Archivio | dicembre 16, 2007

La festa è finita

di Barbara Spinelli

L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo e le menti non sono esercitate a pensare in grande: la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale delle società. Le cose si fanno più chiare quando si guarda al nostro pianeta malato, alla possibile bancarotta dell’abitare umano sulla terra: 2 gradi di riscaldamento in più sono rovinosi, il livello del mare che si alza pure. Se continua lo scioglimento dei ghiacciai antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia. Qui veramente siamo di fronte a un tutto che rende vana ogni illusione di poter vivere da soli, difendendo il proprio particolare.

Qui i più svariati eventi nazionali e mondiali s’intrecciano come mai in passato, e obsoleta è ogni distinzione tra vicino e lontano.
La Conferenza che si è conclusa a Bali è un piccolo passo avanti, anche se parziale. Prevale la resistenza di dirigenti intrisi d’inerzia, contrari a obiettivi cifrati di riduzione del gas serra, ed è straordinario come gli Stati Uniti, icona del moderno, appaiano la più inerte, retrograda delle potenze. A Bali hanno però suscitato ira, e alle spalle di Bush c’è un’America che vuole agire sul clima (500 sindaci e la metà degli Stati): l’amministrazione può sprezzarla, non ignorarla.

L’Europa non ha strappato obiettivi cifrati ma è percepita come avanguardia e può sperare che la conferenza di Copenaghen nel 2009 riconosca i fallimenti di Kyoto e fissi più severi traguardi. Ha anche ottenuto che i Paesi poveri e in sviluppo partecipino allo sforzo, ma che i ricchi contribuiscano di più e aiutino, avendo ridotto il pianeta a quello che è.
Una cosa comunque è chiara: c’è un legame tra l’evento di Bali e quel che viviamo ogni giorno; non sono sconnessi i negoziati sul clima, la collera dei camionisti per l’aumento del gasolio, gli aumenti di pasta, latte, grano, carne. Siamo assuefatti all’energia a buon prezzo che emette anidride carbonica, e toccherà disintossicarsi. Abbiamo alle spalle un trentennio di cibo poco caro (1974-2005), e anch’esso appartiene al passato, come ha scritto l’Economist. «La festa è finita!», afferma l’accademico Richard Heinberg in un libro omonimo (ed. Fazi, 2004). Secondo alcuni il punto critico, di non ritorno, è imminente e forse già passato. È tempo di cessare le dispute e di agire. È tempo di cambiare parole cui eravamo avvezzi, dottrine che sembravano sicure, abitudini.

Una delle prime conseguenze è il ritorno della politica, dopo anni di perentoria certezza liberista. I governi sono diventati comitati d’affari di lobby industriali, sulla scia di quest’ideologica certezza: ma sono industrie che dovranno trasformarsi, e sono sindacati che non hanno minimamente pensato il clima mutato. Anche la festa liberista è finita, perché le virtù d’un mercato senza regole né interferenze si son rivelate illusorie. Lasciato a se stesso, esso ha generato catastrofi. «Siamo davanti al più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto», ha detto in una conferenza a Manchester del 29 novembre l’economista Nicholas Stern, che nel 2006 aveva presentato a Blair un rapporto sul clima. E si è spiegato così: «Coloro che danneggiano gli altri emettendo gas serra generalmente non pagano». Nessuna mano invisibile ha permesso che le condotte irresponsabili, sommandosi, producessero vantaggi. Per questo c’è di nuovo bisogno di Stato, di forza della politica. Solo la politica può frenare il precipizio, perché frenarlo vuol dire pagare prezzi ben salati, tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente, tener conto del mondo e non solo di se stessi. D’un tratto, alla luce del naufragio terrestre, la politica liberista sembra vecchissima, pre-moderna. È prigioniera di lobby che hanno tuttora un potere soverchiante ma destinato all’anacronismo: lobby petrolifere e di vario tipo. È significativo che Obama, candidato democratico alla presidenza Usa, riscuota sempre più successo con un discorso tutto incentrato sull’autonomia del politico da lobby e sondaggi.

Smarriti davanti a quel che accade, ci mancano le parole e quelle che usiamo sono false e diseducative. Dovranno sparire parole come manovra, perché dire manovra anziché risanamento rimanda a loschi affari di corridoio, che screditano il governante. Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente. Sparirà anche la retorica sulla libertà (del popolo, dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo. Sparirà, si spera, lo sguardo solo nazionale sulla politica: la fine del cibo a buon mercato è mondiale. I produttori ci guadagneranno, e non bisogna dimenticare che tre quarti dei poveri sulla terra abitano zone rurali; che il nefasto divario cinese tra campagne e città sarà mitigato. I prezzi alti sono per i poveri una dannazione quando consumano, una manna se producono. Anche la fine del petrolio a buon mercato aiuta a cercare fonti alternative. In fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa.

Il ritorno della politica è colmo di pericoli autoritari e pur essendo ineluttabile non avverrà senza traumi. Perché sarà difficilissimo per tutti: per gli stati, i sindacati, gli industriali e per ogni cittadino, soprattutto nei Paesi ricchi. È un processo che comporta importanti metamorfosi del modo di pensare la politica.

La prima metamorfosi riguarda il rapporto tra politica, mezzi di comunicazione e scienza: rapporto torbido, distorto. La politica sa che esiste ormai una verità scientifica sul destino terrestre, ma per inerzia continua a disputare come se il clima fosse una discriminante fra destra e sinistra: è una cecità condivisa dalla stampa. Nelle riviste scientifiche esiste oggi un consenso pressoché totale sul clima. Non nei giornali generici, dove contano più le lobby e i politici reticenti che gli scienziati. I politici temono di apparire impotenti, impopolari: per questo si concentrano su fatti contingenti (i camionisti, in Italia) pur di non spiegare come il rincaro degli alimentari sia ormai strutturale e duraturo. Perché non dire il vero? Il cibo costa ovunque di più, per precisi motivi. I raccolti in alcune regioni del mondo sono più vulnerabili al clima (Australia, Africa, Brasile, Kazakistan). C’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno d’indipendenza energetica. L’etanolo ha ingigantito i prezzi del mais con cui è prodotto, e spinge al rialzo tutti i cereali. La corsa è spregiudicata perché l’America è intervenuta con sovvenzioni pubbliche per coltivare più mais (7 miliardi di dollari l’anno), e questo ha decurtato le scorte cerealicole mondiali, scoraggiato il più pulito etanolo brasiliano (estratto da zucchero), esteso la deforestazione.

Nel rapporto con la scienza i politici si comportano come il cardinale Bellarmino con Galileo: non vogliono vedere il reale, invitano gli scienziati a parlare ex suppositione, «per ipotesi», purché sia salva la Sacra Scrittura. Per il politico sono sacri i sondaggi, ma il rifiuto di guardare nel cannocchiale di Galileo è lo stesso. Non stupisce la doppia dipendenza di Bush dalle lobby e dai fondamentalisti cristiani.

La seconda metamorfosi, legata alla prima, riguarda i costi di riparazione del pianeta. Anche qui, il politico dovrebbe sapere che essi infinitamente minori rispetto ai benefici futuri. Secondo Stern, urge tagliare l’1 per cento del prodotto lordo nel mondo, ogni anno, per decenni, se si vuol evitare che i costi dell’inazione si quintuplichino. Ma quell’1 per cento resta pur sempre gravoso: 600 miliardi di dollari. Significa più tasse, e posti di lavoro perduti. Le misure dovranno esser «radicali, urgenti e costosissime», scrive John Lanchester sul London Review of Books del 22 marzo scorso. Tutte le invettive contro tasse e stato converrà rimeditarle, davanti all’enormità dei prezzi da pagare per riparare il clima.

La terza metamorfosi riguarda ciascuno di noi: produttori o consumatori. Anche il nostro rapporto con la scienza è religioso: ci crediamo ma senza conoscere, dunque crediamo male. Immaginiamo di poter fare a meno della politica, dello Stato, convinti magari che i forti vinceranno. Non è così. I forti di oggi domani s’indeboliranno. Alcune nostre abitudini diverranno talmente costose, a causa del carbonio emesso, che un giorno saranno proibitive. Avremo case meno scaldate, pagheremo alte imposte, saremo un po’ più poveri. Prima o poi smetteremo la costruzione frenetica di aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica. Verrà il giorno in cui si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima. La situazione non cambia se dalla benzina si passa all’etanolo e si garantisce un’«energia più efficiente»: secondo la Banca Mondiale, il mais che serve per un Suv può nutrire una persona per un anno.
I prezzi alimentari sono la cosa che capiamo di meno, perché è colpito il nostro quotidiano, e per questo è essenziale che la pedagogia occupi il centro della politica e estrometta il voler compiacere sempre. Se i prezzi aumentano è perché il mondo, meno iniquo, ha cominciato a divenire più ricco. Un’ingente parte dell’umanità – Cina, India – mangia carne oltre a cereali. Lamentarsene è insensato oltre che scandaloso moralmente. C’è bisogno di molto più grano per alimentare gli animali che per fabbricare pane: ci vogliono tre chili di cereali per un chilo di carne di maiale, 8 per un chilo di carne di bue. Questo è tutto.

La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’apocalisse sono due le vie. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo, visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione. Nel secondo capitolo della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, si parla del katèchon che trattiene la venuta del Male con mezzi terreni, in attesa di interventi divini. Il katèchon per gli stoici è qualcosa di più semplice: è fare il proprio dovere, rispettando l’altro e la natura anche se la terra viaggia verso la conflagrazione.

fonte: www.lastampa.it

Scioperi, sarà un Natale a rischio

Festività calde per una raffica di agitazioni annunciate: dagli aerei alle farmacie
E per i ritardatari niente regali: stop allo shopping il 21 ed il 22 dicembre

Si fermano trasporti e commercio


ROMA – Natale a rischio scioperi. Dopo il blocco dei tir si preannunciano feste “calde” per il settore dei trasporti, del commercio, fino alle farmacie. Senza considerare che sono oltre 6 milioni i lavoratori ancora in attesa del rinnovo del contratto.

Voli a rischio.
Fit-Cgil, Fut-Cisl e Uil-Trasporti minacciano l’astensione del lavoro se non saranno convocati dal governo sulla vendita di Alitalia. E i piloti dell’aviolinea hanno già proclamato lo sciopero per il 7 gennaio mentre quelli Eurofly si fermeranno il giorno successivo.

Commercio, stop il 21 e 22 dicembre. Potrebbe saltare anche lo shopping natalizio dell’ultim’ora. I sindacati del commercio hanno confermato lo sciopero per il 21 e il 22 dicembre, proprio a ridosso delle feste, per il rinnovo del contratto. Venerdì 21 si fermeranno per l’intera giornata le imprese del commercio operative cinque giorni, mentre il 22 sarà la volta, sempre per tutto il giorno, di tutti gli altri lavoratori.

Farmacie e metalmeccanici. Il 21 dicembre si asterranno dal lavoro anche i dipendenti delle farmacie private. E continua la protesta dei metalmeccanici per la chiusura entro l’anno della vertenza sul rinnovo del contratto. Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato dall’1 al 21 dicembre 8 ore di sciopero articolato, territoriale e aziendale. Prosegue anche lo sciopero degli straordinari il sabato.

Ferrovie. Sul piede di guerra anche i lavoratori delle ferrovie. Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uilt-Trasporti, Fast Ferrovie, Ugl Trasporti e Orsa Ferrovie hanno indetto uno stop di 24 ore delle Fs nella seconda metà di gennaio, ma la data non è stata ancora specificata. In arrivo anche un’ondata di scioperi territoriali nel trasporto pubblico locale: a partire dall’11 gennaio, per il tutto mese, sono previste astensioni dal lavoro in alcune delle principali città italiane, da Napoli a Torino, con diverse modalità.

Settore elettrico e call center. Incroceranno le braccia anche i lavoratori del settore elettrico: Filcem-Cgil, Flaei-Cisl Uilcem-Uil che hanno proclamato l’astensione dal lavoro straordinario per il periodo che va dal 19 dicembre al 23 gennaio 2008. E’ previsto inoltre lo sciopero delle prime 4 ore lavorative il 19 dicembre e il 28 gennaio mentre per il personale addetto alle centrali di produzione elettrica l’astensione riguarderà le ultime 4 ore del turno del mattino e le prime 4 ore del turno del pomeriggio.

Scatta oggi, e proseguirà fino al 22 dicembre, la protesta dei lavoratori dei call center di Telecom Italia che si fermeranno tutti i giorni per un’ora a fine turno. Mentre il 20 dicembre sarà la volta dei dipendenti Wind Telecomunicazioni che si asterranno dal lavoro per l’intera giornata.
(16 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/economia/sciopero-commercio/scioperi-natale/scioperi-natale.html

Il click day svela che l’Italia ha bisogno degli immigrati

Ferrero: cambiare subito la legge

Far saltare il tetto dei 170 mila ingressi; subito un nuovo decreto flussi che risponda alle reali esigenze del paese di lavoratori stranieri; prendere atto dell’ impossibilità di formare le graduatorie: sono, in sintesi, le questioni urgenti che patronati e sindacati sottopongono al governo il giorno dopo il primo dei tre ‘click day’ che ha visto un boom di domande (oltre 350 mila a fronte a 45mila ingressi autorizzati per quel giorno) e lentezze nel sistema informatico. Le difficoltà di sabato sollevano timori per il 18 dicembre, quando sempre dalle 8 del mattino, si potranno inviare le richieste di assunzione di colf e badanti dei paesi che non hanno siglato accordi di cooperazione. È atteso un altro assalto al sistema ed altri disagi.

Intanto, il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ribadisce la necessità di approvare la nuova legge per evitare clandestinità. «La quantità di domande arrivate – sostiene – ci dice che le esigenze del paese reale sono molto alte, al di là delle campagne folli della destra. Dobbiamo approvare una nuova legge altrimenti continueremo a stare nell’ emergenza e a produrre nuovi clandestini». La nuova legge a firma Ferrero-Amato prevede infatti nuove modalità di ingresso, più flessibilità per incontrare la domanda e l’offerta, programmazione dei flussi d’ingresso triennale, permesso per ricerca di lavoro, ritorno dello sponsor. Un modo di modellare gli ingressi, dunque, sulle reali esigenze della società, come già ha sollecitato il sottosegretario all’Interno, Marcella Lucidi.

«Il Governo – aveva detto – ha già indicato i suoi obiettivi nel testo di riforma Amato-Ferrero per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, disporre di una conoscenza attendibile e verificabile del reale fabbisogno occupazionale del nostro Paese, valutare la conseguente sostenibilità numerica di nuovi ingressi di lavoratori extracomunitari».

Restano vivaci le polemiche sulla procedura telematica adottata per l’invio delle domande per il decreto flussi e la Cgil ipotizza un contenzioso per violazione delle pari opportunità degli aspiranti datori di lavoro. «Si è visto – afferma il responsabile immigrazione del sindacato, Piero Soldini – che i privati sono stati facilitati rispetto ai patronati. Come dirimere la questione delle graduatorie quando uno sa di aver inviato ad una certa ora ed ha ricevuto l’ok dell’invio ore dopo? Crediamo che il governo debba dare rassicurazioni, dire che tutte le domande che hanno i requisiti verranno accolte. Su questo c’è l’impegno del sottosegretario Lucidi di prendere in considerazione la cosa, ma non è ancora giunta alcuna dichiarazione formale. Un nuovo decreto flussi è l’ unica soluzione di buon senso per far fronte a tutto il contenzioso che si sta creando».

«Ieri sono stati privilegiati i privati. Fino alle 15-16, i patronati sono stati praticamente tagliati fuori – ribadisce Raffaele Minelli, presidente dell’Inca-Cgil – noi chiediamo che sia rivisto in fretta il sistema degli accessi così come debba essere fatto subito un nuovo decreto flussi. È troppo alta la sproporzione fra domande e disponibilità». «Tanti se la prendono con noi – dice Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – e non è gradevole visto che noi non c’entriamo niente ma che anzi abbiamo fatto un gran lavoro». E il 18, a suo avviso, «si ripete. Ecco perchè un altro decreto deve essere rapido. Va affrontato il dato politico evidente sull’esigenza dei lavoratori stranieri ed anche il numero degli irregolari è sopra ogni stima. Domani chiederemo un incontro al Viminale. Vogliamo definire tecnicamente le cose e stabilire se ci sono state rispettate le pari opportunità». Michele Consiglio delle Acli segnala che l’incognita ora riguarda le e-mail di risposta (che devono arrivare entro 24 ore dall’invio della domanda) che vale per la formazione delle graduatorie.

Pubblicato il: 16.12.07
Modificato il: 16.12.07 alle ore 18.57

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71434


E gli italiani dove vanno?

Ho scoperto Roma 3 anni fa,quando sono venuto con un amico di mio padre a visitarla. Da quel giorno questa ho deciso di tornarci a vivere. Avevo 18 anni e dopo l’ esame di maturita mi sono iscritto alla facoltà di teologia a Bucharest, ma il mio più grande desiderio era andare via da una Romania in cui non mi ci ritrovavo proprio e che a mio parere non aveva niente da offrirmi . Cercavo me stesso,e lo cercavo altrove. Dopo 2 anni di facoltà, ho deciso di ritornare a Roma,come avevo sognato.Sono partito senza niente solo con i miei documenti. Non sono partito perchè volevo lavorare e fare soldi per poi tornare a casa come un “re”, come tanti rumeni che tornano in patria raccontando bugie sui lavori che hanno svolto,e sui loro guadagni. Che si comprano macchine che tornando al loro paesino sembra una Porsche solo per la targa straniera!No,loro hanno fatto i muratori, imbianchini,lavorando in nero,dormendo in 30 in una piccola stanza,mangiando un giorno si e un giorno no,vittime di sfruttamenti lavorativi,o forse delinquenti per qualche pezzo grosso,vivendo episodi razzismo e xenofobici,perchè anche se l’Italia si dichiara libera da queste cose,è un paese realmente macinato dal pregiudizio,razzismo e un odio nascosto per l’altro,che viene e rubare lavoro,case,e anche le loro donne…Sti rumeni!!!Sono loro quelli che fanno sempre il male,peccato che nessuno dice che forse erano rom,che sono totalmente diversi dai rumeni. Chiedo scusa ai molto dei miei amici rom,ogni foresta ha i suoi arberi marci!No,io sono venuto perchè volevo inscrivermi alla facoltà,magari lavorare part time,farmi una vita qua.Parlo 3 lingue straniere,anche un pò di latino e greco,dipingo,faccio design,webdesign,fotografia,scrivo,penso a me come un artista,sono un realista. Non sono venuto a fare lavori pesanti…però ecco,mi ritrovo a farli!Perchè si deve mangiare,si deve dormire,si deve bere!La necessità e quella che ti cambia!Ho fatto diversi lavori,diversi nel senso che non hanno niente in comune: nel primo mese ho conosciuto della gente potente,e viste le mie qualita linguistiche ho fatto il traduttore per una azienda legale.Un traduttore puo prendere anche 5000 € al mese,io prendevo 800-1000€ mensili…però stavo bene!!Tutti promettevano di farmi documenti, “in un mese ti metteremo in regola”…ma questo non è mai successo! Forse perchè in Italia tutti promettono tutto e non fanno niente?!L’italia è governata da gente che promette ma non fa niente per essa!E la catena arriva fino al nucleo di una famiglia,la cellule della società!Genitori che promettono ai bambini un futuro migliore,perè sanno che probabilmente non sarà così,perchè il mutuo si deve pagare,le spese si devono affrontare…”e sti bastardi non fanno niente per fermare l’usura,per fermare le aziende che rubano alla gente”! PERò IO PARLAVO DI ME!Non posso però parlare solo di me senza non parlare di questa società di cui adesso ne faccio parte.E non vedo bene l’ Italia!Per niente!Perchè se noi non facciamo niente,nessuno farà niente per noi!E non parlo di immigrati,extracomunitari,razze.Parlo dell’italiano comune!Perchè è lui quello che soffre veramente!Se io non mi sento bene qua,se io vedo che sto male,vado a casa,in Romania!ma lui,lui dove cazzo va?

themistius george tilita 10/04/2007

fonte: http://www.stranieriinitalia.it/news/lettereallaredazione.html


Fini: "Centrodestra può stare senza Silvio"

Il leader di An parlando con “Libero” propone un partito unico senza Cavaliere
Sul “Giornale” di domani la risposta di Bondi e Cicchitto: “Mistifica presente e passato”

Dura replica di Forza Italia: “Mistifica la realtà”

Gianfranco Fini


ROMA
Gianfranco Fini infrange un tabù e come era comprensibile le prime reazioni non sono positive. “Mistifica la realtà”, è l’accusa che gli rivolgono Sandro Bondi e Fabrizio Chicchitto. Il leader di An in un’intervista a Libero parla della possibilità di creare una forza unitaria di centrodestra a prescindere da Silvio Berlusconi, che avrebbe per primo decretato la fine della Cdl, e i due coordinatori di Forza Italia gli rispondo dalle colonne del Giornale di domani. “Il 16 novembre – scrivono in una lettera al quotidiano – Fini ha proposto di aprire un confronto con Veltroni. Non si capisce perché se lo propone lui è un atto di responsabilità, se lo propone il leader del partito di maggioranza relativa è invece una scorrettezza nei confronti degli altri partiti del centrodestra”.

Prima di Bondi e Cicchitto a bocciare la mossa di Fini era stato l’ex ministro Scajola. “Non penso sia possibile e non voglio neppure che sia tentato”, dice rifernedosi all’ipotesi di un partito unico del centrodetra che faccia a meno del Cavaliere. “Dobbiamo cercare invece ogni motivo di unità e di coesione – aggiunge -. Voliamo alto, le regole sono tutte da scrivere insieme”. “Non si può pensare – insiste l’esponente di Forza Italia – che Berlusconi voglia rompere con An, Udc e Lega. Per essere sinceri Berlusconi ha preso atto per ultimo e non per primo che l’esperienza della Cdl era finita. Per mesi non ha potuto convocare vertici perché Casini dichiarava che non avrebbe partecipato. Sono stati gli alleati per primi a definire la Cdl finita, non Berlusconi”.


Nell’intervista Fini affermava esattamente il contrario: “La Cdl è stata demolita da Silvio. Ma un sistema di alleanze alternative al Pd o all’Unione è possibile con o senza il demolitore. Il monopolio della politica non è previsto”. L’ex vicepremier chiariva quindi con chi pensava di realizzare la sua proposta: “Semplice, con tutti quelli che ci stanno. Con chi ha idee e principi da condividere con noi”.

Francesco Storace, ormai in polemica con Fini su qualsiasi cosa, si chiama subito fuori e dispensa sarcasmo. “E’ interessante – commenta – la proposta di Fini di costruire un’alternativa alla sinistra senza Berlusconi: è interessante soprattutto per Prodi, che rischiamo di ritrovarci ancora per altri 50 anni”.

Ma da chi il leader di An si aspettava forse un po’ di entusiasmo in più è l’Udc, che si è limitato invece a un’apertura condizionata. “Agli amici di An – spiega il segretario Lorenzo Cesa – voglio dire con chiarezza che se convergiamo sul sistema tedesco (in realtà fortemente avversato da An, ndr), noi siamo pronti ad un accordo sull’indicazione preventiva delle alleanze e del premier”.

(16 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/politica/centrodestra-partito-unico/cd-proposta-fini/cd-proposta-fini.html

30 anni fa moriva Danilo Dolci

di Gianna Mazzini

contro la mafia e la povertà

Diceva così: ciascuno cresce solo se sognato, cioè che una persona bisogna immaginarsela meglio di come appare e allora lo diventerà. Danilo Dolci era nato a Sesana, in provincia di Trieste, il 28 giugno 1924. Per mantenersi agli studi di Architettura insegna Scienza delle costruzioni in una scuola serale a Sesto San Giovanni e qui conosce Franco Alasia, che diventerà l’inseparabile amico di tante future battaglie. Verso la fine del 1948 conosce padre Davide Maria Turoldo e riceve da lui un insegnamento che non dimenticherà mai: «Godi del nulla che hai, del poco che basta giorno per giorno: e pure quel poco, se necessario, dividi. Vai di paese in paese e saluta, saluta tutti, il nero, l’olivastro e perfino il bianco». Padre Turoldo gli parla anche della comunità di Nomadelfia fondata da Don Zeno Saltini a Fossoli in provincia di Modena. Nomadelfia era un ex campo di concentramento dove si accoglievano, nel dopoguerra, bambini abbandonati o orfani. Danilo, a un passo dalla laurea lascia gli studi, la fidanzata, la famiglia e gli amici e va a vivere, povero fra i poveri, nella comunità.
Dopo due anni Danilo decide di muoversi da lì.

Cerca un altro posto dove portare il suo gran desiderio di dare, ed è a quel punto che gli viene in mente Trappeto, il paesino della Sicilia occidentale dove era stato da bambino col padre capostazione. Trappeto era, in quegli anni, un agglomerato di case senza strade, senza farmacia né fogne, senza medico e senza lavoro. Danilo ci si trasferisce.
Ad accoglierlo i pescatori: «Danilo, che sei venuto a fare? – Dobbiamo vivere in comunità, cambiare il mondo – ci diceva. Ma noi nun lo capivamo che voleva dire iddu», mi dice Zi ‘Ntoni Russo, ricordando quel momento.
È il 1952. L’Italia povera del dopoguerra.

In pochi mesi Danilo riesce a comprare due ettari di terreno appena fuori dal paese, per quello che diventerà il “borgo di Dio”.
Benedetto Zenone, bambino cresciuto al borgo di Dio, oggi adulto, mi racconta che nel ‘52 a Trappeto si moriva a mucchi entro il primo anno di vita. Che anche da parte degli adulti c’era una rinuncia alla vita, a lottare anche per le cose più elementari, una sorta di fatalismo ignorante che bloccava le braccia e le teste e che non faceva reagire. Ecco dove comincia a costruire Danilo Dolci: comincia a lavorare alla consapevolezza del sé, alla capacità di cambiare le cose che ci circondano anche quando sembrano colossi vecchi di secoli e impossibili da spostare.

Pochi mesi dopo il suo arrivo Danilo si sdraia nel letto dove qualche mese prima era morto Benedetto Barretta, un bambino di appena un mese, e inizia il primo sciopero della fame per richiamare l’attenzione pubblica sulle condizioni di vita di quel paese. Negli stessi mesi scrive il libro Fare presto (e bene) perché si muore. Si moriva nella Sicilia occidentale, si moriva di parto, di fame, di povertà, di follia. Si moriva troppo.

Quel suo gesto (Danilo è già rinomato per il suo impegno civile e per la bellezza delle cose che scrive) suscita una vasta eco presso la stampa nazionale ed estera. Gli scrive Aldo Capitini, l’altro grande nonviolento della nostra storia. Arrivano lettere di sostegno da tutta Europa. E dopo otto giorni di digiuno arrivano anche i primi aiuti dallo stato per coprire la fogna a cielo aperto che attraversava il paese. È il momento di allargare il “borgo”: alcuni amici gli inviano denaro per costruire due casette che diventeranno l’asilo e l’università popolare.

«Bastava andare su per quella salitina e ci sembrava di stare sulla luna» ricorda Benedetto Zenone. Al Borgo si riunisce la gente del paese. Lì si comincia ad ascoltare musica: Bach, Mozart, Beethoven. Un giorno arrivano persino i fratelli Menhouim, pianista e violoncellista, vengono a suonare sulla spiaggia per tutti, per i pescatori con la coppola che non hanno mai sentito nulla del genere. Sapete come cambiano gli occhi di chi ha sentito fino a quel momento solo mare e silenzio? Sapete che succede quando si scopre che la luna c’è davvero, vicina assai? Che c’è la vita nei suoni, nei disegni, che l’arte serve, serve come un attrezzo, un utensile, che l’arte può girare fra i muri di casa come altrove girerebbe un panino o un cacciavite?

Nel ‘55 esce Banditi a Partinico, libro-inchiesta di Danilo sulle condizioni sociali di quel tempo: lo stato aveva risposto all’ignoranza della gente con la repressione. Non scuole ma galere. Lui, Danilo, propone un modo diverso di operare: dice che se la gente impara a conoscere i problemi che vive, se comincia a discuterli insieme, se riusciamo a far sentire partecipi tutti di un progetto più grande, allora sì che si possono trovare le leve per cambiare, per creare sviluppo.
In quegli anni al Borgo di Dio si discute di tutto.
Seminario sulle stelle: ne parlano un astrofisico, un filosofo e un contadino – mi racconta Amico, il figlio di Danilo, allora scolaro delle elementari. Attraverso queste continue riunioni di autocoscienza popolare con contadini, donne, pescatori, intellettuali, bambini comincia a farsi strada l’idea che cambiare è possibile, che cambiando il modo di pensare cambia anche la realtà intorno. E c’è bisogno del punto di vista di tutti.

La mafia d’allora controllava le popolazioni della Sicilia occidentale anche attraverso il monopolio dell’acqua. Si doveva sottrarre il potere della mafia sull’acqua. Avere acqua. Durante una riunione di autocoscienza popolare dove se ne discuteva, un contadino, Zi Natale Russo, dice «ci vorrebbe nu vacile» per trattenere l’acqua. Un “bacile” per un architetto come Dolci è un bacino. Nasce così l’idea di costruire una diga che interrompa il corso di un fiumiciattolo, lo Jato, che butta le sue acque nel mare e che potrebbe invece dare ricchezza a tutta la valle. Quando Amico Dolci mi porta sul posto si commuove al ricordo: «Mio padre ci portava qui spesso e davanti a questa valle secca come il deserto, ci diceva: “La vedete l’acqua? Lo vedete il lago?”. E noi non vedevamo nulla e anzi ci veniva un po’ da ridere, ma poi hanno cominciato in tanti a crederci e ora guarda: la diga sullo Jato è lì, lì c’è questo lago pieno d’acqua che continua ancora oggi a far vivere tanta gente». In molti a dire: «Non si costruiscono le dighe con i digiuni o con le poesie». E lui: «Sono uno che cerca di tradurre l’utopia in progetto. Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no. E quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma sarà realizzata. La diga sullo Jato sarà realizzata per la semplicissima ragione che qui la gente vuole l’acqua».

Poi è la volta del primo sciopero alla rovescia. È il 2 febbraio 1956 e alla trazzera vecchia di Partinico, centinaia di disoccupati, guidati da Dolci, cominciano a lavorare per riattivare una strada di campagna intransitabile. È l’art. 4 della Costituzione che dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Lì i soldi non ci sono, le strade neppure ma le braccia sì. Danilo viene arrestato e giudicato «individuo con spiccata capacità a delinquere». Rimane nel carcere dell’Ucciardone per due mesi. Ormai entrata nella storia la difesa che Pietro Calamandrei, uno dei padri della Costituzione, fa del gesto di Dolci. Einaudi pubblicherà poi Processo all’art. 4 che contiene tutta la documentazione del processo. Tutta l’incongruenza dei principi larghi quando scendono nelle maglie strette della vita.

Danilo viene scarcerato e gli vengono riconosciuti moventi di particolare valore morale.
Poi è la volta della battaglia per la lotta alla fame e al degrado nei quartieri di Palermo. Dal 7 al 19 novembre 1957 Dolci digiuna a Cortile Cascino, uno tra i più degradati. Memorabile l’esperienza vissuta in quel cortile da Goffredo Fofi che ne scriverà. Memorabile il film che ne farà Robert Young e quello che venti anni dopo porterà sulle tracce di Dolci anche il figlio di Young. Dolci è un suscitatore di emozioni, un catalizzatore di energie, uno splendido uomo d’azione e fiducia nella vita che si muove e fa muovere chi gli sta intorno.
Dolci è anche uno sperimentatore. In Conversazioni, racconta del suo metodo maieutico nelle riunioni con la gente al Borgo di Dio. Anche chi non ha studiato e pensa di non avere strumenti, esprimendosi riesce a comunicare le proprie aspirazioni, riconosce e valorizza le proprie esperienze, cresce e si sviluppa conoscendo l’esperienza degli altri.

Ora è la volta della lotta alla mafia. Il 22 settembre del ‘65 Dolci e Alasia denunciano in una conferenza stampa il risultato di un’autoanalisi popolare compiuta sulla zona: per la prima volta in maniera netta ed esplicitissima si nomina il legame stretto fra mafia e politica. Dolci raccoglie testimonianze contro un ministro dello stato e un sottosegretario che lui accusa di essere collusi al potere mafioso. Due mesi dopo inizia il processo per direttissima contro Danilo e Franco su denuncia dello stesso ministro e del sottosegretario. La Corte di Roma respinge una lunga lista di testi indicati nella difesa e a quel punto Danilo e Franco comunicano tramite lettera alla Corte di rinunciare. Ma qualche mese più tardi si svolge a Roma una grande protesta popolare davanti al Parlamento e alla sede della Commissione antimafia. I notabili di cui si è documentato il rapporto con la mafia saranno ormai esclusi dal governo. È una vittoria.
Danilo riceve proprio in quegli anni due candidature al premio Nobel per la pace. E premi, e lauree ad honorem. E gratitudine.

Ora è la volta delle azioni per i terremotati del Belice.
Il 25 e il 26 marzo 1970 una radio libera diffonde da Partinico la voce «dei poveri cristi della Sicilia occidentale». Franco Alasia e Pino Lombardo trasmettono notizie sulle condizioni dei terremotati. Interviene la polizia con grande spiegamento di forze e interrompe le trasmissioni. Ma il gesto rimane. La prima radio libera che cerca di dar voce a chi non ne ha. Che interroga chi non ha mai avuto accesso alla parola che conta, alla parola che cambia.
Poi è la volta della scuola. Il 23 novembre 1970 si firma il compromesso di acquisto di circa dieci ettari in contrada Mirto su cui nascerà un nuovo centro sperimentale educativo: un posto immaginato dai bambini e dalle mamme, dove i piccoli possano imparare volentieri. È un atto di fede nella vita. Nel ‘74 le ruspe cominciano a scavare: nasce la scuola nuova. Nell’‘83 la scuola materna di Mirto è finalmente riconosciuta scuola statale sperimentale.

E ce ne sarebbero molti altri di eventi, episodi, discorsi, gesti da raccontare. Danilo Dolci muore il 30 dicembre 1997.
Nell’armadio pochi vestiti. In casa pochi mobili e migliaia di libri, nelle teste di chi lo ha conosciuto milioni di ricordi forti come quando vedi la neve per la prima volta. O tocchi l’acqua.

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fonte: http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/InternaTesto.php?A=564&R=1&C=102

Fausto sfida «i benpensanti» della sinistra

Il presidente della Camera lancia una sfida di «politica culturale» invitando gli intellettuali a superare i pregiudizi

Porgendo la mano a Silvio Berlusconi, aveva messo tutto in conto. Ora Fausto Bertinotti è diventato bersaglio di critiche e censure. La colpa di Bertinotti è di aver accettato il dialogo con il Cavaliere. E dinanzi all’accusa il presidente della Camera lancia una sfida di «politica culturale» agli intellettuali di sinistra benpensanti, li invita a superare «i pregiudizi», a smetterla con gli «integralismi », e a sostenere il dialogo sulle riforme, strada che è comunque intenzionato a percorrere fino in fondo. Perché la partita va al di là della trattativa sulla legge elettorale: «Possibile non si capisca? Possibile non si avverta il sentimento profondo del Paese? Possibile non si comprenda che la classe dirigente corre il rischio dell’apartheid? Possibile non si veda che se non ce la facciamo, stavolta falliamo tutti e soprattutto cade tutto?».

Bertinotti confida che attraverso questa chiave di lettura possa essere compreso il significato della sua mano tesa verso Berlusconi, descritto da molti nel centrosinistra come un «nemico» con cui non si deve parlare per non perdere la propria verginità politica. Si rende conto delle ostilità che incontra, ne parla quotidianamente al telefono con Walter Veltroni, vittima anche lui di allusioni e battute tendenziose. Ma resta fiducioso: «Sono fiducioso per disperazione». Concetto terribile, espresso di getto, quasi volesse levarsi un peso. A suo dire, d’altronde, se il dialogo fallisse, dopo non ci sarebbe nulla, tranne l’immagine del dramma di Torino alla ThyssenKrupp, dove «ho percepito una separazione, un cancello, tra gli operai che stavano dentro la fabbrica e si sentivano soli, e noi che venivamo visti come quelli che stanno fuori e non muoiono bruciati».

È il pericolo dell’«apartheid» che lo preoccupa. E se ieri, con incredibile coincidenza, Giampaolo Pansa sull’Espresso lo ha disegnato come «il grande puffo», Furio Colombo sull’Unità lo ha intruppato nello «schieramento dei super partes berlusconiani», e la senatrice comunista Manuela Palermi su Liberazione
l’ha accusato di sacrificare la Cosa rossa sull’altare dell’intesa con Veltroni e il Cavaliere, Bertinotti non ha ceduto alla tentazione di voltare le spalle alle critiche. Ha preferito la fatica del confronto, che è diventata sfida: «È una sfida di politica culturale. Io penso infatti che il dialogo sia necessario per rinnovare il nostro sistema e agganciarlo al grande processo di trasformazione dei partiti che è in atto in Europa. La legge elettorale è solo un tassello, il primo passo. E per compierlo bisogna rischiare».

«Io rischio», dice Bertinotti: «Iniziamo a rischiare tutti. Iniziamo a rompere le logiche opportunistiche, a superare i settarismi, ad abbandonare interessi di piccolo cabotaggio, in base ai quali, io che sono girotondino non ci sto, io che sono un piccolo partito non ci sto, io che punto a preservare una posizione di potere non ci sto. Con la politica del “non ci sto” siamo diventati “politiglia”, come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere. Perciò sono convinto che sia giusto dialogare con tutti, anche con Berlusconi ». In fondo, come ha spiegato ai suoi, il dialogo porta a un processo di «auto-responsabilizzazione » del Cavaliere: la mano tesa è un segno di fiducia, toccherà a lui non dilapidarla.

È l’unica strategia per uscire dal pantano, «lo penso anch’io che sono forse il più prevenuto di tutti verso Berlusconi», dice Ciriaco De Mita, infastidito dagli «attacchi pretestuosi» al presidente della Camera: «Questa purtroppo è la prova che si fa fatica a vincere la stupidità. Perché il Cavaliere stavolta ha compiuto davvero un gesto di straordinaria intelligenza politica, prestandosi al dialogo. Finalmente accetta di confrontarsi senza sotterfugi, e apre la strada a un bipolarismo adulto. Per questo dovremmo essere tutti contenti». Bertinotti, venuto a conoscenza delle parole di De Mita, ha sorriso come a voler sottoscrivere il ragionamento dell’ex segretario democristiano.

La sfida culturale oltre che politica a sinistra è lanciata, «io ho deciso di rischiare». Bertinotti è consapevole che il fallimento non rappresenterebbe la sconfitta di qualcuno ma di tutti. E spera che, a forza di insistere, in futuro sarà buona regola tenere cordiali rapporti con l’avversario pur tenendo la distanza. Oggi qualsiasi gesto distensivo desta invece scandalo. E figurarsi dunque cosa direbbero in quel mondo che si nutre di livore verso «il nemico», se sapessero di una telefonata che il presidente della Camera volle fare per solidarizzare con il Cavaliere. Erano i giorni in cui impazzavano su tutti i quotidiani e i settimanali le foto pruriginose che ritraevano l’ex premier in compagnia di alcune starlette, ospiti della sua villa in Sardegna, e sedute sulle sue gambe.

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Bertinotti lesse commenti di condanna e analisi politiche irridenti, perciò decise di alzare la cornetta: «Presidente — esordì — mi spiace molto, perché queste sono cose fastidiose. È già sgradevole che si scavi nella vita privata e si violi la privacy. Lo è ancor di più se tutto ciò viene usato come appiglio per attaccare l’avversario politico». È collusione morale, quella di Bertinotti? E le regole di garanzia che ha chiesto per il «deputato Berlusconi» al procuratore di Napoli, sono un segno di complicità? Fabio Mussi, che pure non è del tutto convinto delle mosse di «Fausto», appoggia la sua sfida di «cultura politica»: «È ora di rifuggire dall’idea che non si parla con il nemico. E spero finiscano i tentativi di epurazione e di denigrazione. Sono retaggi che appartengono… al tempo che fu». Purtroppo sono «retaggi» che resistono.

Francesco Verderami
15 dicembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/politica/07_dicembre_15/Verderami%20_7f6f1458-aae9-11dc-a893-0003ba99c53b.shtml

fonte immagine: http://www.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/Controcorrente/bertinotti%20appeso%202.jpg


E’ morto anche Rocco Marzo: la quinta vittima della fabbrica-killer

L’uomo, 54 anni, si è spento alle 9,30 di stamattina: i medici avevano tentato una serie di operazioni per cercare di salvarlo. Altri due operai lottano per la vita

Torino, 16 dicembre 2007 – E’ morto questa mattina intorno alle 9.30 Rocco Marzo, 54 anni, ricoverato all’ospedale Molinette di Torino con ustioni gravissime riportate nell’incidente all’acciaieria Thyssenkrupp. Nei giorni scorsi i medici avevano tentato una serie di operazioni per cercare di salvare l’operaio.

Rocco Marzo era il capo reparto del gruppo di operai vittime dell’incidente alla linea 5 dell’acciaieria di Corso Regina Marghertia avvenuto giovedì 6 dicembre.

A Torino è ancora ricoverato in condizione critica Giuseppe Demasi, 26 anni, all’ospedale Cto, mentre Rosario Rodinò è riocoverato a Genvoa al Centro Grandi Ustionati.

DALAI LAMA IN SILENZIO

L’incontro con il pubblico del Dalai Lama oggi a Torino si è aperto con un minuto di silenzio per la quinta vittima dell’incidente all’acciaieria della ThyssenKrupp.
Anche il leader tibetano si è raccolto per alcuni istanti in preghiera prima di aprire il dibattito con il pubblico torinese.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/12/16/55353-morto_anche_rocco_marzo.shtml

16 dicembre 1969

Per non dimenticare… e perché la verità non sia “revisionata”