Archive | novembre 17, 2007

Who is Silvio Berlusconi (censurato in Italia)

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Cdl, Fini e Casini all’attacco di Berlusconi

A subire i danni più evidenti della mancata spallata è il centrodestra. «La richiesta ossessiva di Berlusconi allontana il voto» ed è «un’assicurazione sulla vita di Romano Prodi», e poi, «Berlusconi non può dare pagelle». Così Gianfranco Fini si è rivolto a Silvio Berlusconi: «Vediamo le carte dell’alleanza o ciascuno per sé». E il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, dice alla Cdl: «Più politica e meno propaganda».

L’opposizione deve cambiare marcia partendo puntando più alla politica che alla propaganda. È questo l’invito del leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, dagli Stati generali delle donne del suo partito.

Secondo Casini, «come era facile prevedere, per il governo è andato tutto bene, perché la strategia della Cdl ha aiutato fortemente il premier Romano Prodi». E sollecita a distinguere tra «propaganda e politica»: «Sono importanti le firme ai banchetti», dice Casini. «Ma soprattutto che la politica del centrodestra elabori una strategia in grado», addirittura, «di mandare a casa Prodi».

Lo scontro fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sfiora il punto di non ritorno, mentre ognuno dei tre partiti alleati del Cavaliere cerca la posizione migliore per affrontare il nodo delle riforme. E se l’ex premier accusa gli alleati di averlo lasciato solo nella battaglia con Romano Prodi, la replica che arriva all’unisono da via dei Due Macelli – la sede dell’Udc – e via della Scrofa – quella di An – è lapidaria: «È la battaglia, legittima e sbagliata, di un uomo solo contro tutti».

La lettera di Fini al “Corsera” era volutamente tagliente. Il leader di An l’aveva detto a tutti i suoi colonnelli, tre settimane fa: «Se Silvio sta bluffando, stavolta ha chiuso». E, quindi, via libera all’offerta di confronto, forte di un rapporto consolidato con Walter Veltroni. L’analisi che ancora ha consegnato ai suoi, la linea è chiara: «Incontrarsi? Veltroni faccia prima uno proposta che sia quella del centrosinistra, di questa discuteremo». Solo con una legge elettorale si torna a votare, dobbiamo fare la riforma per far cadere Prodi.

Ragionamenti che combaciano in pieno con quelli dei centristi. Il partito di Casini, che venerdì ha riunito l’ufficio politico, ha salutato quasi con sollievo la mancata spallata. «Si è puntualmente avverato quanto dicevamo noi», ha sottolineato con i suoi l’ex presidente della Camera, condendo con un «meglio tardi che mai» la presa di posizione di Fini.

Il dialogo, per Casini, è già cominciato. Spiegano dal suo staff che proprio venerdì pomeriggio il leader dell’Udc ha discusso della situazione con il segretario del Partito Democratico, durante un convegno al quale partecipavano entrambi. Per un faccia a faccia ufficiale, invece, bisognerà attendere almeno il ritorno di Casini da alcuni appuntamenti fissati per i prossimi giorni, «ma se ci chiamano, noi di certo non ci sottrarremo al dialogo». Come segnali di disgelo vanno, infatti, lette le parole dell’ex presidente della Camera, disponibile a partire dalla proposta di Veltroni per la riforma elettorale.

Più tesa la situazione in casa An. Sabato ad Assisi buona parte del partito prenderà parte al convegno organizzato da La Russa e Gasparri. La mission è chiara: far capire che serve la riforma elettorale non per allungare, ma per accorciare la vita del governo Prodi. Evidenziando al contempo che il referendum sta arrivando, e An non ha nulla da temere da quel passaggio. Quanto alla bozza Veltroni, dal partito tagliano corto: «Non ci piace».

Resta la parte più “cruenta”, lo scontro durissimo fra Fini e Berlusconi, le parole di fuoco spese dal Cavaliere su alleati poco battaglieri nella sfida con Prodi. Gli uomini vicini a Fini riferiscono che queste dichiarazioni sarebbero state bollate come infamanti. Nessun contatto fra i due leader, «e ci mancherebbe altro….», aggiungono altre fonti.

E Berlusconi? Berlusconi tiene ferma la barra, rimanda al mittente la “pubblica ammissione” di aver sbagliato strategia e rilancia. «Se mi assicurano una data per il voto nel 2008 – ha ragionato in queste ore – io sono a disposizione di chiunque. Altrimenti, se il loro tentativo è votare nel 2009 e magari far un governo istituzionale non se ne parla. E comunque per ora, da loro non arriva alcuna proposta degna di nota». Ragionamento fatto anche in pubblico: «Da noi non si prescinde – ha detto ai cronisti – tanto che molti elettori di An e Udc si metteranno in fila per firmare contro Prodi nei gazebo». E per rendere ancora più chiaro che non è pronto a cedere alle pressioni degli alleati, l’ex premier sottolinea ai suoi: «Mentre io porto la gente in piazza, loro trattano con D’Alema».

Pubblicato il: 17.11.07
Modificato il: 17.11.07 alle ore 14.58

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70677


Il triste sorriso dei bambini di strada

Dal 20 novembre a Esplora-Museo dei Bambini di Roma

I viaggi di un fotografo diventano una mostra che racconta l’infanzia negata e la disperazione


ROMA – Nella giornata internazionale dei diritti dell’Infanzia,
martedì 20 novembre, è giusto guardare anche a quei bambini che diritti, semplicemente, non ne hanno. Povertà, miseria, sottosviluppo, abbandono li hanno resi bambini di strada, costretti a rovistare tra i rifiuti per mangiare, a nascondersi in tubi e condotte sotterranee per dormire, a scappare, rubare, rapinare. Un’infanzia spezzata che non ha neanche la forza di urlare la propria disperazione, la cui vita è ridotta a brandelli. Brandelli che Mauro Sioli ha messo insieme, con bravura e pazienza, fotografando i bambini più sfortunati nel corso dei suoi viaggi.

REPORTAGE – Da quelle foto è nata una mostra straordinariamente intensa – che è possibile visitare dal 20 novembre al 3 febbraio nell’area esterna di Explora-il Museo dei Bambini di Roma, in via Flaminia – ma anche un reportage giornalistico che affronta il dramma dell’infanzia negata. Guardare quegli scatti sarà come esplorare un altro mondo dove tutto sembra negato a un bambino; dove tutto sembra impossibile. Le fotografie, raccolte nel corso degli anni in diversi paesi del mondo scolpiscono la realtà dei ragazzi disagiati nella loro umiliante quotidianità. Sono immagini di degradazione, paura, violenza, ma anche scene giocose, fatte di sorrisi e tenerezza. Perché, sotto la pelle sporca e malgrado gli stenti, restano dei bambini.

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DALLA MOLDAVIA AL MONDO – Il primo incontro di Mauro Sioli con i bambini di strada avvenne nel 1999 a Chisinau in Moldavia. Poi il fotoreporter è andato in Messico, Colombia, Nicaragua, Kenia, Romania e Bangladesh. Nei suoi viaggi è andato a osservare da vicino questi bambini e ha voluto documentare le loro storie, spesso accomunate da esperienze di sfruttamento, d’abbandono e di fuga dalle violenze familiari. L’iniziativa è affiancata dal progetto per i bambini di Dacca (Bangladesh): «I Bambini degli Slums», gestito da Terre des Hommes Italia.

IL MUSEO DEI BAMBINI – A Explora, il museo dei bambini di Roma, vigono poche ma rigide regole: l’accesso è consentito agli adulti solo se accompagnati da un bambino; è severamente vietato non toccare. Rispettando queste semplici norme si è i benvenuti al museo, strutturato come una città dove c’è tutto quello che fanno i grandi, ma a misura di bambino: i carrelli per fare la spesa, gli scaffali del supermercato e la casetta della posta. Non esiste qualcosa di troppo alto o troppo grande. Non esiste nulla dal funzionamento misterioso, tutto trova una spiegazione: dalla percezione dei sapori sulla lingua a come viene spedita la posta pneumatica.

Mostra fotografica «Bambini di strada» di Mauro Sioli EXPLORA Museo dei Bambini di Roma. Via Flaminia 82-86

INFO Orario Inizio Visite: Martedì-Domenica 10.00, 12.00, 15.00, 17.00 – Lunedì chiuso.

14 novembre 2007(ultima modifica: 17 novembre 2007)

fonte: http://www.corriere.it/cronache/07_novembre_17/bambini_strada_mostra.shtml


Il Vaticano: non ci fidiamo di Israele

Sulla rivista dei Francescani: “Meglio quando non avevamo relazioni diplomatiche”. Protesta dell’ambasciatore

Scontro sulle esenzioni fiscali in Terrasanta

Attacco del nunzio negli Usa Sambi


di MARCO POLITI

CITTA’ DEL VATICANO – Si oscurano i rapporti tra Vaticano e Israele. Il numero uno dei diplomatici vaticani, monsignor Pietro Sambi, denuncia pubblicamente il governo israeliano di malafede per non aver mantenuto gli impegni presi solennemente ben quattordici anni fa: “C’è assenza di volontà politica”. E poi un attacco frontale: “Le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato di Israele erano migliori, quando non c’erano i rapporti diplomatici”.
Sambi non è un nunzio qualsiasi. Rappresenta Benedetto XVI presso l’amministrazione Bush ed è stato ambasciatore in Israele. Viene da una scuola in cui le parole si pesano al milligrammo. La sua ira, condivisa tacitamente in Segreteria di Stato, è dovuta al fatto che dopo la firma dell’Accordo fondamentale tra Santa Sede e Israele nel 1993, c’era l’impegno – firmato – di procedere rapidamente alla definizione dello status giuridico delle istituzioni ecclesiastiche in Terrasanta e delle relative esenzioni fiscali. Firmati dal governo israeliano dell’epoca, i patti non sono mai stati ratificati dalla Knesset né vengono riconosciuti dai tribunali. I lavori di una commissione mista, che doveva portare alla loro realizzazione, si trascinano da anni tra rinvii e improvvise diserzioni da parte israeliana. Una presa in giro.

Così Sambi è andato al cuore della questione: la mancanza di buona fede da parte dei governi israeliani. Ha ricordato che il Vaticano, stabilendo i rapporti diplomatici con Israele, aveva compiuto un “atto di fiducia” e invece non sono state mantenute le “promesse” di regolare le attività concrete della Chiesa cattolica in Terrasanta. Di qui la dura conclusione: “La fiducia non si compra al mercato. Si consolida con il rispetto degli accordi firmati e con la fedeltà alla parola data”. Con una chiosa sferzante: “Lo stallo attuale nelle trattative pare misterioso non solo alla Santa Sede, al mondo cristiano e a tanti paesi amici d’Israele, ma anche a molti ebrei, siano essi onorabili cittadini d’Israele o di altri Paesi”.

Apparso sul sito della rivista Terrasanta, appartenente ai Francescani di Gerusalemme, cui spetta giuridicamente la “custodia” dei Luoghi Santi, l’attacco del nunzio ha lasciato sbigottito il governo israeliano. Nella serata di ieri il portavoce vaticano padre Lombardi è parso prendere prudentemente le distanze. “Da parte della Santa Sede – ha commentato – si ribadisce l’auspicio, già espresso in occasione della recente visita del presidente Peres al Santo Padre, per una rapida conclusione degli importanti negoziati ancora in corso e per la soluzione di comune accordo dei problemi esistenti”.
Ma nel distanziarsi il Vaticano lancia un avvertimento pungente: “L’intervista con monsignor Sambi – spiega Lombardi – riflette il suo pensiero e la sua esperienza personale vissuta nel corso degli anni del suo servizio presso la Delegazione apostolica di Gerusalemme e come nunzio in Israele”.

In altre parole, Sambi dà voce alla documentazione raccolta e poiché dopo il servizio in Israele è stato addirittura promosso alla sede diplomatica mondiale nr.1, se ne ricava l’impressione che attraverso di lui il Vaticano lanci un estremo monito alla leadership israeliana perché la smetta con la tecnica inaccettabile del rinvio.

La dichiarazione di Lombardi non è bastata a Israele. L’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Ben Hur, ha chiesto ieri con urgenza un chiarimento alla Segreteria di Stato. Perché ogni parola di Sambi brucia. Come la critica per le difficoltà frapposte da Israele all’arrivo di personale ecclesiastico cattolico dall’estero: “La ragione spesso fornita da Israele per giustificare le lungaggini è stata la priorità da dare alla sicurezza. Ma la sicurezza, dice la logica, si accresce aumentando il numero dei Paesi amici e diminuendo quello dei nemici”.

(17 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/vaticano-israele/vaticano-israele/vaticano-israele.html

Scontri No global alla stazione di Pisa

GENOVA

Città blindata per il corteo sul G8

Disordini alla stazione di Pisa, dove 300 manifestanti vogliono salire sul treno per Genova senza pagare. Rimozione delle auto nel capoluogo ligure in attesa del corteo per ricordare i fatti del G8 2001

genova, corteo degli studenti per ricordare il g8 del 2001 Pisa, 17 novembre 2007 – Stazione di Pisa invasa dai no global in partenza per Genova, con conseguente rallentamento del traffico ferroviario. Sono circa trecento le persone assiepate nella stazione di Pisa, tutti no global, e non vogliono pagare il biglietto per raggiungere Genova.

L’Intercity Donatello 505, partito da Firenze per Torino, è bloccato a Pontedera. Un annuncio informa ritardo a tempo indeterminato.

IN 4MILA DAL TRIVENETO

Sono partiti stamattina da Padova i 4mila No global del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia diretti a Genova su un treno speciale, prenotato dagli organizzatori. Il treno e’ partito in ritardo perche’ si era atteso l’arrivo dei manifestanti provenienti da altre citta’ venete e del Friuli con treni regionali per il cui biglietto era stato applicato uno sconto del 10% per tariffe comitiva.Non e’ stato segnalato alcun tipo di incidente.

TRENO SPECIALE DA BOLOGNA

E’ partito alle ore 11.30 il treno charter che, arrivato da Padova dove aveva raccolto i No global del Nord-Est, e’ diretto a Genova per il corteo sul G8. Circa 250 – secondo i dati di Trenitalia – le persone salite a bordo a Bologna, composto da otto carrozze, nel capoluogo emiliano; di queste, una cinquantina erano giunte in mattinata con altri treni dalla Romagna.
Un altro centinaio di persone dovrebbero salire complessivamente nelle successive fermate del treno charter a Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Anche a Bologna non ci sono stati incidenti.

PROTESTE A MILANO

Circa 500 manifestanti sono bloccati alla stazione centrale di Milano in attesa di prendere un treno per Genova dove oggi pomeriggio si terrà una manifestazione.
Il personale delle Ferrovie dello Stato non consente loro di salire sul treno perchèi manifestanti chiedono di pagare un prezzo politico. Ora stanno trattando, ma non ci sono stati particolari momenti di tensione. La polizia e i carabinieri bloccano il binario 21.

LA CITTA’ BLINDATA

E’ una Genova per il momento tranquilla quella che si sta preparando ad accogliere i movimenti che questo pomeriggio sfileranno in corteo per chiedere verità e giustizia sui tragici fatti del G8 del luglio 2001, culminati con la morte di Carlo Giuliani.
Molti commercianti hanno tenuto i negozi aperti accogliendo le indicazioni del prefetto e del sindaco del capoluogo ligure.

Ma la tensione è comunque alta: il timore è che al corteo possano unirsi anche frange di ultrà del calcio che potrebbero far fronte comune coi centri sociali contro la polizia, dopo la sparatoria di domenica scorsa che è costata la vita al tifoso laziale Gabriele Sandri. A

Il corteo del G8 partirà dalla Stazione Marittima intorno alle 14.30. La manifestazione è stata organizzata allo scopo di chiedere una commissione di inchiesta sui fatti del G8 e per protestare contro la richiesta di 225 anni di carcere per i 25 ‘no global’ accusati di devastazione e saccheggio per i fatti del 2001.

RIMOZIONE DEI MEZZI

Intanto, in una Genova insolitamente deserta la polizia municipale ha avviato la rimozione dei mezzi privati lasciati sulle strade che saranno percorse dal corteo noglobal di protesta previsto nel pomeriggio. Rimozioni sono in atto anche sulle strade del centro, dove stamani alle 9,30 si terrà un corteo di studenti. Si prevede la partecipazione di oltre cinquemila studenti.

In concomitanza con il corteo verranno attuate le necessarie modifiche alla viabilità, così come nel pomeriggio per il corteo noglobal. Nel pomeriggio si svolgerà il corteo organizzato dal Genoa Social Forum, con partenza prevista alle 15 dalla Stazione Marittima.

La polizia municipale schiera oltre 100 agenti per garantire le necessarie deviazioni al traffico nell’area del centro compreso tra via Buozzi, incrocio piazza Di Negro e di corso Aurelio Saffi, incrocio via Vannucci.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/11/17/47672-citta_blindata_corteo.shtml

XXII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANO

Welcome to Arcoiris Web TV

L’amore che cos’è

L'amore che cos'è L'amore che cos'è L'amore che cos'è
XXII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANO
Concorso Arcoiris TV – Premio del Pubblico in Rete

Ambientato a Milano, il film racconta, in due periodi diversi, la storia sentimentale tra due sorelle di origine sri-lankese e due fratelli italiani. Scorrendo tra il mondo studentesco e la collettività sri-lankese, dove la diversità non rappresenterà mai un ostacolo nelle vicende dei protagonisti, il film conferma che oggi l’integrazione tra i giovani appartiene alla realtà. Maya, la protagonista, una studentessa universitaria che vive da sola, scrive una lunga lettera in cui parla dell’amore ad una persona con la quale non ha mai avuto un gran dialogo: il destinatario rimarrà sconosciuto fino alla fine del film.

Il suo racconto procede in parallelo con le vicende che vive: i capitoli della lettera-libro sono, infatti, quelli che intitolano le sequenze delle scene. Maya ha una sorella, Zoe, carica di problemi adolescenziali. Nei tre giorni in cui si trasferirà dalla sorella, Zoe riuscirà finalmente a conoscere l’anima gemella, Gabriele, e Maya farà la conoscenza di suo fratello, Riccardo: differenti caratteri e diversi modi di vivere l’amore.

  • Regia: Johnny Dell’Orto
  • Sceneggiatura: Iresha Totaro
  • Fotografia: Marco Gordon
  • Montaggio: Claudio Cipelletti
  • Musica: Simone Chivilò, Oscar Angiuli, Marco Meazza
  • Suono: Marco Meazza
  • Interpreti: Iresha Totaro, Indra Totaro, Alberto Torquati, Riccardo Mestolini, William Angioli, Iroma Fernando, Ennio Orazi, Elena Montessori, Piepaolo Brunoldi
  • Produzione: Arcoiris TV
  • Anno di produzione: 2007

    Visita il sito: www.cinelatinotrieste.org

  • Per vedere il filmato clicca qui!


    Arabia Saudita, violentata ma condannata a carcere e frusta



    sentenza shock in Arabia SauditaRIAD (Arabia Saudita). E’ stata violentata da sei uomini ma per lei è giunta comunque una condanna a sei mesi di carcere e 200 frustate. I suoi aguzzini, invece, hanno avuto pene da due a nove anni di reclusione. La decisione arriva da un tribunale saudita, ieri riportata dal quotidiano palestinese “al Quds al Arabi” edito in Gran Bretagna.


    La 21enne, che all’epoca dei fatti aveva 19 anni, è stata ritenuta colpevole di essersi fatta trovare dagli stupratori mentre era “appartata con un uomo”. Un reato gravissimo in Arabia Saudita, che ha consentito ai sei uomini di evitare la pena capitale prevista in questi casi. Il suo avvocato, Abdul Rahamn al Laham, è stato addirittura sospeso dalla professione e dovrà anche sottoporsi a “una commissione educativa” ordinata dal ministero della Giustizia. La giovane non ha nemmeno l’appoggio della sua famiglia, che si ritiene “caduta nel disonore”.


    La storia risale a due anni fa. Un uomo iniziò a telefonare alla ragazza per chiederle di incontrarla. Lei, dopo alcuni rifiuti, gli inviò una sua foto. Poi, dopo essersi fidanzata con un altro uomo, scelto dalla sua famiglia per il matrimonio, chiese la restituzione della fotografia, fissando un appuntamento con il misterioso ammiratore. L’aggressione avvenne proprio mentre era in auto “appartata” con lui: sei uomini, armati di coltelli, la sequestrarono e portarono in una fattoria fuori città, violentandola e scattando delle foto con il suo cellulare. Quelle stesse foto che usarono per ricattarla: se avesse rivelato l’episodio loro le avrebbero inviate a tutti. Tornata a casa, la ragazza tentò il suicidio con delle pillole che però le provocarono solo un malore facendola finire in ospedale. Confessò, a quel punto, ciò che le era accaduto ma il suo promesso sposo non la ripudiò. Questa è stata l’unica fortuna da lei avuta. Assieme al fidanzato riuscì a rintracciare uno degli stupratori, che lavorava in un mercato del pesce, denunciandolo. Purtroppo, una volta in aula, da vittima è divenuta imputata, con i giudici che l’hanno ritenuta colpevole.

    Lei, adesso, riconosce quella che fu una sua ingenuità, è consapevole che non doveva incontrarsi in auto con quell’uomo, ma ritiene che per la sua “colpevolezza”, qualora ci sia stata o meno in base alle leggi del suo paese, abbia già pagato con la brutale violenza subita.


    fonte: http://www.pupia.tv/notizie/0001705.html

    L’OPINIONE DI ADRIANO

    LA GUERRA CONTRO LE DONNE
    Dall’Algeria all’Afghanistan

    di ADRIANO SOFRI

    CHISSÀ se si vedono ancora, sui voli che da Teheran o da Riad vengono in Europa, le meravigliose metamorfosi muliebri. Appena in cielo, passeggere imbozzolate nel chador come crisalidi andavano alla toilette, e ne uscivano farfalle, in abito corto, tacchi, gioielli, trucco vivace e capelli sontuosi. In Arabia Saudita è stata ora annunciata la concessione del diritto alle donne, purché siano sposate e abbiano compiuto i 35 anni, di guidare le automobili: forse “già dal prossimo anno”. Un Ramadan del traffico: potranno guidare dalla mattina al tramonto. Non è poco, per un paese così petrolifero, e pilastro dell’intero sistema di alleanze occidentali nel mondo islamico. Nell’Afghanistan in mano ai talebani – già appoggiati dagli Usa per contorte convenienze geopolitiche – le donne sono state cancellate dal paesaggio esteriore. Prigioniere di guerra, nelle case, e nei burka che le infagottano, carceri portatili con una grata per respirare.

    Le loro calzature non devono far rumore quando camminano. Guerra di riconquista, perché fino a due anni fa la maggioranza di quelle donne erano studentesse e insegnanti e impiegate.
    In Algeria gli stupratori e squartatori grossisti pretendono di dedurre dal Corano il trattamento delle donne come bottino di guerra: denudate – altro che velo – violate e fatte a pezzi. I negrieri del Sudan di Al-Turabi vendono una giovane cristiana dinka a 40-50 dollari; non per una volta: per sempre. Delle donne vetrioleggiate del Bangladesh questo giornale ha scritto per primo. I ritagli di giornale che ho messo insieme sulla mia branda dicono la seguente notizia: che nel mondo si combatte una guerra per le donne e contro le donne.

    L’idea sistemata da Samuel Huntington (Bernardo Valli ne ha appena trattato qui) che nel mondo sia in corso una guerra di civiltà e di culture è vera, e forse ovvia. L’eventuale conseguenza “separatista” di quella idea, che la nostra “cultura” debba trincerarsi nella propria superiorità minacciata, è meschina e velleitaria. Ma anche l’obiezione (di Edward Said, per esempio, se non sbaglio) che dà per avvenuta, con il mercato globale, l'”omologazione” del mondo e delle sue culture, è frettolosa e pretestuosa. Basta guardare appunto alla libertà delle donne. Non penso alla distanza fra culture tradizionali e rivendicazioni femministe. Piuttosto, al diritto delle donne di vestirsi con un vestito scelto da loro, forse colorato, di decidere della propria capigliatura, e di camminare in una strada facendo risuonare i loro passi.
    Nel nostro mondo, la differenza fra ricchi e poveri non si riduce, e anzi diventa più scandalosa. Ma non c’è un’ideologia a rivestirla: né il socialismo, né il comunismo, né il terzomondismo.

    Non è in nome del comunismo che i capi della Cina dichiarano che la Cina non sarà mai una democrazia all’occidentale – cioè una democrazia. L’Islam (benché esistano mille Islam) è ora la bandiera degli zelatori di questo confronto di “civiltà”, di modi di vita, di costumi. La sua posta cruciale è la condizione della donna. Dietro il disprezzo per la “modernità”, il fanatismo che prende a pretesto la religione, la paura dello sradicamento e dell’umiliazione del proprio passato, una parte del mondo tradizionale combatte per conservare, puntellare, restaurare dove ha vacillato, la signoria dei maschi sulle donne. In alcuni paesi questo scenario è brutalmente evidente: l’Afghanistan appunto. In Algeria si chiama guerra civile l’assalto degli islamisti terroristi alle libertà civili e delle donne in primo luogo, e il cedimento del potere a un Codice di Famiglia patriarcale e vessatorio: contro, c’è una coraggiosa e lucida resistenza di donne.

    In Iran – che è forse il paese cruciale per il destino di questo scontro – le donne non hanno la forza di rovesciare la manomissione maschile, ma le donne che agiscono dentro il regime islamico provano a piegare la separazione forzata loro imposta in un separatismo autogovernato: un secondo mondo per loro, con il loro football, il loro giornale quotidiano, le loro organizzazioni, il chador rivendicato e la lacca e il rossetto sotto il chador. In Bosnia, dove “musulmane” erano le libere donne di Sarajevo e di altre città, sono stati i serbi ortodossi a ordinare e perpetrare gli stupri di pulizia. Altre parti del mondo, dove l’emancipazione femminile era stata più precoce e rozza, come nell’ex Urss, o dove un islamismo di tradizione era stato annacquato dalle imposizioni politiche, come in Albania, sono diventate esportatrici all’ingrosso, con le buone e con le cattive, di prostituzione al mercato occidentale.

    Se questa mappa sommaria, comunque rettificata, ha una corrispondenza reale, si capisce che enorme disastro sia stato il Sexgate. A un altro (non più Terzo) mondo, che lo guarda soprattutto nella vetrina della condizione della donna e della sessualità, l’Occidente ha esposto un’immagine culminante di sé, quella su cui si gioca la leadership della sua potenza guida, tale da rovesciare la proposta apprezzabile della sua cultura e della sua libertà. Non è questione di “antiamericanismo”. Non si può che stare dalla parte degli Stati Uniti, se si è affezionati alla libertà, e se, intanto, si ha la fortuna di godere della propria. Faremmo bene a ricordarci sempre – a toccarci ogni mattina increduli, per rassicurarci che siamo tutti interi – di appartenere a quella beata minoranza dei popoli contemporanei in cui non è messa a ogni istante a repentaglio l’incolumità fisica, l’elementare habeas corpus.

    Da qui non finisce, ma comincia la discussione. C’è un’America della libertà personale e dei diritti civili; e c’è un’America del fondamentalismo moralista (e della pena di morte). Nel Sexgate lo stolido comportamento di Clinton e la superstizione ossessiva dei suoi nemici hanno offuscato e avvilito l’America dei diritti e delle libertà. Clinton l’ha tradita non quando ha mentito, ma quando ha accettato che si indagasse sulla sua vita privata e intima: e che gli si stampigliasse, senza ricami, la lettera scarlatta sulla giacchetta. Opporsi a quella invadenza avrebbe meritato fino la rinuncia alla presidenza: e, probabilmente, gliel’avrebbe conservata, e illesa. I suoi nemici, il procuratore speciale Starr in testa, non si sono fermati davanti all’indecenza, e alla confessione della propria frustrata ipocrisia. Per loro merito, il Congresso degli Stati Uniti ha prodotto una parodia incruenta delle lapidazioni di adultere e di adulteri che fanno spettacolo pubblico in Iran. (Bisogna, si sa, scegliere pietre non troppo piccole, che non facciano male, e non troppo grosse, che facciano finire troppo presto la cosa).

    Il Sexgate ha offerto al mondo tradizionale lo spettacolo pubblico della famiglia di Clinton, o della complicità speciale fra madre e figlia esemplata nella cura per i corpi di reato della signora Lewinsky. Il mondo tradizionale, che non immagina di mettere in discussione la padronanza maschile sulle donne, e che risponde alla torbida minaccia (e lusinga) della libertà delle donne scrutata nello specchio e nel teleschermo dell’ Occidente, muovendo alla riconquista delle proprie donne e facendole prigioniere, trova nel Sexgate una conferma inaudita dei propri giudizi e dei propri pregiudizi. Lo sdegno, lo scandalo, la derisione, devono attraversare quel mondo islamico (e non solo) al di là delle divisioni tante e profonde che lo segnano. Il Sexgate vi diventa la chiave di interpretazione della storia contemporanea. Clinton, che aveva al suo attivo meriti come l’intervento, tardivo ma benedetto, in Bosnia, e la mediazione israelo-palestinese, e a suo carico l’omissione di soccorso e di riconoscimento del genocidio dei tutsi in Ruanda, ha visto le sue iniziative internazionali tramutate irreparabilmente nella “guerra di Monica”. Alla “guerra di Monica” fu ascritto il bombardamento di risposta sul Sudan e sull’Afghanistan, dopo le stragi di Nairobi e Dar es Salaam. Alla “guerra di Monica” è stato ora ascritto il bombardamento dell’Iraq. Per questo è del tutto superfluo discettare se Clinton sia stato o no influenzato da un tentativo di elusione alla vigilia dell’impeachment nello scatenare l’intervento. Un miliardo e passa di musulmani, e molti altri, non hanno dubbio che sia così, e tanto bastava.

    Dunque l’America ha finito col dare al proprio ruolo di gendarme del mondo (di cui il mondo ha un gran bisogno, e non ha oggi né la capacità né la volontà di dotarsi altrimenti: certo non col Consiglio di Sicurezza) la faccia di una civiltà dominata dall’invadenza dei poteri, dalla maniacalità e dalla fobia sessuale, e dall’ipocrisia universale. In tal modo scendendo proprio sul terreno su cui si muovono (in maniera non dichiarata e spesso non consapevole) la rivolta islamista come l’offesa vissuta dall’ Islam di fronte alla prepotenza occidentale. Bell’affare. Il regime iracheno, che fu a lungo un nazionalsocialismo laicista, e non obbliga le donne a indossare l’abbaya, benché di recente il suo tiranno sia diventato pio e timorato di Allah come un mullah, è il beneficiario passivo di questa situazione grottesca e tragica. Perché ora la solidarietà delle “masse arabe e islamiche” con l’Iraq non è più solo quella dell’Islam contro il resto del mondo (che era, la contrapposizione in blocco dell’Occidente all’Islam, il pericolo da sventare: come spiegò poco fa su queste pagine Jean Daniel) ma quella del mondo onorato e rispettoso dei padri contro la “guerra di Monica”.

    La decisione di sconfinare nel primo giorno di Ramadan ha coronato l’intempestività dell’impresa. E c’è poco da consolarsi col machiavellismo a basso prezzo per cui i leader arabi e islamici, anche quando fanno la voce grossa, stanno dalla parte del compromesso: come se fossero solo burattinai delle loro folle, e non potessero finire a gambe all’ aria.
    Non so come si potrà tornare indietro da questa rottura. Certo, non lo faciliteranno alcuni mesi di pubbliche udienze su sigari e sottovesti al Senato americano. Intanto, potremmo anche noi guardarci un po’ meglio nel nostro stesso specchio. Nella nostra parte di mondo, guerre alle donne sono fuori corso, se Dio vuole. Resta, come certe malattie sorde che non riescono a sfogarsi nella febbre alta, il pulviscolo di omicidi contro donne, fidanzate da cui si è stati ripudiati, mogli separate o no, e di violenze domestiche. Non siamo neanche noi all’altezza dello spettacolo delle nostre libertà. E non abbiamo ancora scoperto davvero che anche l’immigrazione dell’altro mondo nel nostro è fatta di uomini e di donne.

    La Repubblica, 23 dicembre 1998