Archive | novembre 21, 2007

Berlusconi, gazebo, e 8 milioni di firme.. false?

IO, IGNARO, TRA I VOTANTI DEI GAZEBO

da Repubblica di oggi lettere ad Augias

“Caro Augias,
le scrivo per denunciare ciò che mi è successo per questo “voto nei gazebo” organizzato dall’on Berlusconi il 18 novembre.
Controllando la mia casella di posta elettronica ho notato una e-mail di ringraziamento per un voto che avrei dato io nella mattinata dello stesso giorno; l’e-mail in questione mi era stata inviata da una associazione chiamata “circolobarifutura” (presieduta da un certo Maurizio Rogliero) che io non conoscevo prima e che ho scoperto essere un “circolo della libertà” di Forza Italia.
Siccome ricordavo di non aver espresso alcun voto, ho scritto chiedendo spiegazioni su come fosse potuta accadere una cosa del genere e su come fossero venuti in possesso del mio indirizzo di posta elettronica. La risposta che ho avuto oggi è stata semplicemente di scuse per un errore avvenuto. La risposta mi è sembrata molto vaga nonostante la mia precisa richiesta di spiegazioni e perciò ho deciso di inviarle questa lettera di denuncia con in allegato la breve corrispondenza intercorsa”.

Valerio Miccoli, Bari
kken@libero.it

L’enigmatica risposta del Rogliero.. “Le chiedo scusa per quanto avvenuto ma abbiamo avuto un problema. Ho risolto il problema e non riceverà più nessuna mail da parte nostra. Distinti saluti”.

Chiosa di Augias.. “Chissà quanti errori come questi sono stati commessi? Sono davvero necessari dei commenti a proprosito di una votazione di massa che avrebbe coinvolto molti milioni di persone senza che sia stata notata una sola fila, senza un verbale, senza un conteggio in qualche modo certificato?”


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Welfare, il Prc rompe sui lavori usuranti

Segretario di Prc Giordano

Un nuovo vertice di maggioranza e governo sul welfare si terrà a Montecitorio mercoledì pomeriggio. All’incontro ci saranno i capigruppo dell’Unione; per l’esecutivo dovrebbero essere presenti il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, e del Lavoro, Cesare Damiano.

A un passo dall’accordo Rifondazione rompe le trattative in maggioranza sul Welfare martedì sera. Il Prc decide infatti che manterrà gli emendamenti presentati per modificare l’articolo 1 per la parte relativa ai lavori usuranti e l’articolo 11 sul tempo determinato e si riserva di valutare il proprio voto su questi articoli, in assenza di modifiche in commissione Lavoro della Camera. Il voto a Palazzo Madama, in commissione Lavoro, è ripreso mercoledì mattina alle 9, si inizia però a votare gli emendamenti sugli articoli accantonati del ddl sul Welfare. E il ddl sarà all’esame dell’Aula soltanto da lunedì. Tempi per una ricucitura dunque ci sarebbero, dal momento che il relatore al proveddimento Emilio Del Bono (Partito Democratico) ha assicurato che «entro questa notte si chiude l’esame con l’accordo di tutti»: è quanto ha spiegato Del Bono prima dell’avvio dei lavori della Commissione sugli articoli accantonati del disegno di legge.

«Sono fiducioso che si troverà un’intesa», dice il presidente del Consiglio Romano Prodi a proposito del protocollo sul welfare all’esame della Camera. Tuttavia, Augusto Rocchi di Rifondazione nella notte ha abbandonato i lavori della riunione di maggioranza che doveva servire a sciogliere questi nodi, oltre a quello relativo all’abrogazione del lavoro a chiamata. Sui lavori usuranti Rocchi ha ribadito la necessità di introdurre le norme di dettaglio, al posto della delega, e di togliere il riferimento alla legge. Per quanto riguarda i contratti a tempo determinato le due questioni irrisolte riguardano il diritto di precedenza sui contratti a tempo determinato e la ricomprensione del lavoro interinale nel calcolo dei 36 mesi.

Pubblicato il: 21.11.07
Modificato il: 21.11.07 alle ore 16.52

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=70773


I Savoia chiedono 260 milioni allo Stato

Emanuele Filiberto: “Fare causa
è stata una scelta difficile…
Ma è giusto che chi sbaglia paghi”

Dopo la notizia della causa da 260 milioni intentata dai Savoia allo Stato, Emanuele Filiberto precisa la sua posizione in una lettera. Moni Ovadia: “Gli ebrei chiedano loro 500 miliardi di danni”.
Valdo Spini: “Così violano il giuramento alla Repubblica”

vittorio emanuele di savoia Roma, 21 novembre 2007 – Fare causa è stata una scelta difficile ma chi ha sbagliato è giusto che paghi. Questo in sintesi quanto emerge dalle parole di Emanuele Filiberto di Savoia che in una lettera oggi spiega le ragioni che l’hanno spinto insieme a suo padre Vittorio Emanuele a fare causa allo stato italiano.

“Nella stampa di oggi – scrive Emanuele Filiberto – tutto è stato incentrato sulla causa che mio padre e io abbiamo intenzione di intentare contro lo Stato Italiano per la violazione della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo. Si è cercato di stravolgere con ironia il senso stesso dei fatti cercando di dipingerci come degli individui bramosi di denaro che in barba alle tasche degli italiani vogliono ottenere indennizzi milionari”.

“Vorrei esprimere la verità sull’argomento – afferma poi Emanuele Filibero – e soprattutto i sentimenti che mi hanno spinto in una scelta quanto mai difficile: fare causa al mio Paese. Tutto inizia nel Giugno del 1946, all’indomani del Referendum Istituzionale che decretò la vittoria della repubblica (referendum i cui metodi e successivi risultati sono sempre stati oggetto delle più ampie riserve da parte di giuristi, la stessa Corte di Cassazione, e di storici) quando mia nonna e mio padre prima e mio nonno Re Umberto II poi, partirono per un esilio ‘temporaneo’ che durò di fatto tutta la vita per mio nonno, cinquantasei anni per mio padre e trent’anni per me, che in esilio sono nato”.

“Quel mese di giugno – prosegue Emanuele Filibero – fu per la nostra famiglia un momento drammatico ed indimenticabile; partimmo lasciando tutto nel nostro Paese, quello stesso Paese che divenne Patria Unita grazie alla mia famiglia, lo stesso Paese che ci ha condannati ad un’esistenza di cittadini diseguali, privati, da una Costituzione iniqua, di ogni diritto civile (cittadinanza, diritti elettorali, diritti alla proprietà, diritti alla libertà di espressione e di circolazione nella propria nazione”.

“Vorrei per un momento prosegue la lettera di Emanuele Filiberto – portare l’attenzione del lettore su questo aspetto perchè è fondamentale per comprendere la nostra vita dimezzata: in un mondo in cui i diritti dell’Uomo sono garantiti da un’apposita normativa internazionale l’Italia ha emanato una Costituzione contraria a queste leggi che ha modificato, sospendendo parzialmente gli effetti dei commi in contrasto, solo cinquantasei anni dopo la sua entrata in vigore”.

Scrive poi Emanuele Filiberto che il padre Vittorio Emanuele conserva “preziosamente” l’ultimo ricordo della sua infanzia, sul balcone del Quirinale “davanti ad un’immensa folla plaudente tenuto per mano da suo padre Umberto II appena divenuto Re d’Italia”. “D’un tratto – scrive ancora – si è trovato trasportato con mille peripezie in un paese lontano, il Portogallo, poi dopo pochi mesi è stato trasferito in Svizzera per frequentare un collegio: lontano dalle persone care, dagli affetti, dalla sua Patria. Per tutta la vita ha vissuto come un uomo incompleto, e per tutta la vita a lavorato sodo per mantenere la sua famiglia privata di ogni proprietà e di ogni diritto. Nonostante questo ha cercato di essere utile all’Italia sostenendone l’imprenditoria a livello internazionale”.

“Mio nonno, Re Umberto II, fu un uomo dalla dignità insuperabile con un profondo amore per gli italiani: fu un esempio per tutti. Ha lasciato l’Italia per evitare una guerra civile, nonostante i brogli elettorali; ha sofferto in Portogallo con il solo sogno di poter un giorno rivedere la sua Patria, purtroppo non gli è stato consentito neppure morire in Italia e ancora oggi riposa in terra straniera. Nonostante questo ha donato al popolo italiano l’ultima sezione del Corpus Nummorum Italicorum: la più vasta collezione di monete antiche d’Italia dal valore inestimabile”.

Per quanto lo riguarda Emanuele Filiberto scrive poi che “è vero ho vissuto una bella infanzia con una famiglia unita ed amorevole, non mi è mancato materialmente nulla ma certamente mi è mancata la mia Patria che vedevo dalle cartoline che i tanti italiani mi spedivano. Tutta questa sofferenza è stata provocata da una norma non solo ingiusta ma contraria a leggi internazionali chiare e limpide”.

“Dopo una lunga e sofferta riflessione mio padre ed io abbiamo deciso di procedere mettendo in mora lo Stato Italiano per i danni patiti a causa dell’esilio per un importo di circa 260 milioni di euro. Abbiamo anche voluto evidenzare che lo Stato ha avocato a sè tutti i beni privati di Casa Savoia: beni che provenivano dal patrimonio personale che nulla aveva a che fare con la dotazione del Capo di Stato. Questa causa verrà dibattuta nelle sedi di giustizia e sarà la giustizia a decidere se la ragione è dalla nostra parte. La Convenzione sui Diritti dell’Uomo lo ha già sancito: molti sono gli esempi di Stati che hanno dovuto versare indennizzi a famiglie reali ingiustamente private dei diritti civili» Emanuele Filiberto spiega poi di aver dato mandato ai suoi legali Murgia e Calvetti di costituire la Fondazione Savoia a cui sarebbe andata la cifra ottenuta dalla causa contro lo Stato”.

“Questa cifra – affferma – dovrà essere utilizzata per azioni concrete a sostegno delle fasce deboli della popolazione italiana con particolare attenzione agli anziani, alle famiglie prive di reddito o con redditi inferiori alla soglia di sussistenza e a giovani a cui fornire gli strumenti per costruire un proprio futuro. Non voglio fare moralismi ma credo che non ci sia fatto più grave in un paese democratico di privare il cittadino dei suoi diritti civili e della libertà, questo è accaduto alla mia famiglia e questo, purtroppo, spesso accade ingiustamente a molti italiani. La sofferenza patita per una vita intera ha un prezzo? Non per me – conclude – ma chi ha sbagliato è giusto che paghi».

MONI OVADIA

“Ora che c’è la class action proporrò a tutti gli ebrei di chiedere un risarcimento danni ai Savoia per 500 miliardi di euro, una cifra a titolo simbolico per tutte le nefandezze che hanno compiuto”. Così l’artista Moni Ovadia, tra i maggiori rappresentanti della cultura ebraica in Europa, ha commentato la richiesta di risarcimento danni per 260 mln di euro presentata dalla famiglia Savoia allo Stato italiano e propone a sua volta a tutti gli ebrei di chiedere i danni per quanto subito a causa delle leggi razziali.

“Quella dei Savoia è una delle più ridicole, vigliacche, traditrici monarchie della storia”, ha concluso Moni Ovadia.

VALDO SPINI

Valdo Spini, responsabile della componente ‘Socialisti per la Costituentè del Gruppo Misto, ha rivolto al Governo un’ interrogazione sull’azione di rivalsa formulata dai Savoia nei confronti dello Stato italiano. Spini ha ricordato che nell’ultimo intervento parlamentare del leader socialista Riccardo Lombardi, il 15 marzo 1983, egli si dichiarò contrario al ritorno dei Savoia in Italia. Nella sua interrogazione il parlamentare socialista ha chiesto al Governo “se non ritenga formalmente e sostanzialmente violato il giuramento di fedeltà alla Repubblica italiana e al Capo dello Stato che hanno fatto Vittorio Emanuele di Savoia e il figlio Emanuele Filiberto al loro rientro in Italia”.

Di conseguenza Spini ha chiesto a Prodi quale conseguenza “il Governo intende trarne ai fini della riammissione dei discendenti maschi Savoia sul territorio nazionale”.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/11/21/48281-emanuele_filiberto_fare_causa.shtml

La strage delle innocenti

In dodici mesi un milione di donne ha subito violenze
Per le più giovani ancora oggi è questa la prima causa di morte

Violenza sulle donne

L’ultimo stupro ieri, a Pordenone, in pieno centro: lei ghanese, lui italiano

Un manifesto contro la violenza

di ANNA BANDETTINI

MILANO – I loro nomi, le loro storie restano come memorie, la prova di una verità odiosa, crudele: Hina accoltellata a Brescia dal padre, Vjosa uccisa dal marito a Reggio Emilia, Paola violentata a Torre del Lago, Sara colpita a morte da un amico a Torino… L’ultima è stata resa nota ieri: una ventenne originaria del Ghana, costretta ad un rapporto sessuale in pieno centro a Pordenone.

In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c’è odio razziale, dove c’è povertà, ignoranza, non da noi.

Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente.
Le vittime – soprattutto tra i 25 e i 40 anni – sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per cento in più rispetto all’anno scorso, secondo l’allarme lanciato lo scorso giugno dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, firmataria di un disegno di legge, il primo in Italia specificatamente su questo reato ora all’esame in commissione Giustizia.

“È un femminicidio”, accusano i movimenti femminili, “violenza maschile contro le donne”: così sarà anche scritto nello striscione d’apertura del corteo a Roma di sabato 24, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita dall’Onu, una manifestazione nazionale che ha trovato l’adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata che getta un’ombra inquietante sul tessuto delle relazioni uomo-donna.


Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, “si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale”, come spiega Lea Melandri, saggista e femminista.

L’indagine Istat del 2006, denuncia che il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta, che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per cento per lo stupro. “Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita”, denuncia “Nondasola”, la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. “Da noi partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze che vediamo. E purtroppo c’è un aumento”, dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. “All’interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti – spiega Marina Pasqua, avvocato, impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di denuncia l’anno – Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi proibendo l’uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una escalation che non ha fine”.

In Italia, l’indagine Istat ha contato 2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. “Nella nostra esperienza si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio”, accusa Marisa Guarnieri. Per questo le donne dei centri antiviolenza hanno visto positivamente l’approvazione, lo scorso 14 novembre in Commissione Giustizia, del testo base sui reati di stalking e omofobia.

Sanzionare penalmente lo stalking, significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. “Molte donne vengono qui da noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono “me la sono cercata”, donne sposate che si scusano: “lui è sempre stato nervoso”…”, racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all’interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La manifestazione di sabato a Roma vuole spezzare proprio questo silenzio. “Una occasione per prendere parola nello spazio pubblico”, come dice Monica Pepe del comitato “controviolenzadonne” che vorrebbe un corteo di sole donne. E Lea Melandri: “Manifestiamo per dire che la violenza non è un problema di pubblica sicurezza, né un crimine di altre culture da reprimere con rimpatri forzati, e che per vincerla va fatta un’azione a largo raggio”. Va fatta una legge, concordano tutti. “Speriamo di arrivarci in tempi brevi – promette Alfonsina Rinaldi del ministero per le Pari Opportunità – Oggi abbiamo finalmente le risorse per lanciare l’osservatorio sulla violenza e in Finanziaria ci sono 20 milioni di euro per redarre il piano antiviolenza”.

“Serve una legge che non cerchi scorciatoie securitarie ma punti a snidare la cultura che produce la violenza – dice Assunta Sarlo tra le fondatrici del movimento “Usciamo dal silenzio” – Una legge come quella spagnola, la prima che il governo Zapatero ha voluto perché riguarda la più brutale delle diseguaglianze causata dal fatto che gli aggressori non riconoscono alle donne autonomia, responsabilità e capacità di scelta. Ecco il salto culturale. Chiediamo che anche da noi il tema della violenza sia assunto al primo punto nell’agenda politica dei governi.

Chiediamo un provvedimento che dia risorse ai centri antiviolenza e sistemi di controllo della pubblicità e dei media, cattivi maestri nel perpetuare stereotipi che impongono sulle donne il modello “fedele e sexy”. E chiediamo agli uomini di starci accanto, di fare battaglia con noi”.

Qualcuno si è già mosso. Gli uomini dell’associazione “Maschileplurale”, per esempio, che aderiscono alla manifestazione romana. “Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza è un problema loro, non delle donne – dice Clara Jourdan, della “Libreria delle Donne” di Milano, storico luogo del femminismo italiano – Sarebbe ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro comportamenti violenti. E riconoscere l’altro, il maschile, potrebbe essere utile anche alle donne”. Nel caso, a fuggire per tempo.

(21 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/violenza-donne/violenza-donne/violenza-donne.html

Intercettazioni, querele e inchieste

Per il consigliere Nieri nessun patto tra Biscione e tv di Stato, ma solo normali consultazioni
Rizzo Nervo, del cda di viale Mazzini: “Dopo le rivelazioni di Repubblica i dirigenti si devono dimettere”

Veltroni: “Calpestato il servizio pubblico”

La Commissione parlamentare di vigilanza: “L’indagine farà chiarezza”
Il ministro delle Comunicazioni Gentiloni: “Affiora un clima collusivo”

Lo studio del Tg5


ROMA –
Querele, inchieste, reazioni politiche durissime e richieste di dimissioni. Sta provocando un vero e proprio terremoto la pubblicazione su Repubblica di oggi delle intercettazioni del “patto” tra Rai e Mediaset nel trattare informazione politica e altri grandi eventi. Mediaset annuncia querele, la Rai un’inchiesta interna, mentre il centrosinistra, con Walter Veltroni, parla di “fatto gravissimo” e di un “servizio pubblico umiliato”.

Chi invece cerca di smentire tutto è Gina Nieri, consigliere di amministrazione Mediaset: “Siamo alle stupidaggini, che Rai e Mediaset si facciano concorrenza è sotto gli occhi di tutti 72 ore al giorno. Detto questo, è evidente che, come accade nei giornali, i direttori si chiamino, si consultino”. Ma in viale Mazzini, la questione viene presa molto sul serio ed è già partita un’inchiesta interna. E si muove anche il governo. “C’è un clima collusivo – dice il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni – All’ombra del duopolio affiora un clima collusivo che non mi pare edificante per il servizio pubblico e per la sua autonomia”. Mentre il membro del Cda Rai Nino Rizzo Nervo si spinge a chiedere le dimissioni dei dirigenti e dei giornalisti Rai coinvolti nelle intercettazioni telefoniche.

Sul fronte Mediaset, invece, arriva l’annuncio di azioni giudiziarie sporte per intercettazioni illecite. “Come al solito – dice Gina Neri – vengono fuori intercettazioni che non c’entrano niente con l’indagine principale”, quella della vicenda Hdc, la società dell’ex sondaggista Crespi. “Quando ci sono notizie come la morte del Papa o le elezioni amministrative – continua il consigliere di amministrazione – è normale che ci sia una consultazione. Penso che i De Bortoli, i Mauro si sentano ogni qualvolta ce ne sia bisogno. Tanto rumore per nulla”.


Una versione minimalista, quella fornita da Mediaset, che non convince la Direzione generale della Rai, che con un comunicato ha reso noto di aver già aperto un’indagine interna, annunciando l’intenzione di costituirsi come parte lesa. Una scelta che ha trovato l’approvazione del presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai Mario Landolfi che chiede però “di evitare strumentalizzazioni politiche”.

(21 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/media-rai/media-querela/media-querela.html