Archive | novembre 25, 2007

Le sirenette del potere

di Carlo Oliva

A proposito della “diversità”della sinistra e di un intervento assai poco liberale del liberale Ernesto Galli della Loggia.


Spero che non vi siate concentrati, nello scorso mese di settembre, esclusivamente su Beppe Grillo e sulle relative polemiche, perché non sono certo mancati, allora, altri notevoli esempi di quella commistione tra alta comicità e bassa politica (o, se preferite, tra alta politica e bassa comicità) che caratterizza ormai da un bel pezzo il dibattito ideologico nazionale.

Per esempio, sarebbe stato un autentico peccato se vi foste persi il “fondo” scritto da Ernesto Galli della Loggia per il “Corriere della sera” e ivi pubblicato il 23 del mese. Si intitolava L’eterno mito della diversità e conteneva delle affermazioni davvero straordinarie. Il concetto base, per chi se lo sia perso, era quello per cui la sinistra italiana, inopinatamente graziata, nel biennio ’92-’93, dallo sconvolgimento di “Mani pulite”, non ha saputo approfittare della “inaspettata occasione” che la storia “benignamente” le aveva offerto, abbuonandole quel “radicalismo che ancora la pervadeva” e “concedendole di arrivare a quel governo a cui, con il Caf in piedi, non sarebbe certo mai arrivata”. Non ha capito, cioè, che “in quanto promossa dalla storia a sinistra riformista di governo senza esserlo” il suo primo compito doveva essere “quello di diventarlo davvero”, conducendo “una grande battaglia di rottura culturale rispetto al proprio stesso passato per cancellare dal suo popolo la mentalità radicale … che fin lì l’aveva caratterizzata”.

Un grosso guaio. Non ci siamo sbarazzati, noi di sinistra, da certe antiche fissazioni. Dall’idea che un “governo diverso dal nostro non può che fare leggi orribili le quali vanno subito cancellate”, che “la richiesta di galera per i delinquenti e di vie silenziose di notte è ‘di destra’”, che “ogni modifica alla legislazione del lavoro che non ha il placet sindacale è per ciò stesso un attentato alla libertà”, che “le tasse colpiscono i ricchi e dunque, ‘facendoli piangere’, non sono mai troppe” e che, naturalmente, “nei confronti degli immigrati clandestini o dei giovani dei centri sociali la legge e l’ordine sono una semplice optino”. E tutto questo, in sostanza, perché siamo sempre stati convinti “che l’avversario politico ha una qualità morale differente e in ogni caso neppure comparabile con la nostra”. È insomma “l’eterno mito” della propria diversità che ha sempre fregato (e sempre fregherà) le forze progressiste, precludendo loro qualsiasi prospettiva passata, presente e futura, di governare il paese senza far danni.

L’enunciazione può essere considerata un po’ carente, specie dal punto di vista dell’uso del congiuntivo, ma il concetto è abbastanza chiaro. E se qualcuno, magari, potrebbe chiedersi che male c’è, dopo tutto, nel voler essere diversi dagli altri, o a cosa mai servirebbe una sinistra che non fosse in qualche modo diversa dalla destra, per non dire di una destra che dalla sinistra non si distinguesse affatto, è evidente che non sono queste le preoccupazioni di fondo dell’illustre studioso. Lui si preoccupa soprattutto del fatto che “con questo ammasso di idee, di sentimenti e di pulsioni, radicate da decenni nel popolo di sinistra … e in qualche misura anche in loro stessi, nella loro identità politica, i dirigenti della sinistra che pure si diceva riformista, i conti, in questi quindici anni, hanno accuratamente evitato di farli.” Niente: hanno tirato innanzi attaccati come ostriche allo scoglio del proprio continuismo, alla “finzione del cammino ininterrotto e soprattutto coerente da Gramsci a Romano Prodi”, senza decidersi mai ad ammettere, una buona volta, che “nel ’48 De Gasperi ha salvato la libertà del Paese”, che “era giusto, come voleva Craxi, mettere i missili a Comiso”, che “la questione morale di Berlinguer” non portava da nessuna parte o ricordare ai compagni che “ammazzare o essere complici degli assassini”, guarda un po’, “forse è peggio che rubare”.

Vecchio vezzo

Interessante, no? E non soltanto per la disinvoltura con la quale, sotto il fragile schermo dell’articolo professorale, si ritorna al vecchio vezzo di definire i propri avversari come settari, iniqui, sediziosi e, visto che ci siamo, assassini, mentre gli amici al massimo rubano, ma che volete che sia: ammazzare è peggio. Il pezzo è notevole, soprattutto, per la raffigurazione grottesca, parodistica quasi, delle posizioni della controparte, come può personalmente testimoniare chiunque abbia qualche ricordo, qualche esperienza personale, della realtà ideologica della sinistra italiana, dalla “doppiezza” di Togliatti, alle polemiche antilibertarie di quell’Amendola che ebbe a definire simpaticamente il movimento del ’68 come “la maschera rossa della Gestapo”, dall’austerità antimodernista e paraclericale di Berlinguer all’atlantismo bombardiero di D’Alema, per non dire del sistema di valori dell’elettorato che ha sempre appoggiato e sostenuto costoro. La storia della sinistra italiana, in realtà, è una storia di strenuo moderatismo, a volte un po’ opportunista, più spesso assolutamente sincero e sempre, comunque, alquanto aggressivo nei confronti delle proprie ali radicali. Il massimalismo vi è comparso, il più delle volte, come puro flatus vocis, come un inconcludente marasma verbale destinato ad ammutolirsi di botto di fronte alle minime lusinghe del potere (come ha dimostrato, una volta di più, la recente evoluzione di un partito come quello della Rifondazione Comunista). E voler cambiare il segno di questa storia, scoprendovi una coerenza del tutto diversa, altro non significa che voler cambiare, per fini propri, le carte in tavola.

Non varrebbe la pena, naturalmente, di prendersela con un singolo articolo, dovuto, per di più, alla penna di un commentatore uso a centrare con precisione ben maggiore il bersaglio. A chiunque può capitare di lasciarsi sfuggire, occasionalmente, qualche clamorosa cazzata. Ma il fatto è che le idee di questo tipo circolano da un pezzo sulla grande stampa nazionale. Sono tanti, tantissimi i polemisti che si dichiarano comunque insoddisfatti degli infiniti mea culpa di una sinistra che, dopo tutto, sul tema De Gasperi si è già calata abbondantemente le braghe, su Craxi sta per farlo, Berlinguer lo ha lasciato scivolare senza problemi nel dimenticatoio, si è battuta e continua a battersi con implacabile zelo contro qualsiasi soluzione politica della crisi degli “anni di piombo”, le leggi di Berlusconi si è ben guardata dall’abrogarle e ha fatto propria buona parte della legislazione sul lavoro e la previdenza del centrodestra. A tali campioni del radicalismo, come se nulla fosse, si continua a chiedere di fare uno sforzo in più, di rinunciare a un pezzo ulteriore del proprio patrimonio genetico, di calpestare simboli e testi del proprio passato con l’entusiasmo di cui, a quanto si dice, davano prova un tempo i mercanti occidentali desiderosi di essere ammessi nei fondachi dell’impero giapponese. In realtà, ai loro critici nessun mea culpa sembra bastare e la domanda che emerge dai loro argomenti, sotto sotto, è quella di un definitivo harakiri.

Ernesto Galli della Loggia

Monopolio ideologico

Tutto questo si fa, di solito, in nome dei principi liberali. Ma è un ben strano liberalismo quello di chi chiede, come condizione preliminare a qualsiasi dialogo, che l’interlocutore rinunci alla propria identità, che cassi qualsiasi possibile differenza e, in sostanza, che si uniformi in toto alle proprie istanze. Chi chiede agli altri di rinunciare alle proprie specificità non si limita a chiedere un’abiura – una richiesta, peraltro, in cui la sinistra storica ha avuto anch’essa modo di esercitarsi – ma esprime, senza neanche rendersene conto, una pulsione di uniformità, una volontà di monopolio ideologico che con il liberalismo, per quel che possiamo saperne noi, ha ben poco a che fare e riflette invece le pratiche di ben altri ismi del secolo breve. Inviti del genere, a rigor di logica, dovrebbero essere respinti senza indugio al mittente. È un peccato che a sinistra siano ben pochi a rendersene conto, sedotti come sono tutti quanti dal sogno di cooptazione in quel po’ po’ di classe dirigente che da sempre, nel variare apparente degli orpelli ideologici, inesorabilmente ci governa. È proprio vero che di fronte al canto delle sirene del potere tutti diventano, non che sordi, muti e paralitici. E nessuno, ovviamente, riflette sul destino di quell’altra sirenetta di cui narra la favola, quella che, per il desiderio struggente di diventare ciò che non era si trovò a non poter essere più né se stessa né altro. Le favole, si sa, sono tristi e portano anche sfiga. Eppure ogni tanto potrebbero servire anche loro…

Carlo Oliva

fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/

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Nuova vittima dalla pistola elettrica a Vancouver

TERZA VITTIMA IN UN MESE

L’Onu: puo’ essere strumento di tortura

Una pistola Taser

Una pistola Taser

Una manifestazione tenutasi sabato a Vancouver per protestare contro la morte di Robert Dziekanski (Reuters)


‘Stordire ma non uccidere’. Sul motto che ha portato all’adozione del manganello elettronico, il Taser, da parte di molte polizie, si addensano pesanti nubi, dopo la morte a Vancouver, di un uomo colpito dalle scariche da 50 mila volt di una pistola della polizia. La scorsa settimana a Ginevra la Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite ha condannato l’uso dei Taser affermando che in certi casi, come nel potente modello X26 adottato dalla polizia portoghese, le pistole elettriche “possono provocare la morte”.

Robert Knipstrom, 36 anni, è la terza vittima in un mese delle controverse armi in dotazione delle Giubbe Rosse canadesi, della polizia americana e in molti stati d’Europa: la seconda a Vancouver da ottobre, quando l’immigrato polacco Robert Dziekanski è rimasto ucciso dopo una doppia scarica letale di Taser all’aeroporto internazionale: il video raccapricciante ripreso da un turista ed immesso in rete è finito sulle tv di mezzo mondo.

Un’altra inchiesta è stata aperta, sempre in Canada, sulla morte di un uomo di 45 anni venerdi’ scorso in Nova Scotia, 30 ore dopo essere stato colpito dal manganello elettrico della polizia. In quel caso, come nel caso di Knipstrom, le autorità hanno reso noto che l’uomo era stato coinvolto in una violenta colluttazione mentre veniva arrestato.

I tre decessi non hanno provocato al momento alcuna sospensione dell’uso dei Taser, strumenti per il mantenimento dell’ordine pubblico che sempre più vengono messi sul banco degli imputati dalla comunita’ internazionale.

La scorsa settimana negli Stati Uniti un ragazzo di 20 anni, Jarrell Grey, è morto sul colpo dopo esser stato colpito da una scarica di Taser a Frederick, nel Maryland, non lontano da Washington. Altri due uomini negli stessi giorni sono rimasti uccisi a Jacksonville in Florida. Domenica scorsa un’altra vittima in New Mexico: un ragazzo di 20 anni è stato colpito dal Taser ed è morto mentre cercava di sfuggire all’arresto.
Secondo le stime di Amnesty International i Taser in dotazione alla polizia avrebbero provocato la morte di circa 150 persone dal 2001 solo negli Usa e in Canada: “Il loro pericolo è che sembrano sicuri, che sembrano facili da usare, ed è dunque naturale che la polizia li usi con sempre maggiore frequenza e rapidità di una pistola”, accusa Larry Cox, direttore esecutivo Usa dell’organizzazione per i diritti umani.

Guarda l’inchiesta di Rainews24

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=76113

Vancouver Airport Taser Killing of Dziekanski by Police

Weblin, un avatar di tre centimetri si affaccia e chiacchiera su internet

Da una software house tedesca un programma che permette di fare community in relazione ai siti che si stanno visitando

Persone che amano le auto, si ritrovano sulle pagine di motori
Donne incinte su quelle dedicate alla gravidanza. E così via

di LAURA TROJA

ROMA – Prendi ad esempio una pagina internet. Questa in cui ti trovi adesso può andare benissimo. Ora immaginala uguale, ma con un omino alto 3 centimetri in piedi sulla barra degli strumenti. Sei tu. O meglio, il tuo doppio: la traccia virtuale, ma non per questo meno visibile, del tuo corpo davanti al pc. Dice agli altri utenti della rete che sei lì, stai consultando quel sito. Il programma che ti permette di farlo è gratis e si chiama Weblin. Ora immagina che altri utenti che hanno Weblin stiano navigando sullo stesso sito. Tu li vedi, loro ti vedono. Uno decide di parlare, compare la tipica nuvola dei fumetti: “Ciao a tutti c’è qualcuno che parla italiano qui?”…

Ecco cos’è Weblin. Inventato da un’equipe tedesca, il programma offre a tutti la possibilità di avere un proprio “avatar”: quello che nella religione indù è il corpo in cui si incarna un dio, quello che nelle saghe fantasy è l’incarnazione fisica di esseri celesti. Oggi, dopo il boom mediatico di Second Life, tutti hanno imparato che “avatar” è l’immagine virtuale che rappresenta l’utente e dà un corpo alla sua presenza in internet. Ma le analogie si fermano qui: “In quel caso si tratta di un sistema chiuso – spiega Hendrik Harbeck, community manager a Weblin – che si usa per indossare un secondo ruolo, un secondo Io e entrare in un secondo mondo. Attraverso Weblin, invece, l’intera Rete sta a nostra disposizione”. E poi, ora che l’interesse per il pianeta virtuale di Second Life (e per le sue implicazioni filosofiche “estetizzanti”) sembra si stia spegnendo, Weblin nel suo piccolo si rivela uno strumento pratico e semplice, che offre un “doppio” a chiunque stia navigando in internet. Un software: niente di più, niente di meno, come il Word serve a scrivere, l’Excel a fare i conti o il Photoshop a trattare le immagini.

Camminano, sbadigliano, salutano. Gli avatar di Weblin “vivono” dentro lo schermo del Pc, in basso, sulla barra degli strumenti. Comunicano tra loro aprendo finestre di chat (private, se si clicca solo su un avatar in particolare) o scrivendo dentro ai “baloon” bianchi, come fossero fumetti. Ma niente a che vedere con le chat di Msn Messanger o di Skype. La differenza c’è e non è da poco, come chiarisce Hendrik: “Per altri programmi di comunicazione l’utente ha solo numeri e nomi da scambiare con gli amici o da dare a un nuovo contatto. Con Weblin la possibilità di contattare altri avatar c’è in ogni pagina web. Persone che amano le auto, si incontreranno sui siti di auto. Donne incinte si possono incontrare su pagine dedicate ai consigli per la gravidanza. Chi ha una passione per Vivaldi…”. Gli esempi sono infiniti. Perché infiniti sono gli interessi di chi naviga e i luoghi dove può incontrare altri avatar. Per caso, o per appuntamento: ad agosto, per esempio, c’è stato un raduno di utenti Weblin sul sito tedesco Dogforum.net. La maggior parte dei partecipanti aveva scelto come avatar la foto del proprio cane.

Per iniziare ci vuole poco: basta collegarsi a www.weblin.com (da pochi giorni il sito è consultabile anche in italiano), scaricare e installare il programma (il software pesa 370 KB, sul disco rigido occupa circa 9 MB), e poi iscriversi alla Community. Scegli un nickname, un avatar tra quelli proposti (umano, animale, del mondo fantasy) oppure ne crei uno tutto tuo (rispettando le dimensioni richieste), dai il tuo indirizzo email e una password. Da questo momento, appena aprirai una finestra sulla rete, automaticamente comparirà il tuo avatar. Con te girerà per il web. Se sei su Repubblica.it, e contemporaneamente stai consultando la posta elettronica su gmail, il tuo alter ego è visibile su tutte e due le pagine. Chi nel mondo in quell’istante sta leggendo Repubblica.it o la posta su gmail, ti vede e può parlarti. In che lingua, sta a voi concordarlo. Ci sono molti tedeschi, pochi italiani ancora, ma pian piano il passaparola su Weblin sta raggiungendo utenti di tutto il pianeta: decine di migliaia, in questo momento.

L’obiettivo di Weblin è che queste decine diventino centinaia. La società tedesca è piccola (il team è composto da una ventina di persone) ma agguerrita. La sede è ad Amburgo, il progetto nasce però nel 1996, all’Università di Ulm. La fase Beta (quella provvisoria, di sperimentazione) si è conclusa a marzo 2007. Weblin conta su finanziamenti statali e investitori privati. In futuro vivrà di pubblicità, ma non solo: “Abbiamo convenzioni speciali con le aziende che possono usare Weblin come supporto alla loro presenza su Internet e per presentazioni”, spiega Hendrik Harbek. Un esempio italiano è la Lancia: a giugno ha organizzato una conferenza stampa sul suo sito. I giornalisti, per partecipare e fare domande, dovevano essere visibili con il loro avatar.

Le aziende come Lancia che decidono di diventare partner di Weblin hanno un link sull’Homepage che permette di iscriversi alla community. Il vantaggio è doppio: Weblin acquista nuovi spazi per farsi conoscere; le aziende guadagnano in visibilità perché chi si iscrive attraverso quel link sarà “sponsorizzato” dal loro logo: riceverà un avatar accompagnato da un simbolo – il termine esatto è community button – con il marchio della Lancia, o di Msn Messanger. Oppure si può fare una convenzione speciale (è il caso della Ibm), che permette ai dipendenti di un’azienda di usare Weblin come sistema di comunicazione interno: la convenzione “incolla” sugli avatar dei dipendenti un bollino che rappresenta l’azienda. Gli utenti lo porteranno con sé, gratuitamente, in giro per il web. Buona navigazione.

(27 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/scienza_e_tecnologia/software/weblin/weblin.html

Discover lots of new avatars!
Just download weblin and hit the web!

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Russia, repressione a San Pietroburgo

Scontri tra polizia e manifestanti La repressione contro i manifestanti a San Pietroburgo

SAN PIETROBURGO (25 novembre) – Decine di oppositori sono stati picchiati e arrestati dalle truppe antisommossa russe a San Pietroburgo prima che si svolgesse una manifestazione non autorizzata contro il presidente Vladimir Putin, a una settimana dalle elezioni. Le truppe antisommossa hanno preso a manganellate un gruppo di militanti dell’estrema sinistra, i nazional-bolscevici del movimento dello scrittore Eduard Limonov, che poi sono stati caricati su un furgone e portati via. Gli incidenti hanno causato l’arresto di una cinquantina di manifestanti, tra cui il leader locale del partito di opposizione Iabloko, Maxim Reznik. Successivamente l’oppositore liberale russo Boris Nemtsov ha annunciato di essere stato rilasciato dopo essere stato brevemente fermato dalla polizia.

Ieri a Mosca vi erano stati incidenti analoghi ad una marcia anti-Putin durante la quale era stato arrestato (e poi condannato a cinque giorni di carcere) uno dei leader del movimento di opposizione Altra Russia, l’ex campione di scacchi Garry Kasparov. Tra i manifestanti picchiati e arrestati a Mosca c’è anche l’iscritto al Partito radicale Serge Konstantinov, già arrestato per manifestazioni antiproibizioniste, a favore della Georgia e in occasione del Gay Pride della primavera scorsa. Il leader storico dei radicali in Russia, Nikolaj Khramov, tra i presenti in piazza ieri, è invece irrintracciabile.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=13781&sez=HOME_NELMONDO

De Gennaro: verso il rinvio a giudizio per la Diaz

In queste ore si consegnano a indagati e difensori gli atti di fine inchiesta
Forse coinvolto un altro poliziotto di cui fino a oggi non si era saputo nulla

G8, l’ex capo della polizia De Gennaro
verso il rinvio a giudizio per vicenda Diaz

di MARCO PREVE

Il blitz delle forze dell’ordine nella scuola Diaz, a Genova


GENOVA
– I suoi avvocati, il romano Franco Coppi e il genovese Carlo Biondi, negli ultimi mesi li si era visti frequentare con assiduità il nono piano di palazzo di giustizia. Ma nonostante incontri e discussioni con i capi della procura, sembra difficile che i due legali riescano ad impedire che su Gianni De Gennaro, ex capo della polizia italiana e oggi capo gabinetto del ministro dell’Interno Giuliano Amato, si abbatta l’onta di una richiesta di rinvio a giudizio. In queste ore sono, infatti, in fase di notifica i cosiddetti Acip, ovvero gli atti con cui si avvisano gli indagati e i loro difensori, che si sono concluse le indagini e possono prendere visioni degli atti.

Sembra inoltre che nella vicenda possa essere coinvolta una terza persona, forse un altro poliziotto, di cui fino ad oggi non si era ancora saputo nulla.
L’inchiesta che coinvolge De Gennaro nasce dal processo per l’irruzione alla Diaz, la scuola dormitorio del G8 del luglio 2001. Nel corso di un’udienza in cui venne chiamato come testimone l’ex questore del capoluogo ligure Francesco Colucci, rilasciò una serie di dichiarazioni per le quali, la procura, chiese l’iscrizione al registro degli indagati per falsa testimonianza. Per il reato di istigazione alla falsa testimonianza fu invece indagato De Gennaro. Nel corso di una conversazione tra Colucci ed un collega, intercettata durante altre indagini, l’ex questore si sarebbe compiaciuto per aver soddisfatto il “capo”.

Interrogato a luglio, De Gennaro ha spiegato che Colucci potrebbe aver equivocato quella che era solo una chiacchierata sulla vicenda Diaz. La spiegazione non avrebbe però convinto i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, e con loro il procuratore aggiunto Mario Morisani.

In realtà, si era profilata, ad un certo punto, una possibile via d’uscita. Se Colucci avesse chiesto di poter nuovamente testimoniare per ritrattare le dichiarazioni false, la legge gli avrebbe offerto l’automatica estinzione del reato. A quel punto, anche per De Gennaro sarebbe stato più semplice uscire di scena senza danni. Eventualità per altro non del tutto accantonata visto che il processo Diaz è ancora in corso. Colucci, ai primi di maggio, chiamato a deporre come teste contro 29 poliziotti accusati di falso, lesioni e calunnia, ribaltò una sua precedente ricostruzione dei fatti, raccontando che la notte dell’irruzione nella scuola dormitorio non fu De Gennaro a chiedere di allertare l’addetto stampa Roberto Sgalla, bensì fu una sua iniziativa spontanea.


Ma se De Gennaro vede avvicinarsi il rischio del processo, per tutti i suoi fedelissimi, il disastro del G8 e le imputazioni per la Diaz (entro la metà del 2008 la sentenza) non hanno comportato effetti collaterali. Anzi. E’ di due giorni fa la promozione di Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell’Ucigos, a capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l’ex Sisde. Francesco Gratteri, nel 2001 capo dello Sco, oggi è al vertice del Dipartimento Centrale Anticrimine. Nomine, tra le tante, che hanno sollevato dure critiche specie dall’estrema sinistra. Proprio nei confronti di Gratteri poi, ha annunciato un’interrogazione Graziella Mascia di Rifondazione Comunista. Il caso è quello di un’ispettrice in servizio allo Sco e in passato in forze alla questura di Bari, la cui presenza in aula durante diverse udienze del processo Diaz ha sollevato alcuni interrogativi in merito al suo possibile incarico.

(25 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/verso-rinvio/verso-rinvio.html