Adelindo, italiano di Romania che dà lavoro a 120 rom

dall’inviato di Repubblica
Ettore Livini

PRUNDU – Il laboratorio più avanzato della convivenza tra italiani e rom, per ironia della sorte, sta in Romania, protetto come un segreto prezioso da un toscanaccio 71enne, cecchino infallibile della squadra italiana di tiro al piattello, olimpionico a Messico ’68 ed ora campione del cuore a Prundu, un villaggio a 60 chilometri a sud di Bucarest.

Qui, dal ’96, in tre capannoni persi in mezzo a cinque ettari di prati e boschi, centoventi tzigani – sfidando tutti i pregiudizi che anche qui faticano a morire – hanno imparato a piegare con delicatezza i fogli sottili di pioppo fresco accompagnandoli lungo un nastro dove pochi punti di graffette li trasformano in cestini per fragole, funghi e meloni. L’insegna è semplice: Falaschi imballaggi.

Ma dietro il cartello e i gesti meccanici di questi cento operai in tuta rossa c’è il sogno imprenditoriale e umano di Adelindo Falaschi, l’uomo che ha deciso, senza essersi pentito, di dare una chance agli zingari di Prundu. “Il villagio degli slavi, come lo chiamavano una volta qui” dice orgogliosa la moglie Costanza. Non ci sono fondi strutturali Ue. Non ci sono progetti d’integrazione sponsorizzati da governi e organizzazioni non governative.

Il miracolo di Prundu è frutto solo della pazienza, della tolleranza e della voglia di offrire la possibilità di riscatto a chi raramente ce l’ha. “Qui nessuno si sognava di assumere un rom – racconta Falaschi – il mio vicino ha messo su una grossa azienda qui a fianco, ma a libro paga ha solo ‘bianchi’, vale a dire i romeni”. Lui, partito da Santa Croce Valdarno e con il sogno di aprire una conceria, ha scelto i ‘neri’. E dopo tanto tempo e malgrado qualche delusione non farebbe più il cambio con il vicino. “La vita qui è cambiata, per noi, per i miei operai e per il paese”.

La strada è stata lunga. “All’inizio è stata in salita – spiega lui – hai voglia a fare teoria a tavolino. La pratica è un’altra cosa”, c’è stato da insegnare tutto. Il rapporto con il denaro, con gli orari di lavoro. “Io non ho letto libri di marketing o di relazioni industriali – continua – ho fatto solo quello che credevo giusto per imparare ad avere fiducia reciproca. Qualche volta ho dovuto mandare a casa chi arrivava alle tre di pomeriggio invece che alle otto di mattina. Ho chiuso il portone in faccia a chi spendeva i soldi al bar. Ho regalato di nascosto denaro alle ragazze che lavoravano da me, visto che gli stipendi li ritiravano i suoceri. Ho regalato la legna per l’inverno, provato ad insegnare il senso del risparmio aiutandoli a mettere da parte i soldi per l’albero di Natale ed i regali”.

Le cose poco alla volta sono cambiate. La produttività (“migliorata tantissimo”) è forse solo l’indicatore meno importante. I veri risultati di questa integrazione fai da te sono altri. “I furti nella zona sono spariti – spiega Falaschi – il muro di diffidenza è crollato, la gente arriva in orario, con le scarpe ai piedi e non più scalza. Sembra di essere in una fabbrica in Toscana. Ed assieme in questi anni abbiamo imparato a rispettarci reciprocamente”. I rom lungo il nastro non capiscono ma sorridono. In tasca a fine mese si mettono 280 euro a testa (“350 con gli straordinari”), una fortuna per gente che da quete parti – e non solo – fatica a trovare i lavori anche più umili (ricordo che lo stipendio medio di un’infermiera professionale a Bucarest è di 200 euro, n.d. mauro).

“Il mio sogno adesso è di sfondare in altri mercati esteri ed arrivare a integrare 200 persone”, dice Costanza. Probabile che la Falaschi Spa ce la faccia. Qui i sogni più impossibili come quello di una fabbrica italiana piena di lavoratori rom devono diventare realtà. “Da qui non se ne va quasi nessuno – conclude compiaciuto Adelindo – anzi. Lo socrso anno un nostro dipendente che era partito per la Spagna ci ha telefonato da Valencia per chiederci di riassumerlo”. E’ tornato, felice a far cestini nella sua Prundu.
fonte: laRepubblica, venerdì 9 novembre 2007
Bravo Adelindo, un visionario che ha saputo realizzare i suoi sogni, e che a 71 anni sa ancora guardare al futuro. Un futuro di speranza.

Curioso (ma mica poi tanto) come noi, che disprezziamo i romeni non meno che i rom, siamo per nulla dissimili ai ‘bianchi’ di Romania.. Stessa diffidenza, stesso ostracismo nei confrondi di chi è ‘diverso’. Mi viene in mente un piccolo episodio, che mi vede giovanissimo protagonista: alla ricerca dei soliti lavori estivi, sono capitato, in bicicletta, in un ‘cassettificio’ che produceva plateaux per la raccolta delle pesche nella campagna cuneese, stessi metodi e stesso legno di pioppo.. Assunto, sono stato presto circondato dalla diffidenza degli altri operai, tutti piemontesi della zona. E’ successo questo: parlando in dialetto con loro mi hanno fatto rilevare le differenze di parlata concludendo con un accusatorio: “Ma tu non sei di qui!”.
Certo che no, abitavo a sei chilometri in linea d’aria da loro..
mauro

2 risposte a “Adelindo, italiano di Romania che dà lavoro a 120 rom”

  1. Franca dice :

    Dimostrazione che se si cercano le strade giuste l’integrazione (o meglio l’interazione) è possibile

  2. skakkina dice :

    “Traditionally, women fron the Gabor Roma population stay home and raise the family”..

    ohibò, ma allora chi sono quelle che incontro nelle metro?
    Scherzi a parte: non mi nascondo dietro a un dito. Non sono una simpatizzante della cultura ROM, almeno non se coincide con quello che vedo ogni giorno. E leggo da molte parti che quella non è in relatà la “cultura ROM”. Voglio crederlo anch’io.
    Ammiro tantissimo questo signore che ha investito nell’integrazione e lo additerei ad esempio ai nostri politici, che perseguono invece la strada della ghettizzazione e della generalizzazione indiscriminata.
    Quello che voglio dire è che deve esserci una via di mezzo fra il lassismo a cui siamo abituati e la repressione, con derive xenofobe. Ciò significa che le leggi vanno applicate per tutti: se un poliziotto vede un bambino italiano che lavora ai mercati generali giustamente denuncia i genitori. Questo non avviene per i bambini ROM, perché i ROM non sono considerate persone con una personalità giuridica. E da qui è un cane che si morde la coda: siccome l’alternativa è inesistente, la cultura dell’arrangiamento e della delinquenza viene perseguita sempre in misura maggiore, viene scambiata per “usanza culturale” (con i pregiudizi che ne derivano), inculcata nei bambini.
    Questo deve cambiare: innanzitutto se i ROM sono stanziali (come ormai sono), che non vengano considerati nomadi, e cerchino di vivere come tutti i cittadini italiani e immigrati. Chiaramente ciò è impossibile, utopico, in mancanza di precise e ponderate politiche di integrazione, di cui quella del post in merito è un luminoso esempio.
    La cosa più importante è togliere i bambini dalla strada e mandarli a scuola. I bambini piccoli sono liberi dal pregiudizio (al massimo ripetono le boiate che spesso sentono in famiglia, ma insegnanti “illuminati” possono far molto in questo senso), e l’integrazione comincia sempre da loro: se i bambini interagiscono, dovranno farlo per forza di cose anche i genitori.
    C’è molta strada da fare, ma non è impossibile come qualcuno vorrebbe farci credere.
    Tra l’altro ho letto oggi una dichiarazione irritata di Barroso, in risposta alle “accuse” di Prodi contro l’UE: cito dall’articolo di repubblica.it (http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/sicurezza-politica1/sicurezza-politica1/sicurezza-politica1.html)

    “Noi abbiamo messo in campo strumenti finanziari e normativi. Il fondo sociale europeo prevede programmi specifici per l’integrazione della comunità rom. In totale abbiamo già stanziato 275 milioni di euro e in più dato sessanta milioni a Bulgaria e Romania per questo obiettivo nella strategia di pre-adesione. Per la Spagna sono stati pagati 52 milioni di euro, per la Polonia 8 milioni e mezzo, per la Repubblica Ceca oltre 4 milioni, per l’Ungheria quasi un milione.

    E per l’Italia?
    “Per l’Italia, zero. L’Italia non ha mai chiesto di accedere a questi programmi. Certo noi siamo prontissimi a pagare, ma dobbiamo farlo sulla base delle richieste nazionali. Tocca ai governi chiedere i finanziamenti. Noi non possiamo certo imporli”.

    Quando si dice cattiva volontà….

    Altro passo saliente:

    [principi fondamentali] “Il primo, rivolto sia ai governi sia alle opposizioni, è che queste questioni vanno affrontate con grande senso di responsabilità e di misura se non si vuole mettere a rischio la stessa natura democratica dei nostri sistemi. Il secondo principio è di non attribuire mai responsabilità collettive. Fin dai tempi dell’antica Grecia la capacità di distinguere tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva è stato uno dei fondamenti della civiltà europea. Se c’è un crimine, non è di un Paese, o di un popolo, o di una famiglia, ma di uno specifico individuo che lo compie.
    Il terzo principio è che quanto sta accadendo non è colpa dell’allargamento. Le cifre di cui disponiamo dimostrano che c’è stata più immigrazione rumena in Italia prima dell’adesione di Bucarest che dopo. E l’esperienza dimostra che proprio l’ingresso nella Ue, facendo salire il livello economico dei nuovi paesi, contribuisce a riassorbirne l’emigrazione. L’allargamento, insomma, come Romano Prodi sa bene, non è la causa del problema, ma la soluzione”.

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