Archivio | dicembre 19, 2007

L’Africa non è in vendita!

Domani si chiude il primo round
19 dicembre 2007

Si chiude domani il primo round dei negoziati Epa (Economic Partnership Agreements), iniziato il 27 settembre 2002, dall’allora commissario europeo Pascal Lamy. L’obiettivo era di sostituire il sistema stabilito con le Convenzioni di Lomé e confermato nel 2000 a Cotonou, con degli accordi di partnership economica siglati dall’Ue con i sei gruppi regionali in cui erano stati raggruppati i 76 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) partecipanti ai negoziati. L’obiettivo dichiarato era di fare degli EPA uno strumento di sviluppo migliore delle preferenze commerciali che nel corso degli anni si erano rivelate inefficaci nel far uscire le ex colonie da condizioni di povertà, adeguandosi al contempo, alle regole di non discriminazione stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Peter Mandelson, prendendo il testimone dei negoziati, era apparso ancora più comprensivo del predecessore; i paesi ACP forse ricorderanno il suo primo discorso del 13 dicembre 2004, quando prospettò un sistema commerciale a beneficio di tutti, un sistema basato su regole di equità. Il tenore dei suoi discorsi è cambiato col passare del tempo, le frasi si sono fatte più aspre, sino ad arrivare pochi mesi fa a negare qualsiasi alternativa agli EPA, calpestando l’articolo 37.6 dell’accordo di Cotonou che impegnava l’UE a trovare soluzioni alternative “equivalente alle condizioni esistenti” per i paesi non intenzionati a sottoscrivere gli EPA.

Il discorso è sfociato in minaccia: o firmate gli EPA o perderete gli sconti sui dazi applicati alle vostre esportazioni in Europa. Dunque nessun piano B, nessuna alternativa a 76 paesi sfruttati in passato come colonie e rimasti, anche per questo, in condizioni di povertà. Quando ad ottobre l’Africa occidentale ha rifiutato il dictat ed è apparso chiaro che la maggior parte dei 6 gruppi non sarebbero mai riusciti a firmare un EPA completo, ecco che la commissione ha escogitato il vero piano B: un regolamento che sancisce zero dazi e zero quote a favore di tutti i paesi disposti anche solo a firmare un impegno negoziale per un EPA all’inizio limitato al capitolo delle merci.

Alla malora l’obiettivo sempre sbandierato di favorire il commercio intra-africano, Peter Mandelson e il suo socio Louis Michel (commissario allo Sviluppo) sono partiti per una campagna d’inverno per racimolare il maggior numero di adesioni: Botswana, Lesotho, Swaziland e Mozambico il 23 novembre, Kenya, Uganda, Tanzania, Ruanda e Burundi il 27, Seychelles e Zimbabwe il 28, Papua Nuova Guinea e Isole Fiji il 29, Mauritius il 5 dicembre, Costa d’Avorio il giorno dopo, Isole Comore e Madagascar il 12, Namibia sempre il 12, il Ghana il 13, i Carabi il 16, il Camerun il 17 dicembre.

I comunicati della direzione al commercio sembrano i bollettini di una avanzata vittoriosa, scritti con la carta carbone per manifestare la soddisfazione dei due commissari nell’accogliere i nuovi arrivati e ribadire, come un mantra, che l’accordo “porrà il commercio al servizio dello sviluppo”. Di diverso tenore i comunicati nei vari paesi ACP, dove il ministro di turno non fa che giustificare con il rischio di perdita di esportazioni in Europa, la firma dell’interim EPA. Del resto il consiglio dei ministri ACP, riunitosi dal 10 al 13 dicembre a Bruxelles aveva chiuso i lavori con un comunicato in cui esprimeva per l’ennesima volta le proprie preoccupazioni, deplorando “l’enorme pressione” subita da parte della Commissione Europea per accettare gli interim-EPA e sottolineando quanto questo fosse in antitesi con lo spirito di partnership UE-ACP.

Domani 20 dicembre, il Consiglio Affari Esteri approverà il nuovo Regolamento UE e i paesi convinti ad aderire, potranno tirare un sospiro di sollievo: dal 1 gennaio 2008 non perderanno gli sconti di cui godevano e potranno continuare ad esportare in Europa petrolio, diamanti, cacao, banane, zucchero, caffè, legname e pesce. Per gli altri i dazi aumenteranno e saranno uguali a tutti gli altri paesi in via sviluppo, India e Cina compresi. In teoria per i paesi più poveri, quelli catalogati come paesi meno avanzati non dovrebbe pero’ cambiare nulla poiche’ potranno sfruttare l’esenzione da dazi stabilita per loro da un altro regolamento europeo (Everythings But Arms) anche se non è vero il trattamento è identico a quello di Cotonou, alcune regole non sono le stesse perché le facilitazioni commerciali non sono solo dazi.

Tutto questo mentre Mandelson, il 13 dicembre a Strasburgo, definiva un nuovo accordo di libero scambio con la Corea una priorità del 2008 offrendo accesso duty-free al 100% delle esportazioni coreane, affermava indispensabile un accordo con l’India (29 novembre a Nuova Deli) e faceva il punto sui negoziati con i 10 paesi ASEAN a Singapore il 21 novembre. Per non parlare dei negoziati in corso con i paesi Mercosur, con la Cina e con gli stessi USA. Ci vuole poco a capire quanto valgano (e per quanto tempo varranno) gli sconti tariffari utilizzati come strumento ricattatorio verso i paesi ACP. E in cambio i paesi firmatari si impegnano a togliere i loro dazi su più dell’80% delle esportazioni europee, a cancellare anche le tasse all’esportazione, ad accordare all’UE qualsiasi sconto doganale futuro concesso a uno qualsiasi degli altri paesi della terra (vedi art. 16 del testo East African Community EAC). Il tutto ovviamente permettendo all’UE di mantenere i propri sussidi all’esportazione (articolo 18,4 del testo EAC). Le decantate misure di salvaguardia per proteggere i paesi ACP da repentini aumenti di esportazioni UE? Solo affermazioni generiche, identiche a quelle contenute negli accordi WTO e che in sede WTO si sta cercando da anni di riscrivere. Quanto agli aiuti economici, solo promesse e nessuna cifra, nessun impegno vincolante appare sui documenti sottoscritti. Impegno invece a negoziare sul tema servizi, investimenti e diritti di proprietà intellettuale. Questi sono gli “strumenti per lo sviluppo” ideati e imposti dalla vecchia Europa colonialista.

Qualcuno ha scritto che il futuro del commercio africano è con Cina e India. Certo le esportazioni africane in Cina sono quadruplicate dal 2000 al 2005 (28,8 miliardi di dollari nel 2006) ma per l’85% sono esportazioni di combustibili e prodotti minerari. Per contro l’Africa importa dalla Cina abbigliamento, tessile, prodotti manifatturieri ed elettronici che oggi può pagare con le esportazioni di materie prime ma mettendo a rischio le proprie attività industriali. Come potranno continuare a competere in un ambiente dominato da produttori esteri in grado di beneficare di enormi economie di scala? Aumentare le esportazioni di petrolio, diamanti e carbone non produce un aumento nel numero di posti di lavoro in grado di compensare le perdite nel settore agricolo e industriale. Le statistiche commerciali rivelano una terra ancora sfruttata come un eldorado di materie prime, condannata a questo ruolo dalle vecchie potenze (USA ed UE) e anche dalle nuove (Cina e India). L’Europa poteva sfruttare la scadenza dell’accordo di Cotonou per cambiare registro, poteva onorare il proprio debito con un nuovo patto di autentica partnership. Poteva ma finora non ha fatto.

Roberto Meregalli Beati i costruttori di pace – Retelilliput Campagna l’Africa non è in vendita!

fonte: http://www.tradenews.it/trade.html

L’Africa non è in vendita!

8 dicembre 2007



30 luglio 2007 – Roberto Meregalli

ed ecco il testo della lettera da inviare e le relative istruzioni :

Ti preghiamo di inviare il messaggio agli indirizzi sotto indicati e di mettere in copia la mail epa2007@faircoop.it in modo che possiamo darti comunicazione dei risultati di quest’azione.

Si tratta di un gesto semplice, ma importante.

Ti ringraziamo del tuo contributo!

E-mail Presidente On Romano Prodi:segreteria.presidente@governo.it

E-mail Ministro On. Massimo D’Alema: segreteria.massimodalema@esteri.it

E-mail Vice ministro On. Patrizia Sentinelli: segreteria.sentinelli@esteri.it

La nostra mail epa2007@faircoop.it

Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), Fair, Mani Tese, Rete Lilliput, Crocevia, Terra Nuova, Beati i Costruttori di Pace.


Lettera aperta della società civile al Presidente del Consiglio Romano Prodi
p.c. al ministro degli Affari Esteri Massimo D’Alema

alla ViceMinistra agli Esteri con delega alla cooperazione Patrizia Sentinelli

Caro Presidente,

Le scriviamo perché condividiamo con i popoli del mondo un destino comune, un’aspirazione di pace e di benessere collettivo. Per questo da qualche anno stiamo seguendo i negoziati dei nuovi Accordi di Partneriato Economico (APE o EPA) che l’Europa sta negoziando con molte sue ex colonie in Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). Proprio in questi giorni esse dovranno decidere se e come rinunciare ai vecchi accordi di cooperazione e preferenza commerciale che l’Europa ha concesso loro negli anni Sessanta, e trasformarli in accordi di libero scambio, aprendo i loro mercato alle merci, ai servizi e, molto probabilmente, agli investimenti europei. Lo ricorderà sicuramente, visto che il lancio dei negoziati EPA avvenne sotto la Sua presidenza della Commissione europea. E ricorderà che non solo tutte le principali Ong, le Organizzazioni agricole e le reti di solidarietà europee e delle regioni ACP, ma le stesse agenzie delle Nazioni Unite e la Banca mondiale, hanno lanciato negli anni segnali d’attenzione sulle conseguenze che gli EPAs potrebbero portare allo sviluppo economico e sociale di questi Paesi, tra i più poveri del pianeta: de-industrializzazione, perdita di gettito fiscale e di spazio politico, uscita dai mercati locali di milioni di piccoli produttori.

E’ un fatto che nessuna delle sei regioni ACP coinvolte nel negoziato firmerà al completo gli accordi “ad interim” che avvieranno concretamente, anche se parzialmente, questo cambiamento di relazioni entro la fine dell’anno, ed è un fatto che due tra esse, tra le più importanti, cioè Africa Occidentale e Centrale, abbiano chiesto espressamente una proroga delle scadenze negoziali, perché temono che gli stessi accordi “ad interim”, pur se parziali, colpiscano al cuore i processi di integrazione regionale dei loro Paesi, che sarebbero, sulla carta, uno dei principali obiettivi degli stessi EPA. A Lisbona, in occasione del summit UE-Africa, avrà avuto modo di constatare direttamente il malessere diffuso anche all’interno delle diplomazie africane rispetto all’atteggiamento impositivo della Commissione Europea in questa fase delicata del processo negoziale. L’ostinazione quasi personale del Commissario Peter Mandelson, che più volte ha attaccato direttamente l’apertura al dialogo promossa con coerenza e costanza dal Governo italiano, di voler chiudere accordi ad interim con più Paesi possibili declassando il livello di partneriato e di preferenze commerciali con quelli che rifiutano un accordo in così breve tempo, crediamo sia una forzatura del tutto illegittima ed inopportuna nel quadro delle relazioni politiche ed economiche UE-ACP. Il prossimo 20 dicembre il Consiglio europeo approverà il regolamento per la concessione di un accesso “duty and quota free” agli ACP che avranno firmato l’accordo ad interim. Ma la partita a nostro avviso non è ancora chiusa.

Per questo motivo Le chiediamo:

1. di proporre in sede europea un segnale di distensione nel processo negoziale evitando d fissare nuove scadenze per la firma di un accordo complessivo (il cosiddetto Full EPA), escludendo dall’agenda in discussione gli investimenti (i cosiddetti Temi di Singapore, già esclusi dai negoziati WTO) e in generale le Trade-Related Issues, garantendo tutte le flessibilità necessarie per un accordo sui servizi (tra i quali prioritariamente acqua, istruzione e sanità), e per permettere di proteggere i prodotti dell’agricoltura familiare da cui dipende la maggioranza della popolazione, salvaguardando uno spazio politico adeguato di autodeterminazione per i Paesi ACP.

2. di imprimere un chiaro indirizzo di solidarietà nella politica di cooperazione allo sviluppo italiana, innanzitutto con l’approvazione della tanto auspicata Riforma della legge 49/1987, che garantirebbe maggiore coerenza, coordinamento ed efficacia alla politica estera del nostro Paese. L’Italia dovrebbe, inoltre, allocare i fondi destinati agli aiuti al commercio solo in presenza di un processo trasparente e partecipato di definizione, esborso e monitoraggio degli stessi. Questi fondi dovrebbero essere orientati al benessere diffuso dei Paesi riceventi, addizionali rispetto ai programmi di cooperazione, finalizzati al sostegno dell’integrazione regionale, allo sviluppo di un commercio locale più solidale e sostenibile e, soprattutto, non essere utilizzati quale moneta di scambio per l’imposizione di politiche-capestro di liberalizzazione.

3. Come ribadito nelle conclusioni del GAERC dello scorso 19-20 novembre, chiediamo che vengano elaborati e implementati meccanismi in grado di vincolare l’implementazione degli accordi a precisi benchmarks di sviluppo umano e benessere diffuso, in trasparenza e cooperazione con le rappresentanze delle comunità locali, della società civile e dei Parlamenti.

Rimaniamo in attesa di una risposta positiva e di un Suo pronto e fattivo interessamento.

La tua firma..

Le donne di Vicenza salveranno il mondo


Nella tenda si comincia a sentire l’effetto del riscaldamento, e le membra all’inizio intirizzite si rilassano. C’è anche più tepore perché il tendone è colmo, di donne, in maggioranza, ma c’è anche qualche uomo. La piccola donna vestita di rosso, della quale non capisco il nome apre due fogli di carta scritti a mano, con la calligrafia grossa e un poco incerta. Legge, a voce alta e chiara, una sorta di poesia, un lamento struggente per quella sua porzione di terra, la fontega si chiama, che un tempo lontano, durante la sua giovinezza, era dominata dalle vigne, dai fiori e dalle rane.
“Dove andranno ora le rane, che fine faranno i fiori, le viti, quel vino; che cosa ne sarà di tutto questo, se ci costruiranno sopra una base militare?- si chiede, ci chiede.”
Con un momento mattutino di parole di donne, pervaso dalle musiche di uno strumento a corda, dalla voce di un coro femminile che ha cantato una poesia di Rosina, una ottantenne del posto, e l’intensa lettura del brano Pensieri di pace durante un’incursione aerea di Virginia Woolf si è conclusa la tre giorni di mobilitazione europea del Comitato No Dal Molin a Vicenza.
Difficile che i giornali ne parlino; gli occhi dei media erano tutti puntati sul corteo del giorno prima, dal quale molti osservatori si aspettavano degenerazioni, che invece, anche se annunciate da una minoranza mossa più dal testosterone che dai contenuti, non ci sono state, e quindi perché restare e seguire una iniziativa di donne?
E invece ci sono tutte, puntuali nel tendone alle undici di domenica le donne che da mesi animano con determinazione e coraggio il Comitato che non vuole l’allargamento della base militare a Vicenza. Ci sono nonostante la stanchezza sia tanta, e non solo per l’organizzazione della tre giorni, ci mancherebbe. Nei mesi che hanno alle spalle queste donne hanno visto la propria vita sconquassarsi, forse per sempre, da questa faccenda della base militare Usa in piena città.
Anna, che abita in centro, si è appassionata grazie al figlio di quindici anni che un giorno è arrivato con un volantino redatto da un centro sociale, e tutto è cominciato, magari solo per l’apprensione tutta genitoriale di capire che posti frequentasse l’adolescente. Poi non si è mai fermata.
“Certo, – dice sorridendo come a scusarsi, – questo No Dal Molin ha preso a noi donne tutto il tempo libero, poco, che avevamo. Dimenticata la palestra e qualche momento di riposo, io almeno sto cercando di salvare spazio per imparare finalmente l’inglese, ma mi sa che anche questo diventerà sempre più difficile”. Anna continua a schernirsi per il presunto disordine di casa, che invece è impeccabile. Il Dal Molin fa capolino anche qui, perché al posto delle classiche riviste di una casa media spuntano dovunque volantini, fly, adesivi, manifesti e materiali del Comitato. Mentre prepara una colazione degna di un hotel a cinque stelle Anna dice che si sente come se avesse dormito per cinquant’anni, e nel dirlo c’è tutta l’importanza e la definitività dell’irruzione di questo evento nella sua esistenza, comunque vada a finire.
Antonella invece abita proprio al limite dell’area dove dovrebbe sorgere l’ampliamento della base, chilometri e chilometri di verde e di terra in ostaggio.
Racconta che quando Marco Paolini venne a vedere l’impressionante estensione di verde destinata allo scempio salì con l’operatore, per filmare meglio, sulla piccola antenna da radioamatore di suo marito, antenna che si trova a due metri dall’uscio di casa. “Nel giro di tre minuti sono arrivate quattro camionette – racconta -. I militari hanno chiesto che cosa stavamo facendo, e noi sconcertati abbiamo domandato se fosse anche vietano montare sulla propria antenna e guardare il panorama”.
Ma il fatto più straordinario che sta accadendo da mesi in questa ordinata cittadina dell’operoso, chiuso e fortemente xenofobo nord est è quello che salta subito agli occhi quando si percorre il quartiere che sorge accanto al perimetro dove potrebbe nascere la futura base militare Usa, un ordinato e ordinario quartiere le cui strade portano tutte, con sfrenata fantasia, i nomi degli aeroporti italiani: via Ciampino, via Fiumicino, via Linate, via Malpensa eccetera.
Ogni villetta di questo quartiere, nessuna esclusa, per la stragrande maggioranza occupata da nuclei familiari che mai si sarebbero sognati di aderire a qualsivoglia campagna politica, specialmente una campagna che può essere annoverata dentro l’abusata categoria tutta giornalistica del ‘no-global’, ha nel giardino una bandiera sulla quale campeggia l’insegna No Dal Molin. E anche ammesso che la maggiorparte di queste persone sia soltanto interessata al suo spazio privato, al non avere la rogna della grave ed invasiva presenza inquinante socialmente, acusticamente e ambientalmente di una base militare, e magari se si trattasse di un altro luogo non muoverebbe un dito per impedirlo, il risultato ottenuto da questo movimento, e da queste donne in particolare è enorme.
La loro semplicità, la loro grazia nell’esporre le ragioni dell’essere uscite dalle case tranquille per mescolarsi con i giovani dei centri sociali, con i sindacalisti, con l’attivismo ambientalista nazionale e internazionale, con le Donne in nero, con le femministe, per alcune di loro soggetti fin qui estranei o comunque non facenti parte della formazione è la vera e grande novità che salta subito agli occhi. Assenti dal loro percorso i tradizionali dispositivi ideologici (destra/sinistra, nemico/amico, noi giusto loro sbagliato) le donne No Dal Molin hanno incluso la gente comune perché si sono fatte capire non dalle minoranze militanti, ma dei vicini di casa, spezzando il mortifero ciclo della reclusione dei soli attivisti, perché hanno parlato con il linguaggio del quotidiano, della preoccupazione, della cura e dell’amore per lo spazio comune e pubblico, dando prova di tenerci e di considerarlo altrettanto importante così come chiunque tiene e protegge quello privato.

C’è molto di più, in quello che si sta consumando a Vicenza, rispetto all’opposizione pur giustissima alla costruzione di una ennesima base militare: c’è la ricerca di parole e modi inclusivi e non solo contrappositivi per creare consenso sulle ingiustizie e i pericoli causati della militarizzazione del territorio, e per traslato delle menti; c’è il superamento, rispetto al no necessario dell’inizio, della negazione per costruire aperture, dei sì pieni di progetti, di comunità, di sperimentazione e contaminazione di pratiche e linguaggi; c’è la promessa di pratica politica che lavora su obiettivi, che include e non separa su base ideologica o di tessera. Fragile, certo, questa sperimentazione delle donne del Comitato, e di incerto esito, visto l’entusiasmo con il quale il governo di centro sinistra appoggia la costruzione della base militare a Vicenza. Ma anche i fiocchi di neve sono lievi, uno per uno; eppure insieme danno vita alle candide e solide coltri che qui, per molti mesi, coprono il paesaggio.

Monica Lanfranco | altre lettere di Monica Lanfranco |

Metalmeccanici: sciopero per il contratto l’ 11 gennaio

A quanto pare, l’unico diritto (acquisito) del lavoratore è quello di morire.
Il padronato fa orecchie da mercante su normalissime richieste di adeguamento dei salari, adeguamento più che doveroso visti gli andamenti dei prezzi ed i rincari in vista. Ma no, non solo i padroni chiedono maggiore flessibilità (?) ma addirittura l’allungamento dell’attuale contratto. Mentre loro, i padroni, vedono utili in crescita gli operai dovrebbero già essere contenti di avere un qualsiasi straccio di lavoro. E magari di morire per loro, appunto..
mauro

19 dicembre 2007


I sindacati dei metalmeccanici hanno proclamato uno sciopero
di otto ore per venerdì 11 gennaio 2008 a sostegno della trattativa per il rinnovo del contratto. Non sono stati ancora fissati i termini dell’agitazione, se sarà generale oppure articolata sul territorio. Per ora non é prevista nessuna manifestazione.
Per il 7 gennaio è stata fissata una riunione di segreteria tra Fim, Fiom e Uilm. E il negoziato con Federmeccanica è stato aggiornato all’8 gennaio prossimo.

Ieri Federmeccanica si era detta pronta a trattare ad oltranza per arrivare al rinnovo del contratto entro Natale e il direttore generale Roberto Santarelli aveva definito «sbagliata e incomprensibile» l’ipotesi di rinviare tutto all’8 gennaio. E oggi il presidente dell’associazione, Massimo Calearo ribadisce che la speranza era di trovare l’intesa prima di Natale e se ciò non è avvenuto «non è per mancanza di buona volontà» da parte delle imprese, ma per la necessità di «fare qualcosa di innovativo».

Federmeccanica punta ora a trovare l’accordo «subito dopo l’Epifania». «Noi siamo disponibili tutti i giorni, esclusi Pasqua e Capodanno», sottolinea Calearo, che aggiunge: «proseguiremo domani e dopodomani in sede tecnica e parleremo di sicurezza». E a proposito dell’agitazione proclamata per l’11 gennaio si augura che sia solamente uno sciopero e «non un’occupazione di strade e ferrovie, come è già successo».

Il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi ha chiarito: « i livelli di flessibilità che ci chiedono non glieli possiamo dare. Siamo contrari ad aumentare l’orario di fatto e ridurre il ruolo negoziale delle Rsu sulle flessibilità. Su queste basi la trattativa non c’è. Sul salario non c’è poi spazio per un allungamento della vigenza contrattuale, perchè i soldi sono pochi».

Il segretario generale della Uilm, Tonino Regazzi ha fatto sapere: «abbiamo cercato di definire il metodo di lavoro. Chiediamo alle imprese risposte su: inquadramento, parità normativa, reperibilità e ambiente».
Il leader della Fim, Giorgio Caprioli, ha spiegato che si potrà andare ad una trattativa no stop solo se Federmeccanica comincerà a dare le risposte sui punti contenuti nel documento messo a punto dai sindacati.

Il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, già da ieri non si era detto ottimista sulla possibilità che le parti potessero giungere a una stretta finale entro l’anno e ha sottolineato che il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e la riforma del modello contrattuale «sono due cose indipendenti tra loro».
Scettico da subito sulla chiusura della trattativa con le tute blu entro l’anno è stato anche il leader della Uil, Luigi Angeletti, che ha rilanciato: «se mettono mano al portafoglio, siamo pronti a chiudere anche domani».

Tra i lavoratori la tensione è alta, tanto che nella manifestazione organizzata ieri a Milano ci sono stati tafferugli e due operai sono rimasti lievemente feriti. I due hanno riportato ferite al naso, colpiti da una manganellata, secondo quanto riferito dai partecipanti. I manifestanti miravano ad avvicinarsi alla sede di Assolombarda, ma l’area era stata transennata. Alcune auto parcheggiate nell’area sono state colpite dal lancio di bulloni e uova. Uno dei due contusi è Massimiliano Murgo, il gruista-mulettista 31enne della Brollo (gruppo Marcegaglia) indagato nell’inchiesta sulle nuove Br e per questo espulso dalla Fiom. L’altro è un membro dello stesso sindacato assunto alla Ansaldo Camozzi.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2007/12/Metalmeccanici.shtml?uuid=4acc6b4c-ad7d-11dc-88d0-00000e25108c&type=Libero

Industria, l’Istat: salgono fatturato (+6,6%) e ordini (+8,4%)

Il fatturato dell’industria italiana a ottobre è salito del 6,6 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Lo comunica l’Istat, precisando che con la variazione rispetto al precedente mese di settembre è stata del -0,5 per cento.

In crescita tendenziale anche gli ordinativi, che a ottobre hanno segnato +8,4 per cento. Su base mensile, invece, la variazione è stata negativa dell’1,1 per cento.

Deciso aumento nel settore energetico, che a ottobre registra una crescita del 10,5 per cento contro il calo dello 0,4 per cento di settembre e del 4,2 per cento di agosto. «L’energia questo mese ha una forte crescita – spiegano i ricercatori – ma occorre ricordare che i dati sono in valore per cui la componente prezzo ha influenzato fortemente il risultato». Il dato congiunturale segna un rialzo dello 0,8 per cento.

Sono in particolare i beni strumentali a spingere la crescita del fatturato di ottobre, segnando su base tendenziale un +13,3 per cento. Seguono i beni intermedi (+4,9 per cento) e quelli di consumo con +2,8 per cento (+3,9 per cento quelli non durevoli e -0,8 per cento quelli durevoli).

Su base congiunturale però la situazione appare differente: sono i beni di consumo a registrare la crescita maggiore con +0,8 per cento mentre strumentali e intermedi registrano un calo, rispettivamente, dello 0,5 per cento e dell’1,6 per cento.

Analizzando i settori di attività economica, su base tendenziale a registrare i maggiori aumenti sono apparecchi elettrici e di precisione (+17,5 per cento), macchine e apparecchi meccanici (+11,1 per cento) e metallo e prodotti in metallo (+8,5 per cento); si tratta di settori che fanno parte del raggruppamento dei beni strumentali.

Crescono poi le raffinerie di petrolio (+14,8 per cento), ma anche in questo caso, aggiungono i ricercatori, occorre tenere conto dell’effetto prezzo e le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco, che segnano un +11,1 per cento.

Pubblicato il: 19.12.07
Modificato il: 19.12.07 alle ore 12.13

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=71502


DECIMOPUTZU: LE CONSEGUENZE DELLA GLOBALIZZAZIONE

murales a Decimoputzu

Giovedì, 06 Dicembre 2007

di Ilvio Pannullo

Era la metà di ottobre e in Sardegna i rappresentanti degli agricoltori e dei pastori iniziavano lo sciopero della fame nella sala del consiglio comunale di Decimoputzu. Protestavano per la vendita all’asta di 5.000 aziende agricole. Vendita all’asta richiesta dal Banco di Sardegna in forza di un credito pari all’equivalente di quasi l’intera produzione agricola annua di tutte le aziende sarde. Il credito del Banco, che vanta per effetto dell’applicazione della legge regionale 44/88, dichiarata poi illegale dalla UE, ammonta a 700 milioni di euro. Tutto inizia nel dicembre del lontano 1988 quando viene emanata la legge regionale n.44 che istituisce, all’art.5, un regime di aiuti sotto forma di mutui a tasso agevolato per favorire la ricostituzione della liquidità di aziende agricole in difficoltà. Spetta alla Giunta regionale deliberare di volta in volta, a seconda delle necessità, le modalità pratiche di concessione dei mutui. E verrà fatto per ben quattro volte. Nell’ultima occasione, le cose vengono fatte per bene, così, con lettera del primo settembre 1992, l’Italia notifica alla Commissione Europea la legge regionale n.17 della Regione Sardegna. L’art. 12 di suddetta legge rimandava, per le modalità tecniche di esecuzione, all’art. 5 della legge n.44/88 della stessa regione, mai notificata alla Commissione europea.

E’ così che nell’agosto 1994 la Commissione comunica all’Italia l’avvio di un procedimento nei confronti degli aiuti stabiliti dall’art.5 della legge 44/88, ritenendo tali aiuti atti a falsare la concorrenza. Invitava pertanto l’Italia a presentare proprie osservazioni al riguardo. L’Italia ci prova per tre volte a convincere la Commissione, ma non ottiene alcun risultato; ogni osservazione viene puntualmente respinta perché incompatibile con i criteri che generalmente vengono applicati da tutti gli stati membri per aiutare le aziende agricole in difficoltà.

Tanta è l’attenzione delle nostre istituzioni al caso che le giustificazioni avanzate dall’Italia sono ritenute così deboli da costringere l’UE a dichiarare illegali gli aiuti concessi dalla Regione Sardegna in base all’art. 5 della legge 44/88 , così come illegali vengono considerate le successive delibere. L’Italia è, dunque, obbligata dalle istituzioni comunitarie a recuperare presso i beneficiari l’importo dell’aiuto illegittimamente concesso. Quei tassi agevolati che servivano proprio per far fronte a gravi problemi di liquidità vengono, dunque, richiesti indietro dallo Stato alle banche, che, a loro volta, non mancano di richiedere quanto dovuto ai poveri contadini sardi.

E’ così che pochi giorni fa, il primo dicembre, per gridare la loro disperazione, migliaia di contadini e pastori di realtà, reti e comitati di base di tutt’Italia, con alla testa ed alla coda i trattori simbolo del lavoro contadino, hanno marciato per le strade della capitale dietro ad uno striscione unitario che recitava: “Su la Testa! Siamo tutti di Decimoputzu”. Ed è vero. La mobilitazione sarda, che conosce una nuova escalation in questi giorni con la ripresa dello sciopero della fame da parte di due contadine davanti alla sede della Presidenza della Regione Sardegna, sta aprendo i riflettori su una situazione insostenibile in tante aree rurali del nostro Paese dove, peraltro, in queste settimane sono attive mobilitazioni che si vanno allargando. Corriamo il rischio di perdere il 40% del nostro patrimonio produttivo entro i prossimi 5 anni; una perdita intollerabile per l’intera società italiana.

É arrivato il momento che la politica si assuma le sue responsabilità senza lasciare alle banche il diritto di operare una selezione selvaggia fra chi dovrà vivere e chi dovrà morire nelle campagne. Le aziende sono sempre più piegate dall’aumento dei costi produttivi, dal crollo dei prezzi alla produzione, dalla gestione della commercializzazione funzionale solo agli interessi degli speculatori e della grande distribuzione. É evidente che così non c’è futuro e che sarebbe ragionevole rimettere al centro gli interessi di chi lavora e di chi consuma il cibo.

Mentre, infatti, l’Europa lavora incessantemente per creare un mercato perfettamente concorrenziale, aprendo procedure d’infrazione contro quegli Stati colpevoli di aiutare economicamente le proprie aziende al fine di garantire una degna occupazione e mantenere vive le tradizioni locali, la globalizzazione obbliga il contadino sardo a competere con un sterminato popolo di umili, di sfruttati e di schiavi. Competizione semplicemente impossibile perché impari. Viene allora da chiedersi per chi sia vantaggiosa questa globalizzazione e per quale motivo l’Europa si ostini a credere possibile una competizione tra paesi tanto diversi nelle regole e nelle condizioni sociali.

Se è vero, infatti, che la globalizzazione assicura prezzi ridicoli alla produzione, con relativi utili faraonici degli intermediari, è vero anche che rovina la vita di migliaia di contadini italiani, colpevoli solo di essere cittadini di uno stato che non li tutela. Questi uomini e queste donne chiedono un intervento della Regione, dello Stato per un aiuto, ma nessuno risponde. A cosa servono, dunque, queste istituzioni se non a tutelare il territorio, la cultura, i cittadini e le produzioni locali? Se non si occupano di questi temi possono essere tranquillamente sciolte, rappresentando solo l’ennesimo inutile costo, per quei contadini a cui è stata tolta persino la terra da coltivare.

fonte: http://altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=28639&mode=thread&order=0&thold=0

Piano urgente per le scuole medie. Fioroni: "Non sanno perché fa notte"

Il ministro annuncia uno stanziamento di 5 milioni per i recuperi: è la prima volta
L’allarme dai test Pisa: il 61% non ha chiara la rotazione terrestre

di SALVO INTRAVAIA

Le scuole medie italiane avranno nei prossimi mesi a disposizione cinque milioni di euro per organizzare corsi di recupero in Matematica e Italiano. Per l’Italia è la prima volta in assoluto. Il perché lo spiega lo stesso ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, che questa mattina ha firmato una direttiva in cui, tra l’altro, si stabiliscono “le strategie di intervento, le attività di sostegno e di recupero e le modalità di utilizzazione del personale”. A convincere l’inquilino di viale Trastevere che era necessario intervenire con urgenza è stata l’ultima bocciatura appioppata al nostro Paese dall’indagine Ocse-Pisa.

La figuraccia rimediata nelle cosiddette litercy (letteratismo) in Matematica, Scienze e Lettura dai quindicenni italiani è stata definita dallo stesso ministro “un’emergenza non solo della scuola italiana ma di tutto il sistema paese”. “Per questo – spiega Fioroni – porrò la questione al prossimo Consiglio dei ministri e, dopo Natale, in un incontro con il premier, Romano Prodi, e il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, per mettere rapidamente in atto un piano straordinario che coinvolga anche la riqualificazione e aggiornamento professionale dei docenti”.

Ma come mai tanto allarme? Dai questionari somministrati per il Pisa 2006 ad oltre 21 mila quindicenni italiani emerge un livello di conoscenze piuttosto scarso se si considera il livello altamente tecnologico dell’ambiente in cui vivono i nostri adolescenti. Il 62 per cento non sa “il perché del giorno e della notte”. La stragrande maggioranza non sa spiegare, dunque, che l’alternanza del giorno e della notte è dovuto alla rotazione della terra intorno al proprio asse.


E le cose non vanno meglio se si passa alla Matematica o alla Lettura. Tre ragazzini su 10 non sono capaci di “interpretare” una semplice formula come quella del “Tasso di cambio” da una valuta ad un’altra. E la “lettura” di un semplice grafico diventa una difficoltà insormontabile per un quarto degli alunni. Tutte operazioni che i quindicenni delle altre nazioni europee, in particolar modo dei paesi nordici, e asiatiche sanno svolgere con maggiore disinvoltura.

L’intervento a supporto dei ragazzini delle prime classi della scuola media, con un finanziamento di 5 milioni, mira a combattere la dispersione scolastica e a vincere “la sfida per recuperare al successo scolastico e formativo migliaia di giovani come stabilito dell’agenda di Lisbona”. Perché “quasi tutti i debiti formativi dei primi due anni delle scuole superiori – spiega Fioroni – nascono da carenze già emerse negli anni di studio precedenti”.
Stesso discorso per le migliaia di studenti che, in possesso di una preparazione traballante, appena si affacciano alla scuola superiore vanno incontro ad una bocciatura. Per questo il ministro della Pubblica istruzione ha deciso di incrementare il fondo per organizzare i corsi di recupero e sostegno. Saranno 320 i milioni che le scuole superiori potranno utilizzare nel 2008. A conti fatti, fa sapere Fioroni, con questa cifra sarà possibile per ogni singolo ragazzo promosso con debito seguire due moduli di recupero di 15 ore. Basteranno a recuperare tutte le lacune di un anno?

Ma, oltre agli studenti, l’attenzione del ministro è rivolta anche ai professori. “Oltre ad attività specifiche di recupero e sostegno, gli insegnanti potranno attivare appropriate strategie di apprendimento in un rinnovato impegno professionale”. Occorre, insomma, riqualificare i docenti italiani, la cui età media è di 50 anni, che sarebbero un po’ troppo vecchi per offrire un insegnamento “moderno”. E’ lo stesso Fioroni a fornire una dato che spicca su tutti: in tutta la scuola media italiana ci sono soltanto due professori di Matematica sotto i 31 anni. “Soltanto con una coralità di sforzo del personale docente, degli studenti e delle famiglie si può invertire la tendenza. Il piano straordinario di aggiornamento dei docenti dovrà quindi iniziare dalla scuola media”, ha concluso Fioroni spiegando che “non si tratta di trovare un capro espiatorio ma di mettere mano dove le lacune si sono dimostrate più evidenti”.

(19 dicembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2007-otto/sostegno-medie/sostegno-medie.html

Rogo alla Thyssen Krupp, muore anche il sesto operaio

Tensione ai funerali di Rocco Marzo

il padre di Rosario Rodinò, il sesto operaio morto alla Thyssen di Torino, foto Ansa

il padre di Rosario Rodinò

E sono sei. Non ce l’ha fatta nemmeno Rosario Rodinò, l’operaio di 26 anni rimasto gravemente ferito nell’incendio scoppiato all’acciaieria ThyssenKrupp di Torino e ricoverato presso il reparto grandi ustionati dell’ospedale Villa Scassi di Genova Sampierdarena. La direzione sanitaria del nosocomio ha fatto sapere che l’operaio è morto nelle prime ore del mattino.

Il giovane era stato investito da un’ondata di olio e fiamme provocata dalla rottura di un manicotto e aveva ustioni di terzo grado sul 90% del corpo. Subito ricoverato al Mauriziano di Torino, era poi stato trasferito in elicottero all’ospedale Villa Scassi di Genova-Sampierdarena. Qui era arrivato alle 12 del 6 dicembre, in condizioni disperate. Intorno alle 8.45, la morte, avvenuta per esaurimento delle funzioni vitali. Il metabolismo, sostenuto farmacologicamente per 13 giorni, alla fine non ha retto.

Sale così a sei il numero delle vittime del rogo della ThyssenKrupp di Torino. A Torino, nella chiesa di San Giovanni Maria Vianney, si sono celebrati i funerali di Rocco Marzo, 54 anni, il quinto operaio deceduto domenica. A celebrarli, il vescovo di Torino, il cardinale Severino Poletto: «Mi auguravo di concludere con le esequie in cattedrale la tragedia della Thyssen ed, invece, continua e ci prepariamo a fare un’altra sepoltura». «Vorrei – ha detto il cardinale Poletto rivolgendosi alla vedova di Rocco Marzo Rosetta ed ai figli Alessandro e Marina – che si sentisse la vicinanza della città che soffre, di un vescovo che soffre e che vorrebbe mai presiedere funerali come questi». Non sono mancati, prima dell’inizio del funerale, anche momenti di tensione. Ciro Argentino, sindacalista della Fiom e compagno di lavoro delle vittime, ha stracciato il nastro che cingeva la corona inviata dall’azienda e ha urlato ai dirigenti che entravano in chiesa (c’era anche l’amministratore delegato, Harald Espenhahn): «Avete le mani sporche di sangue».

«È il sesto operaio morto per il gravissimo incidente alla ThyssenKrupp – dice la senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a Palazzo Madama -, mentre poche ore prima anche davanti alla Commissione Infortuni del Senato i vertici dell’Azienda hanno cercato di scrollarsi di dosso ogni responsabilità. È una vergogna alla quale non possiamo assistere in silenzio». «Le aziende, grandi e piccole, è ora che comincino a rispettare le leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ed a pagare se non lo fanno. È ora che i lavoratori non si debbano più sentire sotto il ricatto di essere licenziati o di non vedersi rinnovato il contratto. È ora che tutti noi facciamo la nostra parte per fermare l’emergenza nazionale degli omicidi sul lavoro».

Nei confronti dei dirigenti della multinazionale tedesca ThyssenKrupp pende un procedimento penale al Tribunale di Torino per l’incendio che nel marzo del 2002 devastò una parte dello stabilimento di Torino della Acciai Speciali Terni, lo stesso dove mercoledì notte è morto un operaio ed altri nove sono rimasti feriti. Dopo la sentenza di primo grado, con tre condanne e due patteggiamenti nel maggio del 2004, il procedimento è infatti fermo in Corte d’Appello dal 2005 in attesa che venga definito il dibattimento di secondo grado. Il rischio, sostengono in Procura, è che i reati possano andare in prescrizione. Il ministro Damiano, in visita a Torino si è detto stupito del fatto che l’incidente sia avvenuto in «una grande impresa, sindacalizzata: un tipo di impresa in cui queste cose non dovrebbero accadere». E ha assicurato ai lavoratori che alle acciaierie «si tornerà al lavoro solo dopo che tutto lo stabilimento sarà stato sottoposto a verifiche di sicurezza».

La pena più elevata, otto mesi di carcere, fu inflitta a Giovanni Vespasiani, presidente del comitato esecutivo; le altre condanne, di entità inferiore, riguardarono altri quattro dirigenti. La sentenza era stata emessa dalla gup Immacolata Iadeluca al termine di un rito abbreviato. L’accusa in aula era stata sostenuta dal pm Francesca Traverso, mentre le indagini furono coordinate dal procuratore Raffaele Guariniello. Il rogo si scatenò nel reparto di laminazione la mattina del 24 marzo. Per domarlo i vigili del fuoco dovettero lavorare oltre quaranta ore, «sparando» 20 mila litri di schiuma e 50 mila litri di azoto liquido. Il pm affermò che alla «Terni» non furono prese adeguate misure precauzionali. Durante le indagini fu anche vagliata la condotta del presidente del consiglio di amministrazione della Thissenkrupp, Helmut Adris, contro il quale, però non si è proceduto.

Pubblicato il: 19.12.07
Modificato il: 19.12.07 alle ore 16.40

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=71499


La Rivolta delle Uve – memoria ed impegno

Non fa audience la vicenda di tre braccianti siciliani che cinquant’anni fa rimanevano a terra. E chi se ne frega delle lotte contadine, cose vecchie, passate. Adesso le classi dirigenti si occupano d’altro. L’agricoltura è roba antica, del secolo scorso, a chi volete che interessi?

In rete non sono riuscita a trovare informazioni relative all’evento: vi rimando quindi alla “mia” memoria storica locale, Pino:

http://www.diario_di_bordo.ilcannocchiale.it/

o all’iniziativa che prende il via oggi: