Archivio | dicembre 13, 2007

Berlusconi indagato: esposto a Mastella. Saccà si autosospende

giovedì, 13 dicembre 2007

ROMA (Reuters) – Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha detto oggi di aver inviato un esposto al ministro della Giustizia sulla notizia secondo cui sarebbe indagato per corruzione in una inchiesta della procura di Napoli su un “mercato dei voti” per far cadere il governo.

Intanto il direttore di Rai Fiction Agostino Saccà — coinvolto nella vicenda come oggetto della presunta corruzione da parte di Berlusconi — si è autosospeso dal suo incarico in attesa che finisca “al più presto e positivamente” l’indagine, portata alla luce ieri dal quotidiano la Repubblica.

“L’avvocato Marcello Melandri difensore del direttore di Rai Fiction Agostino Saccà fa sapere che lo stesso a tutela della sua immagine , della sua onorabilità e integrità e comunque della necessità di garantire gli interessi dell’azienda, ha chiesto al direttore generale di essere dispensato dallo svolgere la propria attività lavorativa nell’attesa che si concluda al più presto e positivamente l’indagine in corso”, si legge nella nota diffusa dal legale.

La Repubblica ieri riportava che il leader di Forza Italia è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione del direttore di Rai Fiction Saccà e per l’istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo, eletto all’estero per il centrosinistra, per far cadere il governo di Romano Prodi al Senato.

TUTELA DEI PM NAPOLETANI

La maggioranza dei membri del Csm ha chiesto all’organo di autogoverno dei giudici di avviare una pratica a tutela dei pm napoletani, al centro di critiche, mentre l’Associazione nazionale magistrati, pur deprecando la fuga di notizie, ha definito un malcostume quello di reagire attaccando la magistratura.

I promotori dell’iniziativa sostengono che i magistrati vanno difesi rispetto alle affermazioni “gravemente ingiuriose e delegittimanti” rivolte contro di loro dall’ex premier e da altri esponenti di Forza Italia.

“Ho sentito ieri Mastella, non chiedo solidarietà — ha detto oggi Berlusconi in una dichiarazione riferita dai tg — ho fatto un esposto al ministro affinché provvedesse come ha fatto in altre situazioni meno gravi”.

L’ex premier ha poi parlato di “emergenza democratica” citando l’uso delle intercettazioni telefoniche nelle indagini della magistratura, per poi dire che “sento che in Italia non sono fungibile. Quindi sulla mia continuità, fino a quando non ci sarà qualcuno pronto a sostituirmi posso garantirvi che sarò qui disposto anche a morire per una giusta causa”.

Berlusconi ha detto ieri che siccome “c’è odore di elezioni, l’armata rossa della magistratura si rimette in moto”, ricalcando la sua tradizionale critica alle toghe che sarebbero motivate politicamente contro di lui.

PERQUISITA CASA DEL GIORNALISTA DI REPUBBLICA

In un lungo servizio, il quotidiano ha scritto di una indagine su sovraffatturazioni e presunti fondi neri che avrebbe al suo centro Saccà e che, dall’intercettazione del telefono del dirigente Rai, si imbatte in numerosi colloqui fra quest’ultimo e Berlusconi su una serie di tentativi di “acquisizione” di senatori del centrosinistra.

In particolare, il giornale riferisce di una offerta di denaro e di un vero e proprio contratto per il senatore Randazzo, eletto nella circoscrizione dell’Australia e Oceania, cui sarebbe stato garantito un posto da viceministro in caso di caduta del governo Prodi, che in Senato ha una maggioranza risicata.

Berlusconi e i suoi legali ieri hanno ribadito l’assoluta liceità del comportamento dell’ex premier, mentre il garante della Privacy ha aperto un fascicolo sulla pubblicazione delle intercettazioni, così come la procura di Napoli sulla fuga di notizie.

Proprio il tema delle intercettazioni, che riguardano l’ascolto anche indiretto di conversazioni di parlamentari, è al centro di una lunga polemica politica oltre che di proposte di legge di forte limitazioni dell’uso e soprattutto della pubblicazione delle intercettazioni. Ancora, nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla procura di Napoli sulla avvenuta fuga di notizie, la Guardia di Finanza ha effettuato una perquisizione nell’abitazione del giornalista di Repubblica Giuseppe D’Avanzo, autore del servizio di ieri, secondo quanto riferito dallo stesso quotidiano.

fonte: http://today.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2007-12-13T172450Z_01_POL346409_RTRIDST_0_OITTP-INCHIESTA-NAPOLI-BERLUSCONI-WRAP-PUNTO.XML&ImageID=

IPSE DIXIT: “MUOIA BERLUSCONI CON TUTTI I FILISTEI..”

Berlusconi: “Manovra per sabotare dialogo
Ho sentito Mastella e ho fatto un esposto”

ROMA – Una reazione istituzionale, l’esposto al ministro della Giustizia in cui segnala “un’emergenza democratica. Penso a questo punto che ci sia una mania di controllo da parte di un certo numero di persone che sono ormai fuori da quelli che sono i comportamenti costituzionalmente corretti”, ed una politica riassunta in una frase: “Vogliono sabotare il dialogo sulle riforme”. Così, un Silvio Berlusconi infuriato, commenta l’inchiesta per corruzione i cui contenuti sono stati riportati ieri da Repubblica. “Quando un organo di stampa interviene sulle conversazioni tra dirigenti Rai e Mediaset assolutamente normali, anzi dovute, e poi su quest’ultima vicenda”, ha detto Berlusconi facendo riferimento al caso Randazzo, “credo ci sia la voglia chiara di sabotare quell’accordo di buonsenso che sta per nascere tra due parti che finora si erano guardate con molta diffidenza. Non è che questa diffidenza sia venuta meno, però c’è da parte di entrambi la volontà di cambiare le cose”.

“Paese malato, c’è emergenza democratica”. “Ho sentito ieri il ministro Mastella – ha raccontato Berlusconi – con cui c’è anche una condivisione rispetto alla legge che abbiamo presentato in parlamento sul tema delle intercettazioni”. “Non chiedo solidarietà – ha detto il Cavaliere – ho fatto un esposto al ministro affinché provvedesse come in altre situazioni meno gravi” ha detto ancora parlando dell’indagine aperta a Napoli. Secondo il Cavaliere, in Italia “c’è un’emergenza democratica e qualcuno ha interesse a sfruttare questa situazione. Siamo un Paese malato in cui non c’è più la libertà, in cui chiunque voglia essere messo sotto ricatto può essere spiato, intercettato in qualunque modo”.


“Non conosco chi ha avvicinato Randazzo. “Ho letto solo stamattina che c’è stato qualcuno che aveva avvicinato Randazzo nei mesi passati, qualcuno che io non ho mai sentito nominare” ha dichiarato Berlusconi a proposito della presunta corruzione al senatore Randazzo per cercare di far cadere il governo Prodi. “Per fortuna – ha aggiunto il leader di Forza Italia – Randazzo ha detto che il mio comportamento con lui è stato assolutamente corretto, che non c’è stata mai nemmeno l’ombra di un’offerta che non fosse qualcosa di politico. In politica d’altronde si fanno scelte politiche”.

“Nessun accordo segreto con Veltroni”. “Tra me e il sindaco di Roma non c’è stato alcun accordo segreto” ha detto Berlusconi poco prima di entrare alla Fondazione dei circoli del buon governo di Marcello Dell’Utri. “Non c’è nessun accordo che non si conosce”, ha aggiunto. “Siamo andati da lui e per la prima volta gli abbiamo detto: siamo disposti a esaminare in Parlamento una nuova legge elettorale”. Dunque, ha proseguito, “non c’è situazione nascosta, non ho mai avuto retropensieri”.

“Questo attacco non mi spaventa”. L’inchiesta della procura di Napoli e le intercettazioni pubblicate da Repubblica “non mi spaventano, ma mi inducono a continuare” ha detto Berlusconi a margine di un incontro con i circoli di Marcello Dell’Utri, e ha aggiunto: “Saranno sempre di più gli italiani che di fronte a queste situazioni reagiranno in maniera positiva e andranno ad aggiungersi all’esercito di italiani che amano la libertà e vogliono continuare a restare liberi”.

“Pronto a morire per il mio Paese”. “Sento che in questo momento in Italia non sono fungibile, quindi finché sarà necessario, finché non ci sarà qualcuno a cui passare il testimone, resterò qui per il mio Paese, disposto anche a morire” ha detto Berlusconi durante un incontro con i giovani del circolo di Marcello Dell’Utri. “Non ho nessuna ambizione politica, tutto quello che faccio è per senso di responsabilità con il mio Paese, perché ho già avuto modo di realizzare il mio sogno”.

(13 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/politica/berlusconi-indagato/berlusconi-manovra/berlusconi-manovra.html

Maxi multa al mondo dell’auto

La sanzione della UE potrebbe arrivare alla stratosferica cifra di 13 miliardi di euro e colpirebbe un po’ tutti i costruttori europei

“Violazione dei limiti di CO2”

di VINCENZO BORGOMEO


BLOG

I nodi, alla fine, vengono al pettine: la Ue sta per stangare, come non è mai avvenuto nella storia, la più potente industria del mondo, quella automobilistica. Motivo? Avrebbe violato i limiti di emissioni di CO2 stabiliti dalla Commissione europea, barando sulle dichiarazioni e sugli intenti.

Secondo le indiscrezioni che siamo in grado di anticipare – grazie anche ai colleghi del sito Financial Times Deutschland – ci sarebbe infatti un documento interno dell’Unione Europea che punta a far pagare ai costruttori automobilistici multe annuali fino a 13 miliardi di euro. Una cifra altissima che potrebbe fra l’altro far vacillare i bilanci di molte aziende già al limite della sopravvivenza.

La maxi multa della UE, in tutti i casi, non è un evento casuale: punta infatti a riportare al tavolo di discussione i big dell’auto, con l’obiettivo finale di arrivare ad avere limiti di emissioni di anidride carbonica più severi. In pratica, la UE vorrebbe costringere le case automobilistiche ad abbassare le emissioni dei loro veicoli dall’attuale livello di circa 160 g/km a 130 entro il 2012.

Un limite già definito “inaccettabile” da tutti i colossi del mondo dell’auto che, ora, però, si troverebbero spalle al muro e, soprattutto, difronte alla prospettiva di pagare carissima la loro intransigenza.

Ma chi dovrà far fronte a questa maxi multa? Un po’ tutti i costruttori, questo è il punto. E, sempre secondo un documento interno della Ue, Stavros Dimas, il commissario all’Ambiente, avrebbe già fatto una stima delle sanzioni che colpirebbero i costruttori marca per marca.

Prima ancora però di mettere mano
al portafogli, per le case automobilistiche di profilerebbe un altro grave obbligo, sancito da una nuova normativa europea collegata alla maxi multa in arrivo: le varie marche saranno obbligate a destinare almeno il 20% del loro spazio pubblicitario all’informazione sulle emissioni di CO2 “in un formato prestabilito”. Insomma, una vera rivoluzione.

(13 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/motori/motori-dicembre-2007/motori-maxi-multa-ue/motori-maxi-multa-ue.html

da http://www.ecoage.it/lista-automobili-ecologiche.htm

AUTOMOBILI ECOLOGICHE

scoprire il mondo intorno a noi

AUTOMOBILI E MOBILITA’ SOSTENIBILE

Quali sono le automobili con minori emissioni di CO2 ?

E’ molto difficile rispondere a questa domanda. Parliamo spesso di automobili ecologiche, di emissioni di CO2 e di inquinamento ma i dati sulle emissioni inquinanti non compaiono ancora nei listini di vendita delle automobili di qualsiasi marca.

Abbiamo però trovato online la risposta.
Recentemente il Governo italiano ha pubblicato una lista completa di tutti i modelli con relative emissioni di Co2 nella “Guida relativa al risparmio di carburante e alle emissioni di CO2” realizzata dal Ministero delle Attività produttive. Pubblichiamo in questa pagina i primi dieci modelli meno inquinanti. Se la tua automobile non è nella lista delle prime dieci automobili, non preoccuparti, puoi cercala tu stesso nella lista della Guida online (doc. pdf 2,2 Mega). Ci sono tutte le marche e tutti i modelli.

Le dieci automobili con minori emissioni di CO2 a benzina

Casa costruttrice
Modello
Emissioni CO2
Consumi (l/100 km)
Urbano Extra Misto
1 TOYOTA
PRIUS DUE VOLUMI 5P 57 KW
104
5,0
4,2
4,3
2 DAIHATSU
CUORE 3P BASE
109
6,8
3,9
4,6
3 SMART
SMART 2P MC01 MCC01B05E3ASG6A00A0
113
5,8
4,1
4,7
SMART SMART 2P MC01 MCO01B03E3ASG6A00A0
113
5,8
4,1
4,7
4 DAIHATSU
CUORE 3P
114
6,0
4,1
4,8
DAIHATSU
CUORE 5P
114
6,0
4,1
4,8
5 OPEL
CORSA C 3P
115
6,3
3,9
4,8
OPEL
CORSA C 5P
115
6,3
3,9
4,8
6
SMART SMART 2P MC01 MCO01B09E3ASG6A00A0
117
5,9
4,3
4,9
7 SMART SMART 2P MC01 MCO01B05E3ASG6B00A0
118
6,0
4,3
4,9
SMART SMART 2P MC01 MCC01B04E3ASG6B00A0
118
6,0
4,3
4,9
8 SUZUKI ALTO 5P
119
6,5
4,0
4,9
SUZUKI ALTO 5P ELEGANCE
119
6,5
4,0
4,9
9 TOYOTA PRIUS DUE VOLUMI 5P 53 KW
120
5,9
4,6
5,1
10 SMART SMART 2P MC01 MCC01B09E3ASG6B00A0
121
6,1
4,5
5,1

Le dieci automobili con minori emissioni di CO2 a gasolio

Casa costruttrice
Modello
Emissioni CO2
Consumi (l/100 km)
Urbano Extra Misto
1 AUDI
A2 1,2 TDI
86
3,8
2,8
3,2
2 VOLKSWAGEN
LUPO 1.2 TDI 3L
88
4,2
2,8
3,3
3 SMART
SMART 2 PORTE – MC01 – MCC01D01E3ASG6A00A0
90
6,5

UNA FONDAZIONE ENZO BIAGI

Un mese fa è morto Enzo Biagi ( 06/11/2007) e attorno alla famiglia si è ricomposto il silenzio dopo il coro appassionato di chi ne ricordava la responsabilità morale nello scrivere la cronaca dei nostri giorni. Ma il sottolinearne la moralità ha suscitato pruriti di intolleranza. “Coccodrillismo impazzito, psichisimo incontrollato”. Per Giuliano Ferrara l’ Italia dei cretini si è lasciata andare così. Ma l’ Italia dei cretini insiste ed è successo qualcosa.

Montanelli aveva regalato a Fucecchio ( paese dove è nato ) tutte le carte della sua vita, e quando Biagi è passato di lì si è immalinconito:”Non voglio finire in un museo. Sono un cronista che ha raccolto le storie degli altri. Mi piacerebbe aiutare l’impegno dei ragazzi che cominciano la cronaca, con le carte di chi per sessant’anni ha cercato di non essere l’uomo di nessuno”. Nella solitudine dell’esilio Rai sfogliava i giornali e accendeva la Tv sconfortato dalla mollezza di certe facce nuove ben disposte a remare nelle acque dei padroni. Fragilità di chi vuol restare a galla e quando impara come non si affonda, cortigiano per sempre: la sua amarezza.

Loris Mazzetti, compagno di viaggi e malinconie, entusiasma Biagi con una proposta: raccogliere libri, appunti e trasmissioni in un centro studi legato a un’università e appena l’università Modena-Reggio Emilia incorona la lealtà con la laurea ad onore, Biagi si convince che l’idea non è peregrina. Giuseppe Giulietti, ‘articolo 21’, ne parla al ministro Mussi che subito la sposa, ma i tempi della politica sono lunghi. Enzo se ne va mentre Mussi, Giulietti e Loris Mazzetti stanno per annunciargli la nascita della fondazione. Marchetti, presidente Rcs, Cappon, direttore Rai e Regione Emilia-Romagna sono d’accordo. Bice e Carla Biagi, commosse. Carla ne sarà il presidente.


Biagi sorrideva quando Carla lasciava i banchi del liceo per sfilare nella Milano ’68: “E’ l’intellettuale di famiglia. Prende il taxi per non arrivare in ritardo alla rivoluzione”. Bice e Carla inventano un premio per giovani cronisti, ogni anno a Pianaccio. Nessuna santificazione, Enzo ne sarebbe furioso, solo un modo per invogliare alla trasparenza chi racconterà l’ Italia di domani. Due volte ho invitato Biagi all’università. Con la modestia di un artigiano senza nome liquidava i ricordi preferendo spiegare come è possibile maneggiare la chincaglieria della professione per non seguire l’onda dell’informazione plastificata da cortigianerie e protezione di onorevoli. Raccomandava cose che tutti i giornalisti sanno, ma i ragazzi no: come fare un’inchiesta prima di scrivere le domande dell’intervista o usare le informazioni raccolte per ribattere ad interlocutori allenati all’elusione. Coriandoli per vecchi naviganti, ma i nuovi ne hanno forse bisogno. Rimpiccioliva anche il mito dell’inviato speciale nel profilo di “un cronista che si documenta in un’altra città”.

Ha lasciato non solo libri: montagne di appunti, progetti per viaggi, racconti, incontri. Quando Antonio Di Bella lo ha richiamato in Tv, si pensava ad un’ antologia delle sue interviste famose, ma Biagi non ne era convinto: “Macché esercizi di memoria. Sono ancora qui e guardo cosa succede. Raccontiamo i problemi della gente. Facce qualsiasi, nessun politico. Tutte le sere i politici vanno in Tv mentre i senza nome non hanno voce”. Ricomincia parlando con loro. L’introduzione a ‘Gli anni neri della Rai’ sono le ultime righe che ha scritto. “So che dovrei parlare di questo libro, ma è difficile perché è come se lo avessi letto tante volte. Sono contento che Mazzetti abbia raccontato una Tv pubblica nella quale è protagonista: pochi la conoscono, un modo per dare un contributo a rifondare quella Rai che la gente vuole. Non è un libro di scoop: mette in fila i fatti, raccoglie testimonianze, dà voce a tanti che hanno resistito e resistono a un potere che così occulto non é…”.

Insomma, dentro tutti sanno. Era il 5 ottobre, due mesi e qualche giorno fa: parole d’ addio. Prima che le famose chiacchiere al telefono finissero su Repubblica, il libro documenta il travaso Mediaset-viale Mazzini negli anni d’oro del Berlusconi al governo. Alessio Gorla: dal regno di Arcore a responsabile appalti e contratti Rai. Fabrizio Del Noce: da parlamentare azzurro a direttore Rai Uno e la Bergamini trapiantata dalla segreteria del Cavaliere al marketing della televisione pubblica. Via vai non sbadato: ente pubblico scomposto in micro strutture che gli emissari del nuovo potere controllano senza controlli. Anche Lucia Annunziata racconta di quando presiedeva in solitudine il consiglio d’amministrazione: era il vertice decideva tutto. Direttori Tg e altre testate potevano solo obbedire. Con affetto-disprezzo li chiamavano postini. Per non parlare di Guido Paglia coinvolto nelle bombe di Roma, anni di Piazza Fontana: continua ad essere responsabile delle comunicazioni internazionali. E Cattaneo, amico di Paolo Berlusconi e La Russa, subito direttore generale.

E la delusione di Baldassarre. Nasce Pci, amico di Natta, ammiratore di Ingrao. Socialista anni’80, si perde nei salotti di Previti e diventa presidente della Corte Costituzionale. Berlusconi- Fini lo insediano in viale Mazzini. E Biagi lo invita a Il Fatto. Domande senza sconti e risposte che sembrano chiare. “Sarò garante di tutti i giornalisti”, ma non alza un dito per telefonare a Biagi tanto per sapere cosa sta succedendo quando firma la lettera di licenziamento dell’obbediente Saccà. “Hai fatto bene a mettere in fila le storie di questa Italia minore”, finale dell’introduzione. “Però hai tanta strada davanti. Scripta manent, quello che scrivi resta. Stai attento. Sfogliando il libro mi sono convinto che Mazzetti doveva farlo. Ho per lui la preoccupazione di un vecchio amico di fronte ad un uomo più giovane che non sopporta le ingiustizie e non si preoccupa di denunciarle. Magari ci rimetterà qualcosa”.

Ma i problemi tra Biagi e Berlusconi non nascono con l’intervista a Benigni che sorride sulle rincorse del piccolo lombardo con gli stessi graffi di qualche sera fa, prologo alla lettura Tv di Paolo e Francesca. Benigni continua a tornare in Tv, Biagi no. Il Fatto era lungo sei minuti, sei minuti “criminosi nei quali ho perso 1 milione e 800 mila voti”, lamento pubblico del Cavaliere. I problemi sono antichi. 1993: l’intervistatore seduto con le sue domande davanti al signore che ha cambiato idea e si è messo in politica, esprime la curiosità di tutti “Un imprenditore di successo che ha sempre giurato di non amare la politica, improvvisamente si dà alla politica: lo trovo strano…”. “Come la Monaca di Monza, lo sventurato rispose. Andava capito. Era il momento di svolta nel bilancio dei suoi misteri “, ricorda Enzo nei giorni del limbo Tv. Trema per la P2 disarticolata; protettore Craxi nei guai e amici del Sud diffidenti. “Se non scendo in politica mi mandano in galera e le mie aziende falliscono”, trema il Berlusconi che non vuol perdere il sogno. E Biagi, altrettanto sventurato, lo scrive sul ‘Corriere della Sera’ e sull’’Espresso’. Mai smentito, ma è un peccato senza ritorno. Lezione della quale il Cavaliere terrà conto per sempre: è la sua ultima vera intervista senza rete. Punto di svolta, comincia la nuova vita: smentire, smentire, smentire.

Dopo il trionfo elettorale, Biagi fa sapere al primo ministro del primo governo Berlusconi di voler cominciare la prima puntata del Fatto proprio con lui. Il Cavaliere vuole controllare le domande. “E non dà più segno di vita fino al diktat bulgaro e alla lettera di Saccà”. Ma anche senza Tv, Biagi resta mina vagante. Cocciutamente libero: nessun partito o uomo forte lo protegge. Imprendibile per Berlusconi e tutti gli altri. Corriere, Espresso, libri, continua a scrivere: insomma, pericoloso. Comincia la campagna dello sputtanamento affidata ai volonterosi del libro paga. Insulti, prese in giro, allegria dissacrante contro “il povero vecchio” che ricopia frasi scritte dieci anni fa: ecco le terribili prove. Nei giorni delle borse che saltano e dell’economia traballante parla della gente che non conta, che non fa le settimane bianche, che non arriva a fine mese, insomma vecchiume lontano dalla modernità. Per favore, Biagi, torna nel nostro mondo.


Ma Biagi non torna e la sua cronaca continua. Nave scuola degli intrepidi Il Giornale della famiglia Berlusconi con appositi satelliti e cortigiani: perseverano fino a quando il poveruomo non è proprio sotto terra. Cappellano militare degli avanguardisti “il caro, amatissimo don Gianni”, Baget Bozzo, naturalmente. Manda una lettera al Foglio e Giuliano Ferrara amorevolmente la apre in prima pagina: “Ho sempre considerato il giornalista scomparso un campione di conformismo che individuava a colpo sicuro il punto di riferimento del suo pubblico e di penne di sinistra, perché, come si dice a Genova ‘c’aveva la sua convenienza’ … Essendo vecchio non ho più rispetto umano… Ho sempre chiuso la Tv quando la sinistra italiana…” si commuoveva per Biagi e lo ha fatto “… a nome di tutti coloro che non considerano il defunto un campione di libertà e di pubblica virtù”. Fra i coloro c’è il cardinale Tonini. Baget Bozzo non trattiene lo sdegno: “da sempre mi onoro di non stimarlo. Si vergogni eminenza”. E’ una rabbia che commuove Ferrara: “Caro don Gianni, lei è in eccellente compagnia. Numerosi amici e lettori avrebbero voluto che il Foglio rispondesse puntualmente alla ripugnante campagne di moralismo castale che ha accompagnato la morte di Enzo Biagi, trascinando ogni residua civiltà del discorso pubblico, politico, ecclesiale, pubblicistico nella fanghiglia delle delle vanità politiche e giornalistiche o nel più puro rancore personale o di combriccola”.

Dietro i pensatori l’impegno dei manovali.. Voglio ricordare il più devoto: Filippo Facci, ardito dell’insulto. Il giorno dopo la morte di Biagi scrive un’intera pagina sull’apposito Giornale di Famiglia. Non c’è mai stato un anatema bulgaro, Berlusconi immacolato, senza contare che il defunto ha preteso anche la liquidazione quando l’hanno mandato via. “Orribile e schifosa” l’ Unità che racconta il dolore dei suoi ultimi giorni. Nel pezzo dei veleni galleggia il minuscolo riquadro dell’ipocrisia: “Oggi i funerali nel paese natale”. Per far capire ai cronisti di domani quale tipo di lealtà é dovuta ai lettori o alla morale dei padroni di certi vaporetti, sarebbe utile se il laboratorio dell’università di Modena e Reggio Emilia completasse la raccolta includendo la prosa di chi non lo sopportava. Sfogliando Biagi, Baget Bozzo, Facci, Ferrara, eccetera, i ragazzi potranno liberamente scegliere se diventare testimoni della realtà o palafrenieri nella real casa.

mchierici2@libero.it

Cortesia dell’Unità

TRIBUTO A ENZO – FRASI DI LUI E SU DI LUI CON MUSICA DEI MODENA CITY RAMBLERS

Brasile, il digiuno del vescovo ferma Lula


Don Cappio: «mangerò solo quando piano verrà cancellato e l’esercito se ne andrà»

Sospeso da un tribunale di Bahia il progetto di deviazione del fiume São Francisco

Luiz Flavio Cappio, obispo católico de una pequeña ciudad del estado de Baha, en Brasil.

SOBRADINHO (Brasile) — Un vescovo smagrito nel saio francescano, un fiume da difendere e una lotta quasi impossibile. «Ma io vado avanti, affinché il presidente Lula e il Vaticano sappiano di che tempra sono fatti i Cappio, piemontesi veri». Sorridono Gianfranco, Rita e Rosamaria e passano al fratello un bicchiere con acqua, un pizzico di sale e due cucchiaini di zucchero. È l’unico alimento che Don Luiz Flavio Cappio, 61 anni, figlio di emigranti vercellesi, ingerisce da sedici giorni, qui in una cappella nel mezzo del sertão, il deserto del Brasile. È il più clamoroso sciopero della fame mai fatto da un prelato e il segno dell’imbarazzo è il silenzio. «Dal nunzio apostolico e da Roma nemmeno una telefonata», dice. «Non sono d’accordo con me? È probabile, non lo sono nemmeno i miei familiari. Eppure loro sono qui ad aiutarmi».

Manifestantes muestran su apoyo a Luiz Flavio Cappio, obispo católico de Baha, durante una protesta frente al palacio presidencial en Brasilia, Brasil.

Sono anni che Don Luiz lotta contro un sogno perseguito da molti governi del Brasile, sottrarre acqua al corso del fiume São Francisco, un gigante da 3.000 chilometri, per irrigare una vasta regione semiarida e povera. È la terra dove è nato Lula, ed è proprio l’ex emigrante che vuole lasciare al Brasile la grande opera per antonomasia, due bracci che ricevono acqua dal fiume, e un sistema di canali per coprire un’area dove vivono 12 milioni di abitanti. Il progetto è stato approvato, finanziato e ha avuto l’ok di impatto ambientale. Il governo sostiene che l’acqua tolta al corso principale non supera l’1,4 per cento della portata e in cambio i vantaggi saranno enormi. Per il benessere delle famiglie e l’economia locale. Il vescovo è alla seconda protesta. Due anni fa tornò a mangiare dopo undici giorni. Preoccupato, Lula promise una pausa di riflessione sul progetto e l’inizio del dialogo. «Una presa in giro —spiega —. Non abbiamo mai discusso nulla e il governo è andato avanti. Appena è arrivato l’esercito e hanno iniziato a sbancare la terra ho deciso di ricominciare. E di andare avanti, fino alle estreme conseguenze». Poi è il politico a parlare: «Il progetto è bello solo nell’ottica degli imprenditori, dell’agrobusiness e della cosiddetta economia globalizzata.

L’acqua servirà ad irrigare i grandi latifondi e dal deserto sorgeranno frutta e vino. Alla gente non resterà nulla. Se volessero, potrebbero tirar fuori l’acqua che già esiste, costruire un acquedotto. Lula è una grande delusione, per me e tutti i movimenti sociali del Brasile che lo hanno appoggiato». Alla cappella di San Francesco, scelta come sede della protesta vicino al lago artificiale di Sobradinho, si affollano tutto il giorno volontari e militanti. Ci sono bandiere rosse e computer per informare il mondo. Il vescovo alterna preghiere a conversazioni con la gente e conferenze stampa, ma ogni due ore viene sottratto dai familiari. Deve riposare. Sta abbastanza bene, ha perso solo quattro chili. Niente staff medico, solo un amico che gli misura la pressione. Dice che la conferenza episcopale brasiliana è con lui, e poco importa per le alte gerarchie. Insistiamo sulla contraddizione: un religioso non può suicidarsi, la Chiesa non può appoggiarlo. «La morte individuale è un dettaglio, un moralismo. In teologia il vescovo è il pastore che dà la vita per il suo gregge, non è padrone della sua vita. Io non posso tradire la mia missione, sono al fianco di una società marginalizzata da secoli, il Nordest brasiliano è una valle di lacrime e dolore». Ma poi la ributta in politica. «La mia lotta sta facendo risvegliare i movimenti sociali, addormentati da quando Lula è al potere».

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Luiz Flavio Cappio, obispo católico de Baha, Brasil, paseando cerca del Ro San Francisco.

È una sfida, sì, la risposta a una delusione. «Il presidente ha alzato le spalle quando gli hanno detto che avevo ripreso il digiuno. Sta diventando una moda, ha detto. Non credo Lula, non può diventare moda una cosa così dura, tremenda. Te lo assicuro con il mio corpo». Martedì è arrivata una sentenza della giustizia dello stato di Bahia, che sospende i lavori sul fiume. «Non mi basta. Il governo federale può ribaltarla. Io torno a mangiare solo quando si verificheranno due condizioni: il progetto viene cancellato per sempre e l’esercito se ne va da qui». Il fratello Gianfranco è ottimista, e tragico allo stesso tempo: «Roma deve saperlo: il Brasile non può festeggiare il Natale con il cadavere di un vescovo cattolico morto per il suo popolo». Don Luiz parla italiano, ma ha paura di infilarci troppe parole in dialetto piemontese e desiste subito. Quando prese gli ordini, la prima cosa che volle fare suo padre fu portarlo al paese di origine, Occhieppo Superiore, oggi provincia di Biella, e fargli celebrare una messa. Torniamo a parlare di Roma. C’è sempre l’obbedienza ai superiori nelle regole ecclesiastiche, perché non tentano di farla smettere? «A un vescovo si danno consigli, non ordini. Possono chiedere, ma non l’hanno fatto. E poi tra il Papa e un vescovo non ci sono intermediari». E se chiamasse proprio il Papa chiedendole di smettere? Don Luiz si ferma un attimo. «Non succederà mai, non discutiamo sui sogni».

Rocco Cotroneo
13 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_13/brasile_digiuno_vescovo_lula_deviazione_fiume_160b9bd0-a94a-11dc-b997-0003ba99c53b.shtml

No quiero morir, pero entregaré mi vida si es necesario

Mi lucha es por la causa del pueblo
Luiz Flavio Cappio


Musulmano salva ragazzi ebrei

L’incidente in metropolitana ribattezzata dai tabloid «treno della pace»

New York trova l’eroe di Natale

Il giovane si è scagliato contro un gruppo di violenti antisemiti

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK La foto, sulla prima pagina del New York Post, mostra due giovani con gli occhi pesti, Hassan Askari e Walter Adler, il primo islamico, ebreo il secondo, che si abbracciano sopra la didascalia a caratteri cubitali: «Peace Train», il treno della pace. «Musulmano salva ebrei da un gruppo di delinquenti nella metropolitana», spiega il giornale, offrendo la sua morale istantanea: «Se soltanto la pace nel mondo fosse altrettanto facile». E’ una di quelle storie agro-dolci da vigilia di Natale, quando il mondo ha bisogno di sentirsi più buono, in barba alle statistiche. E così, mentre il New York Police Department denuncia un incremento del 20% nei crimini razziali rispetto a un anno fa, il 20enne Askari ha sfidato gli inossidabili cliché sui musulmani, rischiando di essere linciato per soccorrere quello che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto essere il suo arcinemico. L’incidente è avvenuto venerdì sera sulla linea Q della metropolitana, quando Adler e la fidanzata Maria Parsheva, entrambi 23enni, stavano tornando a Brooklyn insieme a due amici, ebrei come loro, dopo aver celebrato Hannukkah, la Festa delle Luci ebraica che dura otto giorni e quest’anno è iniziata il 4 dicembre.

Quando un chiassoso gruppo di otto uomini e due donne seduti nella stessa carrozza si è messo ad urlare a squarciagola «Buon Natale», i quattro amici hanno risposto sorridendo «Happy Hannukkah». «L’hanno fatto in maniera cordiale », ha spiegato più tardi Askari, «per questo sono rimasto esterrefatto dalla loro reazione». «Gli ebrei hanno ammazzato Cristo proprio ad Hannukkah», ha replicato in coro la combriccola. Due di loro si sono tirati su la maglietta per mostrare l’enorme Gesù tatuato sul dorso. Sono volati pugni, calci e gli insulti «sporchi ebrei» e «puttane giudee». «Uno ha persino tirato fuori il coltello minacciando di ucciderci», dice la Parsheva. E’ a questo punto che Askari ha deciso di intervenire, consentendo ad Adler di sottrarsi alla mischia per azionare il freno d’emergenza e dare l’allarme.

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Quando il treno è arrivato alla fermata successiva, la polizia ha fatto irruzione nella carrozza arrestando gli aggressori. «Mi sono chiesto perché nessun altro abbia alzato un dito», spiega adesso Adler, «Hassan è un eroe». «Mi sono limitato a fare ciò che mi ordinava la mia coscienza», minimizza il ragazzo musulmano, che non avendo assicurazione non si è neppure potuto far medicare al Pronto Soccorso, «i miei genitori mi hanno allevato così». Dopo l’incidente molti newyorchesi si sono offerti di pagare gli studi di Askari, costretto a ben due lavori per mantenersi all’università. Ben diversa la sorte del 19enne Joseph Jirovec, il capo della banda, già condannato a sei mesi di carcere per aver assaltato tre afro-americani nel 2005, che adesso rischia sette anni di galera. Ieri i tabloid hanno pubblicato le sue foto su MySpace che lo ritraggono mentre punta la pistola alla tempia di un’«amica». «Voglio tenermi fuori dai guai», assicura lui. «Quando esco dal carcere voglio arruolarmi nell’esercito». Come suo padre, un ex pompiere oggi di stanza in Iraq.

Alessandra Farkas
13 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_dicembre_13/musulmano_ragazzi_ebrei_772348a0-a94a-11dc-b997-0003ba99c53b.shtml


Torino dà il suo ultimo saluto ai caduti della Thyssenkrupp

In migliaia affollano il Duomo

L'ingresso della Thyssenkrupp - foto Ansa - 220*180 - 06-12-07

Torino rende omaggio a Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino e Bruno Santino, i quattro operai morti nell’incendio dello stabilimento della Thyssenkrupp. Migliaia di persone avevano già affollato l’ingresso del Duomo prima dell’inizio dei funerali. Poi un lungo applauso ha accolto l’arrivo delle bare, portate in spalla dai colleghi di lavoro. A dare loro l’ultimo saluto, il cardinale Severino Paletto. Dal canto suo, l’azienda ha fatto sapere che in tutti gli stabilimenti della Thyssenkrupp, in Italia ed all’estero, ci saranno bandiere a mezz’asta ed i dipendenti faranno un minuto di silenzio.

Presenti nel Duomo, oltre alle autorità piemontesi, i ministri Cesare Damiano e Paolo Ferrero, i vicepresidenti della Camera Pierluigi Castagnetti e del Senato Milziade Caprili. Sarà presente l’ambasciatore di Germania in Italia, Michael Steiner. Hanno annunciato la loro presenza rappresentanti della Thyssenkrupp da Terni e dalla Germania.

Non ci sarà invece il presidente del Consiglio Romano Prodi. Il premier, impegnato a Lisbona per la firma del Trattato europeo, «ha provato fino all’ultimo a partecipare, ma il cerimoniale di Lisbona non lo rende possibile». Prodi ha però inviato una lettera alle famiglie, pubblicata sul quotidiano di Torino La Stampa: «Oggi è il giorno del dolore e del distacco più difficile – scrive il premier – È il giorno dell’ultimo saluto a quattro figli dell’Italia del lavoro: Angelo Laurino, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola». «Ogni giorno in Italia muoiono lavoratrici e lavoratori – prosegue Prodi – È un’offesa alla democrazia e allo stesso spirito della Costituzione. Abbiamo il dovere di difendere la vita dei lavoratori, garantire tutele, regole, impegnarci per migliorare le condizioni morali e materiali di ciascuno. Il sacrificio di Angelo, bruno, Antonio e Roberto non deve essere vano. Morire così nel 2007 è inaccettabile. Ed è per questo – conclude – che oggi non è solo il giorno del dolore ma anche quello dell’omaggio e della promessa: la sicurezza del lavoro e dei luoghi di lavoro diventerà il primo dei nostri doveri».

Restano intanto gravissime le condizioni degli altri tre operai feriti ne rogo. Il ministro Damiano ha ribadito che la fabbrica resterà ferma fino alla messa in sicurezza dell’intero stabilimento e ha parlato di «strage di persone innocenti».

Sulla multinazionale tedesca, intanto, proseguono le indagini a tutto campo, non solo nello stabilimento di Torino ma anche nelle altre fabbriche del gruppo, a Terni e in Germania, dove si sono verificati in passato principi di incendio. Si tratterebbe di casi di minore gravità, ma che presentano analogie con il disastro torinese. Ci vorrà tempo, spiega il procuratore capo a Torino, Marcello Maddalena: quello che già emerge dai primi interrogatori e dalle prime ispezioni, comunque, è che a Torino molto più di qualcosa non funzionava. Lo stabilimento era in dismissione e da mesi ormai si risparmiava sulle misure di sicurezza, senza contare che, in vista della chiusura, i migliori manutentori avevano già abbandonato l’azienda.

Pubblicato il: 13.12.07
Modificato il: 13.12.07 alle ore 11.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71360