Archivio | dicembre 5, 2007

Comunicato stampa: Altopascio

“GRAVI LE PAROLE DI MARCHETTI, IL SINDACO DI ALTOPASCIO RINUNCI A SPOT RAZZISTI E PENSI A RISOLVERE I PROBLEMI DELLA GENTE”

“Le parole del sindaco di Altopascio Maurizio Marchetti sono gravi e senza alcun fondamento giuridico. Invece di farsi pubblicità con spot di stampo razzista, Marchetti dovrebbe pensare a risolvere i problemi sociali del comune da lui amministrato”.

I consiglieri provinciali Barbara Mangiapane (Sinistra Democratica), Marco Bonuccelli, Mario Navari e Cristian Rossi (Rifondazione Comunista), Fabrizio Bianchi e Lucio Lucchesi (Comunisti Italiani) attaccano il sindaco di Altopascio e consigliere provinciale dopo l´intervista apparsa sul Tirreno in cui sosteneva la volontà di non concedere la residenza agli stranieri con reddito troppo basso.

“Le leggi nazionali e le direttive comunitarie – affermano i consiglieri provinciali – dimostrano chiaramente l´inconsistenza giuridica di quanto sta valutando di fare il sindaco Marchetti. Le sue esternazioni hanno una matrice xenofoba e l´equazione “senza reddito uguale delinquente” è sbagliata ed ingiusta. Cosa pensa allora di fare il sindaco di Altopascio con le famiglie italiane che hanno un reddito inadeguato? Sono affermazioni pericolose e dobbiamo iniziare a capire che, mettere a repentaglio i diritti dei cittadini immigrati, può essere solo l´inizio di un percorso volto a disegnare una società divisa in due: cittadini di “serie A” con reddito alto e cittadini di “serie B”. Questi ultimi, oltre già a subire una situazione di precarietà, dovrebbero essere anche costretti a rinunciare al diritto di residenza. Una divisione classista della società inaccettabile. Sono affermazioni pericolose quanto quelle della Lega Nord che a Treviso ha proposto la soluzione “SS” nei confronti degli immigrati: puniamone 10 per ogni torto fatto“.

“Con questi atteggiamenti – proseguono i consiglieri provinciali – si conferma la vera natura della sua giunta, fra le pochissime in Italia ad ospitare un assessore di Forza Nuova. E si conferma quanto abbia fatto bene il consiglio provinciale, durante il suo insediamento dello scorso anno, a non volerlo votare come vicepresidente proprio per questa ragione”.

“Il sindaco di Altopascio – concludono i consiglieri provinciali – rinunci a queste affermazioni inaccettabili che alimentano solamente sentimenti di rancore e intolleranza nei confronti dei cittadini stranieri e si prodighi per combattere, come dovrebbe competere ad ogni sindaco, le emergenze sociali che nel comune da lui amministrato sono veramente tante.

I consiglieri provinciali Barbara Mangiapane (Sinistra Democratica), Marco Bonuccelli, Mario Navari e Cristian Rossi (Rifondazione Comunista), Fabrizio Bianchi e Lucio Lucchesi (Comunisti Italiani)

Grazie Laura per la segnalazione!

La presidenza del Consiglio contro Bertinotti: non ha il senso dello Stato

Fausto Bertinotti e Romano Prodi
Fausto Bertinotti e Romano Prodi

“Non ricordo precedenti nel mondo politico, quanto meno occidentale, in cui lo speaker di un ramo del Parlamento entri a piedi uniti sulla situazione politica attuale colpendo direttamente e senza il minimo di umorismo, il Presidente del Consiglio in carica”. Lo afferma in una nota il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Micheli.

“Purtroppo – aggiunge – anche questo e’ il segno di un ricorrente, diffuso affievolimento del senso dello Stato”.

Russo Spena: stato confusionale dell’esecutivo
“Il fatto che Micheli parli di mancanza del senso dello Stato da parte del presidente della Camera e’ il segno della confusione in cui versa il governo, mentre dovrebbe lavorare a rilanciare la sua attivita’ e a ricostruire la sua maggioranza”. Il capogruppo Prc al Senato Russo Spena reagisce cosi’ alla dichiarazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Micheli.

“Credo comunque – ha aggiunto l’esponente di Prc – che di quell’intervista a Bertinotti sia stato letto un rigo o due e che non sia stato colto il senso profondo. E’ proprio dello Stato che si preoccupa Bertinotti, e delle sorti di un paese che si aspettava grandi cambiamenti”.

Migliore: Micheli chieda scusa
“Siamo ad un imbarbarimento del dibattito se uno dei piu’ stretti collaboratori di Prodi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Micheli, accusa il presidente della Camera di mancanza di senso dello Stato”. Lo dichiara Gennaro Migliore, presidente dei deputati di Rifondazione comunista-Sinistra europea.

“Sappia Micheli che, nonostante le sue errate conoscenze, forse motivate da uno sguardo rivolto piu’ alla Russia che alle democrazie, la speaker del parlamento Usa, Nancy Pelosi, non ha mai evitato di attaccare il capo del suo esecutivo, G. W. Bush. A Micheli chiedo se non sia il caso di scusarsi per l’enormita’ dell’accusa e -conclude Migliore- a Prodi se non sia il caso di prendere pubblicamente le distanze”.

Damiano difende l’operato del governo
Le valutazioni di Bertinotti sono sbagliate e ingenerose”: cosi’ il ministro del Lavoro Cesare Damiano, ha commentato le parole del presidente della Camera Fausto Bertinotti che ha criticato fortemente l’operato della coalizione di Governo.
“Il Governo – ha detto Damiano nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles – ha finora compiuto un’azione sociale di altissimo profilo, e come coalizione dovremmo essere orgogliosi di quanto finora ha fatto l’esecutivo guidato da Prodi”.

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=76423

Usa, violentata da sette preti

Rita Milla (Ap)

Una donna di 46 anni vince la causa contro l’arcidiocesi di Los Angeles: sarà “risarcita” con 500 mila dollari

WASHINGTON – Rita Milla, 46 anni, è diventata l’ennesimo tragico caso di uno scandalo che non accenna a placarsi negli Stati Uniti. La donna, che oggi ha 46 anni, ha vinto una clamorosa (e lunga) causa di risarcimento per aver subito violenze sessuali da sette preti a partire dall’età di 16 anni; l’arcidiocesi di Los Angeles, retta dal cardinale Roger Mahony, dovrà pagarle mezzo milione di dollari.

UNA FIGLIA – Non solo: la donna ha una figlia da uno di questi sacerdoti, mentre un altro aveva cercato di farla abortire dandole il denaro per recarsi nelle Filippine dove mettere in atto l’interruzione della gravidanza. La notizia della vittoria giudiziaria di Rita Milla è rimbalzata su tutti i media americani. Per la diocesi di Los Angeles si tratta tuttavia solo dell’ultimo capitolo di una lunga serie di eventi negativi relativi allo scandalo degli abusi sessuali: di recente la Chiesa della metropoli californiana aveva sborsato ingenti risarcimenti per numerosi casi di violenze e molestie sessuali.

05 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_05/milla_violentata_sette_preti_e43b02e6-a320-11dc-8831-0003ba99c53b.shtml


Non più "Cosa Rossa", la sinistra sceglie l’arcobaleno

logo La Sinistra l'Arcobaleno
Il logo de La Sinistra e l’Arcobaleno, anticipato dall’agenzia Dire

Basta chiamarla Cosa Rossa. Il nuovo soggetto che riunisce Rifondazione, Pdci, Sinistra Democratica e Verdi si chiama “La sinistra e l’arcobaleno”. Almeno così dicono i segretari dei quattro partiti coinvolti, che si sono incontrati mercoledì in vista degli Stati generali che si terranno l’8 e 9 dicembre alla Fiera di Roma. Ma è lo stesso Diliberto, segretario del Pdci, ad ammettere che «abbiamo evitato le polemiche e gli argomenti che ci dividono». Dunque, ancora non si sa se alle prossime elezioni amministrative i partiti presenteranno liste comuni, né se il «segno grafico» presentato – nessuno si azzarda a chiamarlo simbolo – sarà davvero il nuovo marchio distintivo della federazione. Il dibattito, insomma, è ancora tutto aperto, e non mancano le note stonate.

Più di tutto, è l’annosa questione della falce e martello a scaldare gli animi degli esponenti della sinistra. Ma anche la scelta tra forza di lotta o di governo, va ancora condivisa. Dopo le affermazioni del presidente della camera Fausto Bertinotti sul «fallimento» del governo Prodi, si sbilancia Oliviero Diliberto, leader del partito che ha lasciato Rifondazione proprio in seguito alla scelta del Prc di far cadere il primo governo Prodi, nel 1998. «Noi – spiega il segretario dei Comunisti Italiani – abbiamo la vocazione ad essere una forza di governo, bisogna vedere se ci sono le condizioni per farlo. Non è obbligatorio. Ma all’opposizione – ha concluso – si va se si perde». La pensa così anche Fabio Mussi, leader di Sd: «La vocazione di una forza grande è sempre di essere forza di governo, ma – aggiunge – vocazione di governo non significa che dobbiamo stare per forza al governo». Comunque, tiene a precisare riferendosi all’uscita di Bertinotti, «la sinistra unita non deve essere una caserma». Nessuna subalternità, quindi.

Ma ad alzare la testa, sono anche gli esponenti minori dei partiti, quelli che accusano i vertici di Prc, Pdci, Sd e Verdi di aver fatto tutto da soli, senza coinvolgere la base. «Siamo ormai molto distanti non solo dal comunismo – dice il deputato Gianluigi Pegolo, militante dell’Ernesto, la minoranza del Prc – ma anche da una sinistra che si rispetti: il tutto si riduce ad una scritta e a un arcobaleno. Quella che si annuncia è una sinistra light che ha perso ogni riferimento nel mondo del lavoro anche nel simbolo: la Cosa Rossa delude». È arrabbiatissimo anche Marco Rizzo, coordinatore del Pdci: «Se il simbolo definitivo non avrà la falce martello ben visibile – minaccia – non sarò d’accordo». «Perché – continua – in una confederazione dove i comunisti sono la stragrande maggioranza si dovrebbero cancellare i simboli del lavoro? I nomi e le cose – ammonisce – vanno a braccetto».

Pubblicato il: 05.12.07
Modificato il: 05.12.07 alle ore 16.47

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71151


Ex Cdl, Berlusconi all’attacco di Casini

Il Cavaliere parla durante una riunione con i coordinatori forzisti: “E’ stato lui a ferire mortalmente la nostra alleanza”. Smentita di Bonaiuti

“E’ irrecuperabile, e andrà a sinistra”

Cesa: “Continua a spargere zizzania, complimenti per la nuova pensata”
Ronchi, il portavoce di An: “Smentisca quello che ha detto e la smetta di dividere l’opposizione”

ROMA – Ripete che il governo deve andare a casa e, soprattutto, attacca frontalmente il suo ormai ex alleato Pier Ferdinando Casini. Silvio Berlusconi, tra una polemica nei confronti di Prodi e l’altra, continua a definire le prospettive del suo nuovo partito. Prospettive che, almeno nella testa del Cavaliere, non escludono un riavvicinamento con Gianfranco Fini e invece tagliano fuori, pare irrimediabilmente, l’ex presidente della Camera. Sono parole – smentite successivamente dal suo portavoce Paolo Bonaiuti – che provocano altre tensioni nel centrodestra, e provocano la dura reazione sia dell’Udc che di Alleanza Nazionale. Anche se sul piano generale Gianfranco Fini afferma che per An “l’unità del centrodestra è un valore”, ma mettendo subito dopo in chiaro che “non può essere un diktat”.

L’attacco del Cavaliere. “E’ stato Casini a ferire mortalmente la Cdl, non Fini e non certamente io”, ha detto l’ex premier durante una riunione con i coordinatori forzisti. Dicendosi convinto che il leader dell’Udc “sia ormai irrecuperabile”, e che invece il suo nuovo partito deve “recuperare i suoi, perchè nell’Unione di Centro molti non concordano con la sua linea”. Un suggerimento che gli deve arrivare da Giovanardi, da sempre il più berlusconiano di via Due Macelli, già passato armi e bagagli nelle file del Pdl, il partito che verrà.

Per Berlusconi il progetto del leader centrista è inserirsi tra i due blocchi, ovvero tra il Partito della Libertà e il Pd. Spiegano alcuni partecipanti alla riunione di Fi: “Vuole occupare una zona franca, che può contenere circa l’11-12 per cento dei voti, e intende fare da ‘pendolo’ assieme a Pezzotta, Mastella, Di Pietro e Montezemolo”. E, sempre secondo quante avrebbe detto il capo di Fi, “questa zona sarebbe orientata a dirigersi verso posizioni della sinistra”.


L’Udc: “Bella pensata”. Secca, e sarcastica, la reazione di via Due Macelli. “Mentre Berlusconi è impegnato in uno stretto rapporto con Veltroni e mentre in Senato l’opposizione si batte per la sicurezza dei cittadini e la legalità – dice il segretario Lorenzo Cesa, il leader di Forza Italia sparge zizzania e alimenta nuove divisioni nel centrodestra addebitando all’Udc progetti inesistenti di alleanze con la sinistra. Complimenti vivissimi per la nuova pensata”.

An: “Smentisca”. Parole contro cui si scaglia non lo stato maggiore dell’Udc bensì il portavoce di An Andrea Ronchi. “Berlusconi la deve smettere di fare dichiarazioni con l’unico scopo di dividere l’opposizione dopo aver sepolto la Cdl” attacca Ronchi. “Fermo restando che Casini farà liberamente le sue scelte, è incontestabile che fino a oggi in Parlamento l’Udc ha contrastato le sinistre e il governo Prodi”.

Sul fronte del rapporto con l’esecutivo, subito dopo le due impasse della maggioranza al Senato sulla sicurezza, nulla di nuovo. “Non è possibile governare in questa situazione”, dice l’ex premier, secondo il quale “il fatto che questa maggioranza sia implosa viene dimostrato ad ogni passaggio, ed è una agonia che fa male al Paese”.

La battuta finale del Cavaliere. Dopo le indiscrezioni, le reazioni e la smentita del suo portavoce, in serata Berlusconi liquida i cronisti: “Non fatemi parlare. Non voglio alimentare altre polemiche…”.

Fini: “Niente diktat”. Il leader di Alleanza Nazionale preferisce dal canto suo parlare in generale degli sviluppi degli ultimi giorni. “L’unità del centrodestra è un valore, ma non può essere un diktat. An considera un nuovo centrodestra l’obiettivo su cui lavorare – dice Fini incontrando i cittadini in un teatro romano – I partiti non nascono come funghi dopo le piogge, non si sciolgono o si creano dalla sera alla mattina. Noi siamo convinti che l’unità del centrodestra è un valore e non un colpo di bacchetta magica”. Fini ribadisce poi che An non si scioglierà e non confluirà in nessun partito.

(5 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/politica/cdl12/berlusconi-casini/berlusconi-casini.html

Cent’anni fa la strage di Monongah

Il 6 dicembre 1907 un’esplosione nei cunicoli della Fairmont Coal Company uccise centinaia di persone. Almeno 171 erano immigrati dal nostro Paese

In miniera l’ecatombe degli italiani

dal nostro inviato MARIO CALABRESI

Un’immagine dei minatori di Monongah all’inizio del secolo scorso


MONONGAH (West Virginia)
– Erano le dieci e trenta del mattino del 6 dicembre 1907, quando la miniera di carbone e ardesia di Monongah saltò in aria. In quel momento c’erano dentro quasi mille persone, moltissimi italiani. Sopravvissero in cinque. Fu il più grande disastro minerario d’America. E d’Italia, visto che i nostri emigranti pagarono un prezzo superiore addirittura a Marcinelle. Cento anni dopo, siamo tornati in West Virginia per ritrovare la memoria di una tragedia rimasta senza un perché.

La Storia è passata di qui cento anni fa e ha lasciato il suo segno su un ripido pendio erboso. Il cimitero non ha un recinto, le lapidi sono messe nella terra senza un ordine, sono sparse come fossero state gettate a caso. Nella pancia della collina sono sepolti molti più uomini di quanti non si possa immaginare contando le pietre tombali: in un solo giorno le fu chiesto di accoglierne cinquecento, forse mille. Era il 6 dicembre del 1907. A Monongah, piccolo paesino tra i boschi dei monti Appalachi, abitavano 3.000 persone, vivevano per la miniera della Fairmont Coal Company.

Estraevano carbone e ardesia. Ci lavoravano grandi e piccoli. Ogni uomo regolarmente assunto e con il bottone di ottone, che riportava la sua matricola, appuntato sul petto portava con se almeno due aiutanti, erano adolescenti o bambini, la loro discesa sotto terra non era registrata da nessuna parte. Pochissimi furono riconosciuti. Arrampicandoci sul crinale ne troviamo uno: “Qui è che giace Giuseppe Colarusso, in Santa Pace volò in grembo di Dio, nella tenera età di anni 10. Suo fratello Michele pose”.

Gli adulti guadagnavano 10 centesimi l’ora, i ragazzini ricevevano una mancia legata alla quantità di carbone che portavano in superficie. Vivevano in baracche di legno ricoperte di carta catramata, in dieci per stanza, pagando anche dieci dollari al mese, metà dello stipendio.

Quel venerdì mattina alle 10 e 30 una scintilla incendiò il grisou, il gas che riempiva le gallerie, non si è mai saputo perché e le inchieste non hanno trovato responsabili. L’esplosione fu terribile e si propagò per centinaia di metri dalla galleria otto alla sei. Sopravvissero in cinque, per gli altri non ci fu scampo. Il boato si sentì a trenta chilometri di distanza. Ci vollero molti giorni per recuperare i corpi, che erano carbonizzati e sfigurati, in gran parte irriconoscibili.

Venne allestita una camera mortuaria nella sede della banca, un luogo di cui nessuno si fidava tanto che i morti avevano i risparmi arrotolati nella cintura. Quando fu piena si cominciò ad allineare i cadaveri sul corso principale. Una folla di madri, vedove e orfani vagava alla ricerca di qualche segno di riconoscimento. Le scarpe, una giacca, i segni della barba. Alla fine soltanto 362 ebbero un nome e il diritto alla lapide. Gli altri ebbero sepoltura comune, o rimasero sotto il carbone.

Su sei vagoni ferroviari arrivarono 500 casse di legno. Il sindacato dei minatori disse che tanti erano state le vittime, i giornali arrivarono a parlare di mille morti. Di certo ci furono 250 vedove e un migliaio di orfani. La moglie di Carmine Ferrario era incinta di due mesi quando la minierà crollò, sulla lapide fece scrivere: “A Carmine nato a Vacri Chieti, vittima del disastro di Monongah, la moglie desolata pose”. Otto mesi dopo fece aggiungere: “Il figlio Carmine di mesi uno seguì il padre nella tomba il 9 agosto 1908”. La pietra si era spezzata esattamente a metà, oggi l’hanno aggiustata e padre e figlio sono tornati insieme.

Fu il più grande disastro minerario della storia americana. E di quella italiana. 171 dei morti riconosciuti erano emigrati dal nostro Paese. Più che a Marcinelle, in Belgio dove nel disastro del 1956 morirono 136 italiani. Ben 87 venivano dal Molise, poi dalla Calabria, dall’Abruzzo e dalla Campania. Ce lo raccontano le lapidi. Scritte in italiano, piene di errori, piene di disperazione: “A riposo di Cosimo Meo del fu Donato e di Filomena Paolucci, morto di 20 anno nel disastro di Monongah nella miniera N 8, nato ha Frosolone di Campobasso lascia sua madre”.

Gente povera, semianalfabeta, sfruttata. Solo l’anno precedente erano arrivavati ad Ellis Island, la porta d’ingresso per l’America, più di 300mila emigranti dall’Italia. Dalla baia di New York li portavano qui per soddisfare il bisogno di carbone e legname del boom industriale americano. La compagnia anticipava i 15 dollari del viaggio, che poi avrebbe trattenuto dalle paghe settimanali.

Erano giovanissimi e vivevano quasi da reclusi come racconta il direttore dei Quaderni sulle Migrazioni, Norberto Lombardi, nel libro “Monongah 1907, una tragedia dimenticata”, che il Ministero degli Esteri ha pubblicato questa settimana. I campi di lavoro erano controllati da guardie armate, non si poteva evadere, se non prima di aver pagato tutti i debiti. Anche il cibo si comprava allo spaccio della compagnia mineraria che tratteneva la spesa dallo stipendio. Così erano sempre sotto scorta, tanto che circolava una battuta: “Gli emigranti italiani fanno parte tutti della famiglia Reale”.

Di loro per molto tempo si era persa la memoria. Le lapidi erano ridotte in uno stato pietoso, spezzate, semicoperte dalla terra che con la pioggia smotta ogni inverno verso la strada, ma questa estate sono state recuperate e ripulite: dopo anni di incuria e dimenticanza il governo italiano ha spedito 100mila dollari per i lavori.

La storia è passata di qui e poi se ne è andata con la fine della miniera. Oggi tra queste colline boscose abitano meno persone dei morti di quella mattina di cento anni fa. Non sono diventati ricchi, ce lo raccontano le casette bianche ad un piano in finto legno, le automobili datate, la merce nei negozi. La storia ha lasciato non solo la West Virginia ma tutta questa parte d’America, le acciaierie di Pittsburgh hanno spento gli altiforni, il periodo d’oro cominciato con Andrew Carnegie, l’uomo che pagò per le sepolture, è finito da un pezzo e il declino non ha risparmiato nessuno. La miniera ha segnato la storia anche perché da quel momento cominciò la discussione per mettere nuove regole, la richiesta di sicurezza. Ma la strage dei minatori continuò, l’anno dopo, mese dopo mese, in decine di incidenti morirono in 700. In un secolo rimasero sotto terra 20mila persone solo in questo Stato, e gli ultimi 14, poco lontano da qui, li hanno persi lo scorso anno.

Ma la memoria è rimasta. “Come sarebbe possibile dimenticare, ogni famiglia ha un antenato che era nella miniera quel giorno. Il bisnonno di mio marito si salvò perché doveva scendere il turno dopo”: Diane Masters, caschetto biondo, è la proprietaria del piccolo ristorante Diary Kone. Più una gelateria fast food che un ristorante, ma i suoi sei tavoli sono un’istituzione in paese. Ci sono dal 1960, lei lo ha preso tre anni fa: “Gli affari vanno bene, anche perché ho convinto il vecchio proprietario a vendermi con il locale anche la ricetta segreta per la salsa degli hotdog”. È una specie di ragù leggermente piccante. “Ma il vero campione della memoria è stato il reverendo”. Everett Francis Briggs è morto lo scorso anno, era nato due anni dopo la tragedia, era cresciuto ascoltando la storia dell’esplosione che uccise italiani, polacchi, irlandesi, russi e slovacchi e si è battuto perché non si dimenticasse.

Nel cinquantesimo anniversario ha aperto una casa di riposo per anziani intitolata a Santa Barbara, la protettrice dei minatori. Oggi ci vivono 57 vecchi non autosufficenti della zona. La dirige suor Mary, che non ha molto tempo da perdere, sotto il braccio ha un fascio di cartelle cliniche, ma con la mano libera con tre gesti secchi ci indica la statua della santa patrona (“Sotto sono incisi i nomi di tutti i caduti”), il ritratto di un ragazzino minatore (“È originale e mostra che sotto terra andavano anche i bambini”) e la targa che ricorda il reverendo. Poi apre la porta del suo ufficio e ci congeda: “Buona fortuna”. Nella sua struttura ci sono persone che hanno combattuto nella Seconda Guerra Mondiale e per loro ha messo l’adesivo sul vetro all’ingresso: “Se ami la libertà ringrazia un veterano”. Anche il cimitero è costellato di bandierine a stelle e strisce, perché tra le tombe dei minatori ci sono anche quelle dei reduci delle Guerre Mondiali, della Corea e del Vietnam.

Aveva 98 anni quando se n’è andato, non potrà vedere la campana regalata dal Molise, nata nella fornace della Fonderia Pontificia Marinelli di Agnone, suonare domani mattina. I ragazzi della scuola media, che ha come mascotte un leoncino, sono pronti. A turno, ad ogni rintocco della campana, leggeranno i nomi dei morti. Sul muro della scuola hanno attaccato uno striscione dipinto a mano su un lenzuolo bianco: “Noi ricordiamo”.

Oltre il fiume West Fork, sui cui lati stavano le due gallerie della miniera, c’è la città vecchia, da allora non si è mai ripresa. Il ponte è dedicato a padre Briggs, sopra ci sono gli striscioni della regione Molise, scritti in due lingue. Accanto all’ufficio del sindaco e dello sceriffo, di fronte Blumberg building del 1911, dove oggi c’è il “Dark Side Karaoke”, c’è la statua dell'”Eroina di Monongah”, una donna con il fazzoletto in testa, un figlio in braccio e l’altro per mano: “In memoria delle mogli vedove e della madri delle vittime della miniera”.

Una di queste si chiamava Caterina Davia, perse il marito e due figli, ma i loro corpi non vennero mai trovati. Ogni giorno, per quasi trent’anni, tornò all’ingresso delle gallerie per portare via un sacco di carbone che poi svuotava nel suo giardino. Diede vita ad una collina, “la collina di carbone”, che arrivò a sommergerle la casa. Diceva che lo faceva per togliere loro un po’ di peso. E per dare un senso alla sua follia.


(5 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/marcinelle-america/marcinelle-america/marcinelle-america.html

Monongah – La Marcinelle Americana

Monongah la Marcinelle Americana Monongah la Marcinelle Americana

Il 6 dicembre ricorre il centenario della tragedia mineraria di Monongah, nel West Virginia (USA), ove perirono oltre 950 minatori di cui oltre 450 emigrati italiani.
Nel 2006 la FILEF ha realizzato l’unico film-documentario disponibile su questo evento.



“Monongah, la Marcinelle americana”, ripercorre attraverso la storia della famiglia Basile, partita dall’Abruzzo, lo sradicamento e il difficile travaso nella società americana, permettendo agli spettatori di riflettere sulle tante croci che ancora oggi aspettano un nome e un volto e sulle quali vi è scritto: “qui giace un eroe”…. eroe del sogno americano che molti hanno vissuto nel buio delle miniere e in condizioni di sfruttamento impressionante. Ed è impossibile, vedendo questo film che narra tra l’altro l’epopea del viaggio dei nostri migranti attraverso l’oceano atlantico, non ritornare alle immagini quotidiane delle migliaia di nuovi immigrati morti cento anni più tardi nel nostro mediterraneo alla ricerca del “sogno italiano”.

Silvano Console
Editrice Filef – 2006

Cortesia di FILEF – Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie

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