Archive | novembre 18, 2007

Poliziotti dal grilletto facile: riflessioni di Elena

Ricevo la dettagliata analisi da Mario e la pubblico integralmente (vedi post precedente), aggiungendoci qualche riflessione personale.


Giovedì scorso ad Anno Zero (puntata sull’omicidio del tifoso in autogrill e sui fatti del G8 2001) ho sentito Agnoletto e La Russa parlare di “accertamento delle responsabilità” e conseguentemente – per quanto in modo implicito – di certezza della pena anche per le forze dell’ordine. Concetti su cui sono assolutamente d’accordo, non fosse che… sono abbastanza vecchia per ricordare cose che ai più giovani possono sfuggire, non fosse altro perché nessuno dei nostri democratici mezzi d’informazione ne parla più. A parte i soliti irriducibili, che magari sono anche i maggiori interessati perché parenti o amici delle vittime.


Infatti, che Agnoletto si faccia portavoce di questa richiesta di giustizia non mi stupisce: i danni delle violenze delle forze dell’ordine a Genova li hanno subiti ragazzi della sua parte. Quindi almeno per un “caso”, la ricerca della verità è “interessata” (a voler essere perfidi). Con questo non voglio assolutamente giustificare i vandalismi a cose e vetrine, auto e negozi perpetrati da irresponsabili che nulla hanno a che vedere con il movimento no-global. Che a me ricordano tanto gli “espropri proletari” fatti dagli autonomi… espropri a base di liquori e TV, che notoriamente sono la dieta-base dei nullatenenti… ma lasciamo perdere (altrimenti ci apro un altro capitolo). E non voglio neppure parlare di Genova in specifico. Dico soltanto che, politica o non politica, da Franceschi a Serantini ad Aldrovandi a Zibecchi (*), seppure in circostanze diverse, si sono verificati già un sacco di casi di poliziotti e carabinieri prima coperti da versioni fantasiose ed incoerenti e poi comunque giustificati e non condannati. Questo per la storia. Come, sempre per la storia, è patrimonio della destra il fatto di difendere l’ordine costituito e con esso i suoi rappresentanti – le forze dell’ordine appunto – a prescindere. A prescindere perfino dall’identità della vittima.


Voglio dire: è abbastanza scontato – anche se non mi pare giusto – “fregarsene” della verità quando la vittima è della parte politica avversa. Ma quando è della tua parte? L’onorevole La Russa mi dovrebbe spiegare, possibilmente con un motivo diverso dalla coerenza all’idea-base dell’ordine, come mai neppure per il povero Emanuele Scieri, militante di AN, qualcuno di loro si muove. A chiedere giustizia per questo allievo parà sono rimasti i suoi genitori ed un gruppetto di irriducibili utopisti – vedi http://solleviamoci.blogspot.com/2007/10/emanuele-scieri-per-non-dimenticare.html

Bisogna avere fiducia e difendere le forze dell’ordine (d’ora in poi, FdO), dice La Russa, che sono addestrate e pronte con abnegazione e sprezzo del pericolo a proteggere e tutelare i cittadini inermi. Se fosse vero quello che segue al “che”, sarebbe l’atteggiamento legittimo ed auspicabile. Ma che preparazione dimostra mai un rappresentante delle FdO che non trova, nel corso di una perquisizione, un coltello per incidere il cuoio (lunghezza della lama: 20 cm.) e trova invece un assorbente interno e te lo sventola sotto il naso chiedendoti che cos’è? Non è una battuta tratta dal manuale delle barzellette del perfetto carabiniere: è successo davvero. A me.


Non è comunque giusto neppure generalizzare sulle “forze dell’ordine”. Innanzitutto, per me le FdO non sono un tutto unico ed inscindibile. Esistono i poliziotti ed i carabinieri… e non sono la stessa cosa. Quando ero giovane io, a fronteggiare i facinorosi manifestanti dell’estrema sinistra venivano mandati sì i reparti speciali tipo il III CELERE, ma venivano inviati anche giovani di leva, inesperti, non addestrati ed impauriti ad arte da informazioni faziose e situazioni stressanti ancor prima di uscire dalle caserme (gente svegliata all’alba e tenuta in stato di all’erta mentre circolavano voci di assalti a civili, negozi e caserme da parte dei komunisti kattivi che, invece, se ne stavano ancora a letto a ronfare… ma tant’è, nessuno aveva la possibilità o il diritto di uscire a verificare): questo per dire che le responsabilità maggiori di tanti scempi non sono del singolo rappresentante delle forze dell’ordine, ma dei vertici che scientemente li manipolano. E non solo in occasione di manifestazioni politiche: a me personalmente è successo di essere fermata ad un posto di blocco (ero in gita con amici) per un normalissimo controllo di documenti e, mentre il più alto in grado effettuava le verifiche, quell’altro mi teneva la canna della mitraglietta puntata in faccia. Ma avrà avuto vent’anni… e se io avessi fatto un movimento sospetto, che ci voleva a far partire un colpo? Lo so, qualcuno ancora si rammarica del fatto che non è successo… che ci volete fare, m’è andata bene. Ma mi è successo anche di essere totalmente ignorata (avrei potuto essere la Meinhof) solo perché accompagnata da “uno del luogo”…

Poi ci sono i carabinieri ed i corpi scelti. Per quelli il discorso è, a volte, diverso. In quei gruppi si trovano sì ragazzi che non hanno avuto altra scelta, ma ci sono pure quelli ideologicamente già orientati alla “lotta al terrorismo”, e poco importa se il terrorista è solo uno che la pensa diversamente dall’ordine costituito… è automaticamente un pericoloso sovversivo e come tale va trattato. A manganellate, anche quando è a terra, anche quando non ti ha fatto nulla. Ma ripeto, non sono tutti così. E poi non dobbiamo dimenticare che codesti soggetti, che già normalmente partono avvantaggiati da caschi e divise tutte uguali (come fai a riconoscerli?), vengono poi protetti in modo massiccio dai loro vertici, da una magistratura incompetente (nel senso che potrebbe non avere le competenze necessarie per stabilire, chessò, se un lacrimogeno sparato in aria ti possa poi finire in mezzo alla cassa toracica dritto come un fuso) o leggermente di parte e da una classe politica spesso connivente. Infatti, che ci fa De Gennaro, scelto da un governo di centrosinistra come capo della polizia, confermato da quello di centrodestra DOPO i fatti della Diaz e di Bolzaneto, ancora ai vertici della vita politica – nientedimeno che braccio destro di Amato, ministro degli Interni?


Non è facile fare i dovuti distinguo quando l’ingiustizia è palese e reiterata… non è facile ricordare Pasolini e Villa Giulia e gli stipendi inadeguati e gli strumenti mancanti e l’addestramento sbandierato – ma quantomeno da verificare -di fronte alla morte, l’ennesima, di un ragazzo… avrà anche avuto delle pietre in tasca (ma sapete quanto ci vuole a mettercele appositamente? La stessa volontà politica che ci vuole per ficcare sotto un sedile dei proiettili a ragazzi che non avevano fatto niente… ma era il periodo della “caccia alla volpe rossa”, le BR avevano appena rapito Moro e si cercava disperatamente un successo… anche a scapito di innocenti la cui unica colpa era di aver scelto la domenica sbagliata per andare a giocare a pallone al parco di Monza. E questa non è fantapolitica. E’ successo davvero. Sempre a me ed ai miei amici. E non è che questi ragazzi fossero innocenti perché lo dico io: c’è una sentenza del tribunale).


Se vuoi la giustizia devi essere giusto, se vuoi il rispetto devi prima di tutto essere rispettoso, delle persone come delle leggi. Devi studiarti a memoria la Costituzione e, quando fai il giuramento, devi farlo con il cuore e non solo con la bocca… Devi essere super partes, non dalla tua parte… Solo così le FdO potranno recuperare la stima della gente, quella stima che, va detto, molti di loro già si meriterebbero. Ma quelli non assurgono alla cronaca. Se ne stanno nell’ombra a fare il loro dovere e nessuno gli dice nemmeno grazie.


E allora? Allora, da inguaribile idealista, mi piacerebbe che la realtà assomigliasse ai polizieschi, in cui, quando non ci sono più speranze che qualcuno si azzardi a dire la verità, si ricorre all’infallibile Pentothal. Il siero della verità che non perdona… peccato che anche lui non sia infallibile, che sia un’invenzione più che una realtà e che… se anche fosse possibile utilizzarlo qui da noi, prevarrebbe la logica della difesa della privacy – o del segreto di stato, o di chissà che.

Elena

(*) chi volesse un elenco più esaustivo – per quanto sempre incompleto – lo trova qui:
http://vogliadisinistra.blogspot.com/2007/11/sicurezza-e-forze-dellordine.html

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QUALCHE RIFLESSIONE SUL POLIZIOTTO DAL GRILLETTO FACILE

di Mario Ciancarella

Provo a comunicare alcune riflessioni a partire dalla vicenda del tragico omicidio di un giovane tifoso laziale, per andare oltre l’angusto orizzonte delle singole vicende e chiederci se una “visione politica” adulta sulle diverse circostanze in cui ci si possa ambattere non abbia necessita’ di saper legare tra loro anche vicende apparentemente lontane ed incommensurabili.

Sono convinto che la vicenda di Arezzo
ci interroghi infatti anche sulle nostre reazioni alle vicende dei Rom, ultima delle quali lo scellerato omicidio di Roma, per risalire a Genova 2001 e via su su fino a chiederci se la deriva sociale ed istituzionale non si radichi nel progressivo abbandono di una consapevole cultura costituzionale e democratica, con la rinuncia ad una piena sovranita’ nazionale.

Che c’entra dunque la tragica vicenda di Arezzo con Roma e con Genova ed i grandi temi della Democrazia? Proviamo a ragionare.

Un poliziotto, noto per la sua “esuberanza”
nel contrasto al crimine – un atteggiamento che pur gli aveva meritato encomi per i risultati ottenuti in operazioni contro crimini e criminali patentati -, si lascia andare ad una follia in una situazione assolutamente ordinaria, e spara, ad altezza uomo, attraverso due corsie autostradali percorse da decine di auto in movimento ed elevata velocita’. Ha la “sfortuna” di colpire mortalmente un giovane sulla piazzola opposta (senza che sia dato ancora sapere se avesse intenzionalmente mirato proprio alla sua vittima), ma ha anche la “fortuna” di non colpire nessun guidatore in marcia sulla normale corsia autostradale, con il che avrebbe determinato sicuramente una ben piu’ ampia e terribile strage.

E qui abbiamo visto spegnersi improvvisamente
tutta la nobilta’ che va riconosciuta ordinariamente alla professione di poliziotto al servizio della Comunita’ sociale e della sua sicurezza, per vederla trasformarsi piuttosto in una ignobile pantomima di rifiuto di assunzione di responsabilita’. Leggiamo stamane l’ultima risibile versione del responsabile dell’evento tragico: il colpo d’arma da fuoco sarebbe partito mentre il nostro agente omicida era impegnato a registrare il numero di una targa (quale? Quella dell’auto colpita? A sessanta metri di distanza? Aquile e falchi sarebbero nulla a confronto di questo “coraggioso operatore” della sicurezza).

Ora non c’e’ chi non sappia o non capisca
che chiunque impugni un’arma lo fa con la mano di predilezione (destra o sinistra), la stessa con la quale scrive. Ed e’ allora ignobile e risibile (se non fosse tragico) affermare che mentre si registrava un numero di targa si stesse impugnando l’arma con la mano anomala e che in quella fase sia partito accidentalmente e sfortunatamente un colpo.

A proposito viene da chiedersi,
ma dov’e’ il foglio sul quale stava scrivendo l’agente, e quali numeri aveva gia’ trascritto della targa traguardata? Gia’ lui ha detto pero’ che stava scrivendoli, per mancanza di carta su una mano, come avrebbe mostrato al Magistrato – il quale, c’e’da augurarsi, abbia fatto fare un rilievo fotografico di quello scritto sulla pelle -. E dunque c’e’ da pensare che la mano su cui stava scrivendo fosse quella con cui veniva impugnata, pur in modo anormale ed anomalo, la pistola; perche’ sarebbe folle pensare che l’agente potesse scrivere tenendo allo stesso tempo l’arma nella mano con cui scriveva.

Ma allora fate una prova e valutate se, scrivendo sul dorso di una mano, questa non sia necessariamente ed istintivamente ruotata con le dita verso la parte opposta del vostro corpo e valutate la direzione in cui sarebbe rivolta in quelle condizioni la canna di quell’arma che ipoteticamente terreste in quella mano su cui stareste scrivendo…. Il gesto istintivo e ordinario di chiunque sia un “normale ed umano mortale” sarebbe quello di rinfoderare l’arma prima di accingersi a scrivere qualcosa, non vi pare?

In piu’ nulla ci e’ stato detto della posizione del corpo dello “scrivente”, all’atto della inopinata scarica, e se cioe’ fosse voltato in una delle due direzioni delle corsie, ovvero se fosse ad esse trasversale come sarebbe stato necessario e piu’ plausibile, per quanto detto sulla lettura della targa. Chiedetevi dunque quale avrebbero potuto essere le posizioni reciproche del corpo e della mano che impugnava l’arma perche’ il colpo inavvertitamente esploso potesse essere dirigersi in direzione della piazzola opposta. E vi accorgereste facilmente (ed e’ per questo che sarebbe dunque importantissimo conoscere la posizione del corpo dell’agente) che sarebbe stato materialmente impossibile che l’agente stesse realmente traguardando ad un numero di targa da trascrivere perche’ il colpo seguisse la traiettoria mortale che in realta’ gli e’ stata impressa.

Ordinariamente e necessariamente la canna dell’arma, nella condizione descritta, dovrebbe essere rivolta sulla propria destra o sulla propria sinistra (a seconda della mano con cui la si vuole impugnata) per costituire la base di appoggio del “foglio” (foss’anche il dorso della mano) su cui si sarebbe intenti a registrare la targa. E sarebbe comunque criminale se un poliziotto consentisse a se stesso di impugnare con trascuratezza un’arma, con il colpo in canna e senza sicura, rivolta verso una trafficata corsia autostradale.

E non e’ finita, perche’ la traiettoria di un colpo sparato accidentalmente, nella condizione di precaria ed instabile presa collegata alla scena cosi’ descritta, sarebbe ben diversa ed anomala (non fosse che per il rinculo certamente non controllato e non controllabile in quella situazione, che avrebbe portato il colpo a dirigersi quanto meno verso l’alto) rispetto a quella parallela al terreno descritta ed accertata invece dai rilievi balistici.

No, caro il nostro agente, la volontarieta’ del tiro e’ quasi smaccatamente dimostrata e dunque la responsabilita’ personale e’ gravissima. Ma siamo al punto cruciale.

E’ infatti possibile che,
nello sviluppo di una cultura professionale e di un addestramento specifico, la lotta alla criminalita’ e le sue necessarie metodiche possano avere il sopravvento su una consapevole e responsabile coscienza del proprio ruolo e della propria funzione di garanzia costituzionale di ordine e sicurezza pubblici. E solo in questo caso si comprende perche’ possa essere possibile estrarre un’arma, sbloccarla dalla propria sicurezza, armarla (colpo in canna), mirare e sparare senza porsi nessun problema di congruita’ della reazione alle condizioni reali in atto. Passaggi questi tutti necessari a meno che uno non si senta uno sceriffo del far west e un po’ tanto Rambo (ma cosi’ tanto sciocco) da precostituire consapevolmente condizioni di assoluta insicurezza personale e dei propri colleghi partners, portando ordinariamente l’arma nella fondina libera da sicurezza e gia’ con il colpo in canna.

Ma tutto questo ci descrive allora
una cultura di polizia degenerata rispetto alle esigenze costituzionali ed alle garanzie democratiche che sono le uniche condizioni che danno dignita’ ad una professione che non puo’ prescindere anche dall’uso organizzato della violenza e delle armi.

G8 Genova

In questa cultura infatti l’unica circostanza che distingue un poliziotto da un criminale e’ che il primo non porta armi come il secondo con il solo intento di intimidire, minacciare ed esibire potere; ma le porta nella consapevolezza di doverla comunque utilizzare solo per fronteggiare un pericolo certo ed imminente di essere esposto al fuoco avversario, e di dover comunque rispondere ad una autorita’ “terza” sia sul piano disciplinare che di legittimita’ giudiziaria, per l’accertamento del legittimo e congruo uso delle armi, ovvero dell’eccesso, cosi’ come di un suo eventuale “non-uso” in circostanze che pur ne avressero esigito l’impiego.

Non e’ schizofrenia, ma piuttosto quella cultura del diritto e del pieno rispetto delle persone, ivi compresi i “prigionieri”, che nel lungo e faticoso cammino della civilta’ ha conferito legittimazione e dignita’ allo Stato, differenziandolo – proprio per i diversi riferimenti etici e deontologici e per i concreti comportamenti assunti dei suoi funzionari e rappresentanti – dai banditi e dai criminali, fino all’antistato delle organizzazioni mafiose.

Sono dunque queste alterazioni e devianze, dalla ordinaria cultura costituzionale che dovrebbe animare gli apparati dello Stato e le sue espressioni a qualsiasi livello, gli aspetti che andrebbero allora analizzati, per capirne i percorsi ed i contorni, per diagnosticarne la gravita’ e sperare di saper individuare percorsi e strumenti terapeutici efficaci.

Anzitutto riscoprendo l’altissimo valore e significato della responsabilita’ personale. Non solo di coloro che commettono crimini, ma anche di coloro che nelle strutture e negli apparati dello Stato, sbagliando – e certamente guidati da sentimenti ed obiettivi diversi da quelli che animano i criminali, ma pur sempre sbagliando – commettono anch’essi crimini ed atti illeciti o illegittimi. Cosi’ come ci si aspetta che anche una intera vita di specchiata onesta’ e di correttezza e competenza professionale non debba salvare e non sia lecito che salvi un qualsiasi stimato professionista medico dalla inavvedutezza di un momento (per colpa grave o per sconcertante decisione consapevole) che avesse determinato un ingiustificato decesso o gravi danni alla salute di un paziente

Ed invece assistiamo all’indecorosa corsa alla pratica omertosa tipica del mondo criminale, quando gli errori siano consumati “dai nostri”, ed alla criminale generalizzazione della responsabilita’ quando i crimini siano perpetrati “dagli altri”. Ed e’ qui che scattano allora i paralleli con la vicenda dell’esecrabile delitto del Rom a Roma e con le vicende di Genova 2001, per le quali le funzioni politiche legislative ed esecutive non si peritano di perdere la faccia (in un dibattito democratico che pur langue e si intiepidisce) e di ostacolare qualsivoglia accertamento serio e severo delle responsabilita’ in comportamenti scellerati e devianti dei suoi funzionari.

Ma allora la dinamica politica e sociale viene incoraggiata a trasformarsi in un gioco al massacro, per cui la generalizzazione contrapposta si fa feroce e si carica di astio e spirito di rivalsa vendicativa. I Rom divengono una etnia predisposta geneticamente a delinquere, per la societa’ civile e per le forze dell’ordine, cosi’ come i poliziotti diventano tutti assassini nella vulgata urlata delle vittime (e dai loro compagni di percorso) di tragici eventi che abbiano visto coinvolti, come responsabili, Carabinieri e Poliziotti.

Dovremmo mantenere la capacita’ e la freddezza per non inseguire tali reazioni umorali e di arroccamento di casta o di cosca, per analizzare lucidamente i fatti e proporli alla riflessione comune.

Non e’ infatti accettabile ad esempio che i colleghi di un qualsiasi militare che si trovi coinvolto in tragici fatti siano piuttosto orientati alla cieca e pregiudiziale solidarieta’ omertosa che non alla consapevole, per quanto terribile, ed onesta relazione sulle dinamiche. Perche’ allora si diviene davvero i complici peggiori del crimine e della devianza, in quanto la solidarieta’ di corpo avrebbe avuto il sopravvento sul dovuto rispetto delle Leggi, nel loro spirito e nel loro dettato. E la ordinaria solidarieta’ di corpo e categoria si trasformerebbe in una tipica omerta’ di stampo mafioso.

Non e’ possibile ad esempio
che ci lasci indiffenti la circostanza che una donna rom, pur incapace di parlare la nostra lingua, pur condividendo con un criminale le stesse condizioni di appartenenza etnica, di indigenza ed emarginazione sociale, non abbia tratto da queste situazioni motivo per ritrarsi e disinteressarsi di quanto era stata testimone. Fino a sbracciarsi rischiando di farsi investire da un autista di autobus, fino a convincerlo che fosse accaduto qualcosa di grave e indurlo a chiamare la Polizia, fino a condurre i poliziotti sul luogo del crimine ed indicare il responsabile, fino a confermare davanti al Magistrato le sue testimonianze e le sue accuse (ricevendo il sentito ringraziamento dal Magistrato per il coraggio ed il senso civile dimostrati), fino a vedersi scaricare addosso minacce neppure velate di ritorsioni, ovvero accuse di infamita’ e di corresponsabilita’ di un suo familiare nel crimine denunciato, e fino ad essere oggetto di tentativi di discredito – nella ormai nota sequenza sperimentata gia’ con il primo e forse “unico vero” pentito di Mafia, Leonardo Vitale – accusandola di una follia che sarebbe documentata dai ricoveri in case psichiatriche rumene (ma forse in tempi in cui i regimi filosovietici non avevano alcuna difficolta’ a risolvere con la infermita’ mentale ed il ricovero coatto tanto le presenze indesiderabili di dissidenti politici, quanto quelle, altrettanto indesiderabili e seguendo le orme delle pratiche nazifasciste – delle etnie rom).

E non e’ accettabile che tutto questo non ci liberi dal pregiudizio generalizzato verso i cittadini rom (anche fossero, come sono in larga parte, di cittadinanza italiana) o rumeni ritenendoli geneticamente ed insopportabilmente predisposti a delinquere con buona pace di qualsiasi minimale ricordo del principio della responsabilita’ personale. E tutto questo proprio mentre ben tre colleghi di pattuglia dell’agente Spaccarotella non abbiano saputo offrire nella immediatezza, e con completezza ed attendibilita’, una precisa descrizione della dinamica dei comportamenti del loro commilitone.

E’ questo che da’ alla vicenda l’insopportabile puzza della complicita’ omertosa in ragione della condivisione professionale, e del quotidiano rischio personale certo, ma sono ragioni insufficienti a cancellare i doveri di responsabilita’ e consapevolezza costituzionale nello svolgimento dei propri compiti e funzioni.

Sul fronte opposto dei negazionisti
(che sono altra cosa dalle espressioni dell’antagonismo sociale e politico) di qualsivoglia dignita’ istituzionale agli apparati ed ai loro uomini si rischia di giustificare allora ancor di piu’, con simili atteggiamenti di protezione negazionista della verita’, la tendenza emotiva a colpevolizzare e criminalizzare tutto l’apparato indifferenziatamente.

Ma e’ il medesimo atteggiamento mentale
e culturale per cui un poliziotto addestrato esasperatamente a contrastare il crimine nelle forme necessarie ed idonee (nonche’ legittime, ma prive di contrappesi di ordine etico costituzionale) rischia di non saper piu’ distinguere tra le circostanze diverse che e’ chiamato a fronteggiare e tra i diversi soggetti con cui debba misurarsi. Se “la’ fuori sono tutti criminali e cani rognosi” non vi e’ dubbio che ci si possa sentire legittimati all’uso indiscrinato della violenza e dei suoi mortiferi strumenti. Certo, la valutazione di merito della Magistratura sulle responsabilita’ dovra’ a sua volta essere capace – secondo le Leggi che il Parlamento le avra’ dettato – di valutare tutti i gradienti e le motivazioni in cui un crimine o un atto comunque illecito vengano perpetrati, ma questo non potra’ mai divenire presunzione di impunita’ e pretesa di immunita’ per irresponsabilita’ oggettiva. L’unica oggettivita’ attiene alle conseguenze del crimine o dell’atto illecito, ed essa esige una condanna, graduata e motivata, ma una condanna non priva di severita’.

E questo ci riporta a Genova 2001
e alla considerazione che, aldila’ degli specifici e tragici episodi, appare irresponsabile una politica che, messa di fronte ad innegabili ed inaudite violenze illegittime dei suoi apparati, non senta l’urgenza e l’obbligo di avviare severe commissioni di indagine amministrativa e politica (forse ancor prima e ancor piu’ della autonoma attivita’ delle funzioni giudiziarie), per accertare, definire e comunicare con limpidezza le repsonsabilita’ personali ed eventualmente i percorsi ed i meccanismi sui quali si e’ inceppata la garanzia di costituzionalita’ che gli apparati dovrebbero offrire in ogni circostanza, anche la piu’ drastica, anche la piu’ violenta.

Ben sapendo che il comportamento degli apparati e’ sempre e comunque dettato dalla volonta’ politica prevalente e gerarchicamente sovraordinata, questa garanzia recentemente ribadita con l’affossamento della Commissione di Inchiesta di imperscrutabilita’ e non indagabilita’ degli apparati, ancor prima che di immunita’ ed impunita’, appare allora come una pregiudiziale, quanto inaccettabile, riserva da parte della funzione politica esecutiva dell’uso violento e prevaricatore che essa intenda sentirsi libera di fare dei propri apparati, anche quando le ambizioni politiche che li suggerissero fossero dettate da illegittimita’ e voglia di attentare alle Istituzioni Democratiche.

Questo e’ il vero nocciolo della discussione, non le accuse rimbalzate tra le parti politiche e spesso condivise in modo bipartizan di voler colpevolizzare e mettere sotto accusa in modo indiscriminato con inchieste serie l’intero sistema degli apparati. Perche’ e’ proprio facendo luce e discrimine tra i comportamenti diversi, e sulle malintese facolta’ e modalita’ di gestire l’ordine pubblico che si puo’ arrivare a diagnosticare correttamente le eventuali devianze, saperne valutare la natura episodica o patologica e indicare percorsi terapeutici efficaci.

Ad esempio una Commissione di indagine sui comportamenti delle Forze dell’Ordine dovrebbe a mio parere rendere pubblici, per una comune e condivisa valutazione, i criteri e le modalita’ di preparazione ed addestramento tanto nell’ordinarieta’, quanto nelle circostanze speciali. Come fu ad esempio dei periodi di addestramento con istruttori statunitensi nel periodo immediatamente precedente i fatti di Genova.

Per capire quanto possa essere legittimo,
o ad “alto rischio democratico”, decidere di lasciar addestrare i propri uomini degli apparati di sicurezza da chi ( per quanto sia alleato) ritiene (e legittimamente forse, nella propria specifica cultura) la pena di morte un criterio non negoziabile della propria amministrazione della Giustizia. Di chi abbia inteso denunciare le convenzioni di Ginevra sul rispetto dei prigionieri e delle popolazioni civili, e pretende di sottrarre gli uomini dei propri apparati ad ogni indagine per responsabilita’ nella violazione dei diritti umani e nella consumazione di crimini contro l’umanita’ durante le operazioni loro assegnate.

Dovrebbe chiedersi e valutare come mai nei nostri apparati e nelle nostre Forze Armate non esistano centri di appoggio e di sostegno psicologico per gli operatori, formati da personale scelto e “addestrato al sacro rispetto dei vincoli costituzionali”, e comunque tali da poter continuamente monitorare le condizioni di stress degli operatori e la loro devianza potenziale quanto pericolosa per la democrazia. Come mai esistano solo forme embrionali di “Uffici Disciplinari”. I quali non sembrano essere orientati, addestrati e preparati ad orientare e verificare la capacita’ degli operatori di agire con lucidita’ e con riferimenti etici e valoriali compatibili con il dettato ed i principi costituzionali, verificando e contrastando l’insorgere di tentazioni autoreferenziali ed autoassolutorie di qualsiasi comportamento illecito in nome del rischio o del pericolo cui gli operatori sono esposti. Rischio e pericolo che tuttavia dovrebbe essere stato scelto ed accettato con responsabile consapevolezza.

E dunque capire perche’ tali “Uffici Disciplinari”
appaiano piuttosto orientati a garantire la obbedienza passiva, pronta cieca ed assoluta anche di fronte ad ordini illegittimi, piuttosto che su quella consapevole e leale voluta dai principi costituzionali

E’ solo da qui che puo’ iniziare
il percorso virtuoso di un rapporto di empatia della societa’ civile con gli uomini degli apparati, per un vero ed efficace isolamento delle espressioni di violenza illecita ed illegittima. Perche’ si offrirebbe cosi’ una immagine dello Stato non blindato nelle sue certezze e sicumere di arbitrio insindacabile, ma alla ricerca condivisa di equilibri sempre piu’ avanzati di adesione al dettato costituzionale. Uno Stato che non abbia timore di mettere sotto accusa un proprio funzionario, solo in virtu’ della sua appartenenza all’apparato.
Ma se manca questo, tutto puo’ succederci. Se perdiamo il senso profondo dello Stato costituzionale, se perdiamo il convincimento e la pretesa, da Cittadini Sovrani, che ogni potere politico e funzione costituzionale debba rispondere in trasparenza del suo operato ad organi terzi (l’esecutivo al Parlamento, il Parlamento al Paese, la Magistratura e gli apparati alla Legge, e tutti insieme alla Costituzione), se consentiamo che il potere politico invece limiti la pubblica conoscenza dei comportamenti propri e dei suoi apparati, che impedisca accertamenti giudiziari su tali comportamenti, ed affronti con astiosi comportamenti censori la libera informazione, accadra’ prima o poi che qualcuno vorra’ appropriarsi dello Stato in maniera autoritaria e arbitraria cancellando ogni garanzia costituzionale e democratica.

E per realizzare tutto cio’ basta creare le condizioni del “caos” gia’ ampiamente indicate e sperimentate da un periodo di terrorismo mai compiutamente indagato, in cui ha avuto non poca influenza la condizione di sovranita’ limitata.

Questo dovrebbe spingerci
a quella che un tempo si chiamava vigilanza democratica, e che oggi ci chiamerebbe a non assecondare l’onda del qualunquismo e della generalizzazione in nome di una sicurezza che sembra nessuno sappia e voglia piu’ declinare abbinandola ai concetti di “democratica e costituzionale, cioe’ fondata sul primato indiscutibile ed assoluto dei Diritti Fondamentali della Persona Umana”.

Mario Ciancarella

fonte: ricevuto via e-mail

Bangladesh, per Mezza luna i morti sarebbero 10 mila

Un elefante aiuta la popolazione in Bangladesh per ciclone Sidr - foto Ap - 220*166 - 16-11-07

Sarebbero almeno 10 mila i morti provocati dal passaggio del ciclone Sidr che ha devastato il sud del Bangladesh.

Lo sostiene la Mezza luna rossa del Bangladesh (l’equivalente della Croce rossa, ndr) che raccoglie informazioni da migliaia di volontari impegnati in tutti i distretti devastati. Ma molte zone del Paese sono ancora irraggiungibili per i soccorritori e il quadro potrebbere essere solo parziale.

Sidr, la tempesta tropicale più devastante che ha colpito il Paese nell’ultimo decennio, ha distrutto decine di migliaia di abitazioni.

Secondo il ministero incaricato della gestione dei disastri naturali, sono oltre 1 milione e mezzo gli sfollati che hanno abbandonato i villaggi lungo la costa, mentre 2,7 milioni le persone direttamente colpite da Sidr.

Incalcolabili i danni economici considerando i 250.000 capi di bestiame deceduti e i raccolti distrutti. Nella capitale Dacca, molti quartieri sono tuttora privi di energia elettrica e acqua potabile con l’alto rischio che si diffondano epidemie.

Il passaggio del ciclone ha anche provocato un disastro ecologico: Sidr ha devastato la più grande mangrovia del mondo, nella regione di Sunderbans, iscritta nel patrimonio mondiale dell’umanità e riserva naturale di migliaia di specie di animali rari.

Pubblicato il: 18.11.07
Modificato il: 18.11.07 alle ore 16.31

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70700

Clima, rapporto Ipcc: per surriscaldamento a rischio un terzo delle specie

Le conseguenze del surriscaldamento climatico possono essere «improvvise e irreversibili» e rischiano di causare l’estinzione di quasi un terzo delle specie animali e vegetali del pianeta.

La sintesi del rapporto presentato a Valencia dal Gruppo Intergovernativo di esperti sul Cambio Climatico (Ipcc, nell’acronimo in inglese), delinea un futuro allarmante.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon – che nei giorni scorsi ha visitato l’Amazzonia e l’Antartide, vedendo di persona gli effetti del disgelo e della deforestazione – ha detto che le conseguenze del surriscaldamento sono paragonabili a «un film dell’orrore» e ha chiesto «un’alleanza mondiale» per opporre un’economia «verde» contro la minaccia.

«Il surriscaldamento del clima è inequivocabile, ed è reso evidente dall’aumento della temperatura media globale dell’aria e degli oceani, dal diffuso scioglimento dei ghiacciai e della neve e dall’aumento globale del livello del mare»: così inizia il rapporto.

«La gran parte dell’aumento delle temperature medie generali dalla metà del XX secolo è molto probabilmente dovuta all’innalzamento nelle concentrazioni di gas serra» causato dalle attività umane.

Le emissioni annuali di “gas serra” sono aumentate del 70 per cento dal 1970; le concentrazioni di diossido di carbonio, il principale dei cosiddetti “gas serra”, superano enormemente la media fisiologica degli ultimi 650.000 anni. «Undici degli ultimi dodici anni (1995-2006) sono tra i 12 più caldi» dal 1850 e il ritmo attuale del surriscaldamento – 0,13 gradi all’anno – è superiore a quello che l’Ipcc ha calcolato nel 2001.

La temperatura è cresciuta di più nell’emisfero settentrionale e specialmente nell’Artico «che si è riscaldato a una velocità doppia rispetto a quella del pianeta».

L’aumento è stato così forte che «dal 1961 si registrano innalzamento delle temperature oceaniche, alla profondità di 3 chilometri, e l’oceano ha assorbito più dell’80 per cento del calore aggiunto nel sistema climatico». L’innalzamento del livello del mare è stato molto piccola, ma riscaldare l’oceano richiede un’enorme quantità di energia. Riscaldandosi, il mare aumenta di volume e il suo livello è cresciuto in media di 3,1 millimetri all’anno dal 1993.

Secondo il rapporto, i ghiacci artici estivi sono diminuiti del 7,4 per cento ogni anno da quando nel 1978 sono cominciate le registrazioni via satellite (ma il dato è già vecchio perchè gli Stati Uniti, lo scorso 1 ottobre, hanno portato il calo al 10 per cento ogni decennio).

L’Ipcc afferma che la temperatura media dell’ultima metà del secolo XXI è stata probabilmente la maggiore mai registrata dalla scoperta dell’America, 500 anni fa, «e probabilmente la più alta negli ultimi 1.300 anni». Animali e piante già stanno rispondendo a questa novità: gli uccelli emigrano e gli alberi cambiano d’altitudine.

«Le emissioni di gas ad effetto serra sono cresciute del 70 per cento tra il 1970 e il 2004».

Sono i gas (l’80 per cento è CO2) che rendono la vita possibile: si accumulano nell’atmosfera e assorbono il calore che emette la terra, che altrimenti sarebbe troppo fredda. Ma da quando, nel 1750, l’umanità ha cominciato a bruciare carbone e petrolio senza limiti, la concentrazione è aumentata a dismisura e adesso, il manto che proteggeva la terra, rischia di asfissiarla.

In questo secolo le temperature sono destinate a crescere tra l’1.1 e il 6.4 gradi centigradi e il livello del mare tra i 18 e i 59 centimetri. Sono a rischio ecosistemi unici come quello polare o alle alte altitudini, le barriere coralline.

Saranno sempre più frequenti, intense e violente le ondate di caldo, le piogge torrenziali, i cicloni tropicali. Nessun Paese sarà esente dai cambiamenti climatici, ma i più colpiti saranno quelli più svantaggiati, soprattutto le isole piccole e le aree in cui centinaia di milioni di persone poco sopra il livello del mare.

Per far fronte a questa catastrofe incombente, i governi hanno una serie di strumenti (tasse più alte sulle emissioni, norme, tradeable permits, la ricerca, l’introduzione di una carbon tax), ma occorre un’alleanza mondiale e i tempi si fanno sempre più stretti.

Pubblicato il: 17.11.07
Modificato il: 17.11.07 alle ore 17.29

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70684


Cicchitto fischiato al convegno di An

Polemico botta e risposta tra il dirigente di Forza Italia e la platea di Assisi
Il partito del Cavaliere annuncia: “In oltre 5 milioni per mandare via Prodi”

“Contro Silvio non andate da nessuna parte”

E Casini ironizza sui gazebo: “Il premier non se ne va neppure con 52 milioni di firme”

Fabrizio Cicchitto

ASSISI – Le tensioni all’interno della Cdl dopo la fallita spallata a Prodi sul passaggio della Finanziaria in Senato continuano ad avvelenare i rapporti tra alleati di centrodestra. A farne le spese oggi è stato il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, sommerso di fischi nel corso di un convegno di An ad Assisi per aver difeso le posizioni di Silvio Berlusconi. “Non so dove volete andare – ha detto dalla tribuna Cicchitto – Non andate da nessuna parte mettendo in moto dei piccoli plotoni di esecuzione che a nome del partito unico tirano randellate a Silvio Berlusconi”.

Parole accolte da una bordata di fischi e pronunciate in risposta all’esponente di An Italo Bocchino che aveva accusa Berlusconi di aver contribuito al passaggio di Daniela Santanchè da Alleanza nazionale a La Destra di Storace. “Voi pensate davvero che Berlusconi abbia provocato la scissione di Storace?”, ha chiesto ancora retoricamente Cicchitto, ottenendo in replica un coro di “Sììììììì”. Una reazione che ha irritato il dirigente di Fi. “Ma che m’avete invitato a fare – ha proseguito – se dovevate fischiare e non ascoltare. Vi facevate da soli il partito unico e questo dibattito, invece di farmi venire qui. E’ stato fatto un duro attacco politico e io rispondo”.

In mattinata Cicchitto aveva polemizzato anche con il leader di An Gianfranco Fini per il contenuto dell’intervista concessa a Repubblica. Forza Italia, aveva sottolineato, “non accetta ultimatum, anzi li rispedisce con decisione al mittente”. “Noi – aveva detto ancora – non ci muoviamo in modo provocatorio nei confronti degli alleati. Non abbiamo scatenato nessuna polemica, nessuna offensiva, e non abbiamo lanciato alcun ultimatum, ma neanche li accettiamo”.

Il partito di Berlusconi resta insomma convinto della bontà della strategia adottata sino ad oggi e rivendica il successo della raccolta di firme per ottenere il ritorno alle urne. “I dati provenienti dal territorio delle ore 12 di oggi – spiega una nota diffusa dal coordinamento nazionale di Forza Italia – confermano la straordinaria, e inimmaginabile, adesione dei cittadini alla raccolta di firme contro il governo Prodi. L’obiettivo di 5 milioni di adesioni è stato ampiamente superato e il dato, seppure provvisorio, delle 12, si attesta su cinque milioni e ottocentomila”.

Cifre che non impressionano affatto il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. “I gazebo sono senz’altro un evento democratico, ma difficilmente porteranno Prodi a dimettersi. Quando arriveranno a 52 milioni di firme, Prodi dirà: Grazie, ma io resto qui”, ha ironizzato l’ex presidente della Camera. “Tutte le manifestazioni che evocano la spallata – ha proseguito Casini riferendosi al presidente del Consiglio – gli consentono di tirare avanti tranquillo”.

(18 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/politica/cdl11/cdl11/cdl11.html

Ahmetovic, il rom che uccise 4 ragazzi diventa vip

Marco AhmetovicAPPIGNANO (Ascoli Piceno). Marco Ahmetovic, il rom 22enne che il 23 aprile scorso investì e uccise quattro ragazzi ad Appignano, sarà testimonial di una campagna pubblicitaria per il marchio “romjeans”.

Dopo che è stata provata la sua colpevolezza per omicidio colposo plurimo, ed una condanna a sei anni e mezzo di reclusione, il gip gli ha concesso il beneficio degli arresti domiciliari da scontare in un residence che si affaccia sul mare di San Benedetto del Tronto.

Ricordiamo che nel sangue del rom fu trovato un tasso alcolemico di sei volte superiore a quanto consentito.

Ora, dopo quell’orribile delitto costato la vita a Davide, Danilo, Eleonora e Alex, ritroveremo la sua bella faccia stampata sui tabelloni e forse anche in tv per una campagna pubblicitaria studiata apposta per lui. A quanto sembra Marco Ahmetovic firmerà in settimana un contratto di 50mila euro circa solo per posare con un paio di occhiali, a cui andranno ad aggiungersi quelli relativi ai jeans ed al vestiario per un contratto “faraonico” di 150mila euro circa. A detta del suo manager, Alessio Sundas, questi soldi serviranno per risarcire le famiglie delle vittime.


fonte: http://www.pupia.tv/curiosita/1719/ahmetovic-rom-che-uccise-ragazzi-diventa-vip.html

Ma in che mondo viviamo?

Mi vergogno di essere italiana… mi vergogno di vivere in uno stato che ho sempre considerato civile e che oggi invece si dimostra assurdo! E’ impossibile per me pensare che si possa accettare che un uomo (di qualunque nazionalità sia) uccida da ubriaco 4 adolescenti e venga innalzato alle luci della ribalta come testimonial di una linea di jeans… ma qualcuno ha mai pensato a cosa possano provare i genitori di quei ragazzi di fronte a tale notizia?

Mi vergogno, mi vergogno perché oggi quello che i bambini imparano è che essere colpevoli equivale ad essere famosi! Mi vergogno perché si permette che un uomo disonesto non finisca in carcere ma in un bel residence vista mare e che il dolore profondo delle persone che lui ha reso infelici per tutto il resto della loro vita non conti nulla… ma come si può accettare tutto questo? Come si può pubblicizzare sui giornali questa enorme ingiustizia senza che nessuno si opponga? Quale insegnamento stiamo dando ai bambini che guardano il telegiornale? Come dobbiamo giustificare questo mondo davanti agli occhi innocenti di chi non può comprendere fino in fondo questo tipo di giustizia? Come posso essere fiera di uno Stato che lascia che tutto questo avvenga…

Annalisa Grasselli
Roma

(17 novembre 2007)

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=13286&sez=HOME_MAIL

Adesso vogliamo la verità sul G8

Cinquantamila in piazza, pacifici

di Alessia Grossi

genova, G8

Si parte da Piazza Principe, stazione marittima, Genova. Sei anni dopo la Genova del G8, 50mila persone riformano il corteo delle sigle di allora e dei nuovi movimenti, quelli nati dopo le vicende di quel controvertice. Ma il percorso non è lo stesso. La sfilata pacifica ma determinata percorre via Gramsci. In testa la Comunità di S.Benedetto, genovese perché è da questa città che si riparte al grido di Genova Libera. Pochi passi e arriva lui, Don Andrea Gallo a guidare con poche parole un corteo che è appena partito ed ha già messo in piedi lunghi discorsi.


«Porto il messaggio di padre Alex Zanotelli
– spiega il prete settantanovenne con la sciarpa della pace al collo – L’Intera lettera la leggerò a conclusione del corteo in piazza De Ferrari. Qualche stralcio: È gravissimo che si faccia ricadere la responsabilità dei fatti di Genova solo sui 25 partecipanti condannandoli a 225 anni di carcere, mentre i veri responsabili sono stati promossi ad alte cariche dello Stato». E, conclude Don Gallo dando inizio alla manifestazione, «siamo noi a dover dimostrare loro che cosa significa democrazia. Mi raccomando, non fatevi provocare dai figli di….». Ed eccolo il corteo che si muove compatto dietro lo striscione con scritto La storia siamo noi. In seconda fila il comitato Verità e Giustizia, una delle sigle che si battono per la verità dell’omicidio di Carlo Giuliani. Dietro nei vari comitati si grida a gran voce: «Carlo è vivo e lotta insieme a noi». Ancora in successione lo striscione Disarmo indica che i temi del 2001, quelli che sostenevano che un altro mondo è possibile non si sono esauriti e che anzi oggi, a sei anni di distanza hanno voluto Tornare a Genova. Ci sono anche i sindacati dei lavoratori con la Fiom che parlano di lotta del proletariato. I No Tav a seguire con le loro bandiere e i loro striscioni. E in fondo al corteo che ancora non si riesce a quantificare i partiti. Pci, Prc e Sinistra europea.


Ci sono proprio tutti.
Da i promotori del Genoa Social Forum a Global Project, rete Lilliput, Vittorio Agnoletto, l’Arci. Quelli che allora avevano creduto che un nuovo mondo fosse possibile, insieme, dopo sei anni ad associazioni e comitati nati dopo i “fatti di Genova 2001”. Le ex tute bianche, ora “Quelli di via Tolemaide”. Supporto Legale, comitati che hanno promosso e vista bocciata in Parlamento la proposta di una Commissione parlamentare d’inchiesta che accerti le responsabilità e il ruolo delle forze dell’ordine nella repressione dei manifestanti al controvertice del G8 di Genova. La rete di allora si ricostituisce dopo un lungo periodo di silenzio. Dopo la paura, la ricerca spezzata di giustizia al Porto dei Mille oggi inizia un nuovo percorso per ribadire le stesse idee di allora.


Molte le polemiche
che hanno accompagnato questa riunione. La mancata adesione della Cgil nazionale e la libera iniziativa di aderire solo di alcune personalità regionali. Soliti problemi logistici che hanno quasi impedito a molti manifestati di arrivare dal resto d’Italia. Il treno speciale da Napoli che a Roma questa mattina era già quasi pieno, poi è stato fermato a Firenze e ancora a Pisa. E quello “ribelle” da Milano che solo alle 16 riesce ad arrivare a Genova.


L’attesa di partecipazione era alta,
ma a quanto pare i numeri del corteo hanno superato qualsiasi previsione. Per la questura ci sarebbero dovuti essere 20-30 mila manifestanti. Ma già si parla di più di 50mila. Genova sotto assedio? Qui tra musica e discorsi al sole del lungo porto del capoluogo ligure sembra piuttosto in atto un’invasione pacifica, come avevano promesso gli organizzatori. «Hanno tentato di spaventare la città, spiega Vittorio Agnoletto, hanno chiuso le scuole alle 11 questa mattina, e pare abbiano schierato 100 vigilantes privati per la città. Invece qui è tutto calmo e pacifico». Quanto alle forze dell’ordine la polizia è schierata su via Gramsci invasa dal corteo. La città è comunque quasi deserta, i negozi, in parte chiusi per lo sciopero dei commercianti sono stati invitati dall’amministrazione comunale dal prefetto a restare aperti, per loro non c’è pericolo. Ma al passaggio della sfilata quasi tutti tirano giù la saracinesca.


Rispettati comunque gli accordi presi
tra i vari movimenti nell’ultima riunione di questa mattina in piazza Sarzano. Al convegno però non si è discusso solo di logistica ma ancora una volta di contenuti. Comun denominatore degli interventi le ragioni di questa mobilitazione a sei anni dal G8. «Sei anni fa la rete dei movimenti di Genova chiedeva un cambio di politica, rivendicava temi che da allora non a caso sono diventati di tanti. Quell’affacciarsi di nuove energie venne represso nel sangue e con la morte di un ragazzo. Oggi siamo qui a dire che non ci siamo fermati e ad impedire che passi l’impunità in cambio di pene esemplari che stravolgono il codice penale» dichiara Paolo Beni, presidente dell’Arci.


Per Vittorio Agnoletto
«la richiesta più importante è quella di una commissione d’inchiesta che si deve fare perché si sappia tutta la verità e sia fatta giustizia su quello che accadde non solo nella scuola Diaz o nella Caserma di Bolzaneto, ma anche per le strade e chiarisca quali furono le responsabilità anche politiche che guidarono la repressione».


«Il prossimo appuntamento
speriamo sia in Sardegna per il G8 del 2009 – dicono dal Social Forum di Cagliari. Ma l’azione non si svolgerà sull’isola della Maddalena, dove si incontreranno gli otto grandi, troppo piccola e difficile da raggiungere, ma su tutta l’isola della Sardegna, per un’azione diffusa e organizzata del movimento del controvertice».


Intanto, il corteo è arrivato
a piazza de Ferrari, dove un concerto concluderà la giornata di mobilitazione. Don Andrea Gallo torna sul palco per leggere tutta la lettera di Alex Zanotellli, che ha chiesto «con forza al governo Prodi di avere il coraggio di proclamare le giornate di Genova 2001 un evento storico per la democrazia italiana». La festa è finita, a don Gallo, accompagnato da don Vitaliano della Sala, resta solo un’amarezza: «Su questo palco – conclude – dovrebbero esserci le istituzioni. Invece ci sono due preti».

Pubblicato il: 17.11.07
Modificato il: 17.11.07 alle ore 19.11

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70685


Ultimatum di Fini a Berlusconi

Ultimatum di Gianfranco Fini al Cavaliere: ha lacerato il centrodestra
“Berlusconi sbaglia e lo sa benissimo, purtroppo non lo riconosce”

“Cambio di strategia entro gennaio
o ognuno andrà per la sua strada”

di MASSIMO GIANNINI

Gianfranco Fini

ROMA – Gianfranco Fini lancia l’ultimatum a Silvio Berlusconi: “Adesso basta – dice in questa intervista a Repubblica – è arrivato il momento in cui o questo centrodestra è in grado di trovare una soluzione unitaria, di ridarsi una missione, di rioffrire al Paese un progetto, oppure si prende atto che la coalizione non c’è più, e ognuno va per la sua strada. Tertium non datur… “. In assenza di una svolta concreta, il leader di An si spinge a delineare un possibile capolinea per la Cdl. “Io voglio rilanciare l’alleanza, sia ben chiaro. Ma non accetto che mi si diano pagelle. In questi 18 mesi di governo del centrosinistra noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per far cadere il governo Prodi. Ma non è servito a niente. Non voglio fare il grillo parlante, ma è ora che Berlusconi ne prenda atto”.

Presidente Fini, la sua analisi non coincide affatto con quella del Cavaliere, che invece dice di aver lottato da solo, mentre voi facevate giochi di palazzo. E proprio per questo, a lei e Casini ripete “dopo tutto quello che ho fatto, solo io ho titolo per darle, le pagelle”.
“Questo ragionamento per me è inaccettabile. Berlusconi sbaglia, e lo sa benissimo. Purtroppo non lo riconosce, e questo è l’errore più grande che sta commettendo. Ognuno di noi, in questo anno e mezzo, ha combattuto la battaglia politica. Con modalità diverse, con la presenza assidua dei senatori in aula, con manifestazioni di piazza. Io personalmente ho fatto un corteo a Roma con centinaia di migliaia di persone, ho organizzato convegni, ho incontrato le categorie, ho contrastato la maggioranza su tutti i temi, la sicurezza, la giustizia, il fisco. Nell’opposizione c’è stata una pluralità di sforzi. Nonostante questo, il governo non è caduto. Insomma, dopo 18 mesi vogliamo riconoscere onestamente che non sono serviti a raggiungere l’obiettivo? Vogliamo riconoscere che se nel Paese c’è una maggioranza che vuole mandare a casa Prodi, in Parlamento c’è una maggioranza che non vuole andare a elezioni anticipate?”.

Berlusconi non pare convinto: dice che lui ha fatto “implodere il centrosinistra”. E davvero così?
“Questo governo ha una maggioranza numerica, anche se non ha una maggioranza politica. Piaccia o no, questo è il quadro che ci si presenta dopo il voto del Senato sulla Finanziaria. Dobbiamo prenderne atto, una volta per tutte. E dobbiamo fare autocritica. Tutti, e sottolineo tutti. A partire dal risultato elettorale del 2006. Abbiamo perso per 24 mila voti: dove abbiamo sbagliato? Da allora ci siamo dati un obiettivo che non abbiamo raggiunto: dove abbiamo sbagliato?”.

Tutte queste domande il Cavaliere non se le pone proprio. Lui vuole solo elezioni subito.
“Anch’io voglio le elezioni. Anch’io voglio mandare a casa Prodi prima possibile, perché questo governo fa solo danni al Paese. Lo ha detto anche Dini al Senato. Ma ora, con grande realismo, voglio chiedere a Berlusconi: qual è la strada migliore per raggiungere l’obiettivo? Quella seguita fino ad ora, evidentemente, non lo è. Lo dicono i fatti. Dopo il voto del Senato sulla Finanziaria c’è un solo modo per staccare dalla maggioranza numerica attuale quei 5 o 10 senatori, che sarebbero anche pronti a farlo, ma a condizione di non tornare a votare subito con questa legge elettorale, che per loro equivarrebbe al suicidio politico. E quel modo è l’accordo tra i Poli su una nuova legge elettorale, e possibilmente su quelle due riforme costituzionali che servono a garantire la governabilità”.

Scusi se insisto. Ma Berlusconi ha detto che il dialogo sulle riforme è solo una perdita di tempo.
“Questo è un grave errore strategico. Continuare ad agitare lo spettro delle elezioni anticipate è un’assicurazione sulla vita per Prodi. Io capisco che in questi giorni Berlusconi ha i gazebo nelle piazze, e vuole galvanizzare i suoi. Ma lo aspetto al giro di boa”.

E quale sarebbe il giro di boa?
“Guardiamo il quadro politico: alla Camera la Finanziaria passerà senza problemi, e il provvedimento sul Welfare sarà inserito nella stessa manovra, con un decreto su cui metteranno la fiducia. Dunque, per me il giro di boa è l’inizio dell’anno nuovo. Se in quel momento saremo in grado di rilanciare su basi nuove la nostra iniziativa politica, bene. Altrimenti ognuno andrà per la sua strada”.

E nel frattempo? Cosa chiede a Berlusconi?
“Mi passi il gioco di parole: la vera cosa sbagliata, che Berlusconi non deve ripetere, è dire che non abbiamo sbagliato. Diciamo la verità: oggi il centrodestra è più lacerato di prima. Il grande consenso che registriamo nel Paese ci deriva dal fallimento cosmico di Prodi, più che dalle nostre virtù. Non abbiamo una posizione unitaria sulle riforme, cioè sulle regole del gioco democratico. E in assenza di nuove regole, a votare non si torna. Non solo: la prospettiva unitaria, ad oggi, è lontanissima”.

E quindi?
“E quindi io chiedo: cominciamo a riflettere su nostri errori, per non ripeterli più. Smettiamola di dire solo “tanto prima o poi Prodi cade e noi rivinciamo”, senza fare niente di costruttivo. Cominciamo a porci qualche domanda. Intanto, perché abbiamo perso le ultime elezioni? Forse è stato un errore non attuare il Patto per l’Italia, che aveva isolato le posizioni conservatrici della Cgil? Forse è stato un errore non occuparci della riforma della giustizia civile? Forse è stato un errore ridurre le aliquote Irpef, senza preoccuparci di inserire nella riforma il quoziente familiare? E poi, appunto: cosa facciamo se torniamo a governare il Paese? Non possiamo pensare di limitarci a un generico heri dicebamus. E infine, cominciamo ad elaborare una proposta sulla legge elettorale, e a discutere con il centrosinistra…”.

Così allunghereste la vita di Prodi, le risponderebbe il Cavaliere.
“E vero l’esatto contrario. Io voglio che Prodi vada a casa, come e più di quanto lo voglia Berlusconi. E non voglio fargli sconti di nessun genere. È su questo che non ci capiamo. Io posso tranquillamente trattare con Veltroni sulla riforma elettorale, ma ciò non significa affatto che la mia opposizione al governo diventa meno dura. I fatti più recenti lo dimostrano: abbiamo attaccato il governo, senza pietà, sulla sicurezza nelle città come sull’immigrazione clandestina. An ha appena presentato una mozione di sfiducia per Padoa-Schioppa, sulla vicenda Petroni-Rai. L’equazione secondo la quale se tratto sulle riforme rendo la vita facile a Prodi la vede solo Berlusconi. Insisto, è vero l’esatto contrario: è più facile che Prodi cada se c’è un serio confronto sulla riforma elettorale, piuttosto che se non c’è niente di alternativo”.

Infatti Prodi dice che al suo governo non c’è alternativa.
“Appunto. Vuole una prova ulteriore di quello che dico? Negli ultimi tre mesi vari cespugli dell’Unione, dalla sinistra radicale a Di Pietro o Dini, hanno minacciato di far cadere il governo sul pacchetto sicurezza o sulla manovra. Ma alla fine hanno sempre trovato il compromesso. Oggi è Mastella che minaccia la crisi. E la minaccia sul referendum elettorale, perché lì non esiste compromesso: o si fa, o non si fa. Quella è davvero la questione dirimente. Per questo dobbiamo smetterla di sottrarci al confronto”.

Presidente Fini, andiamo sul pratico: se domani Veltroni la chiama, lei si siede al tavolo, anche senza il Cavaliere?
“Non c’è neanche bisogno che Veltroni mi chiami. Il confronto è già avviato. Sulle riforme costituzionali c’è in Commissione un testo già pronto per l’aula. Dobbiamo approfondirlo, perché il problema italiano, oltre che la legge elettorale, è anche il rafforzamento dei governi. Le due questioni si tengono: lo dimostrano l’esperienza francese, dove c’è il maggioritario abbinato al semi-presidenzialismo, e quella tedesca, dove il proporzionale si associa al cancellierato. In Italia, sui modelli elettorali la situazione è più complessa. Siamo divisi noi, ma la confusione è massima anche nel centrosinistra”.

Veltroni ha fatto una proposta mista, italo-franco-ispanica. La convince?
“Il suo mi pare il tentativo di tenere insieme modelli non conciliabili. Ma soprattutto, Veltroni parla a nome di tutta la coalizione? Questo non l’ho proprio capito. Io, per parte mia, resto affezionato ad una logica maggioritaria e bipolare”.

Quindi lei boccia il modello tedesco che molti, a partire dall’Udc, considerano l’unico possibile terreno d’incontro bipartisan?
“Ogni Paese ha la sua storia. E lo dico soprattutto agli amici dell’Udc. In Germania Schroeder si condannò alla sconfitta annunciando prima del voto che in nessun caso avrebbe mai fatto accordi con Lafontaine. In Italia, se lasciassimo i partiti liberi di decidere le alleanze dopo il voto, sarebbe il caos”.

A proposito di Udc. Cosa dice il “borsino” dei suoi rapporti con Casini? Colpite uniti nella critica al Cavaliere, ma marciate sempre divisi per contendervi la sua eredità?
“La politica va oltre le questioni personali. Non c’è dubbio che sul sistema tedesco noi siamo fortemente contrari, mentre Casini è fortemente contrario al referendum. Ma abbiamo il dovere di cercare insieme una sintesi. Anche perché è evidente a tutti che, se c’è una possibilità di trovare un’intesa sulla riforma elettorale, questa nasce dal terrore diffuso nei confronti del referendum. E questo conferma che siamo stati lungimiranti a sostenere la raccolta delle firme”.

Quanto le ha bruciato il Cavaliere che va a benedire Storace?
“Un vero leader dovrebbe lavorare per unire, non per alimentare i frazionismi”.

Dica la verità: quanto l’ha amareggiata l’offensiva di Mediaset sulle sue vicende personali? Le sono bastate le scuse?
“Di nuovo, le questioni personali in politica non c’entrano nulla. Quando si parla di informazione, in Italia il primo problema è la Rai. Poi, certo, si pongono anche i problemi legati al duopolio. In ogni caso, il problema non è il rapporto privato tra Berlusconi e Fini. Il problema è la strategia e il destino di questo centrodestra”.

Che secondo lei è a rischio…
“É a rischio, perché non si è fatto quello che ha fatto il centrosinistra con il Partito democratico. Loro si sono mossi, noi siamo fermi. Io ormai mi sono stancato di parlare del “partito dei moderati”. Berlusconi ha detto che per lui è “un sogno nel cassetto”. Peccato che poi ha buttato le chiavi…”.

Ma secondo lei, a questo punto, la leadership del Cavaliere è in pericolo?
“Dipende solo da lui. Se continua a considerarsi infallibile, e a scaricare la colpa sugli altri, è chiaro che si indebolisce sempre di più”.

(18 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/politica/cdl10/fini-intervista/fini-intervista.html