Archivio | dicembre 1, 2007

Berlusconi: «Venite a me»


La dittatura può essere
voluta soltanto da chi
possieda la fede metafisica
che il suo dittatore sia per
via misteriosa in possesso
della verità assoluta
Il problema del
parlamentarismo (1924)
HANS KELSEN

Fini stizzito, Bossi dubbioso

Silvio Berlusconi a Palermo, foto Ansa

Il socialista Enrico Boselli dice che la nuova legge elettorale spagnolesca proposta da Veltroni e piaciuta a Berlusconi creerà un «bipartitismo coatto». Un’interpretazione malevola che però sembra aver ispirato anche il Cavalier Berlusconi. A Palermo – dove è andato per un comizio durante il quale ha raccolto le firme sul nome da dare al nuovo partito – tra ali di folla festante e ingorghi di traffico, il giorno dopo l’incontro decisivo con il segretario del Pd, spiega che la legge elettorale lo interessa assai poco. L’oggetto nuovo che ha colpito la sua fantastica intuizione per il marketing è il nuovo Partito democratico. Non a caso la sua interprete più fedele degli ultimi tempi, la “rossa” Michela Vittoria Brambilla anticipa che, al contrario di quello che avrebbero voluto molti colonnelli della prima ora di Forza Italia – da Bondi a Giro – questa volta è sulla parola «partito» che si metterà l’accento. Partito delle libertà e non Popolo, questa sarebbe già l’indicazione «in un sondaggio». «Bossi può stare tranquillo – dice Berlusconi – perché prima del referendum faremo la legge elettorale per evitarlo».

Berlusconi lanciando nei gazebo le nuove iscrizioni lo vede come un partito unico al posto della Casa delle Libertà. «Ci ritroveremeo tutti insieme», è convinto riguardo alla sua capacità di magnetizzare gli ex alleati della defunta Cdl. E sogna «il nostro nuovo partito e il Pd» come «due soggetti politici forti in grado di garantire il bipolarismo di resistere ai veti e ai ricatti spesso imposti dalle formazioni anche più piccole». Anzi, proprio dalla Sicilia secondo lui, sull’onda «dell’entusiasmo della gente» spera di costruire un unico soggetto politico del centrodestra, travasando cioè i voti di An nel suo nuovo contenitore. Non stupisce che a queste parole quello che era il suo principale alleato, Gianfranco Fini, gli chieda di «fare chiarezza», perchè l’unità «è condivisione di obiettivi, programmi e strategie» e «non è stata Alleanza Nazionale ad aver definito la Cdl un ectoplasma e non siamo stati noi a dare a Veltroni la disponibilità ad una legge elettorale che non preveda espressamente per i partiti l’obbligo di dichiarare le alleanze prima del voto. Il leader di An rifiuta la linea berlusconiana che pretenderebbe per lui «un monumento al trasformismo» Mentre Altero Matteoli grida all’anschluss – «Berlusconi vuole annetterci» – per Ignazio La Russa la chiarezza che deve fare Berlusconi è se essere amico o nemico.

Umberto Bossi preferisce reagire da contadino che fa spallucce. Per il Senatur non è successo nulla tra Veltroni e Prodi ieri alla Camera. Perché «non c’è niente di scritto». «È meglio avere ognuno un proprio partito che unirsi e poi stare separati in casa – ha detto ancora – non conviene perchè non cambia nulla».

Nel suo nuovo tour dei gazebo naturalmente il Cavaliere non rinuncia a attaccare il governo Prodi: è lui, il suo spodestatore per ben due volte, che vede da sempre come nemico. E quindi dice che è «dannoso», «se ne deve andare» e non ha più del 20 percento del consenso tra gli italiani, «l’80 percento è contro». Lui è per le forze dell’ordine, sia contro i tifosi sia contro i manifestanti del G8 di Genova. Mentre Prodi «denigra la polizia» e gli nega i soldi negli stipendi (nel giorno della protesta degli agenti).


Non si sa se Boselli e la Brambilla
si piacciano, politicamente, s’intende. Ma per entrambi l’intesa sul “Vassallum” tra Veltroni e Berlusconi avvicinano le elezioni e mettono Prodi sotto «mobbing». Chi invece benedice l’intesa è Luca Cordero di Montezemolo. Il presidente di Confindustria è ineteressato alla governabilità e quindi non solo al dialogo sulla riforma elettorale, ma anche sulle altre proposte da Veltroni: da un nuovo bicameralismo a nuovi regolamenti parlamentari che evitano il formarsi di un numero spropositato di micropartiti.

Pubblicato il: 01.12.07
Modificato il: 01.12.07 alle ore 17.24

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71052


LA RETORICA DI UN DESPOTA

Il fulcro della costruzione oratoria va cercato in alcune iperboli e nel gioco del rovesciamento: sembrare vittima e non carnefice

di SIMONETTA FIORI

«Un discorso esemplare», lo definisce Luciano Canfora, antichista sensibile al genere oratorio e incline a frequenti incursioni nell’età contemporanea. «Quel 3 gennaio del 1925 Mussolini dà prova di straordinaria abilità nel dosare lusinga e minaccia, ammiccamento e chiamata di correo, ragionamento pacato e aggressione ruvida. La sua retorica fonde due stili differenti: il primo ricavato dall’antica esperienza di tribuno socialista, altalenante tra tonalità energiche e passaggi pensosi; il secondo legittimato dalla condizione del despota, che brandisce il manganello impunemente».

Colpisce, fin dalle prime battute, il suo collocarsi fuori dalle istituzioni. Pronunciato in Parlamento il discorso si presenta subito come un intervento “non parlamentare”. «Ma non è certo più aggressivo dell’altro storico discorso, il 16 novembre 1922, cui apertamente si richiama (“Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, ma non l’ho fatto almeno per ora”). Anzi: l’intonazione complessiva, seppure ricalcata sugli stessi stilemi, risulta più moderata».

Però minaccia violenze e vessazioni, che poi puntualmente attuerà. «Non c’è dubbio: è il discorso d’un despota. Ma il fulcro della costruzione oratoria va cercato altrove, precisamente nella celebre iperbole, giocata sul filo del paradosso: “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione suprema della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”. Si tratta evidentemente di una provocazione, indirizzata agli ex alleati liberali e popolari, divenuti tiepidi dopo il delitto Matteotti».

Una chiamata di correo?
«Proprio così. Non a caso il discorso s’apre con un atto di suprema sfida, quando Mussolini evoca
l’articolo 47 dello Statuto secondo cui “La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del Re” ed aggiunge: “Domando formalmente se qualcuno voglia valersi di quest’articolo…”. Poi spiega meglio: “Dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, è necessaria una sosta per vedere se possiamo proseguire la stessa strada”. Più chiaro di così».

A chi si rivolge?
«Mi viene in mente Benedetto Croce, che in Senato il 26 giugno del 1924 — immediatamente dopo il sequestro di Matteotti — aveva rinnovato il proprio appoggio a Mussolini con un voto “prudente e patriottico”. Il filosofo motivò: “Il fascismo non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono come ogni animo equo riconosce”.
Mussolini si rivolge a questo ceto liberale liberale: ma come, vi siete serviti di me per soffocare il sovversivismo rosso e ora fate tante storie per un cadavere».

Però respinge tutti gli addebiti.
«La bugia fa parte dell’oratoria politica universale. La difesa di Mussolini appare magistrale, specie là dove evoca la Ceka russa: le cifre del terrore comunista servono a ricordare agli ex alleati la terribile minaccia da cui egli li ha liberati».

Rende anche omaggio all’avversario.
«Sì, riconosce a Matteotti “una certa crânerie, un certo coraggio”, che assomigliavano al suo coraggio e alla sua ostinazione: è un modo gaglioffo di rendere l’onore delle armi, tipico del vincitore che si presenta come eticamente superiore».

Accenna alle proprie virtù militari, in un incalzare quasi romanzesco.
«Direi comico: si presenta come un eroe che ha sgominato insidiose sedizioni e condotto una divisione di fanteria a Corfù. In realtà la sua partecipazione alla Grande Guerra fu piuttosto modesta. Ma questo è un luogo topico della retorica del capo: la reinvenzione del passato».

Con illustri antecedenti.
«Penso al Bellum hispaniense del corpo cesariano: vi si racconta che durante la battaglia di Munda, nel 45 a. C., è Cesare a salvare le sorti del suo esercito prendendo le insegne dalle mani d’un centurione. Da Plutarco in avanti, nella tradizione a base classica, la figura dell’eroe è irrinunciabile. Dobbiamo aspettare Tolstoj per imbatterci nell’antieroe. Mussolini vuol ricalcare
un topos che fu di tutti i condottieri, da Napoleone a Garibaldi».

Colpisce, poi, il rovesciamento quasi paradossale della realtà: oggi chi è fascista, dice Mussolini, rischia ancora la vita.
«Tutta la costruzione oratoria di Mussolini è fondata sul rovesciamento: da una parte la violenza
rossa, fomentata dall’Aventino anticostituzionale e sedizioso; dall’altra il Duce, soggetto normalizzatore e desideroso di pace. Ma non trascuriamo le velenose allusioni lanciate alla Corona, quando fa cenno alla “triste storia delle questioni morali in Italia”: Matteotti, tra l’altro, aveva scoperto uno scandalo che coinvolgeva la famiglia reale, e il duce velatamente ne fa cenno a Vittorio Emanuele. Che è poi la figura occulta che sta dietro questo discorso del 3 gennaio».

Ma il Re non ne era stato informato. Anzi, racconta De Felice, se ne dolse poi non poco.
«Sappiamo però che Mussolini aveva tentato di procurarsi un decreto di scioglimento della Camera in bianco. E da un appunto di Suardo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, apprendiamo che la sera era del 2 gennaio il Duce aveva incontrato Vittorio Emanuele. Il quale
non firmò il decreto il bianco, ma lasciò intendere al capo del fascismo che, dopo il processo per l’uccisione di Matteotti, gli avrebbe permesso di sciogliere anticipatamente la Camera».

Non era quel che voleva Mussolini.
«Era però abbastanza per aggredire la Camera e mettere il Re davanti al fatto compiuto. Usando
tutta la vasta tastiera di cui può essere capace un tribuno divenuto despota: violenza e seduzione, ricatto e ammiccamento. Una prova bel calibrata di retorica autoritaria.

fonte: http://download.repubblica.it/pdf/diario/04012005.pdf

«Acqua pubblica per tutti»: il corteo oggi a Roma

Rubinetto acqua, 220, foto Ansa, 10/7/2007

Acqua per tutti, che non marcisce le ruote, che non fa crollare i ponti. La manifestazione nazionale che sabato 1° dicembre è stata organizzata a Roma dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua – concentramento alle 15 in piazza della Repubblica a Roma – non è però stata convocata su slogan generici. Non vuole solo ricordare che l’acqua è un bene sempre più prezioso, un diritto universale negato a milioni di persone, una risorsa che con l’inquinamento delle falde si sta riducendo per cui s’impongono politiche molto più decise per favorire il risparmio idrico e colpire gli inquinatori.

Il popolo dell’acqua che scende in piazza oggi a Roma chiede soprattutto – come ha già fatto con una legge d’iniziativa popolare che ha raccolto 406.626 firme ma giace in qualche cassetto parlamentare – che le grandi risorse idriche italiane restino pubbliche. Che sia fermato il processo di privatizzazione di un settore così delicato, strategico per lo Stato.

Esiste anche una proposta di modifica costituzionale presentata dalla senatrice dei Verdi Loredana De Petris per riconoscere il diritto all’acqua tra quelli fondamentali, inalienabili, individuale e collettivo e l’acqua stessa come bene comune pubblico. La battaglia – che non riguarda solo gli ambientalisti, anche se oggi in piazza a sfilare è previsto anche il ministro dell’Ambiente, il verde Alfonso Pecoraro Scanio – al momento ha un obiettivo molto più vicino e concreto, che è quello di mantenere la moratoria approvata alla Camera lo scorso giugno della durata di un anno come emendamento al decreto Bersani sugli affidamenti del servizio idrico a società per azioni. Bloccare cioè tutte le intese, spesso frutto di accordi privatistici con le pubbliche amministrazioni, che cercano di mandare avanti il processo di privatizzazione. Un processo, dicono le associazioni di consumatori e utenti, che porterà le risorse strategiche dell’Italia in mano a privati, spesso stranieri, che si apprestano a governarle secondo una logica di mercato che aumenta i costi senza neanche migliorare i servizi all’utenza.

Un’altra delle richieste concrete è anche quella di inserire con un emendamento alla Finanziaria lo stanziamento di fondi per la ristrutturazione delle risorse idriche: acquedotti, fonti, bacini. La situazione idrica penosa dell’Italia è infatti quella di un paese ricco di acque anche pregiate ma ai primi posti in Europa per sprechi e dispersioni, con intere regioni in cui l’accesso all’acqua potabile corrente non è garantito a tutti.

Al corteo – che si concluderà in Piazza Farnese con una performance teatrale di Stefano Lucarelli ed il concerto di Rodolfo Maltese e dei Funkallisto – in base alle attese degli organizzatori, saranno molti i gonfaloni ufficiali di Comuni, Province e Comunità montane.

Pubblicato il: 01.12.07
Modificato il: 01.12.07 alle ore 12.12

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71048


Varese: Emergency e Vauro insieme per la Cambogia

Varese Martedì 4 dicembre alle 21 al Cinema Teatro Nuovo di via dei Mille

In collaborazione con “Un Posto Nel Mondo, percorsi di cinema e documentazione sociale”


Vauro Senesi, giornalista, vignettista e collaboratore di Emergency, sarà a Varese martedì 4 dicembre alle 21 al Cinema Teatro Nuovo di via dei Mille a Varese. Il gruppo Emergency di Varese, in collaborazione con “Un Posto Nel Mondo, percorsi di cinema e documentazione sociale”, presenta “Okunchiran Emergency in Cambogia”, un racconto di Vauro, regia di Claudio Rubino e Emanuele Scaringi, produzione Fandango.


Marzo 2006: Vauro parte per la Cambogia,uno dei paesi più poveri al mondo e con una delle percentuali più alte di mutilati da mine:uno ogni 230 abitanti su una popolazione totale di 13 milioni. Gli ultimi 30 anni della storia cambogiana sono un perfetto esempio delle conseguenze delle guerre contemporanee: ammontano a circa 8 –10 milioni le mine ancora disseminate nel terreno e si fatica a trovare nuove vie di sviluppo in un paese che non conosce nessuna forma di stabilità, economica e sociale e dove la sanità è un’ordinaria emergenza. Vauro decide di intraprendere un lungo viaggio on the road all’interno del paese che gli permette di conoscere e di farci conoscere, attraverso immagini uniche e coinvolgenti,uno dei paesi dove, nonostante la guerra sia ormai finita da 15 anni, la grande maggioranza della popolazione è condannata ad una miseria senza speranza, spesso altrettanto letale delle mine.

Emergency ha avviato il suo intervento in Cambogia nel 1997, con la costruzione del Centro Chirurgico di Battambang per le vittime della guerra, affiancato nel tempo da altri cinque posti di primo soccorso e da due unità mobili in grado di spostarsi nel paese.

Nel 2003 quattro di questi centri sono stati trasferiti alle autorità sanitarie cambogiane. Una struttura e’ ancora gestita direttamente da Emergency. Qui nel Centro Chirurgico di Battambang, gli allievi della scuola di fisioterapisti di Phnom Penh ricevono periodicamente una formazione specifica da parte del personale di Emergency. Si è anche stabilito un contatto con l’Università di Phnom Penh per il tirocinio di medici specializzandi in chirurgia, mediante un progetto che vede la permanenza dei futuri chirurghi per sei mesi presso l’ospedale di Emergency. Dal suo arrivo in Cambogia Emergency ha curato gratuitamente oltre 255.000 persone.

Mercoledi 28 Novembre 2007

redazione@varesenews.it

fonte: http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=86353

Emercency in Cambogia. Con DVD

di Senesi Vauro

ISBN: 8860440831
Titolo: Emercency in Cambogia. Con DVD
Autore: Senesi Vauro
Editore: Fandango
Genere: varia
Data pubblicazione: 30 Nov 06

Prezzo: € 20,00

Benigni show, in dieci milioni incollati alla tv

di Roberto Brunelli

benigni

Corre, Roberto Benigni da Vergaio. «Ci ho tutti gli organi del corpo umano che si muovono ognuno per conto suo». Freme, tuona, ride, scalpita, grida e suda, avvolto, quasi abbracciato, da tre schiere adoranti di pubblico. Giacca scura e camicia bianca, il comico-regista-poeta-attore è tornato su Raiuno come un «intruso della tv», e per oltre due ore travolge il palinsesto, senza una sola interruzione pubblicitaria. Dante, certo, il «Quinto dell’Inferno», «il canto della lussuria», ma soprattutto un uragano comico-politico che al suo centro ha, ovviamente, Berlusconi. Ma che – tra battute vecchie e nuove – investe come una girandola impazzita anche una galassia multicolor composta, tra gli altri, dai Savoia, da Fini, Bondi, Storace, Andreotti, la Santanché, ma anche da D’Alema, Padoa Schioppa, Prodi, Vallettopoli, Buttiglione, «che non c’ha manco il pisello».

È Silvio il tormentone. «Se continua così, lo perdiamo: sempre a gridare “Prodi Prodi Prodi, ora cade Prodi”… Silvio, ti devi riposare. Prendi almeno una settimana dove non fai un partito nuovo, o almeno una settimana tra un partito nuovo e l’altra». E ancora: «Silvio vuole la legge elettorale alla vaticana, l’unico paesello dove non c’è mai crisi da duemila anni: è quella che piace a lui, altro che legge alla tedesca, alla spagnola, alla jugoslava…». Prodi invece? Eccolo sistemato: «Vive sui senatori a vita, personaggi straordinari che hanno fatto la gloria dell’Italia. Ma Prodi prima andava a messa una volta alla settimana, ora ci va tutti i giorni. Li chiama tutti, ogni giorno: “Rita, non uscire che c’è la brina…”. Andreotti? L’unico contemporaneo di Dante ancora in vita». Non manca D’Alema. «C’ha la barca, ha i baffi, è intelligente… prima lo volevano presidente della Camera, e zac, fecero Bertinotti. E lui: faccio un passo indietro per il bene del paese. Ma volevano sempre lui, anche per il Quirinale, perché ci ha i baffi, è intelligente, ha la barca… e lui fece un passo indietro. Doveva venire anche qui, ma è arrivato prima Veltroni. E lui: faccio un passo indietro, per il bene della diretta».

L’Italia di Benigni parte da Mastella («Indulto, aereo di stato, giudici: poverino, è sempre lui il capro espiatorio») per finire a Storace: «Fa il saluto romano, ma il suo è quello quello vero e cioè “aò, manica di froci mortacci sua”, è questo il saluto romano filologicamente puro. E la Santanché, bella topolona, lei ci ha il suo saluto personale»: Roberto mostra il dito medio.

Certo, tra il ripristino della verginità, e l’allungamento del pene e i residui di cocaina nell’Arno, è un affresco dell’Italia il racconto di Benigni. Anzi: è l’epica della libertà quella che il comico da Vergaio va ad annunciare: dai commercianti che si ribellano al pizzo alla lotta per la moratoria sulla pena di morte. «Il Rinascimento italiano ha inventato tutto ciò che noi consideriamo modernità. Pensa la pittura, il manierismo, il barocco, la prospettiva, abbiamo inventato tutto noi. La democrazia, la libertà nei comuni. L’Italia è il primo paese del mondo in cui è nata prima la cultura e poi la nazione. La Divina Commedia? Dopo averla letta, non si guardano più allo stesso modo le persone: ognuno è protagonista di un dramma epico irrepetibile. È inutile andarne a cercare il senso: il senso siete voi stessi». E qui hai proprio ragione, Roberto.

Pubblicato il: 30.11.07
Modificato il: 30.11.07 alle ore 15.58

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71020

Le letture del comico per far riscoprire il Poeta agli studenti
Ministro preoccupato: “Solo il 6% ha fatto il tema sul Paradiso”

Fioroni: “Presto nelle scuole
i dvd del Dante di Benigni”

“Non si può dire italiano chi non prova affetto per l’Alighieri”

Roberto Benigni all’Università di Firenze dove ha ricevuto una laurea honoris causa in Filologia


FIRENZE – Roberto Benigni torna a scuola.
O meglio, nei licei italiani arriva il suo Dante. Già dai primi mesi del prossimo anno scolastico, annuncia il ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, verranno infatti distribuiti dvd delle letture dantesche di Benigni in tutte le scuole.

L’iniziativa, nata da una coproduzione tra il ministero e lo stesso attore, si inserisce nel progetto che “il ministero poeta avanti da un anno per rilanciare lo studio di Dante”. Uno studio fondamentale e necessario, continua Fioroni, perché “chi è italiano non può dirsi tale se non ha e prova affetto per Dante”.

Ecco allora i dvd del Toscanaccio che, dopo aver riempito piazze e palazzetti, proverà a far innamorare della Divina Commedia anche i giovani studenti. Che non sembrano particolarmente infatuati di terzine e canti: solo il sei per cento dei maturandi, spiega preoccupato il ministro, ha infatti scelto il tema sull’XI canto del Paradiso.

(29 giugno 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/scuola_e_universita/servizi/dante-benigni/dante-benigni/dante-benigni.html

Chavez minaccia gli Usa: "Pronti a tagliare il petrolio"

Duri moniti del presidente venezuelano agli Stati Uniti accusati di cospirare con l’opposizione
Domenica il referendum per decidere se cambiare gran parte della Costituzione del 1999

Una sostenitrice del presidente venezuelano Hugo Chavez

CARACAS – Se l’opposizione venezuelana, d’accordo con “le forze dell’Impero statunitense”, dovesse mettere in atto un piano di destabilizzazione denunciando brogli in una sua eventuale sconfitta nel referendum di domani per la riforma della Costituzione, il Venezuela non esiterebbe a rispondere con decisione e sospenderebbe anche l’invio di petrolio agli Stati Uniti.

Vestito di rosso sorridendo, cullando bambini e cantando, Chavez si è impadronito ieri sera del palco centrale collocato sulla Avenida Bolivar di Caracas per la manifestazione del sì alla riforma da lui proposta, pronunciando un discorso in cui ha lanciato duri moniti a chi si proponesse di intralciare con la cospirazione il progresso della rivoluzione socialista.

Un primo avvertimento il leader bolivariano lo ha lanciato ai media che dovessero violare la legge elettorale venezuelana, preannunciando dure sanzioni. E alla rete statunitense Cnn, che giorni fa propose sullo schermo – “per errore”, hanno assicurato i responsabili ad Atlanta – la sua figura con la scritta “chi lo ha ucciso?”, Chavez ha detto: “Se qualche canale internazionale – mi sentano bene quelli di Cnn – si presta a piani di destabilizzazione, immediatamente espellerò i suoi inviati”.

Ma il discorso più duro alle molte decine di migliaia di persone riunite per ascoltarlo è stato per le possibili implicazioni di una cosiddetta Operacion Tenaza (Operazione Tenaglia) che legherebbe la Cia statunitense con l’opposizione interna per destabilizzare il paese in caso di vittoria del sì.

“Data questa situazione e visto il pericolo dell’Operazione Tenaglia – ha affermato – dispongo che a partire da oggi siano occupati dall’esercito i nostri campi petroliferi per proteggere i nostri beni nazionali”. E non è tutto, ha concluso, perché “se ci sarà questo tentativo di destabilizzazione con la complicità dell’Impero nordamericano, non ci sarà più una goccia di petrolio per gli Stati Uniti”.

Rivolgendosi infine al ministro del Petrolio Rafael Ramirez, il presidente ha detto: “Rafael, controlla quali sono le partite di petrolio in partenza lunedì per gli Usa perché, se l’opposizione crea il caos con la scusa di brogli nel referendum, tu possa ordinare di non mandare più il greggio verso il territorio statunitense”.

Il capo dello Stato ha quindi alternato citazioni storiche e canzoni a considerazioni politiche, come quando ha avvertito la Spagna che si potrebbe arrivare a gravi problemi per le relazioni diplomatiche se il re Juan Carlos non dovesse scusarsi per l’ormai famoso “Perché non stai zitto!” con cui gli si è rivolto durante il Vertice iberoamericano di Santiago del Cile. O come quando ha considerato che con l’arresto in Colombia dei tre messaggeri con le prove di sopravvivenza di Ingrid Betancourt e di altri numerosi ostaggi, il governo di quel paese ha messo in pericolo la vita degli ostaggi stessi.

In piazza l’entusiasmo è stato grande. “Il presidente – ha detto ad esempio alla tv statale una signora che ballava sventolando una bandiera – aiuta molto la gente povera. Siamo un gruppo di madri di Portuguesa (Venezuela occidentale) e siamo riconoscenti per quello che Chavez sta facendo. Non c’è dubbio che domenica voteremo sì”. E un altro militante ha elogiato “la determinazione del presidente a trasformare i rapporti economici in Venezuela, per cui gli auguro di rimanere al potere fino al duemila…sempre”.

Se così sarà si comincerà a sapere a partire da domenica, quando 16 milioni di elettori potranno recarsi nei seggi per dire un decisivo sì o no alla proposta di cambiare 69 dei 350 articoli della Costituzione del 1999.

Se vincerà il sì proposto da Chavez, comincerà una trasformazione istituzionale del Venezuela, di cui nessuno finora conosce la portata. Se sarà invece il no a prevalere, il paese entrerà in una stagione di grandi incognite, perché da una parte il capo dello Stato resterà al potere fino al 2012, ma dall’altra l’opposizione avrà recuperato gran parte della forza perduta in questi ultimi nove anni.

(1 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/chavez-spagna/chavez-usa/chavez-usa.html

Referendum venezuelano: sondaggi elettorali contrastanti

27 novembre 2007

A pochi giorni dal referendum costituzionale in Venezuela, fissato il 2 dicembre, si sbizzarriscono le previsioni e i sondaggi elettorali. Quasi tutti danno il “Sì” largamente vincente, ma non mancano le contraddizioni. Stranamente ad avere risalto nella stampa internazionale è un sondaggio che dà sconfitto il presidente Chávez.

di Antonio Pagliula

Domenica i cittadini venezuelani saranno chiamati per l’ennesima volta alle urne (11esima tornata elettorale dal 1999). Questa volta dovranno pronunciarsi circa la riforma costituzionale voluta dal presidente Chávez e dal suo governo per gettare le basi di uno stato ed una economia socialista. Saranno elezioni limpide dal punto di vista del processo elettorale, l’ormai ferrato sistema di voto elettronico venezuelano infatti non lascia spazio a possibilità di brogli o manipolazioni delle urne (un sistema che farebbe comodo a molte democrazie sparse per il mondo, soprattutto ad esempio in Messico, ma anche in Italia non dispiacerebbe…). A 6 giorni dalla tornata elettorale sono però i sondaggi elettorali a tenere realmente banco.

Quasi tutte le previsioni danno il “Sì” alla riforma costituzionale largamente avanti nelle intenzioni di voto. Secondo la agenzia “North American Opinión Research”, che ha realizzato un sondaggio su una base di 3’000 cittadini venezuelani, il voti per il “sì” si attesterebbero al 57%, contro un 33% che invece respingerebbero il referendum. Questo sondaggio mostra un incremento delle intenzioni di voto per il “sì” di 5 punti percentuali rispetto alla stessa inchiesta svolta da questa agenzia nei mesi scorsi.

Ancora maggiore il vantaggio per il presidente Chávez è invece dato da altre agenzie di sondaggi. L’Istituto Venezuelano di Analisi di Dati, dopo aver raccolto i dati durante il periodo che va dal 15 al 28 ottobre, attesta i voti a favore del referendum al 62,3%. La stessa agenzia vede il “No” al 17,4% e il popolo degli indecisi al 20,3%.

Anche il sondaggio effettuato da Consultores 30-11 da una chiara vittoria del “Sì” che è dato con un 63,4% delle preferenze ed un “No” al 30,1%. I risultati di questa inchiesta sono ancora più recenti dato che lo studio si è concluso il 21 novembre. La stessa indagine ha fatto emergere un dato interessante, il 78% degli intervistati infatti si dichiara con un alto livello di informazione circa i contenuti della riforma costituzionale.

Decisamente differenti sono invece alcuni sondaggi che invece hanno trovato grosso risalto a livello internazionale. L’agenzia Reuters ha ieri diffuso con una agenzia i risultati dell’agenzia Hinterlaces secondo cui le preferenze dei venezuelani sono ad oggi attualmente quasi equamente divise tra un “sì” al 45% ed un “no” al 46% con solo il 9% di indecisi. Questo studio è stato effettuato dal 20 al 24 novembre su 1’300 cittadini aventi diritto al voto.

Una è stata però l’agenzia che invece ha dato ampio vantaggio al “no”,si tratta di Datanálisis, stranamente quella più considerata dai media internazionali ed in particolare dalla BBC. Questa inchiesta dà i contrari alla riforma al 44,6%, mentre i cittadini che avallerebbero la riforma sarebbero il 30,8%. L’inchiesta sarebbe stata effettuata su un campione di 1.854 di possibili elettori tra il 14 ed il 20 novembre.

Fa pensare però il fatto che la stessa agenzia lo scorso anno, prima delle elezioni presidenziali, dava un Chávez in crisi rispetto ai rivali per una progressiva perdita di consensi. Peccato che poi invece il presidente venezuelano è stato rieletto con un 61,35% di voti a favori, molti di più del 45% attestatogli da Datanálisis. Ma allora c’è da chiedersi come mai proprio questa agenzia è quella che è stata più ripresa a livello internazionale?

Per fortuna un totale di 1.200 osservatori nazionali controlleranno l’andamento del referendum per la riforma costituzionale che si svolgerà domenica in Venezuela, lo ha reso noto il rettore principale del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Vicente Díaz che ha poi annunciato anche la presenza di molti osservatori internazionali a questo processo elettorale.

Il sistema venezuelano è considerato tra i più affidabili al mondo e nelle precedenti elezioni non sono mai stati sollevati dubbi di irregolarità da parte degli osservatori esterni.

A quanto pare però la voglia di interferire e di tentare di influire sull’opinione pubblica nazionale ed internazionale è però sempre viva come lo dimostra la guerra dei sondaggi (chissà a volte manipolati a piacimento) entrata ormai nel vivo.

fonte: http://www.verosudamerica.com/2007/11/referendum-venezuelano-sondaggi.html