Archive | dicembre 2007

Messaggio agli italiani a blog unificati

L’anno che si sta concludendo è stato difficile ed aspro. Certo, alcuni di noi hanno raggiunto traguardi importanti… ma si tratta di risultati personali, che, per quanto ci riempiano di gioia e di legittimo orgoglio, non incidono sulla vita di tutti.

Il 2007 ha visto troppe promesse non mantenute, troppi rinvii, troppe prese di posizione generate dalla volontà di conservare il proprio orticello felice piuttosto che dal desiderio di agire concretamente per pacificare e rifondare l’Italia.

In democrazia vince la maggioranza, ci insegnano. Ma chi può sostenere onestamente che la maggioranza degli Italiani non voglia una vita serena per sé, per i propri cari, ma anche per gli sconosciuti? Chi può cercare di convincerci a rinunciare alla nostra umanità, alla solidarietà, alla dignità nostra, dei nostri connazionali – ovunque si trovino – come pure di tutti gli esseri che abitano questa terra?

L’anno trascorso ha visto spesso la volontà popolare travisata, non considerata o strumentalizzata per fini propri – dalla richiesta di rinnovamento di un sistema che non funziona, né in economia, né nella sanità, o nell’istruzione o nella politica, al rifiuto del nucleare nuovamente messo in discussione, al procrastinare sine die l’emissione di una legge che regolamenti la gestione dell’informazione, all’approvazione affrettata di un indulto di cui hanno beneficiato i soliti noti – cercando di farla passare per “clemenza” nei confronti dei carcerati per reati minori.

Neppure nel campo del lavoro si è verificato quel cambiamento di rotta, quella stabilizzazione che in tanti auspicavamo, in cui in tanti abbiamo creduto. Abbiamo assistito invece ad un’impressionante sequela di morti sul lavoro, la più eclatante delle quali, sia per numero di vittime che per il luogo in cui è avvenuta, ha risvegliato – forse – le coscienze sopite, con promesse di leggi ad hoc.

Abbiamo assistito ad inchieste revocate, censure appioppate, esternazioni tollerate, richieste di grazia discutibili, prese di posizione indifendibili… all’arrogarsi il diritto di cercare accordi di modifica a leggi statali da parte di chi non ne è legittimato… perfino alla messa a punto di topi che non hanno paura dei gatti… ma se invece di inventare qualcosa di cui nessuno sentiva la mancanza gli scienziati si impegnassero a realizzare il siero della verità – e fosse ammesso come prova nei procedimenti giudiziari?

Indipendentemente dalle convinzioni politiche, pensiamo sia evidente a tutti che in quest’anno che si sta concludendo ha predominato ancora una volta la logica degli interessi personali, dei particolarismi, degli egoismi – a cui ha fatto da contraltare, peraltro solo in alcuni casi, l’elargizione condiscendente di quanto in un mondo civile sarebbe meno del giusto e un continuo fare a chi urla più forte.

Non vogliamo scadere nel qualunquismo – le differenze ci sono sempre, e dovunque.
Ma vogliamo fare una richiesta a tutti, siano essi italiani, politici, amministratori, cittadini comuni, associazioni, italiani all’estero o stranieri in Italia – una richiesta che per noi è un impegno costante.

Non abbiamo bisogno di altre leggi, di stravolgimenti o di beneficenza. Abbiamo una legge che contiene tutto quello che è necessario. E non è comunista, o democristiana o liberale. E’ super partes, ed è talmente bella e giusta che è costata sangue.

RISPETTIAMO E METTIAMO IN PRATICA LA COSTITUZIONE.

Questa è la proposta che noi facciamo a tutti gli italiani per il 2008.


Invitiamo tutti i bloggers che condividono la nostra proposta a postarla nei loro siti – citando cortesemente la fonte – per la massima diffusione possibile.

Hanno aderito finora:

http://www.arpaspada.blogspot.com/

http://franca-bassani.blogspot.com/

http://tanuccio-diariodibordo.blogspot.com/

http://www.diario_di_bordo.ilcannocchiale.it/

www.ricordilaura.splinder.com

http://cornettiecappuccino.blogspot.com/

http://solleviamoci.blogspot.com/

http://italianiestero.blogspot.com/

http://www.socialambientalismo.blogspot.com

http://vogliadisinistra.blogspot.com/

Una felicità paradossale. Vietato ai depressi


IDEE PER FINIRE L’ANNO (NON CON L’ANNO)

Sotteso dalla nuova religione del miglioramento incessante delle condizioni di vita, il “benessere” è ormai passione di massa, scopo supremo delle nostre società aperte e democratiche, ideale prepotente e pervasivo.

È nato un nuovo tipo antropologico, Homo consumericus, il “turbo-consumatore” mobile, flessibile, sfrenato: altro che il vecchio “Prometeo scatenato” che voleva trasformare il mondo con la tecnica! Adesso il progresso tecnologico deve essere al servizio dell'”iperconsumatore”, e quest’ultimo non è affatto una pedina delle multinazionali o delle grandi marche, ma si rivela un giudice sofisticato delle merci gettate sul mercato, un filtro ineliminabile del gioco della domanda e dell’offerta. Eppure, mentre questo inedito “soggetto” realizza il suo trionfo, paradossalmente quella felicità che sembra così a portata di mano si rivela un “piacere ferito”. Mai come oggi il senso della potenza si accompagna alla consapevolezza di una irrimediabile solitudine.

Lipovetsky Gilles – Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo

Una felicità paradossale. Sulla società dell'iperconsumo Titolo Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo
Autore Lipovetsky Gilles
Prezzo € 26,00
Prezzi in altre valute
Dati 2007, XIX-348 p., brossura
Traduttore Damiani D.
Editore Cortina Raffaello (collana Scienza e idee)
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

Aggiungi alla lista dei desideri Segnala il libro ad un amico

Gesù in Rolls Royce

Non è che le feste siano festa per tutti. Nell’ Italia che non arriva a fine mese fa notizia il rammarico delle voci dell’abbondanza: solo una distrazione, eppure certi regali che dovevano illuminare il presepio sono finiti nella pattumiera con le confezioni babilonesi nelle quali erano avvolti. Lo raccontano i giornali: sciarpe di cachemire, cornici d’argento. Elenco divertente. Può succedere se i pacchi sono tanti. E comincia la caccia al tesoro di chi fruga nelle immondizie. Proprio al momento dei brindisi tornano in primo piano le disuguaglianze di società che non si somigliano pur camminando sugli stessi marciapiedi. Chi ha le tasche vuote se ne accorge ogni mattino, ma chi é senza problemi non nasconde il fastidio per la curiosità pettegola dei cronisti che violano la privacy spiando l’immondezzaio.

Nel suo mattutino sull’Avvenire, monsignor Gianfranco Ravasi ricorda la provocazione di Tolstoj, Russia degli zar: “Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena”. E le schiene sono tante. Schiene nere, cancro dell’ Italia invasa dagli extra.

Nella appassionata intervista a Libero, il vice presidente del senato Calderoli non ha dubbi: “I mussulmani entrano nel nostro paese come un tumore e quando si svegliano hai già la metastasi”. Ecco perché carabinieri e vigili della bergamasca organizzano in segreto la caccia all’uomo.

E poi le schiene di chi brucia nelle acciaierie. Schiene nere che si agitano nell’Africa dei sospiri. Lo studio di Safeword e della Rete Internazionale contro il Traffico delle Armi fa sapere che dal 1990 al 2005 i paesi del continente hanno importato armi per 340 miliardi di dollari qualcosa di più dei miliardi “regalati” dal buon cuore dei paesi del G8. Sugli stessi aerei partono dall’ Europa, cibo, medicine e cannoni.

Un grande giornale brasiliano ha aperto le pagine ai ragazzi che scrivono a papà Natale. Dodicimila bambini hanno imbucato cartoline. Sei su dieci cominciano così: “Caro papa Natale, porta tutto quello che vuoi, ma tieni conto che nella notte santa ci addormentiamo affamati”. Pedro Maule Santos, 13 anni, fa sapere da Pernambuco di sopportare la mancanza di cibo “ancora per due settimane”, ma dovendo raggiungere “il posto di lavoro” nella stagione delle piogge non può fare a meno di un paio di scarpe numero 37. Che non ha. Quel “posto di lavoro” dà i brividi: nel paese leader dell’America Latina, Pedro e sei milioni di adolescenti non sono mai andati a scuola. Povero Lula dalle mani legate. Al momento opportuno la sua maggioranza si rompe in parlamento travolta dagli interessi di lobbies più potenti del capo dello stato. Latifondisti, banchieri, produttori di soya transgenica ed imprenditori che non vogliono pagare le tasse indispensabili a sanare le disuguaglianze sociali. 20 miliardi di dollari destinati alla Borsa delle Famiglie era l’intervento urgente per limare gli eccessi dei fortunati e dar respiro ai senza niente. Hanno votato no.

San Paolo è la seconda città del mondo ( dopo New York ) per numero di elicotteri privati, ma prima metropoli nell’acquisto di Ferrari e palline da golf. Ecco perché Maranello non può mai fare a meno di un pilota brasiliano. Eccitare per vendere dimenticando gli altri che hanno diritto ad una dignità diversa dalla vita in baracca. Lula non ce l’ha fatta: franchi tiratori al lavoro pilotati come burattini. Resta da stabilire se la sindrome brasiliana è arrivata in Italia o la sindrome italiana ha raggiunto il Brasile. I guastatori si somigliano ovunque. Racconta Jean Ziegler, sociologo svizzero consulente dell’Onu: “nelle favelas a Nord del Brasile, alla sera le madri fanno bollire l’acqua con dentro grosse pietre. Ai figli che piangono per fame raccontano che ’la cena è quasi pronta‘ sperando che lo sfinimento li addormenti. Immagino lo strazio di una donna costretta ad imbrogliare le creature disperate. Questo è l’impero della vergogna contemporanea che umilia l’umanità. Questo il vero terrorismo. La guerra non è ormai episodica; resta permanente. Non costituisce una crisi o una patologia: le trasforma nella normalità. Non equivale all’eclisse della ragione come si è scritto per nazismo e stalinismo del secolo passato; è la ragione sulla quale si inchioda il potere dei pochi”.

Che non sono tanto pochi perché attorno a chi teorizza le diversità obbligate, si allarga la fauna sterminata dei cortigiani che non rinunciano a scalare il benessere. Esempio: i dirigenti che disegnano i successi macroeconomici della Germania nella quale prospera il capitalismo meglio organizzato d’ Europa, guadagnano meno dei dirigenti nordamericani per il momento strateghi dell’economia mondiale, ma sono stipendi ai quali per ricaduta fanno riferimento gli stipendi dell’esercito dei dirigenti minori. Harry Roels, presidente dell’impresa energetica Rwe, nel 2006 ha intascato 16 milioni e 560 mila euro; Josef Achermann, Deutsche Bank, 13 milioni 210 mila. Perdono qualcosa rispetto al 2005 i presidenti Bmw, Volkswagen, Daimler Crysler, Adidas, eccetera, ormai sotto ai 4 milioni di euro. Gli italiani di Alitalia, Ferrovie, ospedali sono lì. La meraviglia non è la montagna di denaro, ma il paradosso che ne consegue: come fanno a spendere tanti soldi ?

Immaginiamo che per mettere a tavola le buone famiglie servano 10 mila euro al giorno, dodici mensilità di un precario nostrano. A fine dicembre i benedetti da dio non riescono a smaltire e si ritrovano con pacchi di bigliettoni ancora nel cassetto. Allora palazzi, isole per vacanze, azioni per divertirsi in borsa: la moda del momento suggerisce fattorie da un milione di ettari in Patagonia anche se resta il fastidio dello sgombrare gli indigeni mapuchos che la abitano dalla notte dei secoli. Buenos Aires è però comprensiva e li sbriga in fretta. La Germania non soffre delle disuguaglianze brasiliane, eppure un bambino su sei resta al di sotto dei parametri della povertà, soprattutto se abita nei lander ex comunisti. 2,5 milioni di ragazze e ragazzi non hanno il necessario per vestirsi in modo decoroso e comprare libri che possano allargare gli orizzonti. Se nascono nelle famiglie diseredate resteranno ai margini della società fino alla fine della vita. Società occidentale, cristiana, moderata e dal cuore tenero. Cuore evangelico.

Il marketing Usa trascina i telepredicatori protestanti a moltiplicare i miracoli in diretta Tv diventando popolari come nell’isola dei famosi. Profeti della nuova speranza, sempre sulla schiena degli ultimi, mentre le loro borse elettroniche ingrassano ad ogni esibizione. Il senatore repubblicano Charles Gassley, stato dello Iova, ha aperto un’inchiesta sui redditi del reverendo Reflo Dollar, primate di una chiesa personale e multimiliardaria: nei garages dei suoi palazzi diciotto automobili “normali” e due Rolls Royce. Più o meno la stessa fortuna accumulata dall’ex abate del santuario de la Virgen de Guadalupe, Città del Messico, vescovo di Roma, collezionista di Mercedes d’annata.

Insomma, 150 anni dopo il mea culpa di Tolstoy, le schiene restano le stesse anche se i pesi che devono sopportare si sono adeguati alla modernità del capitalismo impaziente. L’impazienza inonda il mercato di beni da consumare in fretta. Alluvione che invita a comprare cose “indispensabili” le quali subito scadono o vengono a noia: dai giochi dei piccoli alle mode degli adulti. L’usa e getta frenetico rende inutile la memoria. Chi non si adegua finisce ai margini se non ha maturità e cultura necessarie ad isolarsi nel buon senso che i teologi politici della non memoria ridicolizzano temendo l’orribile ritorno al passato: per carità, il ripristino della società delle regole proprio adesso che la globalizzazione funziona distribuendo guadagni ragguardevoli a chi riesce a far girare capitali nei paesi in via di sviluppo dove le braccia non costano niente.

Girotondo che distrugge non solo le abitudini, anche le relazioni che nei paradisi dei senza regola diventano febbrili: amici per guadagnare assieme, altrimenti nemici da prendere a calci. Truffare, tradire, mentire non suscita scandalo: conta solo il risultato. E se i risultati confermano il successo dell’ immoralità, le abitudini perbene finiscono nell’ antiquariato. Anomia frettolosa che minaccia la cultura civile ma anche la cultura-cultura. A cosa servono i libri se il lampo di google in tre secondi risponde ad ogni curiosità ? I libri s’impolverano, occupano spazio, nascondono dubbi pericolosi mentre i teologi del successo lavorano alla creazione di un’umanità- contenitore da riempire nei modi che il mercato decide. Belli, smemorati, egoisti, sorridenti. Ogni obiezione diventa una forma di terrorismo.

Noi viviamo qui; africani, brasiliani, negri e islamici non appartengono alle nostre tribu impegnate a difendere il capitalismo impaziente. E i Calderoli non sono una malattia, solo il sintomo della malattia di una massa dalla cultura debole. Pretende che le schiene siano sempre le schiene degli altri. E si organizza questa serenità in partiti disinvolti per rassicurare la modernità. A questo punto perché sprecare chiacchiere sul cachemire in pattumiera ? Chi può fasciarsi morbido non se n’era accorto. L’ha saputo dai giornali che continuano a meravigliarsi con la petulanza fuori moda di un passato senza futuro. Noi contenitori restiamo inossidabili. Il nostro consumismo è una religione impaziente. Le schiene degli altri possono aspettare.

mchierici2@libero.it

Cortesia dell’Unità

Maurizio Chierici | altre lettere di Maurizio Chierici

Basta code, carta e raccomandate

Nei prossimi mesi vanno a regime norme “per digitalizzare e dematerializzare” la pubblica amministrazione. Dall’apertura di una ditta al cambio di residenza

Nel 2008 la “svolta” con un clic

Rendere “snella e trasparente” la burocrazia uno degli obiettivi di Prodi
Magnolfi: “Un risparmio di 472 milioni solo per la carta”. Ma può essere di 14 miliardi

di CLAUDIA FUSANI

Una cosa alla Posta. La digitalizzazione della Pubblica amministrazione dovrebbe abbattere tempi e code


ROMA – Un clic e fai vivere la tua nuova ditta.
Un clic e cambi residenza. Un clic e regolarizzi la colf, lla badante, il cuoco o il pizzaiolo. Un clic e l’avvocato potrà leggere sul suo pc, in studio, gli atti del processo che altrimenti sarebbero una mezza dozzina di faldoni di carta da fotocopiare. Un clic e un indirizzo di posta elettronica e il tuo datore di lavoro ti dice se sei assunto, prorogato, insomma ti comunica quello che serve. Un clic, per risparmiare tempo, carta e soldi; per semplificare la vita di tutti noi; per iniziare a smantellare il vero problema di questa Italia vecchia e depressa: la burocrazia. Non è il solito elenco delle cose possibili. Diventa prassi quotidiana.

La svolta in un clic. Potremmo anche vederlo così questo 2008 che va a incominciare. Romano Prodi nella conferenza stampa di fine anno ha buttato là un messaggio di poche ma pesanti parole: “Il 2008 sarà l’anno cruciale, quello in cui proiettiamo l’Italia nel futuro”. Tra le spinte per il futuro c’è anche “far marciare la pubblica amministrazione, renderla snella e trasparente”, ridurre quella matassa poltiglia che sono gli adempimenti burocratici. Tanto per dare un’idea, basti pensare a cosa è successo dal 15 al 22 dicembre con i tre clic day del ministero dell’Interno: via internet sono state sbrigate le pratiche per chiedere la regolarizzazione di 655 mila stranieri. Due anni fa sui giornali si leggevano le cronache di persone accampate fuori dagli uffici postali da 24 ore prima e i dettagli di bivacchi assai poco dignitosi per un paese evoluto. Due anni dopo è cambiato tutto. Con un clic, appunto, e un pc.


La “svolta” è sparsa nelle pieghe di leggi, Finanziarie, provvedimenti vari, un insieme di tessere che discendono da vari ministeri e che hanno la loro cabina di regia nel ministero per le Riforme e Innovazione nella pubblica amministrazione. Da un anno e mezzo il ministro Luigi Nicolais e il sottosegretario Beatrice Magnolfi stanno facendo un lavoro oscuro, silenzioso per mettere il puzzle in condizioni di essere completo e operativo fin dalle prossime settimane. Tra gennaio e marzo in Italia sarà possibile svolgere per via digitale una serie di pratiche burocratiche ma anche professionali

I due pilastri della svolta – “Questo anno e mezzo è servito soprattutto per fare quel lavoro di back office – spiega Magnolfi – cioè di adeguamento delle strutture di un paese nato e cresciuto su carta e che deve diventare digitale, che oggi ci permette di far decollare certi servizi evitando il rischio, molto frustrante, di dover stare in coda davanti a un pc”. Come quando sei convinto di fare tutto con un clic e poi c’è sempre qualcosa che non funziona. Questo lungo lavoro ha due pilastri.

Il primo pilastro – Si chiama SPC, sistema pubblico di connettività, ed è andato a regime nella pubblica amministrazione centrale a partire dal 30 novembre scorso. Si tratta delle rete intranet della pubblica amministrazione: è come se tutti gli uffici sparsi nel territorio fossero diventati un unico grande ufficio. A marzo sarà operativo anche il regolamento, cioè gli standard e l’insieme di regole comuni in grado di far camminare in tempo quasi reale e da un ufficio all’altro in Italia questo enorme flusso di dati e informazioni. A quel punto l’unico grande ufficio della pubblica amministrazione italiana sarà operativo in rete e accessibile da chiunque con un clic. La Finanziaria ha stanziato 30 milioni di euro per risolvere e adeguare i nodi regionali, quelli degli uffici periferici della pubblica amministrazione.

Beatrice Magnolfi, sottosegretario del ministero dell’Innovazione

Il secondo pilastro – Si chiama CIE, la carta d’identità elettronica, che finalmente, dopo anni di annunci e stop&go, diventa disponibile in tutta Italia a un costo di 20 euro. “La Cie – spiega Magnolfi – non è solo strumento di identificazione del cittadino ma diventa anche la chiave di accesso ai servizi che sono stati informatizzati”. Pensiamo solo alle banche dati degli ordini professionali, dei comuni. Un avvocato potrà, dall’ufficio, accedere al calendario delle udienze del Tribunale, un notaio al registro dei passaggi di proprietà delle case, un architetto o un ingegnere, identificandosi con la Cie, potrà accedere alla banda dati dell’ufficio urbanistica e verificare lo stato delle concessioni edilizie.

Una nuova impresa? Basta un clic – E’ quello che succederà se un giorno si decide di aprire una ditta. Si chiama “comunicazione unica” e diventa operativa il 18 febbraio per effetto della prima “lenzuolata” decreto Bersani . Il presupposto è che la persona intestataria si sia dotata di PEC (posta elettronica certificata) e di firma digitale due strumenti che sostituiscono totalmente firme su carta, raccomandate, code alle poste, appuntamenti dal notaio. Così in massima sicurezza, senza muoversi dall’ufficio o da casa uno può raggiungere Inps, Inail, il Registro delle imprese per comunicare inizio, modificazioni o cessazione della ditta, l’Agenzia delle entrate. Provate a immaginare cosa vuol dire in termini di tempo risparmiato, certezza delle operazioni e soprattutto, sottolinea Magnolfi, “di trasparenza”. Infatti, senza essere troppo pubblicizzata, questa possibilità piace agli italiani se il Cnipa (Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione) a ottobre ha già contato 10.200 domini attivi (per la firma digitale) e 122 mila caselle di posta certificata.

Piano di semplificazione – Vita più semplice per le ditte. Ma anche per i cittadini. Entro il 30 giugno diventa operativa la comunicazione unica anche per i cittadini per il cambio di residenza. Con il presupposto del possesso della firma digitale o della Carta d’identità elettronica, ognuno di noi potrà da casa o dall’ufficio con un semplice clic, comunicare una sola volta al Comune il cambio di residenza e in tempo reale il dato sarà modificato presso gli archivi informatici di tutti gli altri uffici e servizi pubblici interessati, dalla Asl all’agenzia delle entrate, dall’Enel all’agenzia del gas eccetera. Così finiranno le peregrinazioni e le file che rendono un incubo cambiare casa.

Trasparenza sul lavoro – Basta con lettere sotto banco, accordi paralleli o altre di queste cose che capitano. Per ogni assunzione, proroga o cessazione di un dipendente, pubblico o privato, dal 1 marzo 2008 i datori di lavori non dovranno più fare tate comunicazioni cartacee ma saranno obbligati alla comunicazione unica on line ai servizi territoriali competenti “secondo un modello unificato valido su tutto il territorio nazionale”. I servizi a loro volta provvederanno ad inoltrarla in tempo reale a ministero del Lavoro, all’Inps, all’Inail e alle prefetture. Tutto questo, oltre a far risparmiare tempo e soldi per la carta e la spedizione dei plichi, “favorisce – è sicura Magnolfi – la tempestività, la trasparenza e offre garanzie ai lavoratori. Contribuirà anche a far emergere il sommerso”.

Addio vecchio telefono, buste e francobolli – C’è un articolo della Finanziaria che assomiglia a una mannaia per tante vecchie abitudini difficili da cambiare. Prevede, l’articolo, che tutti gli uffici centrali della pubblica amministrazione utilizzino esclusivamente la posta elettronica certificata al posto della vecchia posta e dei vecchi francobolli. “Significa un risparmio di oltre cento milioni di euro solo per la spesa dei francobolli” puntualizza Magnolfi. Lo stesso articolo obbliga le amministrazioni centrali all’utilizzo del Voip anziché delle linee telefoniche. E’ la cosa più semplice del mondo: telefonare e comunicare tra uffici utilizzando la rete internet – già attiva col pc – e non quella telefonica. Chi non si adegua, si vedrà comunque tagliare il 30 per cento delle spese postali e telefoniche nell’esercizio successivo. Grazie a questo disincentivo, nel 2008 è stato calcolato un risparmio di 25 milioni di euro. A regime, in tre anni, la riforma porta un risparmio di 286 milioni di euro.

I risparmi – Digitalizzare e dematerializzare farebbe risparmiare al paese “dal 3 al 5 % sul prodotto interno lordo”. E’ una stima della società NetConsulting a cui lo scorso anno Infocamere ha commissionato uno studio sui possibili risparmi. Tagliando ad esempio la stampa e la trasmissione dei certificati, la pubblica amministrazione avrebbe un risparmio di carta pari a 472 milioni di euro. A novembre, al convegno annuale di ITech-Assinform è stato stimato che la fatturazione elettronica, conservazione sostitutiva dei dati, insomma digitalizzare e dematerializzare, porterebbe un risparmio annuo di 14 miliardi di euro. Più o meno il valore della Finanziaria 2008. Non solo, ci guadagnerebbe anche l’ambiente: digitalizzare significa quasi cancellare i 240 miliardi di fogli che vengono usati ogni anno negli uffici, salvare 6 milioni di alberi e avere 900 mila tonnellate di anidride carbonica in meno. “E’ un grande cantiere aperto – suggerisce Magnolfi – che richiede tenacia perchè non basta informatizzare le vecchie procedure, bisogna rottamarle. Ed è più facile cambiare le leggi che modificare le prassi”. L’ideale sarebbe che fin dalla nascita fossimo tutti provvisti, oltre che di codice fiscale, anche di una casella di posta elettronica e di una firma digitale.

(31 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/politica/costi-politica/digitalizzazione-della-pa/digitalizzazione-della-pa.html

Omicidio di Orgosolo, la famiglia lancia un appello

di Davide Madeddu

 Murales Orgosolo Sardegna

Dopo l’omicidio, un appello perché «chi sa parli». C’è rabbia e dolore tra gli abitanti di Orgosolo per la morte di Peppino Marotto, il poeta sindacalista rivoluzionario di 82 anni assassinato sabato davanti all’edicola dove avrebbe dovuto comprare i giornali. L’Unità, che acquistava ogni mattina e poi i giornali regionali e qualche altro nazionale. Nel paese della Barbagia adesso c’è bisogno di verità. E gli abitanti, così come i numerosi militanti e i parenti di Peppino Marotto vogliono risposte. Vogliono sapere chi ha ucciso Peppino Marotto.

Tutti, dal sindaco al parroco vogliono capire perché è stato ucciso un uomo di 82 anni con 6 colpi di pistola sparati da breve distanza. Dalla Cgil, il sindacato per cui Peppino Marotto aveva lavorato in tanti anni di militanza (era stato anche segretario della Camera del Lavoro che lui stesso aveva contribuito a fondare proprio a Orgosolo) escludono che possano esserci ragioni politico sindacali, mentre gli inquirenti che portano avanti le indagini non escludono alcuna pista. Una delle ipotesi seguite dagli investigatori, che in questo caso mantengono il più stretto riserbo, potrebbe essere quella di uno screzio. Futili motivi per qualche rimprovero che il poeta avrebbe fatto a qualcuno.

Ipotesi di lavoro ma nulla di più, almeno per il momento, dato che al momento non ci sarebbero testimoni. E non ci sarebbe neppure una spiegazione per la scelta del luogo dell’omicidio. Peppino Marotto è stato assassinato davanti all’edicola, in una strada trafficata e situata in pieno. Una zona molto più esposta della sede della Camera del Lavoro (alla periferia del paese) dove sarebbe dovuto andare dopo qualche minuto o vicino a casa. Tra gli abitanti che stanno in piazza c’è stupore. Qualcuno davanti ai cronisti dei giornali regionali lancia un appello perché chi sa «parli, anche con una telefonata anonima».

È troppo poco però. In paese ancora non si riesce a credere che possa essere successo. Che Peppino, il poeta, il sindacalista che ha unito la lotta da prima linea a quella culturale, sia stato ucciso a poche decine di metri dalla chiesa del paese. Dove venne ucciso nove anni fa don Graziano Muntoni. Nessun testimone allora, nessun testimone oggi. E nessun motivo. Dalla parrocchia al municipio il grido ci condanna è unanime. «Non lo dovevano toccare – dicono gli anziani davanti alle telecamere del Tg3 – cosa ci porta questo adesso? Nulla, dolore e rabbia». Per quell’uomo che non c’è più.

Peppino Marotto, il sindacalista che ogni giorno, nonostante l’età, continuava ad impegnarsi, come volontario dello Spi (il sindacato pensionati della Cgil) e il patronato Inca, a favore degli altri. L’uomo di 82 anni, «il comunista» come amava definirsi, che aveva cercato di fermare la violenza con la cultura. Con le lotte sindacali prima, affianco ai pastori e agli operai e con la poesia dopo. E poi le altre iniziative musicali con il coro del Supramonte. Fu lui a far sorgere, negli anni 70 il gruppo dei muralisti e a sostenere quei disegni che rivendicavano «progresso, cultura» ma anche «rivoluzione e ribellione» a un mondo fatto di omertà che affrescano tutte le pareti della parte vecchia di Orgosolo. E la cultura, con la rivoluzione e il sogno del «riscatto del proletariato» hanno contraddistinto e caratterizzato la sua esistenza.

«Da uomo di prima linea era adesso impegnato in quello culturale – ricorda Giampaolo Diana, segretario generale della Cgil – la sua attività era dedicata soprattutto a queste iniziative». Che erano fatte di partecipazioni ai convegni sul lavoro piuttosto che su Gramsci cui ha dedicato alcuni poemi musicati anche da altri artisti.

Pubblicato il: 30.12.07
Modificato il: 30.12.07 alle ore 20.25

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71751


Faccia a faccia tra Ersilio Tonini e Danilo Gallinari: "Il futuro spaventa? Arrotolarsi le maniche"


Propositi, consuntivi e attese: faccia a faccia tra il cardinale Ersilio Tonini, 93 anni, e il cestista Danilo Gallinari, 19. Il sacerdote: “Ai ragazzi dico sempre: agite come individui, mai come massa”. Lo sportivo: “Il problema della mia generazione è la precarietà”.

di Giorgio Acquaviva


Roma, 30 dicembre 2007

Il giovane campione di basket e l’anziano saggio cardinale faccia a faccia sulla soglia del nuovo anno. Propositi, consuntivi, ricordi, considerazioni si intrecciano e si mescolano, inevitabilmente diversi nello spessore per il numero di anni che ciascuno ha alle spalle. Ma le parole si richiamano e si riprendono. E la cosa ci è parsa di buon augurio.

Danilo Gallinari, classe 1988, studia Scienze umane e filosofia all’Università Cattolica di Milano e a meno di vent’anni lavora già: con i suoi due metri e cinque ha già sperimentato la nazionale di basket. Non ha bisogno di presentazione Ersilio Tonini, il 93enne cardinale, già arcivescovo di Ravenna-Cervia, giornalista, opinionista, grande comunicatore tv e pastore stimatissimo.

Partiamo dai propositi per il nuovo anno: che cosa si aspetta il giovane campione?
«Sul piano personale tante soddisfazioni, dal punto di vista della mia attività sportiva. E poi di stare bene con la famiglia e che la famiglia stia in salute…».

E più in generale?
«Vorrei che nel mondo ci fosse meno ipocrisia e meno violenza. Due aspetti troppo presenti nella vita quotidiana. Soprattutto la violenza, quella sulle donne e quella in genere sulle persone. E poi che fossimo meno condizionati dai fattori economici, perché i soldi spesso sono motivo di problemi, di corruzione».

Che cosa ne pensa il cardinale Tonini?
«Senti, ragazzo. Devi sapere che non è vero, o meglio che le proporzioni non sono quelle raccontate dai mezzi di informazione. Sono i media, soprattutto le televisioni, che cercano di dare la loro verità sul mondo. Pensate se invece un giornale pubblicasse la notizia: una mamma ha allattato il suo piccolo al seno, che ormai sono pochissime, anche se è una cosa bellissima. Non devi renderti schiavo di quelle ‘verità’, devi sapere che si pubblicano notizie che devono colpire, ma nessuno dà l’annuncio che due si sono sposati anziché convivere… o che è nato un bambino da padre e madre… o che un bambino di 6 anni è andato regolarmente a scuola… Perché nessuno si meraviglia di questo? Non bisogna impressionarsi per i titoli di giornali e tv, che giocano sull’effetto».

Danilo, la tua generazione rischia di passare alla storia come la prima che sperimenta la precarietà non per ragioni in qualche maniera oggettive (guerra, carestia…) ma per scelte politiche. Che cosa ne pensi?
«In questo momento non vivo la precarietà, perché sto facendo quello che voglio e che amo fare. E spero di sviluppare negli anni una carriera a livello cestistico. Ma mi rendo conto che per tanti coetanei senza la mia fortuna la precarietà è davvero un problema, perché nonostante i sacrifici e gli studi non sanno bene dove mettere i piedi: mancano sicurezze elementari sia per i ragazzi, sia per le famiglie».

E poi c’è il New York Times che recentemente ha scritto di un’Italia sfiduciata, senza prospettive…
«Personalmente non sono sfiduciato. E per quanto riguarda la mia generazione, fra quelli che conosco e frequento c’è voglia di fare, voglia di cambiare. Nel momento in cui si vede una situazione difficile, la soluzione non è tirarsi indietro».

Cardinale…
«Bravo. Hai dato una risposta che di solito do anch’io. È strano che si voglia coinvolgere un’intera generazione. Dico sempre ai giovani: non lasciatevi giudicare in massa perché tu non sei massa, sei una persona. È un vizio culturale che abbiamo. Spesso anche i media affrontano in questa maniera l’attualità, ma io la rifiuto. Guai al ragazzo che si fa giudicare in massa. Da anni giro l’Italia a parlare alla gente, ai giovani soprattutto. C’è invece una grande attesa, che si distacca dal giudizio generico. Ed è più concreta la possibilità di uscire dall’incertezza. Certo, c’è il sud con i suoi ritardi. Negli incontri i ragazzi meridionali si alzano e dicono: belle parole, ma sappia che per noi la realtà è ancora quella dell’emigrazione. Questa è una realtà del sud, ed è ingiusta. Ma anche lì ho trovato la volontà di uscire dall’anonimato, di reagire, di prepararsi con studi adeguati. Il singolo che vuole emergere è un grande valore positivo. Bisogna dire ai giovani che in fin dei conti sei tu che devi fare te stesso, che devi rispondere alle domande fondamentali, che di fronte alle tue debolezze puoi vincerle».

Danilo, come mai hai scelto gli studi di Scienze umane e filosofia?
«Le materie umanistiche mi sono sempre piaciute, in particolare la filosofia, che aiuta a porsi domande sull’uomo. E allora cerco di approfondire questo filone».

Il commento di Tonini:
«Mia madre, che non aveva studiato filosofia, ci aveva esercitati alla carità e alla misericordia. Quando eravamo in tre maschietti e arrivava un povero a chiedere l’elemosina, il primo doveva offrire una scodella di minestra, il secondo un bicchiere di vino e io che ero il più piccolo un tozzo di pane. E diceva sempre: “ricordatevi, ragazzi, che voi date al povero, ma a ricevere è Cristo Signore”. La religione non è appena andare a messa, ma formare la propria coscienza, netta e pulita. A noi è stato insegnato a svegliarci al mattino e a meravigliarci di essere al mondo. Mi sono permesso — quando il Papa ha chiesto un parere a noi cardinali all’inizio del suo ministero — di dirgli: “Santità, si rivolga alle madri e chieda loro di insegnare ai figli l’esercizio dello stupore”. Quando avevo 4 anni mia madre mi disse che avevo ormai l’età per ringraziare direttamente Dio senza la sua mediazione, dicendomi: “ricorda che quando sei nato abbiamo fatto una grande festa”. Credo che noi vescovi dovremmo fare questo: invitare tutti a stupirsi e a ringraziare il Signore. Vedete, l’Islam da questo punto di vista finirà col sedurre la nostra società, perché quando si vede il fedele musulmano pregare per 5 volte al giorno in ginocchio, scopriamo il senso dell’adorazione, un esempio splendido…».

Danilo, sei un ottimista. Ma il Papa per esempio tuona contro il nichilismo e l’individualismo dilaganti…
«Sì, è vero. penso che abbia ragione perché quelli sono pericoli reali per le giovani generazioni e su questo bisogna intervenire».

Il ‘come’ lo spiega il cardinale:
«Rendiamoci conto che essere al mondo è un miracolo. Già Platone insegnava ai suoi discepoli la bellezza dell’incanto. La filosofia dovrebbe insegnare a tutelare quella capacità dell’uomo che, a differenza del cane e del gatto, sa di essere, conosce l’innamoramento, e ha una eterna capacità di stupore».

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/12/30/57125-faccia_faccia_ersilio_tonini_danilo_gallinari.shtml

Thyssen: morto anche il settimo operaio

Torino, Giuseppe Demasi non ce l’ha fatta, era l’unico sopravvissuto alla strage del 6 dicembre. Era stato sottoposto a tre interventi chirurgici

Venerdì gli operai dell’acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà

Domani sera alle vittime del lavoro sarà dedicata la tradizionale marcia della pace del Sermig

Il reparto della Thyssenkrupp dove è avvenuto l’incendio


TORINO
E’ morto Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell’incendio del 6 dicembre alla Thyssenkrupp di Torino. Il ragazzo era l’unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell’incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate.

Proprio venerdì gli operai dell’acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà per il loro compagno che stava lottando fra la vita e la morte e per ricordare le altre sei vittime: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò.

Tra i manifestanti c’erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. “Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui”, aveva urlato Antonio Santino. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi. Ma il cuore del ragazzo non ha retto. E’ morto oggi poco dopo le 13,30.

E sarà dedicata alle vittime del rogo nell’acciaieria della Thyssenkrupp, la marcia della pace del Sermig, che ogni anno da 40 anni la sera del 31 dicembre percorre le vie di Torino e si conclude nell’Arsenale della pace, dove l’associazione del volontariato cattolico tiene la cosiddetta “Cena del digiuno”.


Le migliaia di giovani che partecipano alla manifestazione si ritroveranno davanti allo stabilimento di corso Regina Margherita, fermo dal 6 dicembre scorso quando sulla linea di produzione numero 5 le fiamme ustionarono a morte sette. “Scandiremo i nomi di decine di morti sul lavoro – spiega il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero – per ricordare che una fabbrica, un cantiere o un ufficio devono essere un luogo di serenità, di promozione umana dove le persone trovano le sostanze per mantenere la propria famiglia e mandare i figli a scuola”.

(30 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-1/settimo-operaio/settimo-operaio.html