. Sempre le solite trenta-quaranta persone che trovi da tutte le parti. Banche comprese: Montezemolo, Della Valle, Cremonini, i palazzinari come Caltagirone. Persone che magari siedono anche nei consigli della banca che si occupa di questo affare».

IN EUROPA. Spazia, dilaga, il comico genovese, com’è solito fare quando si lancia nelle sue filippiche a 360 gradi. Ma gli agricoltori che lo hanno accolto con un’ovazione a Decimoputzu lo riportano alla drammatica realtà del paese. È ottimista, Grillo, e non lo nasconde: «Questa cosa è troppo grossa perché possa finire male. Io sono venuto qui per tenere alta la tensione e continuerò a seguire la vostra vicenda finché non si sarà risolta. Sono fiducioso, anche se non mi considero un esperto di agricoltura». Poi si ammutolisce un attimo e all’improvviso sghignazza: «Voglio rivelarvi una cosa: il 13 novembre sono stato invitato dal Parlamento europeo di Strasburgo per riferire sul destino dei contributi in agricoltura. Mi chiedo che razza di Europa è mai questa che si affida a un comico per discutere problemi del genere». E che razza di agricoltura abbiamo «quando si fa piangere un agricoltore di sessant’anni e lo si costringe a fare lo sciopero della fame perché ha paura che gli portino via l’azienda, lo si induce quasi a chiedere l’elemosina per sopravvivere». Si emoziona il cinico Grillo quando sente raccontare nell’aula del Centro socio culturale che ha sostituito il campo sportivo le storie strazianti di chi ha perso tutto nel tentativo di creare un’azienda. Soprattutto emigrati rientrati dalla Germania e da Milano col miraggio di creare qualcosa che oggi rischia di sparire».

DIFENDERSI. Dietro queste vicende non vede solo tragedie umane ma un’agricoltura che cambia radicalmente senza che i protagonisti si possano difendere. Vittime di un sistema del credito iniquo e mancanza di informazione. «Nell’agricoltura europea sembra non esserci più posto per le piccole aziende. Nel frattempo, arrivano gli Ogm, ma l’alimentazione deve rientrare nei limiti del buon senso. Ho l’impressione che quanto sta avvenendo oggi in Sardegna rappresenti un’anticipazione di ciò che accadrà nel prossimo futuro nel resto dell’Italia e dell’Europa». Tutto in un sistema di legalità perversa, secondo Grillo, «che consente a certa gente di delinquere a norma di legge». Chiaro il riferimento alla vicenda degli agricoltori di Decimoputzu che rischiano vedere le loro aziende vendute all’asta, dopo aver preso contributi che solo a cose fatte l’Unione europea ha considerato illeciti. «Regione, banche ed Europa sono convinte di aver agito nella legalità, ma le vittime sono solo gli agricoltori sardi». Ironica, amara, la conclusione: «I sardi sono rispettati in tutto il mondo. Quando, leggermente, stuprano all’estero, gli danno pure le attenuanti perché sono sardi», ha detto riferendosi alla sentenza di un giudice tedesco che aveva ridotto la pena per motivi etnico culturali a un emigrato accusato di aver violentato e torturato la compagna. «Noi siamo venuti a chiedere le attenuanti anche per i debiti degli agricoltori». Ma stavolta non ci sarà un giudice comprensivo a Strasburgo.

LUCIO SALIS

Uranio impoverito, si litiga sul numero dei malati

Uranio impoverito

di Davide Madeddu

Dopo il dramma degli “invisibili” la guerra dei dati sull’uranio impoverito e le sue vittime. Le associazioni dei militari malati contro il ministero della difesa. La nuova polemica scoppia il 9 ottobre quando il ministro della Difesa Arturo Parisi viene ascoltato dalla commissione d’inchiesta che indaga sull’uranio impoverito al senato. «La direzione di Sanità Militare ha operato la raccolta e l’analisi dei dati in questo periodo e oggi mi riferisce le seguenti cifre- dice il ministro-: I militari che hanno contratto malattie tumorali, che risultano essere stati impiegati all’estero nei Balcani, Afganistan, Iraq e Libano, nel periodo 1996-2006 risultano essere un totale di 255: (161 per l’Esercito, 47 per la Marina, 26 per l’Aeronautica e 21 per i Carabinieri). Di questi malati la Direzione di Sanità dichiara un esito letale della malattia per 37 soggetti (29 dell’Esercito, 1 dell’Aeronautica e 7 dell’Arma dei Carabinieri)».

Nella sua esposizione il ministro spiega che «a fronte di questi dati che si riferiscono agli impieghi nei teatri operativi stanno quelli relativi ai militari che si sono ammalati nello stesso periodo 1996-2006 pur non avendo partecipato a missioni internazionali». Ossia, «1427 militari (604 dell’Esercito, 45 della Marina, 49 dell’Aeronautica, 729 dell’Arma dei Carabinieri)». Non è comunque tutto. «La Direzione Generale di Sanità – prosegue ancora Parisi- non è al momento in grado di verificare quanti di questi militari estranei alle missioni all’estero abbiano operato in poligoni di tiro nazionali. Mentre l’elenco dei militari all’estero risulta dai documenti di invio in missione, per il dato nazionale è infatti necessario analizzare i libretti personali. Questa operazione è in corso».

Spiegando poi che non è possibile «desumere un dato sugli esiti letali dei militari che non hanno partecipato alle missioni» il ministro aggiunge che «è di prossima acquisizione» benché nonostante qualche variazione «mi viene riferito che questo è l’ordine di grandezza». Le risposte che il ministro fornisce alla commissione presieduta dalla senatrice Lidia Menapace non convincono però le associazioni che da anni assistono i militari ammalati e le loro famiglie. «È chiaro che nei dati forniti dal ministero c’è un errore – dice Domenico Leggiero – perché su quelle fonti abbiamo lavorato anche noi e abbiamo scoperto nel totale, ripetizioni e situazioni che non rientrano nell’elenco». Leggiero fa una precisazione sul dato sui militari morti. «A noi risulta siano 156 – aggiunge – e si tratta di dati veri già verificati e riscontrati». Pur contestando i dati forniti dal ministero, il rappresentante dell’osservatorio militare non perde le speranze. «In questo momento si sta giocando una grande occasione – aggiunge – e il ministro Parisi ha mostrato tutta la sua volontà per riuscire a trovare una soluzione a questi drammi». E mentre il ministro nel corso della sua audizione dice che «l’Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri, a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare. Tuttavia anche qui siamo interessati a stabilire se esistano altri fattori, oltre l’uranio impoverito, che possano causare danni ambientali».

Non si fa attendere la replica di Falco Accame ammiraglio in congedo, ex deputato e presidente dell’associazione Anav Faf che decide si esprimere il suo dissenso con una lettera di sei pagine inviata direttamente al ministro. «I casi sospetti iniziano da ben prima del 1996 e non terminano nel 2006 – scrive Accame -. I casi sospetti, per quanto riguarda attività all´estero, credo debbano essere fatti risalire alla guerra del Golfo del 1991. Successivamente vanno considerati quelli verificatisi in Somalia nel 1993, poi in Bosnia nel 1994. In tutte queste aree operative abbiamo avuto morti e malati». La presa di posizione dell´ammiraglio non si ferma qui. «Dopo il 2006 vi sono stati altri casi. Per quanto riguarda l´’attività in Italia vi sono stati rischi per il personale che ha operato nei poligoni e nei depositi. Per quanto riguarda questa attività, si può risalire indietro nella data a metà degli anni 80 e probabilmente a metà degli anni 70, epoche in cui sono iniziate in molti Paesi le sperimentazioni sull´uranio impoverito. Il primo caso sospetto vi è stato nel 1977 e riguarda il militare Lorenzo Michelini. In proposito vi è anche stato un processo in cui è stato deciso un risarcimento». Quanto all´uranio impoverito Accame scrive che «risulta che le corazze e le blindature dei nostri mezzi siano state testate con armi all´uranio, in Italia, come ovviamente del tutto necessario.

Tempo fa è stato dato risalto, sui giornali, della presenza di uno stock di armi all´uranio, acquistati da Israele nell´85, che venne depositato in parte nel deposito di Bibbona presso Cecina. Presso il poligono di Nettuno è stata sospettata la presenza di armi all´uranio». E dopo le prese di posizione delle associazioni arriva la replica conclusiva del ministero che respinge al mittente le contestazioni. «Riguardo le continue illazioni sulle cifre dei malati delle Forze Armate che hanno partecipato alle missioni all’estero nei quattro teatri principali di Balcani, Iraq, Afghanistan e Libano, – si legge nel comunicato diffuso dal ministero della Difesa – il Ministero della Difesa ribadisce che i casi nel periodo del 1996-2006 non hanno superato l’ordine di grandezza di qualche centinaio di unità. L’elenco nominativo di detto personale, soggetto alle ultime verifiche per la precisione delle diagnosi, è in corso di trasmissione alla Commissione parlamentare di inchiesta». Non è tutto: «Le altre cifre che spesso compaiono sulla stampa, superiori al migliaio attribuite alle missioni, citando fonti della Difesa, si riferiscono alla totalità di malati che hanno prestato servizio nelle Forze Armate, anche mai inviati all’estero e quindi mai stati a contatto con i particolari ambienti operativi di dette missioni.

Il Ministero ribadisce anche che non vi è alcuna classifica di segretezza militare su tale elenco se non le procedure previste dalla tutela della privacy, che consentirà l’accesso agli elenchi a chi ne abbia titolo. La continua disinformazione sulle cifre risulta sconfortante per chiunque abbia a cuore la chiarezza sul fenomeno delle gravi malattie che non è una questione di numero. Infatti anche se i numeri risultano molto più contenuti di quelli a volte esaltati dalla stampa, la Difesa intende proseguire in un’opera di attenta e approfondita indagine su circostanze e cause delle malattie. Il Ministero della Difesa per primo ritiene indispensabile un’opera di chiarezza per la salvaguardia del proprio personale».

Dal web viene la solidarietà
La petizione di Franca Rame
La petizione del sindacato forze armate
Morì per l’uranio? Inserito tra i caduti in guerra
La commissione d’inchiesta
Morto per lo Stato, combatte ancora il tumore

Pubblicato il: 10.11.07
Modificato il: 10.11.07 alle ore 17.55

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70502


Sempre più teenager in cura nei Sert

Pubblicata dal ministero della Salute l’ultima rilevazione sulle tossicodipendenze
Lo 0,2 per cento dei ragazzi ricoverati ha meno di 15 anni di età

In aumento il consumo di cocaina

La percentuale di chi fa uso di cannabinoidi si è stabilizzata intorno al 10 per cento

ROMA – Aumenta, nel nostro Paese, la percentuale di teenager in cura nei servizi pubblici per le tossicodipendenze. E’ la prima volta che si registra un dato del genere: secondo la “Rilevazione attività nel settore delle tossicodipendenze – Anno 2006”, appena pubblicata sul sito del ministero della Salute, dei 171.353 tossicodipendenti in cura nei 544 Sert presenti sul territorio italiano, lo 0,2 per cento ha un’età inferiore ai quindici anni. Vale a dire, circa 327 ragazzini.

L’arco di tempo considerato va dal 1991 al 2006. Quindici anni fa i minori di quindici anni ricoverati erano appena ottantasette, con una percentuale costante sul totale pari allo 0,1 per cento. Lo scorso anno l’aumento allo 0,2.

All’interno di un quadro non certo confortante, arriva comunque anche una buona notizia. Secondo la rilevazione, nel tempo, si osserva un progressivo invecchiamento dei pazienti. La percentuale di età compresa tra i 20 e i 24 è diminuita (28,6 per cento nel 1991, 11 nel 2006) e quella dei maggiori di 39 anni è regolarmente aumentata (2,8 per cento nel 1991, 27,5 nel 2006).

Per quanto riguarda le sostanze assunte, i dati testimoniano una situazione ambivalente. Da una parte, infatti, si registra un aumento del consumo di cocaina rispetto a quello di eroina. Dall’altra, però, il 71,3 per cento dei pazienti del 2006 fa ricorso al Sert per disintossicarsi dall’eroina. E questo significa che i cocainomani sono meno inclini a mettere fine alla propria dipendenza. L’uso primario di cannabinoidi e cocaina riguarda, rispettivamente il 9,6 per cento e il 14 per cento dei soggetti in cura.


Analizzando il trend si nota infatti una diminuzione del ricorso all’eroina (90,1 per cento nel 1991, 85,6 nel 1998, 71,3 nel 2006) e un aumento, a partire dal 1995 (evidente in particolare negli anni 2000) del consumo di cocaina (1,3 per cento nel 1991, 14 nel 2006). La percentuale di chi fa uso di cannabinoidi, finora sempre in aumento, negli anni più recenti sembra essersi stabilizzata intorno al 10 per cento.

(10 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/sert/sert/sert.html

Cosa Rossa, alle amministrative Prc-Pdci e Sd corrono insieme

Primi passi della Cosa Rossa. Alle prossime elezioni amministrative, Rifondazione, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica si presenteranno sotto lo stesso simbolo. Ancora non si sa quale, ma la scelta è in via di «rapida definizione». I responsabili dei dipartimenti Enti Locali dei tre partiti della sinistra hanno evidenziato venerdì «l’auspicio di giungere rapidamente, già a partire dall’assemblea dell’8 e del 9 dicembre, alla definizione, attraverso la partecipazione delle cittadine e dei cittadini, del sindacato e delle associazioni, di elementi programmatici comuni in previsione delle elezioni amministrative del 2008». E lanciano l’alleanza competitiva con il Pd: Unione sì, ma con «pari dignità» tra le forze che la compongono.

Pubblicato il: 09.11.07
Modificato il: 09.11.07 alle ore 20.54

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70484


Cristo si è fermato a Capanne

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

9 Novembre 2007

Capanne.jpg

Le droghe sono vietate ovunque in Italia tranne che in Parlamento. Il cittadino non parlamentare che fa uso di hashish è un delinquente da punire. Aldo Bianzino è stato arrestato per coltivazione di canapa indiana nel suo orto. Era un falegname. Viveva con la famiglia a Pietralunga, sulle colline vicino a Città di Castello. Nel carcere di Capanne è stato pestato a morte. Il medico legale ha riscontrato 4 ematomi cerebrali, fegato e milza rotte, 2 costole fratturate. Lascia una moglie e un figlio, aveva 44 anni e non aveva mai fatto male a nessuno. Un fisico esile, capelli biondi come quelli di un altro falegname finito in croce. Aldo è invece finito prima in cella di isolamento e poi al cimitero. E’ stata aperta un’inchiesta per omicidio volontario dal giudice Petrazzini. Il blog seguirà attentamente i prossimi avvenimenti e si recherà a Pietralunga.

La morte di Aldo ha due cause. La prima è la detenzione per chi fa uso di canapa indiana. La seconda l’impunità di chi disonora la divisa e si comporta peggio dei criminali.
La prima ragione è assurda, riempie le carceri di tossicodipendenti e di consumatori occasionali. Giovanardi, compagno di partito di Mele donne-coca-champagne, su questo non è d’accordo, lui vuole quattro anni di carcere per un grammo di hashish (leggi l’intervista).
L’uso di canapa indiana va liberalizzato. Ci sarebbero meno pusher, meno finanziamenti alla criminalità organizzata, non più carceri che scoppiano.
La stessa Cassazione ha ribadito che la mini coltivazione domestica di canapa non costituisce reato se essa “non si sostanzia nella coltivazione in senso tecnico-agrario ovvero imprenditoriale”.

Siamo al ridicolo.
La violenza istituzionale sta diventando un vizio mortale, dopo Aldrovandi, Bolzaneto e Scuola Diaz.

Riporto dal sito Il Pane e le Rose:
“Dunque Aldo è stato sottoposto ad un pestaggio mortale da parte di guardie carcerarie, mentre si trovava in isolamento, probabilmente in conseguenza del fatto di aver dato in escandescenze. Il pestaggio da parte di personale dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia emerge, ancora una volta, essere una pratica corrente all’interno del Carcere per i detenuti che creano problemi. Esso è praticato da personale specializzato che utilizza tecniche professionali finalizzate ad evitare denunce sulla base di superficiali riscontri medico legali. Dobbiamo immaginare nella loro compiutezza formale i dispositivi che stanno dietro questa pratica:
vi sarà un manuale – riservato – dove viene descritta la procedura da seguire nel pestaggio; vi saranno percorsi di formazione con esperti che insegnano la tecnica ed i gesti più opportuni e ne supervisionano la messa a regime, un percorso di training, una valutazione attenta delle attitudini e delle capacità di chi è chiamato ad applicare materialmente, nel lavoro di tutti i giorni, la tecnica..”.
Se quanto riportato fosse vero, suggerisco che il massaggio carcerario sia praticato anche alla popolazione parlamentare che fa uso di droga in aula, in ufficio o negli alberghi della capitale.

Invito tutti a partecipare alla Manifestazione nazionale per Aldo Bianzino a Perugia sabato 10 novembre 2007.

fonte: http://www.beppegrillo.it/2007/11/cristo_si_e_fer.html

Usa, muore Norman Mailer


scrittore della beat generation

norman mailer


Si è spento all’età di 84 anni
lo scrittore americano Norman Mailer. Protagonista delle battaglie pacifiste contro la guerra in Vietnam nonché esponente della beat generation, Mailer divenne famoso per Il nudo e il morto, romanzo sulla seconda guerra mondiale pubblicato nel 1948.

In altri testi Mailer lancia duri attacchi contro la società americana totalitaria, repressa, repressiva e nevrotica: Un sogno americano e Why are we in Vietnam? sono due importanti opere che racchiudono il senso della produzione di Mailer. Nel 1969 vinse il premio Pulitzer con Le armate della notte, opera che racconta la marcia pacifista sul Pentagono del 1967.

Pubblicato il: 10.11.07
Modificato il: 10.11.07 alle ore 14.51

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70499


Riforme, Fini e Casini si smarcano da Fi

Dopo l’Udc, anche Alleanza nazionale sembra non credere più alla crisi
Ed disponibile a valutare le ipotesi di nuova legge elettorale dell’Unione

“Inutile invocare voto se c’è maggioranza”

Il modello ipotizzato è un mix tedesco-spagnolo, entrambi molto corretti verso il maggioritario
Casini: “Sulle riforme nessuno può prendere cappello e andare via. No ai gazebo in piazza”

Gianfranco Fini tra Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini

ROMA – Silvio Berlusconi sembra sempre più solo nella sua coalizione. Sempre più isolato nel chiedere la spallata al governo Prodi. E incompreso nell’organizzare gazebo in piazza per il prossimo fine settimana. Nulla di ufficiale, come quasi sempre in politica. Però segnali tanti, indizi convergenti, quasi prove. Succede che due leader della Cdl, Fini a Roma e Casini a Montecatini, si espongono entrambi a dire, pur con sfumature e toni diversi, che Forza Italia deve sedersi a trattare sulle riforme, che basta con gli annunci di spallate che non arrivano. Assurdo e incomprensibile, poi, chiamare la gente in piazza – come vuol fare il Cavaliere il 17 e il 18 – una manifestazione su cui ha già investito 7 milioni di euro e finalizzata, nelle sue intenzioni, a convincere il Quirinale che il tempo per Prodi è scaduto.

“Attendiamo la proposta del governo Prodi”. A sorpresa il leader di An Gianfranco Fini si dice disponibile a lavorare su una proposta di modifica della legge elettorale e più in generale sul tavolo delle riforme istituzionali. E poi aggiunge: “Una maggioranza è tale finchè ha il 50 per cento più uno dei voti. Questa maggioranza, seppur brutta, sgradevole e risicata, c’è. Ma fino a quando la situazione è questa, io mi chiedo come si faccia a parlare di elezioni”.

L’apertura di Fini segue quella ancora più esplicita di ieri dell’Udc di Casini e Cesa. Entrambe rispondono all’appello del segretario del pd Walter Veltroni che mercoledì ha invitato tutta la Cdl a trattare sulle riforme: “Se il governo Prodi supera la finanziaria” aveva detto Veltroni “dobbiamo fare le riforme, a cominciare dalla legge elettorale”. L’unico a sbattere la porta continua ad essere il Cavaliere.

Ma le cose non sembrano andare come vuole e fortissimamente vuole lui. Da quando infatti Veltroni ha preso in mano “personalmente” la questione riforme (giovedì) con tanto di ipotesi tedesco-spagnola, due proporzionali molto corretti in senso maggioritario, e l’invito al dialogo rivolto all’opposizione, la situazione sia a sinistra che a destra è diventata molto “liquida”. Zitto zitto Veltroni sta incontrando leader della maggioranza e manda appelli a quelli dell’opposizione. Così succede che, all’interno dell’Unione il segretario ha strappato un semaforo giallo-verde da Rifondazione; il silenzio(-assenso?) dell’Udeur di Mastella; il niet di Comunisti e Verdi. Nella Cdl, dopo l’ennesimo annuncio di morte del governo da parte di Fi, si sono fatti avanti prima l’Udc di Cesa e Casini (“meglio se il modello è solo tedesco, ma siamo pronti a discutere punto su punto”). Stamani arriva anche l’apertura di Fini che invece, con tutta An, fino a ieri era stato decisamente contrario a parlare a tavole di riforme.

Fini, ospite a un convegno Confapi a Roma, parte piano, morbido, e non potrebbe fare altrimenti: “Occorre innanzitutto verificare, e tra qualche giorno lo sapremo, se questa maggioranza c’è ancora e se, quindi, riuscirà a superare lo scoglio della finanziaria e del welfare. Se la maggioranza rimarrà tale e questo governo sarà ancora in carica, occorrerà attendere la proposta del governo Prodi sulle riforme e a quel punto discuteremo di legge elettorale”.

Fini, per cui la “disponibilità dell’Udc non è una novità e non spiazza nessuno”, ricorda l’appuntamento referendario, di cui An è uno dei principali sponsor. “Se ai primi di gennaio la Corte Costituzionale dovesse dare il via libera al referendum per modificare in senso maggioritario la legge elettorale, accanto alla via parlamentare si apre un’altra via e a quel punto discuteremo in Parlamento anche di riforme, ma senza patema d’animo e senza angoscia sul fatto che non si riesca a trovare un accordo”.

Finisce di parlare Fini a Roma e attacca Casini a Montecatini, davanti a una platea – tra l’altro – più difficile perchè si tratta dei circoli di Dell’Utri, il cuore di Forza Italia. “Con Berlusconi mi lega un sentimento di affetto e di amicizia, ma confesso di non riuscire a seguirlo su questo punto… la politica dell’opposizione non può essere l’evocazione di manifestazioni di massa per far cadere Prodi, l’evocazione di brogli e di spallate o discussioni tra partiti e federazioni. Noi dobbiamo parlare di problemi ed ecco perchè io sono tornato a palazzo Grazioli, proprio per parlare per esempio di sicurezza”. Casini si becca qualche fischio: “Nessuno può prendere cappello e andare via”; il “tema della vittoria è importante tanto quanto quello della gestione della vittoria”. Ma lo dice. E subito dopo rassicura: “L’auspicio è che Prodi vada a casa questa settimana, ma se questo non accade vedrete che sulla legge elettorale inevitabilmente dialogherà anche Berlusconi. Così come Forza Italia, insieme ad An e Udc, sta già facendo sulle riforme costituzionali in aula alla Camera”.

Deciderà tutto l’aula nei prossimi giorni, entro giovedì, quando Palazzo Madama voterà la manovra finanziaria. Quella data sta diventando un po’ come la dead line per l’opposizione, il punto di non ritorno, quello che “o la va o la spacca” visto che così tanto il Cavaliere si è esposto nel sentenziare la fine del governo Prodi. E se non cade? Come fa Berlusconi a rimangiarsi tutto?

(10 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/politica/legge-elettorale-7/an-fini/an-fini.html