Arabia Saudita, violentata ma condannata a carcere e frusta



sentenza shock in Arabia SauditaRIAD (Arabia Saudita). E’ stata violentata da sei uomini ma per lei è giunta comunque una condanna a sei mesi di carcere e 200 frustate. I suoi aguzzini, invece, hanno avuto pene da due a nove anni di reclusione. La decisione arriva da un tribunale saudita, ieri riportata dal quotidiano palestinese “al Quds al Arabi” edito in Gran Bretagna.


La 21enne, che all’epoca dei fatti aveva 19 anni, è stata ritenuta colpevole di essersi fatta trovare dagli stupratori mentre era “appartata con un uomo”. Un reato gravissimo in Arabia Saudita, che ha consentito ai sei uomini di evitare la pena capitale prevista in questi casi. Il suo avvocato, Abdul Rahamn al Laham, è stato addirittura sospeso dalla professione e dovrà anche sottoporsi a “una commissione educativa” ordinata dal ministero della Giustizia. La giovane non ha nemmeno l’appoggio della sua famiglia, che si ritiene “caduta nel disonore”.


La storia risale a due anni fa. Un uomo iniziò a telefonare alla ragazza per chiederle di incontrarla. Lei, dopo alcuni rifiuti, gli inviò una sua foto. Poi, dopo essersi fidanzata con un altro uomo, scelto dalla sua famiglia per il matrimonio, chiese la restituzione della fotografia, fissando un appuntamento con il misterioso ammiratore. L’aggressione avvenne proprio mentre era in auto “appartata” con lui: sei uomini, armati di coltelli, la sequestrarono e portarono in una fattoria fuori città, violentandola e scattando delle foto con il suo cellulare. Quelle stesse foto che usarono per ricattarla: se avesse rivelato l’episodio loro le avrebbero inviate a tutti. Tornata a casa, la ragazza tentò il suicidio con delle pillole che però le provocarono solo un malore facendola finire in ospedale. Confessò, a quel punto, ciò che le era accaduto ma il suo promesso sposo non la ripudiò. Questa è stata l’unica fortuna da lei avuta. Assieme al fidanzato riuscì a rintracciare uno degli stupratori, che lavorava in un mercato del pesce, denunciandolo. Purtroppo, una volta in aula, da vittima è divenuta imputata, con i giudici che l’hanno ritenuta colpevole.

Lei, adesso, riconosce quella che fu una sua ingenuità, è consapevole che non doveva incontrarsi in auto con quell’uomo, ma ritiene che per la sua “colpevolezza”, qualora ci sia stata o meno in base alle leggi del suo paese, abbia già pagato con la brutale violenza subita.


fonte: http://www.pupia.tv/notizie/0001705.html

L’OPINIONE DI ADRIANO

LA GUERRA CONTRO LE DONNE
Dall’Algeria all’Afghanistan

di ADRIANO SOFRI

CHISSÀ se si vedono ancora, sui voli che da Teheran o da Riad vengono in Europa, le meravigliose metamorfosi muliebri. Appena in cielo, passeggere imbozzolate nel chador come crisalidi andavano alla toilette, e ne uscivano farfalle, in abito corto, tacchi, gioielli, trucco vivace e capelli sontuosi. In Arabia Saudita è stata ora annunciata la concessione del diritto alle donne, purché siano sposate e abbiano compiuto i 35 anni, di guidare le automobili: forse “già dal prossimo anno”. Un Ramadan del traffico: potranno guidare dalla mattina al tramonto. Non è poco, per un paese così petrolifero, e pilastro dell’intero sistema di alleanze occidentali nel mondo islamico. Nell’Afghanistan in mano ai talebani – già appoggiati dagli Usa per contorte convenienze geopolitiche – le donne sono state cancellate dal paesaggio esteriore. Prigioniere di guerra, nelle case, e nei burka che le infagottano, carceri portatili con una grata per respirare.

Le loro calzature non devono far rumore quando camminano. Guerra di riconquista, perché fino a due anni fa la maggioranza di quelle donne erano studentesse e insegnanti e impiegate.
In Algeria gli stupratori e squartatori grossisti pretendono di dedurre dal Corano il trattamento delle donne come bottino di guerra: denudate – altro che velo – violate e fatte a pezzi. I negrieri del Sudan di Al-Turabi vendono una giovane cristiana dinka a 40-50 dollari; non per una volta: per sempre. Delle donne vetrioleggiate del Bangladesh questo giornale ha scritto per primo. I ritagli di giornale che ho messo insieme sulla mia branda dicono la seguente notizia: che nel mondo si combatte una guerra per le donne e contro le donne.

L’idea sistemata da Samuel Huntington (Bernardo Valli ne ha appena trattato qui) che nel mondo sia in corso una guerra di civiltà e di culture è vera, e forse ovvia. L’eventuale conseguenza “separatista” di quella idea, che la nostra “cultura” debba trincerarsi nella propria superiorità minacciata, è meschina e velleitaria. Ma anche l’obiezione (di Edward Said, per esempio, se non sbaglio) che dà per avvenuta, con il mercato globale, l'”omologazione” del mondo e delle sue culture, è frettolosa e pretestuosa. Basta guardare appunto alla libertà delle donne. Non penso alla distanza fra culture tradizionali e rivendicazioni femministe. Piuttosto, al diritto delle donne di vestirsi con un vestito scelto da loro, forse colorato, di decidere della propria capigliatura, e di camminare in una strada facendo risuonare i loro passi.
Nel nostro mondo, la differenza fra ricchi e poveri non si riduce, e anzi diventa più scandalosa. Ma non c’è un’ideologia a rivestirla: né il socialismo, né il comunismo, né il terzomondismo.

Non è in nome del comunismo che i capi della Cina dichiarano che la Cina non sarà mai una democrazia all’occidentale – cioè una democrazia. L’Islam (benché esistano mille Islam) è ora la bandiera degli zelatori di questo confronto di “civiltà”, di modi di vita, di costumi. La sua posta cruciale è la condizione della donna. Dietro il disprezzo per la “modernità”, il fanatismo che prende a pretesto la religione, la paura dello sradicamento e dell’umiliazione del proprio passato, una parte del mondo tradizionale combatte per conservare, puntellare, restaurare dove ha vacillato, la signoria dei maschi sulle donne. In alcuni paesi questo scenario è brutalmente evidente: l’Afghanistan appunto. In Algeria si chiama guerra civile l’assalto degli islamisti terroristi alle libertà civili e delle donne in primo luogo, e il cedimento del potere a un Codice di Famiglia patriarcale e vessatorio: contro, c’è una coraggiosa e lucida resistenza di donne.

In Iran – che è forse il paese cruciale per il destino di questo scontro – le donne non hanno la forza di rovesciare la manomissione maschile, ma le donne che agiscono dentro il regime islamico provano a piegare la separazione forzata loro imposta in un separatismo autogovernato: un secondo mondo per loro, con il loro football, il loro giornale quotidiano, le loro organizzazioni, il chador rivendicato e la lacca e il rossetto sotto il chador. In Bosnia, dove “musulmane” erano le libere donne di Sarajevo e di altre città, sono stati i serbi ortodossi a ordinare e perpetrare gli stupri di pulizia. Altre parti del mondo, dove l’emancipazione femminile era stata più precoce e rozza, come nell’ex Urss, o dove un islamismo di tradizione era stato annacquato dalle imposizioni politiche, come in Albania, sono diventate esportatrici all’ingrosso, con le buone e con le cattive, di prostituzione al mercato occidentale.

Se questa mappa sommaria, comunque rettificata, ha una corrispondenza reale, si capisce che enorme disastro sia stato il Sexgate. A un altro (non più Terzo) mondo, che lo guarda soprattutto nella vetrina della condizione della donna e della sessualità, l’Occidente ha esposto un’immagine culminante di sé, quella su cui si gioca la leadership della sua potenza guida, tale da rovesciare la proposta apprezzabile della sua cultura e della sua libertà. Non è questione di “antiamericanismo”. Non si può che stare dalla parte degli Stati Uniti, se si è affezionati alla libertà, e se, intanto, si ha la fortuna di godere della propria. Faremmo bene a ricordarci sempre – a toccarci ogni mattina increduli, per rassicurarci che siamo tutti interi – di appartenere a quella beata minoranza dei popoli contemporanei in cui non è messa a ogni istante a repentaglio l’incolumità fisica, l’elementare habeas corpus.

Da qui non finisce, ma comincia la discussione. C’è un’America della libertà personale e dei diritti civili; e c’è un’America del fondamentalismo moralista (e della pena di morte). Nel Sexgate lo stolido comportamento di Clinton e la superstizione ossessiva dei suoi nemici hanno offuscato e avvilito l’America dei diritti e delle libertà. Clinton l’ha tradita non quando ha mentito, ma quando ha accettato che si indagasse sulla sua vita privata e intima: e che gli si stampigliasse, senza ricami, la lettera scarlatta sulla giacchetta. Opporsi a quella invadenza avrebbe meritato fino la rinuncia alla presidenza: e, probabilmente, gliel’avrebbe conservata, e illesa. I suoi nemici, il procuratore speciale Starr in testa, non si sono fermati davanti all’indecenza, e alla confessione della propria frustrata ipocrisia. Per loro merito, il Congresso degli Stati Uniti ha prodotto una parodia incruenta delle lapidazioni di adultere e di adulteri che fanno spettacolo pubblico in Iran. (Bisogna, si sa, scegliere pietre non troppo piccole, che non facciano male, e non troppo grosse, che facciano finire troppo presto la cosa).

Il Sexgate ha offerto al mondo tradizionale lo spettacolo pubblico della famiglia di Clinton, o della complicità speciale fra madre e figlia esemplata nella cura per i corpi di reato della signora Lewinsky. Il mondo tradizionale, che non immagina di mettere in discussione la padronanza maschile sulle donne, e che risponde alla torbida minaccia (e lusinga) della libertà delle donne scrutata nello specchio e nel teleschermo dell’ Occidente, muovendo alla riconquista delle proprie donne e facendole prigioniere, trova nel Sexgate una conferma inaudita dei propri giudizi e dei propri pregiudizi. Lo sdegno, lo scandalo, la derisione, devono attraversare quel mondo islamico (e non solo) al di là delle divisioni tante e profonde che lo segnano. Il Sexgate vi diventa la chiave di interpretazione della storia contemporanea. Clinton, che aveva al suo attivo meriti come l’intervento, tardivo ma benedetto, in Bosnia, e la mediazione israelo-palestinese, e a suo carico l’omissione di soccorso e di riconoscimento del genocidio dei tutsi in Ruanda, ha visto le sue iniziative internazionali tramutate irreparabilmente nella “guerra di Monica”. Alla “guerra di Monica” fu ascritto il bombardamento di risposta sul Sudan e sull’Afghanistan, dopo le stragi di Nairobi e Dar es Salaam. Alla “guerra di Monica” è stato ora ascritto il bombardamento dell’Iraq. Per questo è del tutto superfluo discettare se Clinton sia stato o no influenzato da un tentativo di elusione alla vigilia dell’impeachment nello scatenare l’intervento. Un miliardo e passa di musulmani, e molti altri, non hanno dubbio che sia così, e tanto bastava.

Dunque l’America ha finito col dare al proprio ruolo di gendarme del mondo (di cui il mondo ha un gran bisogno, e non ha oggi né la capacità né la volontà di dotarsi altrimenti: certo non col Consiglio di Sicurezza) la faccia di una civiltà dominata dall’invadenza dei poteri, dalla maniacalità e dalla fobia sessuale, e dall’ipocrisia universale. In tal modo scendendo proprio sul terreno su cui si muovono (in maniera non dichiarata e spesso non consapevole) la rivolta islamista come l’offesa vissuta dall’ Islam di fronte alla prepotenza occidentale. Bell’affare. Il regime iracheno, che fu a lungo un nazionalsocialismo laicista, e non obbliga le donne a indossare l’abbaya, benché di recente il suo tiranno sia diventato pio e timorato di Allah come un mullah, è il beneficiario passivo di questa situazione grottesca e tragica. Perché ora la solidarietà delle “masse arabe e islamiche” con l’Iraq non è più solo quella dell’Islam contro il resto del mondo (che era, la contrapposizione in blocco dell’Occidente all’Islam, il pericolo da sventare: come spiegò poco fa su queste pagine Jean Daniel) ma quella del mondo onorato e rispettoso dei padri contro la “guerra di Monica”.

La decisione di sconfinare nel primo giorno di Ramadan ha coronato l’intempestività dell’impresa. E c’è poco da consolarsi col machiavellismo a basso prezzo per cui i leader arabi e islamici, anche quando fanno la voce grossa, stanno dalla parte del compromesso: come se fossero solo burattinai delle loro folle, e non potessero finire a gambe all’ aria.
Non so come si potrà tornare indietro da questa rottura. Certo, non lo faciliteranno alcuni mesi di pubbliche udienze su sigari e sottovesti al Senato americano. Intanto, potremmo anche noi guardarci un po’ meglio nel nostro stesso specchio. Nella nostra parte di mondo, guerre alle donne sono fuori corso, se Dio vuole. Resta, come certe malattie sorde che non riescono a sfogarsi nella febbre alta, il pulviscolo di omicidi contro donne, fidanzate da cui si è stati ripudiati, mogli separate o no, e di violenze domestiche. Non siamo neanche noi all’altezza dello spettacolo delle nostre libertà. E non abbiamo ancora scoperto davvero che anche l’immigrazione dell’altro mondo nel nostro è fatta di uomini e di donne.

La Repubblica, 23 dicembre 1998

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